In Our Prime: Nel fiore dei nostri anni – Bach e la matematica

“Nella domanda sbagliata puoi trovare la risposta giusta”.

Ci sono piccoli film virtuosi che rimangono impressi già dalle primissime immagini e dai primi suoni alla mente dello spettatore che ha immediatamente l’idea di entrare in contatto diretto con la storia e con i suoi personaggi. In Our Prime – Nel fiore dei nostri anni (이상한 나라의 수학자) crea una connessione talmente diretta con lo spettatore che ci si sente avvolti da un’atmosfera di numeri e di note musicali senza nemmeno accorgersene. Bach, ma anche Chopin e diversi pezzi famosissimi di musica classica si intersecano così bene nella spiegazione di complessi ragionamenti matematici, aprono e chiudono il film, lo spezzano con interludi al pianoforte, accompagnano qualsiasi ragionamento muto, superando le parole per soffermarsi sull’importanza dei dialoghi silenti, dati da un solo cenno e da uno sguardo degli occhi.

Il giovane Han Ji-woo (interpretato da Kim Dong-hwi, protagonista anche di Chistmas Carol e Missing) si ritrova quasi per caso in un liceo frequentato da compagni altolocati e intelligenti, continuamente umiliato da insegnanti che non lo valorizzano e che sono già certi di un suo fallimento futuro e gli addossano la colpa anche di atti che non ha mai commesso. Convinto di non poter andare all’università, ma determinato a tentarci in ogni caso, anche per soddisfare un desiderio della madre, che mette di lato ogni soldo dei suoi innumerevoli lavori per il figlio, Ji-woo tenta di studiare da solo la matematica, ma senza successo, fino a quando non si imbatte nel burbero e arcigno Lee Hak-sung (Choi Min-sik, il grande protagonista di Old Boy), il guardiano e custode della scuola, che, però, è segretamente un genio matematico. Nella sua guardiola ombrosa, Hak-sung, che sembra invisibile a tutta la popolazione scolastica (e, in questa caratterizzazione, mi ha ricordato molto la protagonista del romanzo francese L’eleganza del riccio), si rivela un fine conoscitore delle arti, della letteratura, della filosofia, della musica e, appunto, della matematica, per cui offre il suo aiuto a Ji-woo, dandogli delle lezioni extra alla chiusura della scuola. Le lezioni sono uno spettacolo di visività, suono ed equazioni (“Io suono delle note e tu mi darai la soluzione all’algoritmo“) e mettono in luce il talento matematico di Ji-woo, un diamante grezzo con una genialità intrinseca che solo Hak-sung riesce a far emergere. Il gruppo viene completato da Park Bo-ram (interpretata da Jo Yun-seo, protagonista anche di The Night Owl), compagna di classe di Ji-woo, talento musicale, ma limitata dalle costrizioni sociali di una famiglia di alta borghesia.

Solo che la genialità matematica non è l’unico segreto che Hak-sung nasconde: il dimesso guardiano scolastico è, in realtà, un grande matematico nordcoreano, fuggito tanti anni prima approfittando di una gara di calcolo e ora in incognito sotto falso nome. Il passato, però, talvolta riemerge nei modi più strani e solo la sua completa comprensione dà la possibilità di chiarire del tutto una serie di azioni e di guardare avanti verso il futuro. Perché la vita è così, misteriosa e logica al tempo stesso come un algoritmo in base neperiana o come una sinfonia di Bach dove i tasti neri predominano sui tasti bianchi.

In Our Prime è un tributo alla matematica e alla musica classica, ma è anche una lenta e coinvolgente riflessione su se stessi, sulle proprie capacità, sulla libertà e sulla forza dei legami reciproci, perché quell’amicizia e quella stima diventano qualcosa che sa abbattere i muri e che sa donare fierezza alle menti dei personaggi. Del resto, come afferma Hak-sung, “il procedimento di risoluzione di un problema è molto più importante della risoluzione stessa” ed è in tutto quel procedimento che sta la formazione di Ji-woo, che scopre le sue forze, ma anche la ri-formazione di Hak-sung, che acquisisce il coraggio di uscire dal suo rifugio per affrontare il mondo.

Piccolo gioiello da recuperare e giustamente apprezzato dalla critica, che ho scoperto al Florence Film Fest del 2023, il film è una visione consigliatissima, che lascia lo spettatore a metà tra le lacrime e le risate, dove si sorride anche con tristezza e si piange per l’emozione e numeri e note si mischiano nella stessa malinconica onda. Da segnalare, all’interno, il cameo di Park Byeong-eun nel ruolo del professore di liceo di Ji-woo (attore già visto e apprezzato in Eve, Oh My Baby, Because This is My First Life, Kingdom) e del giovane talento Tang Jun-sang (il giovane militare di Crash Landing on You e protagonista di Move to Heaven e Badminton Club), che già da solo riempie lo schermo.

Captain-in-Freckles

Seasons of Blossom

Ci sono dei momenti nella vita in cui ci sentiamo di non appartenere a questo mondo, a quello che gli altri vogliono vedere da noi, alle alte aspettative delle persone a cui teniamo, a quell’idea che noi vorremmo dare agli altri, alla ricerca infinita della perfezione, oppure esistono semplicemente alcuni momenti nella vita di ognuno di noi in cui riusciamo a percepire il senso di vuoto e di buio che ci impedisce di toccare il contorno degli oggetti e ci fa perdere il senso di equilibrio, la sensazione tattile, ci ritroviamo con un groppo in gola, incapaci di respirare.

Seasons of Blossom” tocca un argomento molto forte e difficile da affrontare, ma lo tratteggia con una delicatezza incredibile, nella ricostruzione delle sensazioni, delle emozioni, delle percezioni dei personaggi, in un momento difficile della crescita, l’adolescenza. Attenzione, però, perché non si tratta di una serie dove la tematica unica è l’adolescenza, la tematica principale è quella della vita con le difficoltà e le prove che ci riserva ogni giorno e la struttura narrativa, infatti, è divisa in due spazi temporali, quello del passato e quello del presente, anche se, in questa recensione, ho voluto dividere la trama  in stagione del passato, stagione del presente e stagione dei ricordi, una stagione che va a propendere per una speranza futura, sistemando nel presente ciò che si può rimediare, senza dimenticare quel che abbiamo compreso dal passato e, soprattutto, senza rinnegare il passato stesso e i ricordi.

LA STAGIONE DEL PASSATO – Ciò che poteva essere

Quando pensiamo al passato gli attribuiamo spesso delle colpe o incolpiamo noi stessi per non aver fatto abbastanza o perché abbiamo preso determinate decisioni di cui abbiamo pagato le conseguenze nel futuro.

Ha So Mang (So Ju Yeon, “Dr. Romantic 2”, “ Lovestruck in the City”) è una studentessa del Liceo Seoyeon, timida, riservata che non riesce facilmente a fare amicizia con i suoi coetanei e, da appassionata di pittura e disegno, si rifugia spesso nel laboratorio di arte, quando non c’è nessuno, solo per trovare un angolo tutto per sé, non essere costretta alla socialità, ma nascondersi nei suoi sogni in un mondo pieno di tempere e colori, non teme la solitudine, ma cerca di isolare il suo talento per ritrovare se stessa. Un giorno, mentre So Mang è impegnata in un’opera artistica, entra furtivamente in laboratorio Lee Ha Min (Seo Ji-hoon, “Meow, ragazzo segreto”), uno dei ragazzi più apprezzati del liceo, capoclasse, gentile e affabile con tutti e ispirazione per i suoi compagni che tentano di imitarlo e di aspirare ai suoi voti che con tanto impegno raccoglie meritatamente per entrare presto alla facoltà di medicina. Nell’ aula di arte, però, So Mang non riconosce lo stesso Ha Min visto tutti i giorni a scuola, che forse non si è mai accorto di lei nemmeno come compagna di classe, non sa il suo nome, appartiene ad una élite a cui So Mang è timorosa anche solo a pensare. Ha Min è diverso, non è la stessa persona che vede tutti i giorni, è una persona stanca di indossare la maschera che tutti conoscono. In quel laboratorio mostra qualcosa di sé che gli altri non hanno mai visto in lui, la passione per l’arte, una passione in comune per entrambi i ragazzi che li farà avvicinare e innamorare e, anche se le persone ignoreranno la loro relazione, i due ragazzi scopriranno che correre insieme in un giorno di pioggia può abbattere il muro della malinconia e della tristezza.

Ha Min, però, ha in sé un lato oscuro, un lato che nessuno conosce perché il ragazzo lo riesce a camuffare e a nascondere agli occhi delle persone. Ha Min soffre del male di vivere.

“L’estate a volte mi fa sentire come se affogassi”, confida un giorno a So Mang.   

Presto i due ragazzi per una serie di circostanze, decisioni e scelte di altri saranno costretti ad allontanarsi e tutto ciò allargherà la faglia nel cuore di Ha Min che, una volta che aveva conosciuto la possibilità di ritrovare se stesso, dovrà rinnegarla per continuare ad essere quello che gli altri si aspettano da lui, ma stavolta riuscire a tenere il ritmo non sarà semplice e verrà inghiottito da un vortice di dolore e senso di abbandono.

