ATTACK ON TITAN – recensione con spoiler

Attenzione! Contiene spoiler. Se non avete visto la quarta stagione e non avete letto il manga fino all’ultimo capitolo, non andate avanti.

(Continua dalla recensione senza spoiler)

Eren, nella cantina del padre, recupera non solo i propri ricordi traumatici, ma anche quelli di tutto il suo popolo ed inizia ad entrare in connessione con la progenitrice Ymir, che comunica con lui nella dimensione ultraterrena della “coordinata”. In quel momento, qualcosa in lui si frantuma e si perde per sempre: i suoi accessi di rabbia un po’ spavalda (che ci rendeva vicine le sue vicissitudini) si trasformano in una fredda e cupa collera, il suo sguardo si spegne e il suo sorriso si intristisce. Isayama rende questo passaggio in modo abile e impercettibile attraverso due espedienti narrativi che interrompono la continuità della storia. Anzitutto, fa un salto temporale di quattro anni che spiazza lo spettatore/lettore abituato al ritmo serrato delle prime tre stagioni, salvo riprendere il tempo perduto con un lunghissimo flashback centrale. In secondo luogo, Isayama fa un salto spaziale, trasferendo lo scenario da Paradis a Marley, la patria dei nemici giurati degli Eldiani, proprio coloro che li rinchiudono in ghetti e li usano come armi umane.

In questo cambiamento spazio-temporale, viene presentato il nuovo Eren, l’usurpatore e genocida di Marley e il martire salvatore di Eldia, con un oscillare di emozioni e uno scorrere di eventi che lasciano lo spettatore/lettore senza fiato. Il nuovo Eren passa in poco tempo da protagonista ad antagonista, per, poi, diventare una figura eroica in grado di eliminare la maledizione degli Eldiani, caricandosi di tutto il Male che li affligge. Nel drammatico finale, appare un Eren trasfigurato, non più umano (di lui esistono ormai solo una testa e una colonna vertebrale attaccate a un enorme e mostruoso gigante), eppure mai così vicino all’umanità, incastrato, suo malgrado, in un lungo sogno che l’ha condizionato sin dall’infanzia per farlo sacrificare per il suo popolo, ma anche per i suoi affetti più cari, l’amicizia per i suoi compagni, su tutti Armin, e l’amore per Mikasa. Sì, perché, dopo 139 capitoli di attesa e dopo aver perso ormai ogni speranza nella concretizzazione della storia tra Eren e Mikasa, finalmente Isayama rende giustizia ad un legame così profondo da diventare quasi di difficile comprensione per lo spettatore. Mikasa non è sottomessa alla sua infatuazione adolescenziale per Eren, né prigioniera di un eterno senso di riconoscenza. Mikasa è l’unica persona capace di comprendere che cosa voglia dire amare incondizionatamente, come rivela la fondatrice Ymir, e, quindi, è l’unica in grado di offrire il proprio amore per salvare l’umanità. E, in tutta la parabola di Eren, Mikasa è stata il vero faro centrale ad imporsi in modo costante nella mente di Eren, la sua vera valvola di salvaguardia, anche quando il loro rapporto sembrava appannato e quasi raffreddato.

E qui Captain-in-Freckles piange copiosamente, momento di profonda commozione che può essere battuto solo dal commiato finale da Armin, a cui Eren ha fatto visita grazie alla sua capacità di spostarsi nel tempo per confidare le sue paure e le sue angosce, ma anche le sue speranze. Perché le guerre purtroppo non finiranno mai, ma il sacrificio del suo amore darà un nuovo inizio per tutto il suo popolo, la riconquista di una nuova libertà.  

Captain-in-Freckles

ATTACK ON TITAN – recensione senza spoiler

L’Attacco dei Giganti è uno degli anime/manga più belli degli ultimi anni, destinato a lasciare un’impronta indelebile. Raramente ci si trova di fronte ad un prodotto così interessante, completo ed emozionante: anime e manga riescono a mantenere una tensione altissima dal primo all’ultimo episodio, senza mai scoprire le carte fino alla fine, ma senza nemmeno perdere mai la connessione logica della storia.

