Il Tulipano Nero, la Stella della Senna e la Rivoluzione Francese… a colpi di fioretto

Correva l’anno 1975 e, sull’onda dell’interesse crescente per i prodotti storici e per gli anni a cavallo tra la fine dell’ancien régime e l’inizio della Rivoluzione francese (vedi il manga/anime Lady Oscar / Le Rose di Versailles, di qualche anno prima, che ne è, a tutti gli effetti, la fonte d’ispirazione), la Fuji TV in Giappone iniziò a trasmettere l’anime Ra Senu no Hoshi (ラ・セーヌの星), letteralmente La Stella della Senna, prodotto da Unimax/Sunrise, scritto da Mitsuru Kaneko e diretto da Masaki Osumi e Yoshiyuki Tomino, che qualche anno dopo diventerà il padre di due personaggi iconici dell’animazione anni ’70, Gundam e Daitarn 3.

La storia narra di un’adolescente, Simone Lorène, figlia adottiva di due fiorai parigini, ma con un’innata abilità per la scherma, l’equitazione e qualsiasi lotta corpo a corpo, che, proprio a causa di tali abilità, viene presa in simpatia dal conte de Vaudreuil con l’obiettivo di farla diventare una grande spadaccina. Nella realtà, però, Simone non è una ragazza qualsiasi: dopo la morte dei genitori, apprende – seppur molto lentamente e quasi a sprazzi – di avere nobili e illustri natali, che si riveleranno ancora più nobili ed illustri del previsto. Infatti, mentre la madre naturale è un soprano famoso, il padre si rivela essere addirittura Francesco I d’Austria, marito dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria e padre della tristemente nota Maria Antonietta, regina di Francia. Ovviamente, Simone arriverà alla verità dopo una costante raccolta di indizi, la morte di tutte le persone a cui teneva (letteralmente, dai genitori adottivi, al conte, alla compagna di collegio), la frequentazione di un certo ambiente democratico e repubblicano (e, soprattutto, del capopopolo Mirand), la protezione del piccolo teppista Danton e l’apprendistato da vigilante e difensore dei deboli di Parigi con il figlio del conte, Robert, che la trasforma nella guerriera mascherata la Stella della Senna. D’altronde, anche lui nasconde l’identità del famigerato nobile ribelle il Tulipano Nero e si divide, letteralmente, tra la guardia per la Regina a Versailles, ruolo che gli permette di sventare un certo quantitativo di congiure ai danni dello Stato e/o di smascherare nobili corrotti e avidi, e un’assidua frequentazione dei bassifondi, approfittando dell’amicizia e della stima di Simone. Quest’ultima, però, fino alla scoperta delle sue vere origini, si sente provenire da un ambiente diverso e, ad un certo punto, quasi contrasterà Robert per le sue simpatie troppo filo-monarchiche e la sua passione per Maria Antonietta. Certo, sempre fino alla ritrovata sorellanza, per cui tenterà di cambiare le sorti della Francia…

In Italia, l’anime è arrivato nel 1984, sull’onda del successo di Lady Oscar, e si narra che, pur venendo trasmesso di sera sui canali privati, i suoi ascolti Auditel surclassassero persino il telegiornale. Inspiegabilmente, però, il cartone venne intitolato Il Tulipano Nero, in riferimento al personaggio maschile dello spadaccino mascherato, che era stato portato sugli schermi dall’attore francese Alain Délon negli anni ’60. Ripeto: inspiegabilmente, perché Robert, per quanto simpatico e adorabile possa essere e per quanto tutti gli spettatori tifassero per lui contro il rivale in amore Mirand, rimane, comunque, un personaggio secondario nel percorso di formazione di Simone, importante, ma non tale da rubarle il titolo della serie. Tutt’al più che per gran parte degli episodi o è in carcere o in ostaggio o bloccato sulle Alpi o in esilio. Insomma, a parte le prime luminose ribalderie nel nome della giustizia e della libertà, il lavoro a fil di spada è condotto perlopiù da Simone, tanto che se ne accorgono pure i cittadini parigini, che dimenticano ben presto il Tulipano per adorare la Stella della Senna.

Maschilismo del titolo a parte, tutte le bambine dagli anni ’80 in avanti si sono identificate con la forza e l’energia elegante di Simone che salta sui tavoli e dalle finestre con l’ausilio di lampadari a cui si appende, tira un calcio a destra e un pugno a manca e combatte col fioretto come la Vezzali, ma che, soprattutto, non ha mai fatto venire le turbe psicologiche di Lady Oscar: non ha dubbi sulla sua identità, non deve nascondere il suo genere femminile, che, anzi, può conciliare benissimo con qualsiasi abilità di lotta, diventando un’eroina e una guerriera con tanto di A in conclusione di parola, sa di essere amata dai suoi genitori adottivi, vive in mezzo al popolo a cui si sente di appartenere e sa distinguere da lontano cosa è giusto e cosa è sbagliato. Per dirla con termini pop, è una vera badass che rappresenta in pieno il girl power, o, meglio, è una donna fortissima ed empatica al tempo stesso, giusta e caritatevole, ferma nelle sue posizioni e caparbia, ma anche emotiva e compassionevole, amorevole come una madre con il piccolo Danton e i figli della Regina, spietata senza battere ciglio con gli oppressori. Insomma, è una vera forza della natura, perché sa che le sue emozioni non la rendono debole, ma la rendono grande nella sua umanità, e non ha bisogno di travisare se stessa, perché, nonostante la maschera, Simone non nega mai quello che è per davvero. Ed è proprio grazie a questi dettagli che la gente di Parigi la ama, ma è sempre per gli stessi motivi che abbiamo imparato ad amarla tutti noi e ad indentificarci in lei. Perché, senza vergogna, posso dire che da piccola volevo essere Simone e che, forse, un po’, voglio esserlo ancora adesso.

