My Girlfriend is a Gumiho (ovvero le conseguenze di un amore fantastico)

Confesso che ho iniziato a guardare My Girlfriend is a Gumiho (anche noto come My Girlfriend is a Nine-Tailed Fox o in coreano Nae Yeojachinguneun Gumiho), pensando che non fosse propriamente il mio genere, ma che la mia quasi affiliazione al Lee Seung-gi fanclub meritasse sicuramente la visione. E, dopo i primi minuti, mi sono trovata a ridere da sola, confortata dalla dimensione fantastica e fresca di questo drama, romantico e comico al punto giusto, ma, soprattutto, capace di costruire personaggi unici ed ottimisti che vorresti conoscere personalmente.

La trama ruota intorno alle avventure (o, meglio, alle disavventure) di Cha Dae-woong (Lee Seung-gi), studente universitario con l’aspirazione a diventare una star dei film d’azione (torna la fissazione di LSG per Bruce Lee), estroverso, vanesio e con una capacità unica a dissipare le risorse economiche del nonno (Byun Hae-bong), che le tenta tutte per far mettere la testa a posto al nipote, tanto che quest’ultimo, in una fuga rocambolesca dall’ira parentale con permanente in testa e senza scarpe, si rifugia in un tempio buddista. Qui si imbatte in una pittura che custodisce la leggenda, ma anche l’anima di una Gumiho (Shin Min-ah) che voleva diventare un’umana contro la volontà delle divinità. Per la cronaca, una Gumiho è una volpe a nove code, che può assumere sembianze umane, sprigiona un fascino e una bellezza uniche e si nutre di quintali di carne. Cosa di cui si renderà presto conto il nostro eroe, che, casualmente, libera la Gumiho dalla pittura dove era tenuta prigioniera e si fa letteralmente “stalkerare” da lei. In realtà, la simpatica ed eternamente affamata volpina, ribattezzata Mi-ho, propone un accordo: Dae-woong dovrà custodire la sfera magica (che gli dà una salute di ferro) e non dovrà avvicinare alcuna ragazza per ben 100 giorni, al termine dei quali Mi-ho sparirà dalla sua vita (per realizzare il suo sogno di diventare umana). E, visto che Dae-woong è un approfittatore che mira ad avere competenze di stuntman per un ruolo cinematografico, accetta a cuor leggero, senza pensare che dovrà convivere a stretto contatto con una creatura quasi mitologica e che rischierà di perdere letteralmente la vita. D’altronde, dalla prima repulsione per le code che si illuminano al chiaro di luna e dalla paura di essere divorato dalla volpe, l’atteggiamento di Dae-woong nei confronti di Mi-ho si trasformerà gradualmente in tenera amicizia e, infine, in un vero e proprio amore, di quelli che si trovano raramente, che crescono nonostante le avversità e che non si eclissano nemmeno quando l’ordine dell’universo cambierà tutte le cose (citazione del film).

A fare da contorno alla loro scapigliata e quasi fantastica storia d’amore: due amici sui generis, l’aspirante regista e migliore amico Kim Byung-soo (interpretato da Kim Ho-chang) e l’aspirante attrice senza talento Ban Sun-nyeo (interpretata da Hyomin); il misterioso “professore” per metà Goblin Park Dong-joo (interpretato da No Min-woo); la bella Eun Hye-in di cui è eternamente innamorato Dae-woong (interpretata da Park Soo-jin); il regista di film di arti marziali, armato di stecchino in bocca, occhiali da sole perenni, impermeabile scuro e tuta gialla da Kill Bill, Ban Doo-hong (interpretato da Sung Dong-il), che da solo meriterebbe un capitolo a parte; la zia di Dae-woong, Cha Min-sook (interpretata da Yoon Yoo-sun), che cerca in tutti i modi di farsi sposare dal regista, dando vita con quest’ultimo ad una serie di siparietti comici. Special guest star: i poteri soprannaturali di Min-ho, che distrugge un muro con un calcio, percepisce odori e rumori a distanza di chilometri (persino l’odore dei soldi, fidatevi), solleva oggetti e persone a caso, corre con il turbo e, ogni volta che mangia cibo appetitoso, urla a gran voce che è tutto gustoso, dentifricio compreso. Ed è così adorabile quando si paragona alla Sirenetta che ha salvato Erik nella fiaba di Andersen o quando invia cuoricini coreani al suo Dae-woong che fugge, che non possiamo fare a meno di tifare per lei.

My Girlfriend is a Gumiho è una rom-com fantasy nata dalla penna (e dalla mente geniale) delle sorelle Hong – che, per intenderci, hanno nel loro curriculum anche A Korean Odyssey (di cui abbiamo parlato qui) e Hotel Del Luna – e la cui trasmissione nel corso del 2010 è partita quasi in sordina, per diventare, poi, un vero e proprio oggetto di culto, con punte di oltre il 20% di share in Corea del Sud e una pioggia di premi per i due protagonisti (SBS Drama Award, Seoul International Drama Award, USTV’s Student Award). Ma, soprattutto, My Girlfriend is a Gumiho è una fiaba in apparenza semplice, che nasconde un messaggio complesso: la profondità dei sentimenti che annulla qualsiasi differenza, perché amare vuol dire vivere la propria vita per gli altri con costanza ed altruismo e va al di là di qualsiasi apparenza fisica e di qualsiasi dinamica sociale e solo la fragilità umana, così complessa e così preziosa, fa splendere la capacità di amare. Come il personaggio della fiaba di Andersen, Min-ho è disposta a dare se stessa per diventare umana, a costo di perdere qualsiasi potere e, persino, la sua stessa vita, ma, a differenza della fiaba di Andersen, Dae-woong cresce e si evolve grazie alla sua capacità di comprendere l’amore di Min-ho e di amare superando qualsiasi apparente difformità. Perché amare significa rischiare, con la certezza della vittoria.

