ll Capodanno in Giappone

Il Capodanno in Giappone è una delle festività più attese e sentite in tutto il Paese. La vigilia di Capodanno, il 31 dicembre, è chiamata Ōmisoka, mentre il periodo che va dall’1 al 3 gennaio è detto Shōgatsu. Entrambe queste festività nel 1873 si sono adattate al Calendario gregoriano; prima , invece, seguivano il calendario lunisolare cinese. Gli uffici pubblici, le scuole e molte attività commerciali sono chiuse dal 29 dicembre al 3 gennaio, mentre restano aperti i templi e i santuari.

Sono molte le tradizioni legate al Capodanno, ma iniziando da quelle religiose possiamo ricordare l’hatsumode, cioè la prima visita al santuario shintoista: in tanti aspettano la mezzanotte per essere tra i primi ad entrare e pregare, altrimenti le giornate simboliche sono sempre quelle tra l’1 e il 3 gennaio, un rito propiziatorio per pregare che l’anno nuovo possa essere fortunato.

Il Joya no kane, invece, è un evento buddista che si tiene ogni 31 dicembre nei templi di tutto il Giappone e consiste nel suonare una campana con 108 rintocchi, 107 per l’anno che sta per concludersi e il 108esimo per l’anno nuovo. Il numero 108 simboleggia il numero dei peccati in cui una persona cade nella propria vita e i rintocchi servono per cacciare le tentazioni ed iniziare serenamente l’anno nuovo. Le persone portano con sé i vecchi portafortuna e ne acquistano di nuovi. A Kyoto si svolge una delle più coinvolgenti cerimonie dei 108 rintocchi al santuario Yasada. Le persone indossano un kimono tradizionale e, nel silenzio di una atmosfera intima e magica , percorrono la strada che porta al Santuario Yasada dove attenderanno il rituale dei rintocchi della mezzanotte e si avvicineranno alla fonte di fuoco sacro con uno spago per prendere una fiamma da portare a casa.

Tradizione molto magica del Capodanno è anche quella di attendere la prima aurora dell’anno, l’ Hatsuhinode, da una collina o da una montagna o, se si è in città, da un edificio molto alto, a Tokyo, ad esempio, molti si recano alla Tokyo Tower o alla Tokyo Sky Tree .

Le tradizioni culinarie del Capodanno presentano diversi piatti caratteristici legati a questa festività, tra i più famosi, i Toshikoshi-soba, particolare preparazione della soba giapponese, da mangiare prima della mezzanotte. I soba sono pasta di grano saraceno che simboleggia la resistenza e la forza, buon auspicio per l’anno nuovo.

I mochi sono palline morbide preparate con acqua e riso e spesso a Capodanno vengono aggiunte alla zuppa di riso Ozoni, da mangiare il primo giorno dell’anno.

Altra usanza tipica del Capodanno giapponese è inviare a parenti o amici, che vivono distanti, cartoline di auguri di buon anno nuovo, chiamate Nengajō, le più caratteristiche sono quelle che presentano i segni dell’oroscopo.

Se dal punto di vista tradizionale il Capodanno in Giappone è ricco di ritualità, nelle grandi città come Tokyo non mancano i festeggiamenti alla maniera occidentale con fuochi d’artificio e spumante, soprattutto in quartieri come Shibuya e Shinjuku e con il famoso spettacolo pirotecnico dalla Tokyo Tower. Per chi resta a casa, invece, gli terrà compagnia la Kohaku Uta Gassen, uno spettacolo musicale trasmesso ogni anno il 31 dicembre, dal 1951 in avanti, dura circa quattro ore e si tratta di una gara canora dove i cantanti (dalle star del momento ai cantanti di musica popolare e tradizionale) sono divisi in squadre , le donne in rosso e gli uomini in bianco.

Memoru Grace

Perché Die Hard è un film di Natale

“Now I have a machine gun. Ho ho ho!”

Ogni anno, tavolate di amici e parenti si dividono le spoglie natalizie in base alle fazioni “Pandoro” e “Panettone”, che guerreggiano per tutto il mese di dicembre peggio dei Guelfi e Ghibellini di dantesca memoria. Ma c’è un’altra faida che non si placa da anni, ovvero: “Die Hard” è un film di Natale?

Tanto vale dirvelo subito, secondo la sottoscritta, sì. Sono addirittura tentata di dire che “Die Hard” è uno dei migliori film di Natale che siano mai stati prodotti da quell’industria cinematografica di fracassoni americani che ci tortura almeno dagli anni ’70. E vi spiego subito per quale motivo un film di azione e adrenalina sia diventato, col tempo, un grande classicone delle feste.

John McClane, il protagonista della serie di Die Hard interpretato da Bruce Willis, giunge da New York a Los Angeles per passare le feste con la sua famiglia, quando, ad un certo punto, nel grattacielo dove lavora la moglie irrompe un gruppo di terroristi tedeschi armati fino ai tempi e comandati dal vagamente nazista Hans Gruber (il mai dimenticato Alan Rickman). Il gruppo prende in ostaggio tutti i presenti ad un party natalizio, ovvero mezza popolazione di Los Angeles, tranne, ovviamente, il nostro McClane. Pessimo errore di valutazione che, da Die Hard in avanti, tendono a fare tutti i terroristi stranieri che prendono in ostaggio eroi made in USA. Naturalmente, il nostro McClane non si farà sfuggire l’occasione di catturare i criminali, liberare gli ostaggi e passare le feste in famiglia, superando anche la crisi matrimoniale incipiente.

