Demon Slayer: la lama dell’ammazzademoni

Se avete seguito tutte le dirette di Mugen Train Arc ed Entertainment Distric Arc, i due archi narrativi di cui è composta la seconda stagione dell’anime Demon Slayer, non potete perdere quest’altra recensione, che spiega la trama unica di quest’anime/manga, addentrandosi nei capitoli che formano la prima stagione dell’anime.

La storia inizia nel nord del Giappone, in una zona nevosa e montuosa, nel periodo Taisho (1912-1926). Tanjiro Kamado è il primogenito di una famiglia numerosa, che è rimasta senza padre, e lavora trasportando carbone fino al villaggio nella sua gerla. Un giorno, torna a casa e trova la famiglia massacrata da un demone, ad eccezione della sorella quasi coetanea Nezuko Kamado, sopravvissuta allo sterminio, ma trasformata in un demone. Tuttavia, Tanjiro non crede che la natura buona della sorella sia cambiata. Non cedendo alle pressioni dei cacciatori di demoni che vogliono uccidere Nezuko, ripone fiducia in lei e decide di intraprendere un viaggio per cercare un rimedio e far tornare umana sua sorella. Inizia, così, un cammino che è un vero e proprio percorso di formazione e che porta Tanjiro e Nezuko ad entrare nella squadra degli ammazzademoni, ad imparare tutte le tecniche per fronteggiare i demoni e ad affrontare il famigerato primo demone Muzan.

Tanjiro e Nezuko saranno aiutati nel loro viaggio da una serie di personaggi incredibili, ognuno dei quali meriterebbe una trattazione per sé. C’è Zenit’su Agatsuma, un ragazzo timoroso e codardo, che è stato colpito da giovane da un fulmine (motivo dei suoi capelli biondi) e possiede una seconda personalità coraggiosa e temeraria, che viene fuori solo quando dorme o sviene. C’è Inosuke Hashibira, un ragazzo selvaggio che indossa perennemente una testa di cinghiale (memoria di un passato che l’ha visto crescere nei boschi) e che si crede una divinità. C’è Kanao Tsuyuri, una ragazza tranquilla ed empatica, che entra nella squadra degli ammazzademoni insieme a Tanjiro e che tenta di superare le proprie insicurezze. C’è Tamayo, un demone che prova empatia per gli esseri umani, ha competenze mediche e dà una speranza a Tanjiro sulla possibilità di trovare una cura per la sorella. C’è la famiglia Ubayashiki, retta dal Kabaya e investita del sacro compito di sterminare i demoni che flagellano l’umanità. E, poi, ci sono i Pilastri (Hashira) degli ammazzademoni, l’aristocrazia degli spadaccini, rappresentanti di poteri e abilità uniche, derivanti dalle loro tecniche di respirazione, ma soprattutto l’ultimo baluardo contro le forze demoniache, capeggiate dalle Sei Lune Crescenti e dalle Sei Lune Calanti. Nel suo viaggio iniziale, in effetti, Tanjiro si imbatte subito in Giyu Tomioka, Pilastro dell’acqua, che lo avvia dal suo vecchio maestro Sakonji Urokodaki per imparare la respirazione dell’acqua e superare l’esame per entrare ufficialmente nella grande famiglia degli ammazzademoni. Più avanti, conosce Shinobu Kocho, Pilastro dell’Insetto e maestra di Kanao Tsuyuri, ammazzademone dall’aspetto falsamente mite, ma, in realtà, avvelenatrice di demoni professionista, che lo stimola a continuare la sua formazione, inviandolo da Rengoku Kyojuro.

Ma Tanjiro si imbatte anche in una serie di vicende umane e demoniache, che forgeranno il suo carattere e lo stimoleranno nel raggiungimento del suo obiettivo: non tanto (e non solo) eliminare i demoni dal mondo umano, quanto estirpare il Male che affligge l’umanità e che la deforma, costringendola a compiere brutalità e a soffrire continuamente. Perché Tanjiro parte da un presupposto che lo distingue da tutti gli altri ammazzademoni: sa che ogni demone è solo una creatura che soffre e che, per diversi motivi, volente o nolente, è stata costretta ad eliminare la propria umanità per trasformarsi in un mostro, come è accaduto a sua sorella, ma che può fermare il male che sta compiendo solo riscoprendo i suoi valori e il suo comune sentire umano. Un demone non diventa tale solo per la sua trasformazione fatta da un’entità malvagia e suprema, ma lo diventa quando accetta la sua nuova natura senza porre obiezioni e la accetta non tanto quando è accecato dall’odio, ma quando è colpito dalla mancanza di amore. Nezuko non è speciale di per sé, ma è speciale perché vuole continuare ad essere umana, senza eliminare tutte quelle caratteristiche che la rendono unica nella sua debolezza e con la luce dell’affetto fraterno che è per lei un vero e proprio faro per opporsi alla sua nuova natura demoniaca.

