Il mese degli dei – Voglio correre fino al traguardo!

Kanna, una ragazzina di dodici anni, ha una grande passione per la corsa. Ha ereditato questa passione dalla sua mamma Yayoi, scomparsa un anno prima a causa di una malattia, da allora Kanna non riesce più ad impegnarsi in atletica come faceva una volta e, non riuscendo a superare il dolore per il lutto della madre, nasconde questa tristezza nel profondo del suo cuore. Un giorno, durante una maratona scolastica, ha un attacco di panico e inizia a fuggire fino ad arrivare nei pressi di un tempio.

Qui, Kanna indossa l’amuleto della madre e così inizia ad assistere alla apparizione di alcuni strani personaggi non visibili agli esseri umani, come il coniglietto Shiro e il ragazzo demone Yato. Kanna apprende qualcosa che non sapeva prima: sua madre era discendente di una stirpe divina, la cui abilità consisteva nella corsa.

Da questo momento in poi, per Kanna inizia un lungo viaggio e un’avventura inverosimile che la porterà fino alla terra di Izumo, al cospetto degli dei, con la speranza di poter rivedere la madre.

Il mese di ottobre, secondo la tradizione shintoista, è anche detto “mese senza dei”, cioè è il mese in cui tutte le divinità lasciano i loro santuari e si radunano al Santuario di Izumo.

Il viaggio di Kanna è un viaggio di formazione, catartico, è un continuo cercare di sprofondare con il proprio pensiero all’interno di un percorso che porterà al superamento delle paure e alla consapevolezza dell’importanza della vita. Kanna riuscirà a venire a capo della sua depressione e a riemergere dalla nebbia della disperazione?

Un racconto fantastico dalle sfumature psicologiche che ha il merito di tratteggiare con rara sensibilità la dolorosa storia di una perdita e la ricerca della vita.

Altro elemento importante è l’uso dell’antica mitologia nipponica e del folklore che possano fare da tramite tra la società moderna e il passato che dona la possibilità di trovare la chiave per aprire la porta della salvezza anche grazie alla scoperta delle proprie radici.

La maratona è un archetipo, è il simbolo della vita nonostante la fatica e ciò delinea bene tutta la storia di questo anime.

“Il mese degli dei” è un film di animazione prodotto dalla Liden Films, studio fondato nel 2012. In Giappone il film è uscito nel 2021 e, non a caso, nel mese di ottobre, il decimo mese dell’anno che nel calendario antico viene chiamato Kannazuki, “il mese senza dei ” e questo è uno dei motivi per cui la stessa protagonista si chiama Kanna.

Un anime molto bello, emozionante che vi consiglio e che potrete recuperare nel catalogo Netflix.

Memoru Grace

Non siamo più vivi (ovvero della crescita e della sopravvivenza)

Forse direte: oh no, la solita storia di zombie – e sappiamo bene che in Corea hanno una vera fissazione in merito (vedi il cult Train to Busan, ma anche le serie Sweet Home e Kingdom o lo stralunato Zombie Detective). E, in effetti, mi sono fatta coinvolgere perché – lo ammetto – ho anch’io la stessa identica fissazione per gli zombie. Quasi un divertissement automatico, un ritorno all’infanzia o un mega luna park mentale: non so, chiamatelo come volete, ma, appena vedo zombie, so che quel prodotto è per me, magari per farmi passare un paio di orette di pure divertimento. Poi, talvolta, accade che mi sbaglio, che il prodotto zombie era troppo noioso, troppo assurdo, troppo splatter (anche se questa cosa è immaginabile) e troppo irreale. Insomma, quella sensazione di aver buttato via ore per niente. Quando, però, imbrocco un ottimo prodotto di zombie, ne vale assolutamente la pena. Dacché, meglio chiarirlo subito, Non siamo più vivi appartiene a quest’ultima categoria.

Una normalissima giornata di sole in una fittizia cittadina della Corea del Sud inquadra un gruppetto di adolescenti di un liceo, con le loro ansie, le crisi esistenziali e di crescita, le amicizie, le paure e i primi amori, la lotta per sopravvivere al bullismo dilagante e ad una società sempre più feroce. Fino a quando una studentessa, venuta in contatto per sbaglio con un topo infetto nel laboratorio di scienze, non mostra strani sintomi: sarà l’inizio di un’epidemia, che dilagherà velocemente trasformando tutti gli infetti in creature zombie, non-morti privi di umanità che aggrediscono gli altri umani per nutrirsi (e anche per diffondere il contagio). Sarà in questo momento che un gruppetto di sopravvissuti tenterà disperatamente di mettersi in salvo, sfidando creature mostruose, attacchi bomba a sorpresa, legge marziale proclamata per contenere il contagio (memoria dei drammatici fatti degli anni ’80), ma, soprattutto, se stessi e i propri cari. Perché toccherà loro affrontare la parte più ignobile e mostruosa di sé per crescere e mettere in gioco i propri affetti e la propria volontà, che è ancora più forte di qualsiasi malevolo contagio (vedere il finale e attendere la seconda stagione per capire il commento).