Ma, nonostante quello che possiate pensare, non è l’ambientazione natalizia, il party frammentato, le luci di una Los Angeles anni ’80 e le pailletes festose di cui sovrabbondano gli abiti a rendere Die Hard un grande film per le feste. L’elemento più natalizio – udite, udite! – è proprio il nostro McClane in canottiera che striscia per le condutture dell’areazione per rovinare la festa ai terroristi. O mi spiego meglio: il messaggio di Natale è affidato proprio al duro a morire McClane, che fa di tutto per salvare la propria famiglia, i propri affetti e l’umanità dalla crudeltà e dalla violenza e, quindi, fa di tutto per salvare la festa. In un’ottica eminentemente fiabesca, McClane è l’uomo che salva il Natale, non solo materialmente, ma anche moralmente, visto che salva la consapevolezza che i miracoli accadono a Natale, che la famiglia assume un ruolo centrale nell’esistenza e che l’amore e la bontà vincono sempre, nonostante tutto. McClane è il vero eroe natalizio alla Frank Capra che gli anni ’80 hanno saputo regalarci, pur con tanta action e tanto umorismo: un anonimo poliziotto che si trasforma nel simbolo della resistenza natalizia contro il malefico di turno (non importa se si tratta del perfido banchiere Potter de “La vita è meravigliosa” o del terrorista tedesco) e che lancia un urlo profondo e vivace, come il “Buon Natale” urlato da James Stewart per le strade dell’immaginaria Bedford. McClane è l’uomo che si stava arrendendo e che ora torna a vivere, a sperare e ad amare, perché ha scoperto che nessun uomo è da solo se ha degli amici e una famiglia intorno.

Allora, viste tutte queste premesse, non possiamo non ammettere che “Die Hard” è uno dei film più natalizi di sempre, meglio di qualsiasi commedia romantica che tenta di accattivarsi gli spettatori sotto il vischio e la neve (falsa), con tanto di musichette natalizie. Del resto, anche McClane ha il suo bel daffare a ritmo di Winter Wonderland e Let It Snow. Mica canzoni a caso.

Captain-in-Freckles

Maid – Il potere terapeutico della scrittura

Se avete voglia di recuperare una miniserie televisiva tra le più emozionanti degli ultimi tempi, vi consiglio “Maid”, ispirata al memoir di Stephanie Land,” Domestica: Lavoro duro, paga bassa e la voglia di sopravvivere di una madre”.

La serie è stata creata da Molly Smith Metzler e la potete recuperare su Netflix.

Alexandra Russell, interpretata magistralmente da Margaret Qualley, è una giovane madre di venticinque anni che, dopo l’ennesima lite violenta con il compagno, decide di andare via di casa con la sua bambina, Maddy, e di cercare rifugio presso le strutture sociali, cercando di sopravvivere grazie a irrisori sussidi e lavori malpagati. La vita di Alex è sempre stata costellata di miserie e sacrifici, di continui cambi di residenza e dalla convinzione di un futuro incerto, iniziando da un compagno immaturo che non avrebbe voluto diventare padre così giovane e che ha problemi di alcolismo e di disturbi di aggressività, continuando con il difficile rapporto con un padre che, ormai pentito da un suo vissuto violento, non riesce comunque ad avvicinarsi alla figlia. La madre di Alexandra, Paula, interpretata dalla straordinaria Andie MacDowell, è un’artista caduta in disgrazia che vive di fallimenti personali, dalle relazioni sbagliate con gli uomini ad una personalità bipolare che spesso “ostruisce” le decisioni della figlia, mentre altre volte le si attacca morbosamente per farsi quasi proteggere. Paula vive come una senzatetto e non solo per la sua condizione economica, ma anche come scelta, è un continuo autopunirsi che complica ancora di più la relazione con la figlia. Paula e Alexandra, madre e figlia, così come anche nella realtà, Andie MacDowell è effettivamente la madre di Margaret Qualley, riescono ad impreziosire la storia con le loro interpretazioni che fanno pensare, soffrire, piangere e riescono a rendere il dramma umano e la crisi esistenziale femminile, la non accettazione da parte della società e soprattutto da parte di se stesse. Alex, però, cerca di reagire, trova un lavoro come donna delle pulizie presso una piccola azienda dove vengono assunte solo donne e dove non esistono festività, mattine, notti, ostacoli. L’obiettivo di Alex è quello di migliorare la propria condizione e quello della sua piccola Maddy. Tra sacrifici, fatiche e lavori, Alexandra sarà la vera eroina di se stessa. La sua arma? La scrittura. Alexandra sognava di fare la scrittrice e anni prima era stata presa dall’Università del Montana per studiare scrittura creativa, ma le condizioni economiche, il degrado sociale e psicologico vissuto quotidianamente e la nascita della figlia non le hanno permesso di terminare il percorso scolastico. La scrittura, però, continua ad essere il suo appiglio, la sua speranza, così decide di scrivere piccole storie di umanità, quella che vede o percepisce nelle case dove va a fare le pulizie. Quel lavoro così umiliante e mal pagato diventa oggetto di ispirazione per riprendere in mano la propria vita.