Poi, ci sono tanti altri motivi per cui Tanjiro non è un ammazzademoni qualunque, ma è la vera sfida alla teoria del terrore di Muzan, ma si scopriranno sono durante la visione dell’anime.

Consigliato: a chi ama le leggende di miti giapponesi, l’epoca Taisho e anche un po’ di Rashomon e di Akira Kurosawa; a chi ha sempre sognato di armeggiare con una katana come un vero samurai e a chi aspira a diventare un cacciatore di demoni; a chi sa che l’affetto familiare profondo, alla fine, salva sempre da qualsiasi male e non rinuncerebbe mai alla sua umanità.

Captain-in-Freckles

Hanami, haiku e una pioggia di fiori di ciliegio

Diciamo la verità, quante volte abbiamo sognato di essere in Giappone, magari passeggiando lungo un viale di ciliegi ed essere avvolti da una meravigliosa pioggia rosa che ci trasporta in una dimensione onirica?

Vi do due minuti per riprendervi da questa piacevole sensazione, per riaprire gli occhi e, ahimè, ritrovarci dove eravamo. Per lo meno, però, ripercorriamo mentalmente uno dei periodi più magici in Giappone!

I ciliegi in giapponese si chiamano “sakura” e sbocciano in periodi diversi a seconda anche della varietà delle piante. I ciliegi rappresentano un vero e proprio culto in tutto il Paese ed in effetti il termine “hanami” (はなみ, lett. “osservare i fiori”) è applicato per contemplare la bellezza dei fiori, soprattutto i fiori di ciliegio. L’hanami è osservare i fiori e perdersi nell’armonia della natura e ogni anno è una festa all’aperto che richiama migliaia di persone. Da metà gennaio ad inizio maggio i sakura fioriscono in tutto il Paese, a Tokyo, in particolare, il periodo più propizio è tra la fine di marzo e l’inizio di aprile.

Per tutto il periodo, l’Agenzia Metereologica Giapponese studia il clima e la fioritura, dalle prime gemme in avanti, e fornisce informazioni in merito al periodo più appropriato per prepararsi all’evento, come per esempio organizzare delle serate all’aperto, le cosiddette Yozakura (よざくら, sakura serale) o i picnic la mattina nei parchi o nei weekend.

Storicamente l’hanami è un evento che affonda le sue radici in epoca Nara (710-794) molti secoli fa, sotto l’influenza della Dinastia cinese Tang. Inizialmente i fiori celebrati erano quelli di pruno, poi, soprattutto nel periodo Heian, i sakura presero posto nel cuore delle persone e diventarono i fiori prediletti.

L’imperatore Saga, studioso dei classici cinesi e appassionato di arte e letteratura, fu il primo ad avvicinarsi alla pratica dell’hanami, fece piantare alberi di ciliegio nel giardino del palazzo della Corte Imperiale a Kyoto e vi fece organizzare feste e balli, ma all’epoca gli eventi erano riservati solo a nobili, samurai e poeti che avevano l’abilità di elogiare il fascino e la bellezza dei petali di ciliegio. Con il periodo Edo, invece, la ricorrenza venne aperta a tutti e, ancora oggi, la tradizione viene portata avanti ed è conosciuta in tutto il mondo. Camminare e inondarsi della bellezza della natura, ammirando i fiori è un’esperienza unica e anche le passeggiate serali diventano suggestive con il bagliore della luna e le lanterne di carta.

Molte poesie e haiku giapponesi, celebrano la meraviglia della fioritura in tutte le sue caratteristiche.

Un haiku molto famoso è quello del poeta Bashō Matsuo (1644 – 1694) che affida i propri ricordi ai fiori di ciliegio:

Questi fiori di ciliegio

hanno riportato al pensiero

tante memorie

Sempre Bashō Matsuo contempla in questo haiku la natura nelle diverse fasi della giornata e della notte, come per celebrare l’esistenza:

La notte di primavera è finita.
Sui ciliegi
sorge l’alba.

Il poeta Yasuhara Teishitsu (1610 – 1673) si meraviglia della bellezza dei fiori di ciliegio appena sbocciati e non esistono altre parole che possano descrivere meglio quello spettacolo che vediamo attraverso i suoi occhi:

Oh, guarda!
e null’altro da proferire,
dinanzi ai ciliegi in fiore
del monte Yoshino

Infine, uno dei miei haiku preferiti del poeta Kobayashi Issa (1763 – 1828), in cui esprime tutta la sua malinconia:

Questo mondo perduto

ricoperto

di fiori

Memoru Grace

My Hero Academia (ovvero piccoli eroi crescono)

Vi dico perché mai My Hero Academia è un anime/manga che non dovrebbe mai mancare alla vostra lista. E quasi mi dispiace di non essere più bambina e di non fare la pausa pomeridiana per la merenda, guardando in TV una puntata di questo cartone. My Hero Academia è quel complesso di colori, valori ed eroi, che ti aiutano a riflettere e a crescere ogni giorno.

