“Certi ricordi non si cicatrizzano mai. Invece di sbiadire con il passare del tempo, diventano gli unici a resistere quando tutto il resto si logora. Il mondo si fa buio, come lampadine che si spengono una dopo l’altra”.
(Han Kang, “Atti umani”)
Ogni lingua ha espressioni e termini intraducibili, ultimo residuo di un antico linguaggio dei sentimenti che racchiudeva in una sola parola un intero concetto che scava nella cultura di un popolo e, al tempo stesso, ne spiega l’animo in connessione con le sue trasformazioni e i condizionamenti a cui è stato soggetto nel tempo e nello spazio, creando quasi una toponomastica emotiva collettiva.
Se dovessimo trovare una parola che, forse più di tutte, riesce a rendere l’animo del popolo coreano, questa sarebbe sicuramente “han” (in hangul 한; in hanja 恨), un termine intraducibile, piccolo e maestoso, che può essere riassunto come il “peso del cuore”, ovvero sentimento profondo e composito, soggetto a diverse interpretazioni, spesso variabili durante la storia, ma che si trova sempre insito all’interno dell’animo del popolo coreano, in qualche modo il riassunto delle percezioni emotive a cui la stessa popolazione è stata sottoposta dalla storia nei secoli.
L’han ha in sé l’importanza della storia e, quindi, il carico di dolore e di tristezza che la storia ha costruito per il popolo coreano, spesso producendo una sofferenza collettiva, come una memoria comune insita già nelle emozioni latenti di ogni coreano. Eppure, proprio in questa tristezza, emerge anche la speranza, la resilienza, la solidarietà e l’empatia umana che fanno da contraltare alle emozioni negative e deprimenti racchiuse nell’han e, al tempo stesso, il rancore, la collera, il desiderio di cieca giustizia, derivante dal rimpianto e dal risentimento, che travalica il confine della vendetta per ristabilire quell’armonia perduta nell’oppressione dell’han. Si tratta di un complicato e sinergico conglomerato emotivo in continuo movimento, come una vecchia cantilena mormorata e appresa a memoria per essere tramandata per generazioni.
Tutta la cultura coreana moderna, a partire dal pansori e dal teatro tradizionale del XX secolo (di cui abbiamo parlato qui), sembra avere tracce del concetto di han, facendo emergere il dolore e la sofferenza continui del popolo coreano, oppresso dalle occupazioni e dalle invasioni da parte delle nazioni confinanti, da decenni di colonialismo serrato a far perdere l’identità, caratterizzato da diaspore continue, emigrazioni e divisioni territoriali e familiari, schiacciato da sistemi autoritari che ne hanno negato i diritti e le libertà. La storia coreana è così intrisa di un dolore condiviso, che è sofferenza, resilienza e speranza in un futuro migliore, da comunicare a qualsiasi espressione culturale il senso dell’han.
Così, se i libri di Han Kang scavano negli episodi dolorosi del recente passato coreano e in quel concetto di han rimasto chiaro come una ferita sofferta da tanti cittadini che hanno perso la vita nel periodo autoritario, Hwang Sok-yong, autore de “L’ospite”, ha fatto emergere il concetto di han nella scissione forzata del popolo e del territorio coreano durante la Guerra di Corea, mentre, ogni anno, le commemorazioni del movimento per l’indipendenza coreana fanno riemergere il concetto di han nelle opere poetiche, negli scritti e nelle testimonianze di coloro che sono morti nelle carceri giapponesi durante il periodo del colonialismo.
Ma il concetto di han non si ferma solo alla trasmissione del grido silenzioso di dolore attraverso le generazioni, perché nei prodotti cinematografici e televisivi coreani, l’han è diventato ormai un’integrazione necessaria dei personaggi stessi, tutti condividendo un medesimo trauma collettivo e, quindi, portati ad agire in un determinato modo per riequilibrare il dolore passato con un presente carico di risentimento collerico e angosciato, destinato a scattare e a svolgere le sue conseguenze dopo un determinato evento. Ed è così che l’han, da sofferenza storica e resilienza delle generazioni passate, passa ad integrarsi in un’etica della vendetta, che mischia il concetto confuciano di giustizia come tentativo di armonizzare la società alla rabbia repressa e all’oppressione degli innumerevoli torti subiti nel passato.
