Le leggende dei fiori e degli alberi

In questo clima torrido, umido e molto appiccicoso, ci godiamo ancora le foto dalla Corea con le bellissime strade o interi campi con colori primaverili accesissimi e di imparagonabile bellezza. Non che qui in Italia non ce ne siano, ma i colori dei fiori asiatici sono qualcosa da far perdere il fiato. Per i più avventurosi, o chi ha in progetto una gita fuoriporta, esistono addirittura siti ministeriali che prevedono la fioritura in tutta la Corea. I fiori più diffusi, dopo quelli delle piante di ciliegio, sono le peonie e le azalee. Ovviamente tra alberi, fiori e farfalle non mancano le leggende e gli aneddoti.

Uno degli aneddoti più antichi lo troviamo sul “Sillabongi” (registri risalenti al Regno di Silla) del “Samguksagi” (la storia dei Tre Regni). L’imperatore cinese Taizong of Tang, mandò un dipinto di Peonie alla Regina Seondeok, che non gradì molto. Infatti il quadro era dipinto molto bene, ma mancavano le farfalle, quindi i fiori non profumavano. Simbologicamente la mancanza delle farfalle, venne inteso come un oscuramento dello splendore della regina e del suo regno.

Troviamo molte leggende e poemi anche sulle Cheol jjuk, o azaleee reali. La leggenda più famosa, forse è quella che racconta della bellissima Lady Suro di Silla, da cui sono stati tratti anche due poemi: “Heonhwaga (Canzone dedicata ai fiori)” e “Haega (Canzone del Mare)”. Una bellissima statua di questa bellissima donna lo troviamo nel parco dei fiori a lei dedicato nella provincia marittima di Gangwon, sullla costa Est.

Nel Regno del Re Seongdeok (702-737), Lady Suro, moglie di un magistrato,  espresse il desiderio di avere dei fiori che si trovavano su di un ripidissimo dirupo. Nessuno si propose per questa impresa, tranne un anziano che con il suo bue andò verso i dirupo componendo il poema “Heonhwaga”, raccolse i fiori e glieli portò.

Un’altra leggenda risalente al Regno di Goryeo racconta del re Chungseon, che visitando la capitale Yuan Yanjing, intrattenne una relazione con una donna di corte. Al momento della partenza, il Re regalò un fiore di loto alla donna, come segno del suo amore. Ovviamente, la donna non la prese per nulla bene, tanto che dopo aver versato fiumi e fiumi di lacrime compose una poesia altrettanto triste che recita più o meno così: “Il fiore di loto che hai raccolto per me il giorno in cui te ne sei andato, era prima rosso ma presto cadde dallo stelo e ora l’ombra dei suoi petali appassiti è come quella di un uomo.

Tra le leggende sulle peonie, troviamo quella di “hamjibak (ciotola di zucca)” risalente al regno di Goryeo. Le peonie per i suoi grandi fiori era paragonata ai fiori della zucca.  Il re Chungryeol sposò la figlia dell’imperatore Shizu di Yuan China. Un giorno la regina stava passeggiando nei giardini di Hyanggak (Padiglione Profumato) nel Palazzo Sunyeong quando vide delle peonie in piena fioritura. Ordinò a una dama di compagnia di coglierne una per lei. Dopo aver colto la più bella, la dama la porse alla regina, che dopo averla tenuta un po’ tra le mani, scoppiò a piangere. La Regina piena di tristezza, presto si ammalò e morì. Aveva riconosciuto nel bel fiore di peonia la fuggevolezza della vita, che l’aveva portata alle lacrime.

Difficilmente le leggende sui fiori hanno un bel finale: i fiori vengono paragonati alla vita che viene rappresentata bellissima, ma anche breve. Non sono assolutamente d’accordo: nessuno dice che il fiore muore, ma la pianta no!

Lady K Trash

Persona (ovvero delle molte sfaccettature della personalità)

Tanto vale mettere in chiaro una cosa sin da subito: Persona non è un normale drama, né tantomeno è un prodotto di facile comprensione e, quindi, di sicuro consiglio. Ci troviamo davanti ad una serie complessa e di nicchia, girata con i crismi del cinema d’autore e, pertanto, riconducibile ad un’interpretazione ardua.

Anzitutto, la serie, di per sé, non ha nulla di “seriale” nel senso proprio del termine, visto che non esiste una trama che unisce tutti gli episodi. Si tratta piuttosto di un’antologia episodica che comprende 4 mediometraggi diretti da diversi autori, che hanno il compito di enucleare le diverse sfaccettature dell’amore, ma anche della personalità umana. Unico elemento in comune è l’interprete, la bellissima e bravissima attrice e cantante Lee Ji-eun, nota anche come IU, protagonista di Hotel Del Luna e di Moon Lovers Scarlet Heart: Ryeo, il cui volto iconico si presta molto bene alla visione dei registi di questa serie.

