“Non abbiamo fatto nulla di sbagliato per soffrire tutto questo”.
(dal film “A Taxi Driver”)
Ci sono immagini che sono destinate a rimanere nella storie. Ci sono persone che pochi rammentano per nome e cognome e quasi nessuno per fisionomia, eroi sconosciuti e silenziosi, ma destinati a lasciare il loro segno nella Storia, trovatisi quasi per caso in un determinato posto in un momento imprecisato di tempo, segnati dal compito di caricare su di sé la memoria.
Questa è la storia di due di questi eroi sconosciuti e improvvisati, due uomini che nessuno avrebbe rammentato e di cui le foto ci riportano solo casualmente qualche immagine dei loro volti. Eppure, sono due uomini che hanno attraversato il massacro di Gwangju nel maggio 1980 e hanno deciso di non ignorarlo, ma di fermarsi davanti ad esso e di documentarne l’orrore, la sofferenza e la follia, che opprimevano numerose persone. Sono coloro che hanno fatto conoscere al mondo cosa i volti e le storie dei morti e dei feriti di Gwangju e la violenza del regime di Chun Doo-hwan.
Questa è la storia di Jürgen Hinzpeter e di Kim Sa-bok, che si conobbero per caso, quando il presidente autoritario della Corea del Sud estese la legge marziale su tutto il territorio e i giovani di Gwangju manifestarono contro il colpo di stato. E questa è la storia della loro amicizia, svoltasi in una manciata di giorni a maggio 1980.
Jürgen Hinzpeter era nato a Lubecca nel 1937 e credeva di essere destinato a diventare un dottore, fino a quando non incontrò quel giornalismo d’assalto e di pericolo degli anni ’60 e capì che non avrebbe mai concluso gli studi medici, ma che quella passione di documentare la realtà lo avrebbe condotto per il mondo. Entrato presso l’emittente televisiva ARD di Amburgo come cameraman nel 1963, iniziò presto la sua carriera giornalistica, venendo assegnato come corrispondente ad Hong Kong, che, in quegli anni di grandi trasformazioni e di conflitti geopolitici, indicava la porta dell’Estremo Oriente, l’ultimo avamposto occidentale in Asia, ma anche la sentinella del liberalismo in territori che vacillavano tra i regimi autoritari e i totalitarismi socialisti. Hong Kong era che il punto di ristoro per tutti i cronisti di guerra che intendevano documentare gli eventi bellici del Vietnam e Hinzpeter si unì presto alla missione, narrando con i suoi reportage gli scontri in Vietnam e venendo ferito a Saigon nel 1967. Il suo stato di salute lo costrinse ad abbandonare la carriera del cronista di guerra e a farlo riassegnare presso la sede dell’ARD di Tokyo come corrispondente, dove rimase fino al 1989.
Però, Tokyo era anche la meta prediletta degli esuli sudcoreani, di coloro che lottavano per il ritorno della democrazia e che continuavano a vedere il proprio Paese passare da un regime civico-militare ad un altro, mentre nessuno nel mondo sembrava occuparsi di quanto accadeva, tutti impegnati a controllare il gelo e il disgelo tra le due grandi potenze. Ed è così che Hinzpeter venne in contatto con il movimento democratico sudcoreano già negli anni ’70, decidendo di recarsi più volte in Corea del Sud per conoscerne gli esponenti e documentare la situazione corrente: fu il primo a parlare al mondo dell’asprezza del regime di Park Chung-hee e di quelli che venivano qualificati come semplici “incidenti di sicurezza” dal regime autoritario; intervistò Kim Young-sam, esponente delle correnti che reclamavano la democrazia e, poi, Presidente della Repubblica dal 1992 al 1998, così come altri leader democratici. E, infine, fu il primo a conoscere le intenzioni di manifestare contro Chun Doo-hwan e le possibili conseguenze terribili che ne poteva subire la popolazione.
Il 19 maggio 1980, grazie alla mediazione del pastore Paul Scheiss, anch’egli tedesco e responsabile della missione in Asia orientale, riuscì ad arrivare a Gwangju in tempo per il secondo giorni di manifestazioni contro il governo autoritario e poco prima che quest’ultimo decidesse di blindare la città come zona di guerra. Il 20 maggio, Hinzpeter entrò sotto copertura in città per cercare di vedere cosa stava realmente accadendo e per riprendere fatti storici destinati altrimenti ad essere cancellati.
Ma girare per una città sorvegliata perennemente dall’esercito non era di certo facile. Ed è qui che è entrato in gioco il secondo eroe ignoto presentato all’inizio di questa storia. Perché, per la verità, Kim Sa-bok non aveva ancora la percezione che le sue azioni avrebbero potuto cambiare la storia, né era del tutto consapevole del pericolo che si sarebbe accollato, dando un passaggio col suo taxi a quel giornalista tedesco. Indebitato, povero, rimasto di recente vedovo, Kim Sa-bok accolse la proposta di Hinzpeter di girare in lungo e in largo Gwangju, anche perché lo conosceva da tempo ed era certo della sua fiducia, visto che lavorava come autista presso l’hotel dove Hinzpeter abitualmente alloggiava ed amava discorrere con quel giornalista di politica e dei fatti del mondo. Era anche molto attivo nel movimento democratico, tanto che aveva iniziato a parlare con quel giornalista di tutti gli sforzi che facevano per tornare alla democrazia già cinque anni prima, quando Hinzpeter aveva documentato il malcontento tra la popolazione sudcoreana per Park Chung-hee.