Una miniserie molto bella che vi consiglio di recuperare, per commuoversi grazie a delle interpretazioni meravigliose, per scoprire un lato oscuro dell’America contemporanea, ovvero la povertà vissuta soprattutto dalle donne, e per farsi incantare dal lato terapeutico della scrittura.

Grazia

Le luminarie natalizie in Giappone

In Giappone le festività natalizie non sono segnate sul calendario e il 25 dicembre non è festivo, ma in realtà si respira il clima natalizio per le strade delle città, soprattutto grazie alle famose luminarie.

Le strade si riempiono di meravigliose luminarie natalizie e decorazioni e in molti ambienti vengono ricreati dei veri e propri spettacoli di luci e musica, le cosiddette “Christmas Illuminations”. I negozi contribuiscono ad arricchire la magia dell’ambiente, agghindando le proprie vetrine con luci e festoni e con i simboli del Natale. Una delle tradizioni più particolari e curiose di questo periodo è il fukubukuro ( 福袋), si tratta di un sacchetto il cui contenuto è una sorpresa e viene venduto dai negozianti ad un  prezzo inferiore rispetto al valore del prodotti all’interno del sacchetto. Originariamente la tradizione della vendita dei fukubukuro era legata al Capodanno, ma ormai da molti anni per tutto il mese di dicembre si trovano questi sacchetti nei negozi giapponesi. Alcuni sacchetti contengono anche cinque o sei prodotti alcuni più piccoli o cambiano a seconda della tematica, potreste trovare addirittura sacchetti pieni di gadget.

Va ricordata un’altra tradizione del Natale giapponese e stavolta riguarda il menù tipico: la torta panna e fragola e il tipico pollo fritto di Kentucky Fried Chicken, la famosa catena nordamericana. La tradizione risale ai tempi quando molti statunitensi residenti in Giappone, non potendo mangiare il tacchino, vista la scarsità di tacchini in tutto il Giappone, si rivolsero al pollo fritto che sembrava essere la cosa più simile e sostitutiva. Nel 1974 la catena di KFS – Kentucky Fried Chicken, sfruttando questa tradizione che ormai si era consolidata nel paese, realizzò una campagna pubblicitaria con il personaggio del Colonnello Sanders (il fondatore della catena KFS) vestito da Babbo Natale. Da allora, in tutti i ristoranti della catena, l’immagine del colonnello vestito da Babbo Natale viene presentata per tutto dicembre.

Se vi va di perdervi tra le luci di Natale in una bella passeggiata a Tokyo, Roppongi Hills è il luogo più indicato per voi, oltre alle bellissime luminarie, nell’area della West Walk vi è un albero alto 8 metri con circa 1200 luci al led e il mercatino di Natale che si ispira a quelli tradizionali tedeschi.

Per tutto dicembre la zona di Roppongi Hills è illuminata da “Snow & Blue”, la tradizionale camminata di 400 metri su Keyakizaka Avenue, ormai diventata immagine simbolica dell’inverno di Tokyo con il viale illuminato e sullo sfondo la Tokyo Tower.

Anche nei quartieri di Shinjuku e Ginza le luminarie sono da ammirare così come i negozi addobbati e nelle vie tra le stazioni Harajuku e Omotesando.

Oltre a Tokyo sono famosissime le  Jewel of Shonan sull’isola di Enoshima che ogni anno attirano tanti visitatori e sono considerate delle attrazioni invernali, le luci si confondono piacevolmente con il tramonto sul paesaggio meraviglioso dell’isola.

Suggestive anche le luminarie ad Osaka dove ogni anno viene organizzata “The Great Santa Run”, la gara di corsa per beneficenza in cui tutte le persone che partecipano corrono vestite da Babbo Natale.

Memoru Grace

Komi Can’t Communicate (ovvero crescere con l’ansia sociale)

Alzi la mano chi non è mai stato afflitto, almeno in minima parte e in determinate situazioni, da una certa ansia sociale, ovvero da quell’incapacità di comunicare con le persone intorno, unita a quella voglia irrefrenabile di sparire dalla società, nascondersi sotto una coperta o mimetizzarsi contro un muro per non essere costretti ad interagire con gli altri.