Il primo episodio, Love Set (diretto da Lee Kyung-mi, autrice di The School Nurse Files), è ambientato in un campo da tennis dove IU e Bae Doona (già vista in Kingdom e in The Silent Sea) si affrontano in una gara a sangue per conquistare l’attenzione e l’amore di un uomo. Il secondo episodio, Collector (diretto da Yim Pil-sung di Doomsday e Scarlet Innocence), forse quello di più complessa interpretazione, vede IU trasformarsi in una terribile fata mangiacuori, che colleziona realmente i cuori di chi le promette tutto il suo amore e la sua dedizione, uccidendo senza pietà il suo innamorato interpretato da Park Hae-soo (il co-protagonista di Squid Game e il Berlino di Money Heist: Korea). Il terzo episodio, Kiss Burn (diretto da Jeon Go-woon, la giovane regista di A Boy and Sungreen e To My River), mostra IU come la spalla e la complice della giovanissima Shim Dal-gi, adolescente condannata dal padre alla reclusione per aver infranto il divieto di baciare un suo coetaneo. Il quarto episodio, Walking at Night (diretto da Kim Jong-kwan, già autore di Josée, Come, closer e One Perfect Day), sicuramente il mio preferito, è il più poetico ed intenso della serie: girato volutamente in notturno e in bianco e nero, affianca alla nostra IU Jung Joon-won (interprete di Mr. Lawyer) e riesce a dare la dimensione sospesa tra un amore che dura in eterno e che non può essere separato nemmeno dalla morte.

Che cos’è una “persona” se non una maschera teatrale, secondo la definizione latina? E da cosa è rappresentata la personalità di ognuno se non da una miriade di maschere come quelle indossate da IU nelle diverse sfaccettature del significato d’amore e della sua percezione? Declinazioni romantiche, ma anche e soprattutto malate, morbose, incompiute e soffocanti, sofferenze e ferite che sanguinano, sfaccettature complesse quanto è complesso l’animo umano, malinconico, idilliaco, ma anche crudele. Non è che l’amore faccia proprio una bella figura, in questa prospettiva poco convenzionale che guarda più alla fragilità umana e alla sua cattiva interpretazione dei sentimenti, che non all’elegia amorosa dei versi poetici. Persona è sicuramente un esperimento interessante, forse non così compiuto in tutti i suoi episodi, ma, tuttavia, l’anello di congiunzione tra l’intrattenimento dei drama televisivi e la complessità del cinema coreano d’autore, che invita a riflettere e ad emozionarsi un po’ alla volta.

Consigliato: a chi vuole aggiungere un piccolo gioiello di nicchia alla propria bacheca di drama coreani e a chi non ama particolarmente i prodotti televisivi, ma non perde un prodotto cinematografico d’autore; a chi ha sempre amato la carriera eterogenea di IU e l’ha seguita nella sua crescita; a chi aspetta di conciliare una visione diversa, laterale e forse anche poco romantica sul concetto di amore.

Captain-in-Freckles

P.S.: Pare che Netflix abbia in progetto una seconda stagione, ma nulla è stato ancora confermato.

La leggenda di Yohiro e Sakura

Narra una leggenda giapponese che molto tempo fa, in un periodo devastato dalle continue guerre, esistesse una foresta di ciliegi nella quale prosperavano degli alberi secolari, meravigliosi, un’oasi di pace e di colori. Vi era, però, un unico albero che, non rispondeva ai richiami della fioritura e anche la vegetazione accanto restava sterile, brulla.

Un giorno, una fata dei boschi, impietosita dalla solitudine di quest’albero, gli donò la possibilità di trasformarsi in essere umano, ogni qualvolta volesse, per poter scoprire i sentimenti e le emozioni umane e poter crescere e comprendere il mondo circostante.

Vi era, però, una condizione da rispettare: entro vent’anni, qualora l’albero non riuscisse a recuperare la propria vitalità, la morte sarebbe sopraggiunta.

All’inizio l’albero non voleva accogliere questo dono, poi si fece convincere, ma ogni volta, anche come essere umano, riusciva solo a percepire guerra, odio, tristezza e soprusi e, così, una sera, ormai alquanto stanco e desolato, si recò presso le rive di un fiume non molto lontano.

Presso questo fiume vide una ragazza e se ne innamorò a prima vista. La ragazza si chiamava Sakura, mentre lui si presentò come Yohiro. Ogni giorno i due giovani si incontravano al fiume e parlavano e, pian piano, qualcosa cambiava nel cuore di Yohiro, riusciva, finalmente, a scoprire la vita, attraverso la gentilezza di Sakura. I due ragazzi erano diventati confidenti, amici, si raccontavano le loro impressioni, i propri sogni in piacevolissime chiacchierate.

Un giorno Yohiro, ormai consapevole dei propri sentimenti, decise di aprire il suo cuore a Sakura e di narrarle la propria storia in tutta la sua verità, raccontandole della sua tristezza e solitudine e di come in quei vent’anni avesse cercato invano la felicità. Sakura rimase scossa dal racconto di Yohiro, specie del fatto di aver appreso che si trattava di un albero, destinato a fiorire, ma dal quale si doveva separare inevitabilmente.