Consigliato: sempre, sia che da bambini ne abbiate ammirato le avventure, sia che inspiegabilmente non le abbiate mai seguite, in qualsiasi momento, perché Simone ci insegna come proteggere i più deboli e come odiare i soprusi e le arroganze, un monito che non dovremmo mai dimenticare. Ma, vi prego, tributatele l’onore che le spetta anche nel titolo.

Captain-in Freckles

Postilla: la sigla cantata da Cristina D’Avena e composta dagli onnipresenti Alessandra Valeri Manera e Augusto Martelli è diventata di diritto iconica, grazie al ritmo incalzante da marcia e ai versi che sembrano delle vere e proprie immagini; solo che fa riferimento alla data dell’indipendenza americana, il 4 luglio, e non a quella dello scoppio della Rivoluzione francese, il 14 luglio. Errore storico, che probabilmente ha contribuito alla sua fama.

Pachinko – La Moglie Coreana (ovvero la persistenza della memoria e dei legami)

Un cappello Panama bianco nella luminosità estiva, lo sciabordare delle onde del mare che trasportano una giovane nuotatrice, il fruscio del vento che muove l’erba alta, il chiacchiericcio delle lavandaie scalze, il parlare biascicato dei pescatori cotti dal sole che tornano alle loro case, il vocio indistinto del popolo al mercato, i colori degli hanbok tradizionali abbottonati fino al collo, capelli neri stretti in una treccia che si muove davanti ad un cielo di un azzurro immenso. E, poi, ancora: il moto impetuoso della tempesta marina, la voce cristallina di un soprano coraggioso, l’incalzare terribile del piede militare, l’anonimato chiassoso della povertà, la luce lontana della libertà, il grigio mesto dei cieli cittadini, il rombo spaventoso del terremoto, la malinconica tristezza dietro ad un finestrino. Suoni, luci abbaglianti, rumori, immagini a tratti quasi dipinte, colori che intersecano lo sguardo di Sunja, come i ricordi attraversano la sua vita con la dolcezza e l’amarezza della memoria.

1989. Il giovane Solomon Baek (Jin Ha) torna in Giappone dagli Stati Uniti, con una laurea in tasca ottenuta in modo brillante in una delle università più prestigiose e un lavoro sicuro presso la filiale di Tokyo di una famosa banca americana. Il ragazzo, però, può tornare a casa solo grazie ad un passaporto ottenuto per motivi di studio e lavoro, perché non è cittadino giapponese: è un immigrato coreano di terza generazione, che non può conseguire né la cittadinanza giapponese, né quella coreana, bloccato in un limbo senza patria, sicuro che solo da lui può dipendere il riscatto della sua famiglia. Lo accolgono a casa il padre, Mozasu Baek (Park So-hee), un pacato uomo di mezza età che gestisce una serie di sale pachinko, gioco d’azzardo particolarmente amato in Giappone, Etsuko (Kaho Minami), la moglie giapponese del padre, e Sunja (il premio Oscar per il film Minami Yoon Yeo-jeong), la nonna, immigrata in Giappone prima della Seconda Guerra Mondiale, una donna esile e grigia, che rappresenta, in realtà, la vera forza tacita e resistente come la pietra della famiglia Baek. Dagli occhi di Sunja, la telecamera torna indietro nel tempo alle memorie passate che hanno forgiato questa donna (da giovane interpretata dalla bravissima Kim Min-ha): la sua nascita quasi miracolosa in uno sperduto paesino meridionale della Corea rurale, visto i problemi della madre a portare a termine una gravidanza, il marchio della deformità del padre (zoppo e col labbro leporino), la vita di sacrifici e di lavori silenziosi che scandiscono le giornate fino all’incontro con Koh Hansu (il Lee Min-ho di The Heirs, qui in splendida forma), un ispettore commerciale di origine coreana che lavora al mercato di Pusan, ma che, a tutti gli effetti, parla e si comporta come un invasore giapponese. In realtà, anche Hansu è un figlio dell’immigrazione coreana in Giappone, costretto da una vita di asperità ad indossare una scomoda armatura che gli si è cucita perfettamente addosso e di cui ormai è diventato schiavo, la scorza dura del malavitoso con agganci governativi e privo di pietà e di umanità, che trova, però, in Sunja un’ancora di salvezza, un piccolo mondo felice che vuole tenere celato a tutti. Sunja lo ama con trasporto come non avrebbe mai pensato, ma, quando gli rivela di essere incinta, apprende che Hansu è già sposato (N.d.R.: con una donna giapponese, figlia di un boss della Yakuza, a cui, peraltro, è anche affiliato) e che non può lasciare la moglie per sposarla. Nell’amara delusione, però, Sunja mantiene intatto l’orgoglio e rifiuta di essere la “moglie coreana” di Hansu, ovvero la seconda donna, l’amante disponibile ad accogliere il suo uomo solo nei suoi momenti di evasione dalla routine familiare, e si dichiara pronta ad accettare le conseguenze e le durezza che una società arretrata può riservare ad una donna sola e povera con un figlio. Un giorno, però, salva la vita a Isak (Noh Sang-hyun, anche noto come Steve Sanghyun Noh), un missionario cristiano proveniente da Pyongyang e diretto ad Osaka dal fratello Yoseb (Han Joon-woo) e dalla cognata Kyunghee (Jung Eun-chae), dove ha intenzione di prendere una parrocchia. Sunja lo accudisce nella malattia e gli confida il suo segreto, mentre Isak, che in tutto questo vede un progetto divino, se ne innamora e decide di salvarla da qualsiasi umiliazione sposandola e portandola con sé in Giappone. Sunja, giorno per giorno, impara ad amare questo marito timido e gentile (da cui avrà anche un altro figlio), che le farà scoprire la fede, e a sentirsi parte della nuova famiglia, pur in una città ignota, di cui non conosce persino la lingua. Quasi agli albori della guerra, inizia a capire che Isak non annuncia ai suoi fedeli solo la buona novella, ma anche la libertà e la democrazia, spingendoli a ribellarsi contro gli oppressori giapponesi, e che, per questo motivo, è finito nel mirino della temibile polizia politica nipponica. Ed è qui che Sunja non si dà per vinta, diventando la muta e caparbia resistenza della sua famiglia (e non solo) in mezzo alle avversità, mentre i suoi movimenti sono seguiti da lontano dall’occhio di Hansu, che non si è mai dimenticato di lei.

