Demon Slayer: Mugen Train Arc

L’Arco del treno di Mugen è stata oggetto di un OAV, distribuito nell’estate 2021, e della prima parte della seconda stagione di Demon Slayer. Noi abbiamo deciso di parlarne episodio per episodio.

Ep. 2×01

Feels a go-go in preparazione (chi ha visto l’OAV sa cosa vuol dire), ma aggravati rispetto al film, perché adesso abbiamo anche più tempo per conoscere Kyojuro Rengoku, il Pilastro del Fuoco, il suo altruismo e il suo valore, la sua storia personale (il rapporto con il padre, di cui tenta di emularne le gesta, è così ben focalizzato in questo primo episodio nel dialogo con nonna e nipote che preparano massicce dosi di bento) e… piangeremo come fontane. Si sa.
Però, Rengoku merita e, se questi episodi riusciranno a farcelo conoscere meglio, ben venga. È un guerriero straordinariamente forte, intelligente, empatico e umile, con un alto senso del dovere. Poi, quando mangia bento e urla entusiasta “Umai!” è anche il commensale che tutti vorremmo avere.
Momento a parte di notevole pregio: Inosuke che se la prende col treno. In realtà, inconsciamente, avrebbe pure ragione, povero e caro cinghiale.
Menzione speciale: le opinioni laconiche di Tomioka.

Ep. 2×02

Oramai sappiamo già che dobbiamo prepararci ai feels, anche perché questo personaggio di Rengoku ci aggrada davvero parecchio. È chiaramente fuori testa, mangia quantità di cibo spropositate, urlando i suoi apprezzamenti a gran voce, guarda un punto fisso davanti a sé senza sbattere le palpebre e sembra sempre entusiasta della vita. Poi, con la spada e il respiro delle fiamme se la cava alla grande. Insomma, sarebbe il maestro ideale per Tanjiro e compagni che iniziano già a chiamarlo fratellone con i lacrimoni negli occhi, rendendolo immensamente felice. Insomma, non si può non adorare questo Rengoku-san.
Nel frattempo, però, non perdiamo di vista che siamo sempre sul treno di Mugen, dove le persone scompaiono a decine e, non per niente, è stato inviato un Pilastro ad indagare quale sia il pericolo demoniaco nascosto, che si rivela essere quell’infame Prima Luna Calante.
E tutto il treno crolla in un sonno profondo e ricco di sogni e di ricordi. Se solo avessero dato retta all’innata repulsione di Inosuke per i treni
!

Ep. 2×03

Facciamo la conoscenza con Enmu, anche noto come Prima Luna Calante, che, a dispetto della sua voce morbida e suadente, è di un’infamità incredibile. Infatti, non solo fa cadere in un sonno profondo le sue vittime, regalando loro un dolce e illusorio sogno, ma invia i suoi scagnozzi (in realtà, esseri umani vessati da sonno senza sogni) per oltrepassare la linea di demarcazione tra sogno e inconscio e distruggere il nucleo dell’anima. Solo che l’anima di Rengoku è infuocata e incandescente, proprio come il suo ardore, e il Pilastro è talmente sgamato che tenta di fare fuori il suo aggressore durante il sonno. Tanjiro, invece, ha un’anima bellissima e, soprattutto, una grande forza interiore che gli permette di capire l’inganno, tentando tutti i mezzi per svegliarlo. Anche un seppuku rituale. Quasi.
Menzione a parte: i sogni adolescenziali di Zenit’su che corre per i campi con Nezuko e i sogni di Inosuke che andrebbero psicanalizzati.

Ep. 2×04

La pausa di una settimana nella trasmissione dell’anime non ci deve far dimenticare dove siamo rimasti: con Tanjiro consapevole di vivere in un sogno e pronto a suicidarsi con la sua katana nel tentativo di ridestarsi. Ebbene, anzitutto, Tanjiro si sveglia, facendoci capire che il suo tentativo estremo e doloroso era giusto, ma anche che Christopher Nolan in “Inception” aveva ragione. Poi, ritrova subito l’alleata di sempre, la sorella/demone Nezuko, che, pronta a dargli una mano contro il demone del treno Mugen, si adopera per salvare gli altri. Tanjiro ingaggia una battaglia furiosa contro i ragazzi morti di sonno che si sono legati a lui e ai suoi compagni. Poi, salta sul tetto della locomotiva e va a sfidare il demone del treno, sfoderando tutte le tecniche apprese: per gli spettatori è un momento spettacolo perché la spada di Tanjiro libera onde degne di Hokusai. Il demone tenta di farlo addormentare, ma Tanjiro resiste e continua a combattere, riuscendo a decapitare il mostro. Peccato che è solo un’illusione, visto che il vero corpo del mostro è tutto il treno e la battaglia sarà molto più ardua.
Postilla finale: risveglio esplosivo di Inosuke che sfonda il tetto del treno. Bravo, cinghiale nostro!