Consigliato: a chi ha amato le urla di Lee Seung-gi in Vagabond e la sua mimica teatrale in A Korean Odyssey e a chi ha amato le fossette di Shin Min-ah in Hometown Cha-Cha-Cha e la fermezza che questa piccola grande donna ha sempre dimostrato nella sua vita; a chi ha sempre amato le fiabe e le storie fantastiche e, magari, ha sognato un finale diverso per la Sirenetta; a chi vuole ridere fino alle lacrime, ma sa commuoversi col sorriso; a chi è pronto ad ascoltare in loop la colonna sonora cantata direttamente dai due protagonisti (perché, fidatevi, non ne potrete fare a meno).

Captain-in-Freckles

Star Trek – La serie classica

«Spazio: ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.»

Chi non ricorda uno degli incipit più famosi della storia della televisione? Correva l’anno 1966: il primo settembre, la rete statunitense NBC trasmise l’episodio pilota di una serie che sembrava destinata a cadere nel dimenticatoio, un sogno un po’ infantile e un po’ fantasioso che un tale Gene Rodenberry custodiva nel cassetto da tempo. E i primi segnali non furono di certo positivi: esiti di pubblico altalenanti e poca convinzione da parte della produzione fecero rischiare più volte l’esistenza di questa piccola e innovativa serie fantascientifica, fino alla sua definitiva cancellazione da parte della rete nel 1969. E da questo momento nacque la leggenda di Star Trek, diventato uno dei franchise più longevi della storia della TV (e anche del cinema).

Col tempo, ci occuperemo di tutte (ma proprio tutte) le serie di Star Trek, ma, naturalmente, occorre dare la precedenza alla serie classica, ovvero alle avventure di quella banda composita formata dal Capitano Kirk, dal suo primo ufficiale scientifico Spock, dal dottor “Bones” McCoy, dall’ingegnere Scott, dal tenente Uhura, dal timoniere Sulu e dal giovane Chekov.

Formalmente, le vicende fantascientifiche dell’Enterprise iniziano nel 2264, quando il Capitano Christopher Pike (interpretato dal malinconico Jeffrey Hunter), a bordo della sua astronave Enterprise, approda sul pianeta Talos IV in risposta alla chiamata di soccorso da parte di una nave precedentemente scomparsa (si tratta dell’episodio pilota Lo zoo di Talos, diventato col tempo un vero e proprio episodio cult). Due anni dopo, nel 2266, l’Enterprise passa alla guida del guascone e vivace Capitano James Tiberius Kirk (William Shatner), incaricato di compiere una missione quinquennale da parte della Federazione e di andare ad esplorare “là dove nessuno è mai giunto prima”. Solo due battute, un sorriso sghembo e una semplice e vaga indicazione per raggiungere un puntino indefinito nello spazio e Kirk è riuscito a conquistare i cuori di tutti gli spettatori e ad entrare, di diritto, tra i personaggi televisivi più amati. Perché Kirk è un tutt’uno con la sua missione e con la sua astronave (con la quale vive un vero e proprio idillio amoroso), ma è anche lo spirito libero e avventuroso delle scoperte e della curiosità umana, avido di sapere, empatico e capace di entrare in connessione con realtà e popolazioni circostanti, esportando il suo carattere e la sua passionalità e dimostrando, quando è il caso, fermezza e decisione. Riesce ad essere autorevole e, al tempo stesso, cordiale sia con i nuovi incontri che con il suo equipaggio e, nonostante corra spesso dietro a qualsiasi aliena gli faccia gli occhi dolci (promesse da marinaio, caro capitano!), non perde mai di vista i valori fondamentali della Federazione: la libertà, la civiltà, ma anche il divieto di ingerenza in affari altrui e l’autodeterminazione fra i popoli. Naturalmente, sempre che non ci siano computer assassini da mandare in tilt, nubi aliene, cervelloni non identificati che giocano a dadi con le vite degli altri ed esseri umani superdotati che vogliono conquistare tutte le galassie! Non è vero, Khan? Perché, in quel caso, l’ira del Capitano Kirk è difficile da placare, così come la sua scaltrezza e la sua sagacia nel far cadere in errore la propria controparte. D’altronde, pochi possono vantare un superamento così brillante del Kobayashi-Maru.

A fare da contraltare a questa figura così completa del Capitano, le sue due spalle, collaboratori e amici fidati che ne rappresentano, al tempo stesso, la passionalità umana – il dottor Leonard McCoy – e la razionalità scientifica – il signor Spock. Come non amare i battibecchi tra i due e i dialoghi vivi che rendono la sceneggiatura di Star Trek un vero e proprio copione brillante, degno di un palco teatrale? Leonard McCoy (interpretato da DeForest Kelley) si è arruolato nella Flotta Stellare quasi per caso, dopo la laurea in medicina e dopo diversi anni di esercizio della professione, per cui è stato dispensato dal frequentare l’Accademia Militare. Ed oseremmo dire che un po’ si nota: indisciplinato per natura, McCoy contesta gli ordini militari quando sono in contrasto con la sua umanità e con i suoi principi, che mette al primo posto sopra ogni cosa, chiama il proprio capitano per nome (“Jim”), senza alcuna minima considerazione per il rispetto del grado e della gerarchia e sarebbe un perfetto soggetto per un ammutinamento, se non provasse per Kirk un sincero affetto e una profonda stima. I rapporti personali per McCoy, affettuosamente soprannominato dal Capitano “Bones”, sono molto più importanti di qualsiasi rapporto militare o, ancor di più, di qualsiasi macchina elettronica priva di anima che vuole soppiantare gli umani. Al suo contrario, il signor Spock (interpretato da Leonard Nimoy) è una vera e propria macchina da guerra pensante: nato sul pianeta Vulcano, figlio di un ambasciatore vulcaniano e di una donna terrestre, il suo animo è sospeso a metà tra la fredda razionalità scientifica e quasi ascetica dei vulcaniani e quei sentimenti umani ereditati dalla madre che tenta troppo spesso di sopprimere. Spock è corretto, logico (il suo detto è “Highly Logical!”), rispettoso dei doveri e del codice militare, super-intelligente (gioca a scacchi dimensionali contro il computer, riuscendo spesso a spuntarla) e super-colto. Nulla di quegli sciocchi vaneggiamenti umani, così vacui e sentimentali, lo può distogliere dai propri compiti e dai propri propositi. Naturalmente, fino a quando non scatta quella giornata in cui i vulcaniani perdono di lucidità o fino a quando non incontra sul suo cammino qualcuno che minaccia seriamente la sua tranquillità scientifica e – diciamo la verità – anche affettiva: in quel caso, il codice militare diventa solo una sorta di traccia e Spock lotta fino allo strenuo delle forze per salvare i suoi amici, pur glissando tutto come l’opzione più logica e razionale che potesse esserci.

