Un fiocco per sognare, un fiocco per cambiare

Se torno un po’ indietro nel tempo vado a ripescare nella mia memoria uno dei miei anime preferiti, “Un fiocco per sognare, un fiocco per cambiare” (Hime-chan no ribbon, letteralmente “Il fiocco della piccola Hime”).

L’anime è tratto dall’omonimo shojo manga pubblicato tra il 1990 e il 1994 sulla rivista giapponese Ribon e vede come protagonista Himeko Nonohara, detta Himi, una tredicenne curiosa, piena di vita e un po’ maschiaccio, ma ricca di sogni che cura dentro di sé e non rivela a nessuno.

Un giorno qualcosa cambia nella vita di Himi: la ragazzina si imbatte in Erika, una sua coetanea che le somiglia parecchio, ma che viene addirittura dal regno della magia. Erika è la principessa del regno della magia e, per diventare regina e succedere a suo padre, deve inventare un oggetto magico da far collaudare ad una persona sulla Terra. Decide, quindi, di costruire un fiocco per capelli e di donarlo a Himi, la sua sosia terrestre; infatti ogni abitante del regno della magia ha un proprio sosia terrestre, per cui, dopo un’iniziale fase di incredulità, Himi accetta la richiesta di Erika e indossa il fiocco.

Il fiocco magico consente a chi lo indossa di trasformarsi nella persona che desidera, ma la trasformazione dura al massimo un’ora altrimenti la magia diventa irreversibile, per cui serve stare molto attenti.

Pian piano l’amicizia tra Himi ed Erika diventa sempre più costruttiva ed entrambe crescono imparando giorno per giorno dalla vita e dalla magia e anche da Pokotà, il leoncino di pezza di Himi che grazie al fiocco potrà parlare. Nel tempo Himi acquisirà altri poteri, la capacità di sdoppiarsi, grazie ad un astuccio magico, fermare il tempo, rimpicciolire e ingrandire oggetti o persone.

Himi presto dovrà condividere il suo segreto con Daichi Kobayashi, anche detto Dai-Dai, un suo coetaneo che inizia a sospettare di lei perché scopre una sua trasformazione. Da qui in poi l’amicizia tra Himi e Dai-Dai si trasformerà forse in qualcosa di più importante.

Cosa succederà quando terminerà l’anno di collaudo? Himi ed Erika non si vedranno mai più o Himi dovrà dimenticare tutto quello che è accaduto nel frattempo?

Un anime degno di rappresentare quelle storie che tanto ci sono piaciute negli anni Novanta. Le caratteristiche ci sono tutte: la magia, la fantasia, il percorso di crescita, i primi amori, l’aiutante magico e la speranza di realizzare un mondo migliore, come cantava Cristina D’Avena nella sigla di apertura.

“Un fiocco per sognare, un fiocco per cambiare” è un anime composto da 61 episodi e, se non lo avete mai visto, vi consiglio di recuperarlo anche solo per fare un tuffo nell’incanto e nella magia di una storia che fa bene al cuore e all’umore.

Memoru Grace

MAGIA DI TANABATA

Se c’è una festa che da sempre mi ha attirato leggendo i manga o guardando anime giapponesi fin da bambina è di certo quella di Tanabata perché da sempre è stata ritratta e raccontata in tante storie, per cui lascia questo alone di mistero e di sogno in un immaginario fantastico.

Tanabata (七夕, “settima notte”) è la Festa delle Stelle o Festa delle stelle innamorate, perché, secondo una antica leggenda, le due divinità Orihime e Hikoboshi, rappresentanti le stelle Vega e Altair, vennero separate dalla via Lattea potendosi incontrare solo una volta l’anno, il settimo giorno del settimo mese lunare del calendario lunisolare. In molte parti del Giappone Tanabata viene festeggiata il 7 luglio, come ad esempio a Tokyo, ma in realtà la data è variabile e secondo il calendario gregoriano, ad esempio, nel 2021 il settimo giorno del settimo mese lunare cade il 14 agosto.