LA STAGIONE DEL PRESENTE – La speranza di migliorare

“Continuo a tornare a quel tempo. Se potessi rivederti, questa volta non lascerei andare la tua mano”, pensa So Mang quando anni dopo torna al liceo Seoyeon come insegnante tirocinante.  Con So Mang sono tornati i ricordi che per altri sono sfumati e vedere nel corridoio Lee Jae Min (Kim Min Kyu) che sorprendentemente somiglia ad Ha Min la fa sobbalzare. Jae Min è un ragazzo gentile, sorridente, ma sembra serbare nel suo cuore un dolore che anche lui non riesce ad esprimere, forse per questo So Mang trova tanta somiglianza tra i due ragazzi. Tra i corridoi del liceo si incrociano le storie di altri ragazzi, Yoon Bo Min (Kang Hye Won) studentessa modello, capoclasse, sempre con la testa sulle spalle, una ragazza riflessiva e impegnata a scuola e nelle attività culturali e sportive. Kan Sun Hee (Oh Yoo Jin), amica di Bo Min, sempre pronta ad aiutare l’amica e chiunque si trovi difficoltà, amica d’infanzia di Jae Min per il quale prova un affetto che crede non sia corrisposto e Choi Jin Young (Yoon Hyun Soo), nerd, appassionato campione di videogiochi, dal carattere schivo che si ritroverà a collaborare con Bo Min in un accordo segreto.

La vita dei ragazzi del liceo Seoyeon nella stagione presente non è priva di difficoltà, le loro storie ci faranno pensare, ma ci regaleranno anche un sorriso come segno di speranza per il futuro. La stessa So Mang scoprirà grazie a Jae Min alcune verità che cercava.

LA STAGIONE DEI RICORDI – Recuperare il tempo insieme in una dimensione onirica

“In quel momento una sciocca speranza mi attraversò la mente. Nel posto in cui custodivamo i nostri ricordi, potevi esserci tu ad aspettarmi”.

Penso che una delle cose più difficili da fare nella propria vita sia proprio perdonare se stessi, soprattutto se ci sentiamo in colpa per qualcosa o per non aver fatto abbastanza per qualcuno. So Mang sceglie di fare il tirocinio nel suo vecchio liceo per recuperare quel tempo perduto che non ha potuto trascorrere con Ha Min che, nell’ estate seguente il loro incontro, si è tolto la vita, quella vita invidiata da tutti, ma che in un attimo di crollo emotivo, di cui si erano accorti in molti, era stata disprezzata, calpestata e abbandonata. Ha Min che aveva allontanato So Mang, quasi per non farla inghiottire dal suo stesso male di vivere, ma che forse era andato a cercarla nelle ultime ore della sua vita in quel tentativo di raggiungere la sua unica luce, quell’ isola di speranza che aveva letto il suo io più intimo e che lo aveva compreso senza chiedere spiegazioni. Eppure, un messaggio non letto, una chiamata senza risposta, un ritardo normale, può trascinare con sé un dolore infinito e un atto estremo nell’ oscurità dell’anima.

Un amore che nasce e continua nel tempo, che per la protagonista non smetterà mai di esistere e che, in una dimensione onirica, riuscirà a rincontrare e a chiedergli: “Ti sei mai pentito?”.  Un contatto che serve a So Mang per perdonare se stessa, per far sì che il ricordo di Ha Min non sparisca, per rielaborare il lutto e per trovare la forza di continuare.

Alcuni la chiamano depressione, per altri è male di vivere e, anche se non vi si soffre quotidianamente, ognuno di noi ha avuto almeno un episodio nella propria vita e non serve vergognarsene, serve accettare se stessi, ritrovare la forza, non rinnegare i propri sogni e trovare una persona cara disposta a correre con te sotto la pioggia, dopo una giornata calda d’estate che ci ha travolti di spossatezza infinita.

Tratto da un webtoon, “Seasons of Blossom” è una storia commovente, intimista, dolorosa, una storia di crescita che vi catturerà e che per alcuni tocchi mi ha ricordato “L’attimo fuggente”. Consigliatissimo!

Memoru Grace

Suzume: una porta socchiusa sull’Altrove

A volte, il viaggio più lungo è la distanza tra due persone

Di solito, passano sempre tre anni esatti tra un’uscita di un capolavoro di Makoto Shinkai e un’altra. Tre anni sofferti e vissuti nell’oblio di nuove informazioni e nel tentativo di riuscire a spiegare e ad interpretare la pellicola precedente, quando, improvvisamente, arriva un’altra pellicola e il buon Sensei è riuscito a confondere nuovamente tutte le nostre certezze, con una storia all’apparenza semplice, ma che riesce a scavare nel più profondo dell’animo umano. Ma i veri fan non demordono praticamente mai e, anche stavolta, con una melodia quasi sussurrata in testa (che vi proponiamo qui di seguito), siamo andate al cinema alla prima di Suzume (すずめの戸締まり Suzume no Tojimari) e siamo uscite quasi in silenzio.

Pronti per un’intervista doppia sulle nostre opinioni?

TRAMA: Un giorno, prima di andare a scuola, l’adolescente Suzume si imbatte per caso nel misterioso Sota, che cerca monumenti in rovina e porte abbandonate. Incuriosita dall’attività del giovane, Suzume si reca da sola alle rovine e apre una porta che le fa vedere uno scenario meraviglioso, come di un mondo lontano e vicino al tempo stesso. Solo che la terra si scuote, una strana creatura esce dalla porta e Suzume fugge lasciando la porta aperta e scatenando una serie di eventi complessi, che la porteranno in giro per il Giappone per tentare di salvare tutti dai terremoti, ma anche per ritrovare se stessa. Dal sud al nord del paese, dall’esterno all’interno delle proprie emozioni, fino ad un posto ignoto, l’Altrove, in cui forse in un determinato momento della sua vita si è smarrita la stessa Suzume.

CHE SENSAZIONE TI HA TRASMESSO QUESTO FILM?

Memoru Grace

Come ogni film di Makoto Shinkai, anche Suzume mi ha fatto perdere in una dimensione onirica e ho tentato per ogni scena di ricordare tutti i particolari perché ero quasi certa che sarebbero stati importantissimi per la soluzione finale, poi, tra una musica, un’emozione, una sorpresa, ti ritrovi a ripensare per i giorni seguenti a quel qualcosa che era così visibile eppure così magico che non lo hai percepito del tutto. Per me questa è la grandezza di Makoto Shinkai, leggere in chiavi diverse le sue opere e capire sempre qualcosa di più.

Captain-in-Freckles

Un senso di estasi onirica, senza sapere più se ci si trovava tra sogno e realtà. Come la maggior parte dei film di Makoto Shinkai, non credo di averlo capito del tutto fino alla fine. O, meglio, come sempre, ho avuto la sensazione di capire tutto per, poi, essere destabilizzata ad un terzo del film, ri-destabilizzata a metà e trovare l’appagamento finale.

L’ELEMENTO O L’EMOZIONE RICORRENTE NEL FILM?

Memoru Grace

Per me ciò che ricorre maggiormente nel film è l’infanzia e proprio per questa tematica, insieme a delle grandi figure femminili, questa ultima opera di Makoto Shinkai si avvicina al mondo dello Studio Ghibli. Ho percepito gli elementi dell’infanzia in moltissime scene e particolari: la sediolina (ricordo della madre della protagonista e tramite tra le due dimensioni), il Luna Park, i ricordi sfumati di Suzume piccola, i due bambini incontrati durante il viaggio, il gatto, la storia stessa che è quasi una “caccia al tesoro” per ritrovare se stessi, i propri ricordi, un affetto nascosto così delicatamente nei meandri della mente.

Captain-in-Freckles

Il legame col passato che diventa futuro e presente, al tempo stesso: tre dimensioni che si perdono e si fondono insieme. Il viaggio come momento di crescita, il sogno e l’illusione come un’altra realtà, forse più vera, più interiore, da afferrare e custodire. Ci sono, poi, oggetti piccoli, all’apparenza quasi insignificanti, forse rotti o consunti, che mi hanno ricordato un po’ il filo rosso di Your Name: la persistenza del ricordo, ma anche la possibilità attiva affidata a noi stessi, quell’aggrapparsi alla vita quasi al di fuori di essa, che permette di salvarci. Suzume dice che non ha paura della morte e, in effetti, non ha paura nemmeno di smarrirsi nell’Altrove, perché sa che ha quella forza enorme di venirsi incontro da sola e di salvarsi.

PERSONAGGI

Memoru Grace

Come ho detto prima, ho apprezzato moltissimo le tante figure femminili del film, aiutanti della protagonista, così come la figura del misterioso Sota che mi ha affascinato fino alla fine. Suzume, finalmente una protagonista femminile per un’opera di Makoto Shinkai che aveva in precedenza presentato altre bellissime figure femminili, ma stavolta la storia è vista direttamente dagli occhi della ragazza. Un plauso per la zia della protagonista con la quale ho personalmente empatizzato per tutta la storia perché anche per lei non è stato facile crescere una bambina che aveva appena perso la madre e dedicarle i migliori anni della sua giovinezza. impeccabili le psicologie dei personaggi come solo questo regista riesce a regalare per ogni storia.

