Hanami, haiku e una pioggia di fiori di ciliegio

Diciamo la verità, quante volte abbiamo sognato di essere in Giappone, magari passeggiando lungo un viale di ciliegi ed essere avvolti da una meravigliosa pioggia rosa che ci trasporta in una dimensione onirica?

Vi do due minuti per riprendervi da questa piacevole sensazione, per riaprire gli occhi e, ahimè, ritrovarci dove eravamo. Per lo meno, però, ripercorriamo mentalmente uno dei periodi più magici in Giappone!

I ciliegi in giapponese si chiamano “sakura” e sbocciano in periodi diversi a seconda anche della varietà delle piante. I ciliegi rappresentano un vero e proprio culto in tutto il Paese ed in effetti il termine “hanami” (はなみ, lett. “osservare i fiori”) è applicato per contemplare la bellezza dei fiori, soprattutto i fiori di ciliegio. L’hanami è osservare i fiori e perdersi nell’armonia della natura e ogni anno è una festa all’aperto che richiama migliaia di persone. Da metà gennaio ad inizio maggio i sakura fioriscono in tutto il Paese, a Tokyo, in particolare, il periodo più propizio è tra la fine di marzo e l’inizio di aprile.

Per tutto il periodo, l’Agenzia Metereologica Giapponese studia il clima e la fioritura, dalle prime gemme in avanti, e fornisce informazioni in merito al periodo più appropriato per prepararsi all’evento, come per esempio organizzare delle serate all’aperto, le cosiddette Yozakura (よざくら, sakura serale) o i picnic la mattina nei parchi o nei weekend.

Storicamente l’hanami è un evento che affonda le sue radici in epoca Nara (710-794) molti secoli fa, sotto l’influenza della Dinastia cinese Tang. Inizialmente i fiori celebrati erano quelli di pruno, poi, soprattutto nel periodo Heian, i sakura presero posto nel cuore delle persone e diventarono i fiori prediletti.

L’imperatore Saga, studioso dei classici cinesi e appassionato di arte e letteratura, fu il primo ad avvicinarsi alla pratica dell’hanami, fece piantare alberi di ciliegio nel giardino del palazzo della Corte Imperiale a Kyoto e vi fece organizzare feste e balli, ma all’epoca gli eventi erano riservati solo a nobili, samurai e poeti che avevano l’abilità di elogiare il fascino e la bellezza dei petali di ciliegio. Con il periodo Edo, invece, la ricorrenza venne aperta a tutti e, ancora oggi, la tradizione viene portata avanti ed è conosciuta in tutto il mondo. Camminare e inondarsi della bellezza della natura, ammirando i fiori è un’esperienza unica e anche le passeggiate serali diventano suggestive con il bagliore della luna e le lanterne di carta.

Molte poesie e haiku giapponesi, celebrano la meraviglia della fioritura in tutte le sue caratteristiche.

Un haiku molto famoso è quello del poeta Bashō Matsuo (1644 – 1694) che affida i propri ricordi ai fiori di ciliegio:

Questi fiori di ciliegio

hanno riportato al pensiero

tante memorie

Sempre Bashō Matsuo contempla in questo haiku la natura nelle diverse fasi della giornata e della notte, come per celebrare l’esistenza:

La notte di primavera è finita.
Sui ciliegi
sorge l’alba.

Il poeta Yasuhara Teishitsu (1610 – 1673) si meraviglia della bellezza dei fiori di ciliegio appena sbocciati e non esistono altre parole che possano descrivere meglio quello spettacolo che vediamo attraverso i suoi occhi:

Oh, guarda!
e null’altro da proferire,
dinanzi ai ciliegi in fiore
del monte Yoshino

Infine, uno dei miei haiku preferiti del poeta Kobayashi Issa (1763 – 1828), in cui esprime tutta la sua malinconia:

Questo mondo perduto

ricoperto

di fiori

Memoru Grace

My Hero Academia (ovvero piccoli eroi crescono)

Vi dico perché mai My Hero Academia è un anime/manga che non dovrebbe mai mancare alla vostra lista. E quasi mi dispiace di non essere più bambina e di non fare la pausa pomeridiana per la merenda, guardando in TV una puntata di questo cartone. My Hero Academia è quel complesso di colori, valori ed eroi, che ti aiutano a riflettere e a crescere ogni giorno.

Le vicende si svolgono in un prossimo futuro, in cui la tecnologia e l’ingegneria genetica si sono evolute talmente tanto da generare una mutazione genetica, che dona agli esseri umani capacità sovrumane. Si tratta del cosiddetto “Quirk”, che si manifesta intorno all’età di quattro anni e che, di fatto, è un vero e proprio superpotere personale, visto che varia da persona a persona (i Quirk sono classificati in tre categorie – emissione, trasformazione e mutante – a seconda delle capacità che possono conferire). Queste potenzialità hanno caratterizzato la diffusione di Heroes e di Villains, come nelle migliori tradizioni del fumetto di super eroi. In un simile scenario, in cui quasi l’80% dell’umanità ha sviluppato un Quirk, vive Izuku Midorya, un ragazzo che sogna di diventare supereroe, ma che è nato senza alcuna potenzialità. Tuttavia, un giorno interviene coraggiosamente (e un po’ sconsideratamente) per salvare delle persone da un villain. Il suo ardore viene premiato da All Might, il più grande eroe di tutti i tempi, il quale gli dona una parte del suo Quirk e gli permette di entrare al Liceo Yuei, la scuola per diventare supereroi. C’è un’altra cosa che All Might gli confida: anche lui è nato senza alcun Quirk, ma ha ereditato le potenzialità da un altro supereroe, che, a sua volte, le aveva ereditate da un altro supereroe ancora, a dimostrazione che non si nasce eroi, ma lo si diventa con la forte determinazione. Ed è proprio ciò che renderà Midorya un vero eroe, indipendentemente dal Quirk.

