“Era quasi come una droga, tutti i giorni mentre ero in giro qualunque cosa stessi facendo, il mondo mi sembrava meraviglioso, ogni cosa aveva un senso. Tutto quello che non aveva senso prima, così all’improvviso!”
(dal film “Breaking Up – Lasciarsi”)

Titolo originale: キンパとおにぎり~恋するふたりは似ていてちがう~; Kinpa to Onigiri: Koi Suru Futari wa Nite Ite Chigau (lett. “Gimbap e Onigiri: due persone innamorate, ma diverse)
Regia: Hirokawa Hayashida, Miyuki Hatanaka, Ryota Koyama
Sceneggiatura: Lee Nawon, Yoshitatsu Yamada, Chisato Yokoo, Miyuki Hatanaka
Cast: Kang Hye-won, Eiji Akaso, Mun Ji-hu, Mai Fukagawa, Rin Kataoka, Shodai Fukuyama, Mitsuru Fukikoshi, Seo Hye-won, Bang Eun-hee
Genere: drama / romance / slice-of-life
Giappone, 2026 – j-drama, 10 episodi
Certi incontri accadono in modo del tutto inspiegabile e quasi casuale, che sembrano determinati da eventi ignoti, come voluti da un generico e irraggiungibile fato. Sono quegli incontri che già al primo sguardo si riconoscono per l’intensità e per la bellezza intrinseca che sanno apportare alla vita di ogni giorno, perché sanno dare senso a tutte le cose, illuminandole di una luce che non si sapeva nemmeno di avere, creando un mondo tutto nuovo, di conforto, ma anche di ascesa, trasformando i sentimenti in positività per il futuro, l’amore nella conquista della fiducia per se stessi e nella volontà di credere di riuscire nei propri obiettivi. Sono incontri rari, perché riescono a focalizzare la passione e a costruire un circuito bidimensionale, una ricarica di energia che sembra durare un secondo, ma che, in realtà, rimane impressa per la vita. E, forse, sono così incredibili, non tanto perché nascono dall’improvvisazione, ma perché contengono già in sé la certezza della fine e vedono la scadenza come una linea di demarcazione da non travalicare, vivendo un giorno con l’intensità di una vita.
Ad alcuni simili incontri capitano solo una volta nella vita e nei modi più diversificati: possono consistere in uno sguardo incrociato per caso e vissuto in un battito di ciglia, in una battuta scambiata in pochi secondi, in un silenzio più o meno lungo, ma carico di parole mai pronunciate. Oppure possono realizzarsi con una vera e propria vita, quasi una storyline separata dal resto della propria esistenza, a cui il pensiero, nel tempo, tornerà sempre, non per ricordare come è finita, ma come è iniziata e come ha riempito il vuoto del mondo in cui si viveva.
Come accade ai protagonisti di questo piccolo drama giapponese, “Gimbap & Onigiri“, che condividono un tempo determinato, di cui conoscono già l’ipotetica fine, sotto lo stesso cielo, senza avere in comune né la lingua, né la cultura, né il medesimo contesto sociale, eppure decidono di afferrarlo e di trovarvi al suo interno tutta quella luce di cui le loro vite avevano bisogno lungo il percorso.
Park Rin (Kang Hye-won di “Boyhood“) è una ragazza coreana che ha sempre sognato studiare per diventare animatrice in Giappone sin da piccola, ma, una volta che si trova lì, pur in possesso della sua laurea in arte e della sua borsa di studio per il dottorato si trova sperduta in un ambiente che vuole fortemente fare suo, ma che si rifiuta di accoglierla. Mentre studia nuovi progetti e rincorre un apprezzamento che sembra non arrivare mai, esausta dal mondo concorrenziale in cui si è ritrovata e affaticata dal carico emotivo di essere sola e di non sentirsi all’altezza dei suoi colleghi, riceve improvvisamente una notifica di sfratto dal dormitorio in cui vive, a causa di restrizioni e di mancanza di copertura da parte della sua borsa di studio. Il fatto è che, senza un posto dove stare, può perdere il diritto al permesso di soggiorno per studi in Giappone, abbandonando, così, per sempre il suo dottorato e i suoi sogni per il futuro.
Umiliata per la situazione che si è venuta a creare e incapace di trovare una soluzione, si lascia andare alla disperazione, abbandonandosi su una panca vuota e lanciando il foglio della notifica di sfratto contro la saracinesca apparentemente chiusa di un ristorante. Ed è così che incontra causalmente Taiga Hasegawa (Eiji Akaso di “Ishiko e Haneo“), un ragazzo giapponese timido e riservato, che lavora fino a tardi come sous-chef nel ristorante davanti a cui si trova Park Rin. Vista la confusione della ragazza, imbarazzata per la brutta figura, ma anche le lacrime versate per la frustrazione, Taiga la invita nel ristorante per offrirle un piatto di onigiri che le possano ridare il sorriso. Nonostante Park Rin abbia già mangiato tante volte quei triangolini di riso, quella sera gli onigiri di Taiga assumono per lei un sapore diverso, quello della lacrime asciugate, del conforto ritrovato dopo tempo, della solitudine in un Paese straniero riempita da un sorriso sincera e dei ricordi dell’infanzia, di quando ogni cosa sembrava certa e la madre preparava i rotolini di gimbap come pranzo al sacco per la scuola. Sono solo pochi minuti, eppure Park Rin si sente per un attimo a casa e, nonostante il silenzio apparente di Taiga, inizia a narrargli tutte le sue preoccupazioni e le sue fatiche attuali.
“Tendo ad apprezzare la felicità che arriva dalle piccole cose” .
Ed è così che, per caso, i loro sguardi si incrociano e, nonostante sappiano che tutto può essere effimero e determinato e che il loro tempo è destinato a scadere prima ancora di iniziare, capiscono che possono comprendere, con una lingua che va al di là del giapponese e del coreano e che forse risiede in quei ricordi misti tra gimbap e onigiri.
Anche Taiga, infatti, è profondamente infelice: destinato ad una carriera da atleta, lo sport gli ha chiuso tutte le sue porte, marchiandolo come perdente e inadeguato e gettandolo in un baratro di sconforto, da cui nessuno riesce a tirarlo fuori. Perso il suo futuro sportivo all’università, considerato un atleta fallito e ostracizzato da amici e familiari, lo stesso Taiga si è ostracizzato dalla vita, autocondannandosi ad un esilio di esclusione e di isolamento, lavorando come aiutante per un ristorante tradizionale piccolo e quasi introvabile, dove poter passare le giornate da solo, accompagnato solo dal rumore del bollore delle pentole in cucina.
“La tradizione è importante, ma il sapore è universale. Se ha il sapore dell’amore, cosa importa quale sia il paese d’origine?”
La Tokyo di Park Rin e di Taiga è un pianeta pieno di luce e di rumore, dove i ragazzi cercano solo spazi inosservati di ombra e di silenzio in cui poter trovare il proprio io, che le aspettative di una società competitiva e frenetica ha totalmente schiacciato.
Nasce, così, un’amicizia, che, lentamente, si trasforma in amore e che, col tempo, diventa un’alleanza, una reciproca fiducia, una complicità comune per comprendere il mondo e cercare strategie per andare avanti, pur bruciando anche con tutte le incomprensioni che la diversità linguistica e culturale può portare, con le gelosie, le rabbie, le frustrazioni delle parole che non si ha il coraggio di dire o di quelle pronunciate con un suono di voce diverso rispetto ai pensieri e che fanno male come lame taglienti. Eppure, in questa strana e arruffata storia d’amore, nella timidezza estrema di Taiga e della passionalità irosa di Park Rin, i due ragazzi crescono e capiscono che per affrontare il mondo devono anzitutto affrontare le proprie paure, nascoste nell’angoscia e nel senso di inferiorità a cui si sono condannati ad un certo punto della loro vita. Comprendono che non c’è nulla di male a sognare e ad aspirare di migliorare se stessi, nemmeno se tutto ciò può mettere contro le proprie famiglie e i propri amici, che il dialogo è la via migliore data agli esseri umani per spiegarsi e che in ognuno c’è una scintilla di genialità che può brillare solo grazie al duro lavoro di tutti i giorni, ma che nessuno deve mai spegnere.
“Gimbap & Onigiri” non è la classica rom-com a cui si può pensare, né un drama di tematica “foodie”, visto che il cibo serve solo per interiorizzare emozioni e ricordi, senza mai diventare protagonista assoluto dell’esternalizzazione dei propri sentimenti e delle comunicazioni. Scritto da un parterre di sceneggiatori giapponesi e coreani, sicuramente, è un drama del filone “cross-culture”, anche se in un modo differente rispetto ad altri prodotti simili che si concentrano più sull’aspetto linguistico: pur non essendo quasi mai percepita l’incomprensione linguistica, visto che Park Rin parla giapponese come una madrelingua, la differenza culturale risiede principalmente nelle abitudini, nelle percezioni e nella comunicazione non verbale tra i protagonisti (l’apparente freddezza di Taiga, la continua ricerca di attenzione di Park Rin, ma anche la diversità degli approcci con le proprie famiglie di origine).
Tuttavia, dopo la prima parte che sembra più concentrata sulle incomprensioni e la volontà reciproca di superarle, la seconda parte del drama assume un’accezione ancora più realistica, da cinema indipendente: i due protagonisti hanno trovato un loro equilibrio di coppia e, piano piano, stanno trovando anche un equilibrio personale sulle proprie vite proprio basandosi sull’accettazione della natura effimera della loro relazione. Crescono, sapendo le fragilità della loro unione, e, proprio in questo, riescono a superarle e a superarsi, creando un supporto reciproco raro in una coppia giovane: si rendono conto che esistono, in quanto coppia, perché solo l’uno il conforto dell’altra, ma soprattutto perché sono gli unici a credere reciprocamente nelle proprie capacità. Park Rin supporta il desiderio di Taiga di rimettersi in gioco e di ricominciare a studiare come nutrizionista sportivo, facendo tesoro del suo passato atletico e della sua esperienza culinaria, così come Taiga non fa mai mancare il suo supporto per qualsiasi progetto abbia in mente Park Rin, senza sconfortarsi nemmeno quando il progetto può portarla lontano. Si amano così tanto da augurarsi il meglio l’uno per l’altra, senza invidia e senza possesso, comprendendo che, se per qualcuno la coppia è la forma ultima di realizzazione, per loro è un passaggio per arrivare a se stessi.
La modernità di questo drama sta proprio nell’attualità delle sue problematiche e nel riuscire a trasformarsi, col tempo, da una semplice storia d’amore ad un romanzo di formazione adulto e maturo. Intorno ai due protagonisti, girano altri personaggi di cui gli sceneggiatori riescono a mettere abilmente in risalto le vite e le problematiche con minime e stilizzate pennellate, come micro racconti all’interno di un più grande e complessa commedia umana. Tra i personaggi, occorre fare menzione a Shigeo Taguchi (Mitsuru Fukikoshi di “The Journalist“), il proprietario del ristorante in cui lavora Taiga, un uomo di mezza età silenzioso e perspicace, l’unico a conoscere per davvero i timori del suo assistente e a capire le emozioni di tutti coloro che frequentano il suo ristorante, come se fossero gli ingredienti di una sua zuppa; Kang Jun-ho (Mun Ji-hu di “My Man is Cupid“), coreano trapiantato in Giappone per motivi di lavoro e senior ai tempi dell’università di Park Rin, di cui è segretamente e silenziosamente innamorato, un second lead di cui si ama sin da subito la comprensione della sconfitta; Masumi Miyauchi (Mai Fukagawa di “The Parades“), l’ex fidanzata di Taiga, che vive i rimorsi di un passato su cui ha agito senza riflettere; Noa Somejima (Rin Kataoka di “We Are Worse At Love Than Pandas“), frequentatrice del ristorante in cui lavora Taiga, incastrata in una relazione tossica, ma con l’aspirazione di girare il mondo; Akinori Oba (Shodai Fukuyama di “Acma: Game“), il fidanzato ipersensibile e con la malattia del gioco d’azzardo di Noa.
Infine, il drama possiede una colonna sonora che già da sola vale il recupero, composta dalla musicista e cantautrice sudcoreana Jeon Jin-hee, che riesce a fondere tonalità blues e jazz alla melodia da piano, intimista e malinconica come in connessione con l’animo dei protagonisti.
“Niente è per sempre, per questo voglio che tu sia il mio niente” — Frida Kahlo
Laura
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