Memories of the Alhambra: ovvero “la realtà virtuale, l’arme e gli amori”…

Lo ammetto: per farmi appassionare davvero ad una serie, è necessario che la trovi coinvolgente, cerebrale, cervellotica e interpretabile nei modi più assurdi. E le serie TV coreane erano ancora troppo lente e romantiche per i miei gusti. Fino ad ora…

Per la mia prima recensione online ho deciso di parlare della serie coreana Memories of the Alhambra, perché la mia attenzione viene catalizzata immediatamente da spade, videogame e dungeon segreti raggiungibili tramite messaggi indecifrabili.

Memories of the Alhambra è un enorme gioco di ruolo online, dove i protagonisti giocano a realtà aumentata con l’ausilio di lenti a contatto (ma anche senza) che li catapultano in una Granada, teatro di scontri tra lancieri aragonesi e guerrieri saraceni, ma anche in una Seoul che pullula di assassini armati di spade orientali, i quali, ad un certo punto, ammazzano per davvero.

Chi è appassionato di anime e manga di combattimento – come la sottoscritta – può vedere entusiasta un grande parallelismo con SwordArt Online. Solo che si tratta pur sempre di un drama coreano per cui: al posto dello “spadaccino nero” Kirito, troviamo un affascinante CEO milionario con due ex mogli ingombranti (di cui una pazza e arrivista) e un chiaro disturbo della personalità, interpretato da Hyun Bin; al posto della “saetta” Asuna troviamo una bella liutaia con doppio nome, ansia perenne e spirito samaritano, interpretata da Park Shin-hye; e, naturalmente, spicca su tutto una storia d’amore travagliata e di quasi improbabile realizzazione (chissà!).

Ma quello che mi ha entusiasmato e colpito di più – oltre alle spade, ovviamente – è la metafora sottesa in tutta la serie (perché, come vi renderete conto, non posso fare a meno di metafore): Memories of the Alhambra è soprattutto una discesa negli abissi dell’animo umano, nei suoi lati oscuri e nei suoi angoli di luce, nei traumi del passato, ma anche nelle speranze del futuro. E, tra queste, la mia: gentili creatori di Memories of the Alhambra, a quando la seconda stagione? No, perché non si può finire così!

— (silent- but-screaming-inside) —

Alla prossima metafora!

Laura

Il tedoforo di Tokyo 1964, simbolo della rinascita

Nell’attesa e con la speranza di vedere le Olimpiadi in Giappone, rimandate di un anno a causa del COVID-19, volevo cominciare questa rubrica ricordando le prime Olimpiadi estive, organizzate dal Giappone, che si svolsero a Tokyo nel 1964, tra il 10 e il 24 ottobre.

Il Giappone avrebbe dovuto ospitare le Olimpiadi nel 1940, ma furono annullate a causa della guerra, mentre nel 1948 fu escluso dai giochi olimpici come conseguenza per la responsabilità nel secondo conflitto mondiale, per cui, nel 1964, a 24 anni di distanza, le Olimpiadi estive diventarono un’occasione di riscatto per dare al mondo la visione di un Paese moderno, diverso.

Il vero simbolo delle Olimpiadi del 1964, però, fu l’ultimo tedoforo, Yoshinori Sakai, l’ultima persona che portò la fiaccola olimpica, nato il 6 agosto 1945 nella prefettura di Hiroshima, precisamente un’ora dopo l’esplosione della prima bomba atomica.

Yoshinori Sakai rappresentò il simbolo della ricostruzione giapponese del secondo dopoguerra e, dopo l’esperienza delle Olimpiadi, vinse una medaglia d’oro ai giochi asiatici del 1966; dal 1968 diventò giornalista sportivo per la Fuji Television.

Piccola particolarità di queste Olimpiadi del 1964 fu l’introduzione della pallavolo femminile come sport olimpico e indovinate chi vinse? La squadra del Giappone, le pericolosissime “Streghe d’Oriente”, una squadra interamente composta da operaie, giocatrici non professioniste. Vi risuona in mente qualcosa, come per esempio “Mimì e la nazionale di pallavolo” o “Mila e Shiro”, vero? Sì, tutti figli del grande sogno della vittoria femminile del 1964.

Alla prossima!

Memoru Grace