Che cos’è la tirannia? In alcune situazioni la tirannia può essere giustificata? La politica e il buon governo possono evitare il potere assoluto di una sola persona o di pochi? Tutte queste domande che si sovraffollano nella nostra mente mentre guardiamo questo drama, fanno sì che “Bloody Heart” sia uno dei migliori storici degli ultimi anni.
Titolo originale: 붉은 단심; Bulg-eun dansim (lett. “Cuore rosso”)
Regia: Yoo Young-eun
Sceneggiatura: Park Pil-joo
Cast: Lee Joon, Kang Han-na, Jang Hyuk, Park Ji-yeon, Heo Sung-tae, Choi Ri, Yoon Seo-ah, Ha Do-kwon, Lee Tae-ri, Park Ji-ah, Cha Soon-bae
Genere: drama / storico / politico
Corea del Sud, k-drama – 2022
Quasi mai un sorriso, una scena ironica o una battuta, si tratta un drama realistico, serio, intransigente in ogni sua tematica, dalla trama ai personaggi che per molti aspetti mi hanno ricordato alcuni dei personaggi shakespeariani più drammatici, fanno seguito una fotografia e dei costumi davvero meravigliosi e una colonna sonora che accompagna le scene in modo impeccabile, insomma, siamo di fronte ad una serie da dieci e lode.
“Bloody Heart” non è solo una serie storica, ma principalmente è una serie politica, una vera e propria scuola di politica e ne siamo consapevoli già dal primissimo episodio, non facile che, però, ci lascia incuriositi e, più va avanti, più le dinamiche, magistralmente tratteggiate e intessute in un ordito di intrighi e congiure, ci immergono in una dimensione dove l’equilibrio tra cuore e ragione, tra giusto e sbagliato, tra vendetta per il passato e speranza per il futuro, vacilla a causa delle decisioni e delle scelte intraprese dai personaggi. Le scelte e le azioni compromettono l’andamento della storia e la vita delle persone, comportando conseguenze opposte.
Ambientato in un immaginario tardo periodo Joseon, Lee Tae, un incredibile Lee Joon (“The Silent Sea”, “Bulgasal”) è un re succeduto al padre che crede che ogni azione sia giustificabile ai fini di un obiettivo soprattutto motivato dalla vendetta nei confronti di chi ha contribuito al dramma della sua famiglia e a determinati risvolti che hanno cambiato il destino di persone a lui care. Lee Tae è deciso a governare come un monarca assoluto e a rafforzare l’autorità reale, per questo è contrapposto dal primo ministro di sinistra Park Kye-won, il talentuoso Jang Hyuk (“Fated to Love You”, “Wok of Love”). Il ministro Park è carismatico, intelligente, scaltro ed è un abile politico capace di convogliare a sé ministri e studiosi poiché, testimone in precedenza della tirannia di un re, era riuscito a capo di un’organizzazione a sconfiggere e a detronizzare il sovrano, il suo obiettivo è infatti quello di “creare un re saggio”, è lui il vero “king maker” della storia e fa di tutto per evitare e sconfiggere autoritarismo e tirannia.
“Il potere conferito ad una persona inadatta non fa altro che far cadere la tirannia sopra di noi”, questa è una delle massime del ministro Park.
Inizia così il conflitto con il giovane re Lee Tae che sente le insidie del primo ministro tali da soffocare il suo operato appena cominciato, si sente oppresso e cerca costantemente l’alleanza di poche persone di fiducia, spesso, però, mostra un’indole suscettibile, ombrosa e diffidente. A mio parere è stato bravissimo Lee Joon a mostrare questi aspetti del carattere del personaggio, tra sguardi ai limiti dell’ira o stanchezza e senso di abbandono mostrati dalle perenni occhiaie e gestualità, così come anche la sua postura quasi mai dritta, nonostante gli abiti regali ed elegantissimi che indossa. Un re solo, che non dorme mai, sempre in preda a paure, tormenti e visioni e che cerca un rifugio e lo trova in Yoo Jung, una meravigliosa Kang Han-na (“Designated Survivor – 60 days”, “Just Between Lovers”), donna intelligente, colta, la cui famiglia vicina ai Sarim, intellettuali e studiosi neo-confuciani, è stata giustiziata anni prima per via delle scelte e delle azioni del sovrano precedente, padre di Lee Tae. L’intelligenza della giovane era stata già riconosciuta dai suoi genitori fin dai primi anni di vita:
“Sarebbe diventata facilmente un ministro se fosse nata maschio, tuttavia meglio che sia nata femmina”, così si esprime il padre nel descrivere la figlia ad altri studiosi suoi amici.
La famiglia di Yoo Jung è stata vittima di ingiustizia e la ragazza è l’unica superstite, salvata dallo stesso Lee Tae per il quale prova affetto ed è questo uno dei motivi per cui Lee Tae sentendo, invece, questa colpa di famiglia addosso, causata dalle scelte del suo predecessore, crede che l’autorità reale possa evitare alcuni errori. Le strade di Lee Tae e Yoo Jung si incrociano nuovamente per una serie di cause intenzionali non dei due protagonisti, ma dettate dalla storia e dalla politica e lo stesso giovane re cerca, invano, di non introdurre la ragazza negli affari e nelle scelte della politica di palazzo, la sua stima e la sua fiducia in Yoo Jung sono infinite, il suo amore per lei lo fa ridiscutere continuamente sulle sue scelte e riconoscere i suoi limiti:“Per un essere umano incapace come me, essere innamorato è un lusso”.
Così come riconosce l’intelligenza e la saggezza della ragazza:“Una donna che vede e sa le cose che io trascuro”.
Yoo Jung è, però, uno spirito libero, cresciuta in un ambiente intellettuale che non tradirebbe mai i suoi ideali e i suoi principi e il suo senso di libertà e di giustizia non possono venir meno neanche a confronto con l’affetto provato per il sovrano di cui diventa consorte, ma che è la prima ad essergli antagonista nel momento in cui lo vede cedere alla tentazione di tirannia.
Ho apprezzato della sceneggiatura la capacità di tratteggiare dei personaggi unici, potenti, dai principali ai secondari, senza mai sbavature o cliché, si tratta di interpretazioni magistrali dove tutti sono protagonisti e antagonisti, non esistono personaggi totalmente positivi (ognuno di loro presenta un lato oscuro) o totalmente negativi, anzi, per ognuno di loro, durante la visione, sono riuscita a comprendere le azioni e i ragionamenti. Il ministro Park con la sua fermezza e seriosità in lotta contro la tirannide che minaccia il governo; la fedeltà di Yoo Jung ai suoi ideali; la fragilità dell’io del giovane sovrano nella continua ricerca di un suo modo di vedere il mondo; la Regina vedova ( Park Ji-yeon, “Life”), provata dalle scelte che altri hanno compiuto nella sua vita, non padrona nemmeno dei suoi sentimenti nei confronti del ministro Park, si muove anche lei verso decisioni che portano a drammatiche conseguenze; l’eunuco Jung Ui-Kyun (Ha Do-kwon) grato alla famiglia del re, consiglia il giovane sovrano anche a prendere delle risoluzioni estreme; lo sciamano fedele ai principi di chi lo ha cresciuto, si perde in un gioco più pericoloso di lui; la dolcissima serva Ddong-geum ( Yoon Seo-A, “Soundtrack#1”), per la quale ho versato tante lacrime e così molti altri personaggi.
Con la raffinatezza e il fascino di un prezioso arazzo, la storia di “Bloody Heart” ci trasmette emozioni e colpi di scena fino all’ultimo episodio e ci lascia con delle parole dalla saggezza universale:
“Si dice che debba esserci una spada appesa sopra la testa per sentire tutto il peso del trono”.
“Certi ricordi non si cicatrizzano mai. Invece di sbiadire con il passare del tempo, diventano gli unici a resistere quando tutto il resto si logora. Il mondo si fa buio, come lampadine che si spengono una dopo l’altra”.
(Han Kang, “Atti umani”)
Ogni lingua ha espressioni e termini intraducibili, ultimo residuo di un antico linguaggio dei sentimenti che racchiudeva in una sola parola un intero concetto che scava nella cultura di un popolo e, al tempo stesso, ne spiega l’animo in connessione con le sue trasformazioni e i condizionamenti a cui è stato soggetto nel tempo e nello spazio, creando quasi una toponomastica emotiva collettiva.
Se dovessimo trovare una parola che, forse più di tutte, riesce a rendere l’animo del popolo coreano, questa sarebbe sicuramente “han” (in hangul 한; in hanja 恨), un termine intraducibile, piccolo e maestoso, che può essere riassunto come il “peso del cuore”, ovvero sentimento profondo e composito, soggetto a diverse interpretazioni, spesso variabili durante la storia, ma che si trova sempre insito all’interno dell’animo del popolo coreano, in qualche modo il riassunto delle percezioni emotive a cui la stessa popolazione è stata sottoposta dalla storia nei secoli.
L’han ha in sé l’importanza della storia e, quindi, il carico di dolore e di tristezza che la storia ha costruito per il popolo coreano, spesso producendo una sofferenza collettiva, come una memoria comune insita già nelle emozioni latenti di ogni coreano. Eppure, proprio in questa tristezza, emerge anche la speranza, la resilienza, la solidarietà e l’empatia umana che fanno da contraltare alle emozioni negative e deprimenti racchiuse nell’han e, al tempo stesso, il rancore, la collera, il desiderio di cieca giustizia, derivante dal rimpianto e dal risentimento, che travalica il confine della vendetta per ristabilire quell’armonia perduta nell’oppressione dell’han. Si tratta di un complicato e sinergico conglomerato emotivo in continuo movimento, come una vecchia cantilena mormorata e appresa a memoria per essere tramandata per generazioni.
Tutta la cultura coreana moderna, a partire dal pansori e dal teatro tradizionale del XX secolo (di cui abbiamo parlato qui), sembra avere tracce del concetto di han, facendo emergere il dolore e la sofferenza continui del popolo coreano, oppresso dalle occupazioni e dalle invasioni da parte delle nazioni confinanti, da decenni di colonialismo serrato a far perdere l’identità, caratterizzato da diaspore continue, emigrazioni e divisioni territoriali e familiari, schiacciato da sistemi autoritari che ne hanno negato i diritti e le libertà. La storia coreana è così intrisa di un dolore condiviso, che è sofferenza, resilienza e speranza in un futuro migliore, da comunicare a qualsiasi espressione culturale il senso dell’han.
Così, se i libri di Han Kang scavano negli episodi dolorosi del recente passato coreano e in quel concetto di han rimasto chiaro come una ferita sofferta da tanti cittadini che hanno perso la vita nel periodo autoritario, Hwang Sok-yong, autore de “L’ospite”, ha fatto emergere il concetto di han nella scissione forzata del popolo e del territorio coreano durante la Guerra di Corea, mentre, ogni anno, le commemorazioni del movimento per l’indipendenza coreana fanno riemergere il concetto di han nelle opere poetiche, negli scritti e nelle testimonianze di coloro che sono morti nelle carceri giapponesi durante il periodo del colonialismo.
Ma il concetto di han non si ferma solo alla trasmissione del grido silenzioso di dolore attraverso le generazioni, perché nei prodotti cinematografici e televisivi coreani, l’han è diventato ormai un’integrazione necessaria dei personaggi stessi, tutti condividendo un medesimo trauma collettivo e, quindi, portati ad agire in un determinato modo per riequilibrare il dolore passato con un presente carico di risentimento collerico e angosciato, destinato a scattare e a svolgere le sue conseguenze dopo un determinato evento. Ed è così che l’han, da sofferenza storica e resilienza delle generazioni passate, passa ad integrarsi in un’etica della vendetta, che mischia il concetto confuciano di giustizia come tentativo di armonizzare la società alla rabbia repressa e all’oppressione degli innumerevoli torti subiti nel passato.
Il personaggio di Oh Dae-su, protagonista del celebre film “Old Boy” di Park Chan-wook e interpretato da Choi Min-shik, è in sé l’incarnazione dell’han più cieco e furioso, che scatta nel popolo coreano dopo tante silenziose sofferenze e, carico di risentimento, cerca riscatto con una legge del taglione primordiale che, se non ristabilisce l’armonia della società e l’equilibrio della giustizia, restaura la pace perduta delle emozioni con la spietatezza delle azioni.
