Demon Slayer – Entertainment District Arc

La prima parte della seconda stagione di Demon Slayer ci ha regalato una grande emozione e una grande sofferenza con il personaggio di Rengoku, il Pilastro del Fuoco (che ammetto essere uno dei miei preferiti). La seconda parte ci porta a conoscere il complesso e multisfaccettato Tengen Uzui, il Pilastro del Suono, con l’arco narrativo del quartiere dei divertimenti – o dei piaceri “a luci rosse” – di Yoshiwara (Entertainment District Arc). Ancora una volta, abbiamo deciso di raccontarvelo tutto in modo un po’ ironico, episodio per episodio.

ep. 2×08 ~ Il pilastro del suono: Uzui Tengen

Tanjiro e amici sono sconvolti – anzi, distrutti – dalla morte di Rengoku e trascorrono un periodo per rimettersi anche dalle ferite presso la casa delle farfalle. Si allenano, si fortificano, pensano al breve ed intenso legame con Rengoku e sono sempre più intenzionati ad andare avanti con la loro missione. Ma, prima di tutto, Tanjiro va a trovare il padre e il fratello di Rengoku e, tra un’accesa discussione e un inizio di pestaggio da parte del “buon” genitore, mezzo alcolizzato e depresso-aggressivo, la visita assume caratteristiche diverse rispetto al previsto.
Intanto, i nostri tre fanno la conoscenza di Uzui Tengen, anche noto come il Pilastro del Suono e… Tanto vale chiarirlo già da subito: è un pazzo squinternato. È iniziato l’ entertainment district arc.

ep. 2×09 ~ Intrusione nei quartiere dei piaceri

Yoshiwara è il quartiere del piacere e del divertimento o, per dire meglio, il quartiere a luci rosse, pieno di bordelli di ogni tipo, di cui il Pilastro del Suono decanta le lodi come Jack Sparrow a Tortuga. Il nostro Uzui, anche se mentalmente suonato, ha scoperto che tre le oiran e le geishe del quartiere è nascosto un demone molto potente, probabilmente una delle lune. Perciò mette al corrente Tanjiro e i suoi del suo piano: far infiltrare qualcuno all’interno dei bordello di Yoshiwara per indagare sull’identità del demone. Visto, però, che le sue tre moglie, infiltrate in tre diversi bordelli, non sono mai tornate, fa vestire da donna i nostri tre, con tanto di biacca in viso e trucco caricato, e li vende come prostitute a tre diversi bordelli. Non proprio benissimo questo piano.
Scopriamo nell’ordine che: 1) Uzui è fedifrago (e la cosa non era legale nemmeno nel Giappone del 1920); 2) con tutte le probabilità ha proprio ragione sul demone, visto che una delle sue moglie è stata rapita; 3) Inosuke sta molto bene vestito da donna.
Non dimenticheremo mai la faccia truccata di Zenitsu.

ep. 2×10 e 2×11 ~ Chi va là? / Stanotte

Ormai è ben chiaro che le mogli di Tengen sono sparite nel gorgo del quartiere di intrattenimento, ma è anche chiaro che devono essere cadute vittime di quel famigerato demone a chi i nostri stanno dando la caccia e che si rivela essere la crudele oirán Warabihibe. Mentre assistiamo ad una serie di mattanze, fatte passare come suicidi, da parte della oirán, a soprusi e angherie di ogni tipo e a scene molto hentai con una delle moglie di Tengen legata in modo complesso e tentacolare, Zenitsu, nella sua nuova identità femminile, capisce la presenza del demone e la affronta, salvo, poi, sparire dalla circolazione. Ovviamente, Tanjiro e Inosuke ne vanno immediatamente alla ricerca e… parte duello contro la Sesta Luna Crescente Daki (mica una semplice oirán a caso), in cui i nostri dovranno sfoderare tutte le loro tecniche. Cosa accadrà? Ma, soprattutto, dov’è finito Zenit’su?

ep. 2×12 e 2×13 ~ Si fa tutto in modo vistoso / Ricordi Sovrapposti

Tengen Uzui inizia il salvataggio impossibile. Prima, salva una delle sue mogli, legata e avvelenata da un obi maligno del demone. Poi, scatena il tuono e corre come un matto ovunque. Infine, penetra nel sottosuolo dove Inosuke sta già combattendo contro un obi demoniaco che divora vittime. Bisogno temere sempre obi e kimono! Il nostro amato cinghiale, nel frattempo, ha liberato tutti coloro che erano rimasti incastrati, compreso Zenitsu e le altre due mogli di Tengen, che sono delle sorte di ninja appartenenti ad una setta combattente. A quanto pare, la relazione poliamorosa di Tengen va a gonfie vele!
Intanto, Tanjiro combatte alla grande contro la Luna Crescente, senza risparmiare colpi, ma, giacché la respirazione dell’acqua non è ottimale, passa alla danza del dio del fuoco. I risultati, in effetti, sono notevoli, ma con una grande dispendio fisico. Fino a quando arriva Nezuko a combattere contro il demone e dimostra la sua superiorità su tutto e tutti (un’evoluzione che nemmeno i Supersayan di Dragon ball).
Menzione speciale: i ricordi di Rengoku 💔

ep. 2×14 ~Trasformazione

La vera notizia è che Nezuko non è più la piccola Nezuko che ricordiamo, ma si è trasformata in un demone adulto, provvisto di forme e di corna e con un’abilità vampiresca incredibile (manipola il suo sangue e lo usa come un’arma). La cattiva notizia è che in quest’euforia perde completamente il controllo e Tanjiro fatica non poco per tentare di farla tornare la Nezuko di sempre, grazie alle vecchie ninna nanne della mamma. Intanto, la Sesta Luna Crescente Daki scoppia a piangere davanti a Tengen (seriamente) e si fa prendere da una crisi di panico, tanto che decide di richiamare il fratello che sta celato all’interno del suo corpo, un mostro pallido e rachitico, con una voce che fa venire i brividi e che dimostra subito invidia per il nostro Tengen.
Inizia la lotta suprema tra i due.