Le vicende si svolgono in un prossimo futuro, in cui la tecnologia e l’ingegneria genetica si sono evolute talmente tanto da generare una mutazione genetica, che dona agli esseri umani capacità sovrumane. Si tratta del cosiddetto “Quirk”, che si manifesta intorno all’età di quattro anni e che, di fatto, è un vero e proprio superpotere personale, visto che varia da persona a persona (i Quirk sono classificati in tre categorie – emissione, trasformazione e mutante – a seconda delle capacità che possono conferire). Queste potenzialità hanno caratterizzato la diffusione di Heroes e di Villains, come nelle migliori tradizioni del fumetto di super eroi. In un simile scenario, in cui quasi l’80% dell’umanità ha sviluppato un Quirk, vive Izuku Midorya, un ragazzo che sogna di diventare supereroe, ma che è nato senza alcuna potenzialità. Tuttavia, un giorno interviene coraggiosamente (e un po’ sconsideratamente) per salvare delle persone da un villain. Il suo ardore viene premiato da All Might, il più grande eroe di tutti i tempi, il quale gli dona una parte del suo Quirk e gli permette di entrare al Liceo Yuei, la scuola per diventare supereroi. C’è un’altra cosa che All Might gli confida: anche lui è nato senza alcun Quirk, ma ha ereditato le potenzialità da un altro supereroe, che, a sua volte, le aveva ereditate da un altro supereroe ancora, a dimostrazione che non si nasce eroi, ma lo si diventa con la forte determinazione. Ed è proprio ciò che renderà Midorya un vero eroe, indipendentemente dal Quirk.

A circondare Midorya, i suoi compagni di classe aspiranti supereroi: Katsuki Bakugo, potente, irascibile e arrogante, vecchia conoscenza dell’infanzia di Midorya, che aveva bullizzato per la mancanza di Quirk (chiamandolo con il nomignolo Deku); Ochaco Urakaka, ragazza vivace e sincera, che vuole diventare un’eroina per aiutare economicamente la sua famiglia povera, ma che diventerà una preziosa confidente per il protagonista; Tenya Iida, determinato e serio capoclasse, il cui obiettivo passerà dall’emulazione del fratello eroe alla sua difesa e al suo riscatto; Shoto Todoroki, solitario e apparentemente scontroso, con un padre eroe super-ingombrante (e un ancor più super-ingombrante fratello), che sarà uno dei più fidati alleati del protagonista.

My Hero Academia (僕のヒーローアカデミア Boku no hīrō akademia) è un manga shonen scritto e disegnato da Kohei Horikoshi, che ha dato origine ad una serie anime (al momento, arrivata a ben cinque stagioni), a quattro episodi OAV, a tre film, a due manga spin-off, ad una serie di videogiochi e ad una vera e propria mania sia in Giappone che nel resto del mondo. Forse perché tutti abbiamo sempre sognato diventare supereroi sin da bambini, sebbene privi di qualche potere speciale. E, in realtà, credo che lo sogniamo ancora. Perché tutti siamo un po’ Midorya con la sua forte determinazione e la sua onestà, ma siamo anche Bakugo con la sua irruenza e la sua rabbia e avremmo collezionato foto di All Might vincente sui super-villain. My Hero Academia diverte e conquista sin dalle prime battute e lo spettatore cresce insieme ai protagonisti: emergono le paure, le difficoltà, le discordie, le grandezze e la maturità, come se fosse un romanzo di formazione.

Consigliato: a chi, qualche volta, ha pensato di volare e di avere i superpoteri e a chi ha capito di non averne bisogno per diventare supereroe; a chi è cresciuto credendo nei valori della lealtà e dell’amicizia e non se ne è mai pentito.

