I hear your voice – La voce della giustizia e l’ouverture della gazza ladra

Si tratta di un drama bellissimo del 2013 che ho recuperato pian piano perché mi sono trovata a riflettere per ogni puntata, le interpretazioni sono davvero ineccepibili e la colonna sonora fa emozionare ad ogni sequenza. Alcuni episodi ti svuotano completamente, lasciandoti pensare a cosa sia davvero giusto e cosa sia sbagliato e come la giustizia possa davvero rappresentare e proteggere l’individuo che ha subìto un sopruso, una violenza o alle persone che restano superstiti anche se devastate nell’anima. Ho trovato alcuni tratti della storia davvero lirici e catartici nello stesso tempo, come quando, ad esempio, uno dei protagonisti da vittima diventa ipotetico omicida o come le prove, che possono sembrare complete, non vengano giudicate tali e una sentenza possa ribaltare completamente la situazione. Ecco, ho trovato questa serie come la migliore serie che parla di giustizia e di ingiustizia e delle diverse vicissitudini che possono cambiare completamente l’essere umano e farlo impazzire o diventare eventuale assassino o probabile vittima.

Si parla anche di perdono, un perdono la cui sola parola strazia l’anima. Nel particolare il perdono è rappresentato dalla madre della protagonista, una donna umile, ma volitiva che ha lavorato una vita e ha sempre preso di petto ogni situazione, ma che giganteggia in quei pochi minuti tutti suoi con una caratura spirituale e morale da far venire i brividi.

Si parla anche di vendetta come scelta. I protagonisti si trovano spesso di fronte a questo pericoloso bivio, una tentazione che li opprime continuamente durante lo scorrere della storia.

Infine, esiste la verità, tanto difficile da trovare, tanto salda in alcune persone, così come la lealtà e la fiducia, e tanto labile in altre accecate solo dal successo e dall’arroganza.

Penso che questa serie possa rappresentare davvero tutte queste tematiche e d’altra parte la sceneggiatura non sbaglia un colpo, è perfetta, ti lascia riflettere e ti pone degli interrogativi che ancora, a distanza di qualche tempo, mi fanno pensare.

La protagonista della storia è Jang Hye-sung (interpretata da Lee Bo-young), una ragazza vicina ai trent’anni che, dopo aver superato un’infanzia difficile e povera diventa avvocato, anzi, per essere precisi, un difensore pubblico. Forse, anche a causa del suo passato e della fatica ad ottenere ogni cosa, Hye-sung è diventata cinica e realistica ed intraprende questa carriera con una certa apatia, cerca di non farsi coinvolgere più di tanto e va avanti con il suo lavoro solo per lo stipendio. Hye-sung è intelligente, ma sa anche cosa significa faticare e tentare di sopravvivere, lei e sua madre hanno vissuto in piena povertà, ma la mamma, che ha sempre avuto fiducia in lei e nel suo innato senso di giustizia, l’ha continuamente spronata a studiare e ad andare avanti, nonostante le mille difficoltà, come ad esempio l’espulsione ingiusta dal liceo che la figlia subisce dopo essere stata falsamente accusata per aver causato un incidente con fuochi d’artificio ai danni della figlia del datore di lavoro, una certa Seo Do-yeon (interpretata da Lee Da-hee), la vera e propria nemesi di Hye-sung.

Nello stesso periodo dell’espulsione, Hye-sung è stata anche testimone coraggiosa di un omicidio che la segnerà per sempre, un uomo è stato brutalmente ucciso e l’assassino viene disturbato da lei mentre è in procinto di uccidere anche il figlio di quest’uomo. Hye-sung, anche se giovane, non pensa due volte a recarsi a testimoniare e a far condannare l’assassino.

La vita di Hye-sung cambia quando incontra Park Soo-ha (interpretato da Lee Jong-suk, “Romance is a Bonus Book“, “The Hymn of Death” ), un ragazzo diciannovenne con l’abilità di leggere nel pensiero delle persone. Così, durante la storia, la stessa Hye-sung capirà che Soo-ha non è altro che il bambino salvato da lei durante l’omicidio del quale era stata testimone dieci anni prima. C’è da subito molta chimica tra i due ragazzi, nonostante Hye-sung abbia un carattere sospettoso e lunatico, ma Soo-ha, da quando la ragazza ha testimoniato facendo giustizia al padre, ha promesso a se stesso di cercarla e di esserle riconoscente a vita, proteggendola.  

Insieme a Hye-sung lavora anche un ex poliziotto diventato avvocato Cha Gwan-woo (interpretato da Yoon Sang-hyun), idealista, fiducioso, alla ricerca continua di trovare la giustizia, entusiasta del suo lavoro, al contrario della collega.

I tre formano una squadra improbabile che utilizza metodi non convenzionali per risolvere i casi.

Un giorno, l’omicida del padre di Soo-ha torna in libertà e da lì un climax crescente di paura, di vendetta e di angoscia avvolgerà le vite dei protagonisti. In un momento molto commovente della storia, di fronte quasi all’impossibile da dimostrare, si fa riferimento (chicca preziosa per gli appassionati di musica classica e di opera come me) alla “Ouverture della gazza ladra”, ascoltata da uno dei personaggi prima di ogni evento importante in tribunale. Non vi svelo niente, ma andate a recuperare la trama dell’opera di Rossini e l’importanza della gazza ladra. Citazione importantissima e di estremo valore per questo legal drama.