A circondare Midorya, i suoi compagni di classe aspiranti supereroi: Katsuki Bakugo, potente, irascibile e arrogante, vecchia conoscenza dell’infanzia di Midorya, che aveva bullizzato per la mancanza di Quirk (chiamandolo con il nomignolo Deku); Ochaco Urakaka, ragazza vivace e sincera, che vuole diventare un’eroina per aiutare economicamente la sua famiglia povera, ma che diventerà una preziosa confidente per il protagonista; Tenya Iida, determinato e serio capoclasse, il cui obiettivo passerà dall’emulazione del fratello eroe alla sua difesa e al suo riscatto; Shoto Todoroki, solitario e apparentemente scontroso, con un padre eroe super-ingombrante (e un ancor più super-ingombrante fratello), che sarà uno dei più fidati alleati del protagonista.

My Hero Academia (僕のヒーローアカデミア Boku no hīrō akademia) è un manga shonen scritto e disegnato da Kohei Horikoshi, che ha dato origine ad una serie anime (al momento, arrivata a ben cinque stagioni), a quattro episodi OAV, a tre film, a due manga spin-off, ad una serie di videogiochi e ad una vera e propria mania sia in Giappone che nel resto del mondo. Forse perché tutti abbiamo sempre sognato diventare supereroi sin da bambini, sebbene privi di qualche potere speciale. E, in realtà, credo che lo sogniamo ancora. Perché tutti siamo un po’ Midorya con la sua forte determinazione e la sua onestà, ma siamo anche Bakugo con la sua irruenza e la sua rabbia e avremmo collezionato foto di All Might vincente sui super-villain. My Hero Academia diverte e conquista sin dalle prime battute e lo spettatore cresce insieme ai protagonisti: emergono le paure, le difficoltà, le discordie, le grandezze e la maturità, come se fosse un romanzo di formazione.

Consigliato: a chi, qualche volta, ha pensato di volare e di avere i superpoteri e a chi ha capito di non averne bisogno per diventare supereroe; a chi è cresciuto credendo nei valori della lealtà e dell’amicizia e non se ne è mai pentito.

Captain-in-Freckles

Dong-ju: simbolo dell’Indipendenza Coreana

Come tutti saprete lo scorso 1 marzo in Corea si è festeggiato l’ “Independent Memorial Day” o “Sam-il (3-1) Movement”, ovvero il giorno dell’Indipendenza Coreana. Istituita il 1 Marzo del 1949, questo giorno celebra il coraggio di migliaia di attivisti coreani che, nel 1919, promossero le prime manifestazioni pubbliche di resistenza durante l’occupazione giapponese. Partendo da Seoul per poi diffondersi in tutto il paese, 2.000.000 di coreani parteciparono a più di 1.500 manifestazioni per quasi un anno, fino alla completa soppressione del Movimento da parte dei militari giapponesi.
La rivolta partì da 33 personalità culturali e religiose. Per questo nelle rappresaglie militari molte Chiese, case e scuole furono date alle fiamme e distrutte. Ci furono circa 7.000 morti e più del doppio furono i feriti. Ma, forse, il dato più sconcertante è quello degli arresti: circa 46.000 persone, di cui molte migliaia processate, condannate e giustiziate pubblicamente. La Corea non fu mai indipendente fino alla fine della Seconda Guerra mondiale con la sconfitta del Giappone.
Tra i molti attivisti di questi anni, vorrei ricordare Yun Dong-ju, poeta coreano morto in carcere nel febbraio del 1945. Maggiore di 4 fratelli si trasferì in Giappone per frequentare la Doshisha University a Kyoto nel 1942. L’anno successivo fu arrestato con l’accusa di “supporto dell’indipendenza coreana”. E nel 1944, fu condannato a 2 anni di reclusione a Fukuoka, dove morirà a soli 28 anni nell’aprile dell’anno successivo probabilmente per esperimenti sui detenuti non autorizzati.
Incoraggiato dal padre ad esprimere i suoi pensieri, cominciò a scrivere poesie fin da bambino. Prima della sua morte riuscì a vedere pubblicate 19 delle sue poesie. Ma nel 1948 arrivò il riconoscimento in tutta la nazione con una raccolta postuma con ben 116 poesie dal titolo: “Cielo, vento, stelle e poesia”, divenendo così il simbolo della lotta all’indipendenza. Sul titolo di quest’opera ci sono due correnti distinte. Nella prima
si dice che il titolo sia derivato dai soprannomi che il padre aveva dato a lui e ai fratelli: Dong-Ju era soprannominato Haehwan, ovvero “luce del sole”; i fratelli minori erano  Dalhwan “luce della luna” e Byeolhwan “luce delle stelle”. Il quarto fratello morì in tenera età. L’altra corrente invece sostiene che tali nomi risalgano a caratteri cinesi aventi in coreano la pronuncia dei nomi, tesi che sostengono molti siti ma non molto coerente con la traduzione letterale. Poche le trasposizioni cinematografiche riguardanti la vita del poeta, ma la più recente è sicuramente degna di nota: “DongJu: the portrait of a poet” film del 2016, capace di trasportarti negli anni più bui della storia coreana attraverso le emozioni del poeta.