De segnalare: Zenit’su continua a dormire in piedi.

 ep. 2×15 ~ Adunata

Praticamente, ora sappiamo che la Sesta Luna Crescente sono due demoni, fratello e sorella, che condividono un unico corpo, ma, quando vogliono, possono separarsi, e che sono l’uno più spaventoso dell’altra. Sappiamo anche che Tengen è stato avvelenato dai due fratelli demoniaci, ma che finge di stare bene, e che è uno shinobi, fondamentalmente un ninja di una certa levatura, addestrata per i combattimenti più duri.
Comunque, mentre Inosuke e Zenit’su (ancora addormentato) combattono contro la sorella demoniaca, Tengen e Tanjiro affrontano l’orribile fratello e… Cliffhanger!

ep. 2×16 ~ Una volta sconfitta una Luna Crescente

ALT! Come direbbe un amico con cui condivido le visioni di quest’anime, il titolo è ingannevole in maniera illegale. Avanti, cari autori, ditemi quando, dove e come viene sconfitta una Luna Crescente.
Episodio di una bellezza visiva unica e di azione esplosiva, in cui ripassiamo insieme a #tanjirokamado la respirazione dell’acqua, vediamo un passaggio di tutti i #kata che vi sono associati (ma anche di quelli associati alla respirazione della Bestia, del Fulmine e del Suono), combattiamo anche noi “in modo vistoso”, come vorrebbe #tengenuzui, e ci dividiamo un po’ a sferrare un colpo a fratello e sorella della #sestalunacrescente insieme a #inosukehashibira e #zenitsuagatsuma. Solo che, alla fine, Tanjiro sbalza giù dal tetto, Zenit’su fa gli straordinari e Tengen… si unisce alla tradizione degli #skywalker di perdere un braccio in duello.

ep. 2×17 e 2×18 – Non mi arrenderò mai / Se anche mi reincarnassi diverse volte

Dove eravamo rimasti? Praticamente, con lo sfacelo: Tengen Uzui avvelenato dal sangue di demone, ferito gravemente, accecato all’occhio destro, mutilato al braccio sinistro, quasi in fin di vita; Inosuke quasi immune al sangue velenoso del demone, ma gravemente pugnalato al cuore; Zenit’su sempre dormiente e coraggioso, ma travolto dalle rovine crollate degli edifici; e il nostro Tanjiro, molto malmesso e indebolito, che tenta di cavarsela da solo contro la Sesta Luna. E, nonostante le batoste, gli insulti, i colpi e le dita spezzate (letteralmente), sebbene più volte soccombente, Tanjiro non si arrende fortemente e rifiuta qualsiasi offerta di diventare demone. Fino a quando i tre gravemente feriti non si risvegliano di colpo e, in cooperazione, riescono a liberarsi in contemporanea dei due fratelli demoniaci: Tanjiro e Tengen decapitano il potente fratello, mentre Inosuke e Zenit’su fanno saltare la testa della sorella. Peccato che i loro sforzi rischiano di essere vani, visto che sono tutti mortalmente feriti, più vicini all’aldilà che alla vita terrestre. Ma, ancora una volta, portare dietro nella gerla in spalla la sorellina demoniaca si rivela un’ottima idea: Nezuko esce dal suo rifugio e riesce ad eliminare il veleno nei corpi dei nostri e a guarirli. Tengen, non ti perderemo! ❤️ Tanjiro si assicura della morte della Sesta Luna e, piccolo regalo molto apprezzato, ci viene regalato un lungo flashback piuttosto commovente sulla triste storia dei due fratelli demoniaci e su come sono diventati la Sesta Luna, ricordandoci, anzitutto, che ogni demone è stato un essere umano che ha sofferto e che spesso è morto brutalmente. Non possiamo perdonare la Sesta Luna per i suoi crimini, ma adesso sappiamo che i suoi due volti si chiamano Ume e Gyuntaro e che, forse, se fossero nati in altre circostanze, avrebbero avuto una vita (e un’eternità) diverse. È toccante il legame e l’affetto che unisce i due fratelli che si ripromettono di stare sempre insieme anche nelle prossime vite. Bonus finale: appare Obanai Iguro, il Pilastro del Serpente, che ammonisce Tengen Uzui per essersela cavata così male contro la più debole delle lune demoniache (ma sei serio?) e rimane sorpreso e allibito dell’abilità di Tanjiro (non ci credevo, vero?). Altro Bonus: il capofamiglia degli ammazzademoni apprende tutte le notizie e sa che la battaglia finale si sta avvicinando e che c’è finalmente la possibilità di uccidere Muzan.

Captain-in-Freckles

Per recuperare la recensione (episodio per episodio) di Demon Slayer – Mugen Train Arc, cliccate qui.

One Page Love

Una storia deliziosa quella di “One Page Love”, un drama giapponese in cui mi sono imbattuta, per caso, qualche tempo fa, mentre cercavo un titolo simile.

Tenete presente che qui il filo rosso del destino, tematica molto cara agli appassionati di manga e anime giapponesi, è anche il filo conduttore della storia.