I personaggi sono sviluppati molto bene dal punto di vista psicologico e possiamo emozionarci per la loro crescita durante i 18 episodi e tutti ricercheranno, con i propri mezzi e il proprio carattere, la giustizia, a volte cieca di fronte ad un fatto o ad una colpa, ma, nonostante tutto, i protagonisti riusciranno a sentire la voce di chi ne ha bisogno.

Memoru Grace

La nascita della radiofonia in Giappone

La radio in Giappone debuttò intorno al 1925, ma già dal 1896 dei tecnici del Ministero delle Comunicazioni avevano iniziato le ricerche sulle onde radio e, anche nel corso della guerra con la Russia, tra il 1904 e il 1905, ogni tanto, esercito e marina giapponese facevano ricorso alle trasmissioni radiotelegrafiche.

Quando nel 1915 il governo ottenne l’approvazione del parlamento per la Legge sulla telegrafia senza fili che autorizzava le trasmissioni radiofoniche private, il Ministero delle Comunicazioni iniziò a verificare e vagliare le richieste di licenza per le prime emittenti radiofoniche in Giappone molte delle quali legate ad agenzie di stampa o case editrici. Al Ministero era comunque riservato il potere di controllo e di veto sull’assetto ammnistrativo e sulla nomina dei vertici delle stazioni radiofoniche.

Così, nel 1925 le sedi delle prime tre stazioni radiofoniche furono Tokyo, Osaka e Nagoya. Nel 1926 le tre stazioni radio furono fuse in un’unica organizzazione nazionale, la Nippon Hōsō Kyōkai che, entro il 1929, avrebbe raggiunto già quasi tutto il paese con l’apertura di altre quattro stazioni.

Le prime trasmissioni erano quasi tutte sportive, come le dirette di tornei di baseball anche scolastici e di ginnastica ritmica. La ginnastica ritmica in particolare era accompagnata da brani musicali che facilitavano l’esecuzione degli esercizi all’aria aperta o in casa e questo diventò un fenomeno che si diffuse rapidamente in tutto il paese contribuendo a creare un senso di fiducia e di unità, considerando la radio via via sempre più come una presenza amichevole nell’arco della propria giornata.

Durante la Seconda guerra mondiale la radio, nonostante i diversi programmi fossero diventati di propaganda, fu l’unico mezzo con cui il popolo poteva aggiornarsi sull’evolversi della guerra. Il 15 agosto 1945 l’Imperatore Hirohito si rivolse per la prima volta ai cittadini via radio annunciando la resa agli Alleati.

Nel 1950, dopo una riforma del sistema radiotelevisivo, la Nippon Hōsō Kyōkai diventò una società indipendente sostenuta dal canone pagato dagli ascoltatori e nel frattempo venne liberalizzato il mercato delle trasmissioni a carattere commerciale, tanto che dal 1952 in avanti si contarono diverse radiostazioni private e anche i programmi cambiarono completamente diventando più di intrattenimento con concorsi canori, serial radiofonici e quiz a premi.

Memoru Grace

The Sound of Magic (ovvero della magia della nostra fantasia)

“Annara sumanara! Ma tu credi nella magia?”

So che in rete la tematica è particolarmente dibattuta e che diversi si aspettavano qualcosa in più o qualcosa di diverso dall’annunciato ritorno di Ji Chang-wook al drama televisivo e so che molti non sono rimasti soddisfatti da una serie che, forse, credevano differente o che si aspettavano più spettacolare, ma vedrò di sfatare, uno ad uno, tutti questi preconcetti e queste perplessità. Perché, sinceramente, ho adorato The Sound of Magic in tutto – e non sono una grande fan di Wookie -, divorando letteralmente tutti gli episodi in una sola volta.

In città, avvengono strane sparizioni, mentre il vecchio Luna Park risulta essere abitato da un tale che si definisce Mago e che tutti sembrano incolpare di qualcosa di non ben specificato. Intanto, Yoo Ah-yi (interpretata dalla bravissima Choi Sung-eun) è un’adolescente che fatica tra lavoro in un mini-market, un liceo frequentato da studenti classisti e ricchi, un padre naufragato in mezzo ai debiti, uno stuolo di creditori stanziati fuori dalla porta e una sorellina minore che deve accudire e non si può permettere minimamente di fantasticare. In più, si ritrova in banco con Na Il-dong (interpretato da Hwang In-youp, già second lead in True Beauty), lo studente più bravo del liceo, figlio di una famiglia d’élite di giudici e procuratori, perennemente con il naso (e gli occhiali) tra i libri e che sembra odiarla perché teme di essere superato agli esami. O, perlomeno, così pare, visto che Il-dong è irrimediabilmente attratto da lei e soffre le pressioni genitoriali sulla sua carriera, mentre cerca un rifugio in un mondo fantastico tutto suo. Una sera, mentre sta tornando dal lavoro, Ah-yi si sente seguita da una strana presenza, che si rivela essere un ragazzo alto e allampanato, munito di cappello a cilindro e mantello da prestigiatore e che, con un sorriso stralunato e infantile, le domanda se crede nella magia. Si tratta di Lee Eul (intrepretato magistralmente da un Ji Chang-wook in splendida forma teatrale), proprio il Mago del Luna Park, che fa apparire farfalle, fiocchi di neve e luci ovunque, viaggia per la città a bordo di una ruota panoramica, parla con un pappagallo di nome Bella (che gli risponde a modo suo) e crea un’atmosfera fantastica ovunque si muova, dando ad Ah-yi e a Il-dong la forza di credere non solo in un mondo magico e fantastico, ma anche nella propria forza interiore. Ma sarà veramente così? Dietro la facciata benevola e sorridente del Mago, si nasconde un freddo e spietato assassino, come teme la polizia, o un ragazzo fragile che rifiuta il mondo e la società, perché si è sentito rifiutato a sua volta?