Cari ricordi
Una mattina di primavera, in una stazioncina di Seoul
aspetto il treno come fossi in attesa di speranza e amore,
Sulla banchina lascio cadere l’ombra stanca
e accendo una sigaretta.
La mia ombra evapora l’ombra del fumo,
uno stormo di colombe senza incertezze
volano, una dopo l’altra, illuminate dal sole.
Il treno giunto senza notizie
mi porta lontano.
Finita la primavera – in una silenziosa stanza nella periferia di Tokyo
– provo nostalgia per me stesso rimasto a vagare nelle vecchie strade,
come ne provo per speranza e amore.
Anche oggi il treno è passato senza motivo più volte,
anche oggi ho aspettato qualcuno
vagando sulle colline accanto alla stazione.
Ah, mia giovinezza, resta lì a lungo.

Lady K Trash

La Signora in Giallo – Murder, She Wrote

Ci sono solo due temi musicali che sanno scatenare il terrore dalle prime battute: le due note che segnano il lento incedere della pinna dello squalo nel noto franchise creato da Steven Spielberg e il vivace motivo quasi ragtime che introduce le avventure della signora Fletcher. Perché tutti quanti sappiamo bene che, dopo la musica, ci saranno assassinii a volontà.

In realtà, Jessica Fletcher (superbamente interpretata dall’attrice inglese Angela Lansbury), protagonista della serie La signora in giallo (Murder, She Wrote), è una pacata ed elegante vedova, ex insegnante di inglese della minuscola cittadina di Cabot Cove nel Maine, che, una volta andata in pensione, diventa quasi casualmente una famosa scrittrice di gialli. Il problema è che Jessica non solo scrive libri gialli, ma addirittura scova per davvero omicidi e crimini di ogni genere, collaborando con la polizia e, di solito, surclassando nelle indagini le forze dell’ordine, che non sono sempre così felici di questa collaborazione. Ma il talento, si sa, non si può nascondere e quello di Jessica è degno dei grandi e brillanti detective Sherlock Holmes ed Hercule Poirot, con l’intuito e la mitezza loquace di Miss Marple e la penna da scrittrice alla Agatha Christie. E, d’altronde, dopo un episodio pilota intitolato Chi ha ucciso Sherlock Holmes?, non potevamo aspettarci di meglio.

La signora in giallo non è solo una serie TV, ma è un’istituzione. La serie venne girata e trasmessa senza interruzioni dal 1984 al 1996 (per la bellezza di 12 stagioni e 264 episodi) e continuò con quattro film per la televisione dal 1997 al 2003, inaugurando, infine, un franchise letterario enorme (i romanzi di Donald Bain) e altri prodotti derivati (come il videogioco del 2009 Legacy Interactive). La serie vanta, inoltre, dei primati unici nella storia: due crossover – con le serie televisive Provaci ancora, Harry e Magnum P.I. (praticamente, due pilastri degli anni ’80) – e numerosissime guest star più o meno famose all’epoca. Parteciparono alle avventure di Jessica Fletcher i famosissimi June Allyson, John Astin, Martin Landau, Eli Wallach, Capucine, Dean Jones, Mel Ferrerr, Tippi Hedren, Elliott Gould e molti altri, ma trovarono l’inizio della propria fama anche George Clooney, Marcia Cross, Cynthia Nixon e Joseph Gordon-Levitt, solo per citarne alcuni.

Un altro primato che caratterizza la serie (dacché il suo terrore, come ho scherzato all’inizio dell’articolo) è l’alto tasso di mortalità: considerando che la maggior parte delle avventure della scrittrice (perlomeno, nella prima parte della serie) si svolge nel piccolo e pittoresco paesino marittimo di poche anime di Cabot Cove, ben 274 dei suoi abitanti – circa il 2% della popolazione con un ritmo di 5,3 morti l’anno – viene assassinato durante lo svolgimento delle vicende. Praticamente, una criminalità che, all’epoca, il Daily Mail stimò pari a quella dell’Honduras. E le cose non vanno meglio nemmeno quando Jessica Fletcher decide di trasferirsi a New York o quando si reca da qualche parte a visitare un amico o un parente o a ritirare un riconoscimento letterario o semplicemente in una vacanza di relax, perché il vero relax per la brillante detective e scrittrice è risolvere crimini. Qualcuno ha pazientemente contato 286 omicidi in totale, ma c’è chi sostiene che le morti violente siano molte di più e che solo appena il 10% dei morti fossero realmente conosciuti dalla detective scrittrice. Ma, se vogliamo sincerarci di ciò, non ci resta che contare, uno ad uno, tutti gli omicidi che l’adorabile Jessica risolve brillantemente nella serie, approfittando del recupero su Amazon Prime e continuando a chiederci se sia davvero il crimine ad inseguire Jessica o se sia vero il contrario.

