SwordArt OnLine – I stagione: Aincrad & Fairy Dance

Avete mai provato ad immergervi così tanto in una realtà virtuale da credere di viverci all’interno? O, giocando a D&D, avete mai smarrito la strada in un dungeon qualsiasi, tanto da perdere la cognizione del tempo e dello spazio, ma riemergendo con la spada in pugno e un certo quantitativo di punti? Ebbene, se avete anche solo una vaga idea di quello che significa, siete pronti per entrare nell’universo di Sword Art Online con la stessa baldanza di Kirito, Asuna e delle loro spade per affrontare mostri variegati, prove disparate e guerre leggendarie. Ebbene, noi abbiamo deciso di recensire quest’opera complessa e monumentale di light novel, nata dalla matita di Reki Kawahara e che ha dato vita, a manga tankobon, ad una serie anime di 98 episodi e a due film, in tre parti – con tre articoli distinti corrispondenti alle tre stagioni. Per cui, mettetevi comodi e iniziamo il viaggio.

Nel 2022, il geniale programmatore giapponese Akihiko Kayaba lancia l’hardware NerveGear, costituito da una tecnologia Full Dive che permette di connettersi direttamente con la coscienza della persona che lo usa, immergendolo totalmente in una realtà virtuale multidimensionale dove l’avatar della persona agisce secondo i suoi impulsi nervosi e la sua stessa mente. Il NerveGear viene testato su un mondo di realtà virtuale, cosiddetto Sword Art Online, di fatto un gioco in un’ambientazione simil-medievale e simil-fantastica, costruita su diversi piani e livelli fino al palazzo del Master e piena zeppa di dungeon di ogni tipo, in cui i giocatori possono collegarsi e agire liberamente tra loro. Tutto molto bello e innovativo, se non fosse che, all’euforia dell’inaugurazione, segue un inaspettato incidente: il creatore impedisce ai giocatori che si sono connessi tramite NerveGear di disconnettersi, intrappolandoli nella sua realtà virtuale. C’è solo una possibilità per tornare alla vita normale ed è costituita dal conseguimento di tutti i livelli e dal superamento di tutte le prove, vincendo il gioco e diventandone il Master. Alla fine del primo mese, quasi 2000 giocatori muoiono tentando di superare i dungeon presenti nel gioco. Kazuto Kirigaya, noto nel gioco come Kirito o lo Spadaccino Nero, adolescente introverso e ritroso, ma geniale programmatore informatico scelto inizialmente come beta tester del gioco, inizia a distinguersi nel gioco e a perseguire il suo obiettivo finale, quello di diventarne Master per liberare tutti coloro che sono incastrati. In questa scalata all’ultimo piano, s’imbatte in diverse prove da superare, affronta nemici (mostri, dungeon, ma anche altri giocatori, il cui duro ambiente del gioco ha reso dei veri e propri mostri) e incontra una serie di persone che gli saranno vicino, nel bene o nel male, fino alla fine. Ma il vero legame d’amicizia è quello che stringe con Asuna Yuki, nota nel gioco semplicemente come Asuna o la Saetta, abile e giovane spadaccina (nella vita reale ha solo due anni in più di Kirito), che è diventata presto la Vicecomandante dei Cavalieri del Giuramento di Sangue. Il loro legame, col tempo, si trasformerà da una semplice amicizia ad un amore profondo che crescerà con i pericoli che i due spadaccini dovranno affrontare insieme e, al tempo stesso, li renderà un faro di speranza per tutti i giocatori bloccati nel mondo virtuale, pronti a porre fine ad un inferno che terrà le loro coscienze bloccate per due anni (mentre i loro corpi nella vita reale giacciono in stato comatoso).

La prima stagione si compone di due capitoli, ovvero l’arco narrativo di Aincrad (14 episodi), che narra i due anni in cui i protagonisti restano incastrati nel gioco SAO e lottano per conquistare l’ultimo piano e smascherare il Master, e l’arco narrativo di Fairy Dance (11 episodi), ambientato immediatamente dopo la fine degli eventi di Aincrad, con il solo Kirito impegnato nel nuovo gioco Full Dive di Alfheim (vagamente ispirato a Sogno di una Notte di Mezza Estate) per liberare la coscienza di Asuna che è stata imprigionata nella realtà virtuale da un nuovo temibile – e perverso – Master.

Le missioni sono costellate da una serie di personaggi ben caratterizzati anche a livello psicologico: Leafa, nella realtà Suguha Kirigaya, sorella del protagonista, coraggiosa e leale alleata nel mondo di Alfheim; Klein, nella realtà Ryotaro Tsuboi, studente vivace e cordiale; Silica e il suo draghetto Pina, nella realtà la cantante e attrice idol Keiko Ayano; il fabbro Lisbeth, nella realtà l’adolescente Rika Shinozaki, aspirante innamorata di Kirito; l’armaiolo Agil, nella realtà il barista di origine americana Andrew Gilbert Mills; ma, soprattutto, Yui, la piccola fatina dell’Intelligenza Artificiale, che vi rimarrà nel cuore sin dal primo istante.

Gli eventi di Aincrad sono oggetto anche del nuovo film Sword Art Online Progressive, che narra gli eventi del primo arco narrativo della stagione dall’ottica di Asuna fino all’incontro con Kirito, con un vero Full Dive in uno dei personaggi femminili più interessanti del mondo manga / anime, una guerriera autorevole e materna che ci insegna cosa sia la compassione e la lealtà e che rimane sempre se stessa, nonostante le sofferenze del gioco. Perché, così le sue parole: “Preferisco rimanere me stessa fino all’ultimo istante. Anche se fossi sconfitta e morissi, questo gioco e questo mondo non vinceranno mai contro di me. (…)Se c’è una cosa che ho imparato a fare qui è a non arrendermi mai, a mettercela tutta fino alla fine”.

Alla prossima recensione di spada!

Captain-in-Freckles

One Spring Night – Una storia delicata come la brezza di primavera

Forse dopo “Something in the rain” avevo bisogno di guardare un’altra storia romantica oppure era solo per ritrovare Jung Hae-in; alla fine, quindi, mi sono imbattuta in “One Spring Night” che è stato il mio secondo drama in assoluto.