Un momento per rammentare il giovanissimo cast che affronta con sicurezza e maestria fiumi di sangue e di apocalisse zombie: Choi Nam-ra (Cho Yi-hyun), la capoclasse introversa, studiosa e priva di amici che si trasformerà in una vera leader; Lee Su-hyeok (Park Solomon), l’ex ragazzo di strada pronto a difendere i deboli e a proteggere con il proprio amore; Nam On-jo (Park Ji-hu), studentessa non particolarmente brillante, ma empatica e inaspettata fonte di idee di sopravvivenza; Lee Cheong-san (Yoo Chan-young), il migliore amico di On-jo – e segretamente innamorato di lei – , coraggioso e pronto a fare a pugni con gli zombie (letteralmente); Lee Na-yeon (Lee Yoo-min, la bravissima ragazza delle biglie di Squid Game), ragazza di buona famiglia capricciosa e diffidente, tanto da essere incapace di inserirsi in società; Yoo Gwi-nam (Yoo In-soo), bullo della scuola con una cattiveria insita assurda, che peggiora nonostante l’apocalisse zombie; Jang Ha-ri (Ha Seung-ri), arciere bella e solitaria con la missione di proteggere il fratello minore Jang Woo-jin (Son Sang-yeon) e il suo amico Yang Dae-su (Im Jae-hyuk); Han Gyeong-su (Ham Sung-min), nerd genio della scuola, ma anche stratega d’eccezione…

Non siamo più vivi ovvero All of Us are dead (titolo originale: 지금 우리 학교는; Jigeum uri hakgyoneun, ovvero Ora, la nostra scuola…) è la trasposizione drama del noto webtoon Now at our School di Joo Dong-geun, pubblicato su Naver dal 2009 al 2011 e, in poche settimane, è diventato un successo planetario sulla piattaforma Netflix. Forse perché tutti ci indentifichiamo nei panni degli studenti che cercano di sopravvivere o nei profughi della cittadina al campo di quarantena (il COVID-19 ci è rimasto impresso per sempre nei nostri ricordi). O forse perché tratta del concetto di “sopravvivenza” in un modo più ampio e complesso rispetto a quello che si potrebbe immaginare per un normale prodotto di zombie. I protagonisti cercano di sopravvivere alla malattia, ma anche alla società, al bullismo esasperato, ai dissidi interiori, alle istituzioni che tendono a massificare, alle incertezze future e all’odio. E costruiscono legami, perché sanno che nel momento più critico si può fare una scelta tra il sopravvivere da soli o il vivere per gli altri e, in questa scelta, a differenza di altri survivor movie, decidono di pensare agli altri. Nulla può cambiare se ognuno si salva per sé, ma tutto può evolversi se si vive (e si muore) per le persone che amiamo davvero. Ed è l’unica visione che lascia intatti nell’anima anche nonostante gli attacchi oscuri dei zombie (o che dir si voglia).

Consigliato a chi: ama i film di zombie e i fumetti in stile The Walking Dead e, magari, si commuove ogni volta che vede Train To Busan; tende a trovare radici e significati nascosti anche negli horror; non si impressiona per qualsiasi spargimento di sangue o per pasti vagamente intensi; è così temerario da affezionarsi a tutti i personaggi.

Captain-in-Freckles

Il ponte di Harimaya

Nel cuore della città di Kōchi esiste un ponticello rosso molto caratteristico, luogo di una leggendaria e sfortunata storia d’amore del XIX secolo, lo Harimayabashi (はりまや橋).

Il giovane Junshin, monaco del Tempio di Chikurinji, sul monte Godai, si innamorò perdutamente di Ouma, figlia di uno stagnino e così infranse i suoi voti. I due ragazzi, inizialmente, riuscirono a nascondere la loro travagliata storia d’amore, ma un giorno, non lontano dal ponte Harimaya, il giovane Junshin venne sorpreso mentre acquistava una kanzashi, una forcina per capelli per la sua amata Ouma.

In quell’epoca, ai monaci era proibito avere relazioni d’amore, per cui i due poveri giovani vennero separati ed esiliati.

Il ricordo di questa storia rivive in molte poesie e canzoni popolari e ancora oggi rappresenta uno dei luoghi più ricercati dai turisti che visitano Kōchi. Nel 2009 è anche stato di ispirazione ad un film, “Harimaya Bridge”.

