La leggenda di Momotarō

La leggenda di Momotarō è molto antica e risale al periodo Edo e, ancora oggi, è una delle più famose e conosciute leggende giapponesi.

Una coppia di anziani che non poteva avere figli ogni giorno pregava e si rivolgeva agli dei chiedendo un bambino che tenesse loro compagnia. Un giorno la donna, mentre stava camminando vicino ad un fiume, trovò una pesca gigante che galleggiava, la raccolse e la portò a casa per dividerla con il marito a cena.

Nel momento in cui i due coniugi aprirono la pesca, uscì un bambino che disse loro di essere stato inviato dal cielo: le preghiere dei due anziani erano state quindi ascoltate! Visto che il bambino era nato da una pesca, venne chiamato Momotarō (桃太郎, “ragazzo nato da una pesca”).

Ogni giorno Momotarō cresceva sempre più robusto e coraggioso e, con orgoglio e affetto, i due anziani genitori si dedicavano a lui. Il dono degli dei aveva riportato felicità in quella casa.

Una volta cresciuto, Momotarō, per ringraziare i genitori, decise di lasciare la casa e partire per combattere contro gli orchi Oni che affliggevano il villaggio. Lungo il cammino incontrò un cane, una scimmia e un fagiano che si unirono alla missione contro gli orchi. Il ragazzo con l’aiuto dei nuovi amici riuscì a sconfiggere gli orchi e a riportare il tesoro e il bottino che i mostri avevano rubato per tanti anni.

Si pensa che la storia di Momotarō sia originaria di Okayama, mentre l’isola dove si nascondevano gli orchi Oni sia Miyajima, un’sola del mare interno, dove sono state ritrovate delle grandi caverne artificiali.

Momotarō ha ispirato diversi racconti, lungometraggi e anime, ma quello che personalmente ricordo di più è ” Il magico mondo di Gigì” (Mahō no princess Minky Momo) dove la protagonista dell’anime deve il suo nome proprio a Momotarō e vi ricordate chi erano i suoi magici aiutanti? Shindobuk, Motcha e Pipil, un cane, una scimmia e un canarino.

Memoru Grace

RUN ON – Andare avanti per diventare una versione migliore di se stessi

Devo ammettere che le prime due puntate di questo drama non mi avevano coinvolto particolarmente, non per la lentezza, ma perché sembrava non accadere quasi nulla, non riuscivo a percepire da subito neanche l’eventuale sintonia tra i personaggi ; poi, cercando di procedere con lo stesso ritmo della storia, ho capito che il messaggio principale era differente. La tematica fondamentale consisteva proprio nella comunicazione e non nella velocità. Il titolo mi aveva per un attimo ingannato perché il personaggio principale Ki Sun-Gyeom, interpretato da Im Si-Wan, è un ex velocista che abbandona la pista e la sua attività a causa di alcuni problemi legali in cui è stato coinvolto, ma la protagonista Oh Mi-Joo, interpretata da Shin Se-Kyung, è una traduttrice e interprete, alla quale sarà affidato il ruolo di “interpretare” e di farci comprendere i momenti della storia.

I due protagonisti sono agli antipodi e da quasi subito ci chiederemo cosa potrà mai avvicinarli, dal terzo episodio, però, capiremo che il comune denominatore di tutti personaggi è l’accettazione delle proprie debolezze, quelle ignorate o quelle odiate. Ki Sun-gyeom, per esempio, non ha mai fatto i conti con le proprie difficoltà a comunicare i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni, ha sempre corso per non pensare, non si è mai voltato indietro e ha cercato di affrontare così ogni difficoltà a partire dal brutto rapporto con il padre. Oh Mi-joo, invece, combatte da sempre il suo senso di inadeguatezza, sa di fare un lavoro per il quale è preparata, adora guardare film e tradurli, ma odia il suo sentirsi in stato di inferiorità per i costanti problemi economici e di liquidità e perché senza famiglia.  

Mi-Joo, in realtà, quasi fin dall’inizio, sembra provare qualcosa per Sun-gyeom che, però, non comprende da subito questo sentimento, ha prima bisogno di concentrarsi sulla propria emotività per riuscire ad avere fiducia. Per la ragazza, invece, è diverso, deve superare le proprie paure e le proprie insicurezze e riuscirà ad ottenere risultati anche grazie agli allenamenti per la maratona, spronata dallo stesso Sun-gyeom che le sarà a fianco riuscendo così a capire se stesso e i suoi sentimenti.

Entrambi i protagonisti sono molto severi con loro stessi e pretendono il massimo, per questo la loro storia non decolla da subito, ma non vi abbattete, perché durante gli episodi riuscirete a capirli e ad affezionarvi.