Lo spirito della festa di Tanabata è la possibilità di esprimere i propri desideri pregando e sperando che possano realizzarsi. E’ tradizione, infatti, scrivere su fogliettini colorati i propri desideri e appenderli poi a dei rami di bambù; alla fine della serata verranno bruciati affinchè i desideri possano salire in cielo.

Un’altra caratteristica importante di questa festività è che la sera di Tanabata non deve piovere, altrimenti Orihime e Hikoboshi non potranno incontrarsi. Per scongiurare tutto ciò alcuni giorni prima vengono appese alle finestre o alle porte bamboline di stoffa chiamate Teru teru bōzu; Amefushi, lo spirito della pioggia, infatti, sarà spaventato e non verrà a disturbare la festa.

Le strade sono colorate e illuminate da lampade di carta e le persone indossano il tradizionale yukata, mentre le decorazioni più importanti sono i tanzaku, le carte colorate dove vengono scritti i propri desideri e che rappresentano i fili di seta intrecciati da Orihime solita tessere lungo le rive della via Lattea.

Il bambù, come abbiamo accennato, è uno degli elementi caratteristici di questa festività perché oltre a tenere appesi i foglietti colorati, in alcune zone del Paese le sue foglie vengono fatte galleggiare sul fiume insieme alle lanterne di carta.

Tanabata viene festeggiato in tutto il Giappone, ma il secondo paese al mondo in cui viene festeggiato è San Paolo in Brasile nel quartiere di Liberdade dove abita la più grande comunità al mondo di giapponesi al di fuori del Giappone. Anche qui le strade del quartiere vengono illuminate e colorate.

Piccola curiosità, nel 2008 il G8 si tenne ad Hokkaido e, coincidendo con il periodo di Tanabata, il primo ministro giapponese invitò i leader del G8 a partecipare alla festa facendo scrivere loro un desiderio sul proprio tanzaku colorato che venne appeso su un ramo di bambù.

In particolare, per il nostro mondo anime e manga, Tanabata, ispiratore di tante storie e racconti, mi fa venire in mente un episodio di “Sailor Moon” oppure ancora il compleanno di Andrea in “Kiss me Licia”. Per non parlare di un episodio della settima stagione di Doraemon dal titolo “La notte delle costellazioni cadenti” dove Nobita grazie al “trova miti e costellazioni di Doraemon” richiama sulla terra alcune stelle tra cui proprio Vega e Altair corrispondenti a Orihime e Hikoboshi che, inizialmente, non vogliono abbandonare la Terra, visto che il loro destino è quello di incontrarsi solo una volta l’anno, poi, a seguito dell’incontro con i genitori di Nobita,  capiscono che il loro amore sarà rafforzato dalla lontananza e decidono di tornare in cielo.

Magie di Tanabata.

E voi siete pronti ad esprimere il vostro desiderio per Tanabata e a scriverlo sul vostro tanzaku?

Memoru Grace

Erased (ovvero quel sottile filo del destino)

Sono colpevole di aver scoperto tardi (troppo tardi) l’anime “Erased” o, meglio, di averlo recuperato tardi (per la precisione solo quando mi è stata notificata la consueta minaccia da parte di Netflix sull’immediata rimozione della serie), ma ammetto che inizialmente temevo un po’ la trama di base che segue le vicende di una vittima (o di più vittime) di un serial killer. Invece, è stata una nicchia di piacevole sorpresa.

Nella fredda e nevosa isola di Hokkaido, il protagonista, Satoru Fujinuma, lavora come fattorino di una pizzeria e sogna di diventare un mangaka. Nasconde quasi un “super-potere”: soffre del cosiddetto fenomeno di revival che gli permette di tornare indietro nel tempo, in realtà solo di una manciata di minuti, sufficienti, però, per trasformarsi in una sorta di supereroe di quartiere, salvando un passante sulle strisce pedonali o un ciclista da un incidente. Un giorno, sua madre, affermata giornalista, torna a casa per metterlo a parte della sua inchiesta su un serial killer che terrorizza da anni la zona e che ha traumatizzato l’infanzia di Satoru, quando rapì e uccise una sua compagna di scuola a soli dieci anni. La scomparsa improvvisa e la situazione per cui si trova braccato dalla polizia, che lo reputa erroneamente un assassino, scatenano in Satoru un revival più forte del previsto, riportando la sua mente al momento che gli ha condizionato l’esistenza, la morte violenta della sua compagna di classe. Da questo momento, Satoru prova a cambiare il destino suo e delle persone che incontra e a fermare il serial killer.