Allo stesso modo, Moon Dong-eun, protagonista del drama “The Glory” e magistralmente interpretata da Song Hye-kyo, diventa quello spirito di vendetta forgiato dall’han, che si carica di tutte le emozioni negative del rancore per dirigerle verso una fredda e calcolata vendetta, concretizzando in pieno un antico proverbio coreano che lega l’han alla femminilità (yeohan, 여한), attraverso un rancore che trascende da qualsiasi cosa.
“Il gelo può cadere anche a maggio e giugno, se una donna porta rancore (han)”
(여자가 한을 품으면 오뉴월에도 서리가 내린다).
Gli esempi non finiscono qui, perché coloro che amano la cultura coreana possono riuscire a trovare il concetto di han almeno in un personaggio per ogni k-drama/film, per non parlare della letteratura e della narrativa moderna, particolarmente incentrata sulla trattazione delle emozioni e, quindi, impegnata nella ricerca di quel nucleo condiviso da parte della memoria emotiva coreana. Si veda, ad esempio, il romanzo cult “Almond” di Sohn Won-pyung (di cui abbiamo parlato qui) o il recente “Il banco dei pegni del tempo passato” di Ko Soo-yoo, che descrivel’han come connesso alla forza dell’introspezione.
Tuttavia, se, da una parte, l’han costituisce quasi un DNA emotivo del popolo coreano, dall’altra parte sono numerosi coloro che ne contestano l’autenticità della sua identità, connettendolo ad una ricostruzione anacronistica avvenuta durante il periodo coloniale, per cui il concetto di han sarebbe un’esplicazione della cosiddetta “bellezza del dolore” ravvisata dal critico e letterato giapponese Yanagi Soetsu nell’analizzare l’arte coreana. Influenzato dai fatti accaduti in Corea nel marzo 1919 e dalle violente repressioni da parte dell’esercito giapponese, Yanagi scrisse un lungo articolo nel 1920 per esprimere la sua solidarietà e la sua simpatia nei confronti della cultura artistica coreana, di cui apprezzava, in particolare, quel fondo di tristezza e di malinconia nascosto all’interno delle sue opere, come un pianto silenzioso, che portava chiunque venisse a contatto con quella forte carica emotiva generazionale. Questa caratterizzazione dell’arte coreana fu usata dal regime giapponese come un demerito o, meglio, quasi come uno stigma per connaturare il regresso della Corea anche a causa di cattivi governi autoctoni e di una storia propria che aveva creato solo dolore nella popolazione e a cui il colonialismo giapponese tentava di porre un freno.
Concetti e termini, però, seguono percorsi propri che nessun regime può controllare e, così, da termine antico e ancestrale, caricato, probabilmente più del dovuto, di quella sofferenza che doveva costituirne un’impronta peculiare, ma che subì una ricostruzione colonialista, l’han si potenziò per conto proprio, accogliendo tutte le voci silenziose delle sofferenze del popolo coreano nel XX secolo, fino a travalicare i confini all’interno delle comunità coreane emigrate negli Stati Uniti.
Elaine H. Kim, letterata, scrittrice e professoressa emerita dell’Università della California, intervenendo a proposito degli scontri verificatisi a Los Angeles nel 1992 tra la comunità afro-americana, quella coreano-americana e le forze dell’ordine, ricorse nuovamente al concetto di han, questa volta in una versione decolonizzata, eppure ancora più carica del risentimento per i torti subiti nei secoli. Perché, alla fine, casa propria era dove risuonava forte quel complesso emotivo dell’han.
Per un ulteriore approfondimento, si veda: Elaine H. Kim, “Home Is Where the Han Is. A Korean American Perspective on the Los Angeles Upheavals”, in “Social Justice”, 20 (1/2, 51-52), 1993: 1-21; Kim Yol-kyu, “Uncovering the Codes: Fifteen Keywords in Korean Culture”, Jain Publishing: 2005;
“Ciò di cui hai bisogno è di una punizione. Una punizione legale se Dio è dalla tua parte, una punizione divina se Dio è dalla mia parte”
Titolo originale: 더 글로리, The Glory
Regia: Ahn Gil-ho
Sceneggiatura: Kim Eun-sook
Cast: Song Hye-kyo, Lee Do-hyun, Lim Ji-yeon, Yeom Hye-ran, Park Sung-hoon, Jung Sun-il, Jung Ji-so, Shin Ye-eun, Cha Joo-young, Kim Hieora, Kim Gun-woo, Lee Hae-young, Park Ji-a
Genere: drama /revenge /dark melo /psychological thriller
Corea del Sud, k-drama, 2022/2023
L’opaca vita trascorsa nell’oscurità, la divina tensione verso una luminosa vendetta. Lo sguardo triste eppure ferreo, il sorriso freddo e forzato. Quel Memento Mori tatuato sulla pelle, come le cicatrici perenni della protagonista. L’iscrizione dantesca che apre il suo Inferno, “Lasciate ogni speranza speranza voi ch’entrate“, che ci introduce nelle “malebolge” dove il pentimento è un lusso che non viene mai concesso e le punizioni sono terribili nella loro gloriosa inumanità, con un’applicazione perfetta della legge del contrappasso (“Occhio per occhio. Dente per dente. Osso per osso. Chiunque ferisca qualcun altro deve essere punito con la stessa pena. Non lo so, ma quest’idea mi piace” declama la protagonista quando enuncia la sua teoria della vendetta). Non c’è misericordia, né gloria per l’umanità che ha perso la luce e si oscurata da sola nelle tenebre, non c’è compassione per chi ha sbagliato, né può essere concesso un perdono che, del resto, non viene nemmeno ricercato: è una lenta e tortuosa strada che scende verso l’abisso della perdizione e che, al tempo stesso, ascende verso la sinistra luce della gloria, in una mistica della dannazione consapevole che diventa logica e tattica: “Sai cos’è il bello di non avere una religione? Il fatto che sai dove finirai quando sarai morto. All’inferno! […] Ho brindato alla mia eventuale corruzione e alla tua eventuale perdizione“, afferma la protagonista in faccia alla sua eterna nemica che l’ha condizionata, con la sua malvagità e i suoi atti commessi durante l’adolescenza, per tutta la vita.
Un frammento di vita può distruggere tutta l’esistenza, un momento di violenza può dannare completamente l’anima?“The Glory” è un viaggio in un’anima ferita e distrutta, compromessa e martoriata da un evento passato che ha determinato la formazione della personalità della protagonista e il suo corpo segnato dalle cicatrici dei maltrattamenti e delle violenze subite da giovane non è altro che la raffigurazione delle ferite che gravano nel suo intimo e che hanno cambiato per sempre la sua vita.
Signore e signori, siamo di fronte ad uno di quei rari prodotti che possono essere definiti un capolavoro, perfetto in ogni suo minimo dettaglio, dallo script di Kim Eun-sook (meravigliosa autrice delle sceneggiature di Goblin, The King – Eternal Monarch e Descendants of the Sun), alla regia asciutta – quasi eastwoodiana – di Ahn Gil-ho (quel genio registico di Memories of the Alhambra e di Happiness), al chiaroscuro fiammingo della luce e della fotografia, alle allegorie disseminate ovunque. Per non parlare dell’interpretazione perfetta e sopra qualsiasi livello medio da parte di tutti gli attori: Song Hye-kyo (Descendants of the Sun, Encounter, Now We Are Breaking Up), probabilmente nel ruolo della vita per eccellenza, un corpo fatto solo di nervi e ferite, che, quasi senza trucco, indossa fieramente le sue rughe di espressione; Lee Do-hyun (Sweet Home, Melancholia, 18 Again, Youth of May), intelligente, determinato e fragile, calorosamente sorridente nel suo freddo calcolo; Lim Ji-yeon (Money Heist Korea – II parte), perfida e mefistofelica villain con tacchi verde veleno; Yeom Hye-ran (Chocolate, When the Camellia Blooms, Alchemy of Souls), sofferente e imperiosa nel suo perenne martirio fisico e interiore; Jung Sung-il (Bad and Crazy, Our Blues), autorevole nella sua dignità ferita; Park Sung-hoon (Jelously Incarnate, Rich Man, Squid Game 2 e 3), una belva fuori dalla gabbia; Kim Hieora (Bad and Crazy, Beyond Evil), nella sua mistica di perdizione; Cha Joo-young (Again My Life, Wok of Love) e Kim Gun-woo (Fight for My Way, Record of Youth) nell’atroce e gregaria mancanza di personalità dai risvolti conclusivi.
I simbolismi e le allegorie non sono solo disseminati ovunque per tutto il drama, ma sono presenti a grandi dosi nelle locandine che hanno annunciato le due parti, in cui è stata divisa la storia (e, pertanto, seguiremo la medesima divisione anche per la recensione presente).
PARTE PRIMA
La protagonista, con un lungo e lugubre abito nero (peraltro mai indossato durante il drama), che la copre come un drappeggio, siede da sola sotto un albero (l’albero della vita o meglio l’albero del bene e del male). Appesi ai rami una serie di oggetti, come indizi disseminati per comprendere i misteri presenti all’interno del drama: le iconiche scarpe col tacco di colore verde della nemica, dello stesso colore dell’invidia e del veleno; le sneackers da ginnastica che appartengono ad un passato criminale; la piastra rossa con cui la protagonista veniva torturata; un bisturi medico, possibile arma del suo boia; un orologio d’oro, come quello che il suo ex preside aveva ricevuto in regalo per espellerla; una matita blu del suo antico sogno di diventare architetto; una borsa shopping blu… In alto, un sole e una luna stilizzati, a simboleggiare i due opposti, che sembrano cuciti in una trama a metà tra l’arazzo e la tela dipinta ad olio. In basso, accanto alla protagonista che quasi incrocia le sue braccia in segno di chiusura, il gioco del Go, gli scacchi cinesi, che diventerà importante per la realizzazione del suo piano di vendetta. Tutti intorno sui rami dell’albero, fioriscono delle ipomoree, pianta rampicante anche nota come campanula o campanella o Morning Glory (gloria del mattino), perché i suoi fiori sbocciano di notte e inebriano del loro odore le primissime ore del mattino. Il colore bianco, con tocchi di rosato, a simboleggiare la purezza dell’animo ferito.
Moon Dong-eun (Jung Ji-so di Parasite) è una ragazza povera, con una famiglia inesistente, ma con il sogno di realizzarsi grazie agli studi. La sua apparente fragilità nei confronti dei compagni di scuola ricchi e violenti la rende la vittima perfetta per il loro bullismo. In particolare, se la prende con lei la banda di bulli capitanata da Park Yeom-jin (Shin Ye-eun di Meow – Ragazzo Speciale e Jeong-nyeon: The Star is Born), che la sottopongono ad una serie di abusi e di sevizie, bruciature con piastra compresa. Quando Dong-eun ha il coraggio di ribellarsi e di denunciare i fatti, insegnanti e personale scolastico la ignorano, mentre sua madre (interpretata da un’agghiacciante e bravissima Park Ji-a, attrice che proviene dal cinema d’autore di Kim Ki-duk e che raramente sceglie ruoli televisivi) accetta di buon grado dei soldi per far ritirare da scuola la figlia minorenne a causa di “incompatibilità ambientale”. Dong-eun si allontana dalla madre e giura che concentrerà la sua vita solo sulla sua vendetta nei confronti di chi l’ha fatta soffrire: “Non progetto di diventare una persona migliore. Divento una persona peggiore giorno dopo giorno“.
Diventata adulta (e interpretata da Song Hye-kyo), dopo anni di privazioni e di lavori umili, riesce a diplomarsi e ad andare all’università per diventare insegnante elementare, ma s’imbatte casualmente in Joo Yeo-jeong (Lee Do-hyun), giovane studente di medicina ed erede di un’enorme fondazione ospedaliera, ma con problemi di adattamento e di depressione, dovuti a segreti sofferti di un passato violento. Yeo-jeong insegna a Dong-eun il gioco del Go, ovvero la strategia e la pianificazione, che la aiuteranno nel tempo a progettare la sua vendetta.