Accanto ai due protagonisti troviamo poi un’altra coppia di personaggi con i quali, invece, si entra in sintonia da quasi subito, Seo Dan-ah (interpretata da Choi Soo-young) e Lee Yeong-hwa (interpretato da Kang Tae-oh). Seo Dan-ah è la CEO di un’agenzia sportiva, erede del gruppo Seomyeong, ma, in quanto donna, viene quasi esclusa dalla società e dovrà lottare per imporsi nel mondo del lavoro. Questa è una tematica che mi ha fatto pensare molto e non è la prima volta che la vedo trattata in un drama.

Lee Yeong-hwa è, invece, uno studente d’arte, un ragazzo socievole, brillante, appassionato di cinema. Tra Dan-ah e Yeong-hwa scatterà qualcosa, ma sarà molto lento e anche nel loro caso saremo spettatori di una trasformazione.

Run On è un drama che sembrerà all’apparenza semplice, ma che presenta in realtà diversi spunti di riflessione, pur essendo un drama romantico, i dialoghi non sono mai sdolcinati, anzi, le interiezioni tra i personaggi sono spesso dirette, mai forzate o banali, ma semplici e realistiche. Questo è davvero il punto di forza della serie.

Cosa dirvi di più? La location si sposta più volte, ma avrete il piacere di riguardare alcuni scorci di paesaggio che avete visto in “Hometown Cha Cha Cha” e “Do Do Sol Sol La La Sol”. Run On è uno dei pochi drama dove non esiste un second lead per nessuna delle due coppie e questa è un’altra caratteristica che lo contraddistingue. Impeccabile, poi, la colonna sonora.

Non mi resta che augurarvi buona visione!

Memoru Grace

Bad and Crazy (ovvero elegia della doppia personalità)

Diciamo la verità: dopo un po’, i drama troppo romance mi fanno sentire incatenata e sento immediatamente la mancanza di azione, sparatorie e un pizzico di crime. Per cui, quando mi sono imbattuta in Bad and Crazy, ho trovato la serie perfetta per me, un mix di action movie e di umorismo, che scava tunnel profondi nel buio dell’anima e nella psiche. Perché tutti, per citare Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila.

La storia gravita intorno a Ryu Soo-yeol (interpretato da un Lee Dong-wook mattatore sopra le righe), un poliziotto corrotto, avido, a tratti pauroso e anche un po’ tirchio, il cui unico scopo è fare carriera a scapito dei suoi colleghi (motivo per cui chiude spesso un occhio sulle malefatte interne e va a cena con politici che allungano bustarelle): un cattivo agente della giustizia che lavora principalmente per se stesso. Al contrario, K (sornione e folle Wi Ha-joon nella sua interpretazione) ha un senso così elevato della giustizia da sentirsi un vero e proprio supereroe, tanto che gira per le strade con la sua motocicletta come un vigilante per lottare per i più deboli. Ed è pazzo furioso, perlopiù. Il fatto è che – plotwist – Ryul Soo-yeol e K sono la stessa persona.

Proprio così. Perché, mentre Ryu Soo-yeol vorrebbe lottare per la giustizia e scoprire il vaso di Pandora della corruzione interna, ma è costretto a subire e ad adattarsi al sistema, il suo alter ego è completamente svincolato da qualsiasi sovrastruttura sociale e, quindi, agisce di conseguenza solo seguendo la propria morale. D’altronde, K si autodefinisce il supereroe personale di Ryu Soo-yeol, creato da lui stesso per aiutarlo ad affrontare i momenti difficili, ma anche per compiere quelle azioni che Ryu Soo-yeol non sarebbe mai in grado di compiere da solo. E non si tratta solo di lanciarsi da un palazzo in fiamme, di salvare persone o di picchiare – a tempo di musica, naturalmente – venti pericolosi trafficanti di droga in un’unica volta, quanto di affrontare il buio dell’inconscio e i traumi dell’infanzia che Ryu Soo-yeol ha sempre negato.

Cara vecchia bipolarità! Bad and Crazy è un drama unico nel suo genere, che sembra iniziare in sordina come una semplice storia crime per, poi, addentrarsi in argomenti complessi, aprendo lo squarcio che esiste tra la realtà delle cose e la nostra percezione e, soprattutto, tra quello che siamo, quello che vorremmo essere e quello che le altre persone vedono in noi. Siamo tanti, a seconda dei momenti che viviamo, e non siamo nessuno in particolare e, quando non vogliamo vivere certe situazioni o non sappiamo come affrontarle, ci sembra quasi di negare noi stessi e di essere un’altra persona. Ma è in questa moltitudine e in questa complessità che si caratterizza anche la nostra unicità e la nostra esclusività.

Menzione a parte per il citazionismo presente all’interno di questo drama, che aiuta ad entrare nella giusta dimensione della doppia personalità del protagonista, a cominciare con la scena iniziale, che riecheggia Fight Club, per continuare con la sigla con quei titoli un po’ tarantiniani e un po’ leoniani che definiscono il Bad e il Crazy di questa storia.

Consigliato: a chi ama il genere crime e non si infastidisce per le scene di sangue (vi avverto); a chi cerca un drama diverso e unico nella sua specie o vuol prendere una boccata d’aria dai classici drama; a chi non ha paura di affrontare le proprie paure e le proprie personalità; e, infine, a chi non ha mai visto un drama, ma sa che “la prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club”.