Infine, non possiamo dimenticare le altre anime dell’Enterprise. Il Tenente Nyota Uhura (interpretata da Nichelle Nichols), il cui nome in swahili significa libertà, è la specialista delle comunicazioni, conosce tutte le lingue parlate nella galassia (se non le conosce, le impara subito) e vive attaccata con un auricolare bluetooth all’orecchio, prima ancora che fosse di moda. Vanta, inoltre, diversi primati: è la prima donna africana ad assumere un ruolo rilevante in una serie, è la prima donna a ricoprire per breve tempo le mansioni di “facente-capitano” durante una missione ed è la titolare del primo bacio interraziale della storia (scambiato con il Capitano Kirk, ovviamente, nell’episodio Umiliati per forza maggiore), anche se tutti sappiamo da diversi cenni che è innamorata di Spock (recuperate quando Uhura canta seguendo il tono dell’arpa di Spock o tutte le diverse frecciatine che gli lancia e non solo la relazione sentimentale ritratta dagli ultimi film).

L’ingegnere Montgomery Scott (James Doohan), per gli amici “Scotty”, è l’uomo con cui tutti vorremmo trovarci davanti ad un motore o ad una bottiglia di whisky, perché per quel buon scozzese esistono solo due amori. A onor del vero, Scotty è super vessato dal Capitano Kirk: pare che qualsiasi problema riguardante l’Enterprise sia sempre dovuto ad un guasto repentino del motore o che tutti gli alieni malevoli tendano a minare la stabilità del nucleo, quell’informe e non spiegabile connubio di materia e antimateria che porta avanti la nave nell’universo; dacché le minacce di Kirk con quel “Scotty, sta forse cercando di distruggermi la nave?” sono all’ordine del giorno.

E, poi, c’è il Tenente Hikaru Sulu (interpretato da George Takei), giapponese stoico e integerrimo, quasi un samurai al timone della nave, che, di tanto in tanto, impazzisce, impugna una katana e minaccia tutti a suon di scherma, ma che ha anche un’ironia e un sorrisetto così perennemente canzonatorio, che mi fa venire sempre il sospetto che stia deridendo tutti i suoi superiori silenziosamente. Infine, non bisogna dimenticare il guardiamarina (promosso al grado di tenente nel film del 1979) Pavel Chekov (interpretato da Walter Koenig), introdotto improvvisamente da Rodenberry durante la seconda stagione per assicurare una rappresentanza russa e segnare un suo personale disgelo nei tempi critici della Guerra Fredda in nome della scienza. In realtà, Chekov ha assunto una sua indipendenza, diventando, presto, uno dei personaggi più amati dell’universo trekkiano, goffo, intelligente e svagato, ha tutte le caratteristiche valide per diventare un capitano di successo.

Consigliato: a tutti; perché, veramente, se non avete mai visto nemmeno un episodio della serie classica di Star Trek, dovete immediatamente recuperare.

Captain-in-Freckles

On Dal, tra leggenda e Kdrama

Ormai, chi ha una certa dimestichezza con i Drama storici, ha sentito parlare della figura di On Dal, un ragazzo di umili origini, che sposò la principessa.

La leggenda la troviamo scritta nel Samguksagi, o le Cronache dei tre Regni (Goguryeo, Silla e Paekche) ed è ambientata durante il Regno del Re Pyeonggang di Goguryeo.

Mentre i Drama ci hanno abituato ad un On Dal di bell’aspetto forte e coraggioso, nelle cronache ritroviamo un uomo brutto “…come un asino”, un po’ storpio ma di gran cuore che mendicava del cibo per se e per sua madre cieca. Anche se abitava fuori dalle mura, tutti lo conoscevano soprannominandolo “Ondal, the Fool”, ovvero il Matto o lo Sciocco. Come ci è finito una ragazzo così a palazzo? Per i capricci della Principessa!

La Principessa Pyeonggang era una ragazzina assai lagnosa e capricciosa. Così il padre, preso per sfinimento, la minacciava di averla promessa in sposa a On Dal. Compiuti 16 anni, l’età da matrimonio, la principessa fu promessa veramente in sposa, ma al Generale Go, del Clan Sangbu Go… e ovviamente fu rifiutato! Questo rifiuto le fece vincere un biglietto di uscita veloce dal Palazzo. Si mise in cerca di On Dal, quasi convinta che fosse veramente lui il suo promesso.

“La principessa andò a casa di On Dal e persuase On Dal e sua madre cieca a sposarsi.”

La principessa fece comprare a suo marito un cavallo con i soldi ricavati dalla vendita dell’oro che aveva portato con sé e, in poco tempo, On Dal si distinse per le sue doti e il suo coraggio, che non nascose neanche quando fu chiamato alle armi per respingere l’invasione cinese del Re Wu della Dinastia Zhou.

“Uccise da solo più di 20 soldati in un istante,

uno spettacolo che ispirò il suo intero esercito alla vittoria.”

Il Re finalmente lo accettò e fu nominato Generale onorario nell’Esercito Reale. Dopo la morte del Re Pyeonggang, gli successe il figlio maggiore Yeongyang. Il Generale On Dal, partì per rivendicare le terre del sud che erano state conquistate dal regno di Silla. Purtroppo, vicino al monte Achasan, il nostro eroe troverà la morte colpito da una freccia.

“Al suo funerale, non furono in grado di spostare la sua bara,

fin quando la principessa accarezzò la bara e, offrendo parole di conforto,

la bara finalmente si sollevò.”

Come tutte le leggende ci sono diverse varianti. Una tra queste, è quella divulgata oralmente nel villaggio di Mireuk a Chungju, nella provincia di Chungcheong settentrionale, città natale di On Dal, si racconta di cimeli storici, tra cui le pietre che On Dal usava per suonare il Gonggi, e la tomba del suo amato cavallo.

La leggenda ha ispirato una Romanzo Ondaljeon (Il racconto di Ondal), diversi Drama e il nome di un gruppo musicale poco noto.

Nel 2009 “Invincible Lee Pyung Kang” è liberamente (molto!) ispirata alla storia dell’eroe proiettata ai giorni nostri. Dal 2017, su Netflix si trova “My Only Love Song”, drama fantasy, dove una attricetta “assai lagnosa e capricciosa” viene trasportata indietro nel tempo su un Mini Van, per cadere tra le braccia di On Dal un ragazzo di strada che cerca il miglior modo di far soldi per liberare la madre, serva a palazzo.

Infine, nel 2021 la KBS ci fa scoprire questo personaggio grazie a “River Where the Moon Rises”, forse il Drama più vicino alla leggenda, vincitore di molti premi e ricco di controversie.

Per tutti noi On Dal rimarrà il nostro attore preferito che ci ha fatto sognare e credere che se si ha coraggio si possono veramente cambiare le cose.

E forse è per questo che in Corea, On Dal è il simbolo della ricchezza… anche quella interiore!

Lady K Trash

Demon Slayer: la lama dell’ammazzademoni

Se avete seguito tutte le dirette di Mugen Train Arc ed Entertainment Distric Arc, i due archi narrativi di cui è composta la seconda stagione dell’anime Demon Slayer, non potete perdere quest’altra recensione, che spiega la trama unica di quest’anime/manga, addentrandosi nei capitoli che formano la prima stagione dell’anime.

La storia inizia nel nord del Giappone, in una zona nevosa e montuosa, nel periodo Taisho (1912-1926). Tanjiro Kamado è il primogenito di una famiglia numerosa, che è rimasta senza padre, e lavora trasportando carbone fino al villaggio nella sua gerla. Un giorno, torna a casa e trova la famiglia massacrata da un demone, ad eccezione della sorella quasi coetanea Nezuko Kamado, sopravvissuta allo sterminio, ma trasformata in un demone. Tuttavia, Tanjiro non crede che la natura buona della sorella sia cambiata. Non cedendo alle pressioni dei cacciatori di demoni che vogliono uccidere Nezuko, ripone fiducia in lei e decide di intraprendere un viaggio per cercare un rimedio e far tornare umana sua sorella. Inizia, così, un cammino che è un vero e proprio percorso di formazione e che porta Tanjiro e Nezuko ad entrare nella squadra degli ammazzademoni, ad imparare tutte le tecniche per fronteggiare i demoni e ad affrontare il famigerato primo demone Muzan.

Tanjiro e Nezuko saranno aiutati nel loro viaggio da una serie di personaggi incredibili, ognuno dei quali meriterebbe una trattazione per sé. C’è Zenit’su Agatsuma, un ragazzo timoroso e codardo, che è stato colpito da giovane da un fulmine (motivo dei suoi capelli biondi) e possiede una seconda personalità coraggiosa e temeraria, che viene fuori solo quando dorme o sviene. C’è Inosuke Hashibira, un ragazzo selvaggio che indossa perennemente una testa di cinghiale (memoria di un passato che l’ha visto crescere nei boschi) e che si crede una divinità. C’è Kanao Tsuyuri, una ragazza tranquilla ed empatica, che entra nella squadra degli ammazzademoni insieme a Tanjiro e che tenta di superare le proprie insicurezze. C’è Tamayo, un demone che prova empatia per gli esseri umani, ha competenze mediche e dà una speranza a Tanjiro sulla possibilità di trovare una cura per la sorella. C’è la famiglia Ubayashiki, retta dal Kabaya e investita del sacro compito di sterminare i demoni che flagellano l’umanità. E, poi, ci sono i Pilastri (Hashira) degli ammazzademoni, l’aristocrazia degli spadaccini, rappresentanti di poteri e abilità uniche, derivanti dalle loro tecniche di respirazione, ma soprattutto l’ultimo baluardo contro le forze demoniache, capeggiate dalle Sei Lune Crescenti e dalle Sei Lune Calanti. Nel suo viaggio iniziale, in effetti, Tanjiro si imbatte subito in Giyu Tomioka, Pilastro dell’acqua, che lo avvia dal suo vecchio maestro Sakonji Urokodaki per imparare la respirazione dell’acqua e superare l’esame per entrare ufficialmente nella grande famiglia degli ammazzademoni. Più avanti, conosce Shinobu Kocho, Pilastro dell’Insetto e maestra di Kanao Tsuyuri, ammazzademone dall’aspetto falsamente mite, ma, in realtà, avvelenatrice di demoni professionista, che lo stimola a continuare la sua formazione, inviandolo da Rengoku Kyojuro.

Ma Tanjiro si imbatte anche in una serie di vicende umane e demoniache, che forgeranno il suo carattere e lo stimoleranno nel raggiungimento del suo obiettivo: non tanto (e non solo) eliminare i demoni dal mondo umano, quanto estirpare il Male che affligge l’umanità e che la deforma, costringendola a compiere brutalità e a soffrire continuamente. Perché Tanjiro parte da un presupposto che lo distingue da tutti gli altri ammazzademoni: sa che ogni demone è solo una creatura che soffre e che, per diversi motivi, volente o nolente, è stata costretta ad eliminare la propria umanità per trasformarsi in un mostro, come è accaduto a sua sorella, ma che può fermare il male che sta compiendo solo riscoprendo i suoi valori e il suo comune sentire umano. Un demone non diventa tale solo per la sua trasformazione fatta da un’entità malvagia e suprema, ma lo diventa quando accetta la sua nuova natura senza porre obiezioni e la accetta non tanto quando è accecato dall’odio, ma quando è colpito dalla mancanza di amore. Nezuko non è speciale di per sé, ma è speciale perché vuole continuare ad essere umana, senza eliminare tutte quelle caratteristiche che la rendono unica nella sua debolezza e con la luce dell’affetto fraterno che è per lei un vero e proprio faro per opporsi alla sua nuova natura demoniaca.

Poi, ci sono tanti altri motivi per cui Tanjiro non è un ammazzademoni qualunque, ma è la vera sfida alla teoria del terrore di Muzan, ma si scopriranno sono durante la visione dell’anime.

Consigliato: a chi ama le leggende di miti giapponesi, l’epoca Taisho e anche un po’ di Rashomon e di Akira Kurosawa; a chi ha sempre sognato di armeggiare con una katana come un vero samurai e a chi aspira a diventare un cacciatore di demoni; a chi sa che l’affetto familiare profondo, alla fine, salva sempre da qualsiasi male e non rinuncerebbe mai alla sua umanità.

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Hanami, haiku e una pioggia di fiori di ciliegio

Diciamo la verità, quante volte abbiamo sognato di essere in Giappone, magari passeggiando lungo un viale di ciliegi ed essere avvolti da una meravigliosa pioggia rosa che ci trasporta in una dimensione onirica?

Vi do due minuti per riprendervi da questa piacevole sensazione, per riaprire gli occhi e, ahimè, ritrovarci dove eravamo. Per lo meno, però, ripercorriamo mentalmente uno dei periodi più magici in Giappone!

I ciliegi in giapponese si chiamano “sakura” e sbocciano in periodi diversi a seconda anche della varietà delle piante. I ciliegi rappresentano un vero e proprio culto in tutto il Paese ed in effetti il termine “hanami” (はなみ, lett. “osservare i fiori”) è applicato per contemplare la bellezza dei fiori, soprattutto i fiori di ciliegio. L’hanami è osservare i fiori e perdersi nell’armonia della natura e ogni anno è una festa all’aperto che richiama migliaia di persone. Da metà gennaio ad inizio maggio i sakura fioriscono in tutto il Paese, a Tokyo, in particolare, il periodo più propizio è tra la fine di marzo e l’inizio di aprile.

Per tutto il periodo, l’Agenzia Metereologica Giapponese studia il clima e la fioritura, dalle prime gemme in avanti, e fornisce informazioni in merito al periodo più appropriato per prepararsi all’evento, come per esempio organizzare delle serate all’aperto, le cosiddette Yozakura (よざくら, sakura serale) o i picnic la mattina nei parchi o nei weekend.

Storicamente l’hanami è un evento che affonda le sue radici in epoca Nara (710-794) molti secoli fa, sotto l’influenza della Dinastia cinese Tang. Inizialmente i fiori celebrati erano quelli di pruno, poi, soprattutto nel periodo Heian, i sakura presero posto nel cuore delle persone e diventarono i fiori prediletti.

L’imperatore Saga, studioso dei classici cinesi e appassionato di arte e letteratura, fu il primo ad avvicinarsi alla pratica dell’hanami, fece piantare alberi di ciliegio nel giardino del palazzo della Corte Imperiale a Kyoto e vi fece organizzare feste e balli, ma all’epoca gli eventi erano riservati solo a nobili, samurai e poeti che avevano l’abilità di elogiare il fascino e la bellezza dei petali di ciliegio. Con il periodo Edo, invece, la ricorrenza venne aperta a tutti e, ancora oggi, la tradizione viene portata avanti ed è conosciuta in tutto il mondo. Camminare e inondarsi della bellezza della natura, ammirando i fiori è un’esperienza unica e anche le passeggiate serali diventano suggestive con il bagliore della luna e le lanterne di carta.

Molte poesie e haiku giapponesi, celebrano la meraviglia della fioritura in tutte le sue caratteristiche.

Un haiku molto famoso è quello del poeta Bashō Matsuo (1644 – 1694) che affida i propri ricordi ai fiori di ciliegio:

Questi fiori di ciliegio

hanno riportato al pensiero

tante memorie

Sempre Bashō Matsuo contempla in questo haiku la natura nelle diverse fasi della giornata e della notte, come per celebrare l’esistenza:

La notte di primavera è finita.
Sui ciliegi
sorge l’alba.

Il poeta Yasuhara Teishitsu (1610 – 1673) si meraviglia della bellezza dei fiori di ciliegio appena sbocciati e non esistono altre parole che possano descrivere meglio quello spettacolo che vediamo attraverso i suoi occhi:

Oh, guarda!
e null’altro da proferire,
dinanzi ai ciliegi in fiore
del monte Yoshino

Infine, uno dei miei haiku preferiti del poeta Kobayashi Issa (1763 – 1828), in cui esprime tutta la sua malinconia:

Questo mondo perduto

ricoperto

di fiori

Memoru Grace

My Hero Academia (ovvero piccoli eroi crescono)

Vi dico perché mai My Hero Academia è un anime/manga che non dovrebbe mai mancare alla vostra lista. E quasi mi dispiace di non essere più bambina e di non fare la pausa pomeridiana per la merenda, guardando in TV una puntata di questo cartone. My Hero Academia è quel complesso di colori, valori ed eroi, che ti aiutano a riflettere e a crescere ogni giorno.

Le vicende si svolgono in un prossimo futuro, in cui la tecnologia e l’ingegneria genetica si sono evolute talmente tanto da generare una mutazione genetica, che dona agli esseri umani capacità sovrumane. Si tratta del cosiddetto “Quirk”, che si manifesta intorno all’età di quattro anni e che, di fatto, è un vero e proprio superpotere personale, visto che varia da persona a persona (i Quirk sono classificati in tre categorie – emissione, trasformazione e mutante – a seconda delle capacità che possono conferire). Queste potenzialità hanno caratterizzato la diffusione di Heroes e di Villains, come nelle migliori tradizioni del fumetto di super eroi. In un simile scenario, in cui quasi l’80% dell’umanità ha sviluppato un Quirk, vive Izuku Midorya, un ragazzo che sogna di diventare supereroe, ma che è nato senza alcuna potenzialità. Tuttavia, un giorno interviene coraggiosamente (e un po’ sconsideratamente) per salvare delle persone da un villain. Il suo ardore viene premiato da All Might, il più grande eroe di tutti i tempi, il quale gli dona una parte del suo Quirk e gli permette di entrare al Liceo Yuei, la scuola per diventare supereroi. C’è un’altra cosa che All Might gli confida: anche lui è nato senza alcun Quirk, ma ha ereditato le potenzialità da un altro supereroe, che, a sua volte, le aveva ereditate da un altro supereroe ancora, a dimostrazione che non si nasce eroi, ma lo si diventa con la forte determinazione. Ed è proprio ciò che renderà Midorya un vero eroe, indipendentemente dal Quirk.

A circondare Midorya, i suoi compagni di classe aspiranti supereroi: Katsuki Bakugo, potente, irascibile e arrogante, vecchia conoscenza dell’infanzia di Midorya, che aveva bullizzato per la mancanza di Quirk (chiamandolo con il nomignolo Deku); Ochaco Urakaka, ragazza vivace e sincera, che vuole diventare un’eroina per aiutare economicamente la sua famiglia povera, ma che diventerà una preziosa confidente per il protagonista; Tenya Iida, determinato e serio capoclasse, il cui obiettivo passerà dall’emulazione del fratello eroe alla sua difesa e al suo riscatto; Shoto Todoroki, solitario e apparentemente scontroso, con un padre eroe super-ingombrante (e un ancor più super-ingombrante fratello), che sarà uno dei più fidati alleati del protagonista.

My Hero Academia (僕のヒーローアカデミア Boku no hīrō akademia) è un manga shonen scritto e disegnato da Kohei Horikoshi, che ha dato origine ad una serie anime (al momento, arrivata a ben cinque stagioni), a quattro episodi OAV, a tre film, a due manga spin-off, ad una serie di videogiochi e ad una vera e propria mania sia in Giappone che nel resto del mondo. Forse perché tutti abbiamo sempre sognato diventare supereroi sin da bambini, sebbene privi di qualche potere speciale. E, in realtà, credo che lo sogniamo ancora. Perché tutti siamo un po’ Midorya con la sua forte determinazione e la sua onestà, ma siamo anche Bakugo con la sua irruenza e la sua rabbia e avremmo collezionato foto di All Might vincente sui super-villain. My Hero Academia diverte e conquista sin dalle prime battute e lo spettatore cresce insieme ai protagonisti: emergono le paure, le difficoltà, le discordie, le grandezze e la maturità, come se fosse un romanzo di formazione.

Consigliato: a chi, qualche volta, ha pensato di volare e di avere i superpoteri e a chi ha capito di non averne bisogno per diventare supereroe; a chi è cresciuto credendo nei valori della lealtà e dell’amicizia e non se ne è mai pentito.

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Dong-ju: simbolo dell’Indipendenza Coreana

Come tutti saprete lo scorso 1 marzo in Corea si è festeggiato l’ “Independent Memorial Day” o “Sam-il (3-1) Movement”, ovvero il giorno dell’Indipendenza Coreana. Istituita il 1 Marzo del 1949, questo giorno celebra il coraggio di migliaia di attivisti coreani che, nel 1919, promossero le prime manifestazioni pubbliche di resistenza durante l’occupazione giapponese. Partendo da Seoul per poi diffondersi in tutto il paese, 2.000.000 di coreani parteciparono a più di 1.500 manifestazioni per quasi un anno, fino alla completa soppressione del Movimento da parte dei militari giapponesi.
La rivolta partì da 33 personalità culturali e religiose. Per questo nelle rappresaglie militari molte Chiese, case e scuole furono date alle fiamme e distrutte. Ci furono circa 7.000 morti e più del doppio furono i feriti. Ma, forse, il dato più sconcertante è quello degli arresti: circa 46.000 persone, di cui molte migliaia processate, condannate e giustiziate pubblicamente. La Corea non fu mai indipendente fino alla fine della Seconda Guerra mondiale con la sconfitta del Giappone.
Tra i molti attivisti di questi anni, vorrei ricordare Yun Dong-ju, poeta coreano morto in carcere nel febbraio del 1945. Maggiore di 4 fratelli si trasferì in Giappone per frequentare la Doshisha University a Kyoto nel 1942. L’anno successivo fu arrestato con l’accusa di “supporto dell’indipendenza coreana”. E nel 1944, fu condannato a 2 anni di reclusione a Fukuoka, dove morirà a soli 28 anni nell’aprile dell’anno successivo probabilmente per esperimenti sui detenuti non autorizzati.
Incoraggiato dal padre ad esprimere i suoi pensieri, cominciò a scrivere poesie fin da bambino. Prima della sua morte riuscì a vedere pubblicate 19 delle sue poesie. Ma nel 1948 arrivò il riconoscimento in tutta la nazione con una raccolta postuma con ben 116 poesie dal titolo: “Cielo, vento, stelle e poesia”, divenendo così il simbolo della lotta all’indipendenza. Sul titolo di quest’opera ci sono due correnti distinte. Nella prima
si dice che il titolo sia derivato dai soprannomi che il padre aveva dato a lui e ai fratelli: Dong-Ju era soprannominato Haehwan, ovvero “luce del sole”; i fratelli minori erano  Dalhwan “luce della luna” e Byeolhwan “luce delle stelle”. Il quarto fratello morì in tenera età. L’altra corrente invece sostiene che tali nomi risalgano a caratteri cinesi aventi in coreano la pronuncia dei nomi, tesi che sostengono molti siti ma non molto coerente con la traduzione letterale. Poche le trasposizioni cinematografiche riguardanti la vita del poeta, ma la più recente è sicuramente degna di nota: “DongJu: the portrait of a poet” film del 2016, capace di trasportarti negli anni più bui della storia coreana attraverso le emozioni del poeta.

Cari ricordi
Una mattina di primavera, in una stazioncina di Seoul
aspetto il treno come fossi in attesa di speranza e amore,
Sulla banchina lascio cadere l’ombra stanca
e accendo una sigaretta.
La mia ombra evapora l’ombra del fumo,
uno stormo di colombe senza incertezze
volano, una dopo l’altra, illuminate dal sole.
Il treno giunto senza notizie
mi porta lontano.
Finita la primavera – in una silenziosa stanza nella periferia di Tokyo
– provo nostalgia per me stesso rimasto a vagare nelle vecchie strade,
come ne provo per speranza e amore.
Anche oggi il treno è passato senza motivo più volte,
anche oggi ho aspettato qualcuno
vagando sulle colline accanto alla stazione.
Ah, mia giovinezza, resta lì a lungo.

Lady K Trash

A piece of your mind – Un frammento della tua mente

Mi sono innamorata della colonna sonora di questo drama prima ancora di guardarlo e questa particolarità ha lasciato che mi immergessi nella storia lentamente, perché non si tratta di una trama leggera, ma è un addentrarsi nella mente umana, nelle emozioni nascoste, negli stati d’animo dei personaggi e la musica è il filo conduttore di tutto, ci accompagna in ogni scena, nei momenti più drammatici e in quelli spiritosi, tra le note di uno spartito, nel silenzio e nella voce di una persona cara che manca da tempo.

Non è semplice sintetizzare la trama perché, come vi dicevo, ha dei risvolti psicologici che si possono cogliere solo riflettendo per ogni episodio, ma ci proviamo ugualmente e spero di rendere giustizia a questa serie che decisamente è entrata nella lista delle mie preferite.

Moon Ha-won (un intenso ed emozionante Jung Hae-in) è un programmatore AI e ha costruito la AH Company, un’azienda importante nel campo dell’Intelligenza Artificiale. E’ un ragazzo devoto al lavoro, di animo gentile, mite, sembra che nulla possa scalfire la sua corazza di apparente serenità, ma in realtà nutre in sé un’eterna tristezza causata dalla morte inspiegabile della madre e una malinconia che da dieci anni lo rinchiude nella sua solitudine da quando Kim Ji-soo, sua amica dai tempi dell’infanzia, si è allontanata da lui e si è sposata.

Han Seo-woo (una dolcissima Chae Soo-bin) è, invece, una fonica ingegnere di registrazione di musica classica, alle spalle ha un episodio tragico nella sua vita, la morte di entrambi i genitori a causa di un incendio. Anche Seo-woo è una persona solitaria, ma ha un modo di affrontare la vita differente, cerca di trovare un lato positivo ogni giorno e crede intensamente che le cose accadano per un motivo.

I due protagonisti sembrano non essere compatibili e difatti all’inizio Ha-won non è innamorato di Seo-woo, ma qualcosa unirà i loro destini e sarà rappresentato da un piccolo dispositivo portatile, come un cellulare, che sembra essere una estensione della memoria e delle emozioni. Questo dispositivo è stato realizzato per essere di supporto negli ospedali o nei centri di cura, ma è ancora in sperimentazione.

Personalmente, ho trovato uno spunto di importante riflessione in questa serie: in un mondo dove la tecnologia sta “rapendo” le emozioni umane, qui viene rappresentato il tentativo dell’utilizzo della tecnologia stessa, dell’intelligenza artificiale, per curare le ferite dell’anima, ma la risposta non c’è, la si lascia intuire allo spettatore, così come i gesti, le emozioni non dette, i pensieri immaginati dai personaggi, la tecnologia diventa, quindi, una visione onirica che lo spettatore dovrà percepire nei colori caldi e sereni di una casa dove i protagonisti trovano conforto parlando o anche solo nei momenti di silenzio, alla sala di registrazione dove sembra che non solo la musica, ma anche i sentimenti possano lasciare un’ impronta.  I ricordi passati e dolorosi, invece, sono rappresentati dal vento che ha alimentato l’incendio che ha distrutto la vita di Seo-woo e le ha portato via i genitori per sempre o dalla fredda distesa di neve dei paesaggi meravigliosi della Norvegia, dove il protagonista ha trascorso l’infanzia, ma ha perso la madre.

Nel rendersi conto delle loro mancanze e delle loro fragilità, i due protagonisti riscoprono la vita e uniscono i loro mondi interiori e la loro sensibile storia d’amore si intensificherà al punto di capire che l’uno avrà bisogno dell’altra e viceversa. Molto toccanti i momenti in cui Seo-woo e Ha-won tornano nei luoghi dolorosi che vorrebbero dimenticare, ma si preparano emotivamente con il reciproco sostegno, perché riemergere è un ritornare e un riappropriarsi della propria esistenza. La musica, poi, è testimone delle loro emozioni, e darà la forza al protagonista di trovare il coraggio del perdono.

“A piece of your mind” è una storia armoniosa, un viaggio nella mente umana, in bilico sempre tra fragilità e ripensamenti. Una serie che consiglio di vedere e rivedere per scoprire anche una meravigliosa colonna sonora.  

Memoru Grace

La Signora in Giallo – Murder, She Wrote

Ci sono solo due temi musicali che sanno scatenare il terrore dalle prime battute: le due note che segnano il lento incedere della pinna dello squalo nel noto franchise creato da Steven Spielberg e il vivace motivo quasi ragtime che introduce le avventure della signora Fletcher. Perché tutti quanti sappiamo bene che, dopo la musica, ci saranno assassinii a volontà.

