“Alcune domeniche iniziano bene e finiscono male. È difficile da credere… È folle rifiutare la felicità. Se dovessi rivivere tutto questo, cosa farei? C’è qualcos’altro che potrei fare? Vederla per mesi e mesi come un’amica. Cosa succede? Si finisce per diventare amici, forse. Lei mi ha scritto: “Ti amo”. Ammettilo, ragazzo, semplicemente non capisci le donne”.
(Claude Lelouch, “Un homme et une femme”)

Titolo originale: 남과 여, Namgwa yeo
Regia: Lee Yoon-ki
Sceneggiatura: Lee Yoon-ki, Sin Eun-yeong
Cast: Jeon Do-hyeon, Gong Yoo, Park Byeong-eun, Yoon Se-ah, Kim Young-sun, Park Min-ji
Genere: melo / drama
Corea del Sud, 2016 – film
Quando nel 1966 venne presentata a Cannes la pellicola “Un homme et une femme” di Claude Lelouch, il cinema era pronto per passare da uno scenario esteriore ad un livello introspettivo e intimista, dove viene messo al centro il rapporto di una coppia, intrepretata da Anouk Aimée e Jean-Louis Trintignant, che si ritrova per caso lungo la strada e che cerca nella fisicità e nella vicinanza un modo per comprendere la tristezza e il dolore. Una storia apparentemente comune, di persone abituate a nascondere la propria fragilità in un mondo, che non le comprenderebbe mai, e che, ad un certo punto, nel mezzo della solitudine del nulla, trovano modo di esternare tutte le proprie sofferenze in un rapporto intimo ed esclusivo, un unico abbraccio avvolgente nel gelo generale.
Il film vinse il Grand Prix della giuria a Cannes nel 1966, rimanendo per sempre nella storia della rassegna cinematografica per la sua fotografia e per la sua colonna sonora, l’Oscar come miglior film in lingua originale e numerosi altri premi, andando ad influenzare per sempre la narrativa dei melodrammi sentimentali , fino al 2016 quando la pellicola sudcoreana “A man and a woman” ne omaggiò la lirica del dolore in quella ricerca disperata del conforto fisico, che non ha la presunzione di superare, quanto di anestetizzare momentaneamente le sofferenze.
Lo scenario della pellicola inizia in Finlandia, in un territorio ostile e ghiacciato, ma anche estraneo e lontano ai protagonisti. Sang-min (Jeon Do-yeon di “Crash Course in Romance“) e Ki-hong (Gong Yoo di “Goblin“) sono due coreani trapiantati temporaneamente per lavoro in territorio finlandese. Nel loro isolamento in una terra dove non conoscono né la lingua né la società, fingono di vivere una normalità standard, portando a termine le proprie incombenze lavorative e mandando i figli in una scuola internazionale. Nella realtà, Sang-min, che lavora nel campo della moda, nasconde una malattia grave del figlio, chiuso nello spettro autistico, ma anche condizionato da momenti di schizofrenia che ne hanno compromesso il fisico, mentre il marito sembra ormai sempre più anaffettivo e distante, costretta a mantenere le apparenze di un matrimonio felice solo per forma. Nel frattempo, Ki-hong, che si trova in Finlandia come architetto per la costruzione di uno spazio espositivo di arte moderna, è un padre amorevole per una figlia timida e perennemente intimorita, mentre la moglie, instabile mentalmente, entra ed esce da cliniche psichiatriche, coinvolgendo la famiglia in tutte le sue manifestazioni ossessivo-depressive.
In una giornata nevosa, la scuola dei figli di Sang-min e Ki-hoong organizza una gita per gli studenti. Sang-min è riluttante e apprensiva a mandare suo figlio in gita, mentre Ki-hong è contento che la figlia possa evadere all’oppressione casalinga. I due si trovano alla fermata del bus e, per giustificare la comune apprensione, decidono di seguire per un tratto l’autobus della scuola.
Entrambi coreani in un paese straniero, iniziano immediatamente a confidarsi le preoccupazioni e i timori che li coinvolgono in quella permanenza finlandese, fino a quando, durante il viaggio, la natura ostile di quel posto ignoto dove risiedono controvoglia si fa sentire, bloccandoli per le condizioni meteo e costringendoli a rifugiarsi in una sauna. Ed è qui che la disperazione assume i connotati della ricerca spasmodica della vicinanza fisica, aggrappandosi l’uno all’altra in un unico momento che possa far dimenticare tutte le sofferenze del presente.
Dopo quella notte di passione, Sang-min abbandona Ki-hong senza neppure dirgli il nome e lascia il gelo scandinavo e quell’apparente finzione per fare ritorno in Corea. Passano diversi mesi prima che Ki-hong riesca a ritrovare Sang-min per cercare di riprendere quel dialogo che era mancato nel loro primo incontro in Finlandia.
Sang-min vuole riprendere la relazione, ma solo per la fisicità cercata spasmodicamente che le può permettere di evadere per piccoli momenti dalla vita in cui si trova incastrata, costretta sempre a lottare contro la malattia incurabile del figlio. Al contrario, Ki-hong cerca di arrivare all’anima di Sang-min, trascendendo la relazione fisica, per trovare nell’amante anche una compagna e una confidente o, meglio, per sostituire la sua immagine a quella della moglie instabile. Se Ki-hong cerca di affrontare le sue sofferenze e di superarle, pur sapendo che non potrà mai lasciare la moglie e dovrà sempre essere l’unico genitore responsabile della figlia, Sang-min si è costruita da sola un guscio da cui non vuole venire fuori, per cui il suo incontro con Ki-hong deve rimanere solo un’evasione momentanea. Mentre Ki-hong è rimasto al calore trovato nelle case di legno finlandesi e a quella parvenza di momentanea felicità, Sang.min si è portata con sé l’inverno e l’isolamento della neve, anonima nel suo urlo interiore che rifiuta di esternare, volontariamente scissa in due differenti apparenze dal suo dolore.
Ma l’inverno che li aveva fatti avvicinare è destinato a separarli, in una incomprensione che nessuna fisicità senza parole può riuscire a colmare.
Diversamente dal suo illustre antecedente francese, dove i protagonisti cercano di superare un lutto subito, i due amanti della pellicola coreana vivono all’interno di un profondo dolore che sanno di non poter superare, perché fa parte delle loro stesse vite. Nonostante il dolore non riguardi la morte di un familiare o di un coniuge, la sofferenza diventa ancora più grande se si pensa che non esiste alcuna luce di speranza o, meglio, che questa speranza viene continuamente e volutamente negata dalla percezione che non è possibile uscire dalla tristezza perdurante, perché non esiste una soluzione per migliorare le proprie vite. Quei momenti intensi vissuti insieme non sono altro che il grido di aiuto di qualcuno che rischia di annegare, ma che, al tempo stesso, non può alzare la voce, la ricerca di aggrapparsi l’uno al corpo dell’altra, una fisicità silenziosa che vuol dire presenza.
Il paesaggio iniziale costituito da neve e ghiaccio circoscrive la sofferenza da cui entrambi non riescono ad emergere, nella desolazione di un mondo esterno freddo e non comprensivo, dove la neve che cade non è un conforto, ma una rappresentazione del gelo entrato nel cuore.
La sentenza posta nella pellicola francese dal personaggio di Anouk Aimée (“E’ folle rifiutare la felicità“), è incisa nel cuore di Sang-min e Ki-hon, che sanno di essere costretti a rifiutare qualsiasi lieto fine, perché per loro non è mai stata confezionata alcuna felicità.
Laura
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