Captain-in-Freckles

L’ ukiyo-e, lo stile amato da Van Gogh

L’ukiyoe ( 浮世絵 , “immagini del mondo fluttuante” ), nasce in Giappone nel 17esimo secolo ed è un genere di stampa artistica, impressa con matrici di legno ed eseguita tramite la xilografia.

Durante il periodo Meiji, con la fine dello shogunato , il Giappone visse un’ epoca di rinnovamento culturale e un cambiamento nella struttura sociale e politica incentivando, di conseguenza, gli scambi con l’Occidente. Proprio in questo periodo, le xilografie furono utilizzate come materiale di imballaggio per coprire ceramiche e vasi diretti in Europa, ma i mercanti, gli artisti, i viaggiatori furono colpiti dal fascino di queste stampe e così l’arte nipponica iniziò ad essere apprezzata in Europa anche grazie all’esposizione universale di Parigi del ’78 che diede molta rilevanza all’arte d’Oriente.

Lo stile giapponese piano piano riuscì ad ottenere diversi accoliti tra gli artisti occidentali , trai più entusiasti, Van Gogh, Renoir, Monet, Degas e lo stesso Klimt.

L’ukiyoe è un tipo di stampa che si realizza in diversi passaggi, per prima cosa il bozzetto che verrà poi fissato in un blocco di legno di ciliegio. Il primo blocco viene intagliato e serve per la stampa del contorno nero, poi per ogni colore viene intagliato un blocco di legno differente. La procedura prevede, dopo l’intaglio, che venga applicato il colore, per prima le zone più piccole del disegno.

Artisti come Hokusai o Utamaro furono nomi importanti legati all’arte nipponica, poi le stesse xilografie ukiyoe, vista la richiesta sempre più esigente in Occidente, iniziarono ad essere prodotte anche da artigiani.

Van Gogh fu, forse, l’artista occidentale più colpito e affascinato dalla tecnica giapponese, era ossessionato dai colori e dalla semplicità delle xilografie, studiò le luci e i paesaggi meravigliosi riprodotti. La sua decisione di trasferirsi ad Arles fu anche dovuta all’esigenza dell’artista di studiare e capire la luminosità cromatica che aveva apprezzato nelle stampe nipponiche. I paesaggi e le atmosfere di Arles lo immersero nella luce che tanto aveva cercato e, in una sua lettera al fratello Theo, scrisse ” Mi sento come fossi in Giappone”.

Come dare torto a Van Gogh e alla sua passione per il Giappone?

Memoru Grace

Demon Slayer – Entertainment District Arc

La prima parte della seconda stagione di Demon Slayer ci ha regalato una grande emozione e una grande sofferenza con il personaggio di Rengoku, il Pilastro del Fuoco (che ammetto essere uno dei miei preferiti). La seconda parte ci porta a conoscere il complesso e multisfaccettato Tengen Uzui, il Pilastro del Suono, con l’arco narrativo del quartiere dei divertimenti – o dei piaceri “a luci rosse” – di Yoshiwara (Entertainment District Arc). Ancora una volta, abbiamo deciso di raccontarvelo tutto in modo un po’ ironico, episodio per episodio.

ep. 2×08 ~ Il pilastro del suono: Uzui Tengen

Tanjiro e amici sono sconvolti – anzi, distrutti – dalla morte di Rengoku e trascorrono un periodo per rimettersi anche dalle ferite presso la casa delle farfalle. Si allenano, si fortificano, pensano al breve ed intenso legame con Rengoku e sono sempre più intenzionati ad andare avanti con la loro missione. Ma, prima di tutto, Tanjiro va a trovare il padre e il fratello di Rengoku e, tra un’accesa discussione e un inizio di pestaggio da parte del “buon” genitore, mezzo alcolizzato e depresso-aggressivo, la visita assume caratteristiche diverse rispetto al previsto.
Intanto, i nostri tre fanno la conoscenza di Uzui Tengen, anche noto come il Pilastro del Suono e… Tanto vale chiarirlo già da subito: è un pazzo squinternato. È iniziato l’ entertainment district arc.

ep. 2×09 ~ Intrusione nei quartiere dei piaceri

Yoshiwara è il quartiere del piacere e del divertimento o, per dire meglio, il quartiere a luci rosse, pieno di bordelli di ogni tipo, di cui il Pilastro del Suono decanta le lodi come Jack Sparrow a Tortuga. Il nostro Uzui, anche se mentalmente suonato, ha scoperto che tre le oiran e le geishe del quartiere è nascosto un demone molto potente, probabilmente una delle lune. Perciò mette al corrente Tanjiro e i suoi del suo piano: far infiltrare qualcuno all’interno dei bordello di Yoshiwara per indagare sull’identità del demone. Visto, però, che le sue tre moglie, infiltrate in tre diversi bordelli, non sono mai tornate, fa vestire da donna i nostri tre, con tanto di biacca in viso e trucco caricato, e li vende come prostitute a tre diversi bordelli. Non proprio benissimo questo piano.
Scopriamo nell’ordine che: 1) Uzui è fedifrago (e la cosa non era legale nemmeno nel Giappone del 1920); 2) con tutte le probabilità ha proprio ragione sul demone, visto che una delle sue moglie è stata rapita; 3) Inosuke sta molto bene vestito da donna.
Non dimenticheremo mai la faccia truccata di Zenitsu.

