“Quando è stata l’ultima volta che ho pensato che qualcosa fosse bello?”

Titolo originale: うみべのストーブ 大白小蟹短編集 – Umibe no Stove: Ooshiro Kogani Tanpenshuu (trad. “La stufa in riva al mare e altre storie”)
Autore: Kogani Oshiro
Casa editrice: Edizioni BD J-Pop
Anno prima pubblicazione: 2022 (LED in Giappone), 2024 (Italia)
Genere: manga / racconti / slice-of-life / realismo magico
A qualcuno è mai accaduto di sentire un oggetto parlare? O di accorgersi che una stagione raccoglie le memorie di altri tempi? O di percorrere in un soffio la banalità della vita di tutti i giorni per trovarci lo straordinario? Esistono crepe che accumulano luce senza che ce ne rendiamo conto, mentre camminiamo in bilico tra le vicissitudini dolci e amare del quotidiano, cercando di discernere le emozioni che ci colpiscono e si accavallano e di connettere le nostre menti e i nostri corpi ai sentimenti.
L’antologia manga “La stufa in riva al mare e altre storie” è una piccola scoperta ordinaria, peculiare nella sua strana conformità delle vite dei personaggi ritratti con quelle banali e quotidiane dei lettori che vi si parano davanti, eppure, al tempo stesso, unica nella sua normalità, da cui trascende quella dose di magia che ci fa parlare con il nostro inconscio e interagire con noi stessi. L’introspezione di queste piccole storie brevi (in totale sette), raccolte al suo interno, senza, in apparenza, alcun legame tra loro, è percorsa attraverso una linea che mischia il racconto realista e la narrativa slice-of-life di un drama con picchi di surrealismo e una leggera brezza di realismo magico, perché tutti collaborano a narrare le proprie piccole e banali esistenze, quasi per parlare al lettore come un personaggio che si stacca dal coro, anche i singoli oggetti.
Non ci si stupisca, dunque, se il racconto che dà il titolo all’opera è narrato proprio da una stufa, spettatrice silenziosa e attenta dell’esistenza di Sumio, e, quindi, depositaria delle sue gioie e delle sue tristezze, dei suoi affanni, dei suoi dolori, ma anche delle sue speranze e, al tempo stesso, unica a mantenere uno sguardo distaccato sulla sua vita e a capire cosa pensano coloro che lo circondano, senza farsi influenzare, capace di percorrere con il ricordo il passato per analizzare quanto accaduto. Ne “La stufa in riva al mare”, questa piccola stufetta portatile si presenta come colei che ha conosciuto Sumio in un momento di grande crisi esistenziale della sua vita, il suo trasferimento in città per cercare lavoro, che ha coinciso con il suo ingresso nell’età adulta, ma anche con quel salto nel vuoto a raffrontarsi con la solitudine, le responsabilità e le ansia che la nuova vita gli poneva davanti.
“Io sono una stufa, quindi non posso muovermi.
Sono proprio la sua, di stufa. Sumio mi aveva comprata, quando aveva iniziato a vivere il primo anno da solo, durante il primo inverno. Ero quasi sempre al suo fianco.
Sumio piange spesso. Quando sentiva la mancanza di casa… Quando lo sgridavano al suo primo lavoro… Quando ne cercava un altro… Io gli sono sempre stata accanto.
Eppure quella stufa ha visto sorgere anche il sentimento d’amore di Sumio per Ecchan ed è rimasta contenta quando i due giovani si sono innamorati e hanno deciso di vivere insieme, perché ha capito che Sumio poteva anche ridere e che finalmente aveva acquisito una nuova serenità.
La storia, però, si apre quando Ecchan lascia Sumio e abbandona la casa, gettando il ragazzo nello sconforto e, così, la stufa cerca di comprendere fino in fondo il carattere di Sumio per fare quello che è sempre riuscita a fare solo nella materialità: riscaldarlo e confortarlo. Solo che, questa volta, il calore di cui Sumio avrebbe bisogno è molto più intimo ed emozionale, è un abbraccio invisibile che significa comprensione e affetto, ma anche incoraggiamento, perché, alla fine di ogni tristezza, c’è sempre una risalita. Ed è così che la stufa supera tutte le leggi della fisica e inizia a comunicare con Sumio, convincendolo per una escursione al mare, luogo che la stufa ha visto solo nei film, ma che diventa il confine ultimo dell’orizzonte da raggiungere per stare in pace con il proprio inconscio e ripercorrere quanto accaduto attraverso tutte quelle ansie e quei timori che hanno da sempre ostacolato la vita di Sumio, fino a causargli la paura di dimostrare i propri sentimenti e, quindi, di legarsi a qualcuno, ma soprattutto la paura di essere felice.