Ep. 2×05

Siamo rimasti alla rivelazione del demone sul fatto che il suo corpo si è trasformato in tutto il treno e al “risveglio esplosivo” di Inosuke (che, per la verità, non era rimasto tranquillo nemmeno dormiente). Piano piano, Nezuko riesce nell’impresa di svegliare tutti i guerrieri. Così, scatta il lampo del fulmine di Zenit’su e la fiamma istantanea di Rengoku, che, insieme a Tanjiro e ad Inosuke, mettono scompiglio nel treno per salvare i passeggeri addormentati dalle grinfie del demone (in tutti i sensi). Poi, il piano geniale: Nezuko e Zenit’su a difendere tre vagoni, Rengoku da solo come baluardo di ben cinque vagoni, mentre Tanjiro e Inosuke in testa alla locomotiva a cercare il collo del demone. Perché, se non si può decapitare un corpo, è possibile decapitare un treno (la robustezza delle katana giapponesi deve essere oltre la leggenda). Qui i due battagliano contro centinaia di occhi del demone che tentano di ipnotizzarli e farli addormentare (perlomeno, tentano di farlo solo con Tanjiro, perché Inosuke ha una testa di cinghiale sul capo). Dopo innumerevoli peripezie, sfoggio di tecniche e di respirazione e la danza Kagura del dio del fuoco esibita da Tanjiro, le lame dei nostri riescono nell’impresa di uccidere il demone (o, meglio, il treno). Cliffhanger finale: il ferroviere accoltella con un cacciavite il nostro Tanjiro allo stomaco.
Ma.. ma… Come?

Ep. 2×06

Il treno deraglia, il demone muore e Tanjiro è a terra ferito gravemente, soccorso da Inosuke e Rengoku. Sembra che sia tutto finito, fino a quando non compare la sagoma di Akaza, la Terza Luna crescente, uno dei demoni più potenti nel pantheon malefico di Muzan (il super cattivo di Demon Slayer). Akaza tenta subito di uccidere Tanjiro, ma, poi, preferisce dedicare le sue forze a Rengoku. Lo elogia, ne vanta la forza e gli propone di diventare un demone, perché la vita umana è troppo effimera per diventare un grande combattente. Rengoku non si lascia corrompere e fa uno di quei discorsi sulla bellezza della brevità della vita umana e su come la fragilità umana sia da intendersi come la vera grandezza che differenzia gli uomini dalle creature demoniache. Amiamo indiscutibilmente Rengoku. ❤️
Segue un combattimento strenuo ed efferato tra Rengoku e Akaza, che ha promesso di ucciderlo.
(Cliffhanger finale)…

Ep. 2×07

Tanto vale metterlo in chiaro sin da subito: al termine di quella lunga ed estenuante battaglia contro Akaza, il nostro amato Rengoku muore. Spira così, con la spada in pugno, ferito ovunque, ma consapevole di aver quasi ucciso la terza luna crescente e, soprattutto, conscio di aver salvato 200 persone. Muore ricordandosi le parole di sua madre, che gli aveva insegnato come la sua forza potesse salvare i più deboli, e affidando i suoi ultimi insegnamenti a Tanjiro, del cui valore è sicuro perché lui e i suoi amici sono destinati a diventare i prossimi pilastri.
Un fiume di lacrime. Piangono tutto. Anche il corvo che porta la notizia agli altri pilastri. Anche Kagaya Ubuyashiki, che attende di ricongiungersi ai suoi cacciatori di demoni ormai morto. Anche noi che ti abbiamo amato per il tuo coraggio, il tuo altruismo e la tua fame perenne, Kyojuro Rengoku. ❤️

Captain-in-Freckles

MAISON IKKOKU – CARA DOLCE KYOKO

Ho sempre pensato che la caratteristica più importante dell’anime “Maison Ikkoku”, che in Italia è stata intitolata “Cara dolce Kyoko”, sia proprio la normalità. Per interi episodi sembra non accadere praticamente nulla oppure una serie di sguardi e di cose non dette, mille paturnie dei personaggi protagonisti, piccole gaffe che fanno sorridere e tanta tanta attesa. Maison Ikkoku è uno degli anime più tranquilli e normali mai visti.

Facciamo, però, un passo indietro e partiamo dal manga a cui è ispirato l’anime. Il manga è stato scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, pubblicato sulla rivista Big Comic tra il 1980 e il 1987. Rumiko Takahashi è una delle mangaka più influenti e di maggior successo in Giappone proprio per la capacità di mischiare all’interno delle sue opere diversi generi narrativi e caratteristiche che appartengono sia agli shōnen che agli shōjo . La sua carriera inizia nel 1978 con “ Lamù” , prosegue con “ Maison Ikkoku” , “ Ranma ½ ” , “ Inuyasha”, “ Rinne” e adesso sta lavorando con il manga “ MAO” dal 2019. Insomma, l’attività artistica di Rumiko Takahashi è sempre in continua crescita e ha dimostrato in più di quarant’anni di carriera di colpire l’attenzione del pubblico con nuove idee e nuove storie diverse.