ep. 2×10 e 2×11 ~ Chi va là? / Stanotte

Ormai è ben chiaro che le mogli di Tengen sono sparite nel gorgo del quartiere di intrattenimento, ma è anche chiaro che devono essere cadute vittime di quel famigerato demone a chi i nostri stanno dando la caccia e che si rivela essere la crudele oirán Warabihibe. Mentre assistiamo ad una serie di mattanze, fatte passare come suicidi, da parte della oirán, a soprusi e angherie di ogni tipo e a scene molto hentai con una delle moglie di Tengen legata in modo complesso e tentacolare, Zenitsu, nella sua nuova identità femminile, capisce la presenza del demone e la affronta, salvo, poi, sparire dalla circolazione. Ovviamente, Tanjiro e Inosuke ne vanno immediatamente alla ricerca e… parte duello contro la Sesta Luna Crescente Daki (mica una semplice oirán a caso), in cui i nostri dovranno sfoderare tutte le loro tecniche. Cosa accadrà? Ma, soprattutto, dov’è finito Zenit’su?

ep. 2×12 e 2×13 ~ Si fa tutto in modo vistoso / Ricordi Sovrapposti

Tengen Uzui inizia il salvataggio impossibile. Prima, salva una delle sue mogli, legata e avvelenata da un obi maligno del demone. Poi, scatena il tuono e corre come un matto ovunque. Infine, penetra nel sottosuolo dove Inosuke sta già combattendo contro un obi demoniaco che divora vittime. Bisogno temere sempre obi e kimono! Il nostro amato cinghiale, nel frattempo, ha liberato tutti coloro che erano rimasti incastrati, compreso Zenitsu e le altre due mogli di Tengen, che sono delle sorte di ninja appartenenti ad una setta combattente. A quanto pare, la relazione poliamorosa di Tengen va a gonfie vele!
Intanto, Tanjiro combatte alla grande contro la Luna Crescente, senza risparmiare colpi, ma, giacché la respirazione dell’acqua non è ottimale, passa alla danza del dio del fuoco. I risultati, in effetti, sono notevoli, ma con una grande dispendio fisico. Fino a quando arriva Nezuko a combattere contro il demone e dimostra la sua superiorità su tutto e tutti (un’evoluzione che nemmeno i Supersayan di Dragon ball).
Menzione speciale: i ricordi di Rengoku 💔

ep. 2×14 ~Trasformazione

La vera notizia è che Nezuko non è più la piccola Nezuko che ricordiamo, ma si è trasformata in un demone adulto, provvisto di forme e di corna e con un’abilità vampiresca incredibile (manipola il suo sangue e lo usa come un’arma). La cattiva notizia è che in quest’euforia perde completamente il controllo e Tanjiro fatica non poco per tentare di farla tornare la Nezuko di sempre, grazie alle vecchie ninna nanne della mamma. Intanto, la Sesta Luna Crescente Daki scoppia a piangere davanti a Tengen (seriamente) e si fa prendere da una crisi di panico, tanto che decide di richiamare il fratello che sta celato all’interno del suo corpo, un mostro pallido e rachitico, con una voce che fa venire i brividi e che dimostra subito invidia per il nostro Tengen.
Inizia la lotta suprema tra i due.

De segnalare: Zenit’su continua a dormire in piedi.

 ep. 2×15 ~ Adunata

Praticamente, ora sappiamo che la Sesta Luna Crescente sono due demoni, fratello e sorella, che condividono un unico corpo, ma, quando vogliono, possono separarsi, e che sono l’uno più spaventoso dell’altra. Sappiamo anche che Tengen è stato avvelenato dai due fratelli demoniaci, ma che finge di stare bene, e che è uno shinobi, fondamentalmente un ninja di una certa levatura, addestrata per i combattimenti più duri.
Comunque, mentre Inosuke e Zenit’su (ancora addormentato) combattono contro la sorella demoniaca, Tengen e Tanjiro affrontano l’orribile fratello e… Cliffhanger!