Il ritorno al passato è molto più profondo rispetto a quanto lo stesso Satoru possa immaginare. Nel tentativo di risolvere la matassa in cui si trova invischiato e di salvare la sua compagna di classe, scopre un’umanità che per troppo tempo aveva osteggiato ed escluso dalla propria vita. Scopre che tutti siamo connessi da un sottile filo al destino, che nessuno deve arrogarsi il diritto di reciderlo come una delle Parche e che i legami tra le persone possono fortificare qualsiasi filo. Scopre che ognuno può diventare un supereroe se accetta l’aiuto da parte delle persone care e che le vere amicizie sono una fortezza per affrontare i mostri che terrorizzano i sogni d’infanzia. Scopre che esiste una città in cui non esiste (significativamente, Boku dake ga inai machi, il titolo originale del manga da cui è tratto l’anime), ma che ogni piccola e minima esistenza umana è determinante per le vite degli altri.

Il viaggio nel passato dei ricordi e della memoria è soprattutto un viaggio in un futuro diverso e alternativo che dà speranza al presente e fa uscire dall’isolamento il protagonista, consapevole ora che la vita non è più solo una sequela di immagini che scorre inerte davanti agli occhi, ma una dinamica vera e attiva tra persone e che per affrontarla bisogna avere coraggio (come testimonia il nomignolo di Airi, la sua collega, che, tradotto dal giapponese, vuol dire proprio coraggio).

Il seinen di Kei Sanbe non vanta solo una trasposizione anime, ma anche una serializzazione live action (sempre recuperabile su Netflix) e un film. Prendete un lungo e profondo respiro, dimenticate il mondo circostante, isolatevi ed immergetevi tra le copiose nevi bianche di Hokkaido, pronti a seguire i fili rossi tracciati dai protagonisti e a perdervi un po’ tra i vostri ricordi.

Captain-in-Freckles

Dragon Pilot

Hisone Amaikasu è una ragazza introversa, ma molto schietta soprattutto quando è il momento di rapportarsi con gli altri. Questo suo carattere ha spesso causato incomprensioni e difficoltà di interazione. Hisone decide, quindi, dopo il diploma, di allontanarsi da tutti e di arruolarsi nella Koku Jieitai, la Forza di autodifesa giapponese dove viene assegnata alla base di Gifu.

Una notte, improvvisamente, mentre si intrufola in un hangar, succede qualcosa di molto interessante per la trama dell’anime… Vi dirò, Hisone verrà scelta come pilota di un OTF, Organic Transformed Flyer e fino a qui tutto sembra andare bene, ma in realtà quel che accade è che un dragone ingoia Hisone in un sol boccone e a quel punto, infatti, volevo finirla lì. Colpo di scena! Il resto sarà tutto in flashback?

Va bene, ricostruiamo cosa succede davvero. Hisone si intrufola in un hangar dove viene sorpresa e ingoiata da un dragone volante, un OTF, ma, dopo essere stata rigurgitata, la nostra Hisone si rende conto che è appena stata prescelta per una missione importante. E’ diventata un pilota di drago, i leggendari OTF.

Sono infatti i draghi volanti che scelgono il proprio pilota, ingoiandolo!

Nell’episodio successivo viene spiegata la leggenda dei draghi volanti. Il governo giapponese, infatti, fin dai tempi dello shogunato ha utilizzato queste creature per scopi di autodifesa militare. D’altra parte, si dice che i draghi posseggano la chiave per sbloccare il futuro del mondo.

Il drago di Hisone, chiamato da lei stessa Masotan, combatterà insieme alla ragazza per debellare una minaccia che incombe sul Giappone.

Non vi svelerò cosa succederà, ma Dragon Pilot è un anime dall’atmosfera sospesa, delicata, a tratti ironica, ma mai banale, anzi, il rapporto di amicizia tra Hisone e il suo Masotan si rafforzerà sempre di più e coinvolgerà lo spettatore in ogni episodio.