Captain-in-Freckles

Dong-ju: simbolo dell’Indipendenza Coreana

Come tutti saprete lo scorso 1 marzo in Corea si è festeggiato l’ “Independent Memorial Day” o “Sam-il (3-1) Movement”, ovvero il giorno dell’Indipendenza Coreana. Istituita il 1 Marzo del 1949, questo giorno celebra il coraggio di migliaia di attivisti coreani che, nel 1919, promossero le prime manifestazioni pubbliche di resistenza durante l’occupazione giapponese. Partendo da Seoul per poi diffondersi in tutto il paese, 2.000.000 di coreani parteciparono a più di 1.500 manifestazioni per quasi un anno, fino alla completa soppressione del Movimento da parte dei militari giapponesi.
La rivolta partì da 33 personalità culturali e religiose. Per questo nelle rappresaglie militari molte Chiese, case e scuole furono date alle fiamme e distrutte. Ci furono circa 7.000 morti e più del doppio furono i feriti. Ma, forse, il dato più sconcertante è quello degli arresti: circa 46.000 persone, di cui molte migliaia processate, condannate e giustiziate pubblicamente. La Corea non fu mai indipendente fino alla fine della Seconda Guerra mondiale con la sconfitta del Giappone.
Tra i molti attivisti di questi anni, vorrei ricordare Yun Dong-ju, poeta coreano morto in carcere nel febbraio del 1945. Maggiore di 4 fratelli si trasferì in Giappone per frequentare la Doshisha University a Kyoto nel 1942. L’anno successivo fu arrestato con l’accusa di “supporto dell’indipendenza coreana”. E nel 1944, fu condannato a 2 anni di reclusione a Fukuoka, dove morirà a soli 28 anni nell’aprile dell’anno successivo probabilmente per esperimenti sui detenuti non autorizzati.
Incoraggiato dal padre ad esprimere i suoi pensieri, cominciò a scrivere poesie fin da bambino. Prima della sua morte riuscì a vedere pubblicate 19 delle sue poesie. Ma nel 1948 arrivò il riconoscimento in tutta la nazione con una raccolta postuma con ben 116 poesie dal titolo: “Cielo, vento, stelle e poesia”, divenendo così il simbolo della lotta all’indipendenza. Sul titolo di quest’opera ci sono due correnti distinte. Nella prima
si dice che il titolo sia derivato dai soprannomi che il padre aveva dato a lui e ai fratelli: Dong-Ju era soprannominato Haehwan, ovvero “luce del sole”; i fratelli minori erano  Dalhwan “luce della luna” e Byeolhwan “luce delle stelle”. Il quarto fratello morì in tenera età. L’altra corrente invece sostiene che tali nomi risalgano a caratteri cinesi aventi in coreano la pronuncia dei nomi, tesi che sostengono molti siti ma non molto coerente con la traduzione letterale. Poche le trasposizioni cinematografiche riguardanti la vita del poeta, ma la più recente è sicuramente degna di nota: “DongJu: the portrait of a poet” film del 2016, capace di trasportarti negli anni più bui della storia coreana attraverso le emozioni del poeta.

Cari ricordi
Una mattina di primavera, in una stazioncina di Seoul
aspetto il treno come fossi in attesa di speranza e amore,
Sulla banchina lascio cadere l’ombra stanca
e accendo una sigaretta.
La mia ombra evapora l’ombra del fumo,
uno stormo di colombe senza incertezze
volano, una dopo l’altra, illuminate dal sole.
Il treno giunto senza notizie
mi porta lontano.
Finita la primavera – in una silenziosa stanza nella periferia di Tokyo
– provo nostalgia per me stesso rimasto a vagare nelle vecchie strade,
come ne provo per speranza e amore.
Anche oggi il treno è passato senza motivo più volte,
anche oggi ho aspettato qualcuno
vagando sulle colline accanto alla stazione.
Ah, mia giovinezza, resta lì a lungo.

Lady K Trash

A piece of your mind – Un frammento della tua mente

Mi sono innamorata della colonna sonora di questo drama prima ancora di guardarlo e questa particolarità ha lasciato che mi immergessi nella storia lentamente, perché non si tratta di una trama leggera, ma è un addentrarsi nella mente umana, nelle emozioni nascoste, negli stati d’animo dei personaggi e la musica è il filo conduttore di tutto, ci accompagna in ogni scena, nei momenti più drammatici e in quelli spiritosi, tra le note di uno spartito, nel silenzio e nella voce di una persona cara che manca da tempo.

Non è semplice sintetizzare la trama perché, come vi dicevo, ha dei risvolti psicologici che si possono cogliere solo riflettendo per ogni episodio, ma ci proviamo ugualmente e spero di rendere giustizia a questa serie che decisamente è entrata nella lista delle mie preferite.

Moon Ha-won (un intenso ed emozionante Jung Hae-in) è un programmatore AI e ha costruito la AH Company, un’azienda importante nel campo dell’Intelligenza Artificiale. E’ un ragazzo devoto al lavoro, di animo gentile, mite, sembra che nulla possa scalfire la sua corazza di apparente serenità, ma in realtà nutre in sé un’eterna tristezza causata dalla morte inspiegabile della madre e una malinconia che da dieci anni lo rinchiude nella sua solitudine da quando Kim Ji-soo, sua amica dai tempi dell’infanzia, si è allontanata da lui e si è sposata.

Han Seo-woo (una dolcissima Chae Soo-bin) è, invece, una fonica ingegnere di registrazione di musica classica, alle spalle ha un episodio tragico nella sua vita, la morte di entrambi i genitori a causa di un incendio. Anche Seo-woo è una persona solitaria, ma ha un modo di affrontare la vita differente, cerca di trovare un lato positivo ogni giorno e crede intensamente che le cose accadano per un motivo.

