“Quando ero piccola, mio padre mi raccontava dei cavalli selvaggi che correvano liberi a Yeongdo. Correvano notte e giorno. Erano talmente veloci che le loro ombre non riuscivano a stare dietro e quindi finivano per staccarsi dai loro corpi. Sai, a volta, mi capita di chiedermi: ‘Perché in questo mondo alcune persone sopravvivono e altre no? E’ forse perché alcuni trovano le proprie ombre e altri invece no?’ Perché un corpo non può vivere senza la sua ombra. Quelle ombre ci dicono dove siamo. Nonostante tutto, io e te siamo qui. Anche se molti di coloro che amavamo non ci sono più, noi siamo ancora qui, seduti a questo tavolo”.

Titolo originale: 파친코 시즌 2 (Pachinko Stagione 2)
Regia: Leanne Welham, Arvin Chen, Lee Sang-Il
Sceneggiatura: Soo Hugh (dal romanzo “Pachinko – La moglie coreana” di Lee Min-jin)
Cast: Kim Min-ha, Lee Min-ho, Youn Yuh-jung, Jin-ha, Soji Arai, Anna Sawai, Jung Eun-chae, Kim Sung-kyu, Han Joon-woo, Noh Sang-hyun, Kim Kang-hoon, Kang Tae-ju, Kwon Eun-seong, Mansaku Takada, Jeong In-ji, Jimmi Simpson, Jun Kunimura, Louis Ozawa
Genere: dramma / storico / melo / generazioni famiglie / romanzo
Corea del Sud, 2024 – serie internazionale – 8 episodi
Sono tanti gli elementi che forgiano la memoria di una famiglia e scorrono come fotogrammi, alternando sorrisi e lacrime, dolori e rari momenti di serenità, bianco e nero e colori sgargianti. Sono il patrimonio impalpabile che accumuliamo costantemente vivendo e l’eredità che abbiamo colto dai nostri predecessori per trasmetterla al futuro. Sono frammenti di ricordi, racconti, decisioni, frasi, parole, che permettono di farci riconoscere nel bene e nel male e che ci riempiono come linfa vitale, rimanendo addosso come un marchio, senza lasciarsi dimenticare.
Ed è proprio in questo modo, con questa carica di memoria che sembra riaffiorare alla mente in determinati momenti della vita, che è costruita la seconda parte della serie internazionale “Pachinko – La moglie coreana“, basato sull’omonimo romanzo bestseller di Lee Min-jin (di cui noi abbiamo già parlato nel blog qui).
Le immagini scorrono con una lucidità narrativa e fotografica che non hanno eguali e che, dopo il successo della prima stagione (di cui abbiamo già parlato qui), perseguono quell’intento di creare non tanto un’epopea familiare, quanto del grande cinema costituito da episodi, con una tecnica che sa usare le transizioni come dissolvenze della mente e il bianco e nero come rincaro drammatico dei ricordi, mentre fa emergere soliste le voci dei singoli personaggi, incarnati perfettamente addosso ai propri interpreti come una seconda pelle.
Se la prima stagione della serie muoveva i passi da prima della nascita della protagonista Sunja, dagli insegnamenti di quel padre mancato troppo presto e dalla sua crescita ai margini di una Corea colonizzata dai giapponesi fino all’incontro con Koh Hansu e, infine, il suo matrimonio con il pastore Baek Isak, con cui ha iniziato una famiglia ad Osaka, la seconda stagione si concentra sulla seconda parte del libro – e, quindi, sui decenni 1940 e 1950 -, mentre continua, riprendendo le fila di quanto già presentato nella prima stagione, la narrazione ambientata nel 1989.
Sul finire degli anni ’80, infatti, il ritorno di Baek Solomon (Jin Ha) in Giappone, colui che aveva realizzato i sogni della famiglia, andando a studiare negli USA e prendendo un lavoro danaroso, ha scatenato una silenziosa e dolorosa parabola, in cui il giovane nippo-coreano si è dovuto scontrare ancora una volta con quel sottile razzismo subito costantemente dalla sua famiglia nel corso dei decenni, senza mai sentirsi per davvero accettato nella terra che, eppure, gli ha dato i natali e la cittadinanza. Baek Solomon, dopo essere stato sfruttato dalla sua azienda e, poi, messo all’angolo, gettato via solo perché considerato uno zainichi (giapponese di origine coreana) privo di conoscenze, decide di affossare i suoi ex datori di lavoro, creando una pericolosa alleanza con Yoshii Mamoru (Louis Ozawa), già affiliato della Yakuza e, in qualche modo, legato al passato della famiglia Baek. La crisi esistenziale e la continua rabbia di Baek Solomon sono intuite dalla nonna Sunja (il premio Oscar Youn Yuh-jung), che percepisce il dolore continuo del nipote come se fosse un grido soffocato nel silenzio e si sente chiamata in causa per cercare di alleviare e di comprendere il ragazzo. Nel frattempo, Baek Mozasu (Soji Arai), figlio minore di Sunja e padre di Solomon, capisce immediatamente in quale insidiosa trama suo figlio di stia andando ad invischiare, temendo non tanto per la sua incolumità, quanto per la purezza della sua anima, che sembra essere gravata dell’eredità di un peccato generazionale da cui la famiglia Baek non riesce ancora a liberarsi.