Dragon Pilot è un anime molto particolare nel panorama generale, è composto da 12 episodi, produzione Studio Bones, gli stessi che hanno realizzato “Fullmetal Alchemist” e “My Hero Academia”. La regia è affidata a Hirashi Kobayashi, mentre la scrittura della storia è di Mari Okada, famosa per “Vampire Knight” e “Ano Hana”.

Questo anime dai tratti semplici e quasi naif sono sicura che vi catturerà e, poi, ne vale la pena volare nei cieli nipponici a bordo di un OTF o mi sbaglio?

Memoru Grace

L’incanto delle ortensie di giugno in Giappone

Sono ormai famosi i ciliegi giapponesi la cui fioritura in primavera richiama turisti da tutto il mondo, eppure non tutti sanno che anche giugno in Giappone regala una fioritura meravigliosa, si tratta proprio della fioritura delle ortensie.

Le ortensie in giapponese si chiamano ajisai (あじさい) e la loro fioritura coincide con la stagione delle piogge (tsuyu) che letteralmente significa “pioggia di prugne”, perché proprio in questo periodo le prugne maturano.

Se vi trovate in Giappone nel periodo estivo e volete inebriarvi dei colori delle ortensie una meta da non perdere è il tempio Meigetsuin, fondato nel 1160 a Kamakura, a circa un’ora da Tokyo. Vi troverete circondati da miriadi di ortensie soprattutto di colore blu, questa varietà di ortensie si chiama Hime Ajisai (“principessa ortensia”) e richiama, infatti, il blu reale.

Tokyo a giugno è colorata di ortensie rosa, blu, viola e bianche e, armati di ombrello, potrete fare una passeggiata tra le vie, i parchi e nei templi decorati con questi fiori. A pochi minuti dalla stazione di Kodaira si trova il Parco delle Ortensie, costruito nel 1973, si estende per 2800 metri quadrati e raccoglie oltre 1500 ortensie che circondano le scalinate, lo stagno, i marciapiedi.

Anche nel tempio di Takahata Fudoson Kongoji potrete ammirare centinaia di ortensie, la pagoda è alta 45 metri e i fiori si confondono con le statue Jizo.

Restando sempre in prossimità di Tokyo verrete catturati dalla bellezza del parco Sumida, sulle sponde del fiume omonimo. Nel parco la passeggiata a tema chiamata Ajisai Road presenterà 7000 ortensie, spettacolo coloratissimo e meraviglioso, se considerate anche che il parco si trova in un angolo particolare che ha una bellissima vista della Tokyo Skytree.

Nella città di Uji, invece, sulle colline a nord, uno dei templi più famosi, il Mimurotoji, dona lo spettacolo di 10000 ortensie e la particolarità è l’apertura serale con illuminazione che rende tutto più suggestivo.

Un proverbio giapponese dice che trovare una lumaca su un’ortensia porti buona fortuna, a me, invece, tornano in mente molte scene di Maison Ikkoku e con queste, forse, la mia prima idea di stagione estiva in Giappone.

Cosa possiamo aggiungere? Io avrei già la valigia pronta per andare ad immergermi di ortensie in Giappone, volendo, anche se la stagione non è quella primaverile, si tratta pur sempre di “hanami” (lett. ammirare i fiori) e voi cosa ne pensate?

Memoru Grace

Ajin: Demi-human

“Ajin” è una piccola pietra miliare all’interno del panorama anime/manga da scoprire. Nato come manga seinen (ovvero: con rating per adulti) dalla matita di Gamon Sakurai ed edito da Kodansha (grazie di esistere sempre!), Ajin ha dato vita ad una serie anime in due stagioni e ad una trilogia di film dal genere fantasy/horror e soprannaturale (che richiama per certi aspetti il fortunato “Death Note”) e dalla musica rock hard-core che copre i dialoghi.