Quando uscì l’anime Maison Ikkoku , Rumiko Takahashi era già conosciuta, per cui il pubblico seguì con curiosità le vicende della storia ambientata a Tokyo tra l’inverno del 1980 e la primavera del 1988.

Yusaku Godai è uno studente universitario squattrinato che vive nella pensione Maison Ikkoku, edificio costruito prima della Seconda Guerra Mondiale, e conduce una vita alquanto monotona infastidito dalle persone che vivono con lui nella pensione. Un giorno d’inverno, però, arriva ad amministrare la pensione una giovane vedova, Kyoko, e la vita di Godai cambia improvvisamente. Si innamora a prima vista di Kyoko e così persevererà con la sua infatuazione per molto tempo senza riuscire a dichiarare i propri sentimenti alla ragazza. Kyoko, di un paio d’anni più grande di Godai, prova per il ragazzo una certa attrazione, ma è da sempre incerta perché Godai è ancora uno studente imbranato e sensibile e non sa ancora cosa fare nella vita. D’altra parte Kyoko ha accettato di lavorare nella Maison Ikkoku per superare il suo stato di depressione dopo la morte improvvisa del marito e dedicarsi a migliorare l’aspetto e la vita all’interno della pensione la rende felice. All’interno della pensione, Kyoko farà la conoscenza di altri inquilini, personaggi di cui non ci si può dimenticare, alcuni di loro sono delle vere e proprie macchiette che rendono la storia più leggera: Hanae Ichinose, una donna di mezza età sovrappeso che vive con il figlio di dieci anni, Akemi Roppongi, una ragazza dalla vita inquieta a causa del suo lavoro in un night club, Yotsuya, un uomo che non esce quasi mai della sua stanza, presentatoci come un parassita.​

Uno squarcio di vita normale per personaggi comunissimi con pregi e difetti e che riempiono la storia e la rendono gradevole. Godai e Kyoko riusciranno a rivelare l’un l’altra i propri sentimenti? Vi lascio nel dubbio perché è giusto così, vi consiglio, però di recuperare questa serie anime che è stata un vero e proprio cult a partire dalle parole di fine primo episodio pronunciate da un Godai sognante: «In un freddo giorno invernale, il nostro nuovo amministratore che è una bellissima ragazza, si è trasferito alla Maison Ikkoku… si chiama Kyoko e ha scaldato il mio cuore».

Memoru Grace

Innamorati pazzi. Una giovane coppia nella New York degli anni Novanta

Quando pensiamo a New York, anni Novanta, ci vengono in mente decine di titoli di commedie che hanno reso la nostra immaginazione ricca di storie romantiche, di canzoni, di atmosfere magiche e, diciamo la verità, quante volte ci è capitato di sognare ad occhi aperti di essere al posto di Meg Ryan ad aspettare Tom Hanks in cima all’ Empire State Building? Anche in tv, New York è riuscita a lasciare la propria impronta in molte serie e miniserie televisive, oggi ad esempio ripercorriamo la storia di una sitcom che ha abbracciato tutta la decina degli anni Novanta, “Mad About You”, che in Italia è stata intitolata “Innamorati pazzi”.

Nel 1992 Helen Hunt, ancora poco conosciuta dal pubblico e lontana dall’Oscar che vincerà nel ’98 per “Qualcosa è cambiato”, diventa Jamie Buchman, una giovane consulente specialista in pubbliche relazioni che un giorno come un altro incontra Paul ad un’edicola di New York, dove gli sottrae l’ultima copia de “The New York Times” con una scusa inventata e poco plausibile. Tempi in cui si rubavano le ultime copie dei quotidiani in edicola! Nostalgia!

Paul Buchman, interpretato da Paul Reiser, era conosciuto dal pubblico già dagli anni Ottanta per alcune commedie e nel film cult “ Beverly Hills Cop – Un piedipiatti a Beverly Hills”. Paul, invece, nella serie, è un documentarista. La sitcom racconta le vicissitudini e la vita quotidiana di questa giovane coppia che vive nel Greenwich Village, entrambi dai caratteri agli antipodi, ma entrambi dotati di umorismo ed ironia per affrontare ogni piccola difficoltà. Il cane Murray terrà compagnia ai coniugi Buchman e presto diventerà uno dei personaggi preferiti dai fan della serie anche per i suoi piccoli siparietti in cui è intento ad inseguire un topo invisibile sbattendo sempre e irrimediabilmente la testa contro il muro.

La serie vanta 7 stagioni dal 1992 al 1999, la coppia Helen Hunt e Paul Reiser fu molto amata dal pubblico americano tanto da essere candidata ai più prestigiosi premi televisivi e ad essere pagati fino ad un milione di dollari per ogni episodio, vincendo 4 Golden Globe. Tanti i camei che hanno arricchito questa sitcom, da Mel Brooks nelle veci dello zio di Paul a Hank Azaria il dog sitter, al personaggio di Ursula Buffay, interpretata da Lisa Kudrow, la bizzarra cameriera del ristorante Riff’s, spesso frequentato dai coniugi Buchman, nonché sorella ​gemella di Phoebe, che tutti ricorderemo in un altro telefilm cult sempre nato negli anni Novanta e sempre ambientato a New York, “Friends”. Nel 2019 è stata mandata in onda una ottava stagione composta solo da 12 episodi speciali in cui Jamie e Paul Buchanan si confrontano con la figlia Mabel, se siete appassionati o malinconici delle serie anni Novanta vi consiglio di recuperarla.