Attingendo a diversi miti e leggende (il gigante di ghiaccio Ymir della mitologia norrena o il mostruoso Golem creato dalla tradizione favolistica yddish), l’autore, Isayama, ha intessuto gli avvenimenti della gente di Eldia, popolo eletto perché contiene in sé una scintilla divina, eppure maledetto per la sua innata capacità di trasmutarsi in giganti e, quindi, deriso e perseguitato dai popoli confinanti. La gente di Eldia, un tempo grande e propensa alla conquista, all’inizio della narrazione si trova condannata all’oblio, rinchiusa tra tre mura e convinta della menzogna di essere gli unici umani sopravvissuti al catastrofico attacco dei giganti. Con questa falsa conoscenza, l’autore ci introduce nei primi episodi i tre veri liberatori di Eldia: Eren Yaeger, ragazzino litigioso e fortemente determinato a scoprire il mondo fuori dalle mura, e i suoi amici di infanzia, Mikasa Ackermann e Armin Arlert. La caduta della prima cinta muraria e l’avanzata dei giganti segna dolorosamente i tre protagonisti, costretti a fuggire nel distretto di Trost dove, col passare degli anni, si arruolano come cadetti dell’esercito. Da qui seguono una serie di eventi che portano i nostri a confrontarsi con la morte, il dolore, il pericolo, ma anche a ricercare se stessi, a rafforzare il legame e l’affetto reciproco, a maturare e a sacrificare le cose più preziose per il bene dell’umanità. A fare da contorno ai tre eroi, un folto gruppo di personaggi ben caratterizzati e approfonditi anche dal punto di vista psicologico: dai compagni-cadetti (Jean Kirschtein, Sasha Braus, Connie Springer, Reiner Braun, Annie Leonhardt, Berthold Hoover, Ymir, Historia Reiss), ai vertici del comando (Darius Zackly, Dot Pyxis), all’anima del Corpo di Ricerca (Erwin Smith, Hanji Zoe e il leggendario Levi Ackermann), ai personaggi più infidi (Zeke Yaeger) fino ad arrivare ai “battitori liberi” (Grisha Yaeger, Kenny Ackermann).

Se non avete mai visto o letto Attack on Titan e avete intenzione di vederlo e di non rovinarvi la sorpresa, non andate avanti.

Attack on Titan non è decisamente per animi deboli: non solo i giganti amano divorare gli esseri umani nei modi (e nei morsi) più impensabili – e, tra le vittime “illustri”, al primo episodio c’è anche la madre di Eren -, ma lo stesso protagonista “muore” apparentemente al quinto episodio, generando uno shock dal quale Isayama dà modo di riprendersi solo grazie alle altre angosce di cui dissemina la narrazione. Eren scivola giù nella gola e nell’esofago di un gigante e, in quel momento, scatta in lui “qualcosa” che lo trasforma in un gigante stesso, distruggendo, una per una, tutte le certezze che lo spettatore/lettore credeva di avere acquisito.

Non si tratta, però, dell’unica certezza che si frantuma perché Isayama costruisce storie che, poi, fa abilmente a pezzi per metterci di fronte all’amara e cruda realtà. Tutto è una finzione: le mura dell’isola di Paradis, che da falso paradiso diventa una prigione di non-conoscenza; il credo religioso e le istituzioni governative, deputate a controllare e a mantenere l’oblio nelle menti umane; i giganti stessi, che, nella realtà, sono Eldiani condannati e trasformati in modo da perdere la propria umanità. Non ci si può fidare di nulla e di nessuno, nemmeno dei propri compagni d’arme tra i quali si celano invisibili gli eterni nemici di Eldia. Per cui, per sopravvivere e arrivare alla conoscenza e alla comprensione, forse è necessario perdere la propria umanità, come accade ad Eren quando scopre la sua doppia natura, umana e gigantesca. Ed è sempre con Eren che lo spettatore/lettore cresce, cade e si rialza, soffre, muore e risorge come gigante. È sempre con Eren che si scende nella buia cantina del padre, una vera e propria discesa negli abissi dell’umanità e nella conoscenza universale per capire come un popolo unito è stato separato e marchiato dalla malvagità umana e per sciogliere dalla menzogna i propri simili.

Quando, al termine della terza stagione, Eren con i suoi compagni si imbatte in quel gigante malformato e con arti abbozzati e si rifiuta di ucciderlo (perché, come ammette con tristezza, è solo un compatriota che “è stato mandato in paradiso”), si comprende che la parte eroica e di ricerca della conoscenza si è conclusa e che è necessario usare quella nuova “disumanità”, conquistata controvoglia, per far fronte al male che affligge l’umanità.