Il secondo racconto, “L’estate di Yukiko“, aumenta i toni del realismo magico con l’elemento del meraviglioso che diventa solo apparentemente dominante, visto che serve da mezzo per raccontare altro. La protagonista, Chinatsu, è una camionista solitaria e indipendente, che, durante una tormenta di neve, si imbatte in Yukiko, una Yuki-onna, creatura del folklore e della mitologia giapponese, legata all’inverno e al gelo. Secondo la tradizione le Yuki-onna sono dei demoni spaventosi che congelano gli esseri umani, aumentando la paura che hanno questi ultimi del freddo. In realtà, come afferma Yukiko, sono creature create dai timori e dai pensieri degli umani e, per questo motivo, la loro stessa esistenza è dovuta al ricordo. Perciò è necessario trovare un umano da congelare e uccidere, in modo che lo spavento possa incrementare il timore che hanno gli umani delle Yuki-onna, assicurandole la sopravvivenza. Chinatsu, però, comprende che questo destino di orrore e oblio non è benvoluto da Yukiko, che è più assetata di racconti umani che delle loro vite. Ad esempio, Yukiko non ha mai visto l’estate, perché gli esseri umani non ricordano mai le Yuki-onna, quando non hanno paura delle tormente di neve, ma è sicura che, almeno una volta nella sua lunga e breve esistenza, vorrebbe godersi una giornata estiva, anche per vedere quando gli umani sono felici sotto il sole o nelle lunghe serate dei matsuri. Così, Chinatsu la aspetta e, ricordandola, la conserva per l’estate, promettendole di farle vivere una giornata estiva umana, nella sua meravigliosa vita delle piccole cose che la caratterizzano.
“Credo che, finché non morirò, mi ricorderò per sempre di questo giorno… ogni volta che arriverà l’estate.
Un’estate calda e fredda allo stesso tempo che mi rimarrà impressa nella memoria”.
L’elemento fantastico rimane la chiave di volta anche del terzo racconto “Prima che tu fossi invisibile“, che narra, dagli occhi di una donna il cui marito, dopo un comunissimo incidente stradale, è diventato improvvisamente invisibile. Secondo i medici, non sussiste alcun pericolo di vita, ma, al tempo stesso, non conoscono possibilità di guarigione perché è un caso unico al mondo. Non che la vita di Morizo – questo il nome dell’uomo invisibile – sia cambiata molto: dopo un breve periodo in ospedale, l’uomo torna alla sua vita di tutti i giorni, alle pulizie della casa, al suo lavoro stakanovista in smart working, alle piccole passeggiate nel quartiere dove vive, ma dove non ha mai fatto amicizia, alle sue preoccupazioni. Tutto riprende come prima della sua invisibilità, senza che nessuno davvero si accorga di nulla, a dimostrazione che Morizo, probabilmente, era già invisibile da prima, mentre si sperdeva in una giungla umana che non percepisce nemmeno i volti delle persone, ma raccoglie solo i sacrifici del loro lavoro. Eppure sua moglie si sente responsabile di quanto accaduto al marito, perché era l’unica che lo percepiva nei suoi confini della materialità umana, nel suo sguardo triste, nella sua ruga corrugata sulla fronte ogni volta che era preoccupato, nella cupezza che lo prendeva dopo lunghe ore di lavoro e, ogni volta, aveva tanto desiderato non vedere più la sua faccia. Anni di matrimonio l’avevano portata a confondersi della presenza e a non sapere più se amava quell’uomo o la sua vita con lui, se lo aveva scelto perché voleva guardare quel volto e quel corpo ogni giorno della sua vita o se non preferisse piuttosto come tutto si incastrava bene nella quotidianità di tutti i giorni con lui. E, mentre il marito inizia a capire che, se ancora può camminare per strada senza essere visto, ma rimanendo consapevole di se stesso e della sua corporeità, un giorno inizierà a mettere in dubbio la sua stessa esistenza, scomparendo completamente anche nei ricordi di coloro che lo avevano conosciuto visibile, la moglie comprende che il suo amore è rimasto immutato, ma che le preoccupazioni e i fastidi che costellano l’esistenza lo avevano nascosto. Ora, però, nel timore dell’assenza, sente più viva quella presenza che percepisce svanire sempre di più da sé.