L’atmosfera ricreata in “One Spring Night” è sobria, elegante e, come “Something in the rain”, ha una colonna sonora meravigliosa. Ho trovato questo drama particolarmente emozionante, i primi episodi servono per conoscere i personaggi, ma da subito tra i due protagonisti notiamo quella timida scintilla che scatta a primo sguardo, ma che entrambi cercano di nascondere.

Addentriamoci meglio nella trama della storia e abbandoniamoci all’atmosfera primaverile, alla brezza leggera che soffia tra i ciliegi in fiore e lì troveremo Lee Jeong-in (interpretata da Han Ji-min) e Yoo Ji-ho (interpretato da Jung Hae-in) al loro primo incontro. In realtà i due si incontrano per la prima volta nella farmacia dove lavora Yoo Ji-ho quando la ragazza entra per comprare qualcosa che possa alleviare la sbornia della sera prima. Al momento di pagare, però, Jeong-in si accorge di aver dimenticato il portafoglio a casa della amica, ma Ji-ho la tranquillizza e le dice che può pagare il giorno dopo, i due si scambiano il numero di telefono e da qui inizia la loro storia che regalerà allo spettatore momenti felici e momenti più travagliati. 

Jeong-in, infatti, è fidanzata da qualche anno con Kwon Ki-seok, ragazzo di ricca famiglia che lavora in banca e che spesso antepone il suo lavoro alla fidanzata, per cui la stessa Jeong-in si sente incastrata in una relazione che ormai non le regala neanche più un sorriso, vorrebbe rompere il fidanzamento, ma per via di mille difficoltà non riesce ad essere convincente e far capire agli altri il suo malumore e il suo senso di frustrazione.

Jeong-in lavora come bibliotecaria, è una ragazza indipendente, tenace e determinata, ha un carattere forte, ma sa bene che iniziare una storia con Ji-ho non sarà un’impresa molto semplice. I due ragazzi si sentono da subito attratti l’uno  dall’altra, ma capiscono che sin dall’inizio avranno mille difficoltà da superare insieme.

Ji-ho è un padre single di un bambino di sei anni, è stato abbandonato da subito dalla fidanzata, madre di suo figlio, che non si è più fatta viva, per cui teme costantemente di rivivere l’esperienza che l’ha reso fragile nei sentimenti e che lo ha tormentato per tanto tempo; ora concentra, però tutte le sue forze e il suo affetto sul suo piccolo Eun-woo, bambino molto sensibile che sarà veramente protagonista della storia e che, grazie all’affezione che prova per Jeong-in, che gli porterà sempre dalla biblioteca tanti bei libri sui dinosauri, avrà un ruolo importante nella trama e nel finale. Ho trovato interessante la tematica delicata affrontata in questo drama, la condizione di un padre single che per molti aspetti viene estromesso dalla società perché vittima di pregiudizio o debolezza; la storia, pur senza estremizzare o polemizzare, riesce a comunicare questa situazione di disagio sociale, premiando, però, alla fine il protagonista.  

Jeong-in, invece, lotterà per liberarsi dalla sua relazione con un fidanzato che, solo quando capirà che la ragazza si è allontanata per sempre da lui e lo ha lasciato, diventerà insopportabile e inizierà a “stalkerare” la nuova coppia, cercando di rendere infelice ogni loro momento insieme.

La madre e le sorelle di Jeong-in, invece, supporteranno la decisione della ragazza, mentre il padre andrà in esaurimento nervoso quando verrà a sapere che la figlia ha lasciato un buon partito come Kwon Ki-seok e anche lui farà di tutto per far lasciare la coppia.

Nel frattempo, però, tra una passeggiata in mezzo ai ciliegi e un’ultima neve di primavera, i due protagonisti non riusciranno a rinnegare i propri sentimenti e… beh, non posso raccontarvi tutto, ma vi consiglio di non perdere una delle dichiarazioni più belle mai viste e una proposta di matrimonio che vi lascerà stupefatti tra un sorriso e una lacrima di emozione.

Memoru Grace

Changsega: la canzone della creazione dell’universo

In oriente esistono ancora molte usanze e tradizioni legate a riti antichi. Ad oggi, gli Sciamani raccontano di antiche leggende ed evocano antichi rituali che sarebbero andati perduti senza il loro prezioso sapere.

Tra leggende, miti e folklore, sono rimasta attratta dal quantitativo di rituali riguardanti “L’origine” di tutto. In questi rituali, vengono ricordati tutte le cose e persone a cui la Corea deve qualcosa. Per esempio, ci sono vari rituali che ricordano l’Origine di vari dei; c’è l’Origine del Re Celestiale, mito riguardante l’Isola di Jeju; non manca, ovviamente l’Origine dell’agricoltura; poi c’è l’Origine di Igong, il Supervisore floreale dell’Ovest. Insomma non manca la fantasia!

La cosa che ha suscitato in me più attenzione però sono state le Canzoni create appositamente per accompagnare i rituali, dove si racconta l’Origine del mito. Kim Ssangdoli è stato uno dei più famosi sciamani del XX Secolo della provincia di Hamgyeong, e ha lasciato in eredità un tesoro immenso trascritto sull’ “Encyclopedia of korean folk literature”, premurosamente trascritta da studiosi popolari quali Son Jin-tae, che mi ha fatto conoscere la Canzone della Creazione, che comincia così:

“Un giorno il cielo si gonfiò come il coperchio di un calderone,

formando crepe, su cui Mireuk (Maitreya)

eresse colonne di rame ai quattro angoli della terra,

separandolo così dal cielo.”

I miti della creazione iniziano con la separazione di cielo e terra, e Mireuk interpreta il ruolo della divinità che presiede la creazione. Essendo alla ricerca di acqua e fuoco, scopre l’importanza delle stelle per orientarsi. Tessendo e intrecciando le viti si fa una veste da monaco. Seguendo le istruzioni di un topo, si arrampica sul Monte Geumdeong, per scoprire il fuoco e sul monte Soha per scoprire la primavera.

La canzone continua con la creazione dell’uomo:

“Poi sollevò un vassoio d’oro e un vassoio d’argento in ciascuna mano e pregava il cielo,

su cui gli furono dati cinque insetti d’oro e cinque insetti d’argento,

che si trasformarono in uomini e donne,

che formò cinque coppie e portò alla fioritura della razza umana.”

