La letteratura della bomba atomica (Genbaku bungaku – 原 爆 文) è un genere letterario nato successivamente lo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki nel 1945 e ha l’obiettivo di raccogliere scritti, testimonianze, diari, poesie, opere teatrali come atti di memoria dei bombardamenti e delle loro conseguenze.
Si sono approcciati a questo genere letterario i testimoni diretti del bombardamento atomico che hanno raccolto le loro memorie, i loro ricordi, avvertendo un forte senso di responsabilità di testimonianza nei confronti dell’umanità oppure scrittori che non hanno vissuto direttamente i bombardamenti e ne hanno parlato nei decenni successivi con un distacco diverso, analitico, più propenso ad affrontare cause sociali e politiche.
Molte le voci importanti e significative della letteratura della bomba atomica, ma in questa occasione ho scelto lo sguardo sensibile di quattro autrici, seppur diverso in ognuna di loro, ma in ognuna incisivo ed evocativo. Quattro donne che hanno vissuto il bombardamento atomico che ha segnato tutta la loro vita.
Yoko Ota – la prima pioniera della letteratura sulla bomba atomica
“Osservo con due sguardi: quello dell’essere umano e quello dello scrittore. (…) Riuscirai a scriverne? Di questo? Un giorno dovrò. È la responsabilità dello scrittore che ha esperito tutto questo”.
Yoko Ota nacque nel 1903 a Hiroshima ed è stata una dei primi a scrivere sul bombardamento atomico. Nel 1948 pubblicò il suo capolavoro “Città di cadaveri”, un racconto crudo e realistico della tragedia che la scrittrice aveva già iniziato a scrivere nell’autunno del 1945, ma il libro fu censurato in diverse parti e la versione integrale senza censura fu pubblicata alcuni anni dopo.
Yoko Ota, sopravvissuta alla bomba atomica su Hiroshima, già il 30 agosto 1945 pubblicò su una rivista il racconto Katei no yō na hikari (“Una luce come se provenisse dalle profondità“), forse la primissima testimonianza dopo la tragedia.
Negli anni seguenti la scrittrice pubblicò l’opera “Meihi” dove si concentrava sulle conseguenze fisiche e psicologiche dei sopravvissuti.
Yoko Ota morì a Fukushima nel 1963 a causa di un infarto, ma la sua voce è una delle più importati testimonianze del bombardamento atomico, aveva iniziato da subito a raccogliere per iscritto con mezzi di fortuna, piccoli rimasugli di matite rotte o tempere, tutto ciò che vedeva nel dopo la devastazione, per cristallizzare le primissime sensazioni e sentimenti.
Shinoe Shoda – la poetessa della letteratura sulla bomba atomica
“L’osso pesante deve essere quello di un insegnante I piccoli teschi accanto devono essere gli studenti raccolti attorno”.
Questa poesia tanka è stata scritta da Shinoe Shoda e appare sul Monumento agli insegnanti e agli studenti delle scuole elementari nazionali vittime della bomba atomica a Hiroshima.
Shinoe Shoda nacque a Etajima, nella prefettura di Hiroshima, nel 1910 e frequentò la scuola femminile, diplomandosi nel 1929. La sua propensione per la poesia la portò a pubblicare alcuni componimenti su una rivista letteraria già alla fine degli anni ’20 del Novecento.
Sposò l’ingegnere Takamoto Suematsu ed ebbe un figlio, ma dopo la morte prematura del marito nel 1940, la famiglia si trasferì a Hiroshima. Il 6 agosto 1945, la casa di Shoda era a soli due chilometri dal punto zero, così, l’anno successivo suo padre morì di cancro intestinale e si ammalò anche il figlio.
Shoda, riprendendo quella che era una sua passione, la poesia, iniziò a scrivere dei tanka tradizionali che avevano come tematica la devastazione del bombardamento atomico. Già nel 1947, riuscendo ad eludere la censura, pubblicò, l’antologia di tanka, “Sange” (“Pentimento”).
