“La solitudine è un’invenzione incredibile. Sentirsi soli vuol dire avere qualcuno che ci sta a cuore”.

Titolo originale: ソウルメイト; Sōrumeito
Regia e sceneggiatura di: Shunki Hashizume
Cast: Hayato Isomura, Ok Taec-yeon, Ai Hashimoto, Yutaro Furutachi, Koshi Mizukami, Lee Jae-yi, Kaho Minami, Tomokazu Miura
Genere: drama / melo / slie-of-life
Giappone, 2026 – j-drama, 8 episodi
Narra Aristofane nel “Simposio” di Platone che, un tempo, gli esseri umani erano delle creature quasi perfette e autosufficienti, così superbe e orgogliose da causare l’invidia degli dèi, che decisero di limitarne la potenza e il valore. Giacché la loro forma era tonda e sferica come quella di una mela, Zeus tagliò loro perfettamente a metà, rendendoli dimidiati, deboli e privi di forze, condannati per sempre a cercare la propria metà per sentirsi completi, ad abbracciare quella parte mancante del loro essere per ritrovare anche se stessi. Ed è per questo motivo che gli esseri umani passano tutta la vita a cercare l’anima gemella, sentendosi completi solo in quell’attimo, che, anche se breve, può durare un’eternità.
“Quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straordinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamorano e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante. (…) evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza”.
Forse nemmeno Platone credeva che quella leggenda narrata solo marginalmente come una delle tante spiegazioni dell’amore e dell’affinità potesse diventare di così grande successo nei secoli, ma le leggende, si sa, pescano in un mare senza fondo di certezze silenziose, nascondendo verità che non hanno bisogno di spiegazioni. Se è vero che le anime gemelle esistono e che, tuttavia, è raro che riescano ad incontrarsi e a ricongiungersi, è anche vero che, quando questo avviene, non servono parole e giustificazioni: ci si riconosce, perché si riconosce se stessi nell’anima altrui, come se entrambe fossero fatte della stessa materia.
Ryu Narutaki (Hayato Isomura di “Alice in Borderland 3” e “Who Saw the Peacock Dance in the Jungle?“) è andato all’università a Tokyo con una borsa di studio per hockey, sport in cui ha da sempre primeggiato, gareggiando spesso con il suo amico Arata Oikawa (Kenshi Oikada). I due sono inseparabili sin dai tempi del liceo, un team perfetto sul ghiaccio, sempre in perfetta sintonia sportiva, nonostante i loro caratteri sembrano così diversi: più schivo e introverso Ryu, mentre Arata sembra essere sempre al centro di tutte le attenzioni, l’anima delle feste che anche le ragazze adorano. Fino a quando, un giorno, Arata non confessa a Ryu di sentirsi diverso dagli altri compagni di squadra e di provare per lui un’attrazione molto più profonda di una semplice amicizia. Ryu, spaventato e in crisi, inizia ad allontanarsi da Arata, senza rendersi conto che, nel frattempo, il segreto del ragazzo è stato in qualche modo svelato e che i compagni di università e di squadra lo usano per prendere di mira quella diversità di Arata che vorrebbero tacciare di mostruosità, spingendo quest’ultimo a tentare di togliersi la vita. Il fatto drammatico lacera immediatamente l’anima di Ryu, che si sente in colpa per quanto accaduto all’amico, ma soprattutto si sente responsabile di averlo lasciato solo in quella situazione di sofferenza e di non averlo mai capito.
“Io avevo paura di piacere a qualcuno”.
E, così, Ryu scappa per cercare silenzio e solitudine, trovando riparo a Berlino presso la migliore amica di sempre Sumiko Shisonome (Ai Hashimoto di “Makanai“), che studia arte in Germania. Un giorno, mentre è in una vicina chiesa per vedere un’installazione artistica di una compagna di corso di Sumiko, rimane coinvolto in un incendio e, guardando il propagarsi delle fiamme, cerca quasi di lasciarsi andare, di accettare quel destino fatto di fumo e di bruciore che è venuto a ghermirlo dall’altra parte del mondo. Si lascia andare per annichilire se stesso, quell’essere che non aveva mai voluto capire e che, anzi, tentava di mantenere rinchiuso nel buio della sua anima, invisibile ai più per non essere condannato e giudicato. Mentre chiude gli occhi per accogliere la morte, però, qualcuno improvvisamente lo salva.
“Guardandolo negli occhi, l’ho capito subito. Eravamo uguali”.
Hwang Jo-han (Ok Taec-yeon di “Vincenzo“, “Heartbeat” e molto altro) è un ragazzo coreano che il mondo ha condannato da tempo a stare da solo. Rimasto orfano da giovanissimo di entrambi i genitori, ha lavorato indefessamente già mentre andava a scuola per mantenere se stesso e la sorella minore, che tutti a scuola reputavano geniale, concedendosi solo due sfoghi: il pugilato e i manga. Mentre i secondi gli hanno fornito la conoscenza della lingua giapponese e un mondo segreto, dove nessuno poteva disturbarlo, il pugilato, col tempo, è diventato la sua vita, il suo sogno, il suo sostentamento e la sua maledizione. Passando dal circuito dilettantistico a quello professionistico, Jo-han ha iniziato a vendere le sue sorti sportive sul ring, continuando a perdere e a manipolare i risultati per ottenere i soldi per l’istruzione della sorella, trovandosi, col tempo, a reclamare di riprendersi quell’orgoglio ferito che ha svenduto insieme alla sua dignità. Privo di amici, vive solo di rabbia e di collera inespressa, convinto che il mondo lo ha già condannato, ma deciso a sfuggirne conservando in sé uno spirito incendiario.