The Sound of Magic è un drama breve (sei episodi) che unisce il fantasy, il musical e il thriller con un mix perfetto di scenografia e di fotografia (i momenti in cui i personaggi volano di notte sembrano riecheggiare certe scene di Moulin Rouge) e con un cast perfettamente all’unisono anche nei numeri musicali (vedere il primo pezzo musicale a scuola che ricorda tanto Footloose o il finale teatrale con il sipario che si apre e gli attori che ringraziano gli spettatori). Tratto dal webtoon Annarasumanara (che, poi, sono le parole magiche del Mago Lee Eul) e prestato letteralmente alla televisione, saltando il passaggio teatrale, il drama vanta la solida preparazione degli attori sudcoreani nei musical da West End. Tanto per fare qualche esempio, Ji Chang-wook ha calcato le scene teatrali con i musical Thrill Me (in coppia con Kang Ha-neul), Jack The Ripper e The Days (che è stato in replica a Seoul per oltre tre anni), mentre Cho Sung-eun si è distinta in Grain in the Blood e Hwang In-youp porta avanti anche una parallela carriera da cantante. Il titolo stesso del drama, infine, richiama quello che è sempre stato uno dei musical più belli di sempre, The Sound of Music con Julie Andrews (in Italia noto come Tutti insieme appassionatamente e della cui versione animata Cantiamo insieme ci siamo già occupati in questo blog).

The Sound of Magic, però, non è solo un immaginifico e spettacolare viaggio nella musica e nella magia, ma è soprattutto un percorso a ritroso in noi stessi, alla ricerca di quella parte che non muore mai e non invecchia, quella parte fanciullesca che celiamo, ma che ci salva dalle brutture del mondo. Il Mago è un Peter Pan che si è rifugiato nella sua Isola che non c’è (il Luna Park) e ha deciso che la magia deve esistere, perché altrimenti non avrebbe più senso nulla nella vita. D’altronde, la magia è quella creata da ognuno di noi, con la speranza e la fantasia, ma anche con la voglia di credere che è possibile creare qualcosa di buono, per fronteggiare il male, che non è altro che l’oscurità del mondo fantastico interiore. Non credere nella magia equivale a negare una parte di noi stessi. Il Mago sa che non tutti possono vivere come lui, ma vuole donare quel po’ di fantasia e di fanciullezza per aiutare a crescere e ci chiede di credere nella magia, come Peter Pan chiede di credere nelle fate al suo pubblico di bambini per ridare la vita a Trilli. Il giusto equilibrio non è “non fare quello che non ci piace”, ma imparare a coniugarlo con “quello che ci piace”, sapere che il mero dovere “adulto” appiattisce la personalità e costruisce adulti biliosi ed arroganti, perché non sono riusciti a preservare il proprio mondo interiore. Un po’ come Capitan Uncino, che è cresciuto troppo ammantato di imposizioni e troppo in fretta se ne è stancato per invidiare un mondo infantile e fantastico che non potrà mai raggiungere, perché l’ha oscurato per sempre. E in questa dinamica si impara a crescere e ad affrontare tristezze e delusioni, perché, quando ci si confronta con la cattiveria e la brutalità del mondo, possiamo imparare ad eliminarla nella nostra dimensione interiore con le due semplici paroline “Annara sumanara”.

Consigliato: a chi ama i musical e/o i fantasy ed è disponibile a cantare per giorni la colonna sonora, immaginando parchi dei divertimenti che si animano di notte; a chi ha saputo custodire la propria parte fanciullesca e riesce ancora ad emozionarsi quando vede una farfalla in cielo; a chi sa credere nella magia e nelle fiabe, anche quando si trova in momenti tristi, e sa che ne può ricavare forza per andare avanti.

Captain-in-Freckles

Star Wars: Rebels

Se siete qui, è perché siete amanti della saga di Star Wars e, magari, avete voglia di recuperare uno dei prodotti a torto ritenuti “minori” per completare la vostra preparazione. Perché, onestamente, se siete fan di Star Wars, non potete saltare questo piccolo gioiellino che è, a tutti gli effetti, il seguito ideale di Star Wars: Clone Wars.

Ambientata cinque anni prima del film Star Wars – Una nuova speranza e ben 14 anni dopo gli eventi del film Star Wars – La vendetta dei Sith (e, quindi, del famoso Ordine 66 con cui l’Imperatore Palpatine ha decretato lo sterminio degli ultimi Jedi), la serie d’animazione è considerata l’esordio della futura Alleanza Ribelle (sì, proprio quella di Jin Erso e di Rouge One, ma anche quella che porta Leia e i suoi amici a cementificare le speranze per una rinascita della Repubblica). Solo che i nostri ribelli sono ancora proprio nelle prime fasi della lotta e, per dirla tutta, sono persino un po’ selvaggi e folli. C’è Ezra Bridger, un ragazzo quattordicenne che percepisce la Forza come un’antenna e un po’ ricorda il Luke Skywalker del primo film. C’è Kanan Jarrus, ex padawan Jedi scampato per miracolo dallo sterminio Sith e ora mentore di Ezra. Ci sono Sabine Wren, mandaloriana esplosiva (in tutti i sensi), e Hera Syndulla, una spericolata pilota di un cargo denominato Spettro, due badass per eccellenza. Ci sono Orrelios, la cui stirpe è stata sterminata dall’Impero, e il droide Chopper. E ci sono anche una serie di conoscenze che, nel bene o nel male, sono comparse più volte nell’universo di Star Wars, da Obi Wan-Kenobi, che si garantisce tante apparizioni e tante avventure, e il capitano clone Rex, che ha rimosso il suo chip e ha rifiutato l’obbedienza all’Impero, per passare al lato oscuro di Darth Maul (morirà per davvero, prima o poi?), dell’ammiraglio Thrawn e del Grande Inquisitore.