Pachinko, anche noto con il titolo La moglie coreana, è un prodotto che si discosta dalle caratteristiche normali del drama, per avvicinarsi di più, dal punto di vista tecnico e narrativo, alle serie americane e a certo cinema d’autore e di epopea che, solitamente, fa incetta di premi nei festival europei. Non c’è una sbavatura nell’uso della telecamera e della fotografia, nelle scenografie panoramiche, nei piani sequenza che indugiano sui volti dei protagonisti o su alcuni particolari della natura, nella commistione di suoni e immagini, nell’arrangiamento musicale e nella limpidezza del montaggio. Sembrerebbe nato per vincere un Oscar, se solo fosse stato un film, e anche la bravura recitativa degli attori lo dimostra, tutti impeccabili, ognuno perfettamente in parte.

Il soggetto è ispirato all’omonimo romanzo di Min Jin Lee, eppure se ne discosta per alcune particolarità (chi ha letto questo libro straordinario capirà di cosa parlo), oltre che per la discrasia tra fabula e intreccio, che nella serie è arricchito da continui flashback che riportano frequentemente dal 1989 al passato di Sunja e che, personalmente, hanno impreziosito e migliorato il soggetto, rendendolo più intimo e avvicinando lo spettatore/lettore alle emozioni celate della protagonista. Questa tecnica, tra l’altro, riesce a rendere ancora di più l’intenzione della narratrice: ovvero, narrare storie diverse di quattro generazioni, che si intrecciano dall’inizio del XX secolo fino alla fine degli anni ’80 su diversi territori (Corea, Giappone, Stati Uniti), e che raccontano di vita, di amore, di malinconia, di tristezza, di speranza, di fede, ma anche di identità, di appartenenza ad una storia anche senza territorio, della tacita resilienza dei Coreani, vittime di diverse occupazioni e di una variegata e complessa diaspora che ha origini lontane, vittime del pregiudizio e del razzismo che li ha denigrati e li ha costretti ai gradini sociali più infimi, ma lavoratori costanti e temerari, resistenti come Sunja di fronte alle intemperie della vita.

Sunja è l’essenza stessa dell’anima coreana, trapiantata all’estero, apolide senza terra, ma non senza radici. La famiglia è tutto, per Sunja, le sue memorie non sono solo sue, ma il coacervo di secoli di ricordi ereditati dagli antenati e pronti ad essere trasmessi alle generazioni future, dove la fede e la sconfitta sono due legami che si intersecano vicendevolmente e che si protraggono nel tempo. La Storia li ha battuti – come esordisce l’autrice nel romanzo -, ma non importa. La solidità dei legami non solo orizzontali, ma anche verticali, a cavallo fra le generazioni, e la compassione sono la radice univoca per la salvezza. C’è l’importanza del dolore e dell’umana vicinanza in questa storia complessa, fatta di poche parole e lunghi silenzi, di sguardi che affrontano il futuro senza dimenticare il passato. Ci sono miriadi di generazioni di Coreani immigrati ed emarginati, di Coreani caduti in disgrazia o entrati nella malavita, di Coreani espiantati dal proprio ambiente e volitivi a piantarsi come un albero secolare in un nuovo territorio (vedi la storia della casa giapponese dell’anziana coreana) e di Coreani che si fanno artefici non solo del proprio riscatto, quanto della conservazione di tutta la propria genealogia. Miriadi di generazioni che passano in uno sguardo, come quello di Sunja che osserva per l’ultima volta la sua terra mentre la nave la trasporta via verso il Giappone, lontana dai suoi affetti e dalla sua sicurezza, portando in grembo il futuro ignoto.

La serie Pachinko è un progetto monumentale che riesce a restituire grazia e dignità al romanzo a cui si ispira (non a caso, l’autrice risulta anche tra gli showrunner e i produttori della serie) e che negli otto episodi della prima stagione (è stata già annunciata una seconda stagione e chi ha letto il libro sa già che serve assolutamente e che, anzi, forse ne servirebbe anche una terza) fa sentire l’eco di diverse voci, trasportando lo spettatore in un mondo mai così vicino e prossimo.

Consigliato: assolutamente, sia che abbiate letto e amato il libro, sia che lo abbiate messo tra le vostre future letture, sia che non abbiate intenzione di affrontare le oltre 600 pagine che Min Jin Lee ha riempito con dovizia di particolari delle vicende di Sunja e della sua famiglia. Perché è un raro prodotto di emozione realista (vedi la scena della nave con l’altisonanza della musica lirica) e di cruda verità (vedi la descrizione del terremoto di Yokohama), ma anche di un lirismo narrativo e recitativo che si trovano difficilmente. Avvertenza: raccogliete i sentimenti giusti per la visione e non lesinate lacrime.

Captain-in-Freckles

Postilla: la sigla di apertura – ambientata, tra l’altro, proprio in una sala Pachinko – , che vede gli attori protagonisti della serie ballare da soli sulle note allegre di Let’s Live for Today, quasi a testimoniare il contrasto tra l’asprezza delle loro vite e la voglia di sopravvivere anche solo per una giornata, è già da sola un piccolo capolavoro da recuperare.

I sospiri del mio cuore – Tra sogni, scrittura, musica e l’alba del futuro

Sarà perché sono molto affezionata a questo film e, di conseguenza, al manga a cui è ispirato – e che conservo con cura perché ormai è sempre più difficile da trovare – che ho deciso così di partire da questo gioiellino di animazione firmato Studio Ghibli.