Come in ogni leggenda che si rispetti, arriva il rivale: Seokga. Il premio in palio? Governare la razza umana.

Il duello? Il quantitativo di fiori sbocciati! Erano Dei di altri tempi!

Il rivale giocando poco pulito strappa la vittoria a Mireuk, ma di lì a poco comincia a crescere l’ingiustizia anche tra la razza umana. In altre parole, gli umani erano buoni e onesti, ma la divinità ingiusta che governava il mondo generò il male e il peccato, così ebbe origine il peccato umano da divinità corrotte.

Nelle regioni della Corea settentrionale, i due rivali sono molto presenti e vengono disegnati come due giganti. Lo sciamano durante questo rituale usa un vassoio in bronzo chiamato “Myeongdo” o “Gotul” e solo sul retro ci sono le incisioni raffiguranti il sole, la luna e qualche costellazione. Anche al vassoio viene attribuito un significato: secondo la visione sciamanica, il cielo è sferico come il vassoio, o come il coperchio del un calderone da cui è nato tutto, dove dentro troviamo il sole, la luna e le stelle.

E siamo solo alla Creazione!

Lady K Trash

One Ordinary Day (ovvero delle declinazioni di giustizia, innocenza e colpevolezza)

Avviso subito: One Ordinary Day (anche nota con il titolo, a mio avviso più congeniale, That Night) non è un drama da guardare a cuor leggero e nemmeno da divorare in un’unica maratona, ma una lenta riflessione che scuote nelle più profonde convinzioni sul concetto di giustizia e di ingiustizia, sulle loro erronee travisazioni da parte delle istituzioni e sulla destrutturazione dell’animo umano.

Kim Hyun-soo (intensissimo Kim Soo-hyun nella sua interpretazione) è un giovane studente universitario che una sera tenta di raggiungere i suoi amici ad una festa, ma si imbatte nell’affascinante e disinibita Hong Gook-hwa (Hwang Se-on). I due esagerano con un mix di alcool e droghe e passano la notte insieme, ma, quando Hyun-soo si sveglia, trova la ragazza assassinata. Ritenuto l’unico sospetto dalla polizia, Hyun-soo viene immediatamente arrestato e sbattuto in prima pagina come un mostro, accusato di stupro ed omicidio senza avere alcuna possibilità di dimostrare la propria innocenza. L’unico a credergli è Shin Joong-han (immenso Cha Seung-won), un avvocato di terz’ordine che lotta perennemente con dermatiti e psoriasi da stress e che conosce talmente bene il mondo criminale da capire al primo sguardo se qualcuno è colpevole o meno. Hyun-soo perde la reputazione, gli affetti, la sicurezza in se stesso. Incapace di distinguere più se sia colpevole o innocente e conscio dell’ostracismo che anche la sua famiglia sta subendo a causa sua, deve scendere materialmente negli inferi – del carcere, ma anche di se stesso – per trovare la forza di lottare, ma anche per trasformarsi e sopravvivere.

La presunzione d’innocenza (o, meglio, la presunzione di non colpevolezza) è un principio giuridico di origine romana (fondamentale per lo stato di diritto e per il riconoscimento dei diritti umani), secondo il quale nessuno è colpevole fino a prova contraria. Pertanto, chiunque deve essere considerato presumibilmente innocente fino a quando non viene dimostrato in giudizio il contrario. Si tratta di un principio che il protagonista di questo drama apprende, consultando il codice di procedura penale che gli viene prestato in carcere, e che si fa tatuare sul braccio, per rendere indelebile un diritto che non gli è mai stato concesso, condannato all’ignominia, prima ancora di essere giudicato, perché la macchina della giustizia ha dimenticato qualsiasi garantismo in nome dell’efficienza e, a questo punto, la linea di demarcazione tra giustizia e ingiustizia diventa davvero labile. Hyun-soo impara a sue spese che è colpevole di un delitto che non ha mai commesso perché il popolo vuole un colpevole conclamato per essere certi che esista la giustizia, senza nemmeno curarsi di come e quando il concetto di giustizia sia violato, disponibile ad accettare una falsa condanna piuttosto che la certezza della verità. Impara, però, anche che può sempre brillare la vera idea di giustizia fino a quando c’è qualcuno come Joong-han che combatte per salvare un innocente.

One Ordinary Day è una serie a forte impatto emotivo, liberamente ispirata all’inglese Criminal Justice di Peter Moffat, dove legal drama e prison drama si incrociano con uno stile narrativo asciutto, riuscendo a creare un connubio perfetto tra indagini, caso giudiziario e il dramma umano con interpretazioni straordinarie e solitarie: i due attori protagonisti recitano da soli, come se fossero su due differenti palchi teatrali, dimostrando tutte le loro sofferenze e le loro emozioni anche attraverso gli sguardi e le gestualità. Poco per volta, anche lo spettatore si addentra nel buio della prigione per seguire la trasformazione di Hyun-soo e nelle lavagne piene di ricostruzioni per venire a capo della voglia di riscatto di Joong-han. Soffre, perde e vince insieme ai personaggi della storia, ma, soprattutto, si domanda se ne uscirà fuori in modo diverso. Nessuno dei due protagonisti sarà più identico a come era prima. Ognuno di loro ha un finale diverso, ancora una volta recitando su due palchi separati, isolato nel suo dramma: Joong-ha, ancora una volta in carcere dai suoi clienti, si accorge di nuovo dello sguardo dell’innocenza negli occhi di una ragazza sola ed impaurita, mentre Hyun-soo, che non è più il giovane sprovveduto dell’inizio del caso, domina dall’alto la città di notte senza riconoscersi più in nulla in un’immagine che ricorda il film Il profeta.

Menzione speciale per il personaggio di Do Ji-tae (interpretato da Kim Sung-kyu), il criminale che si trova a capo della prigione e che fa da mentore per Hyon-soo: è da lui che apprenderemo i brocardi latini sul concetto della presunzione di innocenza.

Consigliato: a chi ama thriller e legal drama e ha passato troppo tempo a leggere John Grisham; a chi non ha paura di piangere ed emozionarsi di fronte ai cambiamenti umani, anche scendendo nelle tenebre; ma, soprattutto, a chi crede nei concetti di giustizia e di verità.