La diciassettenne Minase Akari (Hashimoto Kanna) va in vacanza con la famiglia sull’isola di Kyushu e qui alloggiano in una pensione. Durante la vacanza, Akari conosce il figlio del proprietario della pensione, Morita Ikumi (Mizuki Itagaki), un ragazzo gentile e solitario che si innamora da subito di Akari. I due trascorrono molto tempo insieme e il loro legame diventa sempre più stretto fino ad una notte magica in cui si siedono sulla spiaggia a vedere una pioggia di stelle cadenti, evento raro che ha luogo sopra il cielo dell’isola di Kyushu una volta ogni quattro anni. Al momento della separazione, quando Akari e la sua famiglia devono tornare a casa, i due ragazzi promettono di rivedersi e riunirsi nello stesso luogo sotto il manto di cielo stellato fra quattro anni.

Trascorso il tempo previsto, Akari, che ora ha più di vent’anni, torna sull’isola con la speranza di rivedere Ikumi e di realizzare il suo sogno, ma Ikumi non si presenta all’appuntamento e la pensione sembra abbandonata, tutto questo fa cadere la ragazza in uno sconforto totale. Nel suo viaggio Akari conosce Hoshino Aritoshi (Furukawa Yuki), un fotografo di paesaggi che, a differenza di Ikumi, è molto più spigliato, esuberante ed estroverso e che sembra avere un debole per Akari. La ragazza stessa sembra provare qualcosa per Aritoshi anche quando, una volta tornati a Tokyo, viene spronata da lui stesso ad andare avanti con il suo manga dal titolo, “One Page Love”, una delicata storia d’amore e una promessa fatta sotto un cielo stellato.

Quando Akari sembra avvicinarsi ad Aritoshi, una sera d’inverno, tra le strade di Tokyo, ricompare Ikumi, non più l’Ikumi timido e dall’animo sensibile che ha conosciuto la nostra protagonista, ma un ragazzo ombroso, cupo, che lavora presso un locale “equivoco”.

Cosa sarà mai successo ad Ikumi e perché fa finta di non conoscere Akari e di trattarla in modo così poco gentile?

Akari non si arrende e decide, quindi, di scoprire cosa possa essere accaduto in quei quattro anni, mossa ancora dal forte legame che prova per Ikumi. Nel frattempo, però, riuscirà a dirimersi tra il corteggiamento di Aritoshi e a non offendere i sentimenti che prova per lei il suo amico d’infanzia, Yamato?

La storia va avanti così, come il manga della protagonista, ogni giorno si apre una pagina nuova e una nuova immagine colora la trama. Sarà più forte il destino o un nuovo cambiamento?

Vi consiglio questo drama, composto solo da sei episodi che sembra uscito proprio da un manga e, nel senso letterale, i disegni della protagonista prenderanno anima e daranno un tocco speciale alla storia.

Memoru Grace

Il Festival della neve a Sapporo

Il 18 febbraio del 1950 a Sapporo, precisamente nel parco Odori, un gruppo di sei studenti costruì diverse sculture di neve e di ghiaccio. Questo avvenimento colpì a tal punto l’attenzione degli abitanti e dei media locali che presto la notizia si diffuse anche a livello nazionale. L’iniziativa di questi ragazzi incuriosì la popolazione e regalò una nota di entusiasmo e di ripresa dalla depressione post-bellica, visto che il secondo conflitto mondiale era finito appena cinque anni prima.

Così nacque il Festival della neve di Sapporo (札幌雪祭り- Sapporo Yuki-matsuri) che ormai ha superato i settant’anni.

Dal 1950, infatti, ogni anno, agli inizi di febbraio, per circa 6-7 giorni, si svolge a Sapporo, soprattutto nel Parco Odori e nel quartiere di Susukino, il Festival della neve che richiama circa due milioni di turisti l’anno.

Durante la manifestazione vengono costruite sculture in neve o in ghiaccio dalle notevoli dimensioni, tra i 15 e i 25 metri di altezza. Le sculture possono rappresentare temi di attualità, riprodurre monumenti esistenti oppure soggetti di fantasia o tratti da anime e manga. Spesso tra le sculture sono presenti personaggi tratti dal mondo dello Studio Ghibli, Totoro, il Gattobus, etc…oppure ispirate a fiabe o a saghe.

Ogni anno, poi, molte sculture sono dedicate ad alcuni eventi in particolare, ad esempio, qualche anno fa era il momento di “One Piece”, riprodotto in tantissime statue di ghiaccio o nel 2016 le sculture di “Attack on Titan” hanno attratto diversi fan e turisti anche per via delle luci che hanno reso suggestivo l’effetto del ghiaccio.

Nel 1972 il Festival di Sapporo richiamò l’attenzione internazionale perché coincise con l’XI edizione dei Giochi Olimpici Invernali, prima edizione olimpica invernale della storia in Asia. Dal 1974, infatti, viene indetto un concorso che mette a confronto le sculture più belle e da qualche decennio partecipano anche squadre provenienti da diversi paesi del mondo.

Oltre al Parco Odori si possono ammirare le sculture di ghiaccio anche all’interno del “Sapporo Community Dome”, un grandissimo palaghiaccio situato a Higashi-ku e chiamato anche comunemente “Tsudōmu”.

Memoru Grace

Vagabond (ovvero l’eroismo dell’umanità)

Potrei scrivere tanti motivi per cui “Vagabond”, casualmente finito nella mia lista di Netflix, è diventato presto uno dei miei drama preferiti, ma raramente si riesce a calibrare dramma politico, scene d’azione, thriller di spionaggio e storia romantica in modo così delicato e mai banale. Tanto che l’unica vera pecca della serie è che 16 episodi sono troppo pochi e che ormai ne pretendo almeno altri 16 (soprattutto a causa del finale aperto e degli interrogativi che lascia).