La protagonista di quest’anime, tratto e serializzato dall’omonimo manga edito per la prima volta nel 2016, soffre proprio di una sindrome da ansia sociale a livello patologico ed estremo. Komi Shouko è un’adolescente alta, molto bella e altera, con una lunga e folta chioma, che frequenta un liceo esclusivo ed attira su di sé gli sguardi di ammirazione di tutti i compagni, senza, tuttavia, stringere mai amicizia con nessuno. Il primo giorno di scuola, lo sbadato Tadano Hitohito arriva in classe in ritardo e si siede casualmente accanto a Komi ed inizia a parlarle. Così, scopre il suo terribile segreto: Komi non parla in pubblico (ma nemmeno in solitaria) perché ha paura a farlo e comunica con il suo compagno di banco scrivendo una serie di messaggi in un quadernetto o alla lavagna, quando rimangono da soli in classe durante l’intervallo. Ma c’è di più: Komi non possiede un cellulare perché teme il dialogo telefonico, non è mai andata al ristorante o al bar da sola perché non vuole parlare per fare un’ordinazione e non ha mai fatto shopping (è la madre a comprarle i vestiti) perché trema in pubblico. Soprattutto, Komi non ha nemmeno un amico, per cui l’obiettivo di Tadano diventa proprio quello di farle superare l’ansia sociale e di farle trovare ben 100 amici all’interno del loro liceo, fungendole da fedele alleato, da interprete e da primo vero amico e dandole quella sicurezza che Komi non aveva mai trovato in se stessa.

A fare da contorno una serie di personaggi più o meno strani, imbarazzanti, folli, ma soprattutto adolescenti con tutte le loro insicurezze, i timori e la voglia di crescere: Osama Najimi, ragazz* non binario esuberante, che si proclama amic* di tutti e ha un’energia positiva incredibile; Manbagi Rumiko, una bulletta iper-truccata e alla moda, che si comporta in modo arrogante solo per nascondere le proprie debolezze; Himiko Agari, ragazza folle e fissata che fine di essere super sapiente ed elargisce consigli ai compagni; Makeru Yadano, ragazza solitaria che si autoproclama nemica giurata di Komi.

La serie segue il genere “slice of life” ed è fondamentalmente un romanzo di formazione, che con freschezza e delicatezza tratta la realtà della crescita e dell’adolescenza. Tutti quanti siamo o siamo stati qualche volta bloccati davanti alla socialità come Komi o un po’ folle come i suoi compagni o impacciati come Tadano. A mio avviso, malgrado l’originalità della tematica e l’inclusività con cui è affrontata, l’anime presenta diverse debolezze, che, in alcuni punti, lo rendono piuttosto irreale. Ad esempio, se Komi non parla con nessuno (né compagni né professori) perché affetta da ansia sociale, come fa materialmente ad affrontare interrogazioni ed esami? Nell’anime, si percepisce chiaramente che questa difficoltà si ripete anche in quei casi, ma lo spettatore potrebbe domandarsi come mai nessun insegnante se ne sia mai accorto e sia intervenuto in merito (strano che lo abbia fatto solo il compagno di banco quindicenne). Ancora più strano che i genitori non siano mai intervenuti per tentare di far superare questo problema alla figlia, che ne soffre sin dalla primissima infanzia (dai ricordi, si nota come Komi non abbia mai parlato nemmeno alle elementari e nei corsi del dopo scuola). E ancora: come mai tutti la ammirano e la adorano (con vere e proprie scene da delirio di fans), se non l’hanno mai vista comunicare? Se l’adorazione è basata solo sull’aspetto esteriore di Komi (che è particolarmente bella e attraente), sembra piuttosto debole e superficiale, stridente con la tematica profonda che l’anime intende introdurre al pubblico.

In ogni caso, nonostante questi dettagli che paiono inconcludenti, Komi Can’t Communicate ha il pregio di essere una serie anime unica nel suo genere, occupandosi della normalità delle piccole cose senza i drammi e le crisi esistenziali che caratterizzano spesso le storie con protagonisti adolescenti.

Consigliata un episodio alla volta, a piccole dosi, per spezzare la routine quotidiana, sorridere con Komi&Co e imparare a percepire il prossimo con affabilità e comprensione. Perché la paure si superano anche grazie all’affetto degli amici.

Captain-in-Freckles

Something in the rain (ovvero trovate qualcuno che vi guardi come Jun-hee guarda Jin-ah)

Il sottotitolo non è a caso, ma è rappresentativo di tutta la storia di questo k-drama che è anche stato il mio primo k-drama, l’ho visto, infatti, appena uscito nel 2018. Sono subito stata attirata dalle immagini poetiche del trailer e dalla colonna sonora che riempie ogni momento come un sogno romantico.

Yoo Jin-ah (interpretata da Son Ye-jin) lavora come impiegata supervisore in una azienda di caffè, ma oltre al ritmo stressante del lavoro è sottoposta, così come altre sue colleghe, a subire molestie da parte dei superiori durante le cene aziendali. Un giorno, dopo tre anni negli Stati Uniti, torna in Corea il fratello minore della sua migliore amica che va a lavorare presso un’azienda di videogiochi, la cui sede è vicina agli uffici di Jin-ah.

Seo Jun-hee (interpretato dall’attore Jung Hae-in) conosce da molto Jin-ah ed è da sempre stato attratto dalla ragazza, ma, a causa della differenza di età, è solo stato trattato da amico e da fratello minore di Seo Kyung-seon, la migliore amica di Jin-ah.