ep. 2×16 ~ Una volta sconfitta una Luna Crescente

ALT! Come direbbe un amico con cui condivido le visioni di quest’anime, il titolo è ingannevole in maniera illegale. Avanti, cari autori, ditemi quando, dove e come viene sconfitta una Luna Crescente.
Episodio di una bellezza visiva unica e di azione esplosiva, in cui ripassiamo insieme a #tanjirokamado la respirazione dell’acqua, vediamo un passaggio di tutti i #kata che vi sono associati (ma anche di quelli associati alla respirazione della Bestia, del Fulmine e del Suono), combattiamo anche noi “in modo vistoso”, come vorrebbe #tengenuzui, e ci dividiamo un po’ a sferrare un colpo a fratello e sorella della #sestalunacrescente insieme a #inosukehashibira e #zenitsuagatsuma. Solo che, alla fine, Tanjiro sbalza giù dal tetto, Zenit’su fa gli straordinari e Tengen… si unisce alla tradizione degli #skywalker di perdere un braccio in duello.

ep. 2×17 e 2×18 – Non mi arrenderò mai / Se anche mi reincarnassi diverse volte

Dove eravamo rimasti? Praticamente, con lo sfacelo: Tengen Uzui avvelenato dal sangue di demone, ferito gravemente, accecato all’occhio destro, mutilato al braccio sinistro, quasi in fin di vita; Inosuke quasi immune al sangue velenoso del demone, ma gravemente pugnalato al cuore; Zenit’su sempre dormiente e coraggioso, ma travolto dalle rovine crollate degli edifici; e il nostro Tanjiro, molto malmesso e indebolito, che tenta di cavarsela da solo contro la Sesta Luna. E, nonostante le batoste, gli insulti, i colpi e le dita spezzate (letteralmente), sebbene più volte soccombente, Tanjiro non si arrende fortemente e rifiuta qualsiasi offerta di diventare demone. Fino a quando i tre gravemente feriti non si risvegliano di colpo e, in cooperazione, riescono a liberarsi in contemporanea dei due fratelli demoniaci: Tanjiro e Tengen decapitano il potente fratello, mentre Inosuke e Zenit’su fanno saltare la testa della sorella. Peccato che i loro sforzi rischiano di essere vani, visto che sono tutti mortalmente feriti, più vicini all’aldilà che alla vita terrestre. Ma, ancora una volta, portare dietro nella gerla in spalla la sorellina demoniaca si rivela un’ottima idea: Nezuko esce dal suo rifugio e riesce ad eliminare il veleno nei corpi dei nostri e a guarirli. Tengen, non ti perderemo! ❤️ Tanjiro si assicura della morte della Sesta Luna e, piccolo regalo molto apprezzato, ci viene regalato un lungo flashback piuttosto commovente sulla triste storia dei due fratelli demoniaci e su come sono diventati la Sesta Luna, ricordandoci, anzitutto, che ogni demone è stato un essere umano che ha sofferto e che spesso è morto brutalmente. Non possiamo perdonare la Sesta Luna per i suoi crimini, ma adesso sappiamo che i suoi due volti si chiamano Ume e Gyuntaro e che, forse, se fossero nati in altre circostanze, avrebbero avuto una vita (e un’eternità) diverse. È toccante il legame e l’affetto che unisce i due fratelli che si ripromettono di stare sempre insieme anche nelle prossime vite. Bonus finale: appare Obanai Iguro, il Pilastro del Serpente, che ammonisce Tengen Uzui per essersela cavata così male contro la più debole delle lune demoniache (ma sei serio?) e rimane sorpreso e allibito dell’abilità di Tanjiro (non ci credevo, vero?). Altro Bonus: il capofamiglia degli ammazzademoni apprende tutte le notizie e sa che la battaglia finale si sta avvicinando e che c’è finalmente la possibilità di uccidere Muzan.

Captain-in-Freckles

Per recuperare la recensione (episodio per episodio) di Demon Slayer – Mugen Train Arc, cliccate qui.

One Page Love

Una storia deliziosa quella di “One Page Love”, un drama giapponese in cui mi sono imbattuta, per caso, qualche tempo fa, mentre cercavo un titolo simile.

Tenete presente che qui il filo rosso del destino, tematica molto cara agli appassionati di manga e anime giapponesi, è anche il filo conduttore della storia.

La diciassettenne Minase Akari (Hashimoto Kanna) va in vacanza con la famiglia sull’isola di Kyushu e qui alloggiano in una pensione. Durante la vacanza, Akari conosce il figlio del proprietario della pensione, Morita Ikumi (Mizuki Itagaki), un ragazzo gentile e solitario che si innamora da subito di Akari. I due trascorrono molto tempo insieme e il loro legame diventa sempre più stretto fino ad una notte magica in cui si siedono sulla spiaggia a vedere una pioggia di stelle cadenti, evento raro che ha luogo sopra il cielo dell’isola di Kyushu una volta ogni quattro anni. Al momento della separazione, quando Akari e la sua famiglia devono tornare a casa, i due ragazzi promettono di rivedersi e riunirsi nello stesso luogo sotto il manto di cielo stellato fra quattro anni.

Trascorso il tempo previsto, Akari, che ora ha più di vent’anni, torna sull’isola con la speranza di rivedere Ikumi e di realizzare il suo sogno, ma Ikumi non si presenta all’appuntamento e la pensione sembra abbandonata, tutto questo fa cadere la ragazza in uno sconforto totale. Nel suo viaggio Akari conosce Hoshino Aritoshi (Furukawa Yuki), un fotografo di paesaggi che, a differenza di Ikumi, è molto più spigliato, esuberante ed estroverso e che sembra avere un debole per Akari. La ragazza stessa sembra provare qualcosa per Aritoshi anche quando, una volta tornati a Tokyo, viene spronata da lui stesso ad andare avanti con il suo manga dal titolo, “One Page Love”, una delicata storia d’amore e una promessa fatta sotto un cielo stellato.

Quando Akari sembra avvicinarsi ad Aritoshi, una sera d’inverno, tra le strade di Tokyo, ricompare Ikumi, non più l’Ikumi timido e dall’animo sensibile che ha conosciuto la nostra protagonista, ma un ragazzo ombroso, cupo, che lavora presso un locale “equivoco”.

Cosa sarà mai successo ad Ikumi e perché fa finta di non conoscere Akari e di trattarla in modo così poco gentile?

Akari non si arrende e decide, quindi, di scoprire cosa possa essere accaduto in quei quattro anni, mossa ancora dal forte legame che prova per Ikumi. Nel frattempo, però, riuscirà a dirimersi tra il corteggiamento di Aritoshi e a non offendere i sentimenti che prova per lei il suo amico d’infanzia, Yamato?

La storia va avanti così, come il manga della protagonista, ogni giorno si apre una pagina nuova e una nuova immagine colora la trama. Sarà più forte il destino o un nuovo cambiamento?

Vi consiglio questo drama, composto solo da sei episodi che sembra uscito proprio da un manga e, nel senso letterale, i disegni della protagonista prenderanno anima e daranno un tocco speciale alla storia.

Memoru Grace

Il Festival della neve a Sapporo

Il 18 febbraio del 1950 a Sapporo, precisamente nel parco Odori, un gruppo di sei studenti costruì diverse sculture di neve e di ghiaccio. Questo avvenimento colpì a tal punto l’attenzione degli abitanti e dei media locali che presto la notizia si diffuse anche a livello nazionale. L’iniziativa di questi ragazzi incuriosì la popolazione e regalò una nota di entusiasmo e di ripresa dalla depressione post-bellica, visto che il secondo conflitto mondiale era finito appena cinque anni prima.

Così nacque il Festival della neve di Sapporo (札幌雪祭り- Sapporo Yuki-matsuri) che ormai ha superato i settant’anni.

Dal 1950, infatti, ogni anno, agli inizi di febbraio, per circa 6-7 giorni, si svolge a Sapporo, soprattutto nel Parco Odori e nel quartiere di Susukino, il Festival della neve che richiama circa due milioni di turisti l’anno.

Durante la manifestazione vengono costruite sculture in neve o in ghiaccio dalle notevoli dimensioni, tra i 15 e i 25 metri di altezza. Le sculture possono rappresentare temi di attualità, riprodurre monumenti esistenti oppure soggetti di fantasia o tratti da anime e manga. Spesso tra le sculture sono presenti personaggi tratti dal mondo dello Studio Ghibli, Totoro, il Gattobus, etc…oppure ispirate a fiabe o a saghe.

Ogni anno, poi, molte sculture sono dedicate ad alcuni eventi in particolare, ad esempio, qualche anno fa era il momento di “One Piece”, riprodotto in tantissime statue di ghiaccio o nel 2016 le sculture di “Attack on Titan” hanno attratto diversi fan e turisti anche per via delle luci che hanno reso suggestivo l’effetto del ghiaccio.

Nel 1972 il Festival di Sapporo richiamò l’attenzione internazionale perché coincise con l’XI edizione dei Giochi Olimpici Invernali, prima edizione olimpica invernale della storia in Asia. Dal 1974, infatti, viene indetto un concorso che mette a confronto le sculture più belle e da qualche decennio partecipano anche squadre provenienti da diversi paesi del mondo.

Oltre al Parco Odori si possono ammirare le sculture di ghiaccio anche all’interno del “Sapporo Community Dome”, un grandissimo palaghiaccio situato a Higashi-ku e chiamato anche comunemente “Tsudōmu”.

Memoru Grace

Vagabond (ovvero l’eroismo dell’umanità)

Potrei scrivere tanti motivi per cui “Vagabond”, casualmente finito nella mia lista di Netflix, è diventato presto uno dei miei drama preferiti, ma raramente si riesce a calibrare dramma politico, scene d’azione, thriller di spionaggio e storia romantica in modo così delicato e mai banale. Tanto che l’unica vera pecca della serie è che 16 episodi sono troppo pochi e che ormai ne pretendo almeno altri 16 (soprattutto a causa del finale aperto e degli interrogativi che lascia).