“Cammineremo fianco a fianco, seguendo convinti la linea del tuo profilo che domani svanirà”
Il quarto racconto, “Abbracciare la neve“, abbandona l’elemento fantastico per concentrarsi sulla crisi esistenziale di Wakaba, una giovane donna incinta, sottoposta a tutte le pressioni che famiglia, società e amici riescono a concentrare in un istante, a cominciare dal famoso adagio “Ricordati che il tuo corpo ormai non appartiene solo a te”, che inizia ad instillare lentamente un grosso dubbio nella protagonista: cosa è davvero e a chi appartiene il suo corpo? Ma, soprattutto, ne è mai stata veramente proprietaria? Una sera rimane per lavoro distante da casa e, a causa di una tempesta di neve, tutti i treni vengono cancellati. Si trova costretta così a trascorrere la notte in una caffetteria vicino alla stazione, in attesa che passi un treno per tornare. Qui conosce Koko, una donna elegante e sofisticata, che sembra l’esatto opposto di lei, ma che, al tempo stesso, comunica un’empatia che non ha mai trovato in nessuno. Entrambe bloccate dalla tempesta e da un treno che tarda a passare, decidono di trascorrere la notte di veglia conoscendosi e chiacchierando tra la caffetteria e i bagni pubblici e, come accade talvolta tra perfetti sconosciuti, riescono ad aprirsi e a confidarsi nei loro timori e nei loro contrasti che hanno con la società fino ad arrivare al punto centrale, alla bellezza del corpo delle donne, che appartiene solo a loro, in tutte le forme e in tutte le età, in tutte le diverse maniere di esistere e nonostante la società voglia sempre costantemente rendere la donna accessoria di altro, componente insignificante destinata a non possedere nemmeno la propria corporeità.
Anche il quinto racconto, “Dal fondo del mare“, vede protagonista una giovane donna, Fukaya, e abbandona il meraviglioso dei primi racconti, sebbene lo lasci sotteso in una dimensione inconscia alla protagonista stessa. Fukaya ha una vita normale: ogni giorno esce in fretta da casa per recarsi al lavoro e percorre a piedi tutti quei gradini per raggiungere la sua metropolitana che sembrano portarla sul fondo del mare. Ogni giorno lavora come impiegata e, poi, torna nel suo piccolo appartamento per condividere la cena col suo compagna. Non c’è niente di speciale nella sua vita, se non lo scorrere lento e ordinario di una normalità di cui, in ogni caso, Fukaya crede di essere soddisfatta. Una sera, però, esce a cena con due vecchie compagne di scuola e, mentre si aggiornano sui fatti della vita, sulle carriere iniziate e su quelle concluse, sulle poche e rare soddisfazioni di tutti i giorni, le amiche rammentano la bravura di Fukaya come scrittrice, quando a scuola i suoi racconti erano i più letti del giornale dell’istituto. Fukaya aveva un talento innegabile che, però, è rimasto chiuso in uno scrigno, visto che gli ha preferito la normalità di un lavoro da impiegata, fino quasi a dimenticarsene e a sentirsi in colpa per questo. “Si può essere felici senza scrivere”, si domanda Fukaya, rammentando tutti i sogni di quando era studentessa, e inizia a sentirsi in colpa per averli traditi e accantonati, così come per aver messo di lato quella bravura da scrittrice. Si impone, così, di tornare a scrivere, ma si sente sul fondo del mare ogni volta che ci tenta, priva di ispirazione e non abituata più al talento. E se la sua normale vita di tutti i giorni, una vita ordinaria e felice, fosse il vero ingrediente per lanciarla in aria come un delfino?