Cosa ha reso questo anime/manga unico? Attack on Titan è la metafora del percorso umano, delle sue sofferenze, del marchio malefico che lo affligge come un peccato originale. Attack on Titan è anche la crescita di ogni personaggio dalle asperità giovanili (quando si vorrebbe affrontare il mondo da soli in perenne assetto di guerra) alla stabilità e alla chiarezza della maturità. Attack on Titan è, infine, la visuale di un popolo bistrattato, ma che si riunisce e si rigenera, cercando un suo spazio nel mondo. Si tratta di un anime/manga in cui politica e spiritualità si incrociano e si compenetrano insieme per dare un univoco messaggio di speranza e di rinascita.

Captain-in-Freckles

Country Comfort

Non so dirvi se è una questione di simpatia o solo perché ho un certo debole per la musica country, ma devo ammettere che questa serie fa trascorrere qualche ora di relax e di puro divertimento e io sono riuscita a vederla per intero in una serata.

La trama è semplice: Bailey, una promettente, ma sfortunata cantante country, si ritrova a fare da tata ai cinque figli del vedovo Beau. Anche senza esperienza, Bailey riuscirà a diventare una figura di riferimento per i cinque ragazzi che, in realtà, si riveleranno dotati musicalmente e che aiuteranno la stessa Bailey a far decollare la sua carriera artistica.

Questa serie tv, di produzione Netflix, trova tra i creatori Caryn Lucas, conosciuta come sceneggiatrice di “Miss Detective” e “Miss FBI – Infiltrata speciale”, entrambi i film con Sandra Bullock. La Lucas è specializzata in commedie con ruoli femminili di spicco.

La protagonista Bailey, invece, è interpretata da Katherine Mc Phee che è reamente una cantante e che anni fa aveva partecipato al programma “America Idol”; la Mc Phee riesce a regalare alla serie positività e ottimismo anche grazie alla sua abilità comica e al suo talento artistico e dona alla storia quel certo non so che di semplicità e particolarità nello stesso tempo.

Godibili gli spezzoni canori che accompagnano ogni episodio, i battibecchi familiari e la presenza di guest star, come ad esempio Le Ann Rimes che appare da vera stella della musica country, protagonista di una puntata.

Non vi svelo altro, vi invito, però, a recuperare questa serie che ricorda per alcuni aspetti “La tata”, sit-com cult degli anni Novanta, ma, a differenza del contesto patinato della grande metropoli di New York, dell’eleganza di Broadway e delle conoscenze altolocate della famiglia Sheffield, Country Comfort è ambientato in Texas tra il ranch di Beau e i pub dove si può ascoltare solo della buona musica country americana.

Grazia

La festa dei bambini in Giappone

Con la data del 5 maggio termina in Giappone la cosiddetta “Golden Week”, una settimana dove si avvicendano delle importanti festività nazionali, l’ultima, quella del 5 maggio, è dedicata ai bambini, Kodomo no hi (こどもの日).

In questa giornata si festeggiano i bambini augurando loro una vita felice e serena. E’ tradizione, infatti, nelle case mettere in vista un’armatura da samurai, simbolo della protezione dei bambini ed in più si appendono aquiloni a forma di carpe tutte colorate, fatte di cartapesta o di stoffa che si possono trovare, per l’occasione, anche come decorazione di centri commerciali e scuole.

Questi aquiloni sono chiamati koinobori e rappresentano delle carpe, simbolo di vitalità e forza: le carpe infatti, risalgono i fiumi controcorrente per raggiungere la zona dove hanno deposto le uova.

I koinobori sono sempre posizionati in serie e verticali e il loro colore ha dei significati particolari, la carpa nera rappresenta il padre, quella rossa la madre e pian piano tutti gli altri colori i figli, in ordine di anzianità.

In diversi anime, soprattutto degli anni ’70 e ’80, potete trovare rappresentate piccole scene quotidiane che testimoniano la giornata dei bambini, Kodomo no hi, con i classici koinobori che colorano il cielo, li ricordo ad esempio all’interno di un episodio di “Doraemon “.

A questa festività sono associati anche dei dolci, i tipici “kashiwa mochi”, dolci di riso farciti di anko, la confettura dolce di fagioli rossi azuki e avvolti in foglie di quercia (kashiwa), altro simbolo di fermezza e compostezza e i “chimaki”, pasta di riso dolce avvolta in foglie di iris o bambù.