I due protagonisti sembrano non essere compatibili e difatti all’inizio Ha-won non è innamorato di Seo-woo, ma qualcosa unirà i loro destini e sarà rappresentato da un piccolo dispositivo portatile, come un cellulare, che sembra essere una estensione della memoria e delle emozioni. Questo dispositivo è stato realizzato per essere di supporto negli ospedali o nei centri di cura, ma è ancora in sperimentazione.

Personalmente, ho trovato uno spunto di importante riflessione in questa serie: in un mondo dove la tecnologia sta “rapendo” le emozioni umane, qui viene rappresentato il tentativo dell’utilizzo della tecnologia stessa, dell’intelligenza artificiale, per curare le ferite dell’anima, ma la risposta non c’è, la si lascia intuire allo spettatore, così come i gesti, le emozioni non dette, i pensieri immaginati dai personaggi, la tecnologia diventa, quindi, una visione onirica che lo spettatore dovrà percepire nei colori caldi e sereni di una casa dove i protagonisti trovano conforto parlando o anche solo nei momenti di silenzio, alla sala di registrazione dove sembra che non solo la musica, ma anche i sentimenti possano lasciare un’ impronta.  I ricordi passati e dolorosi, invece, sono rappresentati dal vento che ha alimentato l’incendio che ha distrutto la vita di Seo-woo e le ha portato via i genitori per sempre o dalla fredda distesa di neve dei paesaggi meravigliosi della Norvegia, dove il protagonista ha trascorso l’infanzia, ma ha perso la madre.

Nel rendersi conto delle loro mancanze e delle loro fragilità, i due protagonisti riscoprono la vita e uniscono i loro mondi interiori e la loro sensibile storia d’amore si intensificherà al punto di capire che l’uno avrà bisogno dell’altra e viceversa. Molto toccanti i momenti in cui Seo-woo e Ha-won tornano nei luoghi dolorosi che vorrebbero dimenticare, ma si preparano emotivamente con il reciproco sostegno, perché riemergere è un ritornare e un riappropriarsi della propria esistenza. La musica, poi, è testimone delle loro emozioni, e darà la forza al protagonista di trovare il coraggio del perdono.

“A piece of your mind” è una storia armoniosa, un viaggio nella mente umana, in bilico sempre tra fragilità e ripensamenti. Una serie che consiglio di vedere e rivedere per scoprire anche una meravigliosa colonna sonora.  

Memoru Grace

La Signora in Giallo – Murder, She Wrote

Ci sono solo due temi musicali che sanno scatenare il terrore dalle prime battute: le due note che segnano il lento incedere della pinna dello squalo nel noto franchise creato da Steven Spielberg e il vivace motivo quasi ragtime che introduce le avventure della signora Fletcher. Perché tutti quanti sappiamo bene che, dopo la musica, ci saranno assassinii a volontà.

In realtà, Jessica Fletcher (superbamente interpretata dall’attrice inglese Angela Lansbury), protagonista della serie La signora in giallo (Murder, She Wrote), è una pacata ed elegante vedova, ex insegnante di inglese della minuscola cittadina di Cabot Cove nel Maine, che, una volta andata in pensione, diventa quasi casualmente una famosa scrittrice di gialli. Il problema è che Jessica non solo scrive libri gialli, ma addirittura scova per davvero omicidi e crimini di ogni genere, collaborando con la polizia e, di solito, surclassando nelle indagini le forze dell’ordine, che non sono sempre così felici di questa collaborazione. Ma il talento, si sa, non si può nascondere e quello di Jessica è degno dei grandi e brillanti detective Sherlock Holmes ed Hercule Poirot, con l’intuito e la mitezza loquace di Miss Marple e la penna da scrittrice alla Agatha Christie. E, d’altronde, dopo un episodio pilota intitolato Chi ha ucciso Sherlock Holmes?, non potevamo aspettarci di meglio.

La signora in giallo non è solo una serie TV, ma è un’istituzione. La serie venne girata e trasmessa senza interruzioni dal 1984 al 1996 (per la bellezza di 12 stagioni e 264 episodi) e continuò con quattro film per la televisione dal 1997 al 2003, inaugurando, infine, un franchise letterario enorme (i romanzi di Donald Bain) e altri prodotti derivati (come il videogioco del 2009 Legacy Interactive). La serie vanta, inoltre, dei primati unici nella storia: due crossover – con le serie televisive Provaci ancora, Harry e Magnum P.I. (praticamente, due pilastri degli anni ’80) – e numerosissime guest star più o meno famose all’epoca. Parteciparono alle avventure di Jessica Fletcher i famosissimi June Allyson, John Astin, Martin Landau, Eli Wallach, Capucine, Dean Jones, Mel Ferrerr, Tippi Hedren, Elliott Gould e molti altri, ma trovarono l’inizio della propria fama anche George Clooney, Marcia Cross, Cynthia Nixon e Joseph Gordon-Levitt, solo per citarne alcuni.