Il sesto racconto, “La città di neve“, Haruka Machida si prepara a comprare il regalo di compleanno per la sua amica dell’università Mika Suzuki, quando viene raggiunta dalla notizia improvvisa della sua morte per un’ischemia cerebrale. Al funerale dell’amica, Haruka si rende conto della mancanza in un modo piuttosto particolare: nonostante la vita le avesse allontanate rispetto alla grande vicinanza dei tempi universitari, concedendo loro solo poche uscite in un anno e qualche messaggio disseminato qua e là, pensare che Mika fosse in vita da qualche parte nel mondo la faceva andare avanti sempre, come se Mika stessa fosse il suo portafortuna. Se Mika c’era, anche solo per scambiarsi un saluto, la vita poteva continuare nella sua normalità e nulla era destinato ad andare male. La scomparsa di Mika segna una cesura, la fine di una parte della vita, la perdita della sicurezza prima ancora che la solitudine. Nel divagare col pensiero in mezzo ad una città che sembra in stasi sotto la neve, Haruka va nei luoghi che frequentava con Mika ai tempi dell’università e, in un diner dove amavano pranzare, incontra Morita, un ragazzo che conosce il suo nome, senza averla mai incontrata, anonimo frequentatore di alcuni identici seminari durante l’università e ignoto amico di Mika durante quegli stessi anni, legato alla sua vecchia amica da un rapporto speciale che lei stessa disconosceva.
Il settimo brevissimo racconto, “Un lavoro importante“, è la degna conclusione di questo percorso iniziato col fantastico e culminato nel realismo del quotidiano. Aomizu è una ragazza normale, che fa un lavoro normale – che odia – in un ufficio normale – che odia – con un capo – che odia ancora più dei primi due elementi. Ogni giorno il suo piccolo momento felice è quando per strada trova riflesso sull’asfalto un quadrato di sole su cui saltare. Quella è l’unica luce che riesce a vedere in tutta la giornata, soffocata dagli alti palazzi, dimezzata da un’unica piccola finestra in ufficio, oscurata totalmente dalle impalcature dei lavori in corso nel palazzo di fronte, fino a sparire del tutto, quando, uscita dall’ufficio, si reca a fare la spesa e, poi, a casa per continuare l’arretrato di lavoro. Ogni giorno la solita vita di routine e di ore buie lavorative. Poi, improvvisamente un giorno, mentre il portale del lavoro è bloccato per un sovraccarico di dati, Aomizu si alza dalla scrivania per prendersi qualcosa di caldo da bere: è in quel momento che, terminati i lavori nel palazzo di fronte e smontata l’impalcatura, la stanza viene inondata dal caldo raggio della luce del tramonto che si fa strada da quella piccola finestrella per illuminarle il volto. Per Aomizu è un’epifania di sensazioni nuove, forse sopite dal grigiore che ammantava la sua ordinarietà, ed è anche l’unico momento in cui percepisce la bellezza senza grande sforzo, quella bellezza che si trova tutti i giorni in cose disseminate in mezzo al traffico quotidiano e che riescono a donarti il sorriso e la pace, come quel raggio di tramonto entrato casualmente dalla finestra. E, allora, capisce che la sua vera missione è portare anche agli altri quella consapevolezza che in un piccolo minuto di tramonto può essere nascosto il balsamo di tutta la giornata, perché quel sorriso privo di significato per la visione del tramonto è il significante della vita stessa. Così, lascia il suo posto normale per andare a fare qualcosa di straordinario nella normalità di tutti.
“Il mio nuovo lavoro è fare arrivare il sole del tramonto negli uffici che la luce non raggiunge.
Mi sento come se vivessi per questo momento”.
Postilla finale: L’antologia manga si è rivelata un vero successo in patria, sia tra il pubblico che per la critica, tanto che Il talento del giovane mangaka Kogani Oshiro è stato premiato con il Kono Manga ga Sugoi, uno dei riconoscimenti più ambito nel settore. Il tratto sottile, lieve, mai carico o violento, che mantiene il bianco e nero del manga, ma, talvolta, inserisce piccoli elementi di unico colore (come la stufa), quasi a dare luce alla loro metafora, è diventata una caratteristica distintiva del suo stile grafico, così come la sua narrativa profonda, esplicata con un linguaggio chiaro e con punti di vista diversificati, che riesce a far entrare in connessione il lettore con i personaggi ritratti, quasi a raccogliere le loro voci nelle storie delle proprie emozioni.
Laura

Mi sono fatta coinvolgere dalla lettura di questa recensione nei diversi racconti, uno più particolare dell’altro e ne sono rimasta affascinata. Voglio assolutamente recuperarlo! Grazie del consiglio! 🙂
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