“Da cosa capisci che è la fine del mondo? E’ una questione di meteo. Finché ci sono nuvole nel cielo, vento nell’aria, foglie che frusciano nella brezza… Finché esiste un clima, non è ancora la fine del mondo”.

Titolo originale: 모두가 자신의 무가치함과 싸우고 있다, Moduga jasinui mugachihamgwa ssaugo itda (lett. “Everyone Is Fighting Their Own Worthlessness“; in italiano “Il nostro meglio”)
Regia: Cha Young-hoon
Sceneggiatura: Park Hae-young
Cast: Koo Kyo-hwan, Go Youn-jung, Oh Jung-se, Kang Mal-geum, Park Hae-joon, Bae Jong-ok, Han Sun-hwa, Choi Won-young, Jeon Bae-soo, Shim Hee-seop, Park Ye-ni, Bae Myung-jin, Jo Min-kook, Yeon Woon-kyung, Kim So-yul & Sung Dong-il
Genere: drama /melo /slice-of-life /psychological /black comedy
Corea del Sud, 2026 – k-drama, 12 episodi
Vi è mai capitato di rimanere lì fermi contro il muro mentre passa la marea e, nonostante tutti gli sforzi prodigati, non riuscire a coglierne nemmeno una goccia o un refolo di vento, quasi condannati ad una stasi mimetica, per cui sparisci del tutto, senza che il mondo se ne accorga? E, poi, avete mai notato come, in quelle situazioni, tutti quanti sembrano correre più velocemente nelle loro vite piene, mentre tu ancora non riesci a capire cosa succede intorno e ti senti spettatore delle esistenze altrui, dove gli altri falliscono, vincono, gioiscono, soffrono, senza che tu riesca mai a partecipare? Vi siete mai sentiti così sconfortati da voi stessi da provare l’esigenza di urlare il vostro nome al cielo, tanto per ribadire la vostra presenza ad un mondo che continua costantemente ad ignorarvi, mentre dal vostro senso di frustrazione nasce l’ansia, il panico, la rabbia, l’invidia, tutte quelle emozioni negative che vi avevano detto di chiudere e sigillare in una scatola per buttarle via, dimenticandovene?
Io sì; mi è capitato, mi capita sovente, mi capiterà ancora; talvolta, mi ci trovo talmente invischiata da prendermi quasi casa in quella scatola che non riesco a sigillare, crogiolandomi più nelle mie emozioni negative, che nel tentativo di costruirne alcune positive. Tempo addietro, quando capitava, volevo quasi annullarmi, sentendomi in colpa per una frustrazione accumulata da fatti esterni. Adesso, invece, ripensandoci, non solo non me ne vergogno, ma riesco anche a sorriderne, perché, in fondo, va bene così: non c’è nulla di strano nel provare rabbia, nulla di terribile in quella punta di invidia verso chi ti sopravanza, nulla di sconvolgente in quell’ansia che ti prende al collo per soffocarti; nulla, se non l’umanità, quella sottile e finita caratteristica che ci rende esseri piccoli, limitati, fragili, eppure così emotivamente complicati da racchiudere in noi un intero mondo di sali e scendi emotivi.
Forse è per questo motivo che ho voluto bene a Hwang Dong-man da subito, appena entrato in scena come un attore di un film muto, con quel cappotto di un soldato russo morto nella Seconda Guerra Mondiale e l’orgoglio di mostrare quel foro di proiettile di qualcuno che, a differenza sua, era riuscito ad entrare nella storia, con quello zaino carico di sogni e di progetti lasciati incompiuti da vent’anni, le magliette con l’effigie del suo gatto domestico e al polso un orologio che segna il suo flusso emotivo.
“Cercavano un disoccupato quarantenne e per poco non mi prendevano. Il fatto è che io, alla voce ‘professione’, avevo scritto ‘regista’.”
Hwang Dong-man (Koo Kyo-hwan di “D.P. – Deserter Pursuit“) è un regista sognatore e perfezionista, uno di quelli che ha guardato tutti i film esistenti e li recensisce in modo dettagliato e analitico, frequenta da vent’anni lo stesso ambiente di registi, produttori, sceneggiatori e artisti e non ha alcuna intenzione di cambiare la vocazione per cui è nato. Il problema è che Hwang Dong-man non ha mai diretto un film. O, meglio, non ha mai diretto proprio nulla. Ci è andato vicino diverse volte, ma, per un motivo o per l’altro, nessuna sua sceneggiatura è stata mai accettata da una produzione, tanto che lui stesso ha smesso di curarsi di terminarne una. Tutti i suoi ex compagni di studi e sventura hanno debuttato, lasciandolo solo a guardarsi attorno, chiedendosi come siano trascorsi improvvisamente vent’anni e creando un senso di vuoto, che nemmeno la sua fame convulsa e quasi bulimica riesce a colmare.
Questa situazione, col tempo, ha aumentato il senso di insicurezza e di ansia di Hwang Dong-man, che non solo si sente inadeguato per un mondo che non lo ha mai voluto davvero accogliere, ma avverte sempre di più come il giudizio dei suoi vecchi amici nei suoi confronti sia mutato, sentendosi ostracizzato ed estromesso come un paria. E, allora, reagisce con la sua loquela infinita, che trasforma quella sopraffazione in parole continue, attaccate, che divorano gli spazi e si divorano fra di loro, aggredendo per la loro stessa presenza i confini degli altri. Nel sapersi emarginato e deriso, Hwang Dong-man attacca preventivamente, imponendo se stesso, rendendosi insidioso e molesto come una zanzara, vestendo quella maschera insopportabile per non farsi dare del perdente.
A fare le spese di questo suo atteggiamento è soprattutto Park Gyeong-se (Oh Jung-se di “It’s Okay To Not Be Okay“), il suo ex migliore amico, regista e sceneggiatore, che, ad un certo punto, ha deciso di prendere il largo e debuttare nel mondo del cinema, anche grazie al supporto della moglie produttrice Ko Hye-jin (Kang Mal-geum di “Il divorzista“). Park Gyeong-se è la vittima preferita di Hwang Dong-man, come lo stesso Hwang Dong-man è lo spauracchio ricettacolo di tutti i mali per Park Gyeong-se e, in questo circolo vizioso di amore-odio unico e onnicomprensivo, i due ex amici si cercano e si fuggono, per ritrovarsi sempre, distruggersi e recuperarsi.
“Non cerco il successo. Voglio solo non essere triste”.
Del resto, comprendere Hwang Dong-man e sopravvivere alla sua verbosità sembra essere diventata un’impresa per chiunque nell’ambiente del cinema, fino a quando, una sera, al passaggio a livello lungo la strada per tornare a casa, non si imbatte in Byeon Eun-ah (Go Youn-jung di “Can This Love Be Translated?“), che lavora per la produzione di Choi Dong-hyun (Choi Won-hyun di “Mystic Pop Up Bar“) e che tutti chiamano Scure per la sua capacità di essere implacabile e obiettiva nei confronti dei copioni, tagliandoli e affettandoli in mille pezzi per le loro imperfezioni. L’uno, affetto da logorrea sconsiderata, da paralisi del sonno e dall’esigenza di urlare il suo nome per proiettarsi nel mondo, perché tutto quello che la sua voce può toccare possa anche essere suo; l’altra, introversa e riservata, di poche parole, ma cresciuta con il peso di essere stata abbandonata e, quindi, condannata a vedere gli altri come masse emotive; entrambi, quasi sul punto di lasciarsi andare nel baratro, decisi ad affondare e casualmente capitati vicino per darsi aiuto.
In realtà, Dong-man e Eun-ah si conoscono già da tempo (non è dato sapere allo spettatore da quanto tempo), ma forse non era mai capitato che i loro pensieri e le loro emozioni si incrociassero in un momento di attesa o, forse, aspettavano da anni davanti a quel passaggio a livello, senza sapere che erano destinati a trovarsi e a diventare importanti l’uno per l’altra. Perché entrambi vivono nella tristezza, ma cercano anche di fuggirla, non si riconoscono nelle incomprensioni dell’ipocrisia della società, ma hanno bisogno di confidare a qualcuno le proprie angosce e le proprie ansie, che continuano a determinarne l’esistenza. Ci si può conoscere da sempre, senza sapere che, in un determinato momento nel tempo, si inizia ad entrare nella sfera di qualcuno e ad esserne il suo supporto reciproco.
“C’è qualcosa di così bello nel realizzare che sei l’unica a sopravvivere a qualcosa che un tempo pensavi fosse impossibile”.