Un altro primato che caratterizza la serie (dacché il suo terrore, come ho scherzato all’inizio dell’articolo) è l’alto tasso di mortalità: considerando che la maggior parte delle avventure della scrittrice (perlomeno, nella prima parte della serie) si svolge nel piccolo e pittoresco paesino marittimo di poche anime di Cabot Cove, ben 274 dei suoi abitanti – circa il 2% della popolazione con un ritmo di 5,3 morti l’anno – viene assassinato durante lo svolgimento delle vicende. Praticamente, una criminalità che, all’epoca, il Daily Mail stimò pari a quella dell’Honduras. E le cose non vanno meglio nemmeno quando Jessica Fletcher decide di trasferirsi a New York o quando si reca da qualche parte a visitare un amico o un parente o a ritirare un riconoscimento letterario o semplicemente in una vacanza di relax, perché il vero relax per la brillante detective e scrittrice è risolvere crimini. Qualcuno ha pazientemente contato 286 omicidi in totale, ma c’è chi sostiene che le morti violente siano molte di più e che solo appena il 10% dei morti fossero realmente conosciuti dalla detective scrittrice. Ma, se vogliamo sincerarci di ciò, non ci resta che contare, uno ad uno, tutti gli omicidi che l’adorabile Jessica risolve brillantemente nella serie, approfittando del recupero su Amazon Prime e continuando a chiederci se sia davvero il crimine ad inseguire Jessica o se sia vero il contrario.

Consigliato: sempre, a chi è cresciuto con il mito di Jessica Fletcher e a chi non l’ha mai vista in azione (esiste davvero qualcuno che non ha seguito le sue avventure?), in qualsiasi momento dell’anno, in qualsiasi stagione e a qualsiasi ora. Perché le indagini di Jessica non stancano mai. A meno che non abitiate a Cabot Cove, naturalmente.

Captain-in-Freckles

La leggenda di Momotarō

La leggenda di Momotarō è molto antica e risale al periodo Edo e, ancora oggi, è una delle più famose e conosciute leggende giapponesi.

Una coppia di anziani che non poteva avere figli ogni giorno pregava e si rivolgeva agli dei chiedendo un bambino che tenesse loro compagnia. Un giorno la donna, mentre stava camminando vicino ad un fiume, trovò una pesca gigante che galleggiava, la raccolse e la portò a casa per dividerla con il marito a cena.

Nel momento in cui i due coniugi aprirono la pesca, uscì un bambino che disse loro di essere stato inviato dal cielo: le preghiere dei due anziani erano state quindi ascoltate! Visto che il bambino era nato da una pesca, venne chiamato Momotarō (桃太郎, “ragazzo nato da una pesca”).

Ogni giorno Momotarō cresceva sempre più robusto e coraggioso e, con orgoglio e affetto, i due anziani genitori si dedicavano a lui. Il dono degli dei aveva riportato felicità in quella casa.

Una volta cresciuto, Momotarō, per ringraziare i genitori, decise di lasciare la casa e partire per combattere contro gli orchi Oni che affliggevano il villaggio. Lungo il cammino incontrò un cane, una scimmia e un fagiano che si unirono alla missione contro gli orchi. Il ragazzo con l’aiuto dei nuovi amici riuscì a sconfiggere gli orchi e a riportare il tesoro e il bottino che i mostri avevano rubato per tanti anni.

Si pensa che la storia di Momotarō sia originaria di Okayama, mentre l’isola dove si nascondevano gli orchi Oni sia Miyajima, un’sola del mare interno, dove sono state ritrovate delle grandi caverne artificiali.

Momotarō ha ispirato diversi racconti, lungometraggi e anime, ma quello che personalmente ricordo di più è ” Il magico mondo di Gigì” (Mahō no princess Minky Momo) dove la protagonista dell’anime deve il suo nome proprio a Momotarō e vi ricordate chi erano i suoi magici aiutanti? Shindobuk, Motcha e Pipil, un cane, una scimmia e un canarino.

Memoru Grace

RUN ON – Andare avanti per diventare una versione migliore di se stessi

Devo ammettere che le prime due puntate di questo drama non mi avevano coinvolto particolarmente, non per la lentezza, ma perché sembrava non accadere quasi nulla, non riuscivo a percepire da subito neanche l’eventuale sintonia tra i personaggi ; poi, cercando di procedere con lo stesso ritmo della storia, ho capito che il messaggio principale era differente. La tematica fondamentale consisteva proprio nella comunicazione e non nella velocità. Il titolo mi aveva per un attimo ingannato perché il personaggio principale Ki Sun-Gyeom, interpretato da Im Si-Wan, è un ex velocista che abbandona la pista e la sua attività a causa di alcuni problemi legali in cui è stato coinvolto, ma la protagonista Oh Mi-Joo, interpretata da Shin Se-Kyung, è una traduttrice e interprete, alla quale sarà affidato il ruolo di “interpretare” e di farci comprendere i momenti della storia.