Anni dopo, infatti, Dong-eun fa una serie di scelte oculate per avvicinarsi ai suoi ex carnefici, destinati a diventare le sue vittime: si trasferisce nella stessa città, ottiene un posto di insegnante nella scuola della figlia di Park Yeom-jin (ora interpretata da Lim Ji-yeon) e finisce per giocare a Go con suo marito, Ha Do-yeon (Jung Sung-il). Ma, soprattutto, diventa un incubo per tutti i suoi ex compagni di scuola: il ricco e prepotente Jeon Jae-joon (Park Sung-hoon), lo spacciatore Kim Gun-woo (Son Myeong-oh), l’hostess Choi Ye-jeong (Cha Joo-young), l’artista Lee Sa-ra (Kim Hieora). Nel suo piano, trova un’imprevedibile assistente, Kang Hyun-nam (Yeom Hye-ran), una domestica che subisce maltrattamenti da parte del marito e che ha deciso di dare un futuro migliore alla figlia grazie all’aiuto di questa misteriosa signora quasi vicina di casa: è lei che raccoglie materialmente tutte le informazioni di cui Dong-eun ha bisogno per invischiare nella sua trama di ricatti e di minacce i suoi nemici e per metterli, lentamente, gli uni contro gli altri. Hyun-nam, però, non è l’unico aiuto inaspettato che arriva dal cielo a Dong-eun. Sulla strada, ricompare di nuovo Joo Yeo-jeong, ora chirurgo estetico con una carriera ben avviata, che, nonostante sia stato abbandonato anni prima senza spiegazioni, le offre il suo supporto e la sua amicizia: “Non ho bisogno di un principe, ma di un boia che danzi con la spada insieme a me“, gli dice Dong-eun quasi per allontanarlo; “Sarò il tuo esecutore sotto il tuo comando reale. Ti mostrerò la mia danza selvaggia con la spada“, le risponde Yeo-jeong, mettendosi al suo servizio come un vassallo con un signore feudale.
PARTE II
Inferno dantesco come se fosse ritratto da un’acquaforte di Doré: la selva infernale in cui si smarrisce Dante ricopre tutta la parte destra della locandina, dove si infittisce la vegetazione, mentre sul fondo si intravedono un lago (l’Acheronte?) e una montagna (il Purgatorio che simboleggia il raggiungimento della salvezza?). Una luce da taglio che proviene dall’alto da sinistra sembra il giudizio divino che illumina appena i volti dei protagonisti. I personaggi sono quasi tutti ritratti in gruppi da due (forse per come si incroceranno i loro destini nel momento più estremo?), tranne Kang Hyun-nam, che è da sola in mezzo al folto dell’oscurità con le palme, simbolo del suo martirio continuo, che cingono la sua figura. Solo i tre esecutori della vendetta sono vestiti di chiaro (che diventa bianco per la protagonista, al contrario del nero della prima locandina). Gli sguardi di Hyun-nam e Yeo-jeong sono rivolti verso Dong-eun, che guarda fissa davanti a sé. Jae-joon e Gun-woo sbucano dal buio della selva come le belve che Dante incontra prima di imbattersi in Virgilio (tra l’altro, Jae-joon veste uno spolverino di pelle, mentre la giacca maculata di Gun-woo sembra ricordare il vello della lonza dantesca). Sa-ra e Ye-jeong, pur essendo vicine e vestite del medesimo blu, non si guardano nemmeno (prefigurazione di un’inimicizia tra i vecchi carnefici che si profilerà sempre di più con l’avanzare degli episodi), ma una tiene una mano sulla spalla dell’altra (influenza sul reciproco destino). Yeom-jin, unica vestita di un pallido arancione con un abito lungo, un colore associato alla nobiltà e alla regalità in Oriente, guarda frontalmente come Dong-eun, ma cerca il conforto della mano del marito Do-yeon, che sembra, però, sfuggirle, unico a vestire di nero e ad osservare con sguardo severo, come il giudice Minosse quando seleziona le anime per l’Inferno. In fondo, arrampicato sul tronco di un albero, un serpente come diabolico tentatore dell’Eden (serpente che farà la sua reale apparizione in una delle scene più forti e più inquietanti della seconda parte). I fiori Morning Glory sono disseminati ovunque, in macchie chiarissime di colore che vanno dal bianco all’azzurro pallido.
“From now on, every single day will be a nightmare. They’ll be provocative and terrifying. You can’t stop me or make me disappear. I’m planning on becoming a very old rumor of yours”.
Ovvero: è iniziata la reale vendetta di Dong-eun, fredda, spietata, contorta, eppure così razionale e logica, implacabile nel non sporcarsi mai le mani del sangue nemico, ma nel prevedere sempre e costantemente le mosse altrui. Come un generale in battaglia, Dong-eun mette in atto i precetti di Sun Tzu e agisce contro i suoi avversari non tanto distruggendoli direttamente, ma portandoli all’autodistruzione e/o alla reciproca distruzione. E qui non posso rivelare altro, perché qualsiasi narrazione sarebbe spoiler e perché The Glory è un drama che va visto e divorato, episodio dopo episodio, con una tensione quasi inebriante. L’unico spoiler che posso fornire è l’immagine seguente (da capire solo dopo la visione):
Ma che cos’è, dunque, la Gloria? E, soprattutto, esiste veramente una Gloria? Una riflessione viene fornita dal personaggio di Park Sang-im (interpretata da Kim Jung-young, già vista in One Spring Night, Eve e Do You Like Brahms?), quando pensa alla morte violenta e senza motivo del marito, un uomo buono che aveva deciso di applicarsi a salvare il prossimo nella professione medica. Non esiste gloria nel preservare la bontà, non esiste riconoscimento su questa terra. Però, non esiste alcuna gloria nemmeno nell’affondare il coltello nel petto altrui, se non una profonda e convinta decadenza. L’unica gloria è nella ricerca delle proprie ragioni e della giustizia, nel ristabilite la bilancia e l’equilibrio dei torti (qui in un’etica del tutto confuciana) per cui non agisci, se non vuoi subire, ma il crimine commesso si ritorce contro, come una punizione divina e karmica. La gloria sta nel ristabilire gli equilibri con la desistenza e la tattica, agendo senza agire, colpendo senza ferire, e nel capire appieno che ogni azione provoca reazioni incontrollabili. Ma la gloria sta anche e soprattutto in noi stessi.
La storia o, meglio, le storie narrate dal drama (perché al caso della protagonista se ne intrecciano altri di crudo e violento bullismo) possono sembrare esagerate, ma, nella realtà, il bullismo scolastico è diventato una problematica molto seria in Corea del Sud, tanto che le istituzioni hanno più volte ordinato l’instaurazione di commissioni ad hoc per studiare e prevenire il fenomeno, scrivendo tanti report che contengono casi e storie ancora più violente e terribili di ciò che viene narrato in questo drama. Le campagne per la prevenzione della violenza scolastica sono molte, ma non sono ancora sufficienti per contenere un atteggiamento fomentato da una società fortemente spaccata e con divari segnati tra ricchi e poveri o tra persone di famiglie storiche e persone di famiglie non altolocate. Lo strumento cybernetico pare aver incentivato la propagazione del fenomeno, fomentando il cd. cyberbullism e altri atteggiamenti negativi e abusivi della personalità psicologica altrui, spostandosi dalle scuole ad altri ambienti. Di cyberbullism sono stati vittime anche personaggi noti, come la cantante Sulli, che, anni fa, coinvolta in una spirale depressiva dopo aver subito attacchi in rete e critiche di ogni tipo, si è tolta la vita ancora giovanissima. Scuola ed esercito, però, sembrano gli ambienti dove spaccature sociali e prevaricazioni si sono insediate di più nelle dinamiche violente tra gli studenti e storie come quella ritratta in The Glory (o, nel caso dell’esercito, in D.P.) sono spesso dirompenti nel denunciare diversi casi e portarli alla cronaca per evitarne la ripetizione. Dal 1995, sul territorio sudcoreano opera la Foundation for Preventing Youth Violence, aperta da Kim Jong-ki, padre di un ragazzo vittima di bullismo che si è tolto la vita a soli 16 anni. Il 2 agosto 2019, la sua fondazione ha vinto il Ramon Magsaysay Award, l’equivalente del Nobel per la Pace in Asia (per la descrizione del suo operato e del suo riconoscimento, leggete qui). E noi ci auguriamo che il suo lavoro possa scuotere le fondamenta della società sudcoreana, sconfiggendo una piaga che nessuna società dovrebbe avere.
Curiosità 1: mentre le scene di nudo (un quasi full frontal dell’attrice Cha Joo-young) sono state ricostruite utilizzando la computer grafica e il green screen – perché in Corea del Sud è proibito mostrare ad orari televisivi scene allusive -, il serpente che appare nell’inquietante frammento già citato è stato reale e ha recitato con i protagonisti sul set; tuttavia, il drama ha ricevuto una censura per i minori di 16 anni su tutti i servizi streaming.
Curiosità 2: il daltonismo – di cui è affetto uno dei personaggi del drama e la figlia dell’antagonista – è una patologia congenita che porta alla confusione, all’insensibilità e alla scarsa sensibilità ai colori e, solitamente, colpisce gli uomini, ma in qualche raro caso può colpire anche le donne (solo l’1%); infatti, visto che il daltonismo si lega al cromosoma X (e mai al cromosoma Y), perché un uomo ne sia affetto, basta che il suo cromosoma X contenga l’allele del daltonismo, una donna con la medesima patologia deve avere entrambi i cromosomi X con l’allele del daltonismo, per cui è necessario che nasca da madre portatrice sana e padre daltonico. Questa rara condizione, praticamente, lo rende un test genetico valido quasi al 100% sulla paternità.
Consigliato: a chi non teme scene pulp e gore, né le storie di vendetta; a chi vuole fare una sacra discesa nel baratro per risalirne e liberarsi completamente; a chi, soprattutto, ha deciso di vedere una nuova immagine di Song Hye-kyo, bella nella sua naturalezza e nella sua sofferenza, ma anche una maschera drammatica nella sua immobilità.
“La vita è imprevedibile come il tempo in mare aperto.
Forse dobbiamo solo vivere seguendo il corso della vita, lasciandoci trasportare dalle onde”.
Titolo originale: Azure Spring, 아주르 스프링 , Ajureu seupeuring
Regia: Jung Heon-soo
Sceneggiatura: Ha Jin
Cast: Kim Ye-rim (Yeri), Kang Sang-jun, Kang Ae-shim, Ko Ju-hee, Jung Hyun-min
Genere: healing drama, coming of age, slice of life
Corea del Sud, 2026, k-drama, 6 episodi
Camminare nell’azzurro a piccoli passi, procedere silenziosi verso una distesa d’acqua che sembra accogliente, pur nella sua grandezza infinita e pian piano immergersi nell’acqua per dimenticare, per far proprio il silenzio, la solitudine, per non sentir parlare attorno a sé…
Si dice che l’apnea e il mare siano due forme di rifugio.
“Azure Spring” è uno di quei piccoli drama che anche in pochi episodi restano nel cuore e lo fa con una timida carezza, perché si tratta di una storia che potrebbe appartenere a chiunque, ma viene affrontata in modo pacato, in cui ogni episodio fa parte di un percorso terapeutico per i due protagonisti e per noi spettatori che viviamo con loro le vicende e che pian piano, tramite ricordi e flashback, capiamo le profonde cicatrici che hanno entrambi, tormentati dalla paura del futuro e intrappolati dalla stessa angoscia per il passato.
“Il nuoto era tutto per me, eppure eccomi qua, sconfitta dalla marea”.
Seo An-na (Kim Ye-rim, anche conosciuta solamente come Yeri, cantante del gruppo musicale Red Velvet) è una nuotatrice della squadra nazionale che ha perso il suo posto dopo aver avuto un infortunio che l’ha completamente bloccata per un po’ di tempo, ma ancor di più ha messo in crisi le sue abilità e la fiducia in se stessa. Nel frattempo, ha perso anche la madre, interpretata dalla bravissima e intensa Kang Ae-shim (Squid Game, 2 e 3) che vediamo solo nei suoi ricordi e che è sempre stata la sua più grande sostenitrice.
Seo An-na si sente sola, non riesce a fare altro se non nuotare, ma crede di aver fallito anche in questo, in quello che doveva essere il suo futuro, il suo scopo di vita, le sue aspettative, crede di essere stata sconfitta dalla marea che l’ha inghiottita nella dimenticanza ed emarginata da ogni cosa.
An-na torna, quindi, nel suo paese natale, a Tongyeong, città sulla costa, per nascondersi da tutto e da tutti, non vuole più avere a che fare con la sua squadra, con il suo allenatore che era stato anche il suo fidanzato e che ora corteggia una nuova stella del nuoto, non vuole dare spiegazioni a nessuno per questa scelta. Cammina piano piano nell’azzurro riflesso dell’acqua sulla terraferma, un riflesso che richiama la concentrazione, la calma, il bisogno di trovare un’àncora di riposo mentale e psicofisico che la ragazza sta cercando disperatamente.
E’ qui che incontra Yun Deok-hyun che condivide l’affitto della casa. Il ragazzo è un sub solitario e silenzioso, parla poco e mantiene le distanze da tutti.