Altra particolarità è la figura di Kintaro. Si narra, infatti, che Kintaro, nome di infanzia di Sakata no Kintoki, samurai leggendario del periodo Heian, avesse, già da bambino, una forza disumana e che cavalcasse un orso tenendo un’ascia sulla schiena. Cresciuto sulle montagne e abituato a lottare con animali feroci, Kintaro è associato alla giornata dei bambini come buon auspicio affinché ogni bambino possa crescere sano e forte come lui. Un episodio della serie anime “Lamù” presenta Kintaro proprio come protagonista della puntata.

Piccolo consiglio: se avete un po’ di tempo e volete divertirvi a provare piccoli lavoretti fai da te, potete cimentarvi a costruire un koinobori, in rete esistono diversi tutorial per imparare, dovrete solo armarvi di cartoncino, nastro adesivo e carta velina colorata e molta pazienza e precisione! 😊

Memoru_Grace

ALF – Caduto dallo spazio

Ogni bambino degli anni Ottanta avrebbe desiderato incontrare un extraterrestre sul proprio cammino e intere generazioni siamo cresciute e invecchiate con questo desiderio recondito alimentato dalla storia fantastica di E.T. l’extra-terrestre dal 1982 in avanti. Ebbene, Alf è stata una sit-com che ha un po’ realizzato questo sogno d’infanzia e ha seguito il filone dei telefilm o situation comedy che presentavano elementi fantascientifici.

Gordon Shumway, chiamato poi amichevolmente, Alf ( acronimo di  Alien Life Form) è un alieno di 229 anni proveniente dal pianeta Melmac che si schianta sul garage della famiglia Tanner, nel tentativo di seguire un segnale radio.

I Tanner lo accolgono e lo nascondono tenendolo al sicuro dalla NASA e dai vicini curiosi, nell’attesa che possa riparare la sua astronave e ripartire.

Alf, alieno coperto di pelo marrone chiaro, è convinto di essere l’unico sopravvissuto della sua specie e pian piano diventa membro della famiglia Tanner, si trastulla nei suoi hobby terrestri preferiti, TV e cibo. D’altra parte, si dice che otto dei suoi dieci organi siano stomaci. Come dargli torto? Gli unici che stanno lontano da lui sono i gatti di cui Alf ne andrebbe ghiotto, ma che non riesce mai nel suo intento di catturarli.

I Tanner, la classica famiglia americana caratteristica delle migliori sit com degli anni Ottanta, è composta invece, dal capo famiglia Willie, impiegato per i servizi sociali, la moglie Kate, la figlia adolescente Lyn, il figlio minore Brian e nell’ultima stagione si aggiunge anche il piccolo Eric.

Accogliere un naufrago stellare e nasconderlo al mondo diventava negli anni Ottanta una delle esperienze più alternative che si potessero sognare e il creatore di Alf, Paul Fusco, ha saputo interpretare perfettamente l’esigenza del pubblico, regalandoci, in ben quattro stagioni, tante risate e piccole scenette diventate cult. Una fra tutte? Alf, dopo aver messo a soqquadro la casa, canta disinvolto in playback “Old Time Rock and Roll” di Bob Seger con un cetriolo in mano.

Insomma, serie irresistibile che, sono sicura, riuscirebbe a strappare sorrisi anche oggi!

Memoru Grace

May the 4th Be with You

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…
Due giovani padawan studiavano per comprendere la Forza. Il confine è sottile assai tra il lato chiaro e quello oscuro. Attratte dai Jedi e dai Sith loro erano.
Di che cosa si appassionavano?

Una, la più grande e saggia, aveva una passione per le armi e i cristalli Kyber. Custodiva questi ultimi in religioso silenzio, nel suo tempio su Zonama Sekot, mentre difendeva la giustizia con la sua spada viola sfolgorante.
L’altra, la più piccola e incosciente, aveva una passione per i testi sacri e le letture, che fossero Jedi o Sith. Riusciva a scovarle tutte, ovunque si trovassero nell’universo. Nutriva anche una passione per qualsiasi navicella che potesse alzarsi sopra il suolo.