I due protagonisti sono agli antipodi e da quasi subito ci chiederemo cosa potrà mai avvicinarli, dal terzo episodio, però, capiremo che il comune denominatore di tutti personaggi è l’accettazione delle proprie debolezze, quelle ignorate o quelle odiate. Ki Sun-gyeom, per esempio, non ha mai fatto i conti con le proprie difficoltà a comunicare i propri pensieri, i propri sentimenti e le proprie emozioni, ha sempre corso per non pensare, non si è mai voltato indietro e ha cercato di affrontare così ogni difficoltà a partire dal brutto rapporto con il padre. Oh Mi-joo, invece, combatte da sempre il suo senso di inadeguatezza, sa di fare un lavoro per il quale è preparata, adora guardare film e tradurli, ma odia il suo sentirsi in stato di inferiorità per i costanti problemi economici e di liquidità e perché senza famiglia.  

Mi-Joo, in realtà, quasi fin dall’inizio, sembra provare qualcosa per Sun-gyeom che, però, non comprende da subito questo sentimento, ha prima bisogno di concentrarsi sulla propria emotività per riuscire ad avere fiducia. Per la ragazza, invece, è diverso, deve superare le proprie paure e le proprie insicurezze e riuscirà ad ottenere risultati anche grazie agli allenamenti per la maratona, spronata dallo stesso Sun-gyeom che le sarà a fianco riuscendo così a capire se stesso e i suoi sentimenti.

Entrambi i protagonisti sono molto severi con loro stessi e pretendono il massimo, per questo la loro storia non decolla da subito, ma non vi abbattete, perché durante gli episodi riuscirete a capirli e ad affezionarvi.

Accanto ai due protagonisti troviamo poi un’altra coppia di personaggi con i quali, invece, si entra in sintonia da quasi subito, Seo Dan-ah (interpretata da Choi Soo-young) e Lee Yeong-hwa (interpretato da Kang Tae-oh). Seo Dan-ah è la CEO di un’agenzia sportiva, erede del gruppo Seomyeong, ma, in quanto donna, viene quasi esclusa dalla società e dovrà lottare per imporsi nel mondo del lavoro. Questa è una tematica che mi ha fatto pensare molto e non è la prima volta che la vedo trattata in un drama.

Lee Yeong-hwa è, invece, uno studente d’arte, un ragazzo socievole, brillante, appassionato di cinema. Tra Dan-ah e Yeong-hwa scatterà qualcosa, ma sarà molto lento e anche nel loro caso saremo spettatori di una trasformazione.

Run On è un drama che sembrerà all’apparenza semplice, ma che presenta in realtà diversi spunti di riflessione, pur essendo un drama romantico, i dialoghi non sono mai sdolcinati, anzi, le interiezioni tra i personaggi sono spesso dirette, mai forzate o banali, ma semplici e realistiche. Questo è davvero il punto di forza della serie.

Cosa dirvi di più? La location si sposta più volte, ma avrete il piacere di riguardare alcuni scorci di paesaggio che avete visto in “Hometown Cha Cha Cha” e “Do Do Sol Sol La La Sol”. Run On è uno dei pochi drama dove non esiste un second lead per nessuna delle due coppie e questa è un’altra caratteristica che lo contraddistingue. Impeccabile, poi, la colonna sonora.

Non mi resta che augurarvi buona visione!

Memoru Grace

Bad and Crazy (ovvero elegia della doppia personalità)

Diciamo la verità: dopo un po’, i drama troppo romance mi fanno sentire incatenata e sento immediatamente la mancanza di azione, sparatorie e un pizzico di crime. Per cui, quando mi sono imbattuta in Bad and Crazy, ho trovato la serie perfetta per me, un mix di action movie e di umorismo, che scava tunnel profondi nel buio dell’anima e nella psiche. Perché tutti, per citare Pirandello, siamo uno, nessuno e centomila.

La storia gravita intorno a Ryu Soo-yeol (interpretato da un Lee Dong-wook mattatore sopra le righe), un poliziotto corrotto, avido, a tratti pauroso e anche un po’ tirchio, il cui unico scopo è fare carriera a scapito dei suoi colleghi (motivo per cui chiude spesso un occhio sulle malefatte interne e va a cena con politici che allungano bustarelle): un cattivo agente della giustizia che lavora principalmente per se stesso. Al contrario, K (sornione e folle Wi Ha-joon nella sua interpretazione) ha un senso così elevato della giustizia da sentirsi un vero e proprio supereroe, tanto che gira per le strade con la sua motocicletta come un vigilante per lottare per i più deboli. Ed è pazzo furioso, perlopiù. Il fatto è che – plotwist – Ryul Soo-yeol e K sono la stessa persona.