Captain-in-Freckles

La protagonista è stata sicuramente il mio personaggio preferito, ben tratteggiata e valorizzata nel suo percorso di crescita, visto che tutto il film è affidato a lei (che dà anche il titolo alla pellicola). Mi ha ricordato la protagonista di Weathering with You, sempre di Makoto Shinkai, ma con un’evoluzione ulteriore, che la fa avvicinare di più a quelle inarrivabili eroine femminili dello Studio Ghibli. Anche il protagonista maschile, Sota, mi è sembrato uscito dallo Studio Ghibli: ho trovato nel suo modo misterioso di portare avanti la sua missione una somiglianza incredibile con il mago protagonista de Il castello errante di Howl. Pure diversi elementi magici (la sedia, così come il fuoco), che da elementi si trasformano in veri e propri personaggi, mi hanno ricordato quella dimensione magica e interiore di Howl. Suzume, inoltre, incontra una serie di personaggi lungo il cammino, che sembrano quasi delle tappe della sua stessa esistenza (la coetanea in motorino, la giovane madre single che riflette sulla sua infanzia, etc.). Menzione speciale per la zia quarantenne, che l’ha cresciuta, facendole da madre e che, personalmente, shippavo con l’amico del protagonista, durante l’ultimo meraviglioso viaggio a bordo di una decappottabile rotta.

FORMAZIONE, MAGIA O RICORDO?

Memoru Grace

Suzume è una storia di formazione che parte dall’adolescenza per cercare la propria infanzia attraverso una dimensione magica che ha privato del ricordo la protagonista. Ancora una volta l’elemento della dimensione spazio-temporale fa da grande protagonista, ma Suzume è una ragazza che ha bisogno di affetto e lo vuole trovare al di là della situazione presente, sa che è stata prescelta per qualcosa di grande e grazie a questa missione riuscirà anche a comprendere quella “mancanza” che sente e di cui soffre quotidianamente. Ritrovare un ricordo è la vera missione della protagonista e, attraverso una porta magica, l’Altrove le darà questa possibilità!

Captain-in-Freckles

Si tratta sicuramente di una storia di formazione che utilizza l’espediente della magia per scavare nel ricordo per guardare al futuro. In questo senso, perciò, tutti questi tre elementi sono presenti. In particolare, la formazione, che è una crescita e una costruzione del proprio io, fatta passo per passo e mattone su mattone, avviene proprio attraverso il ricordo o, meglio, in cerca di quel ricordo perduto, che da solo può aiutare a capire il presente e palesare il futuro. Allora, la magia, a questo punto, rimane sì un elemento importante, ma molto meno magico di quanto non si possa credere. Per Makoto Shinkai, la magia è quasi casualità, non tanto una caratteristica peculiare, quanto uno strumento che tutti quanti possiamo trovare in noi stessi, se solo siamo in grado di leggere correttamente i segni. In tutto ciò, il film diventa un viaggio psicologico, a cui tutti gli elementi descritti concorrono.

Abbiamo cercato di non fare spoiler, perché questo film vale assolutamente il recupero, per cui vi consigliamo quanto prima la visione di questa pellicola, l’ascolto della sua colonna sonora e magari un magico viaggio in mezzo a luoghi stra-noti per ritrovare il luogo più nascosto e più ambito: noi stessi.

Postilla finale: il film è uno dei più grandi successi di botteghino del regista, in particolare in Estremo Oriente (avendo registrato incassi da record in Giappone, Cina e Corea del Sud), anche perché sono tratteggiati fatti ed eventi realmente accaduti e che hanno avuto una eco incredibile in tutta l’Asia, come il terremoto con successivo maremoto di Tohoku, avvenuto l’11 marzo 2011, con una magnitudo superiore al nono grado della scala Richter e onde anomale che superarono i 40 metri. Si tratta di uno dei terremoti più devastanti della storia dell’umanità e che ha avuto conseguenze terribili anche per le infrastrutture energetiche (si ricorda, per esempio, il disastro della centrale nucleare di Fukushima). Ad oggi, il numero ufficiale è di 15 703 morti accertati, 5 314 feriti e 4 647 dispersi.

Memoru Grace & Captain-in-Freckles

59th Baeksang Arts Awards

il 28 aprile 2023, si è svolta all’Incheon Paradise City di Incheon (vicino a Seoul) la 59esima edizione dei Baeksang Arts Awards, una delle premiazioni più importanti dell’Hallyu cinematografico e televisivo sudcoreano. Ancora una volta la cerimonia è stata presentata da Shin Dong-yup, Bae Suzy e Park Bo-gum, ormai veterani del palco dei Baeksang. Noi abbiamo seguito la manifestazione per voi. Ecco candidature, vincitori e un po’ di news al riguardo.

Miglior Film: Next Sohee; The Night Owl; Hansan: Rising Dragon; Hunt; Decision to Leave. WINNER: The Night Owl

Migliore Regia: Kim Han-min per Hansan: Rising Dragon; Park Chan-wook per Decision to Leave; Ahn Tae-jin per The Night Owl; Lee Jung-jae per Hunt; Jung Ju-ry (July) per Next Sohee. WINNER: Park Chan-wook (Decision to Leave)

Migliore Regia Esordiente: Kim Se-in per The Apartment with Two Women; Park Yi-woong per The Girl on a Bulldozer; Ahn Tae-jin per The Night Owl; Lee Sang-yong per The Roundup; Lee Jung-jae per Hunt. WINNER: Ahn Tae-jin (The Night Owl)

Migliore Attore Protagonista di un Film: Ma Dong-seok per The Roundup; Ryu Jun-yeol per The Night Owl; Park Hae-il per Decision to Leave; Song Kang-ho per Broker – Le buone stelle; Jung Woo-sung per Hunt. WINNER: Ryu Jun-yeol (The Night Owl)

Migliore Attrice Protagonista di un Film: Bae Doona per Next Sohee; Yang Mal-bok per The Apartment with Two Women; Yum Jung-ah per Life is Beautiful; Jeon Do-yeon per Kill Boksoon; Tang Wei per Decision to Leave. WINNER: Tang Wei (Decision to Leave)

Migliore Attore Non Protagonista di un Film: Kang Ki-young per The Point Men; Kim Sung-cheol per The Night Owl; Park Ji-hwan per The Roundup; Byun Yo-han per Hansan: Rising Dragon; Im Si-wan per Emergency Declaration. WINNER: Byun Yo-han (Hansan: Rising Dragon)

Migliore Attrice Non Protagonista di un Film: Park Se-wan per 6/45; Bae Doona per Broker – Le buone stelle; Ahn Eun-jin per The Night Owl; Yum Jung-ah per Alienoid; Lee Yeon per Kill Boksom. WINNER: Park Se-wan (6/45)

Migliore Attore Esordiente in un Film: No Jae-won per Missing Yoon; Park Jin-young per Christmas Carol; Byeon Woo-seok per 20th Century Girl; Seo In-guk per Project Wolf Hunting; Ong Seong-wu per Life is Beautiful. WINNER: Park Jin-young (Christmas Carol)

Migliore Attrice Esordiente in un Film: Go Youn-jung per Hunt; Kim Si-eun per Next Sohee; Kim Hye-yoon per The Girl on a Bulldozer; Lee Ji-eun (IU) per Broker – Le buone stelle; Ha Yoon-kyung per Gyeong-ah’s Daughter. WINNER: Kim Si-eun (Next Sohee)

Migliore sceneggiatura da cinema: Park Gyu-tae per 6/45; Lee Jung-jae e Jo Seung-hee per Hunt; Park Chan-wook e Jeong Seo-kyeing per Decision to Leave; Jung Ju-ri (July) per Next Sohee; Ahn Tae-jin e Hyun Kyu-ri per The Night Owl. WINNER: Jung Ju-ri (Next Sohee)

Migliore tecnica per cinema: Ryu Seong-hee per la scenografia di Decision to Leave; Lee Mo-gae per la fotografia di Hunt; Jeong Seong-jin e Jeong Chul-min per gli effetti speciali di Hansan: Rising Dragon; Cho Young-wook per la colonna sonora di Decision to Leave; Hong Seung-cheol per le luci di The Night Owl. WINNER: Lee Mo-gae (Hunt)

Miglior Drama TV: My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; The Glory; Our Blues – Vite intrecciate; Avvocata Woo; Little Women. WINNER: The Glory

Miglior Regia TV: Kim Kyu-tae per Our Blues -Vite intrecciate ; Kim Seok-yoon per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Kim Hee-won per Little Women; Yoo In-shik per Avvocata Woo; Lee Joo-young per Anna. WINNER: Yoo In-shik (Avvocata Woo)

Gran Premio per la Televisione (Daesang): Park Eun-bin (Avvocata Woo)

Migliore Attore Protagonista in un Drama: Son Suk-ku per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Lee Byung-hun per Our Blues – Vite intrecciate; Lee Sung-min per Reborn Rich; Jung Kyung-ho per Crash Course in Romance – Corso accellerato sull’amore; Choi Min-sik per Big Bet: La Grande Scommessa. WINNER: Lee Sung-min (Reborn Rich)

Migliore Attrice Protagonista in un Drama: Kim Ji-won per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Kim Hye-soo per Under the Queen’s Umbrella; Park Eun-bin per Avvocata Woo; Song Hye-kyo per The Glory; Bae Suzy per Anna. WINNER: Song Hye-kyo (The Glory)

Migliore Attore Non Protagonista in un Drama: Kang Ki-young per Avvocata Woo; Kim Do-hyun per Reborn Rich; Kim Jun-han per Anna; Park Sung-hoon per The Glory; Jo Woo-jin per Narcosantos. WINNER: Jo Woo-jin (Narcosantos)

Migliore Attrice Non Protagonista in un Drama: Kim Shin-rok per Reborn Rich; Yeom Hye-ran per The Glory; Lee El per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Lim Ji-yeon per The Glory; Jung Eun-chae per Anna. WINNER: Lim Ji-yeon (The Glory)