“Perché ti immergi?” / “Perché posso stare da solo”.
La storia di Deok-hyun (Kang Sang-jun, “Doctor Slump”) è una storia di solitudine e di espiazione che pian piano emerge nella trama. Quando An-na lo conosce è infastidita dalla presenza del ragazzo perché sembra concentrarsi solo se stesso, senza dar conto a nessuno, la sua introversione è tale che anche la stessa An-na non riesce a capirla da subito. Deok-hyun è autosufficiente in ogni cosa e non chiede mai a nessuno alcun aiuto, ogni mattina indossa la sua tuta da sub e va a pescare in fondo al mare, nell’oceano profondo, trascorre il tempo sempre in solitaria e si mantiene da vivere in questo modo.
An-na ritrova, invece, il suo mare, quello dell’infanzia, quello dove ha imparato a nuotare, quei luoghi che nella sua memoria hanno sempre avuto un’importanza speciale a cui lei non ha mai fatto caso, ma ai quali, nel suo momento di crisi, vuole appartenere. Ritrova una vecchia amica dei tempi della scuola, che non si è mai allontanata dal luogo anche se avrebbe voluto tentare una carriera diversa.
An-na vorrebbe ritrovare nella pace del suo paese natale un rifugio sicuro lontana dai fallimenti e dalle aspettative, Deok-hyun vorrebbe trovare in quel posto lontano dalla sua vita precedente un luogo nascosto dove espiare qualcosa che lo fa sentire in colpa e che appartiene al suo passato.
Eppure, entrambi trovano conforto in quel rapporto tutto personale con il mare!
An-na ritrova la tuta da sub della madre che ha sempre lavorato e mantenuto la famiglia in modo onesto e discreto, la vede in ogni luogo, negli oggetti attorno a sé, nel silenzio delle onde del mare dove era solita immergersi, nei tegami lasciati sul terrazzo dove cucinava i suoi piatti, le sembra di sentirla nei sussurri del vento, la madre che riesce ancora una volta a spronarla. Così chiede a Deok-hyun di poter immergersi anche lei nel profondo dell’oceano e il ragazzo accetta.
Attraverso l’apprendimento delle pratiche tradizionali del nuoto subacqueo delle haenyeo, i due ragazzi iniziano ad immergersi insieme e il mare, con la sua forza di rinascita, la sua trascendenza, accompagna An-na e Deok-hyun in un percorso di guarigione emotiva. Nel profondo dell’oceano riescono ad analizzare se stessi e a trovare quel momento giusto per fare dei piccoli passi per ricominciare.
“Ogni cosa ha il suo momento. Mentre si aspettano i momenti giusti possono arrivare le difficoltà e le cose possono andare a rotoli, ma anche il tifone più violento alla fine passa.
Proprio come il mare dà vita ad una nuova vita, dopo che il tifone è passato e ha portato via tutte le impurità, il momento giusto arriva”.
Nel frattempo, l’immensità delle acque fa da riflesso alla profondità dei moti interiori dell’animo dei due ragazzi che restringono i propri obiettivi di vita: ritrovare la fiducia e comprendere il senso di limite.
La fiducia deriva dalla conoscenza di se stessi e non è facile da acquisire, ma serve darsi del tempo e con tanta pazienza e costanza arrivare a comprendersi per riuscire a darsi una possibilità che si è negata per una via tortuosa del proprio inconscio.
Per quanto riguarda il limite, invece, chi lo stabilisce?
Noi stessi, ma dopo un percorso di conoscenza, di fiducia e di perdono, che è una delle strade più complesse da percorrere, la stessa strada che con fatica e dolore ripercorrerà Deok-hyun per perdonarsi anche dopo che un suo commilitone dell’esercito riesce a ritrovarlo per farlo riappacificare con il suo passato.
“Devi conoscere il tuo limite per sapere quando lasciar perdere e risalire in superficie vivo”.
“Azure Spring” può sembrare una storia semplice, ma ha un impatto emotivo profondo e per questo è stata davvero una piacevole scoperta, un drama che riesce in pochi episodi a trasmettere allo spettatore, anche grazie ad una fotografia stupenda che enfatizza quell’azzurro dai tocchi mistici e a dei luoghi meravigliosi, che la tranquillità è quella che troviamo in fondo al nostro animo, come in fondo all’oceano. I due protagonisti tra immersioni, momenti di bellezza essenziale come la preparazione di un cibo dopo la pesca o la cura nel sistemare la terrazza dopo un tifone, riescono a ricucire le parti di se stessi che sembravano incurabili.
Mi è piaciuto molto come viene sviluppata la relazione tra di loro, non una storia romantica, ma una connessione intima di guarigione emotiva, un supporto l’un l’altro per curare l’anima e per questo “Azure Spring” è una serie davvero da recuperare, perché il mare nel suo significato simbolico è energia vitale e infinita tenacia per affrontare l’ignoto della psiche umana.
“La vita è imprevedibile come il tempo in mare aperto.
Forse dobbiamo solo vivere seguendo il corso della vita, lasciandoci trasportare dalle onde.
Perché la gioventù non è temporanea, dura tutta la vita.
E oggi è sempre primavera… Speriamo che sia sempre una primavera azzurra!”
“Qualcosa di speciale ci aspetta, proprio oltre l’orizzonte.
Ci saranno momenti difficili, ci saranno momenti tristi,
ma non ci scoraggeremo mai.
Odiamo piangere, quindi ridiamo e andiamo avanti”.
Ho deciso di iniziare questo articolo dedicato ai luoghi che hanno ispirato i più grandi capolavori dello Studio Ghibli con questa frase tratta da uno dei miei film anime preferiti “Pioggia di ricordi – Only Yesterday” del 1991 diretto dal compianto Isao Takahata perché la protagonista della storia, Taeko Okajima, è una giovane donna che abita e lavora a Tokyo come impiegata presso un’azienda, ma per le sue vacanze estive si reca presso la famiglia del cognato, per impegnarsi nella raccolta del cartamo, così da staccare mentalmente con la routine cittadina e con i ritmi frenetici. Durante il viaggio la ragazza si immerge nei ricordi, soprattutto in quelli di infanzia, passato e presente si abbracciano così che la giovane medita sulle sue scelte future e inizia a scoprire se stessa.
Taeko si reca a Yamagata, cittadina dove il cuore si perde nella natura e nella vita agreste e dove il regista Isao Takahata si recò personalmente con il suo staff nelle campagne e si interessò alla raccolta dei cartami, parlò con i contadini in merito al lavoro e alle loro attività, il tutto per cercare di rendere il più credibile e realistico possibile il suo lungometraggio. I campi di cartamo o benibana sono una delle meraviglie della Prefettura di Yamagata, in Giappone, e il periodo migliore per ammirarli è luglio. Ogni anno l’omonimo festival Yamagata Safflower Festival celebra la bellezza della raccolta del cartamo.
Il luogo descritto nel film di Isao Takahata è un esempio perfetto dei luoghi dello Studio Ghibli che oltre ad essersi ispirati per la maggior parte a posti e città realmente esistenti sono diventati veri e propri “luoghi dell’anima”, posti che ci danno la sensazione di essere a casa, nel nostro rifugio, in sintonia con noi stessi e per questo lo Studio Ghibli è riuscito a dare un valore molto incisivo nella sua rappresentazione dei luoghi e spazi e a rendere questa sensazione, universale.
Taeko, attraverso il sorriso, supera la malinconia e i pensieri che la bloccano in una situazione di scarsa fiducia in se stessa, ma, spostandosi a Yamagata, in un luogo diverso, dove riscoprire quella parte di sé che si era smarrita, riesce a trovare, oltre l’orizzonte, la sua aspirazione.
Sono sempre quei luoghi dell’anima che hanno ispirato il regista Yoshifumi Kondo nel suo meraviglioso “I sospiri del mio cuore” a ricreare un posto dove i due protagonisti crescono e nutrono dei sogni che si fondono con una magia particolare che veglia in tutta l’atmosfera del film. Siamo a Seiseki Sakuragaoka, nella periferia di Tokyo, nella città conurbata e collinare di Tama ed è qui si svolgono gli eventi del film anime. La scelta di una cittadina collinare non è a caso, la collina metaforicamente simboleggia l’ascesa, il superamento di un ostacolo e, nel caso della storia narrata nel film, il passaggio dell’età dei due giovani protagonisti, delle sfide che dovranno affrontare per realizzarsi.
Alla stazione di Seiseki Sakuragaoka i treni riproducono in sottofondo la canzone “Country Road” suonata e cantata nel film Ghibli e vicino alla stazione è possibile reperire le cartine che guidano nei luoghi reali percorsi nel film.
Inoltre, per immergersi meglio nell’atmosfera, esiste anche la “cassetta delle lettere della giovinezza”, “Seishun no Posuto”, non lontana dalla stazione e si tratta di una riproduzione in miniatura dell’antico negozio Chikyu-ya del film, qui è possibile imbucare una lettera con i propri sogni e desideri.
Dal Parco Konpiragu, invece, vi è il punto panoramico con vista sulla città dove vi è la famosa scena amata dagli appassionati del film.
Per prendere ispirazione per il famoso film “Laputa – Il castello nel cielo”, Hayao Miyazaki si recò proprio in Italia, nella meravigliosa Civita di Bagnoregio, “la città che muore”, che si trova in provincia di Viterbo. La magia fiabesca di questa città è dovuta proprio alla sua conformazione, perché arroccata sul tufo e si raggiunge percorrendo un ponte pedonale. Nei giorni di nebbia il paese sembra staccarsi della terraferma e fluttuare nel cielo, un effetto che ha affascinato lo stesso Miyazaki e che lo ha ispirato per rendere iconica l’immagine del castello nel cielo del suo film.
Per restare sempre in Italia, sulle coste del Mar Adriatico, gli idrovolanti di “Porco Rosso” di Hayao Miyazaki sono un omaggio ai luoghi amati dal regista. Inoltre, sembra che sia stata Baia di Stiniva, sull’ Isola di Vis, in Croazia che abbia dato ispirazione per ritrarre il nascondiglio del protagonista, così come tutta la costa dalmata.
La bellissima e pittoresca città di Colmar, in Francia, con le case a graticcio e i canali, ha ispirato la realizzazione dell’ambientazione dell’amatissimo “Il castello errante di Howl”. La famosa Casa Pfister, un caratteristico e storico edificio di Colmar, realizzata in pietra e legno viene ritratta nel film Ghibli.
La città medievale di Visby sull’isola di Gotland, in Svezia, insieme a Stoccolma, hanno ispirato i paesaggi della città raffigurata in “Kiki – Consegne a domicilio”. Hayao Miyazaki si recò per la prima volta a Visby agli inizi degli anni Settanta e scattò molte foto come ricordo, sognando un giorno di prenderne ispirazione per una delle sue opere ed in effetti nel 1989 realizzò “Kiki – Consegne a domicilio”.
Ritornando in Giappone, è sempre ambientato a Tama anche il film di Isao Takahata, “Pom Poko” dove i tanuki, piccoli cani procione, a causa della grande urbanizzazione, fanno fatica a riappropriarsi del loro territorio.
Nel film di Hiromasa Yonebayashi, “Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento”, il giardino ritratto nella storia è ispirato al giardino Seibi-en a Aomori, costruito agli inizi del Novecento e ha un misto di design giapponese e occidentale. Lo staff della produzione si recò in visita nel 2008 sul luogo per prendere ispirazione per la realizzazione del film. Seibi-en è uno dei tre più famosi giardini risalenti all’epoca Meiji.
Se pensiamo, poi, ad un universo parallelo, possiamo prendere d’esempio quello del Regno dei Gatti, all’interno del film “La ricompensa del gatto” diretto da Hiroyuki Morita nel 2002. Qui la protagonista Haru vive un’esperienza al di là del mondo reale nell’onirico regno dei Gatti, un luogo fiabesco dove il tempo scorre diversamente e le leggi della fisica non sono quelle che conosciamo.
Anche nel capolavoro di Hayao Miyazaki “La città Incantata – Spirited Away”, vincitore dell’Oscar per il miglior film d’animazione nel 2003, la dimensione temporale e spaziale si diversifica dalla realtà fino ad immergersi in un universo parallelo e magico in cui la protagonista Chihiro dovrà superare molte prove e salvare i genitori per riemergere nel suo mondo reale. Per “La città incantata”, però, Miyazaki si è anche ispirato a due luoghi reali, la cittadina collinare di Jiufen a Taiwan, luogo famoso per le scalinate e le caratteristiche lanterne rosse che ricorda la Città degli spiriti, e Shibu Onsen, cittadina nella prefettura di Nagano, famosa per le sorgenti termali, che ricorda quindi le terme Aburaya.
Per alcuni capolavori Ghibli ambientati in paesi e luoghi sul mare, ricordiamo Tomonoura, una serena cittadina portuale di Hiroshima che ha ispirato i luoghi ritratti in “Ponyo sulla scogliera” di Hayao Miyazaki o la città di Kochi, situata sull’isola di Shikoku dove è ambientato il film del 1993 di Tomomi Mochizuki, “Si sente il mare” e dove si svolgono le vicende a cui sono legati i ricordi dei protagonisti, ancora una volta luogo e ricordo si intrecciano per dare conforto all’anima.
Anche in “Quando c’era Marnie” diretto da Hiromasa Yonebayashi, film del 2014, l’ambientazione all’inizio della storia è Sapporo in Hokkaido, poi si sposta a Kissakibetsu, un immaginario villaggio di pescatori, la cui fonte di ispirazione sono state le città costiere reali di Kushiro e Abashiri, nella parte orientale di Hokkaido, che hanno dato l’idea di ricreare l’atmosfera malinconica e nostalgica della storia. Anche in questo film la dimensione reale e quella onirica si fondono.
“In questo mondo c’è un cerchio magico invisibile”.
Se per “I racconti di Terramare” di Goro Miyazaki l’ambientazione fantastica aiuta lo spettatore ad immergersi nella storia dalle tematiche profonde e oscure e Terramare è un’immensa distesa di isole circondate da oceani, nel meraviglioso film “La storia della Principessa Splendente” di Isao Takahata le ambientazioni scorrono dalla natura verde dei boschi di bambù e dei villaggi rurali alla residenza aristocratica nella capitale Heian-kyō, l’odierna Kyoto. Il film è ispirato ad una fiaba, per cui i tratti e i disegni riecheggiano i luoghi dove sono ambientate le scene.
Infine, nei due capolavori di Hayao Miyazaki “Il mio vicino Totoro” e “Principessa Mononoke” sono rappresentati dei luoghi che il regista ha da sempre nel cuore dove la Natura è la vera protagonista.
“Totoro” è ambientato tra le colline di Sayama, nella prefettura di Saitama, non molto lontano da Tokyo, dove, però, la natura boschiva e silvestre custodisce una storia che resta nel cuore, le due sorelline Satsuki e Mei diventano un tutt’uno con la Natura, ne percepiscono i suoni, i sentimenti e riescono a legare le loro emozioni agli spiriti della foresta, in un rapporto genuino e puro, visibile solo agli occhi incontaminati dei bambini.
Le vicende di “Principessa Mononoke“, invece, sono ambientate a Yakushima, un’isola che fa parte dell’arcipelago delle Isole Ōsumi, a sud del Kyūshū. Yakushima è un’isola ricca di foreste pluviali e alberi millenari che hanno ispirato la realizzazione della foresta del film di Miyazaki. La Natura è qui rimasta incontaminata, l’uomo non ha ancora distrutto i luoghi ed è, quindi, l’ambientazione migliore per le tematiche trattate nel film di Miyazaki.
Isao Takahata, invece, che da sempre ha amato portare sullo schermo storie di realistiche o verosimili ha ambientato il suo capolavoro “Una tomba per le lucciole” a Kobe, la città che ha subito tra i bombardamenti più terribili durante la Seconda Guerra Mondiale. La storia commovente e toccante dei due fratellini Seita e Setsuko, nei loro ultimi giorni di vita dilania il cuore.
Per restare nell’atmosfera realistica di una storia non struggente come quella del film di Takahata, ma in ogni modo profonda ed emozionante, ci spostiamo a Yokohama, dove è ambientato il film “La collina dei papaveri – From Up on Poppy Hill” di Goro Miyazaki. Yokohama è una città portuale e la storia è ambientata nel 1963, quasi alle porte delle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Yokohama fa da sfondo ad una storia nostalgica e malinconica di alcuni giovani degli anni Sessanta tra la modernizzazione della società e il ricordo del passato come preservazione della memoria storica.
Nel film anime per realizzare le case in stile occidentale la produzione ha preso ispirazione da quelle del quartiere Naka a Yokohama.
In “Si alza il vento”, i protagonisti della storia si incontrano in un hotel nelle Alpi giapponesi, non viene citato il luogo, ma sembra che l’hotel a cui si siano ispirati sia il Kamikochi Imperial Hotel, che risale al 1933 e dista pochi minuti dalle sorgenti termali di Kamikōchi.
Infine, l’ultimo film del Maestro Hayao Miyazaki, “Il ragazzo e l’airone” è forse il film più onirico dello Studio Ghibli. Il giovane protagonista, dopo che il padre si risposa, si trasferisce con la famiglia nella tranquilla tenuta fuori città, tra natura e solitudine, mentre la sua crisi interiore lo scuote a tal punto da abbandonare la realtà e cercare, oltrepassando la torre abbandonata, una spiegazione all’esistenza dell’universo, un portale per l’altro mondo popolato da vivi e da morti, da passato e da presente, da ciò che è stato e da ciò che poteva essere. Il luogo di ispirazione de “Il ragazzo e l’airone” è l’inconscio, il luogo più impervio e vasto che esista, il più importante, il luogo della nostra vita e in quest’ultimo film il Maestro Miyazaki è riuscito a trasmetterci l’Altrove che è in ciascuno di noi.
I luoghi che hanno ispirato i film dello Studio Ghibli hanno permesso di emozionarci e di associare le scene ad un nostro luogo interiore, dove abbandonare le nostre fatiche, le nostre inquietudini per poterci ricaricare, non scoraggiarci e andare avanti, come dice la nostra citazione iniziale tratta dal film “Pioggia di ricordi” e, per questo, ringraziamo lo Studio di animazione fondato nel 1985 da Hayao Miyazaki, Isao Takahata e dal produttore Toshio Suzuki e grazie a voi lettori, sognatori come noi, con l’infanzia nel cuore, grazie per aver percorso con noi questo viaggio all’interno dei luoghi dell’anima Ghibli.
Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle: “Come spiegherebbe a un bambino che cosa è la felicità?”. “Non glielo spiegherei” rispose. “Gli darei un pallone per farlo giocare”. (Eduardo Galeano)
Titolo originale: 드림; deurim (lett.: Dream)
Scritto e diretto da : Lee Byeong-heon
Cast: Park Seo-joon, IU, Kim Jong-soo, Ko Chang-seok, Jung Seung-gil, Lee Hyun-woo, Yang Hyun-min, Hong Ahn-pyo, Heo Joon-seok, Lee Ha-nui, Lee Ji-hyun, Baek Ji-won & Kang Ha-neul
Genere: comedy /sport
Corea del Sud, 2023 – film
Yoon Hong-dae (Park Seo-joon) è un giocatore destinato sempre ad arrivare per secondo: è secondo nell’attacco in squadra, secondo nella classifica marcatori, secondo anche nelle scelte del suo coach e nelle preferenze del pubblico. O, meglio ancora, si potrebbe dire che è il giocatore più antipatico, perché insidia il primato il giocatore più amato, pur senza mai avvicinarsi minimamente. Ed è anche il giocatore più fallito, perché la rabbia e tutte le sue emozioni passano immediatamente ai fatti, facendogli rischiare la carriera. Solo che, al di là del calcio, Hong-dae non sa fare altro, per cui, quando il campionato lo allontana per aver aggredito un giornalista, l’unica prospettiva che gli rimane è quella di allenare la nazionale coreana homeless per i campionati mondiali. Ed è così che si fa coinvolgere quasi inconsapevolmente dal progetto benefico dell’associazione guidata da Hwang in-guk (Heo Jun-seok), continuamente monitorato dalla giornalista e regista Lee So-min (IU), che un po’ lo incentiva e un po’ sembra mal tollerarlo, in un rapporto di amicizia e inimicizia unico.
La sua squadra non è, di certo, la migliore, né la più atletica o la più giovane, ma, col tempo, diventerà la più determinata a conquistare un posto nella storia, per dimostrare che non ci si arrende mai quando ci sono la volontà e l’unione e quando si riesce a credere in se stessi.
Il film “Dream” ricostruisce una storia corale, composta di tante piccole storie individuali di persone al bordo del baratro, usando un registro che passa dal drammatico, al comico, quasi al fiabesco-sognante e arricchendo la trama principale di tante sottotrame, connesse alle vite di tutti i personaggi. La diretta ispirazione, però, proviene da una storia vera, quella della nazionale di calcio coreana homeless che ai mondiali di Rio de Janeiro del 2010 vince il premio come migliore esordiente e anche come squadra più simpatica della competizione, grazie ai sorrisi che è riuscita a donare.
Tempo fa, abbiamo visto questo film insieme, un po’ nello stile del Secret Cinema, un po’ come due ragazze sdraiate sul divano che fuggono una serata estiva con l’ultimo annunciatissimo arrivo Netflix e forse anche perché un Park Seo-joon che campeggia così non si trova sempre facilmente. Fatto sta che, in quello che credevamo essere un piccolo film da commedia a tematica sportiva, abbiamo trovato una comfort zone che è riuscita a far sorridere, ridere, commuovere ed emozionarci allo stesso tempo e che, una volta ancora, ci ha fatto sognare, insieme ai protagonisti del film (o, meglio, insieme ai protagonisti di questa piccola storia umana). E, allora, ecco a voi le nostre impressioni post visione!
=LE OPINIONI DI GRAZIA=
Quando ho guardato “Dream” la mia memoria ha viaggiato velocemente ai tempi della scuola elementare. Come mai, vi chiederete? “Dream” mi ha ricordato un brano di lettura che mi aveva emozionato moltissimo, non ricordo più il titolo e, purtroppo, non so nemmeno da quale romanzo fosse tratto, ma le emozioni che mi aveva suscitato quella lettura sono state le stesse di questo film. Nel mio brano di lettura i protagonisti erano dei ragazzi di strada che si preparavano ad un torneo di atletica e organizzavano una squadra decisamente malandata. Scoordinati, non agili, ma con tanta voglia di fare perché il premio in palio era destinato al gruppo più valevole e sarebbe servito a migliorare le condizioni del loro quartiere proletario e povero.
La storia non è uguale a quella di “Dream”, ma la condizione dei protagonisti somiglia molto a quella del film. Anche in “Dream” quasi nessuno spicca per notevole capacità fisica o atleticità, si tratta, infatti, della storia di piccoli uomini che hanno in comune la voglia di far vedere che esiste la possibilità di riscattarsi, sempre. La tematica del film, infatti, è molto bella e le interpretazioni degli attori sono tutte eccellenti, tutti quanti hanno raggiunto le corde del cuore dello spettatore, da Park Seo-joon che ho trovato perfetto nell’esprimere ogni sensazione ed emozione, alla sempre meravigliosa IU che ero molto curiosa di vedere anche in questo film dopo averla apprezzata nel film “Broker – Le buone stelle”.
Le interpretazioni di tutti regalano una luce diversa alla storia e persino coloro a cui non piacciono i film a tematica sportiva riusciranno ad apprezzare la storia, “Dream” è un film da recuperare per cogliere l’ottimismo che riesce a comunicare allo spettatore presentando situazioni e condizioni ai margini della società, perché, alla fine, esiste quella forza interiore, quella forza centrifuga che non si può ignorare, la speranza.
Il mio personaggio preferito, personalmente, è quello interpretato da Lee Ji-hyun che mi era piaciuta molto nel drama “The Package” e anche qui il suo ruolo è intenso e incantato, sembra uscita da un racconto a sé stante.
Come nel mio brano di lettura, anche “Dream” lascia un messaggio importante e universale: non serve vincere una partita o un torneo, serve raccogliere le energie e partecipare alla gara più importante per se stessi e per i propri amici, per conquistare la meta più preziosa di qualsiasi premio, la vita.
=LE OPINIONI DI LAURA=
Pochi sanno che, nella realtà, ho sempre seguito il calcio, nel particolare, e lo sport, in generale. Ma non sto parlando di una visuale pacata e occasionale, né di quelle che si svegliano ogni quattro anni per le gesta della nazionale ai Mondiali (sempre se arriviamo a qualificarci). Stiamo parlando di una bimba che, prima di comprendere un minimo segno grafico di scrittura e lettura, veniva interrogata puntualmente sulle formazioni delle squadre in Serie A, recitava a memoria caratteristiche e identikit di ogni giocatore della nazionale ed era capace di seguire le partite del Milan con il cappellino adornato delle treccine posticce di Gullit per mostrare il proprio sostegno. Così attirata dal calcio che, appena iscritta all’università, avevo pure intenzione di organizzare una mini squadra di calcetto femminile per ritagliarmi il ruolo di allenatrice. E senza parlare di quando inizio a seguire tutti (ma proprio tutti gli sport), con la stessa identica verve insegnatami da mio nonno, che, d’altronde, ha dedicato tanto tempo a darmi quest’impronta. Pertanto, film del genere di “Dream” sono sempre stati un’occasione di visione e recupero immediato per me e, solitamente, non mi hanno mai tradito, perché, si sa, lo sport reca con sé intatto il messaggio dell’unione, del coraggio, della vittoria, che non è solo materiale, ma soprattutto morale e personale, della sfida con se stessi e con la vita. Ma, una volta ancora in più, il cinema asiatico mi ha fornito un altro messaggio, quello del sogno di mostrare se stessi come dei vittoriosi, anche se vittoriosi non lo si è affatto, di gridare al cielo la propria gioia e la propria speranza, in attesa che il cielo diventi azzurro e spinga via il grigiore della tristezza passata. Ancora una volta, mi ha mostrato che nessun uomo è un fallito, se crede fermamente in un sogno e se ha degli amici che lo aiutano a realizzarlo (o, perlomeno, ad avvicinarsi ad esso).
C’è l’imprenditore fallito, che, a sessant’anni, vuole mostrare alla propria famiglia di essere ancora un uomo di valore; c’è un uomo che ha sempre vissuto ai margini della società, ma che è stato salvato da un amore incapace di esprimersi; c’è il ragazzo taciturno che non ha il coraggio di fare outing e il boss malfamato che teme di mostrare il proprio cuore; c’è un uomo buono che è puro come un bambino e sa essere padre, anche se non sa difendersi, e un ragazzo innamorato dell’idea in sé dell’amore, che continua a cercare per tutta la vita; c’è una ragazza che finge di essere sarcastica e severa, perché nasconde un cuore di marzapane, e una donna che non sa comunicare, perché custodisce tutti con sé nel proprio animo; e c’è, infine, un giocatore, che sa di essere fallito e che si autopunisce da solo con un fallimento da allenatore, perché ha perso la voglia di sognare e non sa come recuperarla. Tanti piccoli scenari umani, ognuno una storia a sé, che, poi, si urtano e si incontrano, intrecciandosi più volta, in un’unica commedia umana, costruita come un campo di calcio, pronti a raggiungere la porta nella trequarti avversaria.
Una delle cose che mi ha colpito positivamente in questo film è stato l’entusiasmo con cui è stato recitato (e anche “giocato”), come la discesa dei veri giocatori sul campo di calcio o, meglio, come l’entusiasmo stesso che mostrò, in effetti, la nazionale sudcoreana homeless durante quei famosi campionati di calcio ritratti dal film (avvenuti, nella realtà, in Brasile e non in Ungheria) e che fece loro guadagnare il premio come la squadra che aveva saputo interpretare meglio lo spirito del torneo: persero quasi tutte le partite (con l’eccezione della vittoria attribuito agli inserimenti brasiliani), ma riuscirono ad affrontare con emozione tutte le sfide, regalando la propria emozione e il proprio sorriso agli spettatori e diventando, presto, i beniamini del torneo. L’entusiasmo traspira da ogni singolo gesto di tutti gli interpreti, decisi a mostrare che non esiste fallimento, se si crede in se stessi e in un sogno.
Mentre guardavo questo film, mi sono domandata dove ho visto il medesimo entusiasmo sportivo, giacché la pellicola è stata confrontata con diversi film sulla tematica sportiva che sfruttano il fenomeno underdog per creare dei simpatici e decisi falliti, pronti a riscattarsi (vedi “Le reclute“, che, però, ha quella retorica della vittoria e del self-made man tipica statunitense). Poi, ad un tratto, sono andata indietro negli anni della mia infanzia, quando, poco dopo i Mondiali di Calcio in Francia del 1998, venne prodotto un piccolo film che eleggeva il calcio a protagonista improbabile: la pellicola bhutanese “La coppa“, il primo film integralmente recitato in lingua tibetana e ambientato in un Tibet sotto l’occupazione cinese, dove i piccoli aspiranti monaci buddisti scoprono il sogno della passione calcistica, guardando le partite dei mondiali, ed organizzano tornei che sono, al tempo stesso, un sogno di libertà e di elevazione. Perché lo sport unisce, ma esprime anche se stessi, i propri ideali e i propri valori e, anche se può deludere, darà sempre la possibilità di mostrare le proprie aspirazioni. Ed è già una vittoria così.
Avete visto il film “Dream“? Cosa ne pensate? Vi aspettiamo qui e nelle nostre pagine social per commentare insieme.
“La solitudine è un’invenzione incredibile. Sentirsi soli vuol dire avere qualcuno che ci sta a cuore”.
Titolo originale: ソウルメイト; Sōrumeito
Regia e sceneggiatura di: Shunki Hashizume
Cast: Hayato Isomura, Ok Taec-yeon, Ai Hashimoto, Yutaro Furutachi, Koshi Mizukami, Lee Jae-yi, Kaho Minami, Tomokazu Miura
Genere: drama / melo / slie-of-life
Giappone, 2026 – j-drama, 8 episodi
Narra Aristofane nel “Simposio” di Platone che, un tempo, gli esseri umani erano delle creature quasi perfette e autosufficienti, così superbe e orgogliose da causare l’invidia degli dèi, che decisero di limitarne la potenza e il valore. Giacché la loro forma era tonda e sferica come quella di una mela, Zeus tagliò loro perfettamente a metà, rendendoli dimidiati, deboli e privi di forze, condannati per sempre a cercare la propria metà per sentirsi completi, ad abbracciare quella parte mancante del loro essere per ritrovare anche se stessi. Ed è per questo motivo che gli esseri umani passano tutta la vita a cercare l’anima gemella, sentendosi completi solo in quell’attimo, che, anche se breve, può durare un’eternità.
“Quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante. (…) evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza”.
Forse nemmeno Platone credeva che quella leggenda narrata solo marginalmente come una delle tante spiegazioni dell’amore e dell’affinità potesse diventare di così grande successo nei secoli, ma le leggende, si sa, pescano in un mare senza fondo di certezze silenziose, nascondendo verità che non hanno bisogno di spiegazioni. Se è vero che le anime gemelle esistono e che, tuttavia, è raro che riescano ad incontrarsi e a ricongiungersi, è anche vero che, quando questo avviene, non servono parole e giustificazioni: ci si riconosce, perché si riconosce se stessi nell’anima altrui, come se entrambe fossero fatte della stessa materia.
Ryu Narutaki (Hayato Isomura di “Alice in Borderland 3” e “Who Saw the Peacock Dance in the Jungle?“) è andato all’università a Tokyo con una borsa di studio per hockey, sport in cui ha da sempre primeggiato, gareggiando spesso con il suo amico Arata Oikawa (Kenshi Oikada). I due sono inseparabili sin dai tempi del liceo, un team perfetto sul ghiaccio, sempre in perfetta sintonia sportiva, nonostante i loro caratteri sembrano così diversi: più schivo e introverso Ryu, mentre Arata sembra essere sempre al centro di tutte le attenzioni, l’anima delle feste che anche le ragazze adorano. Fino a quando, un giorno, Arata non confessa a Ryu di sentirsi diverso dagli altri compagni di squadra e di provare per lui un’attrazione molto più profonda di una semplice amicizia. Ryu, spaventato e in crisi, inizia ad allontanarsi da Arata, senza rendersi conto che, nel frattempo, il segreto del ragazzo è stato in qualche modo svelato e che i compagni di università e di squadra lo usano per prendere di mira quella diversità di Arata che vorrebbero tacciare di mostruosità, spingendo quest’ultimo a tentare di togliersi la vita. Il fatto drammatico lacera immediatamente l’anima di Ryu, che si sente in colpa per quanto accaduto all’amico, ma soprattutto si sente responsabile di averlo lasciato solo in quella situazione di sofferenza e di non averlo mai capito.
“Io avevo paura di piacere a qualcuno”.
E, così, Ryu scappa per cercare silenzio e solitudine, trovando riparo a Berlino presso la migliore amica di sempre Sumiko Shisonome (Ai Hashimoto di “Makanai“), che studia arte in Germania. Un giorno, mentre è in una vicina chiesa per vedere un’installazione artistica di una compagna di corso di Sumiko, rimane coinvolto in un incendio e, guardando il propagarsi delle fiamme, cerca quasi di lasciarsi andare, di accettare quel destino fatto di fumo e di bruciore che è venuto a ghermirlo dall’altra parte del mondo. Si lascia andare per annichilire se stesso, quell’essere che non aveva mai voluto capire e che, anzi, tentava di mantenere rinchiuso nel buio della sua anima, invisibile ai più per non essere condannato e giudicato. Mentre chiude gli occhi per accogliere la morte, però, qualcuno improvvisamente lo salva.
“Guardandolo negli occhi, l’ho capito subito. Eravamo uguali”.
Hwang Jo-han (Ok Taec-yeon di “Vincenzo“, “Heartbeat” e molto altro) è un ragazzo coreano che il mondo ha condannato da tempo a stare da solo. Rimasto orfano da giovanissimo di entrambi i genitori, ha lavorato indefessamente già mentre andava a scuola per mantenere se stesso e la sorella minore, che tutti a scuola reputavano geniale, concedendosi solo due sfoghi: il pugilato e i manga. Mentre i secondi gli hanno fornito la conoscenza della lingua giapponese e un mondo segreto, dove nessuno poteva disturbarlo, il pugilato, col tempo, è diventato la sua vita, il suo sogno, il suo sostentamento e la sua maledizione. Passando dal circuito dilettantistico a quello professionistico, Jo-han ha iniziato a vendere le sue sorti sportive sul ring, continuando a perdere e a manipolare i risultati per ottenere i soldi per l’istruzione della sorella, trovandosi, col tempo, a reclamare di riprendersi quell’orgoglio ferito che ha svenduto insieme alla sua dignità. Privo di amici, vive solo di rabbia e di collera inespressa, convinto che il mondo lo ha già condannato, ma deciso a sfuggirne conservando in sé uno spirito incendiario.
“Ho vissuto la mia vita senza speranze né desideri. Continuavo ad arrendermi”.
Ed è così che entra nella stessa chiesa dove si trova Ryu e, in un attimo, le loro anime si incrociano e si riconoscono come specchio l’una dell’altra, destinate a salvarsi l’un l’altro e diventarne supporto reciproco e conforto.
“Ciò che vidi mi sembrò molto strano. Quel tizio stava cerando di accettare qualcosa. Qualcosa che io non avrei mai accettato. Agii senza pensare. So che non volevo che morisse. Non so perché lo feci. Le mie erano azioni logiche. Ma, riflettendoci adesso, penso che a quel punto mi aveva già toccato il cuore. Ecco perché di uno che pensavo di non rivedere più, mi parve davvero la voce della salvezza. Trovai conforto in quella voce“.
Ryu e Yo-han passano ventiquattro ore insieme a Berlino, camminando per strada come turisti, cercando parole che completano sguardi, mostrando in pochi attimi tutto quello che le loro anime hanno sempre nascosto agli altri. Si rendono conto che non hanno mai avuto davvero degli amici o che, forse, non hanno mai davvero potuto confidarsi con qualcuno così, perché non hanno nemmeno bisogno di parlare per dare voce alle proprie anime. Decidono di scambiarsi i numeri e di rimanere in contatto, se non altro per continuare, anche se a distanza, quel dialogo che solo le loro anime sanno capire.
“Anch’io sono come te”.
Succedono tante cose nella vita: fatti, eventi, cambiamenti, distanze, incomprensioni. Passano gli anni, i due si vedono in Giappone per pochi giorni, poi si sentono solo con brevi messaggi mentre Yo-han svolge il servizio militare; infine, si ritrovano, quando Yo-han sta per toccare il baratro, perché solo Ryu sa salvarlo, come Yo-han ha fatto in passato con lui. Crescono, faticano e perseguono i propri sogni, senza far mai mancare quel supporto reciproco che è la base del loro legame. Costruiscono una piccola e atipica famiglia con l’amica Sumiko e con la sua bambina Kanao, senza bisogno di etichette, di giustificazioni o di catalogazioni. Loro quattro sono semplicemente se stessi, quattro anime pure e limpide, gemelle le une con le altre, legate da più cerchi concentrici che le fanno brillare, conservandone intatta l’autenticità. Conoscono la sofferenza e il dolore più grande, si trovano, si perdono, si lasciano e si ritrovano, capiscono il senso della solitudine, quando comprendono come si senta la mancanza delle persone che per cui prendono cura, si amano senza bisogno di dirselo, né di toccarsi, perché le loro anime sono già unite da un abbraccio che nessun tocco umano può sostituire.