Consigliato: sempre, a chi è cresciuto con il mito di Jessica Fletcher e a chi non l’ha mai vista in azione (esiste davvero qualcuno che non ha seguito le sue avventure?), in qualsiasi momento dell’anno, in qualsiasi stagione e a qualsiasi ora. Perché le indagini di Jessica non stancano mai. A meno che non abitiate a Cabot Cove, naturalmente.

Captain-in-Freckles

La leggenda di Momotarō

La leggenda di Momotarō è molto antica e risale al periodo Edo e, ancora oggi, è una delle più famose e conosciute leggende giapponesi.

Una coppia di anziani che non poteva avere figli ogni giorno pregava e si rivolgeva agli dei chiedendo un bambino che tenesse loro compagnia. Un giorno la donna, mentre stava camminando vicino ad un fiume, trovò una pesca gigante che galleggiava, la raccolse e la portò a casa per dividerla con il marito a cena.

Nel momento in cui i due coniugi aprirono la pesca, uscì un bambino che disse loro di essere stato inviato dal cielo: le preghiere dei due anziani erano state quindi ascoltate! Visto che il bambino era nato da una pesca, venne chiamato Momotarō (桃太郎, “ragazzo nato da una pesca”).

Ogni giorno Momotarō cresceva sempre più robusto e coraggioso e, con orgoglio e affetto, i due anziani genitori si dedicavano a lui. Il dono degli dei aveva riportato felicità in quella casa.

Una volta cresciuto, Momotarō, per ringraziare i genitori, decise di lasciare la casa e partire per combattere contro gli orchi Oni che affliggevano il villaggio. Lungo il cammino incontrò un cane, una scimmia e un fagiano che si unirono alla missione contro gli orchi. Il ragazzo con l’aiuto dei nuovi amici riuscì a sconfiggere gli orchi e a riportare il tesoro e il bottino che i mostri avevano rubato per tanti anni.

Si pensa che la storia di Momotarō sia originaria di Okayama, mentre l’isola dove si nascondevano gli orchi Oni sia Miyajima, un’sola del mare interno, dove sono state ritrovate delle grandi caverne artificiali.

Momotarō ha ispirato diversi racconti, lungometraggi e anime, ma quello che personalmente ricordo di più è ” Il magico mondo di Gigì” (Mahō no princess Minky Momo) dove la protagonista dell’anime deve il suo nome proprio a Momotarō e vi ricordate chi erano i suoi magici aiutanti? Shindobuk, Motcha e Pipil, un cane, una scimmia e un canarino.

Memoru Grace

RUN ON – Andare avanti per diventare una versione migliore di se stessi

Devo ammettere che le prime due puntate di questo drama non mi avevano coinvolto particolarmente, non per la lentezza, ma perché sembrava non accadere quasi nulla, non riuscivo a percepire da subito neanche l’eventuale sintonia tra i personaggi ; poi, cercando di procedere con lo stesso ritmo della storia, ho capito che il messaggio principale era differente. La tematica fondamentale consisteva proprio nella comunicazione e non nella velocità. Il titolo mi aveva per un attimo ingannato perché il personaggio principale Ki Sun-Gyeom, interpretato da Im Si-Wan, è un ex velocista che abbandona la pista e la sua attività a causa di alcuni problemi legali in cui è stato coinvolto, ma la protagonista Oh Mi-Joo, interpretata da Shin Se-Kyung, è una traduttrice e interprete, alla quale sarà affidato il ruolo di “interpretare” e di farci comprendere i momenti della storia.

I due protagonisti sono agli antipodi e da quasi subito ci chiederemo cosa potrà mai avvicinarli, dal terzo episodio, però, capiremo che il comune denominatore di tutti personaggi è l’accettazione delle proprie debolezze, quelle ignorate o quelle odiate. Ki Sun-gyeom, per esempio, non ha mai fatto i conti con le proprie difficoltà a comunicare i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni, ha sempre corso per non pensare, non si è mai voltato indietro e ha cercato di affrontare così ogni difficoltà a partire dal brutto rapporto con il padre. Oh Mi-joo, invece, combatte da sempre il suo senso di inadeguatezza, sa di fare un lavoro per il quale è preparata, adora guardare film e tradurli, ma odia il suo sentirsi in stato di inferiorità per i costanti problemi economici e di liquidità e perché senza famiglia.  

Mi-Joo, in realtà, quasi fin dall’inizio, sembra provare qualcosa per Sun-gyeom che, però, non comprende da subito questo sentimento, ha prima bisogno di concentrarsi sulla propria emotività per riuscire ad avere fiducia. Per la ragazza, invece, è diverso, deve superare le proprie paure e le proprie insicurezze e riuscirà ad ottenere risultati anche grazie agli allenamenti per la maratona, spronata dallo stesso Sun-gyeom che le sarà a fianco riuscendo così a capire se stesso e i suoi sentimenti.

Entrambi i protagonisti sono molto severi con loro stessi e pretendono il massimo, per questo la loro storia non decolla da subito, ma non vi abbattete, perché durante gli episodi riuscirete a capirli e ad affezionarvi.

Accanto ai due protagonisti troviamo poi un’altra coppia di personaggi con i quali, invece, si entra in sintonia da quasi subito, Seo Dan-ah (interpretata da Choi Soo-young) e Lee Yeong-hwa (interpretato da Kang Tae-oh). Seo Dan-ah è la CEO di un’agenzia sportiva, erede del gruppo Seomyeong, ma, in quanto donna, viene quasi esclusa dalla società e dovrà lottare per imporsi nel mondo del lavoro. Questa è una tematica che mi ha fatto pensare molto e non è la prima volta che la vedo trattata in un drama.