La colonna sonora della serie è stata composta dallo stesso Reiser con Don Was, mentre il tema musicale principale fino alla quarta stagione è eseguito da Andrew Gold, dalla quinta stagione in avanti, invece, da Anita Baker.

Memoru Grace

I rastrelli portafortuna e la Festa del Gallo

A novembre, in Giappone, secondo il Calendario del Periodo Edo, si festeggia il giorno del Gallo, ogni 12 giorni. I giorni di festa sono infatti due e qualche volta anche tre, dipende dal calendario. Si tratta della celebrazione del nuovo anno e si chiama “Festa del Gallo” perché il gallo fin dai tempi antichi in Giappone era considerato un animale sacro e importante proprio per il fatto che annunciava l’inizio di una nuova giornata. Ogni anno a Tokyo si festeggia, quindi, il Tori no ichi (Festa del Gallo) a Taito-ku, vicino ad Asakusa presso il santuario Otor e tantissima gente si raduna per pregare soprattutto per la salute e la buona fortuna.

La strada si illumina di centinaia di bancarelle. Una delle caratteristiche più emblematiche di questa festa è il kumade, il rastrello di bambù decorato e variopinto. I kumade sono di dimensione differente e la gente ogni anno fa la fila per acquistarli. Tradizione vuole che per avere fortuna ogni anno vada restituito il kumade dell’anno precedente e se ne acquisti uno nuovo, se più grande ancora meglio. Le decorazioni dei kumade rappresentano tesori e monete d’oro e spesso vengono anche fissate delle maschere. La festa continua fino a mezzanotte e il dolce caratteristico è la torta di riso “Kirizansho” di Asakusa che è andata a sostituire la più antica “Koganemochi ”.

Memoru Grace

Violet Evergarden – Il Film

Se avete seguito la serie anime di Violet Evergarden e l’avete amata, anche sciogliendovi in lacrime, singhiozzando e rimanendo malinconici per giorni (perché, fidatevi, è una reazione comprensibile), la visione di questo film conclusivo è una tappa obbligatoria da affrontare con nuove copiose lacrime malinconiche.

Il film continua a seguire le vicende di Violet, ormai bambola di scrittura automatica affermata e molto richiesta perché in grado di comprendere i sentimenti e le emozioni umane e di metterle su carta scritta per comunicarle. Sono passati diversi anni dalla fine della guerra, Leiden è rifiorita e, anche se sembra che le macchine da scrivere e il servizio postale stiano vivendo un periodo d’oro, l’arrivo della tecnologia (rappresentata dai primi apparecchi telefonici e dalla costruzione della torre radio) sta iniziando a minare la supremazia delle lettere scritte. Il tempo corre, la gente vuole dimenticare le sofferenze e i dolori legati al periodo bellico e i messaggi iniziano a diventare sempre più scarni e diretti al tempo stesso, influenzati dalla velocità di una società che non si può fermare, conscia che il progresso sia l’incentivo migliore per un futuro ottimista, lontano da guerre e povertà. Solo Violet è ancora rimasta legata ai ricordi del passato, al fantasma dei caduti in guerra e, soprattutto, all’anima del Maggiore Gilbert e di quelle sue ultime parole. Ha vissuto un’infanzia priva di emozioni e sentimenti e una giovinezza alla disperata ricerca del senso della parola amare, per cui, adesso che se ne è impossessata, si è legata strenuamente alla difesa di quell’amore ricevuto così spontaneamente e che non è riuscita a ricambiare. Ogni sua azione la riporta emotivamente al suo passato e al ricordo del Maggiore Gilbert, a cominciare dalle lettere che scrive in ospedale per un bambino in fin di vita e che si incarica di consegnare ai suoi genitori e al fratello, fino alla raccolta meticolosa e quasi religiosa degli oggetti appartenuti a GIlbert, mantenendo in sé la speranza che il maggiore si sia salvato e sia solo disperso da qualche parte. Un giorno, una lettera che perviene casualmente alla società postale alimenta nuovamente la speranza di Violet, fornendole un indizio importante sulla possibile salvezza del maggiore. E, così, si mette in viaggio per sincerarsi del fatto e per dire al maggiore ciò che per tutti questi anni non ha mai potuto spiegare a parole a nessuno, quella matassa aggrovigliata e dolente di sentimenti che si porta da tempo nel cuore. Solo che Gilbert è mutato in modo profondo, scosso dalla guerra e dalle ferite che ha riportato, ma soprattutto psicologicamente ed emotivamente sconvolto, in piena crisi di colpa nei confronti di Violet, che pensa di avere usato come arma bellica, privandola della giovinezza e di tutte le cose belle che poteva godere. A questo punto, quelle parole “Violet, tu devi vivere” pronunciate nel momento estremo della sua presunta morte appaiono l’inizio della sua vita di espiazione.

Ammetto che l’happy ending finale, dopo una serie che mi aveva convinta in tutto e per tutto della morte di Gilbert e del lutto quasi vedovile di Violet, mi ha un po’ destabilizzata nelle prime battute. Tuttavia, anche il film mantiene lo stesso livello emotivo e ci regala un ritratto ancora più intimista dei due protagonisti (in particolare, di Gilbert, conosciuto solo attraverso i ricordi di Violet), costruendo la profondità del legame che li unisce. Dopo che Violet ha imparato a percepire e a conoscere l’amore nelle persone grazie all’esempio del maggiore, adesso è proprio la sua lettera di congedo a Gilbert che dà a quest’ultimo la possibilità di aprirsi, uscendo dal guscio di dolore e solitudine che si era costruito per non far soffrire, ma, al tempo stesso, per non soffrire. Come aveva consigliato al suo ultimo cliente in ospedale, Violet esplica l’importanza di essere diretti e aperti, dichiarando sempre i propri sentimenti, perché non sempre il tempo e le opportunità possono permetterlo e, così, riesce a fare uscire Gilbert dal suo rifugio interiore, donandogli quell’amore e quella comprensione di cui aveva bisogno.

Il film si racchiude all’interno di un’interessante cornice narrativa che richiama uno degli episodi più noti (e anche più belli) della serie, quello della signora Anna che, coscia della sua imminente fine, chiede a Violet di scrivere per lei cinquanta lettere e di spedirle alla figlia ogni anno per il giorno del suo compleanno. La bisnipote della signora Anna, alla morte della nonna, scopre le lettere che sua nonna ha ricevuto per tutta la vita e si mette alla ricerca della persona che deve essersi occupata di quest’incarico, ovvero Violet Evergarden, apprendendo, così, la sua storia.

Consigliato a chi ha già guardato la serie televisiva, a chi ama crogiolarsi nella malinconia delle emozioni e dei sentimenti, a chi è consapevole di non aver mai usato le parole giuste e di non essere mai riuscito ad aprire il proprio cuore, a chi ha custodisce gelosamente il ricordo nostalgico delle persone care e a chi sa piangere anche e soprattutto quando è felice. Da guardare in una fredda sera di fine autunno in religioso silenzio.

Captain-in-Freckles

P.S.: Recuperate la recensione della serie anime Violet Evergarden (ovvero: la scoperta dell’umanità).

Josée, la tigre e i pesci. Imparare a vivere, vincendo la paura

Josée, la tigre e i pesci” è un anime diretto da Kotaro Tamura , ispirato all’opera di Seiko Tanabe e prodotto dallo Studio BONES , un vero e proprio gioiellino uscito quest’anno, 2021. Tsuneo è un giovane studente universitario che per pagarsi le rette scolastiche e gli studi si barcamena tra lavori part-time cercando di costruirsi un futuro nell’ambito della biologia marina. I suoi unici amici sono i colleghi di lavoro. Un giorno accade qualcosa di importante nella solita vita di routine di Tsuneo. Mentre passeggia, una ragazza perde il controllo della sua sedia a rotelle e gli finisce addosso. La ragazza si chiama Kumiko, ma si fa chiamare Josée come la protagonista di un romanzo della sua scrittrice preferita, Françoise Sagan. La nonna di Kumiko, che è accorsa dalla nipote dopo il volo con la carrozzella, chiede a Tsuneo se vuole arrotondare il suo stipendio part time dedicando qualche ora a fare compagnia alla ragazza. Tsuneo accetta il lavoro, ma scoprirà da subito che Josée ha un carattere scontroso, viziato, ma pieno di insicurezze e paure. Pian piano i due giovani accettano la presenza dell’altro e anzi si instaurerà un rapporto sempre più profondo, Tsuneo aiuterà Josée a superare le paure che l’hanno accompagnata fin da bambina, facendole scoprire che il mondo fuori non è solo pieno di trappole e di malvagità e la spronerà a capire quanto il suo talento artistico sia importante: ha infatti il dono meraviglioso di comunicare il proprio mondo interiore. In seguito sarà la stessa Josée ad aiutare Tsuneo a riscoprire la speranza della vita e la lotta per la vittoria. “Josée, la tigre e i pesci” è un anime da vivere in ogni scena e da rivedere per gustare ogni parte che durante la prima visione si è persa. La storia non scade mai in cliché o forzature, ma sostituisce la speranza alla pietà, l’amore alla compassione e affronta tematiche complesse, quali la disabilità, la disoccupazione, la mancanza di socializzazione, la solitudine, dando risalto alla ricerca del proprio mondo interiore e della libertà (rappresentato dalla visione dei pesci, come riporta il titolo), del supporto reciproco per superare le paure anche quelle più nascoste nel nostro inconscio (rappresentate dalla tigre del titolo) e poter constatare che il mondo è insieme terribile e meraviglioso. Una storia toccante che vi consiglio vivamente di recuperare presto se non l’avete ancora vista. Piccola osservazione sulla tecnica, l’anime è stato totalmente disegnato a mano prima di essere digitalizzato, le strade di Osaka sono state rappresentate fedelmente e la cura dei particolari, la nitidezza dei colori e degli sfondi rendono realistiche le azioni e non distrarranno mai l’attenzione dell’osservatore.