Captain-in-Freckles

Ride Your Wave

“Ride Your Wave” (Kimi to, nami ni noretara) è un film anime giapponese del 2019 scritto da Reiko Yoshida (famosa autrice di “Tokyo Mew Mew”) e diretto da Masaaki Yuasa (regista della serie anime “Japan Sinks: 2020” e dell’acclamato “Mind Game” del 2004).

“Ride Your Wave” parla della scelta di Hinako Mukaimizu di trasferirsi in una città sull’oceano per frequentare l’università e dedicarsi al suo hobby preferito, il surf. E’ una ragazza allegra e spensierata che si apre al futuro con tante aspettative e speranze.

Una notte, l’appartamento nuovo di Hinako si incendia a causa di alcuni fuochi d’artificio fatti scoppiare illegalmente da dei ragazzi al di fuori dell’edificio. Hinako viene soccorsa da Minato Hinageshi, un giovane pompiere che crede fermamente nel suo lavoro come missione. Tra i due ragazzi pian pian nasce un sentimento genuino e sono attratti l’un l’altra anche da come coltivano le proprie passioni. Minato e Hinako si innamorano e iniziano a trascorrere molto tempo insieme condividendo tanti momenti felici, Minato stesso decide anche di iniziare a prendere lezioni di surf da Hinako.  

Un giorno, Minato va a fare surf durante una tempesta, memore di quello che aveva detto una volta Hinako, cioè che le onde migliori per fare surf sono quelle presenti durante le tempeste invernali. Purtroppo, però, durante la tempesta, per salvare un uomo caduto in acqua, Minato annega e muore.

Tutto questo è un grosso colpo per Hinako che si sente in parte responsabile di ciò che è accaduto, la ragazza cade, quindi, in depressione e si trasferisce in una casa lontana dalla spiaggia. Poi, un giorno, quasi per caso, mentre sta intonando la canzone che piaceva a lei e al suo fidanzato, “Brand New Story” e che aveva accompagnato i loro momenti felici, vede nell’acqua l’immagine di Minato. Comprende così che, ogni volta che è presente una pozzanghera, un rivolo, un bicchiere d’acqua e intona la loro canzone, Minato si presenta a lei, anche se nessun altro lo vede.

Hinako decide, quindi, che, per trascorrere nuovamente del tempo con Minato, anche quando è fuori, potrà portarsi dietro una borraccia o un grosso gonfiabile pieno d’acqua, così avrà sempre davanti l’immagine del suo amato. Questo comportamento strano e bizzarro porterà la ragazza ad allontanarsi dai suoi amici che si preoccuperanno per lei in quanto impossibilitata ad accettare il lutto e a cercare di superare il momento triste.

Minato, inizialmente contento di riuscire a parlare con la ragazza, si rende conto che, però, la loro relazione non potrà continuare perché senza futuro, essendo morto; così decide di chiedere a Hinako di lasciarlo andare e di imparare ad andare avanti da sola, ma la ragazza si rifiuta, in quanto, per lei, continuare a vederlo come immagine riflessa nell’acqua è una consolazione.

Solamente quando Yoko, la sorella minore di Minato, le racconterà come suo fratello avesse deciso di diventare un pompiere, cioè quando da piccolo era stato salvato dall’annegamento da una bambina, qualcosa cambierà nel cuore di Hinako che si renderà conto che forse i due si erano già incontrati nella loro vita e, da qui, riuscirà a capire il messaggio lasciato per lei da Minato in cui la incoraggia a cavalcare la propria onda.  

Un anime molto commovente ed intenso che affronta un argomento difficile quale i vari stadi del lutto e l’accettazione, dando alla fine un messaggio di speranza per continuare a vivere nel ricordo del passato, ma abbracciando il futuro.

Consigliato a chi ha voglia di cercare un anime con una storia d’amore genuina, pur versando qualche lacrima, e a chi ha voglia di cercare un anime intimista che non lo deluderà.

Memoru Grace

Meow, il ragazzo segreto (e se vi innamoraste del vostro gatto?)

Quando vi capita di aggiungere una serie alla vostra lista non sempre sapete quanto vi piacerà ed in effetti, per me, “Meow, il ragazzo segreto” è stata una grande sorpresa. Si tratta di una serie divertente, simpatica e anche romantica che regala un sorriso allo spettatore. Potrebbe diventare la vostra serie comfort, slice of life, quella a cui ricorrere nei momenti in cui ci serve un supporto emotivo perché abbiamo avuto una giornata un po’ pesante. Non si tratta di una serie comica e, come altri drama coreani, non manca di tratti emozionali, ma, per citare un famoso titolo, ha “quel certo non so che” da tirarvi su di morale, già a partire dalla sigla di apertura che per me è stato innamoramento a prima vista. La sigla, intonata dalla dolcissima voce di Umji, è un cartone animato che vi anticipa un po’ quello che vedrete nella storia e, all’interno della serie, troverete diversi e famosi aforismi relativi ai gatti e al loro modo di vivere.

La trama sembra semplice, ma in realtà si addentra in un’atmosfera magica e fantastica. Kim Sol-ah (interpretata da Shin Ye-eun, che regala un sorriso luminoso al personaggio della serie) è una giovane ragazza che lavora per uno studio grafico, ma ha il grande sogno di diventare un’autrice di webtoons e, non appena ha un po’ di tempo, si impegna a migliorare per riuscire in questa impresa. Nei primi episodi vive con il padre (interpretato da Ahn Nae-sang, visto in “Do do sol sol la la sol”) in un piccolo appartamento a Seoul, è orfana di madre da parecchi anni e da lì in poi si è sempre dedicata al padre che, tra una crisi depressiva e qualche problema di salute, non è mai riuscito a trovare un certo equilibrio, fino a quando non conosce, all’improvviso, al suo corso di scrittura, una donna che sposa immediatamente e che finalmente rasserena il suo animo turbato. Dopo che il padre e la nuova moglie si trasferiscono in campagna per affrontare meglio un post intervento delicato, Sol-ah si trova a vivere nella casa della moglie di suo padre, da sola, alla periferia di Seoul. Si abitua subito alla nuova casetta, ma si accorge che di fronte a lei abita Lee Jae-sun (interpretato da Seo Ji-hoon) del quale è da sempre stata innamorata, ma non ricambiata.