Lee Yeong-hwa è, invece, uno studente d’arte, un ragazzo socievole, brillante, appassionato di cinema. Tra Dan-ah e Yeong-hwa scatterà qualcosa, ma sarà molto lento e anche nel loro caso saremo spettatori di una trasformazione.

Run On è un drama che sembrerà all’apparenza semplice, ma che presenta in realtà diversi spunti di riflessione, pur essendo un drama romantico, i dialoghi non sono mai sdolcinati, anzi, le interiezioni tra i personaggi sono spesso dirette, mai forzate o banali, ma semplici e realistiche. Questo è davvero il punto di forza della serie.

Cosa dirvi di più? La location si sposta più volte, ma avrete il piacere di riguardare alcuni scorci di paesaggio che avete visto in “Hometown Cha Cha Cha” e “Do Do Sol Sol La La Sol”. Run On è uno dei pochi drama dove non esiste un second lead per nessuna delle due coppie e questa è un’altra caratteristica che lo contraddistingue. Impeccabile, poi, la colonna sonora.

Non mi resta che augurarvi buona visione!

Memoru Grace

Bad and Crazy (ovvero elegia della doppia personalità)

Diciamo la verità: dopo un po’, i drama troppo romance mi fanno sentire incatenata e sento immediatamente la mancanza di azione, sparatorie e un pizzico di crime. Per cui, quando mi sono imbattuta in Bad and Crazy, ho trovato la serie perfetta per me, un mix di action movie e di umorismo, che scava tunnel profondi nel buio dell’anima e nella psiche. Perché tutti, per citare Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila.

La storia gravita intorno a Ryu Soo-yeol (interpretato da un Lee Dong-wook mattatore sopra le righe), un poliziotto corrotto, avido, a tratti pauroso e anche un po’ tirchio, il cui unico scopo è fare carriera a scapito dei suoi colleghi (motivo per cui chiude spesso un occhio sulle malefatte interne e va a cena con politici che allungano bustarelle): un cattivo agente della giustizia che lavora principalmente per se stesso. Al contrario, K (sornione e folle Wi Ha-joon nella sua interpretazione) ha un senso così elevato della giustizia da sentirsi un vero e proprio supereroe, tanto che gira per le strade con la sua motocicletta come un vigilante per lottare per i più deboli. Ed è pazzo furioso, perlopiù. Il fatto è che – plotwist – Ryul Soo-yeol e K sono la stessa persona.

Proprio così. Perché, mentre Ryu Soo-yeol vorrebbe lottare per la giustizia e scoprire il vaso di Pandora della corruzione interna, ma è costretto a subire e ad adattarsi al sistema, il suo alter ego è completamente svincolato da qualsiasi sovrastruttura sociale e, quindi, agisce di conseguenza solo seguendo la propria morale. D’altronde, K si autodefinisce il supereroe personale di Ryu Soo-yeol, creato da lui stesso per aiutarlo ad affrontare i momenti difficili, ma anche per compiere quelle azioni che Ryu Soo-yeol non sarebbe mai in grado di compiere da solo. E non si tratta solo di lanciarsi da un palazzo in fiamme, di salvare persone o di picchiare – a tempo di musica, naturalmente – venti pericolosi trafficanti di droga in un’unica volta, quanto di affrontare il buio dell’inconscio e i traumi dell’infanzia che Ryu Soo-yeol ha sempre negato.

Cara vecchia bipolarità! Bad and Crazy è un drama unico nel suo genere, che sembra iniziare in sordina come una semplice storia crime per, poi, addentrarsi in argomenti complessi, aprendo lo squarcio che esiste tra la realtà delle cose e la nostra percezione e, soprattutto, tra quello che siamo, quello che vorremmo essere e quello che le altre persone vedono in noi. Siamo tanti, a seconda dei momenti che viviamo, e non siamo nessuno in particolare e, quando non vogliamo vivere certe situazioni o non sappiamo come affrontarle, ci sembra quasi di negare noi stessi e di essere un’altra persona. Ma è in questa moltitudine e in questa complessità che si caratterizza anche la nostra unicità e la nostra esclusività.

Menzione a parte per il citazionismo presente all’interno di questo drama, che aiuta ad entrare nella giusta dimensione della doppia personalità del protagonista, a cominciare con la scena iniziale, che riecheggia Fight Club, per continuare con la sigla con quei titoli un po’ tarantiniani e un po’ leoniani che definiscono il Bad e il Crazy di questa storia.

Consigliato: a chi ama il genere crime e non si infastidisce per le scene di sangue (vi avverto); a chi cerca un drama diverso e unico nella sua specie o vuol prendere una boccata d’aria dai classici drama; a chi non ha paura di affrontare le proprie paure e le proprie personalità; e, infine, a chi non ha mai visto un drama, ma sa che “la prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club”.

Captain-in-Freckles

L’ ukiyo-e, lo stile amato da Van Gogh

L’ukiyoe ( 浮世絵 , “immagini del mondo fluttuante” ), nasce in Giappone nel 17esimo secolo ed è un genere di stampa artistica, impressa con matrici di legno ed eseguita tramite la xilografia.