Memoru Grace

Tokyo Magnitude 8.0

Quando ho visto per la prima volta Tokyo Magnitude 8.0 pensavo si trattasse solo di una storia catastrofica con tanta azione ed invece, con mia grande meraviglia, ho dovuto constatare che l’anime è diverso dal solito clichè, è una storia di formazione, di forti emozioni, è il risalire dal dolore e dalla perdita di tutto, il terremoto ne è il simbolo, ma non è il vero protagonista. La catastrofe fa da ambientazione all’anime, poi, però, si lascia spazio ai sentimenti, alle persone, alla loro voglia di reagire e lancia un profondo messaggio di speranza finale. Non posso fare spoiler, vi racconterò il minimo indispensabile della storia, ma se avete deciso di intraprendere la visione di Tokyo Magnitude 8.0 preparate dei fazzoletti vicino a voi, ma proprio una scorta di fazzoletti perché per me non sono stati abbastanza. L’anime è ambientato a Tokyo, all’inizio delle vacanze estive, Mirai, una ragazzina di tredici anni è stufa della solita vita monotona e di sentire litigare per ogni cosa i genitori, per cui decide che è meglio sprofondare la propria noia nel cellulare di cui è molto patita; suo fratello minore, Yuki, invece, chiede in continuazione che qualcuno lo possa accompagnare alla mostra di robot ad Odaiba , un’isola artificiale nella Baia di Tokyo . La scelta dei genitori ricade su Mirai che le impongono di accompagnare Yuki visto che è in vacanza mentre loro sono impegnati con i rispettivi lavori. Mirai, quindi, è costretta a mettersi in viaggio con Yuki, destinazione mostra di robot. Proprio alla fine della visita alla mostra, mentre Yuki va alla toilette e Mirai lo attende fuori dall’edificio, si verifica un terremoto devastante di magnitudo 8.0 sulla scala Richter che distrugge molti degli edifici intorno. Nonostante Mirai si spaventi moltissimo riesce a rientrare nell’edificio per cercare il fratellino e qui viene aiutata da Mari, una giovane donna fattorino che guida la moto, i due fratelli così riescono a ritrovarsi e ad intraprendere il viaggio verso casa insieme a Mari che dovrà anche lei raggiungere sua madre e sua figlia di quattro anni. Durante il viaggio, a causa di una forte scossa di assestamento la Tokyo Tower crolla e alcune macerie colpiscono Yūki alla testa che riesce comunque a rialzarsi, assicurando tutti di stare bene. Dopo un giorno di cammino, Mirai è stremata e Yuki perde i sensi e viene portato in ospedale; quando, però, Mirai si risveglia da un crollo di stanchezza ritrova il fratellino che è uscito dall’ospedale e così riprendono il viaggio verso cas a. Quando raggiungono l’abitazione di Mari vedono che tutto è andato distrutto, ma fortunatamente la figlia di Mari è illesa mentre la madre ha riportato poche lievi ferite. Mirai e Yuki lasciano Mari e decidono di proseguire per raggiungere casa grazie all’aiuto di un militare che offre loro un passaggio su un camion che trasporta feriti.

Non vi svelo altro della trama, come vi ho annunciato poco fa, ma vi consiglio molto questo anime, indicato a chi vuole riscoprire l’importanza delle piccole cose, dei sentimenti e l’affetto delle persone care che purtroppo spesso prendiamo per scontato, ma che nei momenti in cui il modo ci sembra letteralmente crollare addosso cerchiamo disperatamente. Tokyo Magnitude 8.0 è una serie anime di 11 episodi, diretta da Masaki Tachibana ( “ King of Fighters – Another Day” ) e scritta da Natsuko Takahashi ( “ Fullmetal Alchemist ” ) ed è prodotta dagli studi Bones e Kinema Citrus .​

Memoru Grace

Acero rosso, Momijigari e lo splendido autunno giapponese

La passione per la contemplazione della natura è tipica del popolo nipponico e anche in autunno come in primavera i colori degni da quadro rendono le giornate uniche e ispirano le persone a comporre, a dipingere o anche solo ad immergersi in una passeggiata nel pieno delle luci dorate tipiche di questa stagione.