Tuttavia, forse nessuno dei due era davvero preparato a vedere quello che avrebbero trovato di fronte nella città messa a ferro e fuoco, girando in incognito con la vettura nera dell’hotel: Hinzpeter si occupava di riprendere e di fotografare le morti e le atroci violenze compiute dai militari, producendo 5 nastri di registrazione, nascosti addosso al suo corpo, e altrettanti rullini di fotografie, camuffati in diversi modi, mentre Kim Sa-bok cercava di evitare posti di blocco e ronde, ingannando l’esercito e portando il giornalista nei luoghi del massacro, fino a farlo uscire sano e salvo dalla città. Entrambi erano risoluti in una missione: il mondo doveva sapere cosa stava accadendo a Gwangju e la violenza atroce con cui venivano tracciate innumerevoli vite. Entrambi volevano diffondere quella testimonianza nel mondo per rendere giustizia al movimento democratico sudcoreano e restaurare finalmente i diritti.
I video e le foto girati da Hinzpeter arrivarono nell’agenzia della ARD di Tokyo e da lì fecero il giro del mondo, mostrando il volto della dittatura di Chun Doo-hwan, mentre Hinzpeter, profondamente scosso dalle scene a cui aveva assistito in quel maggio 1980, si legò in modo indissolubile al movimento democratico sudcoreano: tornò a Gwangju per documentarne la fine del massacro e la riapertura dell’assedio militare, mentre il suo girato venne distribuito in tutto il mondo come “Korea standing at a crossroads“; partecipò attivamente ai fatti di Gwanghwamun a novembre 1986, quando fu colpito alla schiena dalla polizia di Chun Doo-hwan; infine, documentò la transizione democratica e la fine del regime da Seoul. Tuttavia, il massacro di Gwangju rimase per lungo tempo un taboo anche nella Corea della restaurata democrazia e il video girato da Hinzpeter fu trasmesso finalmente dalla KBS, montato in un unico episodio, solo nel 2003 con il titolo “May 1980 – Blue Eyed Witnesses” (in lingua coreana “80년 5월 – 푸른 눈의 목격자”). Quello stesso anno fu premiato dall’Ordine dei giornalisti coreano con il premio della stampa intitolato a Song Gun-ho per aver contribuito con la sua attività alla transizione democratica del Paese, mentre due anni dopo, in occasione del 35esimo anniversario del massacro di Gwangju, fu insignito di un premio speciale dall’associazione del broadcasting coreano.
Pur entrando attivamente nel movimento democratico, però, non riuscì più a contattare Kim Sa-bok, perdendolo di vista dopo cinque anni di continua conoscenza. Il massacro di Gwangju, infatti, aveva scosso ancora di più la mente e il fisico di una persona che da anni lottava perché venissero garantiti i diritti al suo popolo, rischiando ogni giorno di prima persona per qualsiasi indagine politica da parte del regime. Tutte quelle giovani vite spezzate e quelle violenze rimasero un marchio a fuoco nell’anima di Kim Sa-bok: come ebbe modo di rivelare il figlio, molti anni dopo, la salute del padre iniziò a peggiorare da quel momento, mentre i fatti Gwangju sembravano avergli portato via tutta la vitalità di un tempo. Ki Sa-bok è morto nel 1984, dopo soli quattro anni da quelle immagini che aveva contribuito a documentare e a diffondere per il mondo, a causa di un cancro al fegato, senza riuscire a vedere il suo Paese tornare alla democrazia e senza riuscire più ad incontrare quel giornalista tedesco a cui aveva tanto parlato della resilienza del suo popolo.
La storia di questi due uomini, nel loro incontro in una inoltrata primavera coreana e del loro viaggio per le strade di Gwangju sotto assedio sono diventate un film, “A Taxi Driver” (in originale:택시운전사), diretto da Jang Hoon e interpretato da Song Kang-ho, nel ruolo di Kim Sa-bok, e Thomas Kretschman, nei panni del giornalista Hinzpeter, affiancati da Ryu Jun-yeol, Yoo Hae-jin e Uhm Tae-goo. Il film è una versione romanzata dei fatti reali, che, pur prendendosi qualche licenza poetica dalla realtà (il taxi verde e non nero o il vero nome del tassista come Kim Man-seob) e caricando l’aspetto action e il pathos che ne deriva (sia nelle storie degli studenti coinvolti, che nella fuga assistita dagli altri tassisti), rappresenta oggi un genere nuovo di dramma politico, che ha avuto il coraggio di ritrarre sullo schermo anche un pagina così oscura della storia coreana.
Purtroppo, Hinspeter, che era stato avvertito della produzione della pellicola, non riuscì mai a vederne l’uscita nel 2017, visto che morì per complicazioni cardiache solo un anno prima. Questa è la storia che avrebbe aggiunto, se fosse stato presente alla proiezione.
Note finali. Per maggiori informazioni sulla portata del lavoro di Hinspeter, vi consiglio la lettura del saggio scientifico: Jackson, A. (2020). Jürgen Hinzpeter and Foreign Correspondents in the 1980 Kwangju Uprising. International Journal of Asian Studies, 17(1), 19-37. https://doi.org/10.1017/S1479591420000121
Laura
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