“La volevi proteggere? L’anima?”.
“Soul Mate” è un drama giapponese delicato e sensibile, profondo e intimo nel suo incedere lento, dove la narrativa si esprime per sottrazione, eliminando tutto ciò che è superfluo, come le parole e i contatti fisici, per denudare il centro più puro delle emozioni e dei sentimenti, che non si svelano mai di colpo, ma con un’eleganza quasi pudica e riflessiva, che fa del concetto delle anime gemelle il suo punto di partenza e di arrivo, in una circolarità essenziale e poetica al tempo stesso.
Il drama giapponese, in pochi episodi, sa parlare con la brevità di un haiku, tracciando poche necessarie parole limate, che mettono in risalto la capacità espressiva dei due attori protagonisti, le cui interpretazioni si fondano sui non-sguardi, sui silenzi introspettivi e sui piccoli dialoghi normali della banalità quotidiana, come fossero appunti lasciati per caso su un taccuino che si è improvvisato diario, reinventando e creando uno stile nuovo che mescola melo e slice-of-life nella prosodia tipica giapponese. Sembrano personaggi usciti dalla penna di Haruki Murakami, pacati nella loro solitudine leale, in un mondo che cerca di soffocare l’anima con una rumorosa libertà, una scelta necessaria che vuol dire recuperare se stessi. Ed è in questa solitudine delle piccole cose, in questa delicatezza di due anime che si amano senza bisogno di dirselo che sta il valore intrinseco di questo piccolo gioiello della produzione giapponese, quel quid, che forse molti non hanno compreso, ma che lo fa distaccare dalla catalogazione generica dei BL, per renderlo un’opera a sé, psicologica e formativa nella ricerca del linguaggio segreto con cui comunicano le anime affini.
“Soul Mate” declina non solo i sentimenti, ma anche il dolore, perché provare dolore e soffrire per gli altri è uno dei tratti che rende più forti le anime e che non permette di arrendersi. La forza è non avere paura di soffrire, di farsi coinvolgere, di cambiare e di lasciarsi cambiare, di scoprire se stessi con le proprie debolezze che diventano fortezze nell’accettazione. La forza è non arrendersi, anche quando tutto sembra costruito per la sconfitta, guardare il mare per rivederci ricordi di un passato che non torneranno, eppure essere ugualmente in grado di farlo, vagare senza una meta con la certezza di non aver abbandonato il proprio affetto, lasciare che le lacrime scorrano per farle riempire di luce e specchiarcisi dentro.
“Il tempo nel nostro universo è ad un senso di circolazione: non c’è modo di tornare indietro, né di rimediare. Nella musica c’è sempre la possibilità di rimediare e cambiare”.
Titolo originale: Ryuichi Sakamoto : Opus
Regia: Neo Sora
Cast: Ryuichi Sakamoto
Musiche: Ryuichi Sakamoto
Giappone, 2023 – film concerto musicale
“Opus” è una parola latina che indica l’opera o il lavoro, ma, in ambito musicale, solitamente indica la composizione di un autore, per cui, seguita da un numero specifico, entra nella catalogazione dei lavori composti da tale autore, tanto che, nei secoli passati, i compositori sono stati identificati spesso dal loro numero di “opus” pubblicati, quasi a misurarne la proliferazione artistica, più ancora del loro valore. Col tempo, però, numerosi musicisti iniziarono a ribellarsi a questa regola della numerazione degli opus e, a cominciare da Beethoven, iniziarono a numerare i propri opus senza una connessione musicale o cronologica, ma seguendo unicamente la propria volontà, o addirittura a sdoppiare e ripetere gli opus, fino ad ometterne alcuna denominazione.
A Ryuchi Sakamoto, però, la regole strutturali non sono mai piaciute, se non per dare una traccia minima, mentre le numerazioni si annullano in un’unica elevazione che cerca l’infinito in una connessione dove è possibile leggere tutto l’universo attraverso la musica. E, a questo punto, il suo “opus” non ha bisogno di alcun riferimento numerico, perché è in sé numero unico e omnicomprensivo di tutta la sua musica.
Il 19 maggio 2026 era l’unica data al cinema per vedere l’ultimo concerto del Maestro Ryuichi Sakamoto, documentato nel film “Opus“, diretto dal figlio Neo Sora, un vero e proprio testamento delle sue opere e del suo amore per la musica, il canto del cigno di un compositore e musicista che ha saputo sperimentare e reinventare la musica, attraverso anni di destrutturazione del canone classico, per costruirne una nuova narrativa, che attraverso note minime di un linguaggio universale e non strettamente codificato sa mettere a contatto l’interprete e creatore della musica con l’animo dello spettatore. Il film fu presentato per la prima volta all’80esima Mostra del Cinema di Venezia il 4 settembre 2023, presentazione che è stata seguita da un passaggio internazionale attraverso il New York Film Festival, il BFI London Film Festival e il Tokyo International Film Festival, per approdare sugli schermi quasi tre anni dopo.
Le nostre aspettative di assistere a dei momenti di vera grazia sono state superate: in sala regnava il silenzio, eravamo tutti estasiati dall’ultima magia di un concerto che nel suo minimalismo ha colto classicità e modernità, l’essenziale e la bellezza, dove anche ogni nota, ogni pausa e ogni accordo respirano la stessa melodia.
Il concerto è stato registrato e filmato presso lo studio 509 della Nhk tra l’8 e il 15 settembre 2022, circa cinque mesi prima della dipartita del Maestro Sakamoto, in uno spazio che conosceva bene, circondato solo da stretti collaboratori che lo avevano seguito per tutta la vita, con l’intenzione di mettere a nudo l’anima stessa dell’artista e questo ci ha ricordato in qualche modo, seppur si tratti di due contesti diversi, l’ultima registrazione delle Variazioni Goldberg che Glenn Gould fece nel 1981, un anno prima della sua morte.
Se la registrazione del 1981 di Glenn Gould era pacata e riflessiva rispetto a quella giovanile del 1956, dove l’impeto e la foga donavano alle Variazioni una lettura personale, dai tempi veloci e da uno stile che sarebbe diventato una pietra miliare nella musica classica, anche in “Opus”, Ryuichi Sakamoto interpreta i suoi capolavori in chiave diversa, suonando in punta di dita per asciugare il suono dall’enfasi, dall’energia, ma regalando una pacatezza e una serenità che risuonano nell’armonia gentile della registrazione.
Per questo motivo “Opus” ci ha ricordato “Le Variazioni Goldberg” del 1981 perché sia Ryuichi Sakamoto che Glenn Gould hanno voluto donare con la loro ultima registrazione un soffio di eternità, suonando con il cuore e lasciandoci un testamento musicale che, grazie al pianoforte e al rapporto intenso che entrambi avevano con questo strumento, noi ascoltatori riusciamo a percepire.
Ryuichi Sakamoto suona i suoi brani, le sue composizioni, riducendoli all’essenziale, omettendo arrangiamenti elettronici o sperimentazioni per poter cogliere il cuore della poesia, il tocco delicato che svela l’anima e la sensibilità, enfatizzando la capacità emotiva di cogliere le sfumature del suono e il potere evocativo. Ogni minimo dettaglio della registrazione è un piccolo frammento di nota umana che caratterizza lo stesso artista, dai tocchi sui tasti, al momento devoluto per accordare le corde, ai movimenti con la testa o con gli occhiali, fino a quei piccoli impercepibili errori, a quei cambi di passo, quelle note sbagliate o quei ritorni sul pezzo che, come diceva lo stesso Maestro Sakamoto, sono dei veri doni della musica all’artista, parti di un dialogo continuo con lo spettatore.
Il silenzio che accompagna l’esecuzione dei venti brani che compongono “Opus” è una delle parti più significative ed emozionanti del concerto, riflette la maturità e la consapevolezza della vita e della sua brevità, quell’incedere dell’infinito che ognuno di noi cerca di carpire.
Estetica minimalista, in bianco e nero, che sembra quasi un unico piano sequenza, pause che riflettono lo stato emotivo e una sola certezza: essere consapevoli di ascoltare un artista unico nella sua grandezza e nella sua preparazione che ci lascia un patrimonio immortale, come la musica.
“Ars longa, Vita brevis”.
La lista dei brani suonati:
1. “Lack Of Love”. Colonna sonora del videogioco “L.O.L.: Lack Of Love.
2. “BB”. Brano inedito, scritto nel 2018. 3. “Andata”. Dall’album “Async” (2017).
4. “Solitude”. Dalla colonna sonora del film “Tony Takitani” (2004)
5. “For Jóhann”. Brano inedito, scritto nel 2018.
6. “Aubade 2020” 7. “Ichimei – Small Happiness”. Dalla colonna sonora del film “Ichimei” (2011).
8. “Mizu no naka no Bagatelle”. Dalla colonna sonora della pubblicità del “Suntory Whiskey” circa del 1983.
9. “Bibo no aozora”. Dall’album “Smoochy” (1995).
10. “Aqua”. Dall’album “BTTB” (1998). 11. “Tong Poo”. Brano tratto dall’ album della Yellow Magic Orchestra (1978);
12. “The Wuthering Heights”. Dalla colonna sonora del film ”Emily Brontë’s Wuthering Heights” (1992). 13. “20220302 (Sarabande)”. Dall’album “12” (2023);
14. “The Sheltering Sky”. Dalla colonna sonora dell’omonimo film (1990).
15. “20180219 (w/ Prepared Piano)”. Brano inedito. 16. “The Last Emperor”. Dalla colonna sonora dell’omonimo film (1987).
17. “Trioon”. Dall’album “Vrioon” (2002).
18. “Happy End”. Dall’album “Bgm” della Yellow Magic Orchestra (marzo 1981). 19. “Merry Christmas, Mr. Lawrence“. Dalla colonna sonora del film omonimo (1983).
“Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia”.
(Raoul Follerau)
Il romanzo di Durian Sukegawa, “Le ricette della signora Tokue” e il successivo film omonimo diretto da Naomi Kawase hanno fatto conoscere una pagina dolorosa della Storia del Giappone, ovvero quella relativa alla malattia di Hansen (conosciuta comunemente come “lebbra”) e sul relativo isolamento delle persone malate e affette dalla lebbra, durato per decenni.
La dolorosa traversia dei malati di lebbra in Giappone ha avuto inizio nel 1907, anno in cui venne emanata la legge sulla prevenzione della lebbra rimasta in vigore fino alla fine degli anni Novanta che prevedeva che le persone colpite dalla lebbra o venute in contatto con malati di lebbra venissero prelevate dalle loro abitazioni e portate nei sanatori.
Solo nel 1996 è stata abrogata questa legge.
La lebbra, tra le malattie più antiche nella storia dell’umanità, è un’infezione cronica causata dal batterio “Mycobacterium leprae” che colpisce pelle, nervi periferici, mucose delle vie respiratorie e occhi. La malattia si trasmette solo attraverso periodi lunghi di contatto, attraverso goccioline respiratorie, non attraverso strette di mano o abbracci o vicinanza. Oggi le persone che iniziano il trattamento curativo non sono contagiose.
Purtroppo, in ogni parte del mondo, la malattia di Hansen è da sempre stata fonte di stigma, di gravità e di discriminazione e spesso i malati sono stati costretti ad un isolamento forzato che corrispondeva all’invisibilità sociale e ad un allontanamento dal mondo. I malati di lebbra sono stati sempre emarginati e la Storia ce lo racconta.
Come diceva Raoul Follerau, giornalista e filantropo francese che dedicò tutta la sua esistenza per combattere contro le discriminazioni verso i malati di lebbra, in una significativa affermazione, che contestualizzava l’esistenza dello stigma verso questi malati:
“La sottospecie umana condannata senza appello e senza amnistia: i lebbrosi”.
In Giappone nel 1907 la legge sulla prevenzione della lebbra prevedeva che le persone colpite dal morbo venissero prelevate e portate a vivere in sanatori spesso lontani o sulle isole, emarginati dalla società.