Dopo un lungo abbraccio, i due giovani si allontanarono tristemente.

La fata dei boschi, però, mossa a compassione, si presentò da Sakura e diede alla ragazza la possibilità di scegliere: abbandonare per sempre Yohiro, facendo in modo che tornasse solamente ad essere un albero oppure lei stessa doveva diventare albero per stare accanto al suo amato, abbandonando così la condizione umana.

Sakura scelse di diventare anche lei un albero, soprattutto dopo aver constatato come intorno tutto fosse distruzione e desolazione, morte e dolore. Yohiro e Sakura fusero le loro anime sensibili in un bellissimo albero di ciliegio, fiorente e ammirato da tutti.

Questa è la leggenda di un amore, la leggenda dell’albero di ciliegio.

Memoru Grace

Bubble – Una pioggia di bolle

Tra i nuovissimi lungometraggi di animazione, proposti ultimamente da Netflix, troviamo Bubble, diretto da Tetsuro Araki (tra i suoi lavori precedenti lo ricordiamo per “Death Note”) e scritto da Gen Urobuchi (conosciuto per “Puella Magi Madoka Magica”). La garanzia della produzione è siglata dalla WIT Studio, lo stesso de “L’Attacco dei Giganti”.

Cinque anni prima degli eventi narrati nell’anime, una pioggia di bolle è caduta sulla Terra, sconvolgendo la vita delle persone, il clima e l’habitat e sovvertendo ogni legge fisica. Gli scienziati non hanno ancora scoperto l’origine di questo cataclisma.

La storia è ambientata in una Tokyo quasi post apocalittica in cui la forza di gravità è stata scombussolata dalla pioggia di bolle, è isolata dal mondo e molte persone sono fuggite, lasciando una città desolata, vuota e spettrale.

Tra le rovine, palazzi abbandonati, strade infinite, deserte e sommerse dall’acqua, un gruppo di ragazzi, che hanno perso le proprie famiglie, giocano sfidandosi in gare di parkour.

La loro è una vera e propria sfida alla sopravvivenza, sono dei tracciatori che si spostano liberamente, come in un percorso di guerra, adattandosi velocemente al contesto urbano complesso, senza limiti, ma osservando e annotando ogni difficoltà.

Tra i giovani che praticano questa attività, uno dei fuoriclasse è Hibiki, un ragazzo che soffre di un disturbo all’udito, introverso, solitario che parla poco anche con i compagni, ma che un giorno rimane coinvolto in un incidente a causa di una mossa avventata. Hibiki precipita in mare, ma viene aiutato da una ragazza misteriosa di nome Uta. Proprio in quel preciso momento i due giovani sentono un suono particolare che è impercettibile agli altri, ma sembra che i loro destini si siano già incrociati e che Uta sia la chiave di rivelazione per capire ciò che è avvenuto e comprendere come cambiare e avere un’altra possibilità.

A metà visione dell’anime mi sono accorta che la storia adombrava la fiaba de “La Sirenetta”, la cui versione famosa di Andersen viene anche citata all’interno del film, ma non vi lascio alcuna anticipazione e non faccio spoiler. Sappiate solamente che Hibiki e Uta sono complementari e che il loro incontro è decisivo per la salvezza dell’umanità.

Un anime affascinante che riprende alcune tematiche esistenziali, dai problemi climatici, alla solitudine dell’uomo moderno, sottoponendo lo spettatore da momenti di alta adrenalina a momenti lirici.

Memoru Grace

I hear your voice – La voce della giustizia e l’ouverture della gazza ladra

Si tratta di un drama bellissimo del 2013 che ho recuperato pian piano perché mi sono trovata a riflettere per ogni puntata, le interpretazioni sono davvero ineccepibili e la colonna sonora fa emozionare ad ogni sequenza. Alcuni episodi ti svuotano completamente, lasciandoti pensare a cosa sia davvero giusto e cosa sia sbagliato e come la giustizia possa davvero rappresentare e proteggere l’individuo che ha subìto un sopruso, una violenza o alle persone che restano superstiti anche se devastate nell’anima. Ho trovato alcuni tratti della storia davvero lirici e catartici nello stesso tempo, come quando, ad esempio, uno dei protagonisti da vittima diventa ipotetico omicida o come le prove, che possono sembrare complete, non vengano giudicate tali e una sentenza possa ribaltare completamente la situazione. Ecco, ho trovato questa serie come la migliore serie che parla di giustizia e di ingiustizia e delle diverse vicissitudini che possono cambiare completamente l’essere umano e farlo impazzire o diventare eventuale assassino o probabile vittima.

Si parla anche di perdono, un perdono la cui sola parola strazia l’anima. Nel particolare il perdono è rappresentato dalla madre della protagonista, una donna umile, ma volitiva che ha lavorato una vita e ha sempre preso di petto ogni situazione, ma che giganteggia in quei pochi minuti tutti suoi con una caratura spirituale e morale da far venire i brividi.