La trama è, all’apparenza, molto semplice: il protagonista Kei Nagai, tornando sovrapensiero a casa dalla scuola di preparazione per l’Università, viene investito improvvisamente da un’auto in corsa; di fronte allo sconcerto e allo stupore generale, si rialza illeso da un incidente mortale e scopre, così, di essere un Ajin, una creatura solo parzialmente umana, quasi immortale, in grado di rigenerarsi e di autoguarirsi da qualsiasi ferita e accompagnata da una sorta di fantasma invisibile con poteri soprannaturali. Per questo motivo, viene inserito tra le minacce per l’umanità e inseguito dalle autorità governative (il fatto che se ne occupi in prima persona il Ministro del Lavoro è ancora un mistero per me, ma la dice lunga sul valore del “lavoro” per la vita giapponese). Kei cerca di fuggire, aiutato di volta in volta da diversi personaggi (l’amico di sempre Kai, la sorella inferma Eriko, il signor Kaito), per non cadere nelle mani di un governo che lo tratterebbe come un oggetto di studio, condannandolo alla vivisezione eterna.

Mentre la prima stagione prende il via dalle paure e dalle apprensioni del protagonista, che viene abbandonato anche dai familiari per via della sua “mutazione” genetica, facendoci riflettere sulle colpe e i rischi dell’eugenetica, la seconda stagione – come spesso accade per molti anime/manga – cambia tono, dedicandosi ad una lotta intestina tra creature Ajin e, quindi, tra potenziati e meno potenziati per far riscoprire il valore dell’umanità. Lo stesso protagonista, nella sofferenza sia fisica (gli Ajin non muoiono, ma provano dolore) che morale, cresce ed evolve il suo carattere, destinando le sue potenzialità ad un bene supremo (classico spirito del sacrificio di matrice nipponica).

Ajin è la metafora della dicotomia dell’essere umano: mortale con l’aspirazione ad essere diviso, cattivo e buono nello stesso tempo, mediocre ma ispirato da atti di suprema nobiltà. E, in questa dicotomia del singolo, risiede la dicotomia di tutta l’umanità: la sua fragilità e la sua grandezza, la sua miseria e la sua bellezze.

Captain-in-Freckles

Designated Survivor – 60 days: ovvero “un uomo buono va alla guerra” (ma in versione sudcoreana)

L’articolo 71 della Costituzione della Repubblica della Corea del Sud stabilisce che, se il Presidente della Repubblica muore o è impossibilitato a svolgere le proprie mansioni, viene sostituito da un suo successore ad interim per un periodo di 60 giorni, in attesa di procedere a nuove elezioni. Il sostituto deve essere individuato all’interno del governo, a partire dal Primo Ministro fino all’ultimo sottosegretario.

Park Mu-jin è un docente universitario, uno scienziato specializzato sulle polveri sottili e prestato alla politica come ministro “tecnico” a capo del dicastero dell’Ambiente. A seguito di un attentato all’Assemblea nazionale (parlamento monocamerale della Repubblica sudcoreana), in cui perdono la vita il Presidente, tutti i ministri del governo e gran parte dei deputati, oltre ad un numero consistente del personale amministrativo e di sicurezza impiegato nei palazzi della politica (un’ecatombe di livello fanta-politico, insomma!), Park Mu-jin diventa improvvisamente il “sopravvissuto designato” a sostituire il Presidente per i 60 giorni prima dell’elezione.

Fino a qui nulla di strano per chi ha seguito la versione USA con Kiefer Sutherland, di cui questa serie coreana è un remake: dosi elevate di action e intrecci politici, ben calibrati con un certo pathos emotivo e con la costruzione di un personaggio di solidi principi morali, che si eleva e si differenzia rispetto al corrotto mondo politico. Certo, in questo caso lo spauracchio non sono i terroristi islamici, che sembravano minacciare la Casa Bianca e il Campidoglio di Washington, ma gli ancora più temibili vicini di casa (Corea del Nord, Cina, Vietnam, Laos, Cambogia), con cui si teme che possa scoppiare una guerra ogni cinque secondi, per non parlare degli impositivi Stati Uniti e dell’onnipresente Giappone. Inoltre, il lasso di tempo è piuttosto breve (solo 60 giorni) e vissuto in virtù della ricostruzione temporanea del paese e delle future elezioni, rispetto ai quattro anni del mandato presidenziale statunitense. Infine, il Presidente sudcoreano acquisisce solo un potere provvisorio, devoluto per mantenere lo status quo, per cui è molto più limitato del Presidente statunitense e costretto a confrontarsi con una schiera di comitati consultivi, capi di gabinetto, rappresentanti di partiti politici, sindaci plenipotenziari di città metropolitane, etc…