Ma, soprattutto, torna l’eroina di Clone Wars, quella che continua ad essere – a ben ragione – uno dei personaggi più amati del franchise: Ahsoka Tano. Ed è proprio qui che scopriamo che fine ha fatto dopo la sua degradazione ufficiale e la sua parziale riabilitazione da parte dei Jedi e come mai il colore della sua spada laser sia il bianco. Perché, in fondo, Ahsoka è essa stessa la rappresentante del concetto di ribellione: da sempre, Jedi ribelle, empatica, non conformista, solitaria, ma leader di gruppo, incline a non rispettare le rigide norme imposte, quando queste possano confliggere con le sue più profonde convinzioni, è sempre l’Antigone di quest’universo galattico e insegna a tutti non solo che cosa voglia dire reagire ai soprusi di potere, ma anche quali sono le motivazioni della ribellione e della conquista della libertà. D’altronde, il suo “I am no Jedi” deriva proprio da qui.

Qualche curiosità ancora per convincere a recuperare la visione di questo prodotto, costituito dalla bellezza di 75 episodi e 4 corti: la serie animata subisce una piccola sfasatura temporale durante la quarta stagione che culmina con la crisi dell’Impero e la sua caduta a seguito della battaglia di Endor (vista nel film Star Wars – Il ritorno dello Jedi), dando la possibilità allo spettatore di godere della diacronia con gli eventi della vecchia trilogia (per cui, per i neofiti, può essere guardata anche in contemporanea alla visione dei film); la terza stagione contiene un vero e proprio Easter egg con la storia della spada nera di Mandalore, che ritroviamo nella serie The Mandalorian; il droide Chopper compare anche nel film Rogue One, mentre il cargo Spettro fa la sua apparizione sia in Rogue One che in Star Wars – L’ascesa di Skywalker; nella terza e nella quarta stagione, appare Saw Gerrera, leader dei Partigiani e vero terrorista della Ribellione, noto personaggio di diversi romanzi del franchise, interpretato da Forest Whitaker nel film Rogue One; troviamo, per la prima volta, tutta la famiglia Organa al completo (il senatore Bail Organa, la regina Breha Antilles e la principessa Leia), ma anche i due amati droidi C-3PO e R2-D2.

Consigliato: ai fan di Star Wars a cui manca questa chicca preziosa e a quelli che l’hanno già vista (perché le revisioni sono sempre importanti); agli amanti di anime e/o di sci-fi; a tutti quelli che ho già convinto con la recensione di Star Wars: Clone Wars e che ormai sono entrati in questo fantastico universo.

Buon viaggio nell’Iperspazio!

Captain-in-Freckles

P.S.: Le avventure continuano con una storia a tema di lightsaber e navicelle spaziali (recuperatela qui).

Le eclissi: leggende del “Sole Nero”

Dalla notte dei tempi, il fenomeno delle eclissi, ha sempre rappresentato una ricchissima fonte di miti e leggende in ogni angolo del pianeta. Che sia di sole o di luna, poco importa: era quasi sempre presagio di catastrofe. Infatti, anticamente si vedevano le eclissi come rottura dell’equilibrio tra la Terra e l’Universo. La prima testimonianza di un’eclissi ci arriva dalla Cina e risale al mese di ottobre del 2137 AC. La leggenda narra di due astronomi Ho e Hsi che furono giustiziati per non aver predetto l’eclissi, non per incapacità, ma per ubriachezza! Già 4000 anni fa, gli astronomi di Corte riuscivano a prevedere le eclissi… un po’ come i nostri metereologi che non riescono neanche nelle previsioni giornaliere!

In Asia, il fenomeno era un pessimo presagio soprattutto per il futuro del sovrano, in quanto consacrato dal volere divino. La parola “eclisse” in Cinese significa mangiare, quindi, secondo la tradizione, il Sole era mangiato del Drago. Fino al secolo scorso la popolazione cercava di spaventare il drago facendo rumore con tamburi e pentole. Poi le pentole sono state sostituite dai fucili della Marina cinese che sparano (a salve!) al Sole durante il suo oscuramento.

Come anche in India si credeva che il Drago affamato volesse mangiare il Sole, in Vietnam troviamo la Rana o il rospo e nel Nord Europa il Lupo Skoll per il Sole e Hati per la Luna.

Ma c’erano anche popolazioni che credevano che fosse una punizione divina, come per esempio i Romani o i Persiani che pensavano che gli Dei volessero lasciare gli umani nel buio accompagnati solo dai Rancori e dagli Incubi delle malvagità commesse.

Altre leggende, raccontano le eclissi come portali aperti tra il regno dei morti e il regno divino, e tutti i rituali per cercare di non far uscire le anime cattive. In Giappone, per esempio, durante l’eclissi vengono chiusi i pozzi per evitare che l’acqua si contamini con le impurità che escono dal portale. Altre leggende ancora descrivono le eclissi come connessione del nostro mondo con altri universi paralleli… tipo Moon Lovers: con un’eclissi ti ritrovi in piscina con ben 7 principi… ma questa è un’altra storia! A questo proposito, ecco leggenda coreana!