All’inizio degli anni ’40, dopo l’incarcerazione di Baek Isak (Noh Sang-gyu di “Love in the Big City“) per aver difeso i diritti dei lavoratori e preteso condizioni migliori e più umane e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sul fronte asiatico, le donne di casa Baek sono diventate un’ossatura fondamentale per la sopravvivenza di tutta la famiglia, un’alleanza reciproca salda, resiliente e silenziosa, che sa affrontare qualsiasi dolore senza perdere mai la speranza in un futuro migliore, come quando Sunja ha iniziato a credere in Dio, dopo aver capito l’idea di paradiso. Sunja (Kim Min-ha di “Typhoon Family” e “Way Back Love“) e Kyunghee (Jung Eun-chae di “The King Eternal Monarch” e “Jeongnyeon: The Star is Born“) continuano a preparare kimchi e altri prodotti da vendere al mercato, ma gli approviggionamenti sono sempre più scarsi e i guadagni inferiori alle previsioni, tanto da convincerle a produrre in casa una bevanda alcolica illegale dal riso fermentato per poterla vendere al mercato nero.
L’orologio dato in pegno (episodio narrato nella prima stagione) e la frequentazione da parte di Sunja del mercato nero riportano nella sua vita Koh Hansu (Lee Min-ho di “The King Eternal Monarch“, “Boys Over Flowers” e molto altro), che non aveva mai perso di vista Sunja, guardando scorrere la sua vita da lontano e assistendo alla crescita del figlio Noa (prima, interpretato da Kim Kang-hoon e, poi, da Kang Tae-ju).
La guerra, però, è un mostro enorme e privo di pietà che tutto fagocita e ingoia nel buio, perché si alimenta della paura, delle invidie, delle ideologie che ottenebrano la mente e accecano il pensiero, della mancanza di fiducia nel prossimo. La guerra producono la fame, l’insicurezza e la miseria, che si aggirano spettrali per le case del quartiere coreano di Osaka, così come per i quartieri giapponesi, senza aver alcun riguardo per l’umanità.
La guerra, che ha fatto incarcerare Baek Isak, non permettendogli di veder crescere i suoi figli, lo restituisce alla sua famiglia col fisico e l’animo spezzato, indebolito per le torture e i maltrattamenti subiti in carcere, eppure così fiero della luce che sa portare con la pietà e la misericordia verso il prossimo e così grato di poter vedere, ancora una volta prima di morire, Sunja e i figli.
La guerra e la fame, che hanno tolto il lavoro a suo fratello Baek Yoseb (Han Joon-woo), costringendolo a lasciare la famiglia per emigrare in una fabbrica di armamenti a Nagasaki, hanno inasprito e incollerito il suo animo, togliendogli la luce della fede che conservava fino a renderlo testimone, il 9 agosto 1945, della giornata in cui il mondo sembrò collassare, sciogliendo la sua popolazione.
La guerra, la fame e l’insicurezza, che hanno costretto alla fuga Sunja e Kyunghee, strappandole dal servizio funebre a cui stavano partecipando, le hanno isolate in campagna con il suo carico di lavoro in fattoria, rendendole ogni giorno più forti e più resilienti, sempre più decise a lottare per la sopravvivenza della famiglia e per dare un futuro migliore all’adolescente Noa e al piccolo Mozasu (prima, interpretato da Kwon Eun-seong e, poi, da Mansaku Takada), ma anche sormontandole con tutto il carico della solitudine, silenziose fortezze in grado di decifrare la complessità del proprio animo e dei propri sentimenti, senza poter dar loro sfogo con le emozioni, vestitesi di un dovere, che diventa presto una responsabilità molto più grande.
La guerra, la fame, l’insicurezza e la miseria, che hanno preso e incapsulato tutti i sogni e gli ideali di Kim Chang-ho (Kim Sung-kyu di “A Piece of Your Mind” e “Kingdom“), vestendolo di una maschera violenta e priva di emozioni, hanno destabilizzato la sua bontà e la sua umanità, lasciandole in stasi, ma dando loro la libertà di riemergere di fronte alla scoperta di un amore, che non ha bisogno di parole e di grandi gesti, perché si coltiva nella speranza di rimanere vivi in qualche parte del mondo per la persona amata.
E, mentre il tempo corre e i ricordi si affollano nella mente per illuminare l’anima dei protagonisti, quella di Koh Hansu continua a rimanere incastrata in un groviglio di ombre e di buio, che, col tempo, avanzano, fino a ghermirlo completamente.
La parte storica inizia dal 1940, con la guerra sul fronte pacifico, corredata da diversi elementi chiave (come gli annunci delle notizie, i giornali), che sottolineano la perfezione della ricostruzione, per inglobare tutta la fase del post guerra e della lenta ripresa del Giappone durante la ripresa e l’occupazione da parte degli USA e gli anni ’50, seguendo, in quest’ultimo caso, solo lo sguardo di Noa, che, ammesso all’università Waseda di Tokyo, si scontra con il segreto passato della sua nascita, sentendosi portatore del marchio del peccato, condannato a portare nel proprio sangue il carattere violento di Koh Hansu, ma in tutto cercando di imitare quell’esempio alla pietà di Baek Isak.
Nulla viene lasciato al caso, dai momenti dei pesanti bombardamenti americani durante le notti di coprifuoco al rifugio in campagna, dal bianco e nero giornalistico che documenta la bomba su Nagasaki agli albori del nuovo decennio e delle prime lotte studentesche, rendendo i pezzi del passato dei perfetti incastri all’interno dell’ossatura della storia ambientata nel 1989 attraverso un’interpretazione che riesce ad essere sia corale, nella sua interezza dei personaggi, che solista, per ognuno di loro, forgiando la parola a partire dallo sguardo di ogni interprete, dove anche la modulazione della voce e le gestualità del corpo entrano a far parte della caratterizzazione delle complessità emotive di ciascun animo (così, ad esempio, la parabola della depressione e della malattia di Baek Yoseb, culminata con l’acquisto delle forze nel momento in cui viene in contatto con la vita – qui una partita di baseball giocata da ragazzini sconosciuti che è la prima visione di Yoseb dopo cinque anni di clausura; oppure la storia d’amore accennata delicatamente e rimasta sospesa tra Kyunghee e Chang-ho con quella promessa di rimanere in vita, nonostante tutto).
Se nella prima stagione risaltava soprattutto l’intreccio di amore-vita-morte che legava Sunja, Koh Hansu e Isak, la seconda stagione si sposta sul dramma condiviso della famiglia Baek, che è solo uno specchio di tante famiglie coreane trapiantate in terra giapponese e costrette a sopravvivere in qualsiasi circostanza. Conoscere i tre protagonisti principali e la relazione sviluppatasi tra di loro nella prima stagione serviva a conoscere anche i membri attuali della famiglia Baek, dalla matriarca Sunja al nipote Solomon, questo sguardo corale della seconda stagione permette di spostare l’attenzione sulla rete che tiene tuttora legata la famiglia Baek in una terra che, seppur non più ostile, non è mai diventata amica.
La terra, del resto, rimane il forte legame presente all’interno di tutta questa seconda stagione, pur nella sua assenza. Per Sunja il paradiso deve somigliare alla sua terra natale, così come per Koh Hansu essere sradicato dalla sua terra ha coinciso con la sua perdizione morale; per Chang-ho la terra è qualcosa per cui lottare in un’idea di indipendenza e di libertà a cui cerca di legarsi con tutte le sue forze, mentre per Kyunghee la terra è un posto indefinito in cui rimanere vivi per amore degli altri; infine, per Solomon la terra è qualcosa da gestire e da spostare per rifarsi di una materialità che è venuta a mancare ai suoi avi e che cerca di riconquistare almeno sulla carta. Nella terra si concentra la carica dell’han, di quel dolore empatico, intriso di tristezza, di collera e di speranza (concetto culturale coreano di cui abbiamo parlato in un approfondimento qui), che coincide con il sentimento dell’esule coreano privato di patria e alla ricerca di se stesso, mentre vaga nel mondo.
Ed è questa consapevolezza silenziosa che dà la forza di comprendere che cosa sia la vita e di affrontarne tutto il suo dolore, resistendo, nonostante tutto, come sanno fare i personaggi di questo grande dramma familiare, che, nel piccolo, rappresentano un’intera popolazione e che, con pazienza e pietà, avanzano ogni giorno, costruendo una piccola e immateriale terra personale.
“Giochiamo tutti la stessa partita della vita. La pietà non è né un dono né un potere. La pietà è sapere riconoscere che per sopravvivere c’è un prezzo da pagare”.
Laura
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