Si parla anche di vendetta come scelta. I protagonisti si trovano spesso di fronte a questo pericoloso bivio, una tentazione che li opprime continuamente durante lo scorrere della storia.

Infine, esiste la verità, tanto difficile da trovare, tanto salda in alcune persone, così come la lealtà e la fiducia, e tanto labile in altre accecate solo dal successo e dall’arroganza.

Penso che questa serie possa rappresentare davvero tutte queste tematiche e d’altra parte la sceneggiatura non sbaglia un colpo, è perfetta, ti lascia riflettere e ti pone degli interrogativi che ancora, a distanza di qualche tempo, mi fanno pensare.

La protagonista della storia è Jang Hye-sung (interpretata da Lee Bo-young), una ragazza vicina ai trent’anni che, dopo aver superato un’infanzia difficile e povera diventa avvocato, anzi, per essere precisi, un difensore pubblico. Forse, anche a causa del suo passato e della fatica ad ottenere ogni cosa, Hye-sung è diventata cinica e realistica ed intraprende questa carriera con una certa apatia, cerca di non farsi coinvolgere più di tanto e va avanti con il suo lavoro solo per lo stipendio. Hye-sung è intelligente, ma sa anche cosa significa faticare e tentare di sopravvivere, lei e sua madre hanno vissuto in piena povertà, ma la mamma, che ha sempre avuto fiducia in lei e nel suo innato senso di giustizia, l’ha continuamente spronata a studiare e ad andare avanti, nonostante le mille difficoltà, come ad esempio l’espulsione ingiusta dal liceo che la figlia subisce dopo essere stata falsamente accusata per aver causato un incidente con fuochi d’artificio ai danni della figlia del datore di lavoro, una certa Seo Do-yeon (interpretata da Lee Da-hee), la vera e propria nemesi di Hye-sung.

Nello stesso periodo dell’espulsione, Hye-sung è stata anche testimone coraggiosa di un omicidio che la segnerà per sempre, un uomo è stato brutalmente ucciso e l’assassino viene disturbato da lei mentre è in procinto di uccidere anche il figlio di quest’uomo. Hye-sung, anche se giovane, non pensa due volte a recarsi a testimoniare e a far condannare l’assassino.

La vita di Hye-sung cambia quando incontra Park Soo-ha (interpretato da Lee Jong-suk, “Romance is a Bonus Book“, “The Hymn of Death” ), un ragazzo diciannovenne con l’abilità di leggere nel pensiero delle persone. Così, durante la storia, la stessa Hye-sung capirà che Soo-ha non è altro che il bambino salvato da lei durante l’omicidio del quale era stata testimone dieci anni prima. C’è da subito molta chimica tra i due ragazzi, nonostante Hye-sung abbia un carattere sospettoso e lunatico, ma Soo-ha, da quando la ragazza ha testimoniato facendo giustizia al padre, ha promesso a se stesso di cercarla e di esserle riconoscente a vita, proteggendola.  

Insieme a Hye-sung lavora anche un ex poliziotto diventato avvocato Cha Gwan-woo (interpretato da Yoon Sang-hyun), idealista, fiducioso, alla ricerca continua di trovare la giustizia, entusiasta del suo lavoro, al contrario della collega.

I tre formano una squadra improbabile che utilizza metodi non convenzionali per risolvere i casi.

Un giorno, l’omicida del padre di Soo-ha torna in libertà e da lì un climax crescente di paura, di vendetta e di angoscia avvolgerà le vite dei protagonisti. In un momento molto commovente della storia, di fronte quasi all’impossibile da dimostrare, si fa riferimento (chicca preziosa per gli appassionati di musica classica e di opera come me) alla “Ouverture della gazza ladra”, ascoltata da uno dei personaggi prima di ogni evento importante in tribunale. Non vi svelo niente, ma andate a recuperare la trama dell’opera di Rossini e l’importanza della gazza ladra. Citazione importantissima e di estremo valore per questo legal drama.

I personaggi sono sviluppati molto bene dal punto di vista psicologico e possiamo emozionarci per la loro crescita durante i 18 episodi e tutti ricercheranno, con i propri mezzi e il proprio carattere, la giustizia, a volte cieca di fronte ad un fatto o ad una colpa, ma, nonostante tutto, i protagonisti riusciranno a sentire la voce di chi ne ha bisogno.

Memoru Grace

La nascita della radiofonia in Giappone

La radio in Giappone debuttò intorno al 1925, ma già dal 1896 dei tecnici del Ministero delle Comunicazioni avevano iniziato le ricerche sulle onde radio e, anche nel corso della guerra con la Russia, tra il 1904 e il 1905, ogni tanto, esercito e marina giapponese facevano ricorso alle trasmissioni radiotelegrafiche.