Si racconta che il Re del regno di Gamangnara (che significa Mondo Oscuro), preoccupato dall’oscurità che circondava il proprio regno, ordinò a due cani di rubare il sole e la luna. Ilsik addentò il Sole, ma si bruciò per il troppo calore; Wolsik provò con la Luna, ma dovette cedere perché per il troppo freddo, si congelò la bocca. I cani tornarono dal Re, il quale infastidito, inviò altri cani senza che essi riuscirono nell’intento. Le eclissi rappresentavano il momento in cui il Sole o la Luna venivano morsi dai cani.

Ma non dobbiamo immaginarci i cani, come sono oggi. Infatti, ne “I racconti del folklore della Corea” c’è la sezione “Bulgae”, che viene tradotta come “cani da fuoco” o “cani forti e feroci” ma anche “cani pelosi” come erano i “Sapsari”, una antica razza canina coreana il cui significato letterale è “cani inseguitori di fantasmi”.  I cani sono stati per molto tempo una presenza fissa cultura coreana. Tanto che se ne trova ancora traccia sulle pietre tombali. Molte leggende li vedono protagonisti, attribuendogli il significato di libertà dal Mondo Oscuro… insomma lo spirito progressista del popolo coreano è sempre andato di moda!

Lady K Trash

Il mese degli dei – Voglio correre fino al traguardo!

Kanna, una ragazzina di dodici anni, ha una grande passione per la corsa. Ha ereditato questa passione dalla sua mamma Yayoi, scomparsa un anno prima a causa di una malattia, da allora Kanna non riesce più ad impegnarsi in atletica come faceva una volta e, non riuscendo a superare il dolore per il lutto della madre, nasconde questa tristezza nel profondo del suo cuore. Un giorno, durante una maratona scolastica, ha un attacco di panico e inizia a fuggire fino ad arrivare nei pressi di un tempio.

Qui, Kanna indossa l’amuleto della madre e così inizia ad assistere alla apparizione di alcuni strani personaggi non visibili agli esseri umani, come il coniglietto Shiro e il ragazzo demone Yato. Kanna apprende qualcosa che non sapeva prima: sua madre era discendente di una stirpe divina, la cui abilità consisteva nella corsa.

Da questo momento in poi, per Kanna inizia un lungo viaggio e un’avventura inverosimile che la porterà fino alla terra di Izumo, al cospetto degli dei, con la speranza di poter rivedere la madre.

Il mese di ottobre, secondo la tradizione shintoista, è anche detto “mese senza dei”, cioè è il mese in cui tutte le divinità lasciano i loro santuari e si radunano al Santuario di Izumo.

Il viaggio di Kanna è un viaggio di formazione, catartico, è un continuo cercare di sprofondare con il proprio pensiero all’interno di un percorso che porterà al superamento delle paure e alla consapevolezza dell’importanza della vita. Kanna riuscirà a venire a capo della sua depressione e a riemergere dalla nebbia della disperazione?

Un racconto fantastico dalle sfumature psicologiche che ha il merito di tratteggiare con rara sensibilità la dolorosa storia di una perdita e la ricerca della vita.

Altro elemento importante è l’uso dell’antica mitologia nipponica e del folklore che possano fare da tramite tra la società moderna e il passato che dona la possibilità di trovare la chiave per aprire la porta della salvezza anche grazie alla scoperta delle proprie radici.

La maratona è un archetipo, è il simbolo della vita nonostante la fatica e ciò delinea bene tutta la storia di questo anime.

“Il mese degli dei” è un film di animazione prodotto dalla Liden Films, studio fondato nel 2012. In Giappone il film è uscito nel 2021 e, non a caso, nel mese di ottobre, il decimo mese dell’anno che nel calendario antico viene chiamato Kannazuki, “il mese senza dei ” e questo è uno dei motivi per cui la stessa protagonista si chiama Kanna.

Un anime molto bello, emozionante che vi consiglio e che potrete recuperare nel catalogo Netflix.

Memoru Grace

Non siamo più vivi (ovvero della crescita e della sopravvivenza)

Forse direte: oh no, la solita storia di zombie – e sappiamo bene che in Corea hanno una vera fissazione in merito (vedi il cult Train to Busan, ma anche le serie Sweet Home e Kingdom o lo stralunato Zombie Detective). E, in effetti, mi sono fatta coinvolgere perché – lo ammetto – ho anch’io la stessa identica fissazione per gli zombie. Quasi un divertissement automatico, un ritorno all’infanzia o un mega luna park mentale: non so, chiamatelo come volete, ma, appena vedo zombie, so che quel prodotto è per me, magari per farmi passare un paio di orette di pure divertimento. Poi, talvolta, accade che mi sbaglio, che il prodotto zombie era troppo noioso, troppo assurdo, troppo splatter (anche se questa cosa è immaginabile) e troppo irreale. Insomma, quella sensazione di aver buttato via ore per niente. Quando, però, imbrocco un ottimo prodotto di zombie, ne vale assolutamente la pena. Dacché, meglio chiarirlo subito, Non siamo più vivi appartiene a quest’ultima categoria.

Una normalissima giornata di sole in una fittizia cittadina della Corea del Sud inquadra un gruppetto di adolescenti di un liceo, con le loro ansie, le crisi esistenziali e di crescita, le amicizie, le paure e i primi amori, la lotta per sopravvivere al bullismo dilagante e ad una società sempre più feroce. Fino a quando una studentessa, venuta in contatto per sbaglio con un topo infetto nel laboratorio di scienze, non mostra strani sintomi: sarà l’inizio di un’epidemia, che dilagherà velocemente trasformando tutti gli infetti in creature zombie, non-morti privi di umanità che aggrediscono gli altri umani per nutrirsi (e anche per diffondere il contagio). Sarà in questo momento che un gruppetto di sopravvissuti tenterà disperatamente di mettersi in salvo, sfidando creature mostruose, attacchi bomba a sorpresa, legge marziale proclamata per contenere il contagio (memoria dei drammatici fatti degli anni ’80), ma, soprattutto, se stessi e i propri cari. Perché toccherà loro affrontare la parte più ignobile e mostruosa di sé per crescere e mettere in gioco i propri affetti e la propria volontà, che è ancora più forte di qualsiasi malevolo contagio (vedere il finale e attendere la seconda stagione per capire il commento).