Colei che armeggiava con la spada viveva talvolta in una dimensione tutta sua. “La Forza era con lei e lei era con la Forza”, amava ripetere ogni qual volta si trovava in difficoltà e si affidava ciecamente all’antica fede per superare qualsiasi ostacolo. Grande era la sua comprensione della Forza, di livello raramente raggiungibile, secondo molti, i quali si chiedevano ancora se la sua fosse saggezza, incoscienza o meri e casuali colpi di fortuna. Per diverso tempo l’avevano vista su Coruscant discutere sopra i massimi sistemi con gli esponenti di spicco della galassia. Poi, ad un certo punto, optò per la meditazione estrema e per l’eremitaggio, così da comprendere entrambi i lati della Forza. È così che iniziò a viaggiare, a guidare una rivolta di Wookie e a coordinare una colonia di profughi mandaloriani. Mantenne ottimi rapporti anche con gli Ewok e fu nominata più volte ambasciatore per un minuscolo e insignificante pianeta collocato nell’Orlo Esterno. Un giorno, persa nei suoi complessi ragionamenti e animata da un fervente senso di giustizia, mise fine a colpi di lama ad alcuni dei più importanti traffici di uno Hutt sedizioso. Da quel momento, fugge senza sosta in compagnia della sua socia.

Colei che cercava i testi e le scritture aveva sempre un mal di testa. Nella galassia dove vivevano, le scritture venivano a trovarsi in pianeti diversi a seconda del carattere dei loro regnanti. Ciò rendeva assai difficile trovarne una collocazione o un tempo giusti, a volte si rischiava di confondersi. Addirittura alcune non si trovavano nemmeno e doveva viaggiare per molto tempo in posti lontani per trovarli, ma erano in lingue così strane e sconosciute che ci metteva molto tempo per studiarle. Ma queste difficoltà non la facevano demordere; anzi, ne era ancora più affascinata.
Entrambe potevano star sicure che dovunque fossero andate il loro J-type 327 si sarebbe rialzato sempre. La cercatrice di letture aveva passato fin troppo tempo ad intrufolarsi in qualsiasi motore di navetta che le capitasse vicino. Aveva avuto anche qualche discussione con un contrabbandiere che sosteneva di aver fatto la rotta di Kessel in 12 parsec – ne era scettica.

C’è un seguito a questa storia. Un seguito che si svolge ogni giorno, un seguito che dovrà ancora svolgersi e che solo la Forza sa come potrà finire. Ma, per il resto, abbiamo detto.

Captain-in-Freckles & Commander Scully

It’s Okay To Not Be Okay (o lo splendore della fragilità)

C’erano una volta tre bambini a cui una strega cattiva aveva rubato la faccia: un ragazzo che indossava una maschera falsa e sempre sorridente, una principessa rumorosa e vuota come una lattina e un uomo che aveva la testa imprigionata in una scatola di cartone“.

Mi trovo davanti ad un’impresa ardua: far capire perché la serie coreana in 16 episodi It’s Okay to Not Be Okay (letteralmente: “È folle ma non importa”) sia, a mio avviso, una delle migliori serie prodotte di recente.

La trama è complessa e comprende diverse sottotrame e registri narrativi che vanno dal dramma psicologico alla commedia romantica, dal thriller alla fiaba gotica, con un sapiente utilizzo di flashback, dialoghi e spazi di silenzio (dove recitano solo gli occhi). La storyline principale è basata sull’incontro-scontro tra la scrittrice di libri per l’infanzia Ko Moon-young (interpretata da Seo Ye-ji), sofferente un disturbo antisociale della personalità e tendente a scatti d’ira e all’offesa gratuita nei confronti dell’umanità, e l’infermiere di un istituto psichiatrico Moon Gang-tae (interpretato da Kim Soo-hyun), che si occupa sin dall’infanzia del fratello Moon Sang-tae (interpretato da Oh Jung-se), affetto da un disturbo dello spettro autistico e testimone di un omicidio, e che è incline ad una forte empatia nei confronti dei suoi pazienti. Intorno a loro, si muove una pletora di personaggi di ogni tipo, ognuno con la sua tragica piccola storia: il direttore dell’ospedale psichiatrico (Lee Eol) con la sua compassione e i suoi rimedi alternativi; l’editore in quasi fallimento della protagonista (Kim Joo-hun) con la sua svagata direttrice artistica (Park Jin-joo); il migliore amico del protagonista (Kang Ki-doong), che vive da anni nella sua ombra come un fratello maggiore acquisito; la collega infermiera (Park Gyu-young), innamorata respinta, e la sua energica madre (Kim Mi-kyung); i pazienti dell’ospedale psichiatrico, ognuno impegnato a fronteggiare i propri demoni interiori e a superare le proprie angosce e le proprie paure in vista di una guarigione.