Shoda continuò a dare testimonianza e voce con la sua poesia fino al 1965, anno in cui morì, dopo essersi ammalata di cancro al seno.
Le sue poesie fanno rivivere con sensibilità i momenti della tragedia e della disperazione umana.
Hayashi Kyoko – Il senso di colpa dei superstiti
“Superstiti da trent’anni. Mi sento come se fossi semplicemente rimasta in vita”.
Hayashi Kyoko, nacque a Nagasaki nel 1930 e appartiene a quella generazione di autori che scelsero il diritto al silenzio, ovvero a non parlare subito degli orrori visti e vissuti dopo la devastazione atomica. Hayashi Kyoko ne parlò dopo trent’anni e lo fece dando voce a quella che è spesso la sensazione e la frustrazione dei sopravvissuti ad un evento tragico, il senso di colpa.
“Le vittime della bomba atomica, prima ancora di essere vittime della guerra o dello scontro generato tra nemici e alleati, sono vittime del genere umano”.
Chi resta, chi sopravvive, mentre intorno si leva un campo di morte, non riuscirà mai a guarire dalle ferite che terrà con sé, non potrà condividerle con i propri cari scomparsi e avrà difficoltà a comunicarle a coloro che non hanno vissuto in prima persona la tragedia.
Il 9 agosto 1945 Hayashi Kyoko era una giovanissima studentessa che lavorava alla Mitsubishi Armament Factory di Nagasaki mentre veniva sganciata la seconda bomba atomica. Seppur gravemente ferita, sopravvisse, ma tutto il suo mondo e la sua giovinezza furono incenerite per sempre.
Hayashi Kyoko è morta a Nagasaki nel 2017, a 86 anni.
Sadako Kurihara – La poesia della pace
Quando diciamo “Hiroshima” per sentirci rispondere con
un commosso “Ah, Hiroshima”,
dobbiamo aver riposto le armi, dobbiamo aver eliminato
le ragioni opposte.
Fino a quel giorno Hiroshima resta una città
amara di orrore e tradimento,
restiamo paria ardenti nella luce latente.
Quando diciamo “Hiroshima”:
perché ci rispondano un commosso “Ah, Hiroshima”,
dobbiamo noi per primi lavare
Le nostre mani sporche.
Sadako Kurihara, poetessa, nacque a Hiroshima il 4 marzo 1913 e sopravvisse al bombardamento atomico. Ha impegnato tutta la sua vita nel movimento antinucleare, focalizzandosi soprattutto sulla responsabilità degli scrittori nella commemorazione della tragedia per svegliare il cuore degli esseri umani a non ricadere negli stessi terribili orrori. Sadako Kurihara ha parlato spesso anche delle responsabilità del Giappone prima e durante la guerra mondiale.
La sua poesia più famosa e più significativa è “Umashimenkana” (“Portare alla luce una nuova vita”), la storia di una donna che, mentre si rifugia in un bunker durante il bombardamento, entra in travaglio. Una ostetrica che si trova nel rifugio, nonostante le gravi ferite riportate, la aiuta a partorire, sacrificando la propria via per dare luce ad una nuova vita. Sembra che Sadako Kurihara per questa poesia si sia ispirata a fatti realmente accaduti, ma per noi lettori è comunque una poesia che testimonia il coraggio, la generosità e la forza dell’umanità di fronte alla tragedia, la speranza del futuro che diventa speranza di tutti.
Bibliografia:
– Nagasaki, Kyoko Hayashi, Gallucci Editore, 2021
– La voce di Kurihara Sadako. Ciliegi di Hiroshima e la poetica della bomba atomica. Daniela Travaglini. Edizioni Aracne, 2019
– Città di cadaveri, Yoko Ota, Inari Books, 2021
– Hiroshima. Il giorno zero dell’essere umano, Luisa Bienati, Marsilio Editore
Grazia