C’è un’altra cosa che accumuna Dong-man ed Eun-ah: entrambi indossano lo stesso emoti-watch, un orologio che monitora e registra costantemente le loro emozioni, cercando di discernerle e di descriverle e illuminandosi di rosso, in caso di emozioni negative, e di verde, in caso di emozioni positive. Ed è uno dei punti che li fa avvicinare per costruire un rapporto di reciproca fiducia e completezza, che non ha nulla a che vedere né con le altre relazioni d’amore, né con le comuni amicizie: leggendo reciprocamente le proprie emozioni attraverso gli orologi che indossano, non hanno bisogno di conoscersi e di frequentarsi lentamente per capire col tempo le caratteristiche più intime delle proprie personalità, perché hanno già svelato le proprie anime e possono farle dialogare senza le sovrastrutture che la società impone. I loro discorsi, così, sono da subito sopra l’essere e l’esistere, sulle emozioni positive e negative che emergono nella vita di tutti i giorni, sui traumi sepolti del passato che queste emozioni fanno rivivere, sulle speranze e sui tentativi di autodistruggerle. Le loro emozioni così esposte non danno modo di nascondersi, né di abbellirsi: sono semplicemente se stessi, accettando di essere umani nella loro limitatezza, senza vergognarsi di essere sopraffatti dal rancore o di essere immobilizzati dal panico, comprendendo qualsiasi debolezza come quelle peculiarità che ci rendono unici, riuscendo a cogliere il meglio e il peggio di sé ogni singolo istante di ogni singolo giorno, trovando aiuto nella reciprocità di un abbraccio senza tempo né spazio.
“Ci sono infiniti modi per dire ‘aiuto’ e non tutti risuonano come un pianto”.
Ed è così che Eun-ah convince Dong-man a rimettere mano su quella sceneggiatura, “La macchina del meteo”, su cui Dong-man lavorava da tempo senza mai davvero credere in se stesso e nelle proprie potenzialità o, probabilmente, prendendosela col mondo circostante per aver rinunciato a credere in sé ed essersi fatto sopraffare dall’ansia. Dong-man torna sul suo testo e, quindi, sulle sue debolezze e sulle sue aspirazioni, razionalizzando il suo fallimento nella paura di fallire davvero, e si convince che nessuno è veramente sconfitto, se non si prova, almeno una volta, a fallire alla grande, rischiando la vittoria. E che, in fondo, tutti quanti sono immersi nello stesso cammino, vinti dall’ansia e da quella commistione di emozioni umane che non si riescono a discernere, condannati ogni giorno a fare un passo avanti e due indietro, cercando di fare il proprio meglio per non cadere nel baratro e continuare il proprio cammino, nonostante tutto.
“Mi sono sempre chiesto perché le persone in metropolitana sembrano così brutte. Adesso ho capito che non dipende dalle loro facce, ma dalle loro emozioni”.
Stanno tutti facendo del loro meglio, come Dong-man che lotta contro l’ansia e il senso di inadeguatezza e Eun-ah che cerca di vincere la paura dell’abbandono e il collasso interiore. Stanno facendo del loro meglio anche gli amici-nemici di sempre, Gyeong-se e Hye-jin, sopraffatto dal timore di non valere e di mancare di idee artistiche, lui, e dalla consapevolezza di non essere amata, lei. Stanno facendo del loro meglio Lee Jun-hwa (Shim Hee-seop), l’unico a mostrare sempre una certa comprensione per la situazione di Dong-man, ma che lotta contro l’etichetta di essere giudicato di serie B, e Park Young-soo (Jeon Bae-soo di “Avvocata Woo“), che in Dong-man aveva visto del potenziale e ne era diventato suo mentore, ma che fa i conti tutti i giorni con l’inaridimento della sua vena creativa. Stanno facendo del loro meglio Jang Mi-ran (Han Sun-hwa di “Pilot“), che vorrebbe essere un’attrice valutata per la sua bravura e una donna degna di essere amata, ma che è condannata ad indossare una maschera imposta dagli altri, e Oh Jeong-hee (Bae Jong-ok di “Designated Survivor: 60 Days“), attrice di chiara fama e apprezzamento, che nasconde una vita passata segreta. Sta facendo del suo meglio No Gang-sik (Sung Dong-il di “Hwarang: The Poet Warrior Youth“, “My Girlfriend is a Gumiho” e “Typhoon Family“), l’attore di punta del cinema coreano, che, però, nessuno sopporta per il suo carattere aspro e le sue fisse da Metodo, ma che comprende nelle parole della sceneggiatura di Dong-man molto più di quanto esse palesano.