A fare da cornice e da intermezzo, come metafora stessa della storia, una fiaba gotica, dove tutti sono gli attori e dove le paure si trasformano in mostri che rubano le facce, ovvero le emozioni, i timori, i sentimenti, ma soprattutto la felicità. E, in questa lotta per riprendersi il sorriso, ognuno capisce l’importanza dell’altro e la necessità di affrontare il male insieme, come una vera famiglia.

Se gran parte delle serie odierne tenta di scandagliare l’animo dei personaggi per arrivare a comprenderne i lati oscuri, It’s Okay To Not Be Okay si pone l’obiettivo contrario, ovvero quello di mettere a nudo le anime umane per ritrovare i suoi lati di chiarore che l’oscurità spesso imprigiona ed opprime. In questo, viviamo tutti come relegati, con una scatola di cartone sulla testa ad impedirci i movimenti e a schermarci le emozioni e il rapporto con i nostri simili. Viviamo come Sang-tae, ingabbiato nel suo spettro autistico e costretto a non capire le espressioni facciali, come inseguito dalle farfalle (che, non a caso, in greco antico sono indicate dalla parole “psyché”). Viviamo come Moon-young, svuotata dalla sue emozioni e incapace di provare sentimenti, come una lattina vuota che fa solo rumore. Viviamo come Gang-tae, con un sorriso stampato in volto come una maschera, pronto ad ingannare il mondo con una parodia del suo benessere personale. Tre animi fragili e umani, provati da esperienze traumatiche dell’infanzia, eppure così splendidi nel fugare gli incubi gli uni degli altri, uniti nel crescere insieme. È proprio questo splendore della fragilità dei tre protagonisti, dei tre bambini della fiaba, che illumina anche il percorso di formazione e di superamento delle difficoltà degli altri personaggi.

Un plauso va alla penna e all’inventiva della showrunner Jo Yong, che in Corea del Sud ha ideato alcune delle serie più apprezzate dalla critica. Un apprezzamento alla regia di Park Shin-woo, alla scenografia gotica, alla fotografia che inserisce dei momenti d’animazione alla Tim Burton, alla perfetta colonna sonora a piano, ai costumisti (per favore, indicatemi dove Moon-young compra i suo abiti meravigliosi!). Una lode va a tutto il cast e, su tutti, ai tre protagonisti: Kim Soo-hyun nel ruolo del gentile e premuroso Gang-tae, Seo Yea-ji nel ruolo della sociopatica Moon-young e Oh Jung-se – un mostro di bravura – nel ruolo dell’autistico Sang-tae. È merito di quest’ultimo se ho iniziato a piangere dall’ottavo episodio fino alla fine, ma sfido a non commuoversi quando, per liberare il fratello e lasciare che si costruisca la sua felicità, gli dice: “Gang-tae appartiene a Gang-tae e Sang-tae appartiene a Sang-tae“.

Alla prossima metafora!

Laura

Rilakkuma e Kaoru

Avete mai pensato di cercare una serie che possa donarvi dolcezza, serenità e tirarvi su di morale senza, per forza, farvi ridere, ma regalandovi piccole scene di vita vissute con simpatia e genuinità’ ? Se state cercando tutto questo e tanta voglia di tenerezza, “Rilakkuma e Kaoru” è la serie che fa per voi.

Kaoru è una giovane donna malinconica che vive la sua routine quotidiana tra lavoro come impiegata e le piccole problematiche di ogni giorno, c’è, però qualcosa che la contraddistingue dagli altri, anzi qualcuno, i suoi tre coinquilini, tre peluche di pezza: Korilakkuma, un orsetto di media taglia; il pulcino Kiiroitori e il grande , pigro, ma tenerissimo orso Rilakkuma.

La trama è apparentemente semplice, ma ogni episodio è una piccola perla di felicità e saggezza. I nostri amici di peluche faranno di tutto per incoraggiare Kaoru ad affrontare le difficoltà di ogni giorno, i sensi di inadeguatezza e le delusioni che la vita può presentarle, per cui si comporteranno come una vera e propria famiglia. Rilakkuma, in particolare, con la sua sbadataggine e l’incredibile inclinazione al disordine è una montagna morbida di tenerezza.