Nel momento in cui si incontrano, davanti alla sede di lavoro, qualcosa però è cambiato, Jin-ah inizia a vedere con occhi diversi Jun-hee, non è più il fratello minore della sua amica, ma è diventato un ragazzo maturo, dal temperamento dolce e positivo e dallo sguardo sognante e il sorriso disarmante. Jin-ah quasi non si riconosce perché sa che ha iniziato a provare dei sentimenti d’affetto per Jun-hee e ne è spaventata, prima di tutto perché è il fratello della sua amica, poi per la differenza di età. Da qui in avanti inizieranno le paturnie di questa povera ragazza che dovrà sottostare alle pressioni lavorative, a quelle familiari, poiché faranno di tutto per allontanare i due giovani, e dalla sua voglia di evadere, di cambiare la propria vita.

Mentre Jun-hee ha solo occhi per Jin-ah e non è un personaggio in trasformazione, è perfetto così, è il ragazzo che tutte meriteremmo, ma che è così difficile da trovare, per Jin-ah, invece, i sedici episodi del k-drama sono un vero e proprio Bildungsroman, inizia che è fidanzata con un tizio che capiamo essere psicolabile, non viene trattata bene a lavoro, ma da quando rincontra Jun-hee scopre il vero amore, quello che la porterà a soffrire perché lo vorrà tenere nascosto da tutti per la paura di essere giudicata dalla società, così attenta a parlare male di una donna di trentacinque anni non ancora sposata e non sistemata secondo i canoni antichi, ma tutto questo la porterà anche ad allontanarsi da Jun-hee che la cercherà e farà di tutto per poter imporre la loro relazione alle famiglie e agli amici.

Non sarà semplice, i due ragazzi si separeranno, piangeranno, Jin-ah si crogiolerà nella propria malinconia, mentre Jun-hee, per non cadere in depressione, prenderà una decisione che lo porterà lontano, ma quando Jin-ah riuscirà a venire a capo della propria situazione e capirà che ha la forza e il coraggio di controbattere ogni offesa e superare ogni ostacolo, darà finalmente una svolta alla propria vita lavorativa e, con orgoglio, riconquisterà fiducia in se stessa e capirà finalmente di volersi bene.

Mancherà solo Jun-hee, ma non disperiamo, perché la pioggia in questo k-drama è davvero magica e soprattutto vi consiglio di tenere con voi sempre due ombrelli, uno rosso per l’inizio e uno verde per la fine!

Memoru Grace

Furoshiki – Un’arte antica giapponese

Vi sarà capitato mentre leggevate manga o guardavate anime di accorgervi che spesso i personaggi delle storie avvolgevano i propri libri o i bento in dei quadrati di stoffa. Fateci caso, li abbiamo visti molto spesso! Questi quadrati di stoffa colorata si chiamano furoshiki e la loro origine è molto antica, risale al periodo Edo ( 1603 – 1868) quando venivano utilizzati dalle persone che frequentavano i bagni pubblici per raccogliere e portare i vestiti.

Il Furoshiki, letteralmente telo da bagno , è un quadrato di stoffa colorato o decorato che viene piegato o annodato in diversi modi così da poterlo adattare agli oggetti da trasportare e per l’occasione può anche essere trasformato in borsa. I primi che sfruttarono la comodità dei furoshiki furono i librai che li utilizzarono per il trasporto dei libri. I furoshiki possono essere realizzati in seta, in garza, ma il materiale più comune ed economico rimane sempre il cotone, possono essere di diversi colori o di varie fantasie e decori, non esiste una dimensione standard, ma più o meno si tratta di un quadrato di 45 centimetri per lato, anche se esistono, però furoshiki di dimensioni più grandi come tovaglie, tende o coperte.

Esistono diverse tecniche di piegatura di un furoshiki e ogni tecnica rende un aspetto diverso; è importante, però, sapere che di solito l’oggetto da avvolgere viene posizionato in diagonale al centro del quadrato di stoffa, ed a quel punto si inizia ad avvolgerlo. Le bottiglie, per esempio, vengono avvolte in modo differente rispetto ai libri o all’anguria in estate che sarà facilmente trasportata grazie ad un furoshiki e portata nei pic nic.

Con il tempo, poi, il furoshiki è stato utilizzato anche per avvolgere i regali, invece di utilizzare la carta si opta per il furoshiki, un’idea simpatica per personalizzare i regali da fare. Se fate una breve ricerca sul web troverete moltissimi video o tutorial che vi spiegheranno le diverse tecniche per utilizzare il furoshiki, come piegarlo, come annodarlo, per questo la sua fama si è rafforzata sempre di più e pian piano è stata conosciuta in tutto il mondo.

Di recente il Ministero dell’Ambiente in Giappone ha lanciato l’iniziativa “Mottainai Furoshiki”, cioè sostituire le borse di plastica con i furoshiki, che potremo definire le prime vere eco-bag della storia!

Memoru Grace

Demon Slayer: Mugen Train Arc

L’Arco del treno di Mugen è stata oggetto di un OAV, distribuito nell’estate 2021, e della prima parte della seconda stagione di Demon Slayer. Noi abbiamo deciso di parlarne episodio per episodio.

Ep. 2×01

Feels a go-go in preparazione (chi ha visto l’OAV sa cosa vuol dire), ma aggravati rispetto al film, perché adesso abbiamo anche più tempo per conoscere Kyojuro Rengoku, il Pilastro del Fuoco, il suo altruismo e il suo valore, la sua storia personale (il rapporto con il padre, di cui tenta di emularne le gesta, è così ben focalizzato in questo primo episodio nel dialogo con nonna e nipote che preparano massicce dosi di bento) e… piangeremo come fontane. Si sa.
Però, Rengoku merita e, se questi episodi riusciranno a farcelo conoscere meglio, ben venga. È un guerriero straordinariamente forte, intelligente, empatico e umile, con un alto senso del dovere. Poi, quando mangia bento e urla entusiasta “Umai!” è anche il commensale che tutti vorremmo avere.
Momento a parte di notevole pregio: Inosuke che se la prende col treno. In realtà, inconsciamente, avrebbe pure ragione, povero e caro cinghiale.
Menzione speciale: le opinioni laconiche di Tomioka.

Ep. 2×02

Oramai sappiamo già che dobbiamo prepararci ai feels, anche perché questo personaggio di Rengoku ci aggrada davvero parecchio. È chiaramente fuori testa, mangia quantità di cibo spropositate, urlando i suoi apprezzamenti a gran voce, guarda un punto fisso davanti a sé senza sbattere le palpebre e sembra sempre entusiasta della vita. Poi, con la spada e il respiro delle fiamme se la cava alla grande. Insomma, sarebbe il maestro ideale per Tanjiro e compagni che iniziano già a chiamarlo fratellone con i lacrimoni negli occhi, rendendolo immensamente felice. Insomma, non si può non adorare questo Rengoku-san.
Nel frattempo, però, non perdiamo di vista che siamo sempre sul treno di Mugen, dove le persone scompaiono a decine e, non per niente, è stato inviato un Pilastro ad indagare quale sia il pericolo demoniaco nascosto, che si rivela essere quell’infame Prima Luna Calante.
E tutto il treno crolla in un sonno profondo e ricco di sogni e di ricordi. Se solo avessero dato retta all’innata repulsione di Inosuke per i treni
!

Ep. 2×03

Facciamo la conoscenza con Enmu, anche noto come Prima Luna Calante, che, a dispetto della sua voce morbida e suadente, è di un’infamità incredibile. Infatti, non solo fa cadere in un sonno profondo le sue vittime, regalando loro un dolce e illusorio sogno, ma invia i suoi scagnozzi (in realtà, esseri umani vessati da sonno senza sogni) per oltrepassare la linea di demarcazione tra sogno e inconscio e distruggere il nucleo dell’anima. Solo che l’anima di Rengoku è infuocata e incandescente, proprio come il suo ardore, e il Pilastro è talmente sgamato che tenta di fare fuori il suo aggressore durante il sonno. Tanjiro, invece, ha un’anima bellissima e, soprattutto, una grande forza interiore che gli permette di capire l’inganno, tentando tutti i mezzi per svegliarlo. Anche un seppuku rituale. Quasi.
Menzione a parte: i sogni adolescenziali di Zenit’su che corre per i campi con Nezuko e i sogni di Inosuke che andrebbero psicanalizzati.

Ep. 2×04

La pausa di una settimana nella trasmissione dell’anime non ci deve far dimenticare dove siamo rimasti: con Tanjiro consapevole di vivere in un sogno e pronto a suicidarsi con la sua katana nel tentativo di ridestarsi. Ebbene, anzitutto, Tanjiro si sveglia, facendoci capire che il suo tentativo estremo e doloroso era giusto, ma anche che Christopher Nolan in “Inception” aveva ragione. Poi, ritrova subito l’alleata di sempre, la sorella/demone Nezuko, che, pronta a dargli una mano contro il demone del treno Mugen, si adopera per salvare gli altri. Tanjiro ingaggia una battaglia furiosa contro i ragazzi morti di sonno che si sono legati a lui e ai suoi compagni. Poi, salta sul tetto della locomotiva e va a sfidare il demone del treno, sfoderando tutte le tecniche apprese: per gli spettatori è un momento spettacolo perché la spada di Tanjiro libera onde degne di Hokusai. Il demone tenta di farlo addormentare, ma Tanjiro resiste e continua a combattere, riuscendo a decapitare il mostro. Peccato che è solo un’illusione, visto che il vero corpo del mostro è tutto il treno e la battaglia sarà molto più ardua.
Postilla finale: risveglio esplosivo di Inosuke che sfonda il tetto del treno. Bravo, cinghiale nostro!

Ep. 2×05

Siamo rimasti alla rivelazione del demone sul fatto che il suo corpo si è trasformato in tutto il treno e al “risveglio esplosivo” di Inosuke (che, per la verità, non era rimasto tranquillo nemmeno dormiente). Piano piano, Nezuko riesce nell’impresa di svegliare tutti i guerrieri. Così, scatta il lampo del fulmine di Zenit’su e la fiamma istantanea di Rengoku, che, insieme a Tanjiro e ad Inosuke, mettono scompiglio nel treno per salvare i passeggeri addormentati dalle grinfie del demone (in tutti i sensi). Poi, il piano geniale: Nezuko e Zenit’su a difendere tre vagoni, Rengoku da solo come baluardo di ben cinque vagoni, mentre Tanjiro e Inosuke in testa alla locomotiva a cercare il collo del demone. Perché, se non si può decapitare un corpo, è possibile decapitare un treno (la robustezza delle katana giapponesi deve essere oltre la leggenda). Qui i due battagliano contro centinaia di occhi del demone che tentano di ipnotizzarli e farli addormentare (perlomeno, tentano di farlo solo con Tanjiro, perché Inosuke ha una testa di cinghiale sul capo). Dopo innumerevoli peripezie, sfoggio di tecniche e di respirazione e la danza Kagura del dio del fuoco esibita da Tanjiro, le lame dei nostri riescono nell’impresa di uccidere il demone (o, meglio, il treno). Cliffhanger finale: il ferroviere accoltella con un cacciavite il nostro Tanjiro allo stomaco.
Ma.. ma… Come?

Ep. 2×06

Il treno deraglia, il demone muore e Tanjiro è a terra ferito gravemente, soccorso da Inosuke e Rengoku. Sembra che sia tutto finito, fino a quando non compare la sagoma di Akaza, la Terza Luna crescente, uno dei demoni più potenti nel pantheon malefico di Muzan (il super cattivo di Demon Slayer). Akaza tenta subito di uccidere Tanjiro, ma, poi, preferisce dedicare le sue forze a Rengoku. Lo elogia, ne vanta la forza e gli propone di diventare un demone, perché la vita umana è troppo effimera per diventare un grande combattente. Rengoku non si lascia corrompere e fa uno di quei discorsi sulla bellezza della brevità della vita umana e su come la fragilità umana sia da intendersi come la vera grandezza che differenzia gli uomini dalle creature demoniache. Amiamo indiscutibilmente Rengoku. ❤️
Segue un combattimento strenuo ed efferato tra Rengoku e Akaza, che ha promesso di ucciderlo.
(Cliffhanger finale)…

Ep. 2×07

Tanto vale metterlo in chiaro sin da subito: al termine di quella lunga ed estenuante battaglia contro Akaza, il nostro amato Rengoku muore. Spira così, con la spada in pugno, ferito ovunque, ma consapevole di aver quasi ucciso la terza luna crescente e, soprattutto, conscio di aver salvato 200 persone. Muore ricordandosi le parole di sua madre, che gli aveva insegnato come la sua forza potesse salvare i più deboli, e affidando i suoi ultimi insegnamenti a Tanjiro, del cui valore è sicuro perché lui e i suoi amici sono destinati a diventare i prossimi pilastri.
Un fiume di lacrime. Piangono tutto. Anche il corvo che porta la notizia agli altri pilastri. Anche Kagaya Ubuyashiki, che attende di ricongiungersi ai suoi cacciatori di demoni ormai morto. Anche noi che ti abbiamo amato per il tuo coraggio, il tuo altruismo e la tua fame perenne, Kyojuro Rengoku. ❤️

Captain-in-Freckles

MAISON IKKOKU – CARA DOLCE KYOKO

Ho sempre pensato che la caratteristica più importante dell’anime “Maison Ikkoku”, che in Italia è stata intitolata “Cara dolce Kyoko”, sia proprio la normalità. Per interi episodi sembra non accadere praticamente nulla oppure una serie di sguardi e di cose non dette, mille paturnie dei personaggi protagonisti, piccole gaffe che fanno sorridere e tanta tanta attesa. Maison Ikkoku è uno degli anime più tranquilli e normali mai visti.

Facciamo, però, un passo indietro e partiamo dal manga a cui è ispirato l’anime. Il manga è stato scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, pubblicato sulla rivista Big Comic tra il 1980 e il 1987. Rumiko Takahashi è una delle mangaka più influenti e di maggior successo in Giappone proprio per la capacità di mischiare all’interno delle sue opere diversi generi narrativi e caratteristiche che appartengono sia agli shōnen che agli shōjo . La sua carriera inizia nel 1978 con “ Lamù” , prosegue con “ Maison Ikkoku” , “ Ranma ½ ” , “ Inuyasha”, “ Rinne” e adesso sta lavorando con il manga “ MAO” dal 2019. Insomma, l’attività artistica di Rumiko Takahashi è sempre in continua crescita e ha dimostrato in più di quarant’anni di carriera di colpire l’attenzione del pubblico con nuove idee e nuove storie diverse.

Quando uscì l’anime Maison Ikkoku , Rumiko Takahashi era già conosciuta, per cui il pubblico seguì con curiosità le vicende della storia ambientata a Tokyo tra l’inverno del 1980 e la primavera del 1988.