Un giorno proprio Jae-sun le chiede se può affidarle momentaneamente un gattino fino a quando non troverà un nuovo proprietario. Sol-ah, che da sempre ha provato una certa avversione per i gatti, accetta con riserva, ma da quel giorno qualcosa cambia nella vita della ragazza che deciderà di chiamare il bel gattino bianco, Hong -jo.

Hong -jo (interpretato da Kim Myung-soo, in arte L, cantante del gruppo “Infinite”), in realtà, è speciale perché è un ragazzo che si trasforma in gatto e che Sol-ah ha già conosciuto nella sua vita. Scambiandolo per il figlio della moglie di suo padre, la ragazza si abitua alla presenza di Hong-jo umano con il quale simpatizza e inizia a provare dei sentimenti che tiene nascosti per timidezza e, nel frattempo, si affeziona anche ad Hong-jo da gatto, ora infatti, non vuole più ridarlo indietro e trovargli un nuovo padrone.

Riuscirà Sol-ah, nonostante sia continuamente con la testa fra le nuvole, a capire il mistero di Hong-jo, a riconoscerlo e a ricambiare i suoi sentimenti? Hong-jo potrà trasformarsi in umano per stare accanto a Sol-ah per sempre?

Vi ho fatto un po’ incuriosire? Vi posso solamente accennare che non mancheranno i colpi di scena e tanti momenti esilaranti perché Kim Myung-soo, con le sue fossette e le sue espressioni e mimiche facciali, riesce veramente a dare l’idea e a rappresentare gli atteggiamenti e i comportamenti dei felini, compreso quando Hong-jo è geloso di Jae-sun per le attenzioni nei confronti di Sol-ah. Hong-jo è l’unico che può occupare spazio nel cuore della ragazza!

Meritano anche le interpretazioni degli amici di Sol-ah, Go Doo-sik (interpretato da Kang Hoon) da sempre confidente della ragazza che tende a sdrammatizzare qualsiasi situazione, alleggerendola, ed Eun Ji-eun (interpretata da Yoon Ye-joo), la collega timida segretamente innamorata di Doo-sik che sarà tra le prime a vedere la trasformazione di Hong-jo.

La colonna sonora della serie è graziosa e accompagna ogni momento della storia con delicatezza, sembra quasi di avere lì accanto a noi un gattino dal pelo morbido e soffice da accarezzare, se poi siete gattari come me, non potrete di certo non recuperare questo drama che vi coinvolgerà dall’inizio fino all’ultimo episodio.

Memoru Grace

Stay Tuned! (Avventure e disavventure comiche in un’emittente televisiva)

Se avete voglia di trascorrere un fine settimana di relax in compagnia di una serie che vi regala risate e spensieratezza, “Stay Tuned!” è quella che fa per voi. Si tratta di un drama giapponese, composto da 5 episodi, più o meno di 45 minuti ciascuno che, senza molte pretese, ironizza sul comportamento dei dipendenti e sulla frenesia del lavoro all’interno di una emittente televisiva, la Hokkaido Hoshi (Star) Television.

La protagonista della storia è la simpaticissima e imbranata Yukimaru Hanako (interpretata dalla bravissima Kyōko Yoshine) che è stata appena assunta dall’emittente televisiva di Sapporo insieme ad altri cinque giovani: Yamane Hajime, reporter; Hanae Maki, presentatrice; Kitagami Hayato, specialista di controllo del reparto tecnologico; Hattori Tetsutarō, che si occupa di vendite e Tachibana Seiichi per il reparto organizzativo.

Yukimaru è la vera anima comica della serie, è spassosa, goffa, ha sempre qualcosa da mangiare con sè e si rivolge agli altri con una semplicità e genuinità che fanno davvero sorridere, quasi non si rendesse conto della realtà che la circonda, eppure proprio Yukimaru, anche se maldestra, si impegna, fallisce, ma, sempre con l’ottimismo che la contraddistingue, riesce a riprendersi da qualsiasi situazione e , anche grazie ai suoi errori, gli altri impiegati appena assunti migliorano, maturano e riescono a trarre il meglio da ogni esperienza lavorativa.

Oltre alla verve comica il punto di forza di questo dorama è anche il mostrare come si confezionano le trasmissioni , dalla parte tecnica a quelle economica e organizzativa, come si ricercano le informazioni, i servizi giornalistici e di attualità e quali sono le misure importanti per reggere una emittente televisiva.

La comicità della serie regala leggerezza alle scene e alla storia, pur non omettendo alcuni momenti di tensione come quando scatta la rivalità con un’altra stazione televisiva che vorrebbe declassare quella dove lavora la nostra Yukimaru che, ancora una volta, porterà, a suo modo, il proprio aiuto ai colleghi.

Stay Tuned! è una serie del 2019 ed è tratta dall’omonimo manga di Sasami Noriko, mentre è stata prodotta dall’emittente televisiva giapponese HTB che in quell’occasione festeggiava i suoi cinquant’anni.

Memoru Grace

My Girlfriend is a Gumiho (ovvero le conseguenze di un amore fantastico)

Confesso che ho iniziato a guardare My Girlfriend is a Gumiho (anche noto come My Girlfriend is a Nine-Tailed Fox o in coreano Nae Yeojachinguneun Gumiho), pensando che non fosse propriamente il mio genere, ma che la mia quasi affiliazione al Lee Seung-gi fanclub meritasse sicuramente la visione. E, dopo i primi minuti, mi sono trovata a ridere da sola, confortata dalla dimensione fantastica e fresca di questo drama, romantico e comico al punto giusto, ma, soprattutto, capace di costruire personaggi unici ed ottimisti che vorresti conoscere personalmente.