Serie giapponese “slice of life” composta da 13 episodi realizzati con la tecnica dello stop motion, dove ogni particolare e ogni interno della casa di Kaoru è ricostruito in modo impeccabile e la colonna sonora vi terrà compagnia per tutta la storia e vi ritroverete a canticchiarla fino a alla fine.

Vi consiglio questa serie, perchè? E’ come bere, in una giornata fredda, una tazza di tè fumante che scalda il cuore!

Memoru Grace

Mini recensione semi-seria di My Runaway

Trama: voto 6
Il famoso “#tuttoaccaddeunvenerdì” in Corea diventa “Tutto accadde al Karaoke”! Può un blackout trasformare la vita di un famosissimo modello e di una liceale???? Ebbene, sì! La storia è simpatica…. ma dei momenti davvero imbarazzanti!!!

Lui: voto 7
Ragazze, a me #kangdongho non fa impazzire… ma rimane molto divertente vedere come un omone di 1 metro e 90 abbia la grazia di una ragazzina. Prendere la scossa lo ha migliorato: magari provate in ufficio con i colleghi antipatici… magari migliorano!

Lei: voto 7
#parkjiyeon incarna il sogno di tante ragazze: pur sapendo di non avere l’altezza per diventare modella, lei studia e persevera nel suo sogno. Anche a lei fa bene prendere la scossa…. continuate a provare! Solo con quelli antipatici!

Gli amici di lui: voto 9
#ahnbohyun#hakjin e #chulwoong sono aspiranti modelli, molto preoccupati per il loro amico impazzito….. continuando a giocare con la Playstation il mondo si salverà! Loro non prendono la scossa, quindi rimangono così: belli e …. niente sono belli specialmente quando escono dalla doccia.

Simpaticissimo #jojaeyoon (voto 8) con la sua interpretazione da stilista gay impettito! 🤣🤣🤣

“Tutto accadde al Karaoke” è consigliato ad un pubblico semi adulto come me, a chi cerca qualcosa non molto impegnativo (6 puntate da 25 min cad) come me, e a chi ha una voglia matta di cantare a squarciagola come me (non al karaoke!).

E poi chissà se prendere la scossa non mi faccia migliorare! Provo????

Lady K Trash

Memories of the Alhambra: ovvero “la realtà virtuale, l’arme e gli amori”…

Lo ammetto: per farmi appassionare davvero ad una serie, è necessario che la trovi coinvolgente, cerebrale, cervellotica e interpretabile nei modi più assurdi. E le serie TV coreane erano ancora troppo lente e romantiche per i miei gusti. Fino ad ora…

Per la mia prima recensione online ho deciso di parlare della serie coreana Memories of the Alhambra, perché la mia attenzione viene catalizzata immediatamente da spade, videogame e dungeon segreti raggiungibili tramite messaggi indecifrabili.

Memories of the Alhambra è un enorme gioco di ruolo online, dove i protagonisti giocano a realtà aumentata con l’ausilio di lenti a contatto (ma anche senza) che li catapultano in una Granada, teatro di scontri tra lancieri aragonesi e guerrieri saraceni, ma anche in una Seoul che pullula di assassini armati di spade orientali, i quali, ad un certo punto, ammazzano per davvero.

Chi è appassionato di anime e manga di combattimento – come la sottoscritta – può vedere entusiasta un grande parallelismo con SwordArt Online. Solo che si tratta pur sempre di un drama coreano per cui: al posto dello “spadaccino nero” Kirito, troviamo un affascinante CEO milionario con due ex mogli ingombranti (di cui una pazza e arrivista) e un chiaro disturbo della personalità, interpretato da Hyun Bin; al posto della “saetta” Asuna troviamo una bella liutaia con doppio nome, ansia perenne e spirito samaritano, interpretata da Park Shin-hye; e, naturalmente, spicca su tutto una storia d’amore travagliata e di quasi improbabile realizzazione (chissà!).

Ma quello che mi ha entusiasmato e colpito di più – oltre alle spade, ovviamente – è la metafora sottesa in tutta la serie (perché, come vi renderete conto, non posso fare a meno di metafore): Memories of the Alhambra è soprattutto una discesa negli abissi dell’animo umano, nei suoi lati oscuri e nei suoi angoli di luce, nei traumi del passato, ma anche nelle speranze del futuro. E, tra queste, la mia: gentili creatori di Memories of the Alhambra, a quando la seconda stagione? No, perché non si può finire così!

— (silent- but-screaming-inside) —

Alla prossima metafora!

Laura