Cha Dal-gun (sapete già quanto adoro Lee Seung-gi) è un ex controfigura di film d’azione, che sognava di diventare un regista di pellicole di arti marziali, ma che si trova a sbarcare il lunario in tutti i modi per mantenere se stesso e il nipotino di 11 anni, rimasto orfano del padre e abbandonato dalla madre. Un giorno, l’aereo su cui viaggia il nipote, diretto con la sua squadra di Taekwondo in Marocco, precipita misteriosamente a causa di un presunto guasto meccanico che provoca la morte di tutti i passeggeri. Cha Dal-gun, che non si dà pace della morte del nipote, scopre che l’incidente nasconde un attentato terroristico. Nella sua ricerca della verità e della giustizia, viene aiutato dall’agente dei servizi speciali Go Hae-ri (bellissima e bravissima Bae Suzy), che nessuno all’agenzia prende in considerazione, ma che ha la costanza e l’onestà che manca a tutto l’establishment politico. Tra colpi di scena, voli dai palazzi in fiamme e lotte a suon di arti marziali, Go Hae-ri e Cha Dal-gun arriveranno alla verità. Ma non tutto, alla fine, è come sembra.

Lee Seung-gi sembra nato per interpretare questa parte, con il physiche du role giusto per emulare Jackie Chan e Bruce Lee insieme, ma con quell’ingenuità del bravo ragazzo con un alto senso morale, un po’ alla Frank Capra, che crede nella giustizia e nei valori fondamentali e che lotta fino alla fine per far trionfare il bene. Un eroe, che non voleva essere tale, ma che si trova immischiato in una situazione più grande di lui e che, tutto sommato, sa gestirla alla grande. Bae Suzy è l’ottimismo in persona: quando anche i servizi segreti la danno per spacciata, non si arrende di fronte a nulla e ha un recettore invisibile per capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, che la porta a credere fortemente nel bene. E, così, di fronte a tanti personaggi che ci propinano le serie televisive, costituiti da poche luci e tante ombre, “Vagabond” ci presenta due protagonisti estremamente positivi, che lottano per far brillare la giustizia, perché il vero eroismo si trova solo nell’umanità.

Ci sono almeno tre scene di grandissimo impatto ed umanità, che già da sole valgono il recupero della serie: quando i parenti delle vittime si mettono davanti al testimone chiave del processo e ai due protagonisti per proteggerli dai cecchini e farli arrivare incolumi al processo; quando il protagonista e i genitori degli altri bambini si trovano, ognuno per i fatti suoi, in chiesa a pregare per l’intervento chirurgico a cui è sottoposta la protagonista; quando Dal-gun aiuta Hae-ri con la fisioterapia (fidatevi, questo momento da solo vi farà adorare la serie).

Inoltre, diciamo la verità: abbiamo bisogno di più Dal-gun e Hae-ri, abbiamo bisogno di più serie come “Vagabond”, ma, soprattutto, abbiamo bisogno di più esseri umani comuni che si trasformano in eroi per via della loro umanità.

Consigliato: a chi cerca una storia che faccia brillare i valori e la giustizia e a chi crede che, alla fine, il bene vince sempre; a chi ama le arti marziali e a chi cerca storie d’amore con poche pennellate; e, infine, a chi adora Lee Seung-gi e Bae Suzy.

Captain-in-Freckles

Lovely Sara

Nel 1985, “Lovely Sara” (小公女セーラ Shōkōjo Sēra) contribuì ad arricchire quel bellissimo progetto della Nippon Animation, iniziato nel 1975 e chiamato “World Masterpiece Theater”, che aveva come obiettivo la trasposizione in anime di molti capolavori della letteratura per l’infanzia.

“Lovely Sara” è infatti ispirato a “La piccola principessa”, romanzo di Frances Hodgson Burnett.

La storia narra delle avventure o meglio disavventure di Sara Morris, una bambina di dieci anni che, nel momento in cui il padre decide di tornare a Londra dall’India, viene iscritta al collegio femminile diretto dalla terribile Miss Minci. La piccola Sara, orfana di madre, ha un rapporto stretto con il padre che l’ha cresciuta con cura e affetto, ma che presto sarà costretto a lasciare la figlia a Londra e a ripartire di nuovo per l’India.

Sara, nonostante il trattamento privilegiato che le riserva Miss Minci, a causa della ricchezza del padre, non è una bambina arrogante, né altezzosa, ma generosa e gentile con tutti e questo carattere la rende cara a molte compagne di collegio, a Peter, il cocchiere, a Becky, la sguattera, ma invisa ad altri, soprattutto alla perfida Lavinia che le renderà la vita impossibile fin da subito.

Un giorno, proprio durante la festa di compleanno di Sara, giunge al collegio la terribile notizia della morte del padre della bambina e della perdita di tutte le proprietà e averi a causa di un cattivo investimento in una miniera di diamanti in India.

Da questo momento in avanti, la vita di Sara cambia completamente, le sue giornate saranno durissime e piene di lavori e di fatiche, non frequenterà più le lezioni, verrà trasferita nella stanzetta in soffitta e dividerà la sua cena con Becky: questo il trattamento riservato per lei da Miss Minci che la terrà al collegio solo sotto queste condizioni per guadagnarsi da vivere.