Durante il periodo Meiji, con la fine dello shogunato , il Giappone visse un’ epoca di rinnovamento culturale e un cambiamento nella struttura sociale e politica incentivando, di conseguenza, gli scambi con l’Occidente. Proprio in questo periodo, le xilografie furono utilizzate come materiale di imballaggio per coprire ceramiche e vasi diretti in Europa, ma i mercanti, gli artisti, i viaggiatori furono colpiti dal fascino di queste stampe e così l’arte nipponica iniziò ad essere apprezzata in Europa anche grazie all’esposizione universale di Parigi del ’78 che diede molta rilevanza all’arte d’Oriente.

Lo stile giapponese piano piano riuscì ad ottenere diversi accoliti tra gli artisti occidentali , trai più entusiasti, Van Gogh, Renoir, Monet, Degas e lo stesso Klimt.

L’ukiyoe è un tipo di stampa che si realizza in diversi passaggi, per prima cosa il bozzetto che verrà poi fissato in un blocco di legno di ciliegio. Il primo blocco viene intagliato e serve per la stampa del contorno nero, poi per ogni colore viene intagliato un blocco di legno differente. La procedura prevede, dopo l’intaglio, che venga applicato il colore, per prima le zone più piccole del disegno.

Artisti come Hokusai o Utamaro furono nomi importanti legati all’arte nipponica, poi le stesse xilografie ukiyoe, vista la richiesta sempre più esigente in Occidente, iniziarono ad essere prodotte anche da artigiani.

Van Gogh fu, forse, l’artista occidentale più colpito e affascinato dalla tecnica giapponese, era ossessionato dai colori e dalla semplicità delle xilografie, studiò le luci e i paesaggi meravigliosi riprodotti. La sua decisione di trasferirsi ad Arles fu anche dovuta all’esigenza dell’artista di studiare e capire la luminosità cromatica che aveva apprezzato nelle stampe nipponiche. I paesaggi e le atmosfere di Arles lo immersero nella luce che tanto aveva cercato e, in una sua lettera al fratello Theo, scrisse ” Mi sento come fossi in Giappone”.

Come dare torto a Van Gogh e alla sua passione per il Giappone?

Memoru Grace

Demon Slayer – Entertainment District Arc

La prima parte della seconda stagione di Demon Slayer ci ha regalato una grande emozione e una grande sofferenza con il personaggio di Rengoku, il Pilastro del Fuoco (che ammetto essere uno dei miei preferiti). La seconda parte ci porta a conoscere il complesso e multisfaccettato Tengen Uzui, il Pilastro del Suono, con l’arco narrativo del quartiere dei divertimenti – o dei piaceri “a luci rosse” – di Yoshiwara (Entertainment District Arc). Ancora una volta, abbiamo deciso di raccontarvelo tutto in modo un po’ ironico, episodio per episodio.

ep. 2×08 ~ Il pilastro del suono: Uzui Tengen

Tanjiro e amici sono sconvolti – anzi, distrutti – dalla morte di Rengoku e trascorrono un periodo per rimettersi anche dalle ferite presso la casa delle farfalle. Si allenano, si fortificano, pensano al breve ed intenso legame con Rengoku e sono sempre più intenzionati ad andare avanti con la loro missione. Ma, prima di tutto, Tanjiro va a trovare il padre e il fratello di Rengoku e, tra un’accesa discussione e un inizio di pestaggio da parte del “buon” genitore, mezzo alcolizzato e depresso-aggressivo, la visita assume caratteristiche diverse rispetto al previsto.
Intanto, i nostri tre fanno la conoscenza di Uzui Tengen, anche noto come il Pilastro del Suono e… Tanto vale chiarirlo già da subito: è un pazzo squinternato. È iniziato l’ entertainment district arc.

ep. 2×09 ~ Intrusione nei quartiere dei piaceri

Yoshiwara è il quartiere del piacere e del divertimento o, per dire meglio, il quartiere a luci rosse, pieno di bordelli di ogni tipo, di cui il Pilastro del Suono decanta le lodi come Jack Sparrow a Tortuga. Il nostro Uzui, anche se mentalmente suonato, ha scoperto che tre le oiran e le geishe del quartiere è nascosto un demone molto potente, probabilmente una delle lune. Perciò mette al corrente Tanjiro e i suoi del suo piano: far infiltrare qualcuno all’interno dei bordello di Yoshiwara per indagare sull’identità del demone. Visto, però, che le sue tre moglie, infiltrate in tre diversi bordelli, non sono mai tornate, fa vestire da donna i nostri tre, con tanto di biacca in viso e trucco caricato, e li vende come prostitute a tre diversi bordelli. Non proprio benissimo questo piano.
Scopriamo nell’ordine che: 1) Uzui è fedifrago (e la cosa non era legale nemmeno nel Giappone del 1920); 2) con tutte le probabilità ha proprio ragione sul demone, visto che una delle sue moglie è stata rapita; 3) Inosuke sta molto bene vestito da donna.
Non dimenticheremo mai la faccia truccata di Zenitsu.