Alcuni anni fa la rivista “The Guardian” curò un reportage sull’argomento e si recò nei luoghi dove avevano vissuto la loro vita i malati di lebbra, così da ascoltare le voci delle loro esistenze dimenticate, di coloro a cui era stata rinnegata la vita normale, la luce del giorno, l’affetto e la possibilità di costruire una vita diversa, di formare una famiglia.
In particolar modo, Shinji Nakao, classe 1931, portato sull’isola di Nagashima ancora piccolo, ha raccontato di essersi sentito da subito in una prigione, di aver vissuto a contatto con tanti malati e di non aver mai avuto uno spazio personale; ognuno rispondeva ad un numero e ogni libertà era stata interrotta, pure i familiari che non si erano ammalati subivano ogni giorno l’emarginazione da parte di coloro che temevano di essere in qualche modo infettati.
Shinji Nakao rappresenta una figura importante per il suo ruolo come testimone dei dolori e delle pene dei malati di lebbra, anche costretti spesso a lavorare per molto tempo a ritmi stressanti e portavoce di quella memoria storica che oggi serve per non dimenticare le sofferenze del passato e per far conoscere la forza e la resilienza dei sopravvissuti e l’esistenza di quegli esseri umani che, purtroppo, sono morti come degli invisibili, affinché non si ripetano discriminazioni e ingiustizie verso i malati.
Shinji Nakao è presidente dell’associazione dei residenti del lebbrosario nazionale “Nagashima Aiseien”, nella Prefettura di Okayama, uno dei lebbrosari sparsi per il Paese e ha dato voce a tutti quei malati che hanno faticato a reintegrarsi nella società dopo l’abrogazione della legge nel 1996. Molti di loro, non avendo avuto contatto con il mondo esterno e sentendosi smarriti, rientravano nei loro sanatori dove avevano vissuto gran parte della vita e dove avevano ormai creato un proprio luogo di ritorno, così come vediamo nel film “Le ricette della signora Toku”.
Nel 1998 alcuni ex malati del morbo di Hansen intentarono una causa contro il governo per ottenere un risarcimento sostenendo che la legge sulla prevenzione della lebbra aveva violato la Costituzione giapponese. L’11 maggio del 2001 il tribunale distrettuale di Kumamoto appoggiò il ricorso, pronunciandosi a favore, così il governo rinunciò all’appello e la sentenza diventò definitiva, istituendo un programma di aiuti per le vittime: si trattava, infatti, di “violazione del diritti umani da parte dello Stato”. La politica di isolamento fu, di conseguenza, dichiarata incostituzionale.
Nel 2019, sempre nello stesso tribunale di Kumamoto, oltre 500 persone, familiari di ex pazienti, hanno vinto una class action ritenuta storica, stabilendo, infatti, che l’isolamento dei malati aveva causato discriminazione e aveva distrutto legami familiari. Anche i parenti delle vittime erano vittime a sua volta, per questo richiedevano un risarcimento da parte dello Stato.
Nel luglio del 2019 l’allora Primo Ministro Shinzo Abe annunciò che il governo non avrebbe mai presentato ricorso contro una sentenza storica del tribunale che ordinava un risarcimento alle famiglie degli ex pazienti e fu il primo a pronunciare delle scuse formali e pubbliche per le politiche di discriminazione e segregazione che il governo storicamente aveva imposto ai malati e alle famiglie dei pazienti affetti dal morbo di Hansen.
Il diritto alla salute viene riconosciuto come diritto umano universale e, come ripeteva Raoul Follerau, “Chi è malato guarisce solo se qualcuno lo abbraccia”, ovvero la cura della lebbra, così come di qualsiasi altra malattia, non è solo una questione medica, ma anche un reinserimento sociale, un supporto che la società ha il dovere di presentare, per non abbandonare nessuno, ma per dimostrare che l’affetto e il sostegno sono medicine che aiutano a guarire.
Il merito del romanzo “Le ricette della signora Tokue” e, di conseguenza, del film, è quello di aver dato voce ad una protagonista che ha rappresentato la resilienza, il coraggio e la speranza di molti malati dimenticati che desideravano solo vivere le piccole cose quotidiane.
“Anche noi come voi, vogliamo vivere alla luce del sole”.
“Noi siamo nati per osservare e ascoltare questo mondo e solo così, anche senza riuscire nella vita, possiamo trovare, possiamo davvero trovare un senso alla nostra esistenza”.
In una via commerciale, proprio davanti ad un piccolo locale da prodotti da forno e di dorayaki, c’è un albero di ciliegio che per tutta la storia sfoglia i capitoli con i suoi fiori rosa, i frutti e le foglie per cadenzare lo scorrere del tempo. Ed è lì, dietro al bancone del minuscolo chiosco, che si svolge una storia di amicizia, di accettazione e di vita e il nostro ciliegio sembra quasi narrarcela.
Sentarō (Masatoshi Nagase, che ricordiamo nel film di Jim Jarmusch, “Mistery Train”) è un pasticcere, non è proprio il mestiere dei suoi sogni, ma il suo è un percorso stabilito dopo un periodo di carcere e deve pagare il suo debito con il lavoro. Un giorno, non diverso da tanti altri, mentre l’uomo si annoia nel suo piccolo locale, dove si presentano quotidianamente appena pochi clienti, una signora anziana, un po’ curva e minuta, entra nel suo negozio. Il nome della donna è Yoshii Toku (Kirin Kiki, “Kamikaze Girls”, “Little Sister”) e da subito manifesta il desiderio di essere impiegata nel locale di Sentarō, perché la donna adora la pasticceria, soprattutto la preparazione dei gustosissimi dorayaki, dolci farciti con pasta di fagioli azuki (fagioli rossi) e rivestiti da una sorta di Pan di Spagna.
Sentarō, dopo aver considerato l’età della donna, le sue mani rugose e nodose e i suoi movimenti lenti, cerca di spiegare alla signora Toku che non gli serve alcun aiuto, ma il giorno dopo la signora si presenta con l’ingrediente segreto, la marmellata di fagioli rossi.
“Vede giovanotto, l’An va… va preparata con il cuore”.
“An” è il nome della confettura di fagioli rossi di cui vengono riempiti i dorayaki e “An” è anche il titolo originale del film, perché la preparazione della confettura e dei dorayaki diventerà parte fondamentale della storia, creando una magia particolare che avvicinerà le esistenze dei due protagonisti e quella di Wakana (Kyara Uchida di “I Wish“), giovane studentessa di scuola che, dopo le ore di studio, si rifugia nel chiosco di Sentarō e stringe immediatamente amicizia con la signora Toku.
L’entusiasmo quasi infantile della signora Toku, la sua abilità nella cucina, la pazienza nella preparazione di dolci e il suo rapporto con i fagioli: ascoltarli, vivere un po’ delle emozioni che cercano di trasmettere, ma a cui noi non facciamo caso, è questo il vero segreto della Vita.
Trovare un linguaggio comune con la Natura, con gli esseri umani, tendere l’orecchio ad ascoltare per capire è uno dei gesti più significativi che si possono trovare e la signora Toku ha un dono molto prezioso, possiede lo spirito giusto per connettersi con la Natura stessa, sembra parlare ai fagioli rossi e i fagioli rossi le rispondono, aiutandola ad ottenere una confettura buonissima.
“Quando io preparo la marmellata An, tendo sempre l’orecchio ad ascoltare quello che i fagioli hanno da dirmi. Cerco d’immaginare tutto quello che hanno vissuto. I loro giorni di pioggia e i loro giorni di sole. Portati dal vento, sono arrivati fino a noi. Ascolto il racconto del loro viaggio. Sì, bisogna ascoltarli. Tutto quello che esiste nel mondo possiede il suo linguaggio. È così, ne sono convinta. Il più tenero raggio di sole o il vento meritano che noi tendiamo l’orecchio ad ascoltarli. Forse è proprio per questo che ieri sera il vento che soffiava tra gli arbusti di agrifoglio, sembrava dirmi che dovevo scriverle. Io l’ho sentito”.
E mentre vediamo trascorrere il tempo, il ciliegio è sempre lì, in un silenzio lirico, rispettoso, mentre osserva le giornate di preparazione, l’amicizia che si instaura tra la signora Toku e Sentarō, quasi un rapporto madre e figlio, la fiducia dell’uomo, da sempre sospettoso e dall’atteggiamento disilluso che invece si apre con la sua nuova amica e il rapporto di amicizia con la giovanissima Wakana, la prima ad assaggiare i dolci della signora Toku e a farle pubblicità. Wakana che vive un senso di incomprensione in famiglia, mentre si sente più a suo agio con i nuovi amici e questa è una delle caratteristiche più belle della storia, il rapporto tra generazioni differenti, uniti dalla magia del sapore dei dolci, da un segreto da tenere solo per loro, un creare un rifugio sospeso al di là del loro vissuto, della loro età o delle pressioni sociali.
Tre anime toccate dalla grazia della meraviglia del mondo ancora da scoprire, ma da percepire nelle piccole cose e così i dorayaki del chiosco di Sentarō diventano improvvisamente ricercati, arrivano nuovi clienti, il locale si riempie e le mani operose della signora Toku continuano a lavorare e a creare piccole felicità che parlano al cuore e all’anima delle persone.
Mentre le vite dei tre protagonisti si intrecciano e superano la loro solitudine, avviene, però, qualcosa di spiacevole, si scopre un segreto relativo al passato della signora Toku che non ha quasi mai parlato di sé, ma il suo segreto scatena una reazione sociale esagerata che porta le persone e i clienti, che tanto avevano apprezzato i dorayaki, ad abbandonare il locale, a non acquistare più i dolci e a non frequentare più il chiosco.
La signora Toku è guarita molto tempo fa dalla lebbra, ma lo stigma sociale della malattia continua a perseguitarla e. anche se con timidezza si è affacciata al mondo, non sempre la società è matura e giusta per accogliere i propri figli che sono stati malati e che hanno subito una grave persecuzione.
Il film di Naomi Kawase è ispirato al romanzo omonimo di Durian Sukegawa che è riuscito in questa storia a lasciare un messaggio potente, profondo e ricco di coraggio, oltre a farci conoscere una pagina dolorosa della storia giapponese, quella dei malati di lebbra che dal 1907, con la legge sulla prevenzione della lebbra rimasta in vigore fino al 1996, vennero allontanati dalle proprie famiglie, prelevati dalle loro abitazioni e portati nei sanatori.
La signora Toku è portavoce di tutti coloro che sono stati invisibili. La donna, dopo aver scontato un lungo periodo di reclusione in un lebbrosario e aver perso anche un figlio, nonostante avesse sconfitto la lebbra, porta i segni sul fisico, la deformazione delle dita, ma porta anche i segni della condanna sociale, lo sguardo di disgusto e di disprezzo da parte dei passanti.
Eppure, avviene qualcosa di meraviglioso in questa storia delicata e poetica e questo qualcosa è relativo a una trasformazione emotiva in ognuno dei tre personaggi principali, un soffio di eternità che va oltre la superficialità umana, il vero segreto che ormai appartiene a tutti e tre: quel senso di umana comprensione e partecipazione al dolore degli altri, quella carità che porta ad osservare e ad ascoltare il mondo per dare una ragione alla propria esistenza, nonostante le difficoltà di ogni giorno, gli sguardi indiscreti delle persone, il pregiudizio di molti, nonostante tutto, trovare quelle piccole cose che ci spronano ad andare avanti.
“Principale, anche se ci sforziamo di vivere in modo irreprensibile, può succedere comunque che l’incomprensione della società ci annienti. A volte però bisogna saper dare prova di saggezza, forse avrei dovuto spiegarglielo prima. Io penso che un giorno arriverà a preparare da solo i suoi dorayaki in modo che le rassomigliano. La prego non si scoraggi, segua la sua strada. Sono certa nel profondo del cuore che lei ne è capace”.
Nel frattempo, il ciliegio è lì testimone di questa storia di dolore, ma anche di ritrovamento, di resilienza e infine di speranza. Sentaro, Toku e Wakana si sono riconosciuti, hanno guardato il cuore l’uno dell’altro, sono riusciti a provare un sentimento di gratitudine per la propria esistenza e uno sguardo diverso sul mondo.
Fotografia bellissima, i luoghi e gli scorci naturalisti aiutano ad entrare nella narrazione e fanno da sfondo al trascorrere dei giorni. Colonna sonora indimenticabile. Il film è stato presentato al Festival di Cannes nel 2015 per aprire la prestigiosa sezione Un Certain Regard.