Sara resta sola al mondo, senza nessuno, tranne l’affetto di poche persone che ha sempre trattato bene e con la presenza della sua bambola Priscilla, ultimo ricordo del padre.

A Sara resterà solo l’immaginazione e la fantasia, spesso la sua squallida stanzetta in soffitta si trasformerà in una reggia sempre nei suoi sogni e, così, la bambina troverà la forza di affrontare con coraggio giorno per giorno.

Come in quasi tutti i cartoni animati della nostra infanzia, dopo fiumi di lacrime versati e amarezze, da uno spicchio di cielo, entra, prima o poi, un raggio di sole e per Sara sarà rappresentato dal nuovo abitante della casa accanto, un misterioso inquilino, e da Ram Dass, il suo attendente indiano.

Qualcosa cambierà nella vita di Sara e la porterà ad un finale di riscatto, dove la bambina riuscirà a riappropriarsi della sua fortuna e sarà ripagata per la sua gentilezza e nobiltà d’animo.

Rispetto al romanzo della Burnett l’anime presenta alcune variazioni, ma non molte, perché risulta fedele all’opera letteraria, tipico di molti anime del progetto World Masterpiece Theater.

Se ricordate questo anime, sarà piacevole riguardarlo, se, invece, non lo avete mai visto, sarà il momento perfetto per recuperarlo perché ne vale la pena, è un classico intramontabile che anche nel cinema e in televisione ha visto diverse versioni e nel 2009 anche un dorama di dieci puntate.

Personalmente, Lovely Sara è uno dei miei anime preferiti, lo ricordo da sempre, anzi, lo associo al ricordo di un pomeriggio di inverno in compagnia di una coppa bianca, mentre mi immergo nelle avventure e nei sogni di Sara, nella Londra fumosa di fine 1800.

Memoru Grace

Gli amici di papà – La porta è sempre aperta

Sono molte le sit-com a tema familiare che hanno occupato i nostri palinsesti degli anni Ottanta e Novanta, ma di certo una delle più longeve è stata “Full House” che in Italia conosciamo con il titolo, “Gli amici di papà” e che ha occupato un arco temporale dal 1987 al 1995.

Inoltre, anche noi di Stranger Club of Series vogliamo dare il nostro piccolo contributo per ricordare il compianto Bob Saget che ci ha lasciati qualche settimana fa, ma che di Full House è stato il vero faro di luce. Artista completo, attore, conduttore televisivo, regista e comico soprattutto negli spettacoli di umorismo blu, è stato per un decennio uno dei papà preferiti del piccolo schermo per molte generazioni.

Nel 1987, quando cominciò “Full House”, Bob Saget aveva poco più di trent’anni e rivestiva i panni di Danny Tanner, un giovane padre rimasto vedovo con tre bambine. Danny è un presentatore sportivo e, dopo la morte della moglie, recluta, per aiutarlo ad occuparsi delle figlie, il cognato Jess, giovane musicista rock interpretato da John Stamos e il suo migliore amico Joey, un cabarettista sempre pronto a fare il grande salto per il successo, interpretato da Dave Coulier .

Le tre figlie Donna Jo, detta DJ (Candace Cameron), Stephanie (Jodie Sweetin) e Michelle (interpretata da entrambe le gemelle Olsen, Mary-Kate e Ashley) regalano momenti di allegria alla sit-com e fanno spesso impazzire i tre poveri adulti che si occupano di loro, ma il corollario degli altri personaggi impreziosisce la trama del telefilm. Come non ricordare l’eccentrica Kimmy Gibbler (Andrea Barber), la vicina di casa nonché migliore amica di DJ o Becky Donaldson (Lori Loughlin), la fidanzata di Jesse che con lui convolerà a nozze nella quarta stagione?

Dopo ben 8 stagioni e 192 episodi, “Gli amici di papà” giunge al termine nel 1995: le bambine sono ormai cresciute, quante cose sono avvenute, ma per il papà Tanner e per i suoi amici nulla è veramente cambiato perché il cuore degli spettatori, fino all’ultimo episodio, vuole ascoltare la famosa frase “La porta è sempre aperta” e la famiglia Tanner è stata garanzia di accoglienza e di simpatia per molto tempo e, tra tutti, Bob Saget, con il suo sguardo malinconico e la sua innata simpatia.

Nel 2016 Netflix ha ripreso l’idea di Full House e ha prodotto “Fuller House- Le amiche di mamma”, dove la protagonista è DJ che, rimasta vedova, richiama a sè la sorella Stephanie e l’amica Kimmy perché ha bisogno di un aiuto a casa e con i bambini. Progetto che conta cinque stagioni e 75 episodi, stessa allegria e complicità della sitcom degli anni Ottanta, con le ragazze ormai adulte e con i problemi di tutti i giorni per assaporare la nostalgia dei vecchi tempi. In molti episodi della nuova serie, poi, tornano il signor Tanner e i suoi amici e, per loro, la porta è sempre aperta!

Memoru Grace