Yusaku Godai è uno studente universitario squattrinato che vive nella pensione Maison Ikkoku, edificio costruito prima della Seconda Guerra Mondiale, e conduce una vita alquanto monotona infastidito dalle persone che vivono con lui nella pensione. Un giorno d’inverno, però, arriva ad amministrare la pensione una giovane vedova, Kyoko, e la vita di Godai cambia improvvisamente. Si innamora a prima vista di Kyoko e così persevererà con la sua infatuazione per molto tempo senza riuscire a dichiarare i propri sentimenti alla ragazza. Kyoko, di un paio d’anni più grande di Godai, prova per il ragazzo una certa attrazione, ma è da sempre incerta perché Godai è ancora uno studente imbranato e sensibile e non sa ancora cosa fare nella vita. D’altra parte Kyoko ha accettato di lavorare nella Maison Ikkoku per superare il suo stato di depressione dopo la morte improvvisa del marito e dedicarsi a migliorare l’aspetto e la vita all’interno della pensione la rende felice. All’interno della pensione, Kyoko farà la conoscenza di altri inquilini, personaggi di cui non ci si può dimenticare, alcuni di loro sono delle vere e proprie macchiette che rendono la storia più leggera: Hanae Ichinose, una donna di mezza età sovrappeso che vive con il figlio di dieci anni, Akemi Roppongi, una ragazza dalla vita inquieta a causa del suo lavoro in un night club, Yotsuya, un uomo che non esce quasi mai della sua stanza, presentatoci come un parassita.​

Uno squarcio di vita normale per personaggi comunissimi con pregi e difetti e che riempiono la storia e la rendono gradevole. Godai e Kyoko riusciranno a rivelare l’un l’altra i propri sentimenti? Vi lascio nel dubbio perché è giusto così, vi consiglio, però di recuperare questa serie anime che è stata un vero e proprio cult a partire dalle parole di fine primo episodio pronunciate da un Godai sognante: «In un freddo giorno invernale, il nostro nuovo amministratore che è una bellissima ragazza, si è trasferito alla Maison Ikkoku… si chiama Kyoko e ha scaldato il mio cuore».

Memoru Grace

Innamorati pazzi. Una giovane coppia nella New York degli anni Novanta

Quando pensiamo a New York, anni Novanta, ci vengono in mente decine di titoli di commedie che hanno reso la nostra immaginazione ricca di storie romantiche, di canzoni, di atmosfere magiche e, diciamo la verità, quante volte ci è capitato di sognare ad occhi aperti di essere al posto di Meg Ryan ad aspettare Tom Hanks in cima all’ Empire State Building? Anche in tv, New York è riuscita a lasciare la propria impronta in molte serie e miniserie televisive, oggi ad esempio ripercorriamo la storia di una sitcom che ha abbracciato tutta la decina degli anni Novanta, “Mad About You”, che in Italia è stata intitolata “Innamorati pazzi”.

Nel 1992 Helen Hunt, ancora poco conosciuta dal pubblico e lontana dall’Oscar che vincerà nel ’98 per “Qualcosa è cambiato”, diventa Jamie Buchman, una giovane consulente specialista in pubbliche relazioni che un giorno come un altro incontra Paul ad un’edicola di New York, dove gli sottrae l’ultima copia de “The New York Times” con una scusa inventata e poco plausibile. Tempi in cui si rubavano le ultime copie dei quotidiani in edicola! Nostalgia!

Paul Buchman, interpretato da Paul Reiser, era conosciuto dal pubblico già dagli anni Ottanta per alcune commedie e nel film cult “ Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills”. Paul, invece, nella serie, è un documentarista. La sitcom racconta le vicissitudini e la vita quotidiana di questa giovane coppia che vive nel Greenwich Village, entrambi dai caratteri agli antipodi, ma entrambi dotati di umorismo ed ironia per affrontare ogni piccola difficoltà. Il cane Murray terrà compagnia ai coniugi Buchman e presto diventerà uno dei personaggi preferiti dai fan della serie anche per i suoi piccoli siparietti in cui è intento ad inseguire un topo invisibile sbattendo sempre e irrimediabilmente la testa contro il muro.

La serie vanta 7 stagioni dal 1992 al 1999, la coppia Helen Hunt e Paul Reiser fu molto amata dal pubblico americano tanto da essere candidata ai più prestigiosi premi televisivi e ad essere pagati fino ad un milione di dollari per ogni episodio, vincendo 4 Golden Globe. Tanti i camei che hanno arricchito questa sitcom, da Mel Brooks nelle veci dello zio di Paul a Hank Azaria il dog sitter, al personaggio di Ursula Buffay, interpretata da Lisa Kudrow, la bizzarra cameriera del ristorante Riff’s, spesso frequentato dai coniugi Buchman, nonché sorella ​gemella di Phoebe, che tutti ricorderemo in un altro telefilm cult sempre nato negli anni Novanta e sempre ambientato a New York, “Friends”. Nel 2019 è stata mandata in onda una ottava stagione composta solo da 12 episodi speciali in cui Jamie e Paul Buchanan si confrontano con la figlia Mabel, se siete appassionati o malinconici delle serie anni Novanta vi consiglio di recuperarla.

La colonna sonora della serie è stata composta dallo stesso Reiser con Don Was, mentre il tema musicale principale fino alla quarta stagione è eseguito da Andrew Gold, dalla quinta stagione in avanti, invece, da Anita Baker.

Memoru Grace