Cha Dal-gun (sapete già quanto adoro Lee Seung-gi) è un ex controfigura di film d’azione, che sognava di diventare un regista di pellicole di arti marziali, ma che si trova a sbarcare il lunario in tutti i modi per mantenere se stesso e il nipotino di 11 anni, rimasto orfano del padre e abbandonato dalla madre. Un giorno, l’aereo su cui viaggia il nipote, diretto con la sua squadra di Taekwondo in Marocco, precipita misteriosamente a causa di un presunto guasto meccanico che provoca la morte di tutti i passeggeri. Cha Dal-gun, che non si dà pace della morte del nipote, scopre che l’incidente nasconde un attentato terroristico. Nella sua ricerca della verità e della giustizia, viene aiutato dall’agente dei servizi speciali Go Hae-ri (bellissima e bravissima Bae Suzy), che nessuno all’agenzia prende in considerazione, ma che ha la costanza e l’onestà che manca a tutto l’establishment politico. Tra colpi di scena, voli dai palazzi in fiamme e lotte a suon di arti marziali, Go Hae-ri e Cha Dal-gun arriveranno alla verità. Ma non tutto, alla fine, è come sembra.

Lee Seung-gi sembra nato per interpretare questa parte, con il physiche du role giusto per emulare Jackie Chan e Bruce Lee insieme, ma con quell’ingenuità del bravo ragazzo con un alto senso morale, un po’ alla Frank Capra, che crede nella giustizia e nei valori fondamentali e che lotta fino alla fine per far trionfare il bene. Un eroe, che non voleva essere tale, ma che si trova immischiato in una situazione più grande di lui e che, tutto sommato, sa gestirla alla grande. Bae Suzy è l’ottimismo in persona: quando anche i servizi segreti la danno per spacciata, non si arrende di fronte a nulla e ha un recettore invisibile per capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, che la porta a credere fortemente nel bene. E, così, di fronte a tanti personaggi che ci propinano le serie televisive, costituiti da poche luci e tante ombre, “Vagabond” ci presenta due protagonisti estremamente positivi, che lottano per far brillare la giustizia, perché il vero eroismo si trova solo nell’umanità.

Ci sono almeno tre scene di grandissimo impatto ed umanità, che già da sole valgono il recupero della serie: quando i parenti delle vittime si mettono davanti al testimone chiave del processo e ai due protagonisti per proteggerli dai cecchini e farli arrivare incolumi al processo; quando il protagonista e i genitori degli altri bambini si trovano, ognuno per i fatti suoi, in chiesa a pregare per l’intervento chirurgico a cui è sottoposta la protagonista; quando Dal-gun aiuta Hae-ri con la fisioterapia (fidatevi, questo momento da solo vi farà adorare la serie).

Inoltre, diciamo la verità: abbiamo bisogno di più Dal-gun e Hae-ri, abbiamo bisogno di più serie come “Vagabond”, ma, soprattutto, abbiamo bisogno di più esseri umani comuni che si trasformano in eroi per via della loro umanità.

Consigliato: a chi cerca una storia che faccia brillare i valori e la giustizia e a chi crede che, alla fine, il bene vince sempre; a chi ama le arti marziali e a chi cerca storie d’amore con poche pennellate; e, infine, a chi adora Lee Seung-gi e Bae Suzy.

Captain-in-Freckles

Lovely Sara

Nel 1985, “Lovely Sara” (小公女セーラ Shōkōjo Sēra) contribuì ad arricchire quel bellissimo progetto della Nippon Animation, iniziato nel 1975 e chiamato “World Masterpiece Theater”, che aveva come obiettivo la trasposizione in anime di molti capolavori della letteratura per l’infanzia.

“Lovely Sara” è infatti ispirato a “La piccola principessa”, romanzo di Frances Hodgson Burnett.

La storia narra delle avventure o meglio disavventure di Sara Morris, una bambina di dieci anni che, nel momento in cui il padre decide di tornare a Londra dall’India, viene iscritta al collegio femminile diretto dalla terribile Miss Minci. La piccola Sara, orfana di madre, ha un rapporto stretto con il padre che l’ha cresciuta con cura e affetto, ma che presto sarà costretto a lasciare la figlia a Londra e a ripartire di nuovo per l’India.

Sara, nonostante il trattamento privilegiato che le riserva Miss Minci, a causa della ricchezza del padre, non è una bambina arrogante, né altezzosa, ma generosa e gentile con tutti e questo carattere la rende cara a molte compagne di collegio, a Peter, il cocchiere, a Becky, la sguattera, ma invisa ad altri, soprattutto alla perfida Lavinia che le renderà la vita impossibile fin da subito.

Un giorno, proprio durante la festa di compleanno di Sara, giunge al collegio la terribile notizia della morte del padre della bambina e della perdita di tutte le proprietà e averi a causa di un cattivo investimento in una miniera di diamanti in India.

Da questo momento in avanti, la vita di Sara cambia completamente, le sue giornate saranno durissime e piene di lavori e di fatiche, non frequenterà più le lezioni, verrà trasferita nella stanzetta in soffitta e dividerà la sua cena con Becky: questo il trattamento riservato per lei da Miss Minci che la terrà al collegio solo sotto queste condizioni per guadagnarsi da vivere.

Sara resta sola al mondo, senza nessuno, tranne l’affetto di poche persone che ha sempre trattato bene e con la presenza della sua bambola Priscilla, ultimo ricordo del padre.