Ogni autunno (秋), in Giappone, si ammirano le foglie d’acero rosso: si tratta, infatti, di un fenomeno che viene chiamato con due nomi differenti momiji e kōyō. Entrambi si scrivono con lo stesso carattere 紅葉, ma si tratta di due concetti diversi. Per momiji si intendono le foglie di acero tinte di rosso in autunno, mentre kōyō è il cambiamento delle foglie da verdi a rosse ed indica la trasformazione dell’intera natura in questa stagione.

Se l’hanami identifica la stagione dei sakura e quindi la primavera, il momijigari (紅葉狩り), invece, è la contemplazione delle foglie di acero rosso, anzi il significato letterale è “caccia alle foglie rosse”.

Il momijigari apparve per la prima volta nel periodo Heian, ma era rivolto solo ad un pubblico limitato, aristocratico, mentre nel periodo Edo diventò accessibile a tutti.

La contemplazione dell’autunno e la trasformazione della natura, l’ammirare il cambiamento di colore delle foglie identifica un concetto molto importante, l’effimero, il cambiamento come trasformazione, ma nel frattempo continuità con la tradizione. Molti haiku ricordano l’autunno e ne contemplano i malinconici colori. In particolare oggi voglio ricordare l’haiku di Ryōkan Taigu:

Autunno – broccato

di foglie rosse d’acero –

la veste dei Tang.

In Giappone esistono diversi luoghi dove contemplare l’autunno e, senza escludere Tokyo, un discorso a parte lo merita Kyoto dall’eleganza e dal fascino antico dove le persone che desiderano perdersi nell’autunno dorato riusciranno ad immergersi nella bellezza del passato e nel foliage mite, dolce che travolge lo spettatore in un mondo sospeso.

Come in primavera con i sakura, anche in autunno troviamo piatti che ricordano le foglie d’acero. A differenza dei sakura, però, le foglie d’acero non vengono incorporate nel cibo, se ne ricorda solo la loro forma per dare vita ai dolcetti momiji manju o i nama momiji, dolci originari di Hiroshima che hanno la forma di foglie d’acero e sono ripieni di marmellata di fagioli rossi.

Memoru Grace

“Steins; Gate” – Teoria del tempo e dello spazio di un microonde

Viaggiare nel tempo è sempre stato uno dei sogni più reconditi dell’uomo. Se, poi, fosse possibile costruire una bella gita spazio-temporale con l’aiuto di un semplice microonde telefonico (che, per la verità, non è proprio così semplice), saremmo tutti pronti a sperimentare un’avventura simile e ad imbarcarci con i personaggi di “Steins; Gate” a cavallo di linee temporali diverse e di possibili finali alternativi.

“Steins; Gate” (シュタインズ・ゲート Shutainzu Gēto) è una serie anime di 24 episodi, seguiti da un OAV conclusivo (?), anche classificabile come 25esimo episodio, che nasce, in realtà, da una visual novel giapponese, ovvero da un videogioco interattivo in cui il giocatore entra all’interno della storia insieme ai personaggi, prendendo decisioni che hanno ricadute sulla trama e facendo nascere così tante ipotetiche linee narrative e finali. Il videogioco fu sviluppato da 5pb.inc e Nitroplus e pubblicato per Xbox 360 il 15 ottobre 2009.

L’ambientazione temporale è un generico 2010, mentre le vicende dei protagonisti si svolgono sempre nel distretto Akhibara di Tokyo, anche noto come Akhibara Electric Town per la sua alta concentrazione di negozi di elettronica, informatica e videogiochi. Qui vive e lavora Rintaro Okabe, un ragazzo che si autodefinisce “scienziato pazzo”, studente universitario geniale, ma anche un nerd incallito e delirante che si veste sempre con un camice da scienziato e gestisce insieme alla sua amica d’infanzia Mayuri Shiina (altro personaggio particolare, che se ne va in giro con parrucche rosa, costumi da cosplay e code) e al compagno di università Itaru Hashida (figura di programmatore informatico otaku che non si schioda dalla postazione per giorni) il “Laboratorio di gadget futuristici”, che, di fatto, ha sede presso l’emittente radio. Un giorno, conosce per caso la ricercatrice di neuroscienze Kurisu Makise, giovane e talentuoso genio che lavora per un’università americana e che mal sopporta la follia degli scienziati del “Laboratorio”. Poco dopo, però, Kurisu viene trovata inspiegabilmente assassinata e Rintaro, nel tentativo di avvertire telefonicamente i soccorsi, aziona un effetto valanga che modifica il passato: un microonde telefonico o, meglio, un cellulare modificato dalle onde di un semplice attrezzo da cucina che può mettersi in collegamento con passato e futuro senza che nessuno si renda conto delle sue modifiche. Così, non solo previene l’omicidio di Kurisu, ma la coinvolge in un folle progetto con le cosiddette “D-mail” (non è uno scherzo, perché il protagonista le chiama così, in onore alla Delorean di Marty MacFly e Doc che ha viaggiato nel passato e nel futuro). Le D-mail hanno il compito di cambiare la linea temporale via mail, mentre il microonde fantascientifico, che riesce a perfezionare grazie all’apporto dei suoi amici del “Laboratorio”, diventa una vera e propria macchina del tempo che fa viaggiare i ricordi delle persone a cui invia i messaggi, permettendo loro di tornare indietro in diversi punti nel passato, impedendo una serie di eventi catastrofici, ivi compresa una guerra apocalittica e intertemporale, che il protagonista definisce come la terza guerra mondiale. Naturalmente, nulla di tutto ciò è semplice, ma piuttosto ingarbugliato e contorto, perché, ogni volta che si torna indietro nel tempo, si causa un evento diverso che può dare origine ad una serie di eventi complessi con un effetto-farfalla e i cambi temporali sono all’ordine di ogni minimo secondo, generando spesso catastrofi che devono essere recuperate da altri viaggi nel tempo, da altri eventi e da altre catastrofi, etc… Fino a quando la trama si infittisce talmente tanto da diventare un rompicapo dove rimarrà incastrato lo stesso protagonista che sarà costretto a giocare contro se stesso, generando una divergenza di1.048596% (il cosiddetto “Steins; Gate”), ovvero a tornare indietro nel tempo per ingannare materialmente se stesso, portandolo a credere che è avvenuto un evento che, in realtà, non è mai accaduto per salvare il brevetto della sua macchina del tempo, scongiurare una crisi internazionale e…