“I sospiri del mio cuore” è un film diretto dal compianto Yoshifumi Kondō e sceneggiato da Hayao Miyazaki, uscito nei cinema giapponesi a luglio del 1995. Sarà l’ispirazione degli anni Novanta e la mancanza dei cellulari ad avvantaggiare e rendere ancora più delicata questa storia che potremmo indicare come tipica adolescenziale, ma che, difatti, come tutti i film Ghibli, coinvolge ogni età per la capacità di andare a trattare tematiche, sogni e desideri universalmente umani.

La storia è ambientata a Tokyo nel 1994, la protagonista, Shizuku Tsukishima, a mio parere uno dei personaggi femminili più belli dello studio Ghibli, è una ragazzina di quattordici anni che ha la passione per la lettura e la scrittura, ogni giorno si reca in biblioteca per leggere libri nuovi e, da divoratrice seriale munita di tantissima fantasia, entra a tal punto nell’universo dei suoi romanzi che spesso riesce a farlo confondere con la vita di ogni giorno.

Ad un certo punto Shizuku si accorge della firma di un certo Amasawa presente su tutti i libri che prende in prestito dalla biblioteca ed inizia a fantasticare, cercando di immaginare questo misterioso Amasawa che condivide con lei la stessa passione letteraria. Chi mai potrebbe essere?

Un pomeriggio, mentre si sta recando in metropolitana in città per una commissione, la ragazza si fa incuriosire da uno strano gatto che entra sulla metro con l’aria tranquilla e serena, Shizuku decide, quindi, di seguirlo e di scendere alla stazione in cui scende il gatto. Il gatto la condurrà presso un negozio di antiquariato che presto diventerà per lei molto caro e prezioso. Si tratta di un negozio di un anziano signore che tra i suoi oggetti d’antiquariato conserva un bellissimo orologio e una statuetta di gatto antropomorfo con due occhi che diventano due pietre preziose ogni volta che vengono colpite dal sole in un determinato momento preciso della giornata. Questa strana, ma affascinante statuetta, che desta subito l’interesse della protagonista, viene chiamata, Signor Baron.

L’anziano signore, proprietario del negozio, presenta a Shizuku suo nipote, Seiji Amasawa che, con grande meraviglia e stupore della ragazza, si rivela essere il ragazzo misterioso che prendeva in prestito gli stessi suoi libri in biblioteca. Seiji è un ragazzo appassionato di musica e il suo grande sogno è diventare mastro liutaio studiando a Cremona, ha letto tutti i libri di Shizuku perché da sempre segretamente innamorato della ragazza anche se non si era mai rivelato prima per timidezza. Con il passare dei giorni il loro rapporto di complicità si rafforza sempre di più anche nel momento in cui viene messo sotto prova quando Seiji riesce a vincere un tirocinio di due mesi a Cremona presso un laboratorio di un liutaio.

Shizuku si riprometterà di rafforzare, in quei due mesi di lontananza, i suoi sogni, cercherà di terminare di scrivere il suo romanzo, la cui idea è nata dall’ispirazione di Baron, vero protagonista di una storia onirica che racconta anche le vicende di un antico amore, forse quello dell’anziano antiquario e di una ragazza amata in gioventù, forse anche quell’amore nato tra Shizuku e Seiji i cui sogni sono come una pietra grezza, ma preziosa perché all’interno ospita delle gemme bellissime e pure che sono invisibili al primo impatto, all’occhio esterno. Per questo i due ragazzi avranno ancora da lavorare molto con se stessi e da affidarsi ai propri sogni affinché possano realizzarsi anche con l’aiuto e l’affetto che ognuno di loro prova per l’altro.

Tra le ultime immagini del film troveremo Seiji, appena tornato dall’Italia che attende sotto casa Shizuku, entrambi si recheranno in un posto segreto, sopra l’altura (che è simbolo di pazienza e duro lavoro per raggiungere una meta e un sogno) e da lì, insieme, attenderanno l’alba.

Questo meraviglioso film di Yoshifumi Kondō è stato collocato da Timeout LondonTerry Gilliam al ventunesimo posto tra i migliori film di animazione mondiale e nel 1995 fu campione di incassi in Giappone.

Un’ultima piccola chicca prima di lasciarvi, la canzone “Take Me Home, Country Roads”, scritta dal compositore folk John Denver, che sentirete spesso durante la visione del film, avrà diversi adattamenti musicali lungo la storia, ma nella sequenza iniziale, la canzone registrata, ascoltata dalla protagonista, è stata eseguita da Olivia Newton-John.

Spero che questo film possa riuscire a trovare un piccolo posto nel vostro cuore perché merita davvero molto.

Alla prossima!

Memoru Grace

Trumpet of the Cliff

Si dice che coloro che ricevono un cuore nuovo possano sentire le emozioni della persona che lo ha donato.

Aoi (interpretata da Nanami Sakuraba) studia fotografia a Tokyo, ma ha interrotto i suoi studi perché ha subito un intervento delicato di trapianto di cuore. Per fuggire dalla confusione e poter cercare un po’ di pace e tranquillità, durante la convalescenza, la madre la porta a casa dello zio e della cuginetta ad Okinawa per trascorrere lì l’estate. Durante il viaggio in auto, Aoi ascolta una melodia malinconica, il suono di una tromba che si confonde con il rumore delle onde del mare che sbattono sugli scogli.

Le giornate di Aoi trascorrono in modo tranquillo sull’isola, tra le piacevoli chiacchierate e i giochi con la cuginetta che la tratta da sorella maggiore e le passeggiate tra la natura, sempre accompagnata dalla sua adorata macchina fotografica. Un giorno Aoi scorge sulla scogliera un ragazzo che suona la tromba e, tra la brezza del mare e l’incanto del paesaggio dell’isola, si avvicina per chiedergli se fosse lui la persona che aveva sentito suonare al suo arrivo. Ji Oh (interpretato da Byung Hun) è un ragazzo di padre giapponese e madre coreana, rimasto orfano fin da bambino, il cui unico ricordo dei genitori è la sua tromba. Ji Oh vive con il nonno sull’isola e rispecchia perfettamente l’anima dell’isola stessa, adora il mare, i delfini, la musica e contempla ogni cosa come per salvarne la natura più mistica.

Aoi e Ji Oh trascorrono molto tempo insieme, passeggiano, mangiano del pesce sugli scogli, si emozionano a guardare le stelle la notte e l’un l’altra si sostengono a vicenda perché le sfide della vita non finiscono mai. Ma i ragazzi saranno destinati a stare insieme oppure un qualcosa di più grande sconvolgerà la loro unione?

Qui mi fermo e non vado più avanti a raccontare la trama perché questo film del 2016 di coproduzione coreana-giapponese e diretto da Han Sang hee merita davvero molto. Una storia delicata ambientata nella meravigliosa Okinawa che fa innamorare lo spettatore per i paesaggi stupendi e senza tempo, la bravura dei due protagonisti, la cui chimica perfetta riesce ad incantare e la dolcezza della sceneggiatura regalano molte emozioni e anche qualche lacrima.

Uno dei temi focali è la famiglia, se ne parla fin dall’inizio, ne senti la magia anche grazie alla presenza della piccola cuginetta della protagonista che genuinamente dona affetto a tutti i personaggi della storia. Un’altra tematica che ho apprezzato molto è la generosità, la purezza, l’innocenza rappresentata dai delfini, simbolo di evoluzione spirituale, la cura e la terapia per ritrovare la vita, quella che cerca Aoi e che è rappresentata da Ji Oh. Questo film, in effetti, mi ha fatto ricordare un po’ il vecchio mito greco di “Arione e il delfino”, la stessa dolcezza, sensibilità e Ji Oh rappresenta un po’ il delfino di questa tenera storia.

Memoru Grace

Mystic Pop-Up Bar – Attraverso la porta del mondo dei sogni

Mystic Pop-Up Bar è quel drama che avresti voluto vedere già qualche tempo fa, ma che nella lista infinita non lo hai mai tracciato tra i primi da recuperare. E’ un vero peccato perché si tratta di una serie fantasy, dai tocchi onirici, che ripercorre, attraverso il mondo dei sogni, alcune situazioni, preoccupazioni, disagi emotivi in cui gli esseri umani, spesso, si imbattono e, nello specifico della nostra storia, non riescono a venirne a capo e a superare quelle barriere che non permettono loro di liberarsi dal fardello terreno.

Sì, si tratta proprio di una serie le cui tematiche affrontate sono la punizione, spesso data a se stessi, il perdono, il rimorso, la solitudine e il portale dei sogni è la via che serve per riconoscere e superare il conflitto interiore. Non mancheranno, però, situazioni divertenti e prometto che vi affezionerete ai personaggi nei loro pregi e nei loro difetti che li faranno sembrare tanto simili a noi.

Entriamo anche noi, una sera di qualsiasi giorno dell’anno, dentro questo misterioso Pop-up bar, aperto solo la notte e lì scopriremo che la proprietaria Weol-ju (interpretata dalla bravissima Hwang Jung-eum) è una donna elegante, ma molto irascibile e scorbutica che serve ai clienti del cibo delizioso e delle bevande magiche.

Pian piano che si dipana la storia troveremo tanti flash back della vita passata della protagonista. Weol-ju, infatti, è figlia di una sciamana dai poteri magici che ha il dono di confortare le persone nei loro sogni. La vita della giovane Weol-ju è stata sconvolta da una serie di tragici e dolorosi eventi che le hanno portato via la madre e le hanno fatto compiere un’azione grave. Proprio a causa di questa azione, Weol-ju è stata condannata ad una punizione da parte dell’Aldilà, dovrà infatti aiutare centomila anime a risolvere i propri problemi, altrimenti verrà condannata per sempre all’Inferno. E’ così, quindi, che la nostra protagonista nel suo Pop-up bar versa una bevanda magica a quei clienti che hanno difficoltà e problematiche da dover affrontare. Grazie alla bevanda ogni cliente rivivrà nel mondo dei sogni la propria situazione angosciante e troverà la soluzione per superarla.

A far compagnia e ad aiutare Weol-ju ci saranno il cuoco Guibanjang (interpretato da Choi Won-young), un ex agente della Polizia dell’Aldilà e il giovane Han Kang-bae (interpretato da Yook Sung-jae), un adorabile ragazzo timido e imbranato che ha un potere speciale: far confidare le persone tramite solo il contatto fisico. Non appena Kang-bae sfiora, anche solo per sbaglio, la mano di una persona, questa si confida. Weol-ju cercherà di sfruttare il dono e l’abilità di Kang-bae   per riuscire a concludere in tempo il contratto della propria punizione.

Qualcosa lega i tre personaggi principali e questo mistero ci terrà incollati fino alle ultime scene della serie, lasciandoci, alla fine, un sentimento di malinconia perché vorremmo far parte ancora della vita e delle avventure dei protagonisti.

Ci troveremo, quindi, a sbirciare la sera fuori dalla finestra di casa cercando un piccolo punto luce lontano che potrebbe essere un pop-up bar aperto solo la notte e forse solo per noi.

Memoru Grace

“Steins; Gate 0” – Teoria del tempo e dello spazio di un microonde… ma in un’altra dimensione

Se siete qui è perché avete sempre sognato viaggiare nel tempo e nello spazio e, probabilmente, custodite segretamente una Tardis o una Delorean nel vostro garage e non volete far sapere nulla ai vicini di casa. Oppure, quasi sicuramente, siete qui, perché avete già guardato e apprezzato Steins; Gate e la sua teoria dello spazio e del tempo fatta con un microonde, un cellulare vecchio stile e un account Outlook intasato di mail (e, se non avete ancora letto la recensione, correte subito a farlo, cliccando qui).

Steins; Gate 0 (titolo originale: シュタインズ・ゲート ゼロ), infatti, non è il sequel ideale di Steins; Gate, ma una sorta di spin-off o, per meglio usare terminologie che nemmeno Tarantino si sogna, un sidequel, visto che parte dall’episodio 23 della serie animata e apre un ipotetico scenario su una dimensione spazio-temporale attigua a quella nota, che definiremo come universo Beta. Come nelle migliori tradizioni delle multidimensioni (e chi è amante del sci-fi le conosce meglio dei creatori della Marvel con il multiverso), qualcosa nella storia è andato storto o, meglio, è possibile che un fatto si sia verificato con due modalità diverse su due possibili piani spazio-temporali. E, se uno dei due, ha dato origine al finale noto di Steins; Gate, l’altro ha creato la versione di Steins; Gate 0. Il fatto determinante è – nemmeno a dirlo – la morte annunciata e prevista in tutti gli episodi della serie animata della giovane e brillante fisica Kurisu Makise. Mentre in Steins; Gate, Rintaro era riuscito a prevenirla e a scongiurarla, con diversi viaggi nel tempo e una serie di porte aperte in ipotetiche dimensioni, Steins; Gate 0 inizia in un universo in cui la morte di Kurisu si è determinata in modo inevitabile. Questo getta nello sconforto Rintaro, che, come sappiamo, considerava Kurisu non solo una semplice collega, ma anche il suo vero amore. In preda alla disperazione e continuamente supervisionato dai suoi vecchi amici di infanzia Mayuri e Daru, si reca, un giorno, ad un seminario scientifico, condotto dal professore americano Alexis Leskinen e dalla sua assistente giapponese (o, meglio, orgogliosamente di Okinawa) Maho Hiyajo, una scienziata folle in miniatura, spettinata e perennemente irascibile, che, guarda caso, è stata compagna di studio e di ricerca proprio di Kurisu. A tuto ciò, si aggiunga che Maho si avvale di un’intelligenza artificiale denominata Amadeus (in onore al compositore Mozart) e che ha il volto, la voce e la memoria di… Kurisu, ovviamente, che si mette a dialogare tranquillamente con Rintaro, aumentando la sua follia e fomentandolo a riprendere le redini del suo inusuale laboratorio. Anche perché, in quel rifugio di oggetti strani e personaggi variamente catalogati, piombano dal futuro anche Suzuha, figlia di Daru, una strana ragazza con lunghi capelli rossi e vagamente somigliante a Kurisu, Kagari, che chiama mamma Mayuri, e, naturalmente, spie e viaggiatori temporali, reduci di una futura e distruttiva guerra mondiale (che, tanto per cambiare, non manca mai), capatine tra l’universo Alfa e l’universo Beta e tanti tanti rompicapi da risolvere.

Steins; Gate 0 è un giro divertente nell’Iperuranio fantastico dei viaggi nel tempo e nello spazio e, anche se mancano un po’ le vivaci e battibeccanti conversazioni tra Kurisu e Rintaro, non mancheranno momenti comici, intervallati da momenti d’azione, qualche lacrima e assurde teorie sulla fine del mondo e dell’universo. O forse no? Attenzione al momento in cui Rintaro si sposta nell’universo Alfa, dove Kurisu non è solo viva e vegeta, ma interagisce con due diversi Rintaro e con la se stessa dell’intelligenza artificiale Amadeus. Tanto per non farsi mancare nulla.

Consigliato: a chi ama i viaggi spazio-temporali e sogna, prima o poi, di affrontarne uno; a chi ama il sci-fi in tutte le salse e da piccolo/a desiderava andare in giro con Marty Mc Fly; a chi è un po’ folle come Rintaro e la sua banda, ma, in fondo, ha un posto speciale nel suo cuore per l’amicizia.

Captain-in-Freckles

Le leggende dei fiori e degli alberi

In questo clima torrido, umido e molto appiccicoso, ci godiamo ancora le foto dalla Corea con le bellissime strade o interi campi con colori primaverili accesissimi e di imparagonabile bellezza. Non che qui in Italia non ce ne siano, ma i colori dei fiori asiatici sono qualcosa da far perdere il fiato. Per i più avventurosi, o chi ha in progetto una gita fuoriporta, esistono addirittura siti ministeriali che prevedono la fioritura in tutta la Corea. I fiori più diffusi, dopo quelli delle piante di ciliegio, sono le peonie e le azalee. Ovviamente tra alberi, fiori e farfalle non mancano le leggende e gli aneddoti.

Uno degli aneddoti più antichi lo troviamo sul “Sillabongi” (registri risalenti al Regno di Silla) del “Samguksagi” (la storia dei Tre Regni). L’imperatore cinese Taizong of Tang, mandò un dipinto di Peonie alla Regina Seondeok, che non gradì molto. Infatti il quadro era dipinto molto bene, ma mancavano le farfalle, quindi i fiori non profumavano. Simbologicamente la mancanza delle farfalle, venne inteso come un oscuramento dello splendore della regina e del suo regno.

Troviamo molte leggende e poemi anche sulle Cheol jjuk, o azaleee reali. La leggenda più famosa, forse è quella che racconta della bellissima Lady Suro di Silla, da cui sono stati tratti anche due poemi: “Heonhwaga (Canzone dedicata ai fiori)” e “Haega (Canzone del Mare)”. Una bellissima statua di questa bellissima donna lo troviamo nel parco dei fiori a lei dedicato nella provincia marittima di Gangwon, sullla costa Est.