Migliore Attore Esordiente in un Drama: Kim Gun-woo per The Glory; Kim Min-ho per New Recruit; Moon Sang-min per Under the Queen’s Umbrella; Joo Jong-hyuk per Avvocata Woo; Hong Kyung per Weak Hero Class 1. WINNER: Moon Sang-min (Under the Queen’s Umbrella)

Migliore Attrice Esordiente in un Drama: Kim Hieora per The Glory; Roh Yoon-seo per Crash Course in Romance – Corso accelerato sull’amore; Lee Kyung-seong per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Joo Hyun-young per Avvocata Woo; Ha Yoon-kyung per Avvocata Woo. WINNER: Roh Yoon-seo (Crash Course in Romance)

Migliore Sceneggiatura di Drama: Kim Eun-sook per The Glory; Moon Ji-won per Avvocata Woo; Park Hae-young per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Jeong Seo-kyung per Little Women; Hong Jung-eun e Hong Mi-ran (sorelle Hong) per Alchemy of Souls e Alchemy of Souls: Light and Shadow. WINNER: Park Hae-young (My Liberation Notes)

Migliore Tecnica in un Drama o in un programam TV: Noh Young-sim per la colonna sonora di Avvocata Woo; Ryu Seong-hee per la scenografia di Little Women; Song Nak-hoon, Jo Jin-hyeon e Hwang In-woo per la fotografia di Inkigayo; Hwang Jin-hye per gli effetti speciali in Avvocata Woo; Jang Jong-kyung per la fotografia in The Glory. WINNER: Ryu Seong-hee (Little Women)

Migliore Programma TV di intrattenimento: Earth Article; Psick Show – terza stagione; Physical: 100; EXchange – seconda stagione; SNL Korea 3. WINNER: Psick Show

Miglior Programma TV a scopo educativo o Documentario: National Investigation Headquarters; In the Name of God: A Holy Betrayal; Your Literacy Skills +; Adult Kim Jang-ha; Hidden Earth: 3 Billion Years on the Korean Peninsula. WINNER: Adult Kim Jang-ha

Miglior Performer maschile in un varietà TV: Kian84; Kim Kyung-wook; Kim Jong-kook; Jun Hyun-moo; Hwang Je-sung. WINNER: Kim Jong-kook

Miglior Performer femminile in un varietà TV: Kim Min-kyung; Park Se-mi; Lee Soo-ji; Lee Eun-jin; Joo Hyun-young. WINNER: Lee Eun-jin

Miglior Recitazione Teatrale: Ha Ji-seong (Teenage Dick)

TikTok Baeksang 2023 Popularity Award: IU & Park Jin-young

Per recuperare lo show:

Vi lasciamo con alcuni momenti fotografici della cerimonia. Enjoy!

Captain-in-Freckles & Memoru Grace & Miss Lor

Porco Rosso – Il cielo e la libertà

“Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”

In questo 25 aprile, non a caso scrivo questa recensione di un film d’animazione famosissimo e spettacolare con, in apertura, una citazione che è considerata uno dei momenti più politici del cinema di Hayao Miyazaki, ma anche un vero inno alla libertà, personale e di pensiero, l’indipendenza intellettuale da qualsiasi forma di costrizione e da qualsiasi regime. Perché Porco Rosso (紅の豚 Kurenai no buta) è così: un volo continuo tra i cieli non in cerca della libertà, ma in sua continua e devota testimonianza, una rottura dai legami e dalle autorità intellettuali. Quando nel 1992, uscì nelle sale cinematografiche questo capolavoro, dopo uno strano passaggio di produzione e distribuzione (per cui era stata chiesta al Maestro Miyazaki solo la produzione di un mediometraggio destinato unicamente all’intrattenimento sui voli internazionali della Japan Airlines), nessuno pensava che contenesse un vero e proprio manifesto delle idee politiche dell’autore e una quasi identificazione tra i destini simili di Giappone e Italia durante gli anni ’20-’40, Stati oppressi da regimi autoritari che hanno frenato le aspirazioni di libertà. Eppure, in circa un anno di lavoro e di disegni, Miyazaki è riuscito a creare qualcosa di epocale, che unisce la sua visuale fantastica e fiabesca alla grande e drammatica storia, con quel tocco di steampunk che non manca mai alle sue opere e che è diventato quasi un marchio di fabbrica.

Il protagonista, Marco Pagot, è un abile aviatore della Regia Aeronautica italiana che si è distinto particolarmente per le sue missioni pericolose durante la Prima Guerra Mondiale. In una di queste, è sopravvissuto per miracolo a morte certa, ma, dopo un’esperienza premorte, quasi frutto di un incantesimo ignoto, si è risvegliato con le sembianze di un maiale. Intanto, sono passati gli anni, in Italia il fascismo si è insediato saldamente e Marco si è messo in proprio come cacciatore di taglie dei contrabbandieri dell’aria, che insegue con il suo idrovolante monoplano rosso di tipo Savoia S.21 (o S.21 “Folgore”, dopo aver montato l’omonimo motore), che lui chiama affettuosamente Porco Rosso. Alle abilità di Marco sono interessati sia i pirati dell’aria, che, per fronteggiarlo, hanno ingaggiato Donald Curtis, asso dell’aviazione statunitense, brillante ed esuberante avventuriero, sia i fascisti, che vogliono riportare Marco tra i propri ranghi. Intanto, Marco si muove dal suo covo segreto sulla costa dalmata, alle isole dell’Adriatico dove si trova il club di Gina, sua vecchia fiamma con cui non si è mai potuto dichiarare a causa del suo aspetto mostruoso, a Milano per far riparare il suo idrovolante dall’officina del signor Piccolo, dove vive Fio, la nipote diciassettenne che è un provetto meccanico e che accetta Marco al di là di qualsiasi aspetto. “Quando ti guardo, mi viene da pensare che l’umanità non sia poi tutta da buttare“, le confessa Marco, le cui sembianze sembrano tornare umane sotto lo sguardo amorevole di Fio, perché la ragazza condivide con lui l’ansia di libertà, ma aggiungendo anche quell’ingrediente di speranza verso il futuro che le disillusioni di Marco avevano rimosso.

Il cielo, così come il mare, diventano teatro di scontri pirateschi quasi salgariani in un piccolo e fiabesco ambiente dove ognuno, a modo suo, cerca di mantenere la propria libertà, quel concetto astratto e bistrattato, tanto conclamato da regimi e guerre di ogni tipo, ma così difficile da raggiungere. Una guerra illusoria e le false promesse hanno tolto a Marco qualsiasi innocenza (la sua trasformazione in maiale), ma l’amore per una prospettiva futura condivisa ne può decretare la liberazione. Se la libertà non arriva da sola, allora Marco (così come gli altri personaggi) decidono di riprendersela e, una volta conquistata, di mantenerla. Una liberazione che è preservazione della propria indipendenza e speranza per il futuro.

Guest star d’eccellenza: Arturo Ferrarin, ex compagno d’arme di Marco e ancora suo amico, che lo avvisa del fatto che i fascisti siano alla sua ricerca e tenta, in qualche modo, di ripararlo. Si tratta di un personaggio esistito realmente, celebre aviatore e militare italiano, eroe della Prima Guerra Mondiale e famoso per il raid aereo Roma-Tokyo nel 1920 (100 ore di volo con scalo e tappe in Cina – 3 – e in India – 2) e per l’impresa Roma-Brasile (49 ore di volo consecutive senza scalo) a bordo di un idrovolante Savoia-Marchetti S-64 molto simile a quello guidato da Marco Pagot nel film.

Ma il citazionismo non finisce qui, perché, nonostante il protagonista del film di Miyazaki sia immaginario, il suo nome non lo è: il suo nome, infatti, è un omaggio diretto a Nino e Toni Pagot, fumettisti e disegnatori italiani, creatori del celebre Calimero e di Grisù il draghetto, ma anche a Marco e Gina Pagot, figli di Nino e ideatori di Il fiuto di Sherlock Holmes, serie d’animazione diretta da Hayao Miyazaki e coprodotta con lo Studio Pagot (per la RAI).

Altra guest star d’eccezione sono gli aerei o, meglio, gli idrovolanti italiani, tradizione celebrata più avanti da Miyazaki anche nel film Si Alza il Vento. Idrovolanti costruiti sul Lago di Varese, presso la fabbrica di Sesto e stanziati all’idroscalo della Schiranna, o presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico, dove lavoravano ingegneri che, poi, confluirono all’Agusta. Esemplari famosi, come quello della trasvolata di Italo Balbo, compaiono in questo film come preziosi camei d’autore e per chi è amante di questi citazionismi dell’aria da parte di Miyazaki è sempre cosa buona e giusta una visita presso il Museo di Volandia a Somma Lombardo (VA), vicino all’aeroporto Malpensa-Milano. Del resto, gli aerei per Miyazaki sono sempre stati metafora di concetti elevati: strumento di conoscenza e di liberazione, impiegato malamente dai governi come strumento di guerra e di costrizione, Miyazaki li libera dai legami dei regimi e li fa volare in alto nei cieli per riportarli al loro scopo originario, ovvero la libertà di conoscere e di comprendere le proprie idee.

E a chiunque voglia limitare i vostri orizzonti ricordate sempre che “un maiale che non vola è solo un maiale“. Buona liberazione!