La trama ruota intorno alle avventure (o, meglio, alle disavventure) di Cha Dae-woong (Lee Seung-gi), studente universitario con l’aspirazione a diventare una star dei film d’azione (torna la fissazione di LSG per Bruce Lee), estroverso, vanesio e con una capacità unica a dissipare le risorse economiche del nonno (Byun Hae-bong), che le tenta tutte per far mettere la testa a posto al nipote, tanto che quest’ultimo, in una fuga rocambolesca dall’ira parentale con permanente in testa e senza scarpe, si rifugia in un tempio buddista. Qui si imbatte in una pittura che custodisce la leggenda, ma anche l’anima di una Gumiho (Shin Min-ah) che voleva diventare un’umana contro la volontà delle divinità. Per la cronaca, una Gumiho è una volpe a nove code, che può assumere sembianze umane, sprigiona un fascino e una bellezza uniche e si nutre di quintali di carne. Cosa di cui si renderà presto conto il nostro eroe, che, casualmente, libera la Gumiho dalla pittura dove era tenuta prigioniera e si fa letteralmente “stalkerare” da lei. In realtà, la simpatica ed eternamente affamata volpina, ribattezzata Mi-ho, propone un accordo: Dae-woong dovrà custodire la sfera magica (che gli dà una salute di ferro) e non dovrà avvicinare alcuna ragazza per ben 100 giorni, al termine dei quali Mi-ho sparirà dalla sua vita (per realizzare il suo sogno di diventare umana). E, visto che Dae-woong è un approfittatore che mira ad avere competenze di stuntman per un ruolo cinematografico, accetta a cuor leggero, senza pensare che dovrà convivere a stretto contatto con una creatura quasi mitologica e che rischierà di perdere letteralmente la vita. D’altronde, dalla prima repulsione per le code che si illuminano al chiaro di luna e dalla paura di essere divorato dalla volpe, l’atteggiamento di Dae-woong nei confronti di Mi-ho si trasformerà gradualmente in tenera amicizia e, infine, in un vero e proprio amore, di quelli che si trovano raramente, che crescono nonostante le avversità e che non si eclissano nemmeno quando l’ordine dell’universo cambierà tutte le cose (citazione del film).

A fare da contorno alla loro scapigliata e quasi fantastica storia d’amore: due amici sui generis, l’aspirante regista e migliore amico Kim Byung-soo (interpretato da Kim Ho-chang) e l’aspirante attrice senza talento Ban Sun-nyeo (interpretata da Hyomin); il misterioso “professore” per metà Goblin Park Dong-joo (interpretato da No Min-woo); la bella Eun Hye-in di cui è eternamente innamorato Dae-woong (interpretata da Park Soo-jin); il regista di film di arti marziali, armato di stecchino in bocca, occhiali da sole perenni, impermeabile scuro e tuta gialla da Kill Bill, Ban Doo-hong (interpretato da Sung Dong-il), che da solo meriterebbe un capitolo a parte; la zia di Dae-woong, Cha Min-sook (interpretata da Yoon Yoo-sun), che cerca in tutti i modi di farsi sposare dal regista, dando vita con quest’ultimo ad una serie di siparietti comici. Special guest star: i poteri soprannaturali di Min-ho, che distrugge un muro con un calcio, percepisce odori e rumori a distanza di chilometri (persino l’odore dei soldi, fidatevi), solleva oggetti e persone a caso, corre con il turbo e, ogni volta che mangia cibo appetitoso, urla a gran voce che è tutto gustoso, dentifricio compreso. Ed è così adorabile quando si paragona alla Sirenetta che ha salvato Erik nella fiaba di Andersen o quando invia cuoricini coreani al suo Dae-woong che fugge, che non possiamo fare a meno di tifare per lei.

My Girlfriend is a Gumiho è una rom-com fantasy nata dalla penna (e dalla mente geniale) delle sorelle Hong – che, per intenderci, hanno nel loro curriculum anche A Korean Odyssey (di cui abbiamo parlato qui) e Hotel Del Luna – e la cui trasmissione nel corso del 2010 è partita quasi in sordina, per diventare, poi, un vero e proprio oggetto di culto, con punte di oltre il 20% di share in Corea del Sud e una pioggia di premi per i due protagonisti (SBS Drama Award, Seoul International Drama Award, USTV’s Student Award). Ma, soprattutto, My Girlfriend is a Gumiho è una fiaba in apparenza semplice, che nasconde un messaggio complesso: la profondità dei sentimenti che annulla qualsiasi differenza, perché amare vuol dire vivere la propria vita per gli altri con costanza ed altruismo e va al di là di qualsiasi apparenza fisica e di qualsiasi dinamica sociale e solo la fragilità umana, così complessa e così preziosa, fa splendere la capacità di amare. Come il personaggio della fiaba di Andersen, Min-ho è disposta a dare se stessa per diventare umana, a costo di perdere qualsiasi potere e, persino, la sua stessa vita, ma, a differenza della fiaba di Andersen, Dae-woong cresce e si evolve grazie alla sua capacità di comprendere l’amore di Min-ho e di amare superando qualsiasi apparente difformità. Perché amare significa rischiare, con la certezza della vittoria.

Consigliato: a chi ha amato le urla di Lee Seung-gi in Vagabond e la sua mimica teatrale in A Korean Odyssey e a chi ha amato le fossette di Shin Min-ah in Hometown Cha-Cha-Cha e la fermezza che questa piccola grande donna ha sempre dimostrato nella sua vita; a chi ha sempre amato le fiabe e le storie fantastiche e, magari, ha sognato un finale diverso per la Sirenetta; a chi vuole ridere fino alle lacrime, ma sa commuoversi col sorriso; a chi è pronto ad ascoltare in loop la colonna sonora cantata direttamente dai due protagonisti (perché, fidatevi, non ne potrete fare a meno).

Captain-in-Freckles

Star Trek – La serie classica

«Spazio: ultima frontiera. Questi sono i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima.»

Chi non ricorda uno degli incipit più famosi della storia della televisione? Correva l’anno 1966: il primo settembre, la rete statunitense NBC trasmise l’episodio pilota di una serie che sembrava destinata a cadere nel dimenticatoio, un sogno un po’ infantile e un po’ fantasioso che un tale Gene Rodenberry custodiva nel cassetto da tempo. E i primi segnali non furono di certo positivi: esiti di pubblico altalenanti e poca convinzione da parte della produzione fecero rischiare più volte l’esistenza di questa piccola e innovativa serie fantascientifica, fino alla sua definitiva cancellazione da parte della rete nel 1969. E da questo momento nacque la leggenda di Star Trek, diventato uno dei franchise più longevi della storia della TV (e anche del cinema).