Proprio così. Perché, mentre Ryu Soo-yeol vorrebbe lottare per la giustizia e scoprire il vaso di Pandora della corruzione interna, ma è costretto a subire e ad adattarsi al sistema, il suo alter ego è completamente svincolato da qualsiasi sovrastruttura sociale e, quindi, agisce di conseguenza solo seguendo la propria morale. D’altronde, K si autodefinisce il supereroe personale di Ryu Soo-yeol, creato da lui stesso per aiutarlo ad affrontare i momenti difficili, ma anche per compiere quelle azioni che Ryu Soo-yeol non sarebbe mai in grado di compiere da solo. E non si tratta solo di lanciarsi da un palazzo in fiamme, di salvare persone o di picchiare – a tempo di musica, naturalmente – venti pericolosi trafficanti di droga in un’unica volta, quanto di affrontare il buio dell’inconscio e i traumi dell’infanzia che Ryu Soo-yeol ha sempre negato.

Cara vecchia bipolarità! Bad and Crazy è un drama unico nel suo genere, che sembra iniziare in sordina come una semplice storia crime per, poi, addentrarsi in argomenti complessi, aprendo lo squarcio che esiste tra la realtà delle cose e la nostra percezione e, soprattutto, tra quello che siamo, quello che vorremmo essere e quello che le altre persone vedono in noi. Siamo tanti, a seconda dei momenti che viviamo, e non siamo nessuno in particolare e, quando non vogliamo vivere certe situazioni o non sappiamo come affrontarle, ci sembra quasi di negare noi stessi e di essere un’altra persona. Ma è in questa moltitudine e in questa complessità che si caratterizza anche la nostra unicità e la nostra esclusività.

Menzione a parte per il citazionismo presente all’interno di questo drama, che aiuta ad entrare nella giusta dimensione della doppia personalità del protagonista, a cominciare con la scena iniziale, che riecheggia Fight Club, per continuare con la sigla con quei titoli un po’ tarantiniani e un po’ leoniani che definiscono il Bad e il Crazy di questa storia.

Consigliato: a chi ama il genere crime e non si infastidisce per le scene di sangue (vi avverto); a chi cerca un drama diverso e unico nella sua specie o vuol prendere una boccata d’aria dai classici drama; a chi non ha paura di affrontare le proprie paure e le proprie personalità; e, infine, a chi non ha mai visto un drama, ma sa che “la prima regola del Fight Club è non parlare del Fight Club”.

Captain-in-Freckles

L’ ukiyo-e, lo stile amato da Van Gogh

L’ukiyoe ( 浮世絵 , “immagini del mondo fluttuante” ), nasce in Giappone nel 17esimo secolo ed è un genere di stampa artistica, impressa con matrici di legno ed eseguita tramite la xilografia.

Durante il periodo Meiji, con la fine dello shogunato , il Giappone visse un’ epoca di rinnovamento culturale e un cambiamento nella struttura sociale e politica incentivando, di conseguenza, gli scambi con l’Occidente. Proprio in questo periodo, le xilografie furono utilizzate come materiale di imballaggio per coprire ceramiche e vasi diretti in Europa, ma i mercanti, gli artisti, i viaggiatori furono colpiti dal fascino di queste stampe e così l’arte nipponica iniziò ad essere apprezzata in Europa anche grazie all’esposizione universale di Parigi del ’78 che diede molta rilevanza all’arte d’Oriente.

Lo stile giapponese piano piano riuscì ad ottenere diversi accoliti tra gli artisti occidentali , trai più entusiasti, Van Gogh, Renoir, Monet, Degas e lo stesso Klimt.

L’ukiyoe è un tipo di stampa che si realizza in diversi passaggi, per prima cosa il bozzetto che verrà poi fissato in un blocco di legno di ciliegio. Il primo blocco viene intagliato e serve per la stampa del contorno nero, poi per ogni colore viene intagliato un blocco di legno differente. La procedura prevede, dopo l’intaglio, che venga applicato il colore, per prima le zone più piccole del disegno.

Artisti come Hokusai o Utamaro furono nomi importanti legati all’arte nipponica, poi le stesse xilografie ukiyoe, vista la richiesta sempre più esigente in Occidente, iniziarono ad essere prodotte anche da artigiani.

Van Gogh fu, forse, l’artista occidentale più colpito e affascinato dalla tecnica giapponese, era ossessionato dai colori e dalla semplicità delle xilografie, studiò le luci e i paesaggi meravigliosi riprodotti. La sua decisione di trasferirsi ad Arles fu anche dovuta all’esigenza dell’artista di studiare e capire la luminosità cromatica che aveva apprezzato nelle stampe nipponiche. I paesaggi e le atmosfere di Arles lo immersero nella luce che tanto aveva cercato e, in una sua lettera al fratello Theo, scrisse ” Mi sento come fossi in Giappone”.

Come dare torto a Van Gogh e alla sua passione per il Giappone?

Memoru Grace