In realtà, Jessica Fletcher (superbamente interpretata dall’attrice inglese Angela Lansbury), protagonista della serie La signora in giallo (Murder, She Wrote), è una pacata ed elegante vedova, ex insegnante di inglese della minuscola cittadina di Cabot Cove nel Maine, che, una volta andata in pensione, diventa quasi casualmente una famosa scrittrice di gialli. Il problema è che Jessica non solo scrive libri gialli, ma addirittura scova per davvero omicidi e crimini di ogni genere, collaborando con la polizia e, di solito, surclassando nelle indagini le forze dell’ordine, che non sono sempre così felici di questa collaborazione. Ma il talento, si sa, non si può nascondere e quello di Jessica è degno dei grandi e brillanti detective Sherlock Holmes ed Hercule Poirot, con l’intuito e la mitezza loquace di Miss Marple e la penna da scrittrice alla Agatha Christie. E, d’altronde, dopo un episodio pilota intitolato Chi ha ucciso Sherlock Holmes?, non potevamo aspettarci di meglio.

La signora in giallo non è solo una serie TV, ma è un’istituzione. La serie venne girata e trasmessa senza interruzioni dal 1984 al 1996 (per la bellezza di 12 stagioni e 264 episodi) e continuò con quattro film per la televisione dal 1997 al 2003, inaugurando, infine, un franchise letterario enorme (i romanzi di Donald Bain) e altri prodotti derivati (come il videogioco del 2009 Legacy Interactive). La serie vanta, inoltre, dei primati unici nella storia: due crossover – con le serie televisive Provaci ancora, Harry e Magnum P.I. (praticamente, due pilastri degli anni ’80) – e numerosissime guest star più o meno famose all’epoca. Parteciparono alle avventure di Jessica Fletcher i famosissimi June Allyson, John Astin, Martin Landau, Eli Wallach, Capucine, Dean Jones, Mel Ferrerr, Tippi Hedren, Elliott Gould e molti altri, ma trovarono l’inizio della propria fama anche George Clooney, Marcia Cross, Cynthia Nixon e Joseph Gordon-Levitt, solo per citarne alcuni.

Un altro primato che caratterizza la serie (dacché il suo terrore, come ho scherzato all’inizio dell’articolo) è l’alto tasso di mortalità: considerando che la maggior parte delle avventure della scrittrice (perlomeno, nella prima parte della serie) si svolge nel piccolo e pittoresco paesino marittimo di poche anime di Cabot Cove, ben 274 dei suoi abitanti – circa il 2% della popolazione con un ritmo di 5,3 morti l’anno – viene assassinato durante lo svolgimento delle vicende. Praticamente, una criminalità che, all’epoca, il Daily Mail stimò pari a quella dell’Honduras. E le cose non vanno meglio nemmeno quando Jessica Fletcher decide di trasferirsi a New York o quando si reca da qualche parte a visitare un amico o un parente o a ritirare un riconoscimento letterario o semplicemente in una vacanza di relax, perché il vero relax per la brillante detective e scrittrice è risolvere crimini. Qualcuno ha pazientemente contato 286 omicidi in totale, ma c’è chi sostiene che le morti violente siano molte di più e che solo appena il 10% dei morti fossero realmente conosciuti dalla detective scrittrice. Ma, se vogliamo sincerarci di ciò, non ci resta che contare, uno ad uno, tutti gli omicidi che l’adorabile Jessica risolve brillantemente nella serie, approfittando del recupero su Amazon Prime e continuando a chiederci se sia davvero il crimine ad inseguire Jessica o se sia vero il contrario.

Consigliato: sempre, a chi è cresciuto con il mito di Jessica Fletcher e a chi non l’ha mai vista in azione (esiste davvero qualcuno che non ha seguito le sue avventure?), in qualsiasi momento dell’anno, in qualsiasi stagione e a qualsiasi ora. Perché le indagini di Jessica non stancano mai. A meno che non abitiate a Cabot Cove, naturalmente.

Captain-in-Freckles

La leggenda di Momotarō

La leggenda di Momotarō è molto antica e risale al periodo Edo e, ancora oggi, è una delle più famose e conosciute leggende giapponesi.

Una coppia di anziani che non poteva avere figli ogni giorno pregava e si rivolgeva agli dei chiedendo un bambino che tenesse loro compagnia. Un giorno la donna, mentre stava camminando vicino ad un fiume, trovò una pesca gigante che galleggiava, la raccolse e la portò a casa per dividerla con il marito a cena.

Nel momento in cui i due coniugi aprirono la pesca, uscì un bambino che disse loro di essere stato inviato dal cielo: le preghiere dei due anziani erano state quindi ascoltate! Visto che il bambino era nato da una pesca, venne chiamato Momotarō (桃太郎, “ragazzo nato da una pesca”).

Ogni giorno Momotarō cresceva sempre più robusto e coraggioso e, con orgoglio e affetto, i due anziani genitori si dedicavano a lui. Il dono degli dei aveva riportato felicità in quella casa.

Una volta cresciuto, Momotarō, per ringraziare i genitori, decise di lasciare la casa e partire per combattere contro gli orchi Oni che affliggevano il villaggio. Lungo il cammino incontrò un cane, una scimmia e un fagiano che si unirono alla missione contro gli orchi. Il ragazzo con l’aiuto dei nuovi amici riuscì a sconfiggere gli orchi e a riportare il tesoro e il bottino che i mostri avevano rubato per tanti anni.

Si pensa che la storia di Momotarō sia originaria di Okayama, mentre l’isola dove si nascondevano gli orchi Oni sia Miyajima, un’sola del mare interno, dove sono state ritrovate delle grandi caverne artificiali.

Momotarō ha ispirato diversi racconti, lungometraggi e anime, ma quello che personalmente ricordo di più è ” Il magico mondo di Gigì” (Mahō no princess Minky Momo) dove la protagonista dell’anime deve il suo nome proprio a Momotarō e vi ricordate chi erano i suoi magici aiutanti? Shindobuk, Motcha e Pipil, un cane, una scimmia e un canarino.

Memoru Grace