Differenze e somiglianze a parte, il remake coreano, a mio avviso, ha superato l’antecedente americano. Infatti, anche se entrambi partono dal medesimo presupposto (“un uomo buono va alla guerra”) e nonostante la componente di spy story su un ipotetico colpo di Stato segua le medesime direttive (con il personaggio dell’agente Han modellato sulla sua omologa americana), il drama coreano si discosta dall’ispirazione statunitense nel momento in cui abbandona i toni muscolari per dedicarsi alla politica vera e propria, che – parole del Presidente Park Mu-jin – è ciò che Dio ha lasciato agli uomini per sistemare gli squilibri e le ingiustizie presenti in natura. La Politica (volutamente scritta con lettera maiuscola) diventa, quindi, la teorizzazione di normative e di atti condivisi dagli amministratori in nome della salvaguardia del bene comune. Park Mu-jin non è un politico, ma non è nemmeno un sognatore: impara su di sé la pratica dei giochi di potere e ne traccia una linea mediana che possa guardare al futuro, ma che, nel frattempo, non debba scendere a compromessi etici né assurgere ad ideologia suprema di annientamento sulle persone. Ed è lo stacco finale (senza fare spoiler di trama) che eleva il drama coreano dall’action statunitense, portando lo spettatore a riflettere e a comparare un’ipotetica situazione alla realtà dei fatti.

Accanto al bravissimo Ji Jin-hee nel ruolo del Presidente ad interim Park Mu-jin, reggono il palcoscenico un gruppo di ottimi attori mai così perfettamente in parte: Kang Han-na è l’agente Han, Son Seok-koo è il segretario Cha, Lee Joo-hyuk è il deputato “sopravvissuto” ed ex veterano (poi, Ministro della Difesa) Oh Yeong-seok, Choi Yoon-young è la segretaria Jung , Lee Mu-saeng è l’addetto stampa Kim, Bae Jong-ok è la candidata alla presidenziali (e capo dell’opposizione) Yoon, Hu Joon-ho (menzione speciale per la sua bravura) è il machiavellico e savio consigliere Han. L’elenco potrebbe andare avanti all’infinito perché il cast non ha praticamente sbavature fino al più piccolo caratterista.

Si è talmente convinti che, alla fine delle solite 240 ore di visione (16 episodi di 1 ora e un quarto o 1 ora e mezzo l’uno), anch’io, come il segretario Cha, mi stavo per alzare in piedi durante la lezione di Park Mu-jin per chiedergli di considerare il mio curriculum vitae per la sua campagna elettorale. Non si sa mai.

Laura

ATTACK ON TITAN – Levi’s Supremacy

Articolo assolutamente inutile per la rubrica anime, visto che non è una recensione su qualche nuovo anime in circolazione. Articolo assolutamente dovuto per il fanclub del Capitano Levi Ackerman (anche se Levi odia il suo cognome). Perché Levi è il personaggio secondario più protagonista (e più figo) che si è mai visto in un anime/manga e perché noi lo amiamo.

Da anime/manga di Attack on Titan, abbiamo imparato che il Capitano Levi, nonostante la sua bassa statura, è il “soldato più forte dell’umanità”, che da solo ha ucciso più di trenta giganti, che si è inventato un movimento rotatorio tutto suo per volare sul dispositivo di manovra tridimensionale, che usa le spade insieme al movimento rotatorio e, se è il caso, può essere letale anche con rampini, attrezzi vari trovati a caso, calci, pugni, etc… Di lui sappiamo anche che odia la mancanza di pulizia e gli spargimenti inutili di sangue, che pulisce ossessivamente le lame che quei dannati giganti amano sporcare di sangue, che sottopone tutti i suoi soldati a turni di pulizia estenuanti (con tanto di guanti e di mascherina) e ad orari di tè pomeridiano e di tisane notturne. Sappiamo che è astemio (spoiler: la sua virtù, in qualche modo, lo salverà), che sorride raramente (e solo a metà), che parla poco ed utilizzando un linguaggio poco forbito (recuperare il manga per vedere la quantità di parolacce e improperi pronunciati in modo così calmo da Levi), che non ama l’iperattività (anzi, sembra quasi spento di energie) e che, quando non veste la divisa militare, il suo abbigliamento è pulito ed elegante, con una cravatta jabot sul collo della camicia e una giacca nera appoggiata sulle spalle.

Ma dietro quest’apparenza apatica e poco empatica, però, Levi nasconde molto di più. Ed è probabilmente questo motivo che lo rende un personaggio così popolare e così amato da tutti i cultori di anime e manga. Dall’OAV dedicato a Levi (che, a questo punto, DOVETE RECUPERARE in tempi brevi) e da alcuni flashback dedicati a lui nel corso della terza stagione (momento topico dell’incontro/scontro con lo zio-nemico-tutore Kenny Ackerman), apprendiamo che Levi soffre. Anzi, veniamo a scoprire che, celata dalla sua facciata fredda e riservata, Levi probabilmente è uno dei personaggi che soffre di più. Dall’infanzia infelice, segnata dalla morte prematura della madre, dall’indigenza e dalla miseria di affetti, alla giovinezza nella Città Sotterranea vissuta nell’illegalità e nella delinquenza, fino al suo approdo nel Corpo di Ricerca, Isayama con pochi tratti riesce a creare un quadro psicologico così completo di un personaggio molto complesso da renderlo vicino al lettore/spettatore. Apprendiamo come il suo legame con Erwin non sia cieca devozione soldatesca, ma una vera stima per l’intelligenza e la personalità di un amico e compagno d’arme che lo ha salvato – anche moralmente – dal baratro in cui era caduto. Vediamo crescere di episodio in episodio la sua simpatia per Hanji, celata da continui motteggi e frasi di disapprovazione. Percepiamo il suo cuore che si spezza di fronte alla cattiva sorte dei suoi amici d’infanzia (ancora una volta: DOVETE RECUPERARE l’OAV) e soffriamo la sua stessa commozione quando riceve dal padre di Petra la sua lettera. Amiamo la sua umanità quando si rende conto che i giganti che ha dovuto uccidere in guerra sono altri esseri umani e si odia per ciò.

Infine, quando accenna un sorriso, mentre ascolta senza essere visto le chiacchiere tra Eren, Armin e Mikasa e la loro speranza di vedere il mare, notiamo in lui il sogno di una libertà sempre respinto, ma soprattutto la volontà di donare una speranza all’umanità. E, allora, probabilmente, se continuiamo ad amare Levi, nonostante le sue fisime, le sue idiosincrasie, la sua introversione, è proprio perché rappresenta la speranza stessa dell’umanità, quella componente che non cede nemmeno di fronte al pericolo, non tanto per coraggio, ma perché sa che, alla fine di tutte le sofferenze, ci sarà un mondo migliore e vuole vivere per avere la possibilità di vederlo e per lasciarlo in eredità agli altri. O, forse, ci piace anche per le sue fisse patologiche. Chissà…

Captain-in-Freckles

Amore in soffitta

Questa volta per la rubrica “Old but Gold” ci trasferiamo direttamente nei fantastici anni Sessanta con un telefilm di classe, “Amore in soffitta”, il cui titolo originale è “Love on a Rooftop”.

La serie andò in onda negli Stati Uniti tra il 1966 e il 1967 e fu prodotta dalla Screen Gems, la stessa casa di produzione di “Vita da Strega” e “Strega per Amore”, trasmessa sulla rete ABC. Purtroppo esiste solamente una stagione perché venne poi cancellata, ma se riuscite a recuperarla in rete ne vale la pena, sono in totale 30 episodi.