ep. 2×10 e 2×11 ~ Chi va là? / Stanotte

Ormai è ben chiaro che le mogli di Tengen sono sparite nel gorgo del quartiere di intrattenimento, ma è anche chiaro che devono essere cadute vittime di quel famigerato demone a chi i nostri stanno dando la caccia e che si rivela essere la crudele oirán Warabihibe. Mentre assistiamo ad una serie di mattanze, fatte passare come suicidi, da parte della oirán, a soprusi e angherie di ogni tipo e a scene molto hentai con una delle moglie di Tengen legata in modo complesso e tentacolare, Zenitsu, nella sua nuova identità femminile, capisce la presenza del demone e la affronta, salvo, poi, sparire dalla circolazione. Ovviamente, Tanjiro e Inosuke ne vanno immediatamente alla ricerca e… parte duello contro la Sesta Luna Crescente Daki (mica una semplice oirán a caso), in cui i nostri dovranno sfoderare tutte le loro tecniche. Cosa accadrà? Ma, soprattutto, dov’è finito Zenit’su?

ep. 2×12 e 2×13 ~ Si fa tutto in modo vistoso / Ricordi Sovrapposti

Tengen Uzui inizia il salvataggio impossibile. Prima, salva una delle sue mogli, legata e avvelenata da un obi maligno del demone. Poi, scatena il tuono e corre come un matto ovunque. Infine, penetra nel sottosuolo dove Inosuke sta già combattendo contro un obi demoniaco che divora vittime. Bisogno temere sempre obi e kimono! Il nostro amato cinghiale, nel frattempo, ha liberato tutti coloro che erano rimasti incastrati, compreso Zenitsu e le altre due mogli di Tengen, che sono delle sorte di ninja appartenenti ad una setta combattente. A quanto pare, la relazione poliamorosa di Tengen va a gonfie vele!
Intanto, Tanjiro combatte alla grande contro la Luna Crescente, senza risparmiare colpi, ma, giacché la respirazione dell’acqua non è ottimale, passa alla danza del dio del fuoco. I risultati, in effetti, sono notevoli, ma con una grande dispendio fisico. Fino a quando arriva Nezuko a combattere contro il demone e dimostra la sua superiorità su tutto e tutti (un’evoluzione che nemmeno i Supersayan di Dragon ball).
Menzione speciale: i ricordi di Rengoku 💔

ep. 2×14 ~Trasformazione

La vera notizia è che Nezuko non è più la piccola Nezuko che ricordiamo, ma si è trasformata in un demone adulto, provvisto di forme e di corna e con un’abilità vampiresca incredibile (manipola il suo sangue e lo usa come un’arma). La cattiva notizia è che in quest’euforia perde completamente il controllo e Tanjiro fatica non poco per tentare di farla tornare la Nezuko di sempre, grazie alle vecchie ninna nanne della mamma. Intanto, la Sesta Luna Crescente Daki scoppia a piangere davanti a Tengen (seriamente) e si fa prendere da una crisi di panico, tanto che decide di richiamare il fratello che sta celato all’interno del suo corpo, un mostro pallido e rachitico, con una voce che fa venire i brividi e che dimostra subito invidia per il nostro Tengen.
Inizia la lotta suprema tra i due.

De segnalare: Zenit’su continua a dormire in piedi.

 ep. 2×15 ~ Adunata

Praticamente, ora sappiamo che la Sesta Luna Crescente sono due demoni, fratello e sorella, che condividono un unico corpo, ma, quando vogliono, possono separarsi, e che sono l’uno più spaventoso dell’altra. Sappiamo anche che Tengen è stato avvelenato dai due fratelli demoniaci, ma che finge di stare bene, e che è uno shinobi, fondamentalmente un ninja di una certa levatura, addestrata per i combattimenti più duri.
Comunque, mentre Inosuke e Zenit’su (ancora addormentato) combattono contro la sorella demoniaca, Tengen e Tanjiro affrontano l’orribile fratello e… Cliffhanger!

ep. 2×16 ~ Una volta sconfitta una Luna Crescente

ALT! Come direbbe un amico con cui condivido le visioni di quest’anime, il titolo è ingannevole in maniera illegale. Avanti, cari autori, ditemi quando, dove e come viene sconfitta una Luna Crescente.
Episodio di una bellezza visiva unica e di azione esplosiva, in cui ripassiamo insieme a #tanjirokamado la respirazione dell’acqua, vediamo un passaggio di tutti i #kata che vi sono associati (ma anche di quelli associati alla respirazione della Bestia, del Fulmine e del Suono), combattiamo anche noi “in modo vistoso”, come vorrebbe #tengenuzui, e ci dividiamo un po’ a sferrare un colpo a fratello e sorella della #sestalunacrescente insieme a #inosukehashibira e #zenitsuagatsuma. Solo che, alla fine, Tanjiro sbalza giù dal tetto, Zenit’su fa gli straordinari e Tengen… si unisce alla tradizione degli #skywalker di perdere un braccio in duello.