A Sara resterà solo l’immaginazione e la fantasia, spesso la sua squallida stanzetta in soffitta si trasformerà in una reggia sempre nei suoi sogni e, così, la bambina troverà la forza di affrontare con coraggio giorno per giorno.

Come in quasi tutti i cartoni animati della nostra infanzia, dopo fiumi di lacrime versati e amarezze, da uno spicchio di cielo, entra, prima o poi, un raggio di sole e per Sara sarà rappresentato dal nuovo abitante della casa accanto, un misterioso inquilino, e da Ram Dass, il suo attendente indiano.

Qualcosa cambierà nella vita di Sara e la porterà ad un finale di riscatto, dove la bambina riuscirà a riappropriarsi della sua fortuna e sarà ripagata per la sua gentilezza e nobiltà d’animo.

Rispetto al romanzo della Burnett l’anime presenta alcune variazioni, ma non molte, perché risulta fedele all’opera letteraria, tipico di molti anime del progetto World Masterpiece Theater.

Se ricordate questo anime, sarà piacevole riguardarlo, se, invece, non lo avete mai visto, sarà il momento perfetto per recuperarlo perché ne vale la pena, è un classico intramontabile che anche nel cinema e in televisione ha visto diverse versioni e nel 2009 anche un dorama di dieci puntate.

Personalmente, Lovely Sara è uno dei miei anime preferiti, lo ricordo da sempre, anzi, lo associo al ricordo di un pomeriggio di inverno in compagnia di una coppa bianca, mentre mi immergo nelle avventure e nei sogni di Sara, nella Londra fumosa di fine 1800.

Memoru Grace

Gli amici di papà – La porta è sempre aperta

Sono molte le sit-com a tema familiare che hanno occupato i nostri palinsesti degli anni Ottanta e Novanta, ma di certo una delle più longeve è stata “Full House” che in Italia conosciamo con il titolo, “Gli amici di papà” e che ha occupato un arco temporale dal 1987 al 1995.

Inoltre, anche noi di Stranger Club of Series vogliamo dare il nostro piccolo contributo per ricordare il compianto Bob Saget che ci ha lasciati qualche settimana fa, ma che di Full House è stato il vero faro di luce. Artista completo, attore, conduttore televisivo, regista e comico soprattutto negli spettacoli di umorismo blu, è stato per un decennio uno dei papà preferiti del piccolo schermo per molte generazioni.

Nel 1987, quando cominciò “Full House”, Bob Saget aveva poco più di trent’anni e rivestiva i panni di Danny Tanner, un giovane padre rimasto vedovo con tre bambine. Danny è un presentatore sportivo e, dopo la morte della moglie, recluta, per aiutarlo ad occuparsi delle figlie, il cognato Jess, giovane musicista rock interpretato da John Stamos e il suo migliore amico Joey, un cabarettista sempre pronto a fare il grande salto per il successo, interpretato da Dave Coulier .

Le tre figlie Donna Jo, detta DJ (Candace Cameron), Stephanie (Jodie Sweetin) e Michelle (interpretata da entrambe le gemelle Olsen, Mary-Kate e Ashley) regalano momenti di allegria alla sit-com e fanno spesso impazzire i tre poveri adulti che si occupano di loro, ma il corollario degli altri personaggi impreziosisce la trama del telefilm. Come non ricordare l’eccentrica Kimmy Gibbler (Andrea Barber), la vicina di casa nonché migliore amica di DJ o Becky Donaldson (Lori Loughlin), la fidanzata di Jesse che con lui convolerà a nozze nella quarta stagione?

Dopo ben 8 stagioni e 192 episodi, “Gli amici di papà” giunge al termine nel 1995: le bambine sono ormai cresciute, quante cose sono avvenute, ma per il papà Tanner e per i suoi amici nulla è veramente cambiato perché il cuore degli spettatori, fino all’ultimo episodio, vuole ascoltare la famosa frase “La porta è sempre aperta” e la famiglia Tanner è stata garanzia di accoglienza e di simpatia per molto tempo e, tra tutti, Bob Saget, con il suo sguardo malinconico e la sua innata simpatia.

Nel 2016 Netflix ha ripreso l’idea di Full House e ha prodotto “Fuller House- Le amiche di mamma”, dove la protagonista è DJ che, rimasta vedova, richiama a sè la sorella Stephanie e l’amica Kimmy perché ha bisogno di un aiuto a casa e con i bambini. Progetto che conta cinque stagioni e 75 episodi, stessa allegria e complicità della sitcom degli anni Ottanta, con le ragazze ormai adulte e con i problemi di tutti i giorni per assaporare la nostalgia dei vecchi tempi. In molti episodi della nuova serie, poi, tornano il signor Tanner e i suoi amici e, per loro, la porta è sempre aperta!

Memoru Grace

A Korean Odyssey (ovvero come diventare gli eroi della propria storia e avere amici soprannaturali)

Ammetto di avere una vera e propria fissa per questo drama, che non è perfetto, ha tante e gravi carenze tecniche (il green screen sparato a caso, gli effetti speciali solo intuiti), ma che è stato per me quasi un ritorno all’infanzia, un tuffo in un mondo fiabesco e magico, pieno di personaggi strani, fantasmi, demoni malvagi e spiriti guida, dove il vero potere soprannaturale deriva dalla forza e dalla determinazione nascosti in noi stessi.

La protagonista, Jin Seon-mi (perfetta Oh Yeon-seon in questo ruolo), è una bambina timida e solitaria che vede e parla con fantasmi e strane creature e, un giorno, stringe con uno di essi uno strano patto di protezione, salvo dimenticarsi totalmente – a causa della magia del suo interlocutore soprannaturale – il suo vero nome. Venticinque anni dopo, diventata una donna schiva e riservata, perennemente vestita di nero e responsabile di un’agenzia immobiliare che gestisce “case infestate” (seriamente, è proprio il suo lavoro!), si imbatte casualmente nella creatura del suo patto d’infanzia. Egli si rivela essere Son O-gong (interpretato dall’istrionico Lee Seung-gi), Grande Saggio, Pari del Cielo, spirito della Scimmia, ma soprattutto spirito divino, eccentrico, spregiudicato, indisciplinato ed egoista, punito dal cielo per le sue numerose malefatte e spedito sulla terra, condannato a non bere alcolici (grande sacrificio per il povero Son O-gong, che colleziona liquori pregiati nel suo Grotto della Scimmia) e legato indissolubilmente al destino di Jin Seon-mi (su cui grava il ruolo e il compito di Samjang, come salvatrice dell’umanità), grazie anche ad un braccialetto fatato, il Geumganggo, da cui non riesce a liberarsi. L’incontro/scontro tra i due non è dei più semplici, tra litigi, momenti di complicità e di gelosia che si alternano, i “Saranghae” (ti amo, in coreano) urlati da Son O-gong e i tentativi di Jin Seon-mi di ignorarlo.

Col tempo, però, i due diventano una squadra infallibile contro mostri, malefici e diavolerie varie, coadiuvati dalla presenza di altre creature nascoste in semplici umani: Woo Hwi-chul (interpretato da Cha Seung-won), mentore e produttore musicale di un programma simile a X-Factor, ma che, in realtà, è il Re Demone / spirito del toro Woo Ma-wang; P.K. (interpretato da Lee Hong-ki), cantante idol con folle di fanatici, ma che, in realtà, è lo spirito del maiale Jeo Pal-kye; Ma Ji-young (interpretata da Lee El), fedelissima segretaria di Woo Hwi-chul, ma anche spirito del cane; Richie (interpretata da Lee Se-young), uno zombie dal cuore d’oro; Alice (interpretata da Yoon Bo-ra delle Sistar), formalmente una cantante narcisista, ma, in realtà, lo spirito del polipo Ok-ryong; Yoo Dae-sik (interpretato da Jang Gwang), un pacato uomo d’affari di mezza età, che cela l’identità dello spirito della sabbia Sa Oh-jeong; per non dimenticare il Generale Inverno e la Fata dell’Estate (interpretati, entrambi, da Sung Hyuk). Le avventure del nostro composito e “mostruoso” gruppetto quasi umano vanno avanti, vicenda per vicenda, fino ad arrivare al finale, cioè a compiere il destino fatale di Samjang e del suo spirito guardiano Son O-gong per salvare l’umanità dal Male supremo. Ma, ancora una volta, i due, che hanno messo più volte in crisi il Cielo, cambieranno quello che è stato scritto per loro, dimostrando che ognuno è padrone del proprio destino, soprattutto quando si può contare sull’aiuto di amici così meravigliosi.

“A Korean Odyssey” (Hwa-yugi) è la libera trasposizione delle leggende contenute nel libro “Il viaggio in Occidente” di Wu Cheng’en, un vero classico in tutto l’Estremo Oriente, che narra le vicende fantastiche del viaggio di Sanzang, un monaco buddista incaricato di portare in India delle sacre scritture e scortato nella sua missione da una piccola schiera di mostri buffi e magici, capeggiati da Sun Wukong, meglio noto come Scimmiotto (o il Re Scimmia). Il libro ha avuto numerose versioni più o meno sintetizzate o adattate per un pubblico di bambini (in Asia tutti i bambini adorano Scimmiotto) ed è stato più volte fonte di ispirazione di film, serie, cartoni animati (lo stesso Goku di Dragon Ball è ispirato al personaggio di Scimmiotto).

Il drama è un mix di registri dove il fantastico e il meraviglioso si incastrano con leggerezza con il comico e il romantico, grazie ad interpretazioni sempre perfette e mai esagerate o stonate, calcolate all’unisono in una narrazione fiabesca. Un esperimento che regala freschezza e buonumore, ma che fa anche capire quanto ognuno di noi sia speciale, quasi come se fosse Samjang.

Consigliato: a chi ama la fiabe e le leggende; a chi adora le atmosfere fantastiche e i personaggi soprannaturali; a chi vuole immergersi in un altro mondo e uscirne fortificati; oppure a chi apprezza i look eccentrici di Scimmiotto (pellicce rosse comprese).

Captain-in-Freckles

Do Do Sol Sol La La Sol – La musica, la speranza e la vita

Quando ho scelto di guardare DoDoSolSolLaLaSol ero stata attirata principalmente dal titolo e dalle tre righe di presentazione della trama dove mi aveva convinto da subito l’importanza della musica per tutti i 16 episodi.

Dal primo episodio in avanti sono stata folgorata dalla storia, non solo la musica era importante (per questo vi consiglio di godervi la colonna sonora e i brani scelti), ma avevo capito che la trama, i personaggi, i colori, le ambientazioni e le interpretazioni erano parte integrante del fascino di questo drama e, se questo non bastasse, a prima puntata il mio cuore è stato colpito dalla scena commovente in cui la protagonista da piccolina, a primo saggio di pianoforte, scoppia a piangere davanti al pubblico nel mezzo dell’esibizione perché non ricorda per intero il brano, mentre il papà, alzatosi, inizia ad applaudirla per farle coraggio. Due bei lacrimoni di commozione hanno solcato le mie guance e mi hanno convinto a continuare la visione di questo drama e a farmi emozionare.