Col tempo, ci occuperemo di tutte (ma proprio tutte) le serie di Star Trek, ma, naturalmente, occorre dare la precedenza alla serie classica, ovvero alle avventure di quella banda composita formata dal Capitano Kirk, dal suo primo ufficiale scientifico Spock, dal dottor “Bones” McCoy, dall’ingegnere Scott, dal tenente Uhura, dal timoniere Sulu e dal giovane Chekov.

Formalmente, le vicende fantascientifiche dell’Enterprise iniziano nel 2264, quando il Capitano Christopher Pike (interpretato dal malinconico Jeffrey Hunter), a bordo della sua astronave Enterprise, approda sul pianeta Talos IV in risposta alla chiamata di soccorso da parte di una nave precedentemente scomparsa (si tratta dell’episodio pilota Lo zoo di Talos, diventato col tempo un vero e proprio episodio cult). Due anni dopo, nel 2266, l’Enterprise passa alla guida del guascone e vivace Capitano James Tiberius Kirk (William Shatner), incaricato di compiere una missione quinquennale da parte della Federazione e di andare ad esplorare “là dove nessuno è mai giunto prima”. Solo due battute, un sorriso sghembo e una semplice e vaga indicazione per raggiungere un puntino indefinito nello spazio e Kirk è riuscito a conquistare i cuori di tutti gli spettatori e ad entrare, di diritto, tra i personaggi televisivi più amati. Perché Kirk è un tutt’uno con la sua missione e con la sua astronave (con la quale vive un vero e proprio idillio amoroso), ma è anche lo spirito libero e avventuroso delle scoperte e della curiosità umana, avido di sapere, empatico e capace di entrare in connessione con realtà e popolazioni circostanti, esportando il suo carattere e la sua passionalità e dimostrando, quando è il caso, fermezza e decisione. Riesce ad essere autorevole e, al tempo stesso, cordiale sia con i nuovi incontri che con il suo equipaggio e, nonostante corra spesso dietro a qualsiasi aliena gli faccia gli occhi dolci (promesse da marinaio, caro capitano!), non perde mai di vista i valori fondamentali della Federazione: la libertà, la civiltà, ma anche il divieto di ingerenza in affari altrui e l’autodeterminazione fra i popoli. Naturalmente, sempre che non ci siano computer assassini da mandare in tilt, nubi aliene, cervelloni non identificati che giocano a dadi con le vite degli altri ed esseri umani superdotati che vogliono conquistare tutte le galassie! Non è vero, Khan? Perché, in quel caso, l’ira del Capitano Kirk è difficile da placare, così come la sua scaltrezza e la sua sagacia nel far cadere in errore la propria controparte. D’altronde, pochi possono vantare un superamento così brillante del Kobayashi-Maru.

A fare da contraltare a questa figura così completa del Capitano, le sue due spalle, collaboratori e amici fidati che ne rappresentano, al tempo stesso, la passionalità umana – il dottor Leonard McCoy – e la razionalità scientifica – il signor Spock. Come non amare i battibecchi tra i due e i dialoghi vivi che rendono la sceneggiatura di Star Trek un vero e proprio copione brillante, degno di un palco teatrale? Leonard McCoy (interpretato da DeForest Kelley) si è arruolato nella Flotta Stellare quasi per caso, dopo la laurea in medicina e dopo diversi anni di esercizio della professione, per cui è stato dispensato dal frequentare l’Accademia Militare. Ed oseremmo dire che un po’ si nota: indisciplinato per natura, McCoy contesta gli ordini militari quando sono in contrasto con la sua umanità e con i suoi principi, che mette al primo posto sopra ogni cosa, chiama il proprio capitano per nome (“Jim”), senza alcuna minima considerazione per il rispetto del grado e della gerarchia e sarebbe un perfetto soggetto per un ammutinamento, se non provasse per Kirk un sincero affetto e una profonda stima. I rapporti personali per McCoy, affettuosamente soprannominato dal Capitano “Bones”, sono molto più importanti di qualsiasi rapporto militare o, ancor di più, di qualsiasi macchina elettronica priva di anima che vuole soppiantare gli umani. Al suo contrario, il signor Spock (interpretato da Leonard Nimoy) è una vera e propria macchina da guerra pensante: nato sul pianeta Vulcano, figlio di un ambasciatore vulcaniano e di una donna terrestre, il suo animo è sospeso a metà tra la fredda razionalità scientifica e quasi ascetica dei vulcaniani e quei sentimenti umani ereditati dalla madre che tenta troppo spesso di sopprimere. Spock è corretto, logico (il suo detto è “Highly Logical!”), rispettoso dei doveri e del codice militare, super-intelligente (gioca a scacchi dimensionali contro il computer, riuscendo spesso a spuntarla) e super-colto. Nulla di quegli sciocchi vaneggiamenti umani, così vacui e sentimentali, lo può distogliere dai propri compiti e dai propri propositi. Naturalmente, fino a quando non scatta quella giornata in cui i vulcaniani perdono di lucidità o fino a quando non incontra sul suo cammino qualcuno che minaccia seriamente la sua tranquillità scientifica e – diciamo la verità – anche affettiva: in quel caso, il codice militare diventa solo una sorta di traccia e Spock lotta fino allo strenuo delle forze per salvare i suoi amici, pur glissando tutto come l’opzione più logica e razionale che potesse esserci.

Infine, non possiamo dimenticare le altre anime dell’Enterprise. Il Tenente Nyota Uhura (interpretata da Nichelle Nichols), il cui nome in swahili significa libertà, è la specialista delle comunicazioni, conosce tutte le lingue parlate nella galassia (se non le conosce, le impara subito) e vive attaccata con un auricolare bluetooth all’orecchio, prima ancora che fosse di moda. Vanta, inoltre, diversi primati: è la prima donna africana ad assumere un ruolo rilevante in una serie, è la prima donna a ricoprire per breve tempo le mansioni di “facente-capitano” durante una missione ed è la titolare del primo bacio interraziale della storia (scambiato con il Capitano Kirk, ovviamente, nell’episodio Umiliati per forza maggiore), anche se tutti sappiamo da diversi cenni che è innamorata di Spock (recuperate quando Uhura canta seguendo il tono dell’arpa di Spock o tutte le diverse frecciatine che gli lancia e non solo la relazione sentimentale ritratta dagli ultimi film).