“Ho vissuto la mia vita senza speranze né desideri. Continuavo ad arrendermi”.
Ed è così che entra nella stessa chiesa dove si trova Ryu e, in un attimo, le loro anime si incrociano e si riconoscono come specchio l’una dell’altra, destinate a salvarsi l’un l’altro e diventarne supporto reciproco e conforto.
“Ciò che vidi mi sembrò molto strano. Quel tizio stava cerando di accettare qualcosa. Qualcosa che io non avrei mai accettato. Agii senza pensare. So che non volevo che morisse. Non so perché lo feci. Le mie erano azioni logiche. Ma, riflettendoci adesso, penso che a quel punto mi aveva già toccato il cuore. Ecco perché di uno che pensavo di non rivedere più, mi parve davvero la voce della salvezza. Trovai conforto in quella voce“.
Ryu e Yo-han passano ventiquattro ore insieme a Berlino, camminando per strada come turisti, cercando parole che completano sguardi, mostrando in pochi attimi tutto quello che le loro anime hanno sempre nascosto agli altri. Si rendono conto che non hanno mai avuto davvero degli amici o che, forse, non hanno mai davvero potuto confidarsi con qualcuno così, perché non hanno nemmeno bisogno di parlare per dare voce alle proprie anime. Decidono di scambiarsi i numeri e di rimanere in contatto, se non altro per continuare, anche se a distanza, quel dialogo che solo le loro anime sanno capire.
“Anch’io sono come te”.
Succedono tante cose nella vita: fatti, eventi, cambiamenti, distanze, incomprensioni. Passano gli anni, i due si vedono in Giappone per pochi giorni, poi si sentono solo con brevi messaggi mentre Yo-han svolge il servizio militare; infine, si ritrovano, quando Yo-han sta per toccare il baratro, perché solo Ryu sa salvarlo, come Yo-han ha fatto in passato con lui. Crescono, faticano e perseguono i propri sogni, senza far mai mancare quel supporto reciproco che è la base del loro legame. Costruiscono una piccola e atipica famiglia con l’amica Sumiko e con la sua bambina Kanao, senza bisogno di etichette, di giustificazioni o di catalogazioni. Loro quattro sono semplicemente se stessi, quattro anime pure e limpide, gemelle le une con le altre, legate da più cerchi concentrici che le fanno brillare, conservandone intatta l’autenticità. Conoscono la sofferenza e il dolore più grande, si trovano, si perdono, si lasciano e si ritrovano, capiscono il senso della solitudine, quando comprendono come si senta la mancanza delle persone che per cui prendono cura, si amano senza bisogno di dirselo, né di toccarsi, perché le loro anime sono già unite da un abbraccio che nessun tocco umano può sostituire.
“La volevi proteggere? L’anima?”.
“Soul Mate” è un drama giapponese delicato e sensibile, profondo e intimo nel suo incedere lento, dove la narrativa si esprime per sottrazione, eliminando tutto ciò che è superfluo, come le parole e i contatti fisici, per denudare il centro più puro delle emozioni e dei sentimenti, che non si svelano mai di colpo, ma con un’eleganza quasi pudica e riflessiva, che fa del concetto delle anime gemelle il suo punto di partenza e di arrivo, in una circolarità essenziale e poetica al tempo stesso.
Il drama giapponese, in pochi episodi, sa parlare con la brevità di un haiku, tracciando poche necessarie parole limate, che mettono in risalto la capacità espressiva dei due attori protagonisti, le cui interpretazioni si fondano sui non-sguardi, sui silenzi introspettivi e sui piccoli dialoghi normali della banalità quotidiana, come fossero appunti lasciati per caso su un taccuino che si è improvvisato diario, reinventando e creando uno stile nuovo che mescola melo e slice-of-life nella prosodia tipica giapponese. Sembrano personaggi usciti dalla penna di Haruki Murakami, pacati nella loro solitudine leale, in un mondo che cerca di soffocare l’anima con una rumorosa libertà, una scelta necessaria che vuol dire recuperare se stessi. Ed è in questa solitudine delle piccole cose, in questa delicatezza di due anime che si amano senza bisogno di dirselo che sta il valore intrinseco di questo piccolo gioiello della produzione giapponese, quel quid, che forse molti non hanno compreso, ma che lo fa distaccare dalla catalogazione generica dei BL, per renderlo un’opera a sé, psicologica e formativa nella ricerca del linguaggio segreto con cui comunicano le anime affini.
“Soul Mate” declina non solo i sentimenti, ma anche il dolore, perché provare dolore e soffrire per gli altri è uno dei tratti che rende più forti le anime e che non permette di arrendersi. La forza è non avere paura di soffrire, di farsi coinvolgere, di cambiare e di lasciarsi cambiare, di scoprire se stessi con le proprie debolezze che diventano fortezze nell’accettazione. La forza è non arrendersi, anche quando tutto sembra costruito per la sconfitta, guardare il mare per rivederci ricordi di un passato che non torneranno, eppure essere ugualmente in grado di farlo, vagare senza una meta con la certezza di non aver abbandonato il proprio affetto, lasciare che le lacrime scorrano per farle riempire di luce e specchiarcisi dentro.
“Volevo che fossi l’ultima cosa che vedevo”.
Laura
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