Nel Regno del Re Seongdeok (702-737), Lady Suro, moglie di un magistrato,  espresse il desiderio di avere dei fiori che si trovavano su di un ripidissimo dirupo. Nessuno si propose per questa impresa, tranne un anziano che con il suo bue andò verso i dirupo componendo il poema “Heonhwaga”, raccolse i fiori e glieli portò.

Un’altra leggenda risalente al Regno di Goryeo racconta del re Chungseon, che visitando la capitale Yuan Yanjing, intrattenne una relazione con una donna di corte. Al momento della partenza, il Re regalò un fiore di loto alla donna, come segno del suo amore. Ovviamente, la donna non la prese per nulla bene, tanto che dopo aver versato fiumi e fiumi di lacrime compose una poesia altrettanto triste che recita più o meno così: “Il fiore di loto che hai raccolto per me il giorno in cui te ne sei andato, era prima rosso ma presto cadde dallo stelo e ora l’ombra dei suoi petali appassiti è come quella di un uomo.

Tra le leggende sulle peonie, troviamo quella di “hamjibak (ciotola di zucca)” risalente al regno di Goryeo. Le peonie per i suoi grandi fiori era paragonata ai fiori della zucca.  Il re Chungryeol sposò la figlia dell’imperatore Shizu di Yuan China. Un giorno la regina stava passeggiando nei giardini di Hyanggak (Padiglione Profumato) nel Palazzo Sunyeong quando vide delle peonie in piena fioritura. Ordinò a una dama di compagnia di coglierne una per lei. Dopo aver colto la più bella, la dama la porse alla regina, che dopo averla tenuta un po’ tra le mani, scoppiò a piangere. La Regina piena di tristezza, presto si ammalò e morì. Aveva riconosciuto nel bel fiore di peonia la fuggevolezza della vita, che l’aveva portata alle lacrime.

Difficilmente le leggende sui fiori hanno un bel finale: i fiori vengono paragonati alla vita che viene rappresentata bellissima, ma anche breve. Non sono assolutamente d’accordo: nessuno dice che il fiore muore, ma la pianta no!

Lady K Trash

Persona (ovvero delle molte sfaccettature della personalità)

Tanto vale mettere in chiaro una cosa sin da subito: Persona non è un normale drama, né tantomeno è un prodotto di facile comprensione e, quindi, di sicuro consiglio. Ci troviamo davanti ad una serie complessa e di nicchia, girata con i crismi del cinema d’autore e, pertanto, riconducibile ad un’interpretazione ardua.

Anzitutto, la serie, di per sé, non ha nulla di “seriale” nel senso proprio del termine, visto che non esiste una trama che unisce tutti gli episodi. Si tratta piuttosto di un’antologia episodica che comprende 4 mediometraggi diretti da diversi autori, che hanno il compito di enucleare le diverse sfaccettature dell’amore, ma anche della personalità umana. Unico elemento in comune è l’interprete, la bellissima e bravissima attrice e cantante Lee Ji-eun, nota anche come IU, protagonista di Hotel Del Luna e di Moon Lovers Scarlet Heart: Ryeo, il cui volto iconico si presta molto bene alla visione dei registi di questa serie.

Il primo episodio, Love Set (diretto da Lee Kyung-mi, autrice di The School Nurse Files), è ambientato in un campo da tennis dove IU e Bae Doona (già vista in Kingdom e in The Silent Sea) si affrontano in una gara a sangue per conquistare l’attenzione e l’amore di un uomo. Il secondo episodio, Collector (diretto da Yim Pil-sung di Doomsday e Scarlet Innocence), forse quello di più complessa interpretazione, vede IU trasformarsi in una terribile fata mangiacuori, che colleziona realmente i cuori di chi le promette tutto il suo amore e la sua dedizione, uccidendo senza pietà il suo innamorato interpretato da Park Hae-soo (il co-protagonista di Squid Game e il Berlino di Money Heist: Korea). Il terzo episodio, Kiss Burn (diretto da Jeon Go-woon, la giovane regista di A Boy and Sungreen e To My River), mostra IU come la spalla e la complice della giovanissima Shim Dal-gi, adolescente condannata dal padre alla reclusione per aver infranto il divieto di baciare un suo coetaneo. Il quarto episodio, Walking at Night (diretto da Kim Jong-kwan, già autore di Josée, Come, closer e One Perfect Day), sicuramente il mio preferito, è il più poetico ed intenso della serie: girato volutamente in notturno e in bianco e nero, affianca alla nostra IU Jung Joon-won (interprete di Mr. Lawyer) e riesce a dare la dimensione sospesa tra un amore che dura in eterno e che non può essere separato nemmeno dalla morte.

Che cos’è una “persona” se non una maschera teatrale, secondo la definizione latina? E da cosa è rappresentata la personalità di ognuno se non da una miriade di maschere come quelle indossate da IU nelle diverse sfaccettature del significato d’amore e della sua percezione? Declinazioni romantiche, ma anche e soprattutto malate, morbose, incompiute e soffocanti, sofferenze e ferite che sanguinano, sfaccettature complesse quanto è complesso l’animo umano, malinconico, idilliaco, ma anche crudele. Non è che l’amore faccia proprio una bella figura, in questa prospettiva poco convenzionale che guarda più alla fragilità umana e alla sua cattiva interpretazione dei sentimenti, che non all’elegia amorosa dei versi poetici. Persona è sicuramente un esperimento interessante, forse non così compiuto in tutti i suoi episodi, ma, tuttavia, l’anello di congiunzione tra l’intrattenimento dei drama televisivi e la complessità del cinema coreano d’autore, che invita a riflettere e ad emozionarsi un po’ alla volta.

Consigliato: a chi vuole aggiungere un piccolo gioiello di nicchia alla propria bacheca di drama coreani e a chi non ama particolarmente i prodotti televisivi, ma non perde un prodotto cinematografico d’autore; a chi ha sempre amato la carriera eterogenea di IU e l’ha seguita nella sua crescita; a chi aspetta di conciliare una visione diversa, laterale e forse anche poco romantica sul concetto di amore.