Quando nel 1915 il governo ottenne l’approvazione del parlamento per la Legge sulla telegrafia senza fili che autorizzava le trasmissioni radiofoniche private, il Ministero delle Comunicazioni iniziò a verificare e vagliare le richieste di licenza per le prime emittenti radiofoniche in Giappone molte delle quali legate ad agenzie di stampa o case editrici. Al Ministero era comunque riservato il potere di controllo e di veto sull’assetto ammnistrativo e sulla nomina dei vertici delle stazioni radiofoniche.

Così, nel 1925 le sedi delle prime tre stazioni radiofoniche furono Tokyo, Osaka e Nagoya. Nel 1926 le tre stazioni radio furono fuse in un’unica organizzazione nazionale, la Nippon Hōsō Kyōkai che, entro il 1929, avrebbe raggiunto già quasi tutto il paese con l’apertura di altre quattro stazioni.

Le prime trasmissioni erano quasi tutte sportive, come le dirette di tornei di baseball anche scolastici e di ginnastica ritmica. La ginnastica ritmica in particolare era accompagnata da brani musicali che facilitavano l’esecuzione degli esercizi all’aria aperta o in casa e questo diventò un fenomeno che si diffuse rapidamente in tutto il paese contribuendo a creare un senso di fiducia e di unità, considerando la radio via via sempre più come una presenza amichevole nell’arco della propria giornata.

Durante la Seconda guerra mondiale la radio, nonostante i diversi programmi fossero diventati di propaganda, fu l’unico mezzo con cui il popolo poteva aggiornarsi sull’evolversi della guerra. Il 15 agosto 1945 l’Imperatore Hirohito si rivolse per la prima volta ai cittadini via radio annunciando la resa agli Alleati.

Nel 1950, dopo una riforma del sistema radiotelevisivo, la Nippon Hōsō Kyōkai diventò una società indipendente sostenuta dal canone pagato dagli ascoltatori e nel frattempo venne liberalizzato il mercato delle trasmissioni a carattere commerciale, tanto che dal 1952 in avanti si contarono diverse radiostazioni private e anche i programmi cambiarono completamente diventando più di intrattenimento con concorsi canori, serial radiofonici e quiz a premi.

Memoru Grace

The Sound of Magic (ovvero della magia della nostra fantasia)

“Annara sumanara! Ma tu credi nella magia?”

So che in rete la tematica è particolarmente dibattuta e che diversi si aspettavano qualcosa in più o qualcosa di diverso dall’annunciato ritorno di Ji Chang-wook al drama televisivo e so che molti non sono rimasti soddisfatti da una serie che, forse, credevano differente o che si aspettavano più spettacolare, ma vedrò di sfatare, uno ad uno, tutti questi preconcetti e queste perplessità. Perché, sinceramente, ho adorato The Sound of Magic in tutto – e non sono una grande fan di Wookie -, divorando letteralmente tutti gli episodi in una sola volta.

In città, avvengono strane sparizioni, mentre il vecchio Luna Park risulta essere abitato da un tale che si definisce Mago e che tutti sembrano incolpare di qualcosa di non ben specificato. Intanto, Yoo Ah-yi (interpretata dalla bravissima Choi Sung-eun) è un’adolescente che fatica tra lavoro in un mini-market, un liceo frequentato da studenti classisti e ricchi, un padre naufragato in mezzo ai debiti, uno stuolo di creditori stanziati fuori dalla porta e una sorellina minore che deve accudire e non si può permettere minimamente di fantasticare. In più, si ritrova in banco con Na Il-dong (interpretato da Hwang In-youp, già second lead in True Beauty), lo studente più bravo del liceo, figlio di una famiglia d’élite di giudici e procuratori, perennemente con il naso (e gli occhiali) tra i libri e che sembra odiarla perché teme di essere superato agli esami. O, perlomeno, così pare, visto che Il-dong è irrimediabilmente attratto da lei e soffre le pressioni genitoriali sulla sua carriera, mentre cerca un rifugio in un mondo fantastico tutto suo. Una sera, mentre sta tornando dal lavoro, Ah-yi si sente seguita da una strana presenza, che si rivela essere un ragazzo alto e allampanato, munito di cappello a cilindro e mantello da prestigiatore e che, con un sorriso stralunato e infantile, le domanda se crede nella magia. Si tratta di Lee Eul (intrepretato magistralmente da un Ji Chang-wook in splendida forma teatrale), proprio il Mago del Luna Park, che fa apparire farfalle, fiocchi di neve e luci ovunque, viaggia per la città a bordo di una ruota panoramica, parla con un pappagallo di nome Bella (che gli risponde a modo suo) e crea un’atmosfera fantastica ovunque si muova, dando ad Ah-yi e a Il-dong la forza di credere non solo in un mondo magico e fantastico, ma anche nella propria forza interiore. Ma sarà veramente così? Dietro la facciata benevola e sorridente del Mago, si nasconde un freddo e spietato assassino, come teme la polizia, o un ragazzo fragile che rifiuta il mondo e la società, perché si è sentito rifiutato a sua volta?

The Sound of Magic è un drama breve (sei episodi) che unisce il fantasy, il musical e il thriller con un mix perfetto di scenografia e di fotografia (i momenti in cui i personaggi volano di notte sembrano riecheggiare certe scene di Moulin Rouge) e con un cast perfettamente all’unisono anche nei numeri musicali (vedere il primo pezzo musicale a scuola che ricorda tanto Footloose o il finale teatrale con il sipario che si apre e gli attori che ringraziano gli spettatori). Tratto dal webtoon Annarasumanara (che, poi, sono le parole magiche del Mago Lee Eul) e prestato letteralmente alla televisione, saltando il passaggio teatrale, il drama vanta la solida preparazione degli attori sudcoreani nei musical da West End. Tanto per fare qualche esempio, Ji Chang-wook ha calcato le scene teatrali con i musical Thrill Me (in coppia con Kang Ha-neul), Jack The Ripper e The Days (che è stato in replica a Seoul per oltre tre anni), mentre Cho Sung-eun si è distinta in Grain in the Blood e Hwang In-youp porta avanti anche una parallela carriera da cantante. Il titolo stesso del drama, infine, richiama quello che è sempre stato uno dei musical più belli di sempre, The Sound of Music con Julie Andrews (in Italia noto come Tutti insieme appassionatamente e della cui versione animata Cantiamo insieme ci siamo già occupati in questo blog).

The Sound of Magic, però, non è solo un immaginifico e spettacolare viaggio nella musica e nella magia, ma è soprattutto un percorso a ritroso in noi stessi, alla ricerca di quella parte che non muore mai e non invecchia, quella parte fanciullesca che celiamo, ma che ci salva dalle brutture del mondo. Il Mago è un Peter Pan che si è rifugiato nella sua Isola che non c’è (il Luna Park) e ha deciso che la magia deve esistere, perché altrimenti non avrebbe più senso nulla nella vita. D’altronde, la magia è quella creata da ognuno di noi, con la speranza e la fantasia, ma anche con la voglia di credere che è possibile creare qualcosa di buono, per fronteggiare il male, che non è altro che l’oscurità del mondo fantastico interiore. Non credere nella magia equivale a negare una parte di noi stessi. Il Mago sa che non tutti possono vivere come lui, ma vuole donare quel po’ di fantasia e di fanciullezza per aiutare a crescere e ci chiede di credere nella magia, come Peter Pan chiede di credere nelle fate al suo pubblico di bambini per ridare la vita a Trilli. Il giusto equilibrio non è “non fare quello che non ci piace”, ma imparare a coniugarlo con “quello che ci piace”, sapere che il mero dovere “adulto” appiattisce la personalità e costruisce adulti biliosi ed arroganti, perché non sono riusciti a preservare il proprio mondo interiore. Un po’ come Capitan Uncino, che è cresciuto troppo ammantato di imposizioni e troppo in fretta se ne è stancato per invidiare un mondo infantile e fantastico che non potrà mai raggiungere, perché l’ha oscurato per sempre. E in questa dinamica si impara a crescere e ad affrontare tristezze e delusioni, perché, quando ci si confronta con la cattiveria e la brutalità del mondo, possiamo imparare ad eliminarla nella nostra dimensione interiore con le due semplici paroline “Annara sumanara”.

Consigliato: a chi ama i musical e/o i fantasy ed è disponibile a cantare per giorni la colonna sonora, immaginando parchi dei divertimenti che si animano di notte; a chi ha saputo custodire la propria parte fanciullesca e riesce ancora ad emozionarsi quando vede una farfalla in cielo; a chi sa credere nella magia e nelle fiabe, anche quando si trova in momenti tristi, e sa che ne può ricavare forza per andare avanti.

Captain-in-Freckles

Star Wars: Rebels

Se siete qui, è perché siete amanti della saga di Star Wars e, magari, avete voglia di recuperare uno dei prodotti a torto ritenuti “minori” per completare la vostra preparazione. Perché, onestamente, se siete fan di Star Wars, non potete saltare questo piccolo gioiellino che è, a tutti gli effetti, il seguito ideale di Star Wars: Clone Wars.

Ambientata cinque anni prima del film Star Wars – Una nuova speranza e ben 14 anni dopo gli eventi del film Star Wars – La vendetta dei Sith (e, quindi, del famoso Ordine 66 con cui l’Imperatore Palpatine ha decretato lo sterminio degli ultimi Jedi), la serie d’animazione è considerata l’esordio della futura Alleanza Ribelle (sì, proprio quella di Jin Erso e di Rouge One, ma anche quella che porta Leia e i suoi amici a cementificare le speranze per una rinascita della Repubblica). Solo che i nostri ribelli sono ancora proprio nelle prime fasi della lotta e, per dirla tutta, sono persino un po’ selvaggi e folli. C’è Ezra Bridger, un ragazzo quattordicenne che percepisce la Forza come un’antenna e un po’ ricorda il Luke Skywalker del primo film. C’è Kanan Jarrus, ex padawan Jedi scampato per miracolo dallo sterminio Sith e ora mentore di Ezra. Ci sono Sabine Wren, mandaloriana esplosiva (in tutti i sensi), e Hera Syndulla, una spericolata pilota di un cargo denominato Spettro, due badass per eccellenza. Ci sono Orrelios, la cui stirpe è stata sterminata dall’Impero, e il droide Chopper. E ci sono anche una serie di conoscenze che, nel bene o nel male, sono comparse più volte nell’universo di Star Wars, da Obi Wan-Kenobi, che si garantisce tante apparizioni e tante avventure, e il capitano clone Rex, che ha rimosso il suo chip e ha rifiutato l’obbedienza all’Impero, per passare al lato oscuro di Darth Maul (morirà per davvero, prima o poi?), dell’ammiraglio Thrawn e del Grande Inquisitore.

Ma, soprattutto, torna l’eroina di Clone Wars, quella che continua ad essere – a ben ragione – uno dei personaggi più amati del franchise: Ahsoka Tano. Ed è proprio qui che scopriamo che fine ha fatto dopo la sua degradazione ufficiale e la sua parziale riabilitazione da parte dei Jedi e come mai il colore della sua spada laser sia il bianco. Perché, in fondo, Ahsoka è essa stessa la rappresentante del concetto di ribellione: da sempre, Jedi ribelle, empatica, non conformista, solitaria, ma leader di gruppo, incline a non rispettare le rigide norme imposte, quando queste possano confliggere con le sue più profonde convinzioni, è sempre l’Antigone di quest’universo galattico e insegna a tutti non solo che cosa voglia dire reagire ai soprusi di potere, ma anche quali sono le motivazioni della ribellione e della conquista della libertà. D’altronde, il suo “I am no Jedi” deriva proprio da qui.

Qualche curiosità ancora per convincere a recuperare la visione di questo prodotto, costituito dalla bellezza di 75 episodi e 4 corti: la serie animata subisce una piccola sfasatura temporale durante la quarta stagione che culmina con la crisi dell’Impero e la sua caduta a seguito della battaglia di Endor (vista nel film Star Wars – Il ritorno dello Jedi), dando la possibilità allo spettatore di godere della diacronia con gli eventi della vecchia trilogia (per cui, per i neofiti, può essere guardata anche in contemporanea alla visione dei film); la terza stagione contiene un vero e proprio Easter egg con la storia della spada nera di Mandalore, che ritroviamo nella serie The Mandalorian; il droide Chopper compare anche nel film Rogue One, mentre il cargo Spettro fa la sua apparizione sia in Rogue One che in Star Wars – L’ascesa di Skywalker; nella terza e nella quarta stagione, appare Saw Gerrera, leader dei Partigiani e vero terrorista della Ribellione, noto personaggio di diversi romanzi del franchise, interpretato da Forest Whitaker nel film Rogue One; troviamo, per la prima volta, tutta la famiglia Organa al completo (il senatore Bail Organa, la regina Breha Antilles e la principessa Leia), ma anche i due amati droidi C-3PO e R2-D2.

Consigliato: ai fan di Star Wars a cui manca questa chicca preziosa e a quelli che l’hanno già vista (perché le revisioni sono sempre importanti); agli amanti di anime e/o di sci-fi; a tutti quelli che ho già convinto con la recensione di Star Wars: Clone Wars e che ormai sono entrati in questo fantastico universo.

Buon viaggio nell’Iperspazio!

Captain-in-Freckles

P.S.: Le avventure continuano con una storia a tema di lightsaber e navicelle spaziali (recuperatela qui).

Le eclissi: leggende del “Sole Nero”

Dalla notte dei tempi, il fenomeno delle eclissi, ha sempre rappresentato una ricchissima fonte di miti e leggende in ogni angolo del pianeta. Che sia di sole o di luna, poco importa: era quasi sempre presagio di catastrofe. Infatti, anticamente si vedevano le eclissi come rottura dell’equilibrio tra la Terra e l’Universo. La prima testimonianza di un’eclissi ci arriva dalla Cina e risale al mese di ottobre del 2137 AC. La leggenda narra di due astronomi Ho e Hsi che furono giustiziati per non aver predetto l’eclissi, non per incapacità, ma per ubriachezza! Già 4000 anni fa, gli astronomi di Corte riuscivano a prevedere le eclissi… un po’ come i nostri metereologi che non riescono neanche nelle previsioni giornaliere!

In Asia, il fenomeno era un pessimo presagio soprattutto per il futuro del sovrano, in quanto consacrato dal volere divino. La parola “eclisse” in Cinese significa mangiare, quindi, secondo la tradizione, il Sole era mangiato del Drago. Fino al secolo scorso la popolazione cercava di spaventare il drago facendo rumore con tamburi e pentole. Poi le pentole sono state sostituite dai fucili della Marina cinese che sparano (a salve!) al Sole durante il suo oscuramento.

Come anche in India si credeva che il Drago affamato volesse mangiare il Sole, in Vietnam troviamo la Rana o il rospo e nel Nord Europa il Lupo Skoll per il Sole e Hati per la Luna.

Ma c’erano anche popolazioni che credevano che fosse una punizione divina, come per esempio i Romani o i Persiani che pensavano che gli Dei volessero lasciare gli umani nel buio accompagnati solo dai Rancori e dagli Incubi delle malvagità commesse.

Altre leggende, raccontano le eclissi come portali aperti tra il regno dei morti e il regno divino, e tutti i rituali per cercare di non far uscire le anime cattive. In Giappone, per esempio, durante l’eclissi vengono chiusi i pozzi per evitare che l’acqua si contamini con le impurità che escono dal portale. Altre leggende ancora descrivono le eclissi come connessione del nostro mondo con altri universi paralleli… tipo Moon Lovers: con un’eclissi ti ritrovi in piscina con ben 7 principi… ma questa è un’altra storia! A questo proposito, ecco leggenda coreana!

Si racconta che il Re del regno di Gamangnara (che significa Mondo Oscuro), preoccupato dall’oscurità che circondava il proprio regno, ordinò a due cani di rubare il sole e la luna. Ilsik addentò il Sole, ma si bruciò per il troppo calore; Wolsik provò con la Luna, ma dovette cedere perché per il troppo freddo, si congelò la bocca. I cani tornarono dal Re, il quale infastidito, inviò altri cani senza che essi riuscirono nell’intento. Le eclissi rappresentavano il momento in cui il Sole o la Luna venivano morsi dai cani.

Ma non dobbiamo immaginarci i cani, come sono oggi. Infatti, ne “I racconti del folklore della Corea” c’è la sezione “Bulgae”, che viene tradotta come “cani da fuoco” o “cani forti e feroci” ma anche “cani pelosi” come erano i “Sapsari”, una antica razza canina coreana il cui significato letterale è “cani inseguitori di fantasmi”.  I cani sono stati per molto tempo una presenza fissa cultura coreana. Tanto che se ne trova ancora traccia sulle pietre tombali. Molte leggende li vedono protagonisti, attribuendogli il significato di libertà dal Mondo Oscuro… insomma lo spirito progressista del popolo coreano è sempre andato di moda!

Lady K Trash

Il mese degli dei – Voglio correre fino al traguardo!

Kanna, una ragazzina di dodici anni, ha una grande passione per la corsa. Ha ereditato questa passione dalla sua mamma Yayoi, scomparsa un anno prima a causa di una malattia, da allora Kanna non riesce più ad impegnarsi in atletica come faceva una volta e, non riuscendo a superare il dolore per il lutto della madre, nasconde questa tristezza nel profondo del suo cuore. Un giorno, durante una maratona scolastica, ha un attacco di panico e inizia a fuggire fino ad arrivare nei pressi di un tempio.

Qui, Kanna indossa l’amuleto della madre e così inizia ad assistere alla apparizione di alcuni strani personaggi non visibili agli esseri umani, come il coniglietto Shiro e il ragazzo demone Yato. Kanna apprende qualcosa che non sapeva prima: sua madre era discendente di una stirpe divina, la cui abilità consisteva nella corsa.

Da questo momento in poi, per Kanna inizia un lungo viaggio e un’avventura inverosimile che la porterà fino alla terra di Izumo, al cospetto degli dei, con la speranza di poter rivedere la madre.

Il mese di ottobre, secondo la tradizione shintoista, è anche detto “mese senza dei”, cioè è il mese in cui tutte le divinità lasciano i loro santuari e si radunano al Santuario di Izumo.

Il viaggio di Kanna è un viaggio di formazione, catartico, è un continuo cercare di sprofondare con il proprio pensiero all’interno di un percorso che porterà al superamento delle paure e alla consapevolezza dell’importanza della vita. Kanna riuscirà a venire a capo della sua depressione e a riemergere dalla nebbia della disperazione?

Un racconto fantastico dalle sfumature psicologiche che ha il merito di tratteggiare con rara sensibilità la dolorosa storia di una perdita e la ricerca della vita.

Altro elemento importante è l’uso dell’antica mitologia nipponica e del folklore che possano fare da tramite tra la società moderna e il passato che dona la possibilità di trovare la chiave per aprire la porta della salvezza anche grazie alla scoperta delle proprie radici.

La maratona è un archetipo, è il simbolo della vita nonostante la fatica e ciò delinea bene tutta la storia di questo anime.

“Il mese degli dei” è un film di animazione prodotto dalla Liden Films, studio fondato nel 2012. In Giappone il film è uscito nel 2021 e, non a caso, nel mese di ottobre, il decimo mese dell’anno che nel calendario antico viene chiamato Kannazuki, “il mese senza dei ” e questo è uno dei motivi per cui la stessa protagonista si chiama Kanna.

Un anime molto bello, emozionante che vi consiglio e che potrete recuperare nel catalogo Netflix.

Memoru Grace