“Esistono tante lingue quante sono le persone. Ognuno parla la propria lingua. Ecco perché le persone si fraintendono, si interpretano male e si offendono a vicenda”.

Titolo originale: “Can This Love Be Translated”, 이 사랑 통역 되나요? , “Can Love Be Interpreted?”, “Love in Translation”, “I Sarang Tongyeok Doenayo?”,
Regia: Yoo Young-eun
Sceneggiatura: Hong Jeong-Eun, Hong Mi-ran
Cast: Go Youn-jung, Kim Seon-ho, Sōta Fukushi, Lee E-dam, Hyunri, Choi Woo-sung, Kim Won-hae, Woo Mi-hwa
Genere: drama, psychological, comedy
Corea del Sud, 2026 – k-drama, 12 episodi
Secondo George Steiner, “senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio” ed in effetti l’importanza della traduzione è qualcosa di davvero molto rilevante nella vita di tutti giorni, per ognuno di noi.
Chi è traduttore sa bene come sia difficile riuscire a trasmettere in un’altra lingua lo stesso significato con uguale intensità ed efficacia, ma in questo drama ciò che ho apprezzato maggiormente non è stata solo la tematica della traduzione, ovvero la trasposizione del significato di un testo da una lingua all’altra, quanto, invece, la traduzione delle emozioni o addirittura l’interpretazione dei sentimenti degli altri e non solo.
Il cuore pulsante della storia è, infatti, la traduzione del linguaggio emotivo, dei sentimenti altrui e anche propri perché, come nel film del 2003 di Sofia Coppola, “Lost in Translation”, la tematica è quella della disconnessione da noi stessi, piccoli momenti in cui ognuno di noi vorrebbe dire qualcosa che non sa dire, per cui può essere frainteso, per poi allontanarsi o addirittura perdersi, perché, come sostiene uno dei personaggi del drama, il signor Kim (Kim Won-hae), esistono tante lingue quante le persone, ma ognuno di noi parla una propria lingua, motivo per cui ci si fraintende o ci si offende.
“Can This Love Be Translated?” è un k-drama del 2026 sceneggiato dalle Sorelle Hong, famose per alcuni drama di successo – “My Girlfriend is a Gumiho”, “Hotel Del Luna”, “A Korean Odissey”, “Alchemy of Souls” – e che anche qui sono riuscite a dare alla storia quella tipica impronta personale che da sempre regala spunti di riflessione, pur non fruendo di alcun elemento magico o fantastico, ma focalizzandosi su un altro elemento: il complicato rapporto tra cervello, coscienza ed emozioni.
I due protagonisti del drama, Mu-hee e Ho-jin sono molto diversi tra loro e soprattutto nel proprio modo di esprimere le emozioni. Cha Mu-hee, interpretata magistralmente da Go Youn-jung (“Sweet Home”, “Alchemy of Souls”, “Hunt”) e Joo Ho-jin, interpretato da Kim Seon-ho (“Hometown Cha cha cha”, “Start up”), che da sempre riesce a catalizzare per ogni personaggio l’attenzione del pubblico, si conoscono tempo prima in Giappone, entrambi alla ricerca di qualcun altro.
Mu-hee è un’attrice, mentre Ho-jin è un bravissimo traduttore che conosce e parla fluentemente molte lingue.
Mu-hee, mentre gira la scena finale di un film horror, cade dal tetto di un edificio e finisce in coma per mesi. Il suo personaggio del film si chiama Do Ra-mi, una zombie grintosa e che resta nel cuore di tutti i fan. Mu-hee, infatti, raggiunge la fama mondiale come Do Ra-mi, mentre è in coma, priva di sensi e ignara che la sua zombie sia stata amata così tanto dal pubblico.
Al risveglio, Mu-hee, per cercare di recuperare la propria vita e la propria carriera artistica, accetta di partecipare a “Romantic Trip”, un programma televisivo girato in Canada e in Italia insieme al collega attore giapponese Hiro Kurosawa (Sota Fukushi, “The Travelling Cat Chronicles”).
Ho-jin viene ingaggiato come interprete per lo stesso programma.
Mu-hee e Ho-jin si ritrovano, le loro vite sembrano destinate ad incontrarsi, viaggiano oltre oceano, si sentono attratti, ma diventa impossibile riuscire a comprendersi. Ho-jin conosce perfettamente molte lingue, le parla fluentemente, il suo è un atteggiamento professionale, ma distaccato, a volte sembra addirittura freddo, ma in realtà la sua mancanza è relativa alle sfumature emotive. Ho-jin è padrone della conoscenza di molte lingue, ma non del codice emotivo, non riesce a leggere e a interpretare le cose non dette, le azioni, i segnali, i sentimenti e le emozioni delle persone che lo circondano e tanto meno di Mu-hee, e, nonostante possa essere attirato dal suo fascino, percepisce in lei una certa stranezza, una dissonanza che non riesce a comprendere.
Mu-hee, d’altro canto, è un’attrice che è abituata a interpretare ruoli differenti e dice quello che le persone vogliono sentire da lei, è sempre stata abituata a comportarsi in questo modo, è diplomatica, attenta a gestire le situazioni, avendo cura dei sentimenti degli altri per i quali prova una fortissima empatia. Mu-hee, però, trascura i suoi sentimenti, non è capace di dire ciò che prova, a interpretare le proprie emozioni, così premurosa solo verso le esigenze e la sensibilità degli altri.
Quando una persona che interpreta alla lettera ogni cosa incontra qualcuno che non dice mai quello che pensa, cosa succede? Nascono una serie di costanti fraintendimenti. E questo è ciò che accade nella relazione tra Mu-hee e Ho-jin.