Il ponte si raggiunge a piedi a 15 minuti dalla stazione di Kōchi oppure prendendo il tram dalla stazione e scendendo alla terza fermata, Harimayabashi.

Fin dal periodo Edo, l’Harimayabashi, che è lungo circa 20 metri, veniva utilizzato dagli abitanti di Kōchi perché collegava i negozi di due potenti mercanti, Harimaya e Hitsuya.

Oggi, l’area intorno a questo famoso ponte color rosso scarlatto, si è trasformata in un parco per piacevoli passeggiate e, nei piccoli negozi vicini, si possono acquistare le forcine per capelli della leggendaria storia sfortunata dei due amanti, così come anche assaggiare piccoli dolcetti caratteristici in cui è impresso il disegno dei fermagli.

Memoru Grace

Consegne dal cuore – Storie vere di Mercari (Quando un oggetto ha una seconda possibilità di rendere felice qualcuno)

Il destino è qualcosa di meraviglioso. Ci lega nei modi più inaspettati. Oggi, da qualche parte in questa città, sta accadendo di nuovo un piccolo miracolo. L’oggetto dal quale qualcuno si è separato oggi, forse domani diventerà il tesoro di qualcun altro. Il mio lavoro è consegnare il destino”.

Questo è l’incipit di ogni episodio di “Consegne dal cuore. Storie vere di Mercari”. Una delle migliori serie giapponesi viste ultimamente, per me è stata una vera e propria sorpresa e mi sono fatta coinvolgere in ogni storia rappresentata. La serie è stata diretta da Kanji Katagiri ed è datata 2020.

Si tratta di sei storie raccontate in sei episodi, basati su eventi di vita vissuta ogni giorno e legati al popolare mercato dell’usato giapponese Mercari, dove un oggetto di cui si è separata una persona può cambiare la vita di un’altra persona.

La protagonista Riku (interpretata da Marie Iitoyo) è un’addetta consegne per la società logistica Elephant Express e con il suo camioncino colorato viaggia per la città e consegna oggetti di seconda mano, pacchi pieni di ricordi e sogni appartenuti a proprietari precedenti, ma che hanno la possibilità di arricchire la vita di altri nuovi proprietari che ne hanno la necessità.

Nella prima storia, un giovane musicista di strada riceve la chitarra appartenuta ad un compositore e musicista che ha interrotto la sua carriera dopo vent’anni non essendo riuscito a sfondare nel mondo della musica, ma augurandosi che quello strumento possa, invece, cambiare la vita di qualcun altro, realizzando i suoi sogni.

Nella seconda storia, una coppia che sta divorziando decide di mangiare insieme per l’ultima volta , ma le loro strade si divideranno davvero?

Nella terza storia, una ragazza che crea gioielli di bigiotteria e li vende sul marketplace di Mercari, incontra un acquirente in una stazione ferroviaria e forse lì troverà anche l’amore.

Nella quarta storia, un vicino spazientito discute con una madre che continua a sgridare i suoi quattro figli superando i decibel e i limiti di tollerabilità del rumore.

Nella quinta storia, una coppia trasferitasi in campagna, rinvanga nelle vite passate dei parenti e riscopre l’affetto per una persona che si credeva sparita dalla propria vita, superando così anche le proprie difficoltà e incomprensioni.

Nell’ultimo episodio della serie, invece, l’attenzione si sposta sulla storia della vita di Riku che, fino ad adesso, abbiamo visto solo come colei che consegna il pacco dei sogni o dei ricordi. Riku riceve una videocassetta che mostra i filmati dei suoi genitori e riscopre il potere della nostalgia come cura alla tristezza. Sei storie del cuore, mai scontate, ma piccoli gioielli che scaldano l’anima, perché come protagonisti troviamo sempre delle persone comuni che potremmo essere anche noi.

Memoru Grace

Love Alarm (ovvero può un’app gestire i nostri sentimenti?)

Ammetto che sembra quasi un articolo del tipo “fatto male e recensito peggio”, visto che non riesco ancora a capire quali contingenze astrali mi abbiano spinta a recuperare questo drama. Ammetto pure che il doppiaggio italiano che Netflix ha deciso di affibbiare manca di sincrono tra voce e immagine e va a penalizzare ancora di più una trama inconcludente e sconnessa. E, in realtà, mi dispiace anche un po’, perché non sono ancora riuscita a trovare un drama in cui apprezzare per davvero Song – Mister Farfalle – Kang.

Love Alarm è un’app che, connettendosi con i parametri vitali del corpo di ogni utente, permette di individuