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Bloody Heart – Le scelte di un re

Che cos’è la tirannia? In alcune situazioni la tirannia può essere giustificata? La politica e il buon governo possono evitare il potere assoluto di una sola persona o di pochi? Tutte queste domande che si sovraffollano nella nostra mente mentre guardiamo questo drama, fanno sì che “Bloody Heart” sia uno dei migliori storici degli ultimi anni.

Quasi mai un sorriso, una scena ironica o una battuta, si tratta un drama realistico, serio, intransigente in ogni sua tematica, dalla trama ai personaggi che per molti aspetti mi hanno ricordato alcuni dei personaggi shakespeariani più drammatici, fanno seguito una fotografia e dei costumi davvero meravigliosi e una colonna sonora che accompagna le scene in modo impeccabile, insomma, siamo di fronte ad una serie da dieci e lode.

Bloody Heart” non è solo una serie storica, ma principalmente è una serie politica, una vera e propria scuola di politica e ne siamo consapevoli già dal primissimo episodio, non facile che, però, ci lascia incuriositi e, più va avanti, più le dinamiche, magistralmente tratteggiate e intessute in un ordito di intrighi e congiure, ci immergono in una dimensione dove l’equilibrio tra cuore e ragione, tra giusto e sbagliato, tra vendetta per il passato e speranza per il futuro, vacilla a causa delle decisioni e delle scelte intraprese dai personaggi. Le scelte e le azioni compromettono l’andamento della storia e la vita delle persone, comportando conseguenze opposte.

Ambientato in un immaginario tardo periodo Joseon, Lee Tae, un incredibile Lee Joon (“The Silent Sea”, “Bulgasal”) è un re succeduto al padre che crede che ogni azione sia giustificabile ai fini di un obiettivo soprattutto motivato dalla vendetta nei confronti di chi ha contribuito al dramma della sua famiglia e a determinati risvolti che hanno cambiato il destino di persone a lui care. Lee Tae è deciso a governare come un monarca assoluto e a rafforzare l’autorità reale, per questo è contrapposto dal primo ministro di sinistra Park Kye-won, il talentuoso Jang Hyuk (“Fated to Love You”, “Wok of Love”). Il ministro Park è carismatico, intelligente, scaltro ed è un abile politico capace di convogliare a sé ministri e studiosi poiché, testimone in precedenza della tirannia di un re, era riuscito a capo di un’organizzazione a sconfiggere e a detronizzare il sovrano, il suo obiettivo è infatti quello di “creare un re saggio”, è lui il vero “king maker” della storia e fa di tutto per evitare e sconfiggere autoritarismo e tirannia.

“Il potere conferito ad una persona inadatta non fa altro che far cadere la tirannia sopra di noi”, questa è una delle massime del ministro Park.

Inizia così il conflitto con il giovane re Lee Tae che sente le insidie del primo ministro tali da soffocare il suo operato appena cominciato, si sente oppresso e cerca costantemente l’alleanza di poche persone di fiducia, spesso, però, mostra un’indole suscettibile, ombrosa e diffidente. A mio parere è stato bravissimo Lee Joon a mostrare questi aspetti del carattere del personaggio, tra sguardi ai limiti dell’ira o stanchezza e senso di abbandono mostrati dalle perenni occhiaie e gestualità, così come anche la sua postura quasi mai dritta, nonostante gli abiti regali ed elegantissimi che indossa. Un re solo, che non dorme mai, sempre in preda a paure, tormenti e visioni e che cerca un rifugio e  lo trova in  Yoo Jung, una meravigliosa Kang Han-na (“Designated Survivor – 60 days”, “Just Between Lovers”), donna intelligente, colta, la cui famiglia vicina ai Sarim, intellettuali e studiosi neo-confuciani, è stata giustiziata anni prima per via delle scelte e delle azioni del sovrano precedente, padre di Lee Tae.  L’intelligenza della giovane era stata già riconosciuta dai suoi genitori fin dai primi anni di vita:

“Sarebbe diventata facilmente un ministro se fosse nata maschio, tuttavia meglio che sia nata femmina”, così si esprime il padre nel descrivere la figlia ad altri studiosi suoi amici.

La famiglia di Yoo Jung è stata vittima di ingiustizia e la ragazza è l’unica superstite, salvata dallo stesso Lee Tae per il quale prova affetto ed è questo uno dei motivi per cui Lee Tae sentendo, invece, questa colpa di famiglia addosso, causata dalle scelte del suo predecessore, crede che l’autorità reale possa evitare alcuni errori. Le strade di Lee Tae e Yoo Jung si incrociano nuovamente per una serie di cause intenzionali non dei due protagonisti, ma dettate dalla storia e dalla politica e lo stesso giovane re cerca, invano, di non introdurre la ragazza negli affari e nelle scelte della politica di palazzo, la sua stima e la sua fiducia in Yoo Jung sono infinite, il suo amore per lei lo fa ridiscutere continuamente sulle sue scelte e riconoscere i suoi limiti: “Per un essere umano incapace come me, essere innamorato è un lusso”.

Così come riconosce l’intelligenza e la saggezza della ragazza: “Una donna che vede e sa le cose che io trascuro”.

Yoo Jung è, però, uno spirito libero, cresciuta in un ambiente intellettuale che non tradirebbe mai i suoi ideali e i suoi principi e il suo senso di libertà e di giustizia non possono venir meno neanche a confronto con l’affetto provato per il sovrano di cui diventa consorte, ma che è la prima ad essergli antagonista nel momento in cui lo vede cedere alla tentazione di tirannia.

Ho apprezzato della sceneggiatura la capacità di tratteggiare dei personaggi unici, potenti, dai principali ai secondari, senza mai sbavature o cliché, si tratta di interpretazioni magistrali dove tutti sono protagonisti e antagonisti, non esistono personaggi totalmente positivi (ognuno di loro presenta un lato oscuro) o totalmente negativi, anzi, per ognuno di loro, durante la visione, sono riuscita a comprendere le azioni e i ragionamenti. Il ministro Park con la sua fermezza e seriosità in lotta contro la tirannide che minaccia il governo; la fedeltà di Yoo Jung ai suoi ideali; la fragilità dell’io del giovane sovrano nella continua ricerca di un suo modo di vedere il mondo; la Regina vedova ( Park Ji-yeon, “Life”), provata dalle scelte che altri hanno compiuto nella sua vita, non padrona nemmeno dei suoi sentimenti nei confronti del ministro Park, si muove anche lei verso decisioni che portano a drammatiche conseguenze; l’eunuco Jung Ui-Kyun (Ha Do-kwon) grato alla famiglia del re, consiglia il giovane sovrano anche a prendere delle risoluzioni estreme; lo sciamano fedele ai principi di chi lo ha cresciuto, si perde in un gioco più pericoloso di lui; la dolcissima serva Ddong-geum ( Yoon Seo-A, “Soundtrack#1”), per la quale ho versato tante lacrime e così molti altri personaggi.

Con la raffinatezza e il fascino di un prezioso arazzo, la storia di “Bloody Heart” ci trasmette emozioni e colpi di scena fino all’ultimo episodio e ci lascia con delle parole dalla saggezza universale:

“Si dice che debba esserci una spada appesa sopra la testa per sentire tutto il peso del trono”.

Grazia

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Han (한) – Il peso del cuore

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The Glory (ovvero degli equilibri e della gloriosa vendetta)

“Ciò di cui hai bisogno è di una punizione. Una punizione legale se Dio è dalla tua parte, una punizione divina se Dio è dalla mia parte”

L’opaca vita trascorsa nell’oscurità, la divina tensione verso una luminosa vendetta. Lo sguardo triste eppure ferreo, il sorriso freddo e forzato. Quel Memento Mori tatuato sulla pelle, come le cicatrici perenni della protagonista. L’iscrizione dantesca che apre il suo Inferno, “Lasciate ogni speranza speranza voi ch’entrate“, che ci introduce nelle “malebolge” dove il pentimento è un lusso che non viene mai concesso e le punizioni sono terribili nella loro gloriosa inumanità, con un’applicazione perfetta della legge del contrappasso (“Occhio per occhio. Dente per dente. Osso per osso. Chiunque ferisca qualcun altro deve essere punito con la stessa pena. Non lo so, ma quest’idea mi piace” declama la protagonista quando enuncia la sua teoria della vendetta). Non c’è misericordia, né gloria per l’umanità che ha perso la luce e si oscurata da sola nelle tenebre, non c’è compassione per chi ha sbagliato, né può essere concesso un perdono che, del resto, non viene nemmeno ricercato: è una lenta e tortuosa strada che scende verso l’abisso della perdizione e che, al tempo stesso, ascende verso la sinistra luce della gloria, in una mistica della dannazione consapevole che diventa logica e tattica: “Sai cos’è il bello di non avere una religione? Il fatto che sai dove finirai quando sarai morto. All’inferno! […] Ho brindato alla mia eventuale corruzione e alla tua eventuale perdizione“, afferma la protagonista in faccia alla sua eterna nemica che l’ha condizionata, con la sua malvagità e i suoi atti commessi durante l’adolescenza, per tutta la vita.

Un frammento di vita può distruggere tutta l’esistenza, un momento di violenza può dannare completamente l’anima? The Glory” è un viaggio in un’anima ferita e distrutta, compromessa e martoriata da un evento passato che ha determinato la formazione della personalità della protagonista e il suo corpo segnato dalle cicatrici dei maltrattamenti e delle violenze subite da giovane non è altro che la raffigurazione delle ferite che gravano nel suo intimo e che hanno cambiato per sempre la sua vita.

Signore e signori, siamo di fronte ad uno di quei rari prodotti che possono essere definiti un capolavoro, perfetto in ogni suo minimo dettaglio, dallo script di Kim Eun-sook (meravigliosa autrice delle sceneggiature di Goblin, The King – Eternal Monarch e Descendants of the Sun), alla regia asciutta – quasi eastwoodiana – di Ahn Gil-ho (quel genio registico di Memories of the Alhambra e di Happiness), al chiaroscuro fiammingo della luce e della fotografia, alle allegorie disseminate ovunque. Per non parlare dell’interpretazione perfetta e sopra qualsiasi livello medio da parte di tutti gli attori: Song Hye-kyo (Descendants of the Sun, Encounter, Now We Are Breaking Up), probabilmente nel ruolo della vita per eccellenza, un corpo fatto solo di nervi e ferite, che, quasi senza trucco, indossa fieramente le sue rughe di espressione; Lee Do-hyun (Sweet Home, Melancholia, 18 Again, Youth of May), intelligente, determinato e fragile, calorosamente sorridente nel suo freddo calcolo; Lim Ji-yeon (Money Heist Korea – II parte), perfida e mefistofelica villain con tacchi verde veleno; Yeom Hye-ran (Chocolate, When the Camellia Blooms, Alchemy of Souls), sofferente e imperiosa nel suo perenne martirio fisico e interiore; Jung Sung-il (Bad and Crazy, Our Blues), autorevole nella sua dignità ferita; Park Sung-hoon (Jelously Incarnate, Rich Man, Squid Game 2 e 3), una belva fuori dalla gabbia; Kim Hieora (Bad and Crazy, Beyond Evil), nella sua mistica di perdizione; Cha Joo-young (Again My Life, Wok of Love) e Kim Gun-woo (Fight for My Way, Record of Youth) nell’atroce e gregaria mancanza di personalità dai risvolti conclusivi.

I simbolismi e le allegorie non sono solo disseminati ovunque per tutto il drama, ma sono presenti a grandi dosi nelle locandine che hanno annunciato le due parti, in cui è stata divisa la storia (e, pertanto, seguiremo la medesima divisione anche per la recensione presente).

PARTE PRIMA

La protagonista, con un lungo e lugubre abito nero (peraltro mai indossato durante il drama), che la copre come un drappeggio, siede da sola sotto un albero (l’albero della vita o meglio l’albero del bene e del male). Appesi ai rami una serie di oggetti, come indizi disseminati per comprendere i misteri presenti all’interno del drama: le iconiche scarpe col tacco di colore verde della nemica, dello stesso colore dell’invidia e del veleno; le sneackers da ginnastica che appartengono ad un passato criminale; la piastra rossa con cui la protagonista veniva torturata; un bisturi medico, possibile arma del suo boia; un orologio d’oro, come quello che il suo ex preside aveva ricevuto in regalo per espellerla; una matita blu del suo antico sogno di diventare architetto; una borsa shopping blu… In alto, un sole e una luna stilizzati, a simboleggiare i due opposti, che sembrano cuciti in una trama a metà tra l’arazzo e la tela dipinta ad olio. In basso, accanto alla protagonista che quasi incrocia le sue braccia in segno di chiusura, il gioco del Go, gli scacchi cinesi, che diventerà importante per la realizzazione del suo piano di vendetta. Tutti intorno sui rami dell’albero, fioriscono delle ipomoree, pianta rampicante anche nota come campanula o campanella o Morning Glory (gloria del mattino), perché i suoi fiori sbocciano di notte e inebriano del loro odore le primissime ore del mattino. Il colore bianco, con tocchi di rosato, a simboleggiare la purezza dell’animo ferito.

Moon Dong-eun (Jung Ji-so di Parasite) è una ragazza povera, con una famiglia inesistente, ma con il sogno di realizzarsi grazie agli studi. La sua apparente fragilità nei confronti dei compagni di scuola ricchi e violenti la rende la vittima perfetta per il loro bullismo. In particolare, se la prende con lei la banda di bulli capitanata da Park Yeom-jin (Shin Ye-eun di Meow – Ragazzo Speciale e Jeong-nyeon: The Star is Born), che la sottopongono ad una serie di abusi e di sevizie, bruciature con piastra compresa. Quando Dong-eun ha il coraggio di ribellarsi e di denunciare i fatti, insegnanti e personale scolastico la ignorano, mentre sua madre (interpretata da un’agghiacciante e bravissima Park Ji-a, attrice che proviene dal cinema d’autore di Kim Ki-duk e che raramente sceglie ruoli televisivi) accetta di buon grado dei soldi per far ritirare da scuola la figlia minorenne a causa di “incompatibilità ambientale”. Dong-eun si allontana dalla madre e giura che concentrerà la sua vita solo sulla sua vendetta nei confronti di chi l’ha fatta soffrire: “Non progetto di diventare una persona migliore. Divento una persona peggiore giorno dopo giorno“.

Diventata adulta (e interpretata da Song Hye-kyo), dopo anni di privazioni e di lavori umili, riesce a diplomarsi e ad andare all’università per diventare insegnante elementare, ma s’imbatte casualmente in Joo Yeo-jeong (Lee Do-hyun), giovane studente di medicina ed erede di un’enorme fondazione ospedaliera, ma con problemi di adattamento e di depressione, dovuti a segreti sofferti di un passato violento. Yeo-jeong insegna a Dong-eun il gioco del Go, ovvero la strategia e la pianificazione, che la aiuteranno nel tempo a progettare la sua vendetta.

Anni dopo, infatti, Dong-eun fa una serie di scelte oculate per avvicinarsi ai suoi ex carnefici, destinati a diventare le sue vittime: si trasferisce nella stessa città, ottiene un posto di insegnante nella scuola della figlia di Park Yeom-jin (ora interpretata da Lim Ji-yeon) e finisce per giocare a Go con suo marito, Ha Do-yeon (Jung Sung-il). Ma, soprattutto, diventa un incubo per tutti i suoi ex compagni di scuola: il ricco e prepotente Jeon Jae-joon (Park Sung-hoon), lo spacciatore Kim Gun-woo (Son Myeong-oh), l’hostess Choi Ye-jeong (Cha Joo-young), l’artista Lee Sa-ra (Kim Hieora). Nel suo piano, trova un’imprevedibile assistente, Kang Hyun-nam (Yeom Hye-ran), una domestica che subisce maltrattamenti da parte del marito e che ha deciso di dare un futuro migliore alla figlia grazie all’aiuto di questa misteriosa signora quasi vicina di casa: è lei che raccoglie materialmente tutte le informazioni di cui Dong-eun ha bisogno per invischiare nella sua trama di ricatti e di minacce i suoi nemici e per metterli, lentamente, gli uni contro gli altri. Hyun-nam, però, non è l’unico aiuto inaspettato che arriva dal cielo a Dong-eun. Sulla strada, ricompare di nuovo Joo Yeo-jeong, ora chirurgo estetico con una carriera ben avviata, che, nonostante sia stato abbandonato anni prima senza spiegazioni, le offre il suo supporto e la sua amicizia: “Non ho bisogno di un principe, ma di un boia che danzi con la spada insieme a me“, gli dice Dong-eun quasi per allontanarlo; “Sarò il tuo esecutore sotto il tuo comando reale. Ti mostrerò la mia danza selvaggia con la spada“, le risponde Yeo-jeong, mettendosi al suo servizio come un vassallo con un signore feudale.

PARTE II

Inferno dantesco come se fosse ritratto da un’acquaforte di Doré: la selva infernale in cui si smarrisce Dante ricopre tutta la parte destra della locandina, dove si infittisce la vegetazione, mentre sul fondo si intravedono un lago (l’Acheronte?) e una montagna (il Purgatorio che simboleggia il raggiungimento della salvezza?). Una luce da taglio che proviene dall’alto da sinistra sembra il giudizio divino che illumina appena i volti dei protagonisti. I personaggi sono quasi tutti ritratti in gruppi da due (forse per come si incroceranno i loro destini nel momento più estremo?), tranne Kang Hyun-nam, che è da sola in mezzo al folto dell’oscurità con le palme, simbolo del suo martirio continuo, che cingono la sua figura. Solo i tre esecutori della vendetta sono vestiti di chiaro (che diventa bianco per la protagonista, al contrario del nero della prima locandina). Gli sguardi di Hyun-nam e Yeo-jeong sono rivolti verso Dong-eun, che guarda fissa davanti a sé. Jae-joon e Gun-woo sbucano dal buio della selva come le belve che Dante incontra prima di imbattersi in Virgilio (tra l’altro, Jae-joon veste uno spolverino di pelle, mentre la giacca maculata di Gun-woo sembra ricordare il vello della lonza dantesca). Sa-ra e Ye-jeong, pur essendo vicine e vestite del medesimo blu, non si guardano nemmeno (prefigurazione di un’inimicizia tra i vecchi carnefici che si profilerà sempre di più con l’avanzare degli episodi), ma una tiene una mano sulla spalla dell’altra (influenza sul reciproco destino). Yeom-jin, unica vestita di un pallido arancione con un abito lungo, un colore associato alla nobiltà e alla regalità in Oriente, guarda frontalmente come Dong-eun, ma cerca il conforto della mano del marito Do-yeon, che sembra, però, sfuggirle, unico a vestire di nero e ad osservare con sguardo severo, come il giudice Minosse quando seleziona le anime per l’Inferno. In fondo, arrampicato sul tronco di un albero, un serpente come diabolico tentatore dell’Eden (serpente che farà la sua reale apparizione in una delle scene più forti e più inquietanti della seconda parte). I fiori Morning Glory sono disseminati ovunque, in macchie chiarissime di colore che vanno dal bianco all’azzurro pallido.

From now on, every single day will be a nightmare. They’ll be provocative and terrifying. You can’t stop me or make me disappear. I’m planning on becoming a very old rumor of yours”.

Ovvero: è iniziata la reale vendetta di Dong-eun, fredda, spietata, contorta, eppure così razionale e logica, implacabile nel non sporcarsi mai le mani del sangue nemico, ma nel prevedere sempre e costantemente le mosse altrui. Come un generale in battaglia, Dong-eun mette in atto i precetti di Sun Tzu e agisce contro i suoi avversari non tanto distruggendoli direttamente, ma portandoli all’autodistruzione e/o alla reciproca distruzione. E qui non posso rivelare altro, perché qualsiasi narrazione sarebbe spoiler e perché The Glory è un drama che va visto e divorato, episodio dopo episodio, con una tensione quasi inebriante. L’unico spoiler che posso fornire è l’immagine seguente (da capire solo dopo la visione):

Ma che cos’è, dunque, la Gloria? E, soprattutto, esiste veramente una Gloria? Una riflessione viene fornita dal personaggio di Park Sang-im (interpretata da Kim Jung-young, già vista in One Spring Night, Eve e Do You Like Brahms?), quando pensa alla morte violenta e senza motivo del marito, un uomo buono che aveva deciso di applicarsi a salvare il prossimo nella professione medica. Non esiste gloria nel preservare la bontà, non esiste riconoscimento su questa terra. Però, non esiste alcuna gloria nemmeno nell’affondare il coltello nel petto altrui, se non una profonda e convinta decadenza. L’unica gloria è nella ricerca delle proprie ragioni e della giustizia, nel ristabilite la bilancia e l’equilibrio dei torti (qui in un’etica del tutto confuciana) per cui non agisci, se non vuoi subire, ma il crimine commesso si ritorce contro, come una punizione divina e karmica. La gloria sta nel ristabilire gli equilibri con la desistenza e la tattica, agendo senza agire, colpendo senza ferire, e nel capire appieno che ogni azione provoca reazioni incontrollabili. Ma la gloria sta anche e soprattutto in noi stessi.

La storia o, meglio, le storie narrate dal drama (perché al caso della protagonista se ne intrecciano altri di crudo e violento bullismo) possono sembrare esagerate, ma, nella realtà, il bullismo scolastico è diventato una problematica molto seria in Corea del Sud, tanto che le istituzioni hanno più volte ordinato l’instaurazione di commissioni ad hoc per studiare e prevenire il fenomeno, scrivendo tanti report che contengono casi e storie ancora più violente e terribili di ciò che viene narrato in questo drama. Le campagne per la prevenzione della violenza scolastica sono molte, ma non sono ancora sufficienti per contenere un atteggiamento fomentato da una società fortemente spaccata e con divari segnati tra ricchi e poveri o tra persone di famiglie storiche e persone di famiglie non altolocate. Lo strumento cybernetico pare aver incentivato la propagazione del fenomeno, fomentando il cd. cyberbullism e altri atteggiamenti negativi e abusivi della personalità psicologica altrui, spostandosi dalle scuole ad altri ambienti. Di cyberbullism sono stati vittime anche personaggi noti, come la cantante Sulli, che, anni fa, coinvolta in una spirale depressiva dopo aver subito attacchi in rete e critiche di ogni tipo, si è tolta la vita ancora giovanissima. Scuola ed esercito, però, sembrano gli ambienti dove spaccature sociali e prevaricazioni si sono insediate di più nelle dinamiche violente tra gli studenti e storie come quella ritratta in The Glory (o, nel caso dell’esercito, in D.P.) sono spesso dirompenti nel denunciare diversi casi e portarli alla cronaca per evitarne la ripetizione. Dal 1995, sul territorio sudcoreano opera la Foundation for Preventing Youth Violence, aperta da Kim Jong-ki, padre di un ragazzo vittima di bullismo che si è tolto la vita a soli 16 anni. Il 2 agosto 2019, la sua fondazione ha vinto il Ramon Magsaysay Award, l’equivalente del Nobel per la Pace in Asia (per la descrizione del suo operato e del suo riconoscimento, leggete qui). E noi ci auguriamo che il suo lavoro possa scuotere le fondamenta della società sudcoreana, sconfiggendo una piaga che nessuna società dovrebbe avere.

Curiosità 1: mentre le scene di nudo (un quasi full frontal dell’attrice Cha Joo-young) sono state ricostruite utilizzando la computer grafica e il green screen – perché in Corea del Sud è proibito mostrare ad orari televisivi scene allusive -, il serpente che appare nell’inquietante frammento già citato è stato reale e ha recitato con i protagonisti sul set; tuttavia, il drama ha ricevuto una censura per i minori di 16 anni su tutti i servizi streaming.

Curiosità 2: il daltonismo – di cui è affetto uno dei personaggi del drama e la figlia dell’antagonista – è una patologia congenita che porta alla confusione, all’insensibilità e alla scarsa sensibilità ai colori e, solitamente, colpisce gli uomini, ma in qualche raro caso può colpire anche le donne (solo l’1%); infatti, visto che il daltonismo si lega al cromosoma X (e mai al cromosoma Y), perché un uomo ne sia affetto, basta che il suo cromosoma X contenga l’allele del daltonismo, una donna con la medesima patologia deve avere entrambi i cromosomi X con l’allele del daltonismo, per cui è necessario che nasca da madre portatrice sana e padre daltonico. Questa rara condizione, praticamente, lo rende un test genetico valido quasi al 100% sulla paternità.

Consigliato: a chi non teme scene pulp e gore, né le storie di vendetta; a chi vuole fare una sacra discesa nel baratro per risalirne e liberarsi completamente; a chi, soprattutto, ha deciso di vedere una nuova immagine di Song Hye-kyo, bella nella sua naturalezza e nella sua sofferenza, ma anche una maschera drammatica nella sua immobilità.

Laura

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When the Camellia Blooms (ovvero del meraviglioso miracolo umano e della ricerca della felicità)

I miracoli non esistono. Sono i piccoli eroi nascosti dentro di noi che lavorano insieme. […] I piccoli atti di gentilezza fatti da persone semplici: è il risultato di tutte le buone azioni che hai fatto. Solo questo è già un miracolo. […] Si può diventare il miracolo di qualcuno?

Tempo fa, sono stata attirata da questo drama per diversi motivi: l’ondata di premi di cui aveva fatto incetta in Corea del Sud (compreso i prestigiosi Baeksang), quel breve teaser un po’ onirico e quasi un po’ fumettistico che Netflix aveva caricato come presentazione, la sicurezza interpretativa di Kang Ha-neul, Gong Hyo-jin e Oh Jung-se (di cui ero già certa) e, infine, il fatto che lo script fosse di Lim Sang-choon, di cui avevo apprezzato l’abilità in It’s Okay to Not Be Okay. Tuttavia, avevo quasi sottovalutato il potenziale e la finezza di questo prodotto, che si presenta falsamente come una commedia romantica, ma che è molto (ma molto) di più.

Infatti, anzitutto, When the Camellia Blooms è fondamentalmente un thriller, con una serie di casi che si dipanano nelle investigazioni per scoprire un unico colpevole, il serial killer che funesta da anni il piccolo e lieto paesino di Ongsan, fittizia cittadina dove comandano solo le ajumma, che sgranocchiano snack e spettegolano davanti alla porta di casa, con il fazzoletto in testa e i pantaloni fiorati. In secondo luogo, è una grande e complessa commedia umana (per prendere in prestito i termini di Balzac), ovvero una rappresentazione di tanti piccoli esseri umani e delle loro complesse e minuscole realtà, talvolta interiormente ricche, talvolta meschine e grette, ma tutte così semplicemente e splendidamente umane da divenire uniche e speciali di per sé, così vicine a noi stessi e ai nostri pensieri.

Inoltre, il drama è una grande parabola di crescita, caduta, ri-crescita e speranza, una ricerca di se stessi per superare le proprie debolezze e ritrovare le proprie forze e le proprie sicurezze, per fermarsi, puntare i piedi e porre finalmente fine al vortice di disperazione e di depressione in cui, talvolta, ci si sente avvolti ed iniziare ad afferrare la propria felicità.

Infine, naturalmente, When the Camellia Blooms è una delicata e avvolgente storia d’amore, senza i grandi cliché di cena notturne a base di ramyeon e fiocchi slacciati e senza atti enormi di personaggi di straordinaria bellezza e/o ricchezza: è una storia semplice, quasi quotidiana, di quelle che ti fanno venire voglia di sentire gridare alla porta di casa “Dong-baek-shi”, addobbando il balcone di luci fuori stagione, solo per avere la sicurezza di essere compreso da qualcuno vicino a te.

Oh Dong-baek (interpretata dalla bravissima Gong Hyo-jin di Pasta e It’s Okay That’s Love), il cui nome significa “camelia”, una madre single e apparentemente senza nessuno al mondo, si trasferisce con il figlio a Ongsan, cittadina in qualche modo significativa per lei, e decide di aprire un bar, a cui dà il nome, appunto, di “Camelia”. La vita non è semplice per Dong-baek, che, dopo anni di residenza ad Ongsan, ha accumulato solo invidie e maldicenze: la sua condizione di donna non sposata e senza un uomo accanto, ma con un figlio a carico, viene ritenuta quasi come segno di un passato depravato e di un presente molto compromettente, che porta le donne di Ongsan ad ostracizzarla e a parlarle male, isolandola e deridendola. D’altro canto, gli uomini di Ongsan, oppressi da queste feroci mogli-drago, iniziano a frequentare di sera il bar di Dong-baek, dove possono bere superalcolici, godere di un po’ di pace dalle liti familiari, ma anche della bellezza e del sorriso genuino di Dong-baek, su cui nessun uomo veglia e che, quindi, è considerata la bellezza locale da custodire e rimirare in segreto, incapace, del resto, di crearsi una vita indipendente. In questa dialettica, Dong-baek è schiacciata e soffocata dalle donne che la ritengono un’incantatrice e dagli uomini che la svalutano e, pur mantenendo un atteggiamento serio e privo di scandali, viene mortificata nella sua intelligenza e nella sua sicurezza, in primis dallo stesso padrone di casa, il signor No Gyu-tae (interpretato da Oh Jung-se, il fratello autistico del protagonista di It’s Okay to Not Be Okay, attore di eccezionale bravura), mentre il figlio fatica ad ambientarsi e si sente responsabile a proteggere sua madre. Nessuno la chiama “signorina” (o, meglio, nessuno aggiunge al suo nome il classico suffisso onorifico “shi”) e nessuno la menziona per cognome: quasi come se fosse inesistente il suo nome è diventato ormai lo stesso del locale che gestisce, Camelia.

Naturalmente, nessuno, fino a quando un giorno non torna da Seoul l’agente Hwang Yong-sik (signore e signori, il premio Baeksang Kang Ha-neul, che non solo ha vinto tutti i premi esistenti in Corea del Sud per questo ruolo, ma che ha fatto innamorare tutte le donne già solo per il suo sorriso tutto denti e il suo grido gioioso “Dong-baek-shi”). Yong-sik è burrascoso, parla ad altissimo volume, non è particolarmente bello, né particolarmente intelligente, ma ha un elevato senso della giustizia e della distinzione tra bene e male. Inoltre, ha un sesto senso quasi cieco per scoprire i criminali: a dir la verità, nemmeno lui sa come procedere, ma, in qualche modo, riesce sempre a prendere il malvagio di turno e a far trionfare la giustizia. Imbranato ed empatico come il Mr. Deeds di Gary Cooper, torna a casa per unirsi al corpo di polizia locale e sogna di trovare la donna della sua vita, una vera principessa come Lady Diana. Con quest’idea in testa, entra in una libreria e vede Dong-baek tra i libri di inglese e lì rimane folgorato dalla visione della donna che amerà per sempre in uno degli incontri più teneri e goffi mai visti, che conquista il cuore dello spettatore da subito. Dong-baek non sa l’inglese (sta comprando un libro di Harry Potter per il figlio) e fa inconsapevolmente la parte dell’intellettuale, mentre Yong-sik tenta di comunicare con lei in un inglese stentato, nascondendosi dietro libri sulla maternità tenuti al contrario. Ma, soprattutto, Yong-sik inizia a chiamarla “signorina” e a parlarle con rispetto, apprezza l’educazione e la gentilezza di Dong-baek, si arrabbia contro tutti coloro che la considerano una poco di buono e allontana chiunque tenti avances pesanti nei suoi confronti. Inoltre, quando Dong-baek dice che vorrebbe lavorare ad un banco degli oggetti smarriti, perché i clienti, alla fine, ringraziano ogni volta che ritrovano il proprio oggetto, Yong-sik si commuove con una tenerezza e un’umanità uniche, che ci fanno capire quanto sia prezioso un uomo che sta al proprio fianco, commuovendosi e capendo le proprie emozioni.

E Dong-baek, con l’affetto di Yong-sik, che, all’inizio tenta di allontanare quasi come se non meritasse la felicità, si fortifica, perché non ha bisogno di crescere, ma di ritrovare l’amore per se stessa che non aveva mai avuto, perso in un’infanzia vissuta da orfana e in una giovinezza in cui si è sentita inadeguata. Si fortifica e acquisisce la capacità di credere in se stessa e nel proprio valore, di rispondere e di rovesciare gli eventi, di sorridere e di aspirare alla felicità: “Quello che è strano è che sorrido tanto in questi giorni. Non importa la situazione. Suppongo che dipenda dalle persone che ti circondano“. Inoltre, Dong-baek ha la resilienza della camelia che fiorisce d’inverno, sfidando le temperature più impervie e il ghiaccio, e la forza dell’ippopotamo: è rimasta apparentemente silente in tutti quegli anni di soprusi e di prevaricazioni come sotto il fango limaccioso di un fiume, ma ha segnato tutto in quaderni datati e vergati anno per anno, mese per mese e giorno per giorno. Per cui è difficile che qualcosa, nel frattempo, sia sfuggito al suo sguardo e al suo sorriso, fresco e genuino anche nelle avversità, qualità che nota anche lo psicopatico serial killer che inizia a perseguitare Dong-baek e le persone a lei vicino, quasi nel timore di essere giudicato da tanta nobile umanità.

Ci sarebbero ancora tante cose da scrivere su questo drama, sull’intrico thriller, che non delude e non inquieta, portato avanti con una sensibilità e una pacatezza da vecchio giallo di Agatha Christie, e sulla varietà dei personaggi (dalla meravigliosa coralità delle donne di Ongsan, che mi ha ricordato quella del villaggio nordcoreano in Crash Landing on You, alle diatribe coniugali tra No Gyu-tae e la moglie avvocata in carriera, Hong Ja-young, interpretata da Yeom Hye-ram di Chocolate e The Glory, al rapporto con il figlio, interpretato dal piccolo prodigio Kim Kang-hoon, già visto in Kingdom e in Mouse, al second lead proveniente dal passato, interpretato da Kim Ji-seok di Kiss Sixth Sense).

Però, mi voglio soffermare sulla figura di Jo Jung-sook (interpretata dalla bravissima Lee Jung-eun di Parasite e Our Blues), che entra sul palcoscenico, silente e impositiva al tempo stesso, con una dolcezza caparbia come solo una madre che ha sofferto può dare e che porta avanti il vero messaggio di speranza del drama. C’è un limite alle sofferenze e sta in noi, piccoli e testardi eroi di noi stessi, afferrare quello scampolo di speranza e trasformarlo in qualcosa di diverso, come un seme di camelia che fiorisce in pieno inverno, nonostante qualsiasi cattiva condizione sia stato sottoposto. La speranza e la coesione fanno nascere il miracolo, perché ognuno è il miracolo di se stesso e di altri e perché nessuno è un fallito quando si ritrova al proprio fianco amici che credono fortemente nelle proprie potenzialità (come avrebbe fatto dire Frank Capra ai propri personaggi nel film La vita è meravigliosa, film che viene in mente allo spettatore in una delle scene più significative del drama, quella della corsa in ospedale la notte di Natale, accompagnata dalle preghiere e dalle richieste di miracolo).

When the Camellia Blooms è un drama profondo che tocca l’animo e che ci fa diventare tutti un po’ più umili e un po’ più forti allo stesso tempo, fragili e splendenti nel nostro piccolo miracolo umano dell’esistenza. Come conclude il drama, in epigrafe: Un saluto a tutti voi, che siete i più forti, i più duri, i più splendidi e i più lodevoli del mondo e che fate ogni giorno i vostri miracoli superando gli ostacoli della vita.

Consigliato: a tutti coloro che cercano un miracolo natalizio e che forse lo hanno anche già trovato.

Laura

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I corti animati di Hayao Miyazaki

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A Year-End Medley

Esistono molti film natalizi, ma pochi ambientati a Capodanno, per cui nel vasto panorama di film da vedere in questo periodo, ho scelto “A Year-End Medley”.

A Year-End Medley” è un film ambientato nel periodo tra Natale e Capodanno ed è un intreccio di storie, un vero e proprio film corale e romantico, una boccata d’aria fresca da respirare come segno augurante per iniziare l’anno nuovo con un po’ di speranza e, perché no, anche con qualche sorriso che non guasta mai.

Nell’Hotel Emross si svolgono le vicende principali dei protagonisti. So-jin (interpretata da Han Ji-min, “One Spring Night”, “Our Bues”, “Two Lights”, “Rooftop Prince”) è la direttrice dell’albergo che deve organizzare per Capodanno il matrimonio del suo miglior amico, Seung-hyo (interpretato da Kim Young-kwang di “Trigger“), ma che solo da poco ha capito di provare un sentimento d’affetto per lui e vive le giornate di preparazione al matrimonio con grande rimpianto per non esser stata capace di rivelare i propri sentimenti al suo amico .

Anche il fratello minore di So-jin ha una cotta per una sua compagna di classe, ma è troppo timido e impacciato per farsi avanti, fino a quando qualcosa o qualcuno lo spingerà a parlarle.

Nel frattempo, il proprietario dell’albergo Emross , Yon-jin (interpretato da Lee Dong-wook, “Bad & Crazy”, “Goblin”, “Scent of a Woman”) è una persona sola che vive di lavoro e di stress, ma, che in un momento inaspettato, conosce la giovane I-yeong (interpretata da Won Jin-ah, “Just Between Lovers”, “Hellbound”), una ragazza timida e sognatrice, impiegata a tempo determinato come donna delle pulizie nell’hotel. I due scopriranno molte affinità tra di loro, ma i loro mondi sono molto lontani e una eventuale relazione potrebbe essere difficile e contrastata da diverse persone. Potranno mai trovare una certa serenità?

Una delle mie storie preferite, poi, è quella di Jae-yong (interpretato da Kang Ha-neul, “Moon Lovers”, “Pirates”, “When the Camellia Blooms”) che, lasciato dalla fidanzata e depresso per una vita piena di fallimenti, decide di farla finita e di suicidarsi lanciandosi dall’ ultimo piano dell’hotel. Jae-yong rappresenta un po’ quei sentimenti malinconici e tristi della fine dell’anno e dell’inizio di un nuovo anno, un salto nel buio che potrebbe far rivivere le solite delusioni abituali. Improvvisamente, però, per lui arriva qualcosa di imprevedibile, anzi, per essere precisi, una voce, quella del servizio sveglia mattutina, una voce pacata, serena che gli infonde coraggio e buonumore. La voce è quella dell’addetta al servizio sveglia, Soo-yeon (interpretata da Yoona). Davvero un piccolo gioiellino questa storia!