Va, quindi, solo trovato quel codice comunicativo che possa permettere la traduzione del sentimento.
Ho-jin è posato, schivo, ma quella che potrebbe sembrare anaffettività è solo un grande timore di non riuscire a essere in grado di fronteggiare le situazioni, si nasconde, infatti, dietro il linguaggio per evitare di sostenere le emozioni e i cambiamenti dell’animo umano. La sua precisione e competenza sono una maschera per camuffare una sua mancanza, una debolezza che non vuole riconoscere. Innamorarsi di Mu-hee significa diventare vulnerabile emotivamente, ma è un rischio che sarà qualcosa di sorprendente anche per lui.
Mu-hee, invece, non è capace di essere diretta, è sola, circondata da molte persone solo perché famosa, ma consapevole di essere sola, ha imparato ad essere ciò che gli altri vogliono, a non dare mai libertà alla sua personalità che resta spesso nascosta dietro un sorriso gentile di convenienza.
Poi, però, all’improvviso, entra in scena Do Ra-mi, l’alter ego, la sua ultima interpretazione e Mu-hee vacilla emotivamente.
Mu-hee soffre, infatti, di disturbo dissociativo dell’identità, solo che non riesce a riconoscerlo e pian piano la presenza di Do Ra-mi si fa sempre più insistente, in modo particolare emergendo impetuosa nei momenti in cui Mu-hee non riesce a gestire ciò che sta accadendo o è in tensione per una realtà che deve affrontare.
Il drama presenta, infatti, delle tematiche molto profonde, una vera e propria immersione psicologica nel trauma della protagonista, nelle reazioni inconsce, nei processi di auto-protezione emotiva, perché Do Ra-mi tanto somiglia a qualcuno nella vita passata di Mu-hee. La disconnessione da se stessi è difatti uno degli espedienti narrativi presentati nel drama che ci portano a pensare cosa possa accadere a quella parte di noi stessi, del nostro inconscio che lasciamo sola.
Mu-hee è una persona tranquilla, controllata, Do Ra-mi, invece, è il contrario, è tutto ciò che non è permesso essere a Mu-hee, è quella parte dell’inconscio che viene lasciato solo, ma che se sfugge porta disordine e stravolgimento.
Infine, c’è Hiro, il partner del programma televisivo. Hiro non conosce il coreano, così come Mu-hee non conosce il giapponese, ma Hiro ha qualcosa che gli altri non immaginano: non resta ad ascoltare le parole, fa attenzione alle azioni, al linguaggio del corpo, alle espressioni del viso, al tono della voce. La sua traduzione è diversa rispetto a quella dei due protagonisti, perché si avvicina a Mu-hee e pian piano ne è attratto, non attraverso ciò che la ragazza comunica, ma attraverso le emozioni che Hiro legge inconsciamente.
Hiro è un personaggio che cresce nella storia e, anche se resterà nel ruolo di second lead, riuscirà a ritagliare una parte molto importante nella narrazione del drama, finendo ad avvicinarsi alle lingue, ad esserne attirato, a studiarle e a mettersi alla prova in una esperienza lavorativa futura.
Da ricordare anche i due secondari, Shin Ji-sun (Lee E-dam, “Daily Dose of Sunshine”, “The Art of Sarah”), produttrice del reality televisivo e Kim Yong-u (Choi Woo-sung, “Melancholia”, “My Perfect Roommate”), manager di Mu-hee che, in una serie di incontri e scontri, fraintendimenti e pause, trovano la loro sicurezza e l’amore, così come menzionare anche Nanami, interpretata da Hyunri (“Eye Love You”, “Alice in Borderland 3”), attrice nata a Tokyo da genitori coreani che parla fluentemente giapponese, coreano e inglese e che nel drama interpreta il ruolo di manager e interprete di Hiro.
“Can This Love Be Translated?” è un drama diretto da Yoo Young-eun che avevo apprezzato già per la regia dello storico “Bloody Heart” (piccola curiosità, appaiono come camei Kang Han-na e Lee Joon, protagonisti proprio di “Bloody Heart”). Infine, le location, i paesaggi, la fotografia sono un valore aggiunto per questa serie che regala meravigliose riprese di luoghi da visitare o da mettere in lista per viaggi futuri.
“Can This Love Be Translated?” è una serie che ci insegna che tradurre le emozioni significa esplorare la profondità dell’animo umano.
Do Ra-mi dice quello che Mu-hee non ha il coraggio di esternare a parole, Ho-jin interagisce con la parte del suo inconscio che cerca di nascondere per paura di essere ferito, Mu-hee e Ho-jin devono prima riuscire ad interpretare le esigenze del proprio cuore e capire che restare nel momento di necessità è la forma più pura e incondizionata di amore che non ha bisogno di essere tradotto in alcuna lingua del mondo.
“A dire il vero, anch’io ho avuto difficoltà a capire le sue parole. Molte volte sono stato sul punto di arrendermi, ma per fortuna è intervenuta una bravissima interprete che mi ha aiutato a comprenderla.”
(Joo Ho-jin)
“Se dicessi che per me va tutto bene e che ti capisco, mi crederesti?”
(Joo Ho-jin)
“Può sembrare disperato e patetico, ma anche questo è amore”.
(Cha Mu-hee)
“E se il desiderio di morire di fronte alla gentilezza si contrapponesse al desiderio di uccidere? Cosa dovrebbe fare la gentilezza?”
(Do Ra-mi)
“Mi piacerebbe continuare a vederti. Credo che la bellezza di ogni momento del nostro viaggio dipenda dal fatto che tu facevi parte del paesaggio.”
(Hiro)
Grazia
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