“Steins; Gate” è una piacevole trama che fa vivere numerose avventure e intreccia tanti registri narrativi, quello fantascientifico, quello comico, quello d’avventura, quello romantico, per presentare dei personaggi che, nonostante la complessità dei viaggi nel tempo, sono quanto di più vicino abbiamo sempre sognato come amici per guardare e ri-guardare innumerevoli volte la trilogia di “Ritorno al futuro” o per capire come fa la Tardis a manipolare così bene lo spazio e il tempo. “Steins, Gate” è un apparente rebus indecifrabile, che diventa un bicchiere di acqua fresca per farti riprendere aria e farti sognare ad occhi aperti di salvare il mondo con viaggi avventurosi.

Da recuperare in una giornata di brutto tempo autunnale chiusi a casa, possibilmente confrontando le vostre teorie in gruppo (perché, fidatevi, ce ne saranno di belle).

Captain-in-Freckles

Postilla finale: l’episodio 23 presenta anche una versione Beta, che, di fatto, ha un incipit identico all’episodio iniziale, proseguendo, però, in un modo completamente diverso per introdurre la tematica di “Steins; Gate: 0”. Ma questa è un’altra storia o, meglio, un’altra linea temporale.

I ragazzi del computer

Nel nostro girovagare per le serie televisive degli anni passati torniamo oggi nei nostri fantastici anni Ottanta e ci immergiamo nelle atmosfere di spionaggio e dei primi computer come veri e propri protagonisti della storia.

“I ragazzi del computer”, il cui titolo originale è “The Whiz Kids” è un telefilm realizzato dalla CBS andato in onda tra il 1983 e il 1984. In Italia lo conosciamo anche con il titolo “4 ragazzi X 1 computer” e fu trasmesso da Italia 1 nel 1985.

La serie conta 18 episodi per una sola stagione, in seguito fu purtroppo cancellata, ma la nota particolare è il fatto che si sia ispirata al film “Wargames – Giochi di guerra”, del 1983 con Matthew Broderick.

A differenza del film, la serie è ambientata a a Calabasas nei pressi di Los Angeles e i protagonisti sono un gruppo di teenager, il cui leader è Richie Adler, un ragazzino genio del computer che insieme ai suoi amici riesce a risolvere diversi casi e intrighi, dalle frodi bancarie allo spionaggio internazionale. Coprotagonisti dei ragazzi sono Llewellen Farley, un giornalista che fornisce informazioni al gruppo dei ragazzi e Neal Quinn, cognato di Farley e agente di polizia che incastra in ogni episodio il cattivo di turno.

Il vero e proprio protagonista della serie, però è RALF, un computer assemblato da Richie con i componenti che il padre gli regala periodicamente. RALF è un computer speciale perché capace di pensare, è dotato di telecamera per riconoscimento visivo, un braccio robot e sintesi vocale, così riesce a consigliare Richie.

Le musiche del telefilm sono prettamente elettroniche come la migliore tradizione anni Ottanta, ma non mancano alcuni pezzi di musica classica, come “Il Barbiere di Siviglia” di Rossini o “Romeo e Giulietta” di Tchaikovsky.

Piccola curiosità: il genietto Richie Adler è interpretato dal giovane Matthew Laborteaux che i più accaniti fan de “La casa nella Prateria” come me, ricorderanno come Albert Ingalls, il bambino adottato dai coniugi Charles e Caroline Ingalls.

Se per caso vi capitasse di recuperare questa serie televisiva ne varrebbe davvero la pena, potreste trovare qua e là anche qualche Commodore 64 e lì ai bambini e ai giovani dei tempi del 1985 scenderebbe qualche lacrima di nostalgia, ne sono certa.

Memoru Grace