ep. 2×17 e 2×18 – Non mi arrenderò mai / Se anche mi reincarnassi diverse volte

Dove eravamo rimasti? Praticamente, con lo sfacelo: Tengen Uzui avvelenato dal sangue di demone, ferito gravemente, accecato all’occhio destro, mutilato al braccio sinistro, quasi in fin di vita; Inosuke quasi immune al sangue velenoso del demone, ma gravemente pugnalato al cuore; Zenit’su sempre dormiente e coraggioso, ma travolto dalle rovine crollate degli edifici; e il nostro Tanjiro, molto malmesso e indebolito, che tenta di cavarsela da solo contro la Sesta Luna. E, nonostante le batoste, gli insulti, i colpi e le dita spezzate (letteralmente), sebbene più volte soccombente, Tanjiro non si arrende fortemente e rifiuta qualsiasi offerta di diventare demone. Fino a quando i tre gravemente feriti non si risvegliano di colpo e, in cooperazione, riescono a liberarsi in contemporanea dei due fratelli demoniaci: Tanjiro e Tengen decapitano il potente fratello, mentre Inosuke e Zenit’su fanno saltare la testa della sorella. Peccato che i loro sforzi rischiano di essere vani, visto che sono tutti mortalmente feriti, più vicini all’aldilà che alla vita terrestre. Ma, ancora una volta, portare dietro nella gerla in spalla la sorellina demoniaca si rivela un’ottima idea: Nezuko esce dal suo rifugio e riesce ad eliminare il veleno nei corpi dei nostri e a guarirli. Tengen, non ti perderemo! ❤️ Tanjiro si assicura della morte della Sesta Luna e, piccolo regalo molto apprezzato, ci viene regalato un lungo flashback piuttosto commovente sulla triste storia dei due fratelli demoniaci e su come sono diventati la Sesta Luna, ricordandoci, anzitutto, che ogni demone è stato un essere umano che ha sofferto e che spesso è morto brutalmente. Non possiamo perdonare la Sesta Luna per i suoi crimini, ma adesso sappiamo che i suoi due volti si chiamano Ume e Gyuntaro e che, forse, se fossero nati in altre circostanze, avrebbero avuto una vita (e un’eternità) diverse. È toccante il legame e l’affetto che unisce i due fratelli che si ripromettono di stare sempre insieme anche nelle prossime vite. Bonus finale: appare Obanai Iguro, il Pilastro del Serpente, che ammonisce Tengen Uzui per essersela cavata così male contro la più debole delle lune demoniache (ma sei serio?) e rimane sorpreso e allibito dell’abilità di Tanjiro (non ci credevo, vero?). Altro Bonus: il capofamiglia degli ammazzademoni apprende tutte le notizie e sa che la battaglia finale si sta avvicinando e che c’è finalmente la possibilità di uccidere Muzan.

Captain-in-Freckles

Per recuperare la recensione (episodio per episodio) di Demon Slayer – Mugen Train Arc, cliccate qui.

One Page Love

Una storia deliziosa quella di “One Page Love”, un drama giapponese in cui mi sono imbattuta, per caso, qualche tempo fa, mentre cercavo un titolo simile.

Tenete presente che qui il filo rosso del destino, tematica molto cara agli appassionati di manga e anime giapponesi, è anche il filo conduttore della storia.

La diciassettenne Minase Akari (Hashimoto Kanna) va in vacanza con la famiglia sull’isola di Kyushu e qui alloggiano in una pensione. Durante la vacanza, Akari conosce il figlio del proprietario della pensione, Morita Ikumi (Mizuki Itagaki), un ragazzo gentile e solitario che si innamora da subito di Akari. I due trascorrono molto tempo insieme e il loro legame diventa sempre più stretto fino ad una notte magica in cui si siedono sulla spiaggia a vedere una pioggia di stelle cadenti, evento raro che ha luogo sopra il cielo dell’isola di Kyushu una volta ogni quattro anni. Al momento della separazione, quando Akari e la sua famiglia devono tornare a casa, i due ragazzi promettono di rivedersi e riunirsi nello stesso luogo sotto il manto di cielo stellato fra quattro anni.

Trascorso il tempo previsto, Akari, che ora ha più di vent’anni, torna sull’isola con la speranza di rivedere Ikumi e di realizzare il suo sogno, ma Ikumi non si presenta all’appuntamento e la pensione sembra abbandonata, tutto questo fa cadere la ragazza in uno sconforto totale. Nel suo viaggio Akari conosce Hoshino Aritoshi (Furukawa Yuki), un fotografo di paesaggi che, a differenza di Ikumi, è molto più spigliato, esuberante ed estroverso e che sembra avere un debole per Akari. La ragazza stessa sembra provare qualcosa per Aritoshi anche quando, una volta tornati a Tokyo, viene spronata da lui stesso ad andare avanti con il suo manga dal titolo, “One Page Love”, una delicata storia d’amore e una promessa fatta sotto un cielo stellato.

Quando Akari sembra avvicinarsi ad Aritoshi, una sera d’inverno, tra le strade di Tokyo, ricompare Ikumi, non più l’Ikumi timido e dall’animo sensibile che ha conosciuto la nostra protagonista, ma un ragazzo ombroso, cupo, che lavora presso un locale “equivoco”.

Cosa sarà mai successo ad Ikumi e perché fa finta di non conoscere Akari e di trattarla in modo così poco gentile?

Akari non si arrende e decide, quindi, di scoprire cosa possa essere accaduto in quei quattro anni, mossa ancora dal forte legame che prova per Ikumi. Nel frattempo, però, riuscirà a dirimersi tra il corteggiamento di Aritoshi e a non offendere i sentimenti che prova per lei il suo amico d’infanzia, Yamato?

La storia va avanti così, come il manga della protagonista, ogni giorno si apre una pagina nuova e una nuova immagine colora la trama. Sarà più forte il destino o un nuovo cambiamento?

Vi consiglio questo drama, composto solo da sei episodi che sembra uscito proprio da un manga e, nel senso letterale, i disegni della protagonista prenderanno anima e daranno un tocco speciale alla storia.

Memoru Grace