“Amore in soffitta” è ambientato nella San Francisco degli anni ’60 e, liberamente ispirato al film “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, presenta la storia e le vicissitudini di due giovani sposini, Dave e Julie Willis e il loro tentativo di sopravvivere con il solo salario da apprendista architetto di Dave.

Le giornate della giovane coppia sono caratterizzate da normalità, ma anche da scenette esilaranti come il rapporto con i vicini di casa o il contrasto con il ricco padre di Julie, che disapprova la condizione in cui vivono i ragazzi e si propone spesso di migliorare il loro tenore di vita, contrariamente al volere di Dave.

Il cast è ricco di attori, i due sposini sono interpretati da Judy Carne, nel ruolo di Julie, attrice inglese che era apparsa già in altre produzioni televisive (Bonanza, La grande vallata, Strega per amore) e Pete Duel, attore diventato famoso soprattutto per il ruolo da protagonista come il fuorilegge Hannibal Heyes nella serie televisiva “Alias ​​Smith and Jones”. Tra i secondari, due caratteristi d’eccezione, Edith Atwater, nel ruolo della madre di Julie ed Herb Voland , nel ruolo del padre, attore famoso per M*A*S*H .

Il tema musicale della serie è stato composto da Mundell Lowe, chitarrista jazz e compositore americano che diventerà ancora più noto per le musiche di “Starsky & Hutch”negli anni Settanta.

In Italia “Amore in soffitta” arrivò dieci anni dopo, nell’autunno del 1976: fu trasmesso dalla Rai, ma ebbe il merito di essere il primo telefilm a coprire la fascia oraria delle 19.20 in poi, il primo di un lungo elenco di serie televisive americane che coprirono quella fascia oraria negli anni a venire.

Memoru Grace

HACHIJU – HACHIYA 八十八夜 o le ottantotto notti

Hachiju – Hachiya letteralmente significa “ottantotto notti”, ma si tratta degli ottantotto giorni a partire dal primo giorno di primavera (Risshun), secondo il calendario giapponese e corrisponde al tempo oltre il quale non ci si aspettano più gelate. Nel calendario occidentale cade intorno ai primi giorni del mese di maggio.

Il termine ha la sua importanza nell’ambito agricolo, la semina e la raccolta del riso.  Il mese di maggio, infatti, originariamente, secondo il calendario lunare giapponese, veniva chiamato “Satsuki さつき” dove il termine aveva origine da “sa さ” che nell’antico giapponese significava “coltivare”, per cui il mese di maggio diventò il mese della coltivazione del riso.

Hachiju – Hachiya, però, si lega anche al culto del tè, la stagione del tè nuovo, il primo raccolto delle foglie di Camellia Sinensis. Un detto racconta che se bevi il tè raccolto l’ottantottesima notte non ti ammalerai.

Lo Shincha (nuovo tè) è infatti il nome dato al primissimo raccolto dell’anno e tradizionalmente è il tè più pregiato e ricercato. Durante l’anno esistono quattro raccolte di tè: Ichibancha (il primo tè) che si riferisce a tutta la prima stagione del raccolto, Nibancha (secondo tè) è il secondo raccolto, da giugno a fine luglio, Sanbancha (terzo tè), il cui raccolto si svolge ad agosto, mentre Yonbancha (quarto tè) è il quarto raccolto dell’anno fino ad ottobre, ma non in tutte le regioni del Giappone.

I tè più redditizi sono quelli del raccolto primaverile come ad esempio il Matcha, il Gyokuro e il Sencha.

In questo periodo dell’anno i dolci più richiesti sono proprio quelli al tè verde dove nel cuore del dolce troveremo la marmellata di fagioli rossi e sopra tanta polvere di tè.

Il numero 8 in giapponese è un numero fortunato, per cui l’88 diventa di buon auspicio. Esiste anche una canzoncina o gioco battimani per bambini che celebra l’ottantottesimo giorno, il titolo è “Chatsumi  ちゃつみ,” o “Raccolta del tè” e descrive i particolari della raccolta, le foglie che crescono nei campi e in montagna e i contadini che vestono corde o stringhe rosse strette alle maniche del kimono e copricapo tradizionali.

Memoru Grace