Captain-in-Freckles

P.S.: Pare che Netflix abbia in progetto una seconda stagione, ma nulla è stato ancora confermato.

La leggenda di Yohiro e Sakura

Narra una leggenda giapponese che molto tempo fa, in un periodo devastato dalle continue guerre, esistesse una foresta di ciliegi nella quale prosperavano degli alberi secolari, meravigliosi, un’oasi di pace e di colori. Vi era, però, un unico albero che, non rispondeva ai richiami della fioritura e anche la vegetazione accanto restava sterile, brulla.

Un giorno, una fata dei boschi, impietosita dalla solitudine di quest’albero, gli donò la possibilità di trasformarsi in essere umano, ogni qualvolta volesse, per poter scoprire i sentimenti e le emozioni umane e poter crescere e comprendere il mondo circostante.

Vi era, però, una condizione da rispettare: entro vent’anni, qualora l’albero non riuscisse a recuperare la propria vitalità, la morte sarebbe sopraggiunta.

All’inizio l’albero non voleva accogliere questo dono, poi si fece convincere, ma ogni volta, anche come essere umano, riusciva solo a percepire guerra, odio, tristezza e soprusi e, così, una sera, ormai alquanto stanco e desolato, si recò presso le rive di un fiume non molto lontano.

Presso questo fiume vide una ragazza e se ne innamorò a prima vista. La ragazza si chiamava Sakura, mentre lui si presentò come Yohiro. Ogni giorno i due giovani si incontravano al fiume e parlavano e, pian piano, qualcosa cambiava nel cuore di Yohiro, riusciva, finalmente, a scoprire la vita, attraverso la gentilezza di Sakura. I due ragazzi erano diventati confidenti, amici, si raccontavano le loro impressioni, i propri sogni in piacevolissime chiacchierate.

Un giorno Yohiro, ormai consapevole dei propri sentimenti, decise di aprire il suo cuore a Sakura e di narrarle la propria storia in tutta la sua verità, raccontandole della sua tristezza e solitudine e di come in quei vent’anni avesse cercato invano la felicità. Sakura rimase scossa dal racconto di Yohiro, specie del fatto di aver appreso che si trattava di un albero, destinato a fiorire, ma dal quale si doveva separare inevitabilmente.

Dopo un lungo abbraccio, i due giovani si allontanarono tristemente.

La fata dei boschi, però, mossa a compassione, si presentò da Sakura e diede alla ragazza la possibilità di scegliere: abbandonare per sempre Yohiro, facendo in modo che tornasse solamente ad essere un albero oppure lei stessa doveva diventare albero per stare accanto al suo amato, abbandonando così la condizione umana.

Sakura scelse di diventare anche lei un albero, soprattutto dopo aver constatato come intorno tutto fosse distruzione e desolazione, morte e dolore. Yohiro e Sakura fusero le loro anime sensibili in un bellissimo albero di ciliegio, fiorente e ammirato da tutti.

Questa è la leggenda di un amore, la leggenda dell’albero di ciliegio.

Memoru Grace

Bubble – Una pioggia di bolle

Tra i nuovissimi lungometraggi di animazione, proposti ultimamente da Netflix, troviamo Bubble, diretto da Tetsuro Araki (tra i suoi lavori precedenti lo ricordiamo per “Death Note”) e scritto da Gen Urobuchi (conosciuto per “Puella Magi Madoka Magica”). La garanzia della produzione è siglata dalla WIT Studio, lo stesso de “L’Attacco dei Giganti”.

Cinque anni prima degli eventi narrati nell’anime, una pioggia di bolle è caduta sulla Terra, sconvolgendo la vita delle persone, il clima e l’habitat e sovvertendo ogni legge fisica. Gli scienziati non hanno ancora scoperto l’origine di questo cataclisma.

La storia è ambientata in una Tokyo quasi post apocalittica in cui la forza di gravità è stata scombussolata dalla pioggia di bolle, è isolata dal mondo e molte persone sono fuggite, lasciando una città desolata, vuota e spettrale.

Tra le rovine, palazzi abbandonati, strade infinite, deserte e sommerse dall’acqua, un gruppo di ragazzi, che hanno perso le proprie famiglie, giocano sfidandosi in gare di parkour.

La loro è una vera e propria sfida alla sopravvivenza, sono dei tracciatori che si spostano liberamente, come in un percorso di guerra, adattandosi velocemente al contesto urbano complesso, senza limiti, ma osservando e annotando ogni difficoltà.

Tra i giovani che praticano questa attività, uno dei fuoriclasse è Hibiki, un ragazzo che soffre di un disturbo all’udito, introverso, solitario che parla poco anche con i compagni, ma che un giorno rimane coinvolto in un incidente a causa di una mossa avventata. Hibiki precipita in mare, ma viene aiutato da una ragazza misteriosa di nome Uta. Proprio in quel preciso momento i due giovani sentono un suono particolare che è impercettibile agli altri, ma sembra che i loro destini si siano già incrociati e che Uta sia la chiave di rivelazione per capire ciò che è avvenuto e comprendere come cambiare e avere un’altra possibilità.

A metà visione dell’anime mi sono accorta che la storia adombrava la fiaba de “La Sirenetta”, la cui versione famosa di Andersen viene anche citata all’interno del film, ma non vi lascio alcuna anticipazione e non faccio spoiler. Sappiate solamente che Hibiki e Uta sono complementari e che il loro incontro è decisivo per la salvezza dell’umanità.

Un anime affascinante che riprende alcune tematiche esistenziali, dai problemi climatici, alla solitudine dell’uomo moderno, sottoponendo lo spettatore da momenti di alta adrenalina a momenti lirici.

Memoru Grace