Altre storie si incastrano nel frattempo nella vita del nostro Hotel Emross, come quella della madre della sposa di Seung-hyo che riconosce nel portiere dell’albergo una sua vecchia fiamma di gioventù o il chirurgo Jin-ho (interpretato da Lee Jin-wook, “Sweet Home”, “Bulgasal”) che colleziona mille appuntamenti al buio dove viene puntualmente scaricato. Ci chiederemo, infatti, come mai faccia di tutto per rendersi impacciato agli appuntamenti oppure, forse, nasconde qualche segreto. Chissà!

Infine, ospiti dell’albergo anche il cantante I-kang (interpretato da Seo Kang-joon, “When the Weather is fine”) e il suo manager Sang-hoon (interpretato da Lee Kwang-soo, “Hwarang”, ”It’s Okay, That’s Love”, “Il suono del tuo cuore”) che è preoccupato di perdere il contratto con I-kang per via della proposta lavorativa di un’agenzia più famosa. Non perdetevi le canzoni interpretate da Seo Kang-joon, mi raccomando.

Dal regista di “My Sassy Girl”, Kwak Jae-yong, un film divertente, incantevole e romantico che riuscirà a regalarvi un paio di ore di svago e di serenità in attesa del nuovo anno.

Grazia

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If it Snows on Christmas – Ogni stella ha la propria storia

If it snows on Christmas” è un film sudcoreano del 1998 ed è il tipico film di Natale da guardare in una atmosfera tranquilla e pacata, seduti sul divano, con una tazza di tè caldo e una copertina. E’ una storia molto delicata di sentimenti coltivati fin dall’infanzia e che restano tali e quali per dodici anni, in attesa che l’altra persona si accorga di provare le stesse emozioni.

Lee Song-hee (interpretata da Kim Hyun-joo, vista in “Hellbound”) fin da piccola è stata cresciuta dal padre, un violinista che le ha lasciato in eredità un costosissimo e rarissimo Stradivari. Son-hee è da sempre stata innamorata del suo compagno di infanzia, Soo-an (interpretato dal compianto Park Yong-ha) e quando erano piccoli nutrivano una passione per l’osservazione delle stelle e raccoglievano informazioni sulla storia di ogni stella e costellazione.

Dopo il trasferimento di Soo-an, i due ragazzi si perdono di vista, ma il ricordo del compagno di infanzia è rimasto indelebile in Son-hee che desidererebbe incontrarlo nuovamente dopo dodici anni, visto che, come dodici anni prima, Giove raggiunge i Gemelli il 24 dicembre e in questa occasione di solito i desideri vengono realizzati.

Un giorno, Song-hee, che nel frattempo è diventata insegnante d’asilo, si reca al centro commerciale vicino casa per alcuni acquisti e mentre è pensierosa sulle scale mobili, improvvisamente, sulla scala parallela alla sua, intravede Soo-an. La ragazza corre per fermarlo e non appena lo raggiunge i due si salutano affettuosamente come se non fosse trascorso tanto tempo; c’è, però, qualcosa di diverso in Soo-an, non è più quel ragazzino spensierato e sorridente che ricordava Song-hee, è diventato un giovane avvocato in carriera, sempre impegnato e dall’aria snob. Mentre Song-hee cerca di ricordare al suo vecchio compagno di infanzia i tempi passati, si presenta loro una ragazza che abbraccia Soo-an e che non è altro che la sua fidanzata, Yu Jeong. Soo-an, dopo le presentazioni formali, rivela a Song-hee che in realtà, insieme alla sua fidanzata, la stavano cercando perché sapevano dello Stradivari lasciatole in eredità e volevano chiederle se fosse possibile acquistarlo a qualsiasi prezzo perché sarebbe stato un regalo di fidanzamento che Soo-an avrebbe fatto a Yu jeong che è una violinista, ex studentessa del padre di Song-hee.

In un primo momento, Song-hee, presa dal rancore e dalla delusione, rifiuta la proposta, poi accetta solamente se Soo-an le dedicherà una settimana solo per lei, come ai vecchi tempi. Il ragazzo è colpito dalla strana e imbarazzante proposta di Song-hee, ma per cercare di accontentare la fidanzata che desidera assolutamente quello Stradivari, accetta.

Song-hee e Soo-an avranno una settimana da dedicare a loro stessi, ogni giorno organizzeranno un appuntamento, all’inizio impacciati, soprattutto lei, poi diventano improvvisamente quei due ragazzini che dodici anni prima si erano confidati i loro sogni e le loro aspettative mentre Giove raggiungeva i Gemelli la sera della Vigilia di Natale. Molto romantica la scena dell’appuntamento all’Osservatorio, vero e proprio punto focale della storia, quando Song-hee racconta la storia di ogni stella così come Sun-an la ricordava. Per il nostro protagonista la settimana diventa piena di dubbi e domande in merito alla sua vita, alle scelte fatte e ad un sentimento che sta scoprendo piano piano e che forse era da sempre stato nascosto nel suo cuore.  Soo-an, però, è prossimo alle nozze…

Cosa accadrà ai due ragazzi alla fine della settimana? Sarà complice la neve o saranno protagoniste le stelle, ma l’infanzia, soprattutto quella vissuta felicemente, non si dimentica in un battito di ciglia.

Vi consiglio questo film perché è stato il mio primo film sudcoreano visto tanti anni fa, perché la storia è romantica, perché le ambientazioni di fine anni Novanta vi riporteranno malinconicamente indietro nel tempo e perché ognuno di noi ha bisogno di sognare, perlomeno a Natale, e se poi è l’anno in cui Giove incontra i Gemelli possiamo esprimere anche un desiderio!

Grazia

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Typhoon Family – Una storia di resilienza

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