So che vi ho “spoilerato” un breve fotogramma, ma credetemi ne valeva la pena anche solo per cercare di comunicarvi quanto alcune scene incantevoli di pura sensibilità appartengano a questa storia.

Entriamo, però, nel pieno della trama. Goo Ra-ra (interpretata dalla bravissima e splendida Go Ara) è una giovane pianista di buona famiglia rimasta orfana di madre a pochi giorni dalla sua nascita, ma con un padre che l’ha cresciuta con tanto affetto e tante attenzioni, non facendole mancare mai nulla, tenendola, però, suo malgrado, lontana dalle situazioni sgradevoli e non abituandola mai ad affrontare le difficoltà della vita.

Ra-ra cresce come una ragazza affettuosa e gentile, ma abbastanza sprovveduta e ingenua, non riesce a prendersi cura di se stessa senza il sostegno di qualcuno, ma ad un tratto la sua vita va rotoli e più di una situazione imprevista la faranno ricominciare da zero, lontana da Seoul fino a Eunpo, piccolo paese costiero distante dalla città.  

La distanza dalla città è molto importante per l’evolversi della storia e l’abbiamo vista già in altri drama (“Crash Landing on you”, “Hometown cha cha cha”, potete recuperare i nostri articoli nel blog). Rifugiarsi, infatti, in un luogo diverso da quello cittadino, porta la protagonista ad allontanarsi dalla realtà affollata e a concentrare tutte le sue potenzialità e le sue capacità in un luogo più piccolo dove poter riuscire ad avere tempo per capire se stessi, fare i conti con le proprie paure e rinascere.

Ra-ra deciderà di trasferirsi a Eunpo quasi con leggerezza perché, dopo aver perso tutto, coglie l’invito di dodosolsollalasol, un suo contatto sui social che la invita a raggiungerlo a Eunpo per ritrovare un po’ di serenità. Chi sarà mai dodosolsollalasol? Un contatto che la segue, ma che lei non conosce, sembra gentile, ma non pubblica foto di se stesso, solo dei meravigliosi tramonti ad Eunpo e una volta arrivata lì non riuscirà mai a trovarlo.

Dopo questa scelta impulsiva, sempre dettata dalla genuinità che la contraddistingue, Ra-ra incontrerà nuovamente il misterioso Sunwoo Joon, un ragazzo che aveva già conosciuto a Seoul, ma di cui aveva perso ogni traccia e che in effetti non conosce poi così bene, è sempre molto riservato in merito al suo passato e alla sua vita, ma per Ra-ra diventerà un vero e proprio punto di riferimento. Joon (interpretato dal giovane e bravissimo Lee Jae-Wook) sembra ombroso, ma in realtà è un ragazzo dall’animo nobile e gentile che sembra essere accompagnato da un continuo velo di malinconia e la vicinanza di Ra-ra, sempre sorridente, distratta, ma adorabile, gli riempirà il cuore di gioia.

Come note sullo stesso pentagramma si uniscono alla vita di Ra-ra altri personaggi di Eunpo, la parrucchiera madre single con il suo gruppo di amiche, le QVD (cioè, le quasi divorziate) che regaleranno alla storia momenti esilaranti; la figlia della parrucchiera e il suo amico di infanzia; il signor Kim, molto affezionato allo stesso Joon, un anziano che sogna di poter suonare la “Prière au Vierge” della Baranowka in ricordo della moglie defunta; il piccolo Jae-min, bambino prodigio del pianoforte, tra i primi allievi della scuola di musica che aprirà Ra-ra ad Eunpo ed infine il dottor Cha, grande sostegno per la stessa protagonista, nonché amico-rivale di Joon, un perfetto second lead che adorerete.

Desidererei aggiungere altro, ma non voglio dilungarmi, spero, però, di avervi incuriosito per poter apprezzare totalmente questa storia che fa bene al cuore e che è a tratti allegra come un raggio di sole, così come lo è la stessa protagonista, e a tratti drammatica, ma sempre delicata, con un tocco di romanticismo che ci fa sospirare fino alla fine per riuscire a percepire la musica della speranza, che è un vero e proprio soffio di vita.

Memoru Grace

MODEST HEROES – I piccoli eroi dello Studio Ponoc

Nel 2015 Yoshiaki Nishimura e Hiromasa Yonebayashi, noti entrambi per aver lavorato presso lo Studio Ghibli, fondano lo Studio Ponoc, il cui nome è ispirato ad una parola di origine serbo-croata che significa “mezzanotte”, per enfatizzare il momento in cui un giorno finisce e ne inizia un altro.

Il primo lungometraggio dello Studio Ponoc è “Mary e il fiore della Strega”, di cui parleremo nei mesi a venire, mentre il loro secondo lavoro è “Modest Heroes”. Una scelta particolare per lo studio Ponoc perché Modest Heroes è un anime composto da tre cortometraggi, un vero e proprio film collettivo di animazione che va a costituire il primo volume dell’antologia cinematografica “Ponoc Short Films Theatre”. Noi speriamo davvero molto che arriveranno presto i prossimi volumi di antologia dello Studio Ponoc per poter apprezzare il progetto iniziato con Modest Heroes!