L’ingegnere Montgomery Scott (James Doohan), per gli amici “Scotty”, è l’uomo con cui tutti vorremmo trovarci davanti ad un motore o ad una bottiglia di whisky, perché per quel buon scozzese esistono solo due amori. A onor del vero, Scotty è super vessato dal Capitano Kirk: pare che qualsiasi problema riguardante l’Enterprise sia sempre dovuto ad un guasto repentino del motore o che tutti gli alieni malevoli tendano a minare la stabilità del nucleo, quell’informe e non spiegabile connubio di materia e antimateria che porta avanti la nave nell’universo; dacché le minacce di Kirk con quel “Scotty, sta forse cercando di distruggermi la nave?” sono all’ordine del giorno.

E, poi, c’è il Tenente Hikaru Sulu (interpretato da George Takei), giapponese stoico e integerrimo, quasi un samurai al timone della nave, che, di tanto in tanto, impazzisce, impugna una katana e minaccia tutti a suon di scherma, ma che ha anche un’ironia e un sorrisetto così perennemente canzonatorio, che mi fa venire sempre il sospetto che stia deridendo tutti i suoi superiori silenziosamente. Infine, non bisogna dimenticare il guardiamarina (promosso al grado di tenente nel film del 1979) Pavel Chekov (interpretato da Walter Koenig), introdotto improvvisamente da Rodenberry durante la seconda stagione per assicurare una rappresentanza russa e segnare un suo personale disgelo nei tempi critici della Guerra Fredda in nome della scienza. In realtà, Chekov ha assunto una sua indipendenza, diventando, presto, uno dei personaggi più amati dell’universo trekkiano, goffo, intelligente e svagato, ha tutte le caratteristiche valide per diventare un capitano di successo.

Consigliato: a tutti; perché, veramente, se non avete mai visto nemmeno un episodio della serie classica di Star Trek, dovete immediatamente recuperare.

Captain-in-Freckles

On Dal, tra leggenda e Kdrama

Ormai, chi ha una certa dimestichezza con i Drama storici, ha sentito parlare della figura di On Dal, un ragazzo di umili origini, che sposò la principessa.

La leggenda la troviamo scritta nel Samguksagi, o le Cronache dei tre Regni (Goguryeo, Silla e Paekche) ed è ambientata durante il Regno del Re Pyeonggang di Goguryeo.

Mentre i Drama ci hanno abituato ad un On Dal di bell’aspetto forte e coraggioso, nelle cronache ritroviamo un uomo brutto “…come un asino”, un po’ storpio ma di gran cuore che mendicava del cibo per se e per sua madre cieca. Anche se abitava fuori dalle mura, tutti lo conoscevano soprannominandolo “Ondal, the Fool”, ovvero il Matto o lo Sciocco. Come ci è finito una ragazzo così a palazzo? Per i capricci della Principessa!

La Principessa Pyeonggang era una ragazzina assai lagnosa e capricciosa. Così il padre, preso per sfinimento, la minacciava di averla promessa in sposa a On Dal. Compiuti 16 anni, l’età da matrimonio, la principessa fu promessa veramente in sposa, ma al Generale Go, del Clan Sangbu Go… e ovviamente fu rifiutato! Questo rifiuto le fece vincere un biglietto di uscita veloce dal Palazzo. Si mise in cerca di On Dal, quasi convinta che fosse veramente lui il suo promesso.

“La principessa andò a casa di On Dal e persuase On Dal e sua madre cieca a sposarsi.”

La principessa fece comprare a suo marito un cavallo con i soldi ricavati dalla vendita dell’oro che aveva portato con sé e, in poco tempo, On Dal si distinse per le sue doti e il suo coraggio, che non nascose neanche quando fu chiamato alle armi per respingere l’invasione cinese del Re Wu della Dinastia Zhou.

“Uccise da solo più di 20 soldati in un istante,

uno spettacolo che ispirò il suo intero esercito alla vittoria.”

Il Re finalmente lo accettò e fu nominato Generale onorario nell’Esercito Reale. Dopo la morte del Re Pyeonggang, gli successe il figlio maggiore Yeongyang. Il Generale On Dal, partì per rivendicare le terre del sud che erano state conquistate dal regno di Silla. Purtroppo, vicino al monte Achasan, il nostro eroe troverà la morte colpito da una freccia.

“Al suo funerale, non furono in grado di spostare la sua bara,

fin quando la principessa accarezzò la bara e, offrendo parole di conforto,

la bara finalmente si sollevò.”

Come tutte le leggende ci sono diverse varianti. Una tra queste, è quella divulgata oralmente nel villaggio di Mireuk a Chungju, nella provincia di Chungcheong settentrionale, città natale di On Dal, si racconta di cimeli storici, tra cui le pietre che On Dal usava per suonare il Gonggi, e la tomba del suo amato cavallo.

La leggenda ha ispirato una Romanzo Ondaljeon (Il racconto di Ondal), diversi Drama e il nome di un gruppo musicale poco noto.

Nel 2009 “Invincible Lee Pyung Kang” è liberamente (molto!) ispirata alla storia dell’eroe proiettata ai giorni nostri. Dal 2017, su Netflix si trova “My Only Love Song”, drama fantasy, dove una attricetta “assai lagnosa e capricciosa” viene trasportata indietro nel tempo su un Mini Van, per cadere tra le braccia di On Dal un ragazzo di strada che cerca il miglior modo di far soldi per liberare la madre, serva a palazzo.

Infine, nel 2021 la KBS ci fa scoprire questo personaggio grazie a “River Where the Moon Rises”, forse il Drama più vicino alla leggenda, vincitore di molti premi e ricco di controversie.

Per tutti noi On Dal rimarrà il nostro attore preferito che ci ha fatto sognare e credere che se si ha coraggio si possono veramente cambiare le cose.

E forse è per questo che in Corea, On Dal è il simbolo della ricchezza… anche quella interiore!

Lady K Trash