Captain-in-Freckles

Connect (ovvero un uomo e il suo occhio)

“Forse qualche volta esistono delle cose buone in questo modo infernale”

Talvolta, ci capita di svegliarci e di trovarci in un incubo. Capita di notte, quando tutto lo stress accumulato durante la giornata si sfoga in un immaginario distruttivo di frustrazione; capita dopo un periodo brutto, quando non riusciamo a trovare mai una vera luce che ci illumini il cammino; capita sempre, quando ci sentiamo soli, incompresi, come estranei e alieni al mondo intorno, da cui fuggiamo perché non percepiamo alcuna empatia. Ci sembra di essere accecati, come a vagare di notte in un quadro di Füssli, e non riusciamo volontariamente a trovare una strada, fino a quando, ad un certo punto, non decidiamo di uscire dalle nostre tenebre che ci oscurano la mente e di riprenderci la luce, ridiventando di nuovo noi stessi, composti in ogni nostro più piccolo elemento, con gli occhi aperti per affrontare il mondo. E, allora, diversità o meno, senso di alienazione o non riconoscimento con l’umanità, non ci nascondiamo più, perché sappiamo di poter fare la differenza, anche se in minime cose, e usciamo finalmente da un incubo che sembrava di essere eterno. Parafrasando dal titolo dell’autore francese Céline, il drama Connect è un eterno viaggio nel cuore della notte, sospeso a metà tra l’invincibilità e lo splendore umani e le tenebre di un incubo che ne raffigura il Male. E, tanto per mettere in chiaro il concetto sin da subito, questo non è un drama per tutti, per cui è necessario evitare la visione se non si ha un cuore fermo e saldo e una bassa impressionabilità all’orrore.

La storia narra la parabola di Ha Dong-soo (interpretato da un Jung Hae-in – D.P., Something in the Rain, Snowdrop, One Spring Night, A Piece of Your Mind -, che, più va avanti, più mi sembra Di Caprio in cerca di ruoli complessi per guadagnare un Oscar), dalle tenebre circostanti alla luce interiore. Ha Dong-soo è un ragazzo solitario, che vive ai margini della società, si muove nel buio e nella notte di una Seoul pietrificata e guadagna suonando la chitarra in piccoli video online, dove nasconde sempre il suo volto. Tutte queste precauzioni sono prese perché Dong-soo non è un comune essere umano: una qualche forma indefinita di evoluzione genetica ha trasformato il suo corpo, tanto da renderlo un Connect, ovvero un mutante le cui parti del corpo sono tutte “in connessione” fra loro. Per chiarire il concetto, se cade da un palazzo, le sue ossa si risistemano, permettendogli di guarire e non morire; se si brucia o si ferisce, la sua pelle si autorigenera; se gli viene tagliato un arto, questo genererà immediatamente tanti piccoli tentacoli per riattaccarsi al corpo (nel senso letterale della parola). Questa sua caratteristica lo qualifica come una rarità, un mostro per gli esseri umani, ma ipoteticamente una perfetta cavia da laboratorio per gli scienziati (cosa che mi ha ricordato molto il manga/anime Ajin) e merce preziosa per il contrabbando illegale di organi. “Ho sempre nascosto chi sono per tutta la vita, perché sono diverso“, afferma Dong-soo a Lee I-rang (Kim Hye-jun, la regina cattiva di Kingdom e la secondaria di Just Between Lovers), hacker misteriosa con i capelli per metà colorati, che interviene sempre per salvarlo dai pericoli e che, ogni volta, gli fornisce speranza: “Fortuna o destino, non deve finire così. Il futuro può essere cambiato“.

Le prime immagini del drama ci mostrano da subito come Dong-soo, braccato dai criminali della peggior specie, sia rapito dai trafficanti di organi, che gli espiantano un occhio. Forse le intenzioni erano ancora più gravi, viste le straordinarie capacità della vittima, ma Dong-soo si sveglia sul tavolo operatorio, si ricompone (letteralmente, con tanto di punti di sutura immaginari) e si libera dal medico contrabbandiere (con tanto di infarto di quest’ultimo); però, non riesce a trovare il suo occhio che è stato già “venduto” ad un altro soggetto. Nella ricerca del suo bulbo oculare e munito di benda, come i migliori pirati, Dong-soo inizia a ricevere una serie di messaggi telepatici dalle sinapsi dell’occhio che gli è stato rubato, cosa che gli permette di vedere cosa fa in contemporanea il detentore temporaneo dell’occhio. E, giacché, per un sillogismo automatico sulla criminalità, dai trafficanti di organi non si fanno mai operare persone normali, il nuovo detentore dell’occhio si rivela essere Oh Jin-seop (interpretato da Go Kyung-pyo, che era carino in Chicago Typewriter e Love Contract, ma adesso è diventato uno degli artefici dei miei incubi). Jin-seop, di giorno, è un impiegato modello e carrierista, perfettamente appagato da una relazione appassionata con una collega. Nel tempo libero, però, si trasforma in un serial killer, ma – badate bene – non un serial killer qualsiasi, bensì un fissato da brividi con la missione di trasformare l’omicidio in arte e ogni sua vittima in una scultura, con tanto di competenze scultoree e tassonomiche al tempo stesso. E, siccome questo talento non sembrava sufficiente, Jin-seop ha anche una passione per l’astrologia, l’esoterismo, la magia oscura e la simbologia, per cui, nel suo delirio di onnipotenza come nuova divinità demoniaca sulla terra, uccide, imbalsama, dipinge, assembla, crea una body art estrema con i corpi delle sue vittime e, poi, posta le foto online, dove un numero considerevole di seguaci ammira la sua perfezione artistica e la sua abilità, ma anche la simbologia che ogni opera nasconde. Mentre la polizia, capitanata dal detective Choi (Kim Roi-ha, uno degli attori feticcio di Bong Joon-ho, che lo ha diretto in Memorie di un assassino e Barking Dogs Never Bite), segue le tracce di questo psicopatico, ma sembra essere perennemente fuori strada, Dong-soo s’imbatte quasi casualmente in lui, seguendo i messaggi che arrivano dal suo occhio che chiede di tornare al suo proprietario originario.

Ovviamente non solo la ricerca è complessa perché i serial killer intelligenti sono bravi a far sparire le tracce e perché la polizia inizia a pensare che sia lui il vero colpevole, ma diventa ancora più ardua, quando Jin-seop si rende conto di lui e si qualifica come sua nemesi, un necessario alter ego complementare alla sua personalità mostruosa, che è destinato a superare: “Agli occhi del mondo, siamo entrambi dei mostri. […] Siamo come due poli opposti. Io voglio ascendere verso l’eterna bellezza, nonostante sia nato e abbia vissuto finora in modo insignificante. Tu sei nato al di fuori da un mondo che non ti accetta, ma, nonostante tutto, cerchi ancora disperatamente di esserne parte“. E l’inseguito diventa l’inseguitore.

L’eterno dissidio umano tra Bene e Male, tra luce e tenebre, ma soprattutto tra la parte migliore di noi e la parte più deplorevole e agghiacciante si consuma qui, in uno scontro serrato che diventa un dialogo muto tra i due opposti, ciò che l’umanità considera un mostro e che vuole salvare il mondo e ciò che proviene da un’umanità irreprensibile e che vuole annientarla. E, a questo punto, ci si chiede che cosa è davvero il mostro? In un modo un po’ meno filosofico e complesso degli interrogativi posti da Sweet Home, anche Connect introduce una serie di tematiche che diventano un’analisi della grandezza e della brutalità umana al tempo stesso, dove l’oscuro e la luce si confondono ed è facile scambiare per angeliche creature che non lo sono affatto, ma che aspirano solo alla fugace ed eterna perfezione della bellezza. Rimane, però, sempre aperto un quesito, come una piaga che ci sconvolge l’esistenza: se tutte le parti di noi sono legate, come in una connessione quasi cybernetica, questo significa che anche i nostri frammenti buoni e cattivi sono, a loro volta, connessi fra loro, in uno scambio continuo dove le differenze rischiano di dissolversi, se il libero arbitrio non viene esercitato per il bene. In quest’eterna connessione, dove Bene e Male stanno a guardarsi reciprocamente come a valutarsi da lontano in un duello alla Sergio Leone, la scelta estrema è rimessa all’essere umano e alla sua volontà, così come è rimessa a tutta l’umanità la capacità di accettare le differenze, che non sono una perdita o un ostacolo, ma costituiscono una ricchezza.