Il primo dei cortometraggi si intitola “Kanini & Kanino”, la storia di due fratellini che vivono sott’acqua in un lago. Si tratta di due creature molto piccole dalle fattezze umane che vivono la loro vita spensierata sott’acqua fino a quando una forte corrente trascina via il loro papà, mentre la mamma è lontana per dare alla luce un altro bambino. Riusciranno i due fratellini a ritrovare i genitori dopo aver percorso un viaggio irto di pericoli? Hiromasa Yonebayashi firma la regia della prima storia di Modest Heroes.

Il secondo dei cortometraggi si intitola “Life Ain’t Gonna Lose”, il cui titolo originale è “Samurai Egg “(“L’uovo samurai”) ed è diretto da Yoshiyuki Momose, parla di un bambino di nome Shun, nato con una gravissima forma di allergia alle uova. Tutti i familiari di Shun sono concentrato nel controllare tutto ciò che mangia il bambino e nel non farlo venire a contatto con nessun alimento che sia stato vicino alle uova. Sotto questo stress quotidiano, la mamma di Shun cerca di ritagliare un piccolo spazio per il suo sogno di continuare la sua carriera di ballerina anche se si sente sempre in colpa credendo di togliere spazio e attenzione al figlio. Un giorno Shun mangia inconsapevolmente qualcosa che lo mette in pericolo.

Il terzo dei cortometraggi si intitola “Invisible”, alla regia Akihiko Yamashita che ci narra una storia commovente ed emozionante. Il protagonista è un impiegato che vive nella totale invisibilità ed è ignorato da tutti. Poiché è invisibile, deve sempre portare con sé dei pesi per non volare via. Un giorno, però, viene quasi portato via dal vento quando perde l’estintore che lo aiutava a poggiarsi e a trattenersi a terra, incontra in questo frangente un cieco che gli parlerà normalmente senza problemi e che gli farà acquistare stima. L’uomo invisibile avrà l’opportunità di diventare un eroe.

Piccoli eroi quotidiani, fantastici, surreali, bizzarri in queste storie ben narrate nella prima opera antologica dello Studio Ponoc. Le musiche sono state curate da Takatsugu Muramatsu (che si era già occupato della colonna sonora di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega”), Masanori Shimada e Yasutaka Nakata.

Memoru Grace

The Silent Sea (ovvero lo spettro del nostro futuro)

Potrebbe trattarsi di uno dei rari casi in cui le nostre rubriche DramaReview e The SciFiCorner si uniscono per una recensione e non volevo assolutamente perdermelo.

“The Silent Sea” è una breve produzione coreana marcata Netflix (solo 8 episodi, di circa 45 minuti l’uno), che strizza l’occhio alle mega produzioni sci-fi americane, ma che rimanda anche alle esperienze distopiche e fantascientifiche provenienti da Seoul e dintorni (vedi la serie “Snowpiercer”, ispirata al fumetto coreano), con un cast di primo piano, in cui spiccano Bae Doona (“Sense 8”, “Cloud Atlas” e “Kingdom”) e Gong Yoo (“Train to Busan”, “Coffee Prince”, ma soprattutto “Guardian: The Great and Lonely God”, anche noto – e amato da tutti i dramisti – come “Goblin”).

In un ipotetico e molto probabile futuro, una crisi climatica ha fatto sparire i mari e gli oceani, rendendo l’acqua una risorsa tanto scarsa e preziosa, da divenire anche parametro per le differenze sociali: si riceve acqua in base al proprio status socio-economico e/o all’importanza del proprio ruolo (il tema tanto caro ai drama coreani delle divisioni sociali che è stato uno dei fulcri di “Parasite” e “Squid Game” qui torna, adombrato sullo sfondo), senza alcun riguardo per famiglie numerose e povere (la mortalità infantile è un dato di fatto endemico). La siccità, inoltre, ha provocato la diffusione di malattie ed epidemie (non vi sembra di vedere un copione che temiamo tutti quanti?) e la scienza tenta di trovare nuove prospettive per risolvere la situazione. Con un simile scenario, l’agenzia spaziale coreana decide di inviare una squadra di astronauti in una base lunare dove già uno strano incidente aveva sterminato un’intera squadra di scienziati (quante buone premesse!). Ovviamente, anche la missione lunare – di cui, all’inizio, nessuno sembra fornire spiegazioni congrue – si rivela ben presto una possibile missione suicida agli occhi del Capitano Han (un Gong Yoo, freddo e di grande intensità) e della astro-biologa reinventatasi etologa Song Ji-an (la bravissima Bae Doona), soprattutto dopo una serie di scoperte che metteranno a nudo la domanda etica su quali siano i limiti della scienza e su come possa disumanizzarsi in nome di un credo tecnologico che diventa quasi religioso.

Tra suspence e colpi di scena (fidatevi, uno dietro l’altro, da farvi saltare sulla sedia), citazioni di Alien e complessi dostoevskijani, la serie trasporta a ritmo serrato in un mondo che non ci sembra tanto dissimile da quello che stiamo vivendo e che stiamo costruendo – ahimè! – giorno per giorno, ponendo tanti interrogativi morali, che vengono lasciati volutamente in sospeso, affidando allo spettatore il compito di discernerli e di risolverli. La più grande lezione che il drama può offrirci è, però, quella che non può esserci progresso senza umanità, perché anche laddove la scienza sembra portare a grandi conquiste, se si priva della morale, non potrà mai costruire un futuro migliore per l’uomo.

Consigliata: a chi ama la fantascienza, anche senza amare i drama coreani; a chi ama i drama coreani, anche senza amare la fantascienza; a chi ama guardare una serie, ponendosi mille interrogativi o semplicemente entrando in fibrillazione ad ogni scena; oppure a chi ama Gong Yoo (perché, diciamolo, non è che passa proprio inosservato).

Captain-in-Freckles