Il personaggio di Oh Dae-su, protagonista del celebre film “Old Boy” di Park Chan-wook e interpretato da Choi Min-shik, è in sé l’incarnazione dell’han più cieco e furioso, che scatta nel popolo coreano dopo tante silenziose sofferenze e, carico di risentimento, cerca riscatto con una legge del taglione primordiale che, se non ristabilisce l’armonia della società e l’equilibrio della giustizia, restaura la pace perduta delle emozioni con la spietatezza delle azioni.
Allo stesso modo, Moon Dong-eun, protagonista del drama “The Glory” e magistralmente interpretata da Song Hye-kyo, diventa quello spirito di vendetta forgiato dall’han, che si carica di tutte le emozioni negative del rancore per dirigerle verso una fredda e calcolata vendetta, concretizzando in pieno un antico proverbio coreano che lega l’han alla femminilità (yeohan, 여한), attraverso un rancore che trascende da qualsiasi cosa.
“Il gelo può cadere anche a maggio e giugno, se una donna porta rancore (han)”
(여자가 한을 품으면 오뉴월에도 서리가 내린다).
Gli esempi non finiscono qui, perché coloro che amano la cultura coreana possono riuscire a trovare il concetto di han almeno in un personaggio per ogni k-drama/film, per non parlare della letteratura e della narrativa moderna, particolarmente incentrata sulla trattazione delle emozioni e, quindi, impegnata nella ricerca di quel nucleo condiviso da parte della memoria emotiva coreana. Si veda, ad esempio, il romanzo cult “Almond” di Sohn Won-pyung (di cui abbiamo parlato qui) o il recente “Il banco dei pegni del tempo passato” di Ko Soo-yoo, che descrive l’han come connesso alla forza dell’introspezione.
Tuttavia, se, da una parte, l’han costituisce quasi un DNA emotivo del popolo coreano, dall’altra parte sono numerosi coloro che ne contestano l’autenticità della sua identità, connettendolo ad una ricostruzione anacronistica avvenuta durante il periodo coloniale, per cui il concetto di han sarebbe un’esplicazione della cosiddetta “bellezza del dolore” ravvisata dal critico e letterato giapponese Yanagi Soetsu nell’analizzare l’arte coreana. Influenzato dai fatti accaduti in Corea nel marzo 1919 e dalle violente repressioni da parte dell’esercito giapponese, Yanagi scrisse un lungo articolo nel 1920 per esprimere la sua solidarietà e la sua simpatia nei confronti della cultura artistica coreana, di cui apprezzava, in particolare, quel fondo di tristezza e di malinconia nascosto all’interno delle sue opere, come un pianto silenzioso, che portava chiunque venisse a contatto con quella forte carica emotiva generazionale. Questa caratterizzazione dell’arte coreana fu usata dal regime giapponese come un demerito o, meglio, quasi come uno stigma per connaturare il regresso della Corea anche a causa di cattivi governi autoctoni e di una storia propria che aveva creato solo dolore nella popolazione e a cui il colonialismo giapponese tentava di porre un freno.
Concetti e termini, però, seguono percorsi propri che nessun regime può controllare e, così, da termine antico e ancestrale, caricato, probabilmente più del dovuto, di quella sofferenza che doveva costituirne un’impronta peculiare, ma che subì una ricostruzione colonialista, l’han si potenziò per conto proprio, accogliendo tutte le voci silenziose delle sofferenze del popolo coreano nel XX secolo, fino a travalicare i confini all’interno delle comunità coreane emigrate negli Stati Uniti.
Elaine H. Kim, letterata, scrittrice e professoressa emerita dell’Università della California, intervenendo a proposito degli scontri verificatisi a Los Angeles nel 1992 tra la comunità afro-americana, quella coreano-americana e le forze dell’ordine, ricorse nuovamente al concetto di han, questa volta in una versione decolonizzata, eppure ancora più carica del risentimento per i torti subiti nei secoli. Perché, alla fine, casa propria era dove risuonava forte quel complesso emotivo dell’han.
Per un ulteriore approfondimento, si veda: Elaine H. Kim, “Home Is Where the Han Is. A Korean American Perspective on the Los Angeles Upheavals”, in “Social Justice”, 20 (1/2, 51-52), 1993: 1-21; Kim Yol-kyu, “Uncovering the Codes: Fifteen Keywords in Korean Culture”, Jain Publishing: 2005;
Laura