Un momento per rammentare il giovanissimo cast che affronta con sicurezza e maestria fiumi di sangue e di apocalisse zombie: Choi Nam-ra (Cho Yi-hyun), la capoclasse introversa, studiosa e priva di amici che si trasformerà in una vera leader; Lee Su-hyeok (Park Solomon), l’ex ragazzo di strada pronto a difendere i deboli e a proteggere con il proprio amore; Nam On-jo (Park Ji-hu), studentessa non particolarmente brillante, ma empatica e inaspettata fonte di idee di sopravvivenza; Lee Cheong-san (Yoo Chan-young), il migliore amico di On-jo – e segretamente innamorato di lei – , coraggioso e pronto a fare a pugni con gli zombie (letteralmente); Lee Na-yeon (Lee Yoo-min, la bravissima ragazza delle biglie di Squid Game), ragazza di buona famiglia capricciosa e diffidente, tanto da essere incapace di inserirsi in società; Yoo Gwi-nam (Yoo In-soo), bullo della scuola con una cattiveria insita assurda, che peggiora nonostante l’apocalisse zombie; Jang Ha-ri (Ha Seung-ri), arciere bella e solitaria con la missione di proteggere il fratello minore Jang Woo-jin (Son Sang-yeon) e il suo amico Yang Dae-su (Im Jae-hyuk); Han Gyeong-su (Ham Sung-min), nerd genio della scuola, ma anche stratega d’eccezione…

Non siamo più vivi ovvero All of Us are dead (titolo originale: 지금 우리 학교는; Jigeum uri hakgyoneun, ovvero Ora, la nostra scuola…) è la trasposizione drama del noto webtoon Now at our School di Joo Dong-geun, pubblicato su Naver dal 2009 al 2011 e, in poche settimane, è diventato un successo planetario sulla piattaforma Netflix. Forse perché tutti ci indentifichiamo nei panni degli studenti che cercano di sopravvivere o nei profughi della cittadina al campo di quarantena (il COVID-19 ci è rimasto impresso per sempre nei nostri ricordi). O forse perché tratta del concetto di “sopravvivenza” in un modo più ampio e complesso rispetto a quello che si potrebbe immaginare per un normale prodotto di zombie. I protagonisti cercano di sopravvivere alla malattia, ma anche alla società, al bullismo esasperato, ai dissidi interiori, alle istituzioni che tendono a massificare, alle incertezze future e all’odio. E costruiscono legami, perché sanno che nel momento più critico si può fare una scelta tra il sopravvivere da soli o il vivere per gli altri e, in questa scelta, a differenza di altri survivor movie, decidono di pensare agli altri. Nulla può cambiare se ognuno si salva per sé, ma tutto può evolversi se si vive (e si muore) per le persone che amiamo davvero. Ed è l’unica visione che lascia intatti nell’anima anche nonostante gli attacchi oscuri dei zombie (o che dir si voglia).

Consigliato a chi: ama i film di zombie e i fumetti in stile The Walking Dead e, magari, si commuove ogni volta che vede Train To Busan; tende a trovare radici e significati nascosti anche negli horror; non si impressiona per qualsiasi spargimento di sangue o per pasti vagamente intensi; è così temerario da affezionarsi a tutti i personaggi.

Captain-in-Freckles

Il ponte di Harimaya

Nel cuore della città di Kōchi esiste un ponticello rosso molto caratteristico, luogo di una leggendaria e sfortunata storia d’amore del XIX secolo, lo Harimayabashi (はりまや橋).

Il giovane Junshin, monaco del Tempio di Chikurinji, sul monte Godai, si innamorò perdutamente di Ouma, figlia di uno stagnino e così infranse i suoi voti. I due ragazzi, inizialmente, riuscirono a nascondere la loro travagliata storia d’amore, ma un giorno, non lontano dal ponte Harimaya, il giovane Junshin venne sorpreso mentre acquistava una kanzashi, una forcina per capelli per la sua amata Ouma.

In quell’epoca, ai monaci era proibito avere relazioni d’amore, per cui i due poveri giovani vennero separati ed esiliati.

Il ricordo di questa storia rivive in molte poesie e canzoni popolari e ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più ricercati dai turisti che visitano Kōchi. Nel 2009 è anche stato di ispirazione ad un film, “Harimaya Bridge”.

Il ponte si raggiunge a piedi a 15 minuti dalla stazione di Kōchi oppure prendendo il tram dalla stazione e scendendo alla terza fermata, Harimayabashi.

Fin dal periodo Edo, l’Harimayabashi, che è lungo circa 20 metri, veniva utilizzato dagli abitanti di Kōchi perché collegava i negozi di due potenti mercanti, Harimaya e Hitsuya.

Oggi, l’area intorno a questo famoso ponte color rosso scarlatto, si è trasformata in un parco per piacevoli passeggiate e, nei piccoli negozi vicini, si possono acquistare le forcine per capelli della leggendaria storia sfortunata dei due amanti, così come anche assaggiare piccoli dolcetti caratteristici in cui è impresso il disegno dei fermagli.