In questo umano percorso per cercare di rimanere a galla, c’è un poeta che sembra essersi ritirato dalla vita, ma che vive all’interno di essa nella sua pratica, perché accoglie in sé il concetto di essere e ne espande i contorni nel cercare di comprendere l’esistenza umana. Hwang Jin-man (interpretato in modo incredibile da Park Hae-joon di “Quando la vita ti dà mandarini“), il fratello maggiore di Dong-man, è un poeta che ha scelto di ritirarsi da quella finzione di parole, di cattedre universitarie e di pubblicazioni letterarie vanamente elogiate, per sperdersi, come un granello da 0,2 mm, nel rumore del mondo, in una perfetta coincidenza tra “vita activa” e “vita contemplativa”, cercando ogni giorno di schiacciare il vuoto accumulato che lo divora dall’interno per lasciar andare tutti quei profondi legami, che eppure lo trattengono ancora alla sua umana esistenza. Hwang Jin-man è in sé la vera essenza della sofferenza umana inespressa nel tentativo di continuare a fare ogni giorno il nostro meglio per andare avanti, sintesi di essere ed esistere, conoscitore dei labili confini della natura umana che disprezza nella loro fatuità, eppure ama per la loro caratteristica effimera. E si ritira dalla poesia per vagare tra lavori manuali, di cui riesce a cogliere la vera poetica umana. Jin-man è un personaggio unico nelle trasposizioni drammatiche televisive, difficile da scrivere e ancora più arduo da spiegare, una figura più di appartenenza alle pagine letterarie, perché gli è stato fatto dono di essere il veicolo comunicativo tra la contemplazione dell’essere e la dinamica pratica dell’esistenza umana. Per questo motivo, userò le sue stesse parole per aprire solo un piccolo squarcio sulla sua personalità.
“Vorrei capire cosa intende con ‘vaga’. ‘Vagare’: spostarsi di luogo in luogo senza una meta. Io ho una meta: saldare. Quando c’è poco lavoro, raccolgo cavoli cinesi e ravanelli in campagna. E’ bello spostarsi di luogo in luogo senza avere una meta. Non dovrei attaccarmi troppo a certe parole, ma, visto che lo faccio, ho molta strada da fare. Non mi piace che si pensi che un poeta che diventa saldatore lo faccia per crearsi un’identità. Se è davvero così fantastico, allora molliamo tutti e andiamo a fare i saldatori. A dire il vero, preferisco saldare alla poesia. O forse dovrei dire che mi si addice di più. Quando scrivevo, ero frustrato e mi disprezzavo. Quando saldo, invece, la fiamma ossidrica fa il suo dovere. La mia mente non si agita. Quando poso gli attrezzi e vado via, pensieri di ogni tipo tornano ad affollarmi la mente. Ma quando saldo, non tornano a galla. Mi sembra finalmente di riposarmi”.
“We Are All Trying Here“, tradotto nella versione italiana con “Il nostro meglio“, non è solo un drama: è un alert psicologico che sa narrare frammenti di storie umane disseminate in momenti di cruda e, al tempo stesso, meravigliosa realtà. Dalla penna di Park Hae-young, sceneggiatrice di “My Liberation Notes” e “My Mister“, e dalla direzione di Cha Young-hoon, regista di “When the Camellia Blooms” e “Welcome to Samdalri“, il drama è stato un vero caso in patria, raggiungendo indici altissimi di share che aumentavano ad ogni episodio, ricevendo unanimi apprezzamenti dalla critica e dal pubblico e commuovendo per la sua profondità psicologico e la sua delicatezza che narra senza raccontare. C’è una storia di fondo, perché “senza storie, saremmo morti“, per parafrasare una battuta del protagonista, ma non esiste una trama che parte da un punto per andarsi a risolvere in un altro: la sceneggiatura ci invita ad osservare le storie narrate per osservare noi stessi, le emozioni dei suoi protagonisti sono quelle che proviamo tutti ogni singolo giorno della nostra vita, in questa altalena discendente di sentimenti che sa portarci al punto più elevato di umana comprensione ed empatia a quello più infimo di invidia ed odio, senza, per questo motivo, affliggerci. E’ normale provare simpatia, affezionarsi a qualcuno, supportarlo con tutta la nostra carica positiva ed augurargli il meglio, come è normale sentirsi afflitti per le proprie mancanze ed incolpare gli altri, odiando nel nostro vicino quella mancanza di possibilità che, per qualche ragione, ci è stata negata. In tutto questo, sta il punto di equilibrio umano, di quei 0,2 mm di odio e di vuoto, che possono essere schiacciati in un attimo, così come aumentare a dismisura.
Ci disperdiamo nelle parole e nel loro silenzio, espandiamo noi stessi nel nostro nome fino a toccare e a coinvolgere tutto il mondo per essere piccoli e grandi nello stesso momento, in queste effimere e complicate esistenze umane che sanno durare un’infinità di tempo.
“Se avessi l’opportunità di esprimere anche solo un desiderio nella vita, vorrei morire di vecchiaia. Vorrei che i gatti, gli alberi e tutti gli esseri viventi morissero solo di vecchiaia. Non di malattia. Non di agonia. Vorrei che ogni cosa morisse naturalmente solo per la vecchiaia, come le foglie che si staccano dagli alberi“.
Laura
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