Non rivelerò cosa accadrà al serial killer, se verrà catturato e consegnato alla giustizia o meno, né cosa accadrà al nostro eroe e al suo occhio, nella loro reciproca ricerca, perché, una volta iniziato questo drama (e superate le prime angosce e le prime paure, da cui, tuttavia, non riuscirete a liberarvi del tutto fino alla fine), è necessario divorare gli episodi quasi di seguito, trasportati nell’immobilità notturna di questo eterno inseguimento tra le due metà opposte. Connect (커넥트) è un drama horror/crime/sci-fi ben sviluppato e diretto con esperienza dal regista giapponese Takashi Miike (uno che, dei film d’azione con ninja, Yakuza e katana, che tanto piacciono a Tarantino, ha creato dei casi cult in Asia), ispirato all’omonimo webtoon scritto e disegnato per la piattaforma Naver da Shin Dae-sung e prodotto da Studio Dragon e Disney+. Tuttavia, nonostante la bravura degli attori e il ritmo serrante mantenuto sempre in modo costante e piacevole, a mio avviso è un esperimento interessante, ma riuscito solo per metà. La serie, infatti, è molto intensa, ma troppo corta per i miei punti di vista: si tratta solo di 6 episodi, giusti per sviluppare e portare a compimento il caso del serial killer e la piccola parabola momentanea del protagonista, ma troppo pochi per concludere tutte le tematiche che sono state proposte in poco tempo e che non sono state più riprese (chi sono e da dove vengono i Connect, quanti sono, dove si nascondono, esiste un futuro per loro?). Tutt’al più che ci troviamo di fronte un Jung Hae-in in stato di grazia, duro, oscuro e senza sorriso come in D.P., motivato ad alzare l’asticella delle sue performance. Giacché non mi risulta che la serie sia stata rinnovata, né che sia stata mai contemplata una seconda stagione, il mio appello alla produzione è il seguente: serve un continuo subito! E non tanto per il finale (perché una conclusione c’è, abbastanza soddisfacente e senza cliffhanger), ma perché servono spiegazioni su troppi indizi disseminati a caso e perché tutti, in fondo, siamo un po’ dei Connect e ci siamo rivisti nel protagonista. Certo, magari non proprio nel suo occhio.

Consigliato: a chi non ha timore di horror, crime agghiaccianti, storie di serial killer, simbolismi esoterico-demoniaci e scene cruente (traffico di organi compreso); a chi vuole vedere Jung Hae-in in un ruolo diverso dal consueto, nonostante sa già che sentirà la mancanza del suo sorriso da orecchio ad orecchio; a chi ama i fumetti e le storie cupe e vuole spezzare il classico ritmo delle storie d’amore dramose (o forse no, perché su quel fronte questa serie potrebbe riservare delle inaspettate sorprese).

Captain-in-Freckles

Makanai – Cooking for the Maiko House

Non esiste posto migliore al mondo della cucina. Non importa dove si trova o com’è fatta purchè sia un luogo dove si faccia da mangiare e si stia bene. Più o meno con queste parole la scrittrice Banana Yoshimoto iniziava il suo famoso romanzo “Kitchen” e le prendo in prestito per introdurre questa serie del 2023 che potete trovare nel catalogo Netflix, “Makanai”.

Perché la cucina è così importante in questa serie? La cucina ispirerà una delle protagoniste della storia che riuscirà a convogliare a sé l’affetto di tutti e darà a noi spettatori il privilegio di trasferirci, nei nove episodi della serie, a Kyoto, precisamente a Gion, nell’antico quartiere delle geishe, di vivere la loro vita, la preparazione agli eventi, le malinconie, le tristezze, ma anche l’allegria di trovarsi insieme a trascorrere del tempo per conoscersi e condividere una scelta di vita.

Le due amiche inseparabili, Kiyo e Sumire lasciano la loro città natale, la lontana Aomori per trasferirsi a Kyoto e studiare per diventare maiko, apprendiste geishe.

Sumire, con la sua decisione, lascia la famiglia stupita, mentre Kiyo che vive solo con la nonna si ripromette di riuscire ad aiutare l’amica nel suo sogno e magari imparare entrambe la nobile arte delle geishe. Nonostante la loro giovanissima età, le due ragazze riescono ad accedere alla Casa Saku, una yakata, residenza per geishe, e cercano da subito di impegnarsi e di occupare un piccolo posto nel cuore delle Madri, direttrici della casa.

Sumire (Natsuki Deguchi), con la sua bellezza ed eleganza, riesce da subito a farsi notare, mentre per Kiyo (Nana Mori) si apre un’altra strada, non da meno importante, quella della makanai, la cuoca di una casa in cui vivono le apprendiste geishe.

Nei nove episodi che costituiscono la serie conosceremo moltissimi personaggi, a partire da Madre Chiyo (Keiko Matsuzaka) che rappresenta la tradizione e la cultura delle arti antiche, Azusa (Takako Tokiwa) raffinata e comprensiva con le giovani maiko, la bellissima Momoko (Ai Hashimoto), la promessa di Casa Saku, Yoshino (Mayu Matsuoka, vista nel film vincitore della Palma d’oro a Cannes “Un affare di famiglia”), la giovanissima Ryoko alla ricerca del padre (Aju Makita, premiata per il film “True Mothers”) e molti altri.

Punto di forza della storia è la complicità con il luogo, con la casa, da parte della giovane Kiyo che diventa la makanai e la sua presenza sarà di un’importanza incredibile non solo per l’amica Sumire, ma anche per gli altri personaggi che non potranno più fare a meno di lei. I piatti di Kiyo sono una cura per l’anima, le scelte degli ingredienti, delle spezie, delle verdure di stagione e lo studio di ogni piatto a seconda dello stato emotivo, che in quel momento avvolge l’ambiente e i suoi abitanti, rendono affascinante vivere nella casa delle maiko. Gireremo il mercato con Kiyo, ci faremo trasportare dai colori, dai profumi dei cibi e delle pietanze, dal sorriso della ragazza che con la mente pensa già come adattare la ricetta nella previsione di rendere felici gli altri. Personalmente mi ha rapita la melanzana di Kamo, tipica della regione di Kyoto che Kiyo sceglie e prepara con cura.

Kiyo ha un dono, la generosità, che, come la sua cucina, diffonde un senso di pacatezza, di energia positiva, è l’amica che tutti speriamo di incontrare nella nostra vita, quella che riesce sempre a trovare una parola di conforto o nel suo caso un piatto solo per noi e che non prova invidia nemmeno quando la sua amica Sumire viene scelta come maiko, mentre lei viene scartata. Kiyo è più matura della sua età, capisce che la sua strada è un’altra, le è stato riservato un compito molto importante nei confronti della sua nuova famiglia, nel frattempo scrive alla nonna aggiornandola di come sta portando avanti la sua attività, di cosa sta facendo e sta imparando ogni giorno, di come passano le stagioni così come le emozioni.

La quotidianità, il silenzio, gli spazi interni, le passeggiate tra i templi di Kyoto, la luce che filtra dalla finestra della cucina e illumina alcuni particolari e che ci sembrerà di riposare l’occhio e di abbandonarci nel conforto e nel tepore di casa nostra è un altro dei punti di forza di “Makanai”, così come la sensibilità narrativa e le riprese incantevoli che rendono unica la storia.

Una serie affascinante e sobria che vi terrà compagnia nei suoi nove emozionanti episodi, adattamento del manga omonimo, purtroppo ancora inedito in Italia. La serie è prodotta da Genki Kawamura (Your Name) e diretta da Hirozaku Kore-eda che da poco ci aveva donato un piccolo gioiellino di film come Broker – Le buone stelle (recuperate sul blog la nostra recensione).

Per chi ama il Giappone Makanai è assolutamente da non perdere!

Memoru Grace

Busted! (It’s This or Cluedo)

“Let’s go solve the case!”.

Ancora non so seriamente come posso definire questo prodotto, che non è un drama nel senso tecnico, ma non è nemmeno un programma televisivo normale e, soprattutto, non è assolutamente un reality. Sembra più un gioco di ruolo con sprazzi di copione (o, meglio, con canovaccio), ma non per tutti i partecipanti. Forse è più qualificabile in quel maxi insieme composito delle unscripted series o dei cosiddetti “varietà” prodotti in Corea del Sud, genere unico ancora non esportato troppo all’estero, ma che sta diventando un marchio di fabbrica dell’Hallyu, seppure segue una trama vera e propria e costruisce dei personaggi con tanto di background psicologico e caratteriale, come in un film, in una serie o in un romanzo. In questo caso specifico – e rubando una battuta allo Sherlock rivisitato nella nota serie BBC con Benedict Cumberbatch -, personalmente definirei Busted! come un grande e gigantesco Cluedo di tre stagioni: 10 episodi nella prima, 10 episodi nella seconda e 8 episodi nella terza stagione, per un totale di 28 episodi da circa un’ora e venti, un’ora e mezza l’uno. I protagonisti sono le vere pedine di quest’immenso e animato Cluedo, ovvero dei detective chiamati, di volta in volta, a risolvere un caso diverso, basandosi unicamente sugli elementi forniti all’inizio, sugli indizi che possono raccogliere durante l’indagine e sulla propria intelligenza. Nonostante su quest’ultima ci sarebbe da fare una profonda discussione, come possono dimostrare tanti e variegati episodi esilaranti, che costellano lo svolgimento dei fatti.

L’antefatto, che lega le tre stagioni che costituiscono Busted!, è la creazione del Progetto D, che ha impiantato dei microchip contenenti i DNA di famosi detective nella storia in sette sfortunati e maldestri investigatori. Il misterioso K (interpretato da Ahn Nae-sang, attore caratterista visto in innumerevoli drama, tra cui Kill Me Heal Me e DoDoSolSolLaLaSol) convoca questi detective, che sono stati le inconsapevoli cavie del progetto, per metterli a parte dell’esperimento. In quel momento, però, l’omicidio di un suo collaboratore gli impone di affidare il caso alla scapestrata e stralunata squadra. Ciò scatena una serie di eventi per cui, di volta in volta, i nostri detective più pasticcioni devono risolvere qualche mistero, sia esso trovare un colpevole di furto o di omicidio o sia rispondere ad una serie di indovinelli e quesiti di logica e di matematica per capire qualche indizio (facendo ben notare che alcuni di loro riuscivano a totalizzare 20 su 100 in matematica ai tempi della scuola).