Memoru Grace

Consegne dal cuore – Storie vere di Mercari (Quando un oggetto ha una seconda possibilità di rendere felice qualcuno)

Il destino è qualcosa di meraviglioso. Ci lega nei modi più inaspettati. Oggi, da qualche parte in questa città, sta accadendo di nuovo un piccolo miracolo. L’oggetto dal quale qualcuno si è separato oggi, forse domani diventerà il tesoro di qualcun altro. Il mio lavoro è consegnare il destino”.

Questo è l’incipit di ogni episodio di “Consegne dal cuore. Storie vere di Mercari”. Una delle migliori serie giapponesi viste ultimamente, per me è stata una vera e propria sorpresa e mi sono fatta coinvolgere in ogni storia rappresentata. La serie è stata diretta da Kanji Katagiri ed è datata 2020.

Si tratta di sei storie raccontate in sei episodi, basati su eventi di vita vissuta ogni giorno e legati al popolare mercato dell’usato giapponese Mercari, dove un oggetto di cui si è separata una persona può cambiare la vita di un’altra persona.

La protagonista Riku (interpretata da Marie Iitoyo) è un’addetta consegne per la società logistica Elephant Express e con il suo camioncino colorato viaggia per la città e consegna oggetti di seconda mano, pacchi pieni di ricordi e sogni appartenuti a proprietari precedenti, ma che hanno la possibilità di arricchire la vita di altri nuovi proprietari che ne hanno la necessità.

Nella prima storia, un giovane musicista di strada riceve la chitarra appartenuta ad un compositore e musicista che ha interrotto la sua carriera dopo vent’anni non essendo riuscito a sfondare nel mondo della musica, ma augurandosi che quello strumento possa, invece, cambiare la vita di qualcun altro, realizzando i suoi sogni.

Nella seconda storia, una coppia che sta divorziando decide di mangiare insieme per l’ultima volta , ma le loro strade si divideranno davvero?

Nella terza storia, una ragazza che crea gioielli di bigiotteria e li vende sul marketplace di Mercari, incontra un acquirente in una stazione ferroviaria e forse lì troverà anche l’amore.

Nella quarta storia, un vicino spazientito discute con una madre che continua a sgridare i suoi quattro figli superando i decibel e i limiti di tollerabilità del rumore.

Nella quinta storia, una coppia trasferitasi in campagna, rinvanga nelle vite passate dei parenti e riscopre l’affetto per una persona che si credeva sparita dalla propria vita, superando così anche le proprie difficoltà e incomprensioni.

Nell’ultimo episodio della serie, invece, l’attenzione si sposta sulla storia della vita di Riku che, fino ad adesso, abbiamo visto solo come colei che consegna il pacco dei sogni o dei ricordi. Riku riceve una videocassetta che mostra i filmati dei suoi genitori e riscopre il potere della nostalgia come cura alla tristezza. Sei storie del cuore, mai scontate, ma piccoli gioielli che scaldano l’anima, perché come protagonisti troviamo sempre delle persone comuni che potremmo essere anche noi.

Memoru Grace

Love Alarm (ovvero può un’app gestire i nostri sentimenti?)

Ammetto che sembra quasi un articolo del tipo “fatto male e recensito peggio”, visto che non riesco ancora a capire quali contingenze astrali mi abbiano spinta a recuperare questo drama. Ammetto pure che il doppiaggio italiano che Netflix ha deciso di affibbiare manca di sincrono tra voce e immagine e va a penalizzare ancora di più una trama inconcludente e sconnessa. E, in realtà, mi dispiace anche un po’, perché non sono ancora riuscita a trovare un drama in cui apprezzare per davvero Song – Mister Farfalle – Kang.

Love Alarm è un’app che, connettendosi con i parametri vitali del corpo di ogni utente, permette di individuare se, in un raggio di metri piuttosto ristretto, sono presenti persone che nutrono sentimenti di amore. In quel caso, l’app invia una notifica (sonora, visiva e comunicativa) per avvertire in modo anonimo che nelle vicinanze è presente qualcuno a cui l’utente piace. In un mondo sempre più influenzato dalle tecnologie e attaccato all’approvazione proveniente da social e spazi virtuali, l’app diventa immediatamente dilagante tra i giovani, arrivando a gestirne subito la vita sentimentale. In questo scenario, Kim Jo-jo (interpretata da Kim So-hyun), adolescente povera, bistrattata dalla zia e dalla cugina peggio di Cenerentola con matrigna e sorellastre, perennemente in depressione e con un passato traumatico alle spalle, scarica l’app e inizia a far battere il cuore del bello e dannatamente ricco Hwang Sun-oh (Song Kang), riempendo il suo Love Alarm di cuoricini di notifiche. Col tempo, però, le sue ansie e le sue paure arrivano a galla e il timore di trovarsi abbandonata e di soffrire per amore la porta a scaricare segretamente uno scudo che scherma completamente le sue preferenze sull’app, così da non inviare a nessuno che le possa piacere la notifica del cuore. Ciò le permette di scaricare brutalmente Hwang Sun-oh, senza fornire una vera spiegazione, e di proteggersi da un eventuale cuore spezzato. Naturalmente, spezza il cuore degli altri, ma, a quanto pare, non è importante. Passano gli anni, Jo-jo è diventata un’ottima studentessa universitaria, che, in incognito, disegna sui social opere di dubbia depressione e di sicuro successo tra i giovani, e incontra di nuovo per caso il suo ex fidanzato, che è ancora innamorato di lei, con tanto di notifica di Love Alarm che si accende sempre e che non riesce ad inviare all’attuale fidanzata. Ma, a peggiorare le cose, ci si mette anche Jung Ga-ram (Lee Hye-yeong), il migliore amico dell’ex fidanzato, che è sempre stato innamorato di Jo-jo e – anche lui – la inonda di notifiche su Love Alarm. A questo punto, la protagonista, che fino a qui già è stata poco lineare, diventa il massimo dell’incoerenza: continua a mantenere lo scudo, ma sa che il suo cuore invierebbe notifiche a Sun-oh e, quindi, lo maltratta quando lo incontra, ma lo va a cercare sempre, salvo, poi, accusarlo di assillarla in continuazione, mentre decide di frequentare Ga-ram, che è lieto anche senza ricevere la notifica di Love Alarm e disponibile a venire alle mani con Sun-oh.

In questo triangolo amoroso (che diventa un quadrilatero se consideriamo anche la fidanzata maltrattata di Sun-oh) che va avanti per la bellezza di quattro anni, si inseriscono, in ordine sparso: una società che diventa talmente dipendente da Love Alarm da creare classifiche, graduatorie ed eventi a punti in base alla popolarità sull’app; la cugina della protagonista che cerca di conoscere l’inventore di Love Alarm e, poi, se ne pente amaramente; uno stalker che pedina Jo-jo ovunque; un serial killer che usa l’app per uccidere donne; un ex compagno di classe geniale e aspirante suicida che nasconde un segreto; un gruppo di anonimi sconosciuti che decidono di togliersi la vita perché nessuno ha mai mandato loro una notifica su Love Alarm; la verità sui genitori della protagonista che si erano suicidati in una setta; etc… Insomma, ad un certo punto, ho contato più morti che in Squid Game! In questa lunga sequela di tragedie e di morti, però, la protagonista matura le proprie paure e comprende che non si deve nascondere di fronte all’amore e che schermarsi è inutile: così, cerca in tutti i modi di liberarsi dallo scudo e, quando fa suonare il Love Alarm di entrambi i corteggiatori, comprende che deve decidere con il cuore e non con un’app. Dopo un centinaio di morti che lo spettatore si è beccato a caso (perché mi sarebbe piaciuto approfondire almeno un caso poliziesco, almeno per non prestare attenzione a personaggi che odiavo, ma niente) e dopo che la nostra paladina ha pestato il cuore altrui con scarpe chiodate (e ha rotto anche altro, personalmente), si arriva al forzatissimo happy ending… Forse… Perché stanno minacciando una nuova stagione.

Il problema di questo drama è il fatto che parte da un’idea originale e accattivante, quello dell’app legata ai nostri sentimenti, e che aveva ben tre strade per affrontare l’argomento (la via sociologica sulla ricerca odierna dell’approvazione sociale, la via psicologica sull’evoluzione dei personaggi e il superamento dei traumi d’infanzia e la via scientifica sull’influenza della tecnologia sulla società) e, invece, non ne segue nemmeno una. Inoltre, laddove vuole aggravare la mano sul pericolo di tale tecnologia e inserisce la componente thriller/giallo, fa una virata del tutto assurda, visto che lo spettatore non riesce a seguire un caso di cui sono forniti pochi dettagli e che si perde nei meandri degli psicodrammi amorosi dei protagonisti (tanto per dire, quando hanno arrestato il serial killer, io ne avevo persino dimenticato l’esistenza).

In ogni caso, ho tratto diversi insegnamenti anche da una visione che non ho apprezzato. Anzitutto, mai farsi coinvolgere dalla tecnologia dei nostri smartphone e dalle piazze virtuali fino a divenirne dipendenti. Quest’insegnamento che penso sia stato il vero fulcro da cui è partita la sceneggiatura del drama dovrebbe essere valido soprattutto per una generazione che è nata con i profili social e che agisce in base a ciò che va più di tendenza al momento, mangia in base a quanto un cibo o un posto possa essere instagrammabile e va in vacanza in base alla quantità di foto che può caricare e che possono essere apprezzate. Una società che aspira all’essere (vedi l’app che si collega ai parametri vitali), ma diventa solo apparire (i punti della graduatoria di Love Alarm) e che, nel falso mito di rendere tutti eguali (l’app appiattisce tutti, senza distinzione di classi sociali e di ricchezza), crea nuove e più profonde discriminazioni (le nuove classi che si generano in base alla popolarità raggiunta sui social). Un concetto che meritava forse un’analisi più approfondita.

Ma ho imparato un’altra cosa – e la scrivo apparentemente a cuor leggero: pare che gli spettri degli ex innamorati escano sempre, sia che voi vi troviate nella posizione di quella povera fidanzata mortificata di Song Kang, sia che voi siate direttamente Song Kang. Per cui liberatevi di certi fardelli, perché è giusto custodire i ricordi, ma non farsi condizionare così da loro per poter prendere di nuovo in mano la propria vita, riparare il proprio cuore e andare avanti. E, se Song Kang non ha accolto le mie urla di incoraggiamento durante la visione, almeno serva come insegnamento personale.

Consigliato: a chi valuta troppo app, smartphone, tecnologia e social e che forse dovrebbe iniziare a liberarsene; a chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita, ma deve ancora superare i drammi del passato; a chi non ha prestato attenzione alla mia recensione che vi sta sconsigliando di recuperare questo drama. Però, fate un po’ voi.

Captain-in-Freckles

Piccola chicca: esiste per davvero l’app Love Alarm ed è disponibile gratuitamente in qualsiasi AppStore; in Italia non è ancora stata scoperta, ma pare che in Asia stia iniziando ad andare di moda. Provare per cercare malfunzionamenti vari.