I nostri magnifici sette sono: Yoo Jae-suk (Korea No.1), uno dei presentatori e dei comici più amati a Seoul e dintorni, che veste con la massima disinvoltura mantella e cappello da Sherlock Holmes e che si onora del ruolo di leader, di cui si è autoinvestito; Park Min-young (Healer, What’s Wrong with Secretary Kim?, When the Weather is Fine), la vera mente della squadra, ovvero l’unica in grado di capire tutti i quesiti e gli indovinelli posti, ma anche l’unica a non aver timore di prendere in mano serpenti e insetti di ogni tipo; Lee Kwang-soo (Il suono del tuo cuore, Hwarang, The Pirates, A Year End’s Medley), lo spilungone disarticolato del gruppo, a cui ne capitano di tutti i colori, che sia trovarsi inseguito da zombie o vampiri o che sia immergersi a 50 metri di profondità o rimanere letteralmente in mutande; Kim Se-jeong (Business Proposal, School 2017, The Uncanny Counter), l’allieva secchiona, perfetta, brillante, attenta e ubbidiente, ma solo a Park Min-young, perché gli altri non hanno alcuna autorevolezza con lei; Ahn Jae-wook (Mouse), l’ex poliziotto che si è messo in proprio, scrupoloso e approfondito, ma cieco come una talpa e timoroso anche della sua ombra; Kim Jong-min (2 Days and 1 Night), il classico detective delle merendine – nel vero senso della parola, perché segue i casi meno pagati e più insulsi (come trovare un ladro di merende) e perché è completamente privo di cervello -, l’idiota fortunato che non porta mai rancore; Sehun (EXO), giovane e ispirato da tante idee, ma anche caparbio, ostinato e fortemente competitivo, in particolare quando occorre prendersela con le macchinette per i peluche (usando le monete di Lee Kwang-soo).

Indagando caso per caso e risolvendo per pura e semplice fortuna una serie di improbabili e macchinosi delitti, arrivano a scoprire che il Progetto in cui sono coinvolti è qualcosa di molto più grave e complicato del previsto, da cui potrebbe dipendere persino il destino dell’umanità. Perché il Progetto nasconde tante ramificazioni molto più complesse e la chiavetta in cui è custodito è ambita da organizzazioni criminali e nemici di ogni tipo. Infatti, come si è tentato di creare – a quanto pare, visti i risultati, senza successo – il detective perfetto, si è anche tentato di prevedere i potenziali criminali che potrebbero sorgere e, quindi, prevenire, anzitempo, i reati. Questa linea di conduzione connette tutte le stagioni di Busted!, per cui, se inizialmente, nell’ottica della squadra dei detective, si percepisce l’importanza del Progetto (stagione 1), con il proseguimento degli episodi si comprende che la vitale importanza della sua preservazione (stagione 2), senza farlo cadere in mani pericolose (stagione 3). Nel mezzo, eredità contese, tesori nascosti, assassinii crudeli, il Tartaro dei detective (da non perdere assolutamente nel primo episodio della seconda stagione), ma anche il perfido serial killer dei fiori, che autografa i suoi delitti con il linguaggio dei fiori, e anche un nuovo compagno di squadra che si unisce ai nostri detective durante la seconda stagione: il detective Lee Seung-gi (una delle star sudcoreane più famose, protagonista di A Korean Odyssey, The Law Cafè, My Girlfriend is a Gumiho, Vagabond, You’re All Surrounded e tanti altri), astruso e sopra le righe come un prestigiatore, che rivendica la qualità della fortuna personale o, anche di giocare sleale (fidatevi, perché il suo ingresso vi stupirà).

Il successo della serie sin dalle prime battute ha portato tantissime guest star ad impreziosire gli episodi. Così, ritroviamo Yoo Yeon-seok (Warm and Cozy, Mr. Sunshine, Interest of Love e Hospital Playlist) nei panni di un damerino che nasconde la mente malefica di un terrorista; la comica Park Na-rea (New World) come improbabile e poco avvenente lap dancer; Lee Ki-woo (My Liberation Notes, Just Between Lovers) come strano amico di lunga data di Lee Kwang-soo; Park Hae-jin (Cheese in the Trap, Bad Guys, Man to Man), un dottore accusato di essere un vampiro; i 5urprise per intero (compreso il Kang Tae-oh di Avvocata Woo e Seo Kang-joon di When the Weather is Fine) tra gli indagati di un complesso omicidio; Jinyoung (The Devil Judge, Yumi’s Cells 2) nel ruolo di se stesso come inflessibile preparatore musicale, ma anche atletico; Kim Min-jae (DaLì and the Cocky Prince e Goblin), il fidato tenente della polizia che si fida del valore della squadra di detective; Stephanie Lee (Start up), l’integerrima e algida criminologa; Yoon Jong–hoon (Find Me in Your Memory e Shooting Stars), il disordinato esperto della scientifica; Kim Ji-hoon (Money Heist Korea e Love to Hate Me), l’erede aspirante la sua quota; Rowoon (Tomorrow e The King’s Affection), il ricco chabeol in difficoltà; la comica Hwang Bo-ra (Vagabond e What’s Wrong with Secretary Kim?), l’imbarazzante medico legale; Suho (EXO) nei panni di un complessato e strambo proprietario di casa; e Ahn Bo-hyun (Itaewon Class, Yumi’s Cells e Military Prosecutor Doberman) in un ruolo top secret che non posso rivelarvi. Per non parlare della squadra dei geni con cui spesso i nostri detective sono chiamati a confrontarsi e che, nonostante le inferiori qualità fisiche e mentali, riescono a battere con espedienti tutti loro (Lee Kwang-soo che corrompe il cameriere di un bar con un fantomatico appuntamento con Park Min-young è già da annali), o delle sfide impossibili da affrontare, come la gara di biliardo contro Cha Yu-ram, campionessa mondiale di biliardo cha ha portato ad innumerevoli vittorie per la Corea del Sud o la gara di forza gambe contro gambe contro l’energica energumena che li perseguita.

Busted! è una serie da recuperare per riprendere il sorriso e per far muovere le celluline grige, come direbbe Poirot, ma – attenzione! – non è una serie per tutti: nonostante l’ironia e l’umorismo con cui sono affrontati i fatti e malgrado la recitazione brillante da parte di tutto il cast, la serie rimane di genere thriller/crime, con momenti di suspence, ma anche scene violente e/o macabre (il paese delle donne vestite di bianco e della sciamana ne è un esempio) o aspetti criminali alquanto complicati (non solo la questione della serialità criminale, ma anche la devozione che circonda il killer dei fiori con una celebrazione in maschera che mi ha ricordato Eyes Wide Shut). Per cui i bambini possono guardarla con le dovute precauzioni. Infine, in patria, la serie è servita anche per sollevare alcuni problemi sociali e alcuni spunti di critica politica e criminale piuttosto interessante, come la legge che ha accorciato la detenzione per crimini commessi dai minorenni e che, di fatto, si è rivelata una vera piaga sociale nel recupero dei delinquenti minori (questione sollevata anche dal drama La giudice).

Grazie a Busted!, però, ho scoperto che nessuno può battere le potenzialità del duo Yoo Jae-suk e Lee Kwang-soo, esilaranti e molesti insieme anche in Korea No. 1. Ma questa è un’altra storia.

Laura

Definitely Not Today – Il giorno giusto per scegliere di morire o vivere

Definitely Not Today” è la serie che non ti aspetti, che non avresti immaginato che esistesse ed invece ti ritrovi un piccolo gioiellino. Un drama cinese del 2021 che ci pone di fronte ad interrogativi esistenziali e spunti di riflessione con delle scene di azione e fuga che mi hanno ricordato un po’ “Una vita esagerata”, ma con un punto di forza che arricchisce la storia e gli otto brevi episodi di cui è composta la serie: i dialoghi interiori del protagonista interpretato da Leon Leong con il suo viso malinconico e stanco che ricorda un po’ la maschera di Buster Keaton.

Mi Chong (Leon Leong) è un ragazzo, la cui vita è stata messa a dura prova da una serie di lutti familiari fin da bambino, lutti che lo hanno lasciato solo e in preda a desolazione e sconforto, con un senso di abbandono e mancanza sempre costanti. A causa di tutto ciò è caduto nel baratro della depressione ed è trattenuto da un’ansia sociale patologica e paralizzante che gli fa trascorrere le sue giornate in casa, nell’apatia, tra i suoi libri, studiando e meditando come porre fine alla sua vita.

“Ho bisogno di ribadire che c’è una grande differenza tra voler morire e non voler vivere. Penso che per me sia la seconda”.

Mi Chong ha da sempre rinunciato a vivere, soprattutto dopo l’ultimo lutto in famiglia, suo padre. Nella sua vita, tanto miserabile e priva di senso, ha trovato come unica presenza la morte e ne è ossessionato a tal punto da pensare che è l’unica essenza che gli abbia dato retta, ma non al punto da portarselo via come tutti gli altri in famiglia. Mi Chong passa talmente inosservato che anche la morte non è mai venuta a prenderselo e non vuole affezionarsi a nessuno perché pensa che avere qualcosa sia l’inizio della perdita. Questo è il motivo del suo disturbo di ansia sociale, della sua condizione di disagio e di timore a rivelarsi al mondo, meglio vivere nascosto dove quasi nessuno conosce l’esistenza di Mi Chong.

Visto che morire è solo una questione di tempo, ma lo siamo destinati tutti, Mi Chong decide di voler scegliere la data per porre fine alla sua esistenza e pensa al giorno del suicidio di Osamu Dazai, scrittore giapponese morto suicida nel 1948. Come Osamu Dazai, che si gettò nel bacino di Tamagawa a Tokyo, anche il nostro protagonista si reca presso il fiume vicino per suicidarsi, mentre si sta preparando per gettarsi in acqua, vede una giovane ragazza nel fiume che sta per annegare, così, istintivamente, senza porsi dubbi, si tuffa e la salva.

La ragazza si chiama Zhi Liu (Vivienne Tien) e sta fuggendo da qualcosa. Così, improvvisamente, Mi Chong si ritrova a ribaltare i suoi piani e i suoi ritmi esistenziali. Zhi Liu è molto diversa da lui, è estroversa, socievole, ma viene da una condizione familiare problematica che l’ha fatta soffrire e che per questo motivo tenta di nascondere in tutti i modi, per di più Zhi Liu manderà a monte qualsiasi altro tentativo di suicidio di Mi Chong in varie situazioni e gag che non posso raccontarvi, ma che mi hanno strappato una risata.

Quando Zhi Liu e Mi Chong sono costretti a scappare, a causa della vita tumultuosa della ragazza, si ritroveranno in una fuga rocambolesca, ai limiti dell’inverosimile.

“Alcuni viaggi hanno un punto di partenza definito, una destinazione e un piano, ma altri non hanno né un piano né un obiettivo. Anche i tuoi compagni di viaggio sono costretti a viaggiare con te. Prima di saperlo sei già in viaggio, senza sapere che è già cominciato e non hai la più pallida idea di quello che ti aspetterà”.

Mi Chong, in uno dei suoi tanti dialoghi interiori, si interroga e capisce che forse la vita, tramite Zhi Liu sta cercando di parlargli, anzi si accorge che la caducità dell’esistenza gli sta affidando un messaggio importante: la perdita di controllo è l’essenza stessa della vita e l’unico modo di recuperare l’ordine è riportare tutto a zero.

Una storia di azione, una dark comedy a tratti surreale, arricchita dalle interpretazioni dei protagonisti e dai secondari, vi lascerà senza parole fino alla fine quando Mi Chong dovrà davvero scegliere tra vita e morte e “da piccola casa rotta dimenticata dal mondo” si ritroverà a pensare al futuro e alla speranza, chance che non aveva mai cercato prima nella sua esistenza. Perché, se tutto cade per gravità, lui ha deciso di fare qualcosa che vada oltre la gravità stessa!

Memoru Grace

La storia della Principessa Splendente

Pochi film d’animazione raccolgono quella grazia, quell’incanto misto tra fiaba e dramma, come solo “La Storia della Principessa Splendente” riesce a regalare allo spettatore. Diretto da Isao Takahata, compianto cofondatore dello Studio Ghibli, noto per la rara sensibilità con cui ha da sempre tratteggiato i suoi personaggi e le sue storie, il film è stato meritatamente candidato agli Oscar come miglior film d’animazione nel 2015.

La prima volta che ho visto “La Storia della Principessa Spendente” ne sono rimasta affascinata, eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, non nella storia, non nella caratterizzazione dei personaggi, era come una poesia di cui si vogliono sentire i versi mille volte perché si possa cogliere qualcosa di nuovo e di lirico ed in effetti è stato così, già con la seconda visione.

La Storia della Principessa Splendente” raccoglie la tristezza intrinseca in ogni fiaba, il fascino della cultura giapponese, l’eleganza e la raffinatezza dei disegni, sembrano dipinti su rotolo della tradizione in cui i personaggi sono caratterizzati da pochi tratti, minuti, quasi dispersi in uno sfondo bianco.

Le vicende narrate nel film si ispirano ad un antico racconto giapponese, “Storia di un tagliatore di bambù” (Taketori monogatari), una leggenda che trova origine nell’ottavo secolo e da tradizione sembrerebbe essere la prima storia di finzione della cultura nipponica, così Isao Takahata ha dedicato sette anni di lavoro nella realizzazione di questo meraviglioso film a cui ha affidato la sua ultima testimonianza insieme all’affetto per la tradizione e alla speranza per il futuro, senza togliere minimamente quel tocco di poesia che accarezza il cuore anche nelle scene di cruda realtà, caratteristica a cui questo regista ci aveva già abituato in altre opere, tra cui il commovente, “Una tomba per le lucciole”.

Quale delicata complessità si cela dietro la narrazione di questa storia dove all’apparenza sembra quasi tutto immobile!

Un giorno di primavera un anziano tagliatore di bambù si accorge che dentro un fusto di bambù vi è una piccolissima creatura luminosa di sembianze umane, l’uomo mostra alla moglie la creatura che si trasforma in neonata. I due coniugi non avevano mai avuto figli per cui decidono di crescere questa bambina come fosse figlia loro, dandole il nome di Principessa.

La bambina cresce rapidamente, in pochissimo tempo impara a camminare, a parlare e ad aiutare i genitori nei lavori domestici e nei campi, integrandosi perfettamente con la società agraria in cui vive. In una sola stagione la sua crescita è talmente repentina che assume le sembianze di una bambina di dieci anni e in poco tempo già adolescente. Il tagliatore di bambù, che da sempre era convinto delle origini soprannaturali della figlia, ne ha la certezza quando ritrova dentro alcune canne di bambù delle pepite d’oro e capisce, quindi, che il Cielo gli ha affidato un compito molto importante. Abbandona i campi, acquista una residenza in città tra gli sfarzi della capitale perché il destino della figlia non è nei villaggi di campagna, ma nel lustro della città, nell’apprendere movimenti aggraziati e nobili che una giovane ragazza deve imparare per entrare in società. A Principessa viene imposto il nome di “Principessa Splendente” e la fama della sua bellezza, della sua raffinatezza si diffonde in tutto il Paese tanto che suscita l’interesse dei ministri di corte e persino dell’Imperatore che chiedono insistentemente la sua mano, ricevendo dalla ragazza sempre un costante rifiuto.

Principessa si sente smarrita in quella vita sontuosa e piena di ricchezza e cade presto in depressione non riuscendo a far capire nemmeno ai suoi genitori le sue esigenze e la sua tristezza. Quando si rende conto della sua reale natura soprannaturale e delle origini è consapevole di dover lasciare la Terra e tornare sulla Luna.

La storia è ricca di significati metaforici a partire dal concetto di Natura, tema tanto caro ai fondatori dello Studio Ghibli. La Principessa è scesa sulla terra sotto le sembianze umane per cercare la felicità che poteva provenire solo dal contatto con la terra, con la natura, con gli affetti semplici, senza cercare una vita artificiosa quale quella che le viene imposta in città.  

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna”, queste le parole di Tolstoj che si adattano molto al pensiero e al significato della storia. La nostalgia di cui soffre la nostra Principessa è dovuta al fatto che la sua vita terrena, la felicità terrena doveva essere quella in campagna, accanto ai genitori adottivi e a Sutemaru, chiamato “fratellone”, per cui la ragazza prova sentimenti che sono ricambiati, ma che non si possono realizzare.

L’opera di Isao Takahata è un inno al passato nostalgico, una critica e una riflessione sociale alle costrizioni che la vita impone, ad un benessere superfluo, ad una società che con la sua rapidità porta al logorio interiore, a perdere di vista l’essenza delle cose.

La grandezza del regista è anche quella di portare avanti un messaggio universale, un messaggio che sottolinea la grande modernità di questa storia. Le vicende, nell’ archetipo che solo la fiaba riesce a comunicare, richiamano la descrizione del comportamento umano, da sempre uguale. Il messaggio intrinseco alla narrazione è il raccontare l’umanità, la storia dell’uomo, che si contestualizza e si adatta alle esigenze del tempo, ma che resta uguale. Per questo i racconti popolari sono senza tempo, universali e riescono a parlare ad ogni generazione, anche a quelle del futuro.

 Isao Takahata, con maestria, ha voluto lasciarci questo messaggio, nella sua opera più completa, più difficile, destinata ad essere riletta per la complessità dei passaggi, in disegni e tratti che sembrano semplici, essenziali, ma che colpiscono il cuore dello spettatore e lo trasportano in una dimensione senza tempo che è capace di raccontare le vicende di tutti i giorni, dal malessere interiore, al passaggio all’età adulta che spesso coincide con il riconoscimento del degrado attorno a noi, alla nostalgia di ciò che poteva essere facendo altre scelte, al dispiacere e al senso di colpa del tagliatore di bambù per aver sbagliato a capire i segni del Cielo ed essersi fatto trasportare dal benessere materiale, fino alla domanda che ci poniamo insieme alla protagonista: «Ma io come mai, a quale scopo ero discesa su questa terra?».

La Principessa Splendente che, mentre sale sulla Luna, lancia l’ultimo sguardo alla Terra, forse non ricorderà più niente di quella esperienza, ma la sua vita sarà intrisa di nostalgia a cui non riuscirà a dare una spiegazione, la mancanza di qualcosa che non si sa identificare, sensazione che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella propria vita quando ci accorgiamo di rimpiangere qualcosa che poteva essere diversa.

Piccolo consiglio: questo capolavoro di Isao Takahata presenta una colonna sonora meravigliosa, curata da Joe Hisaishi che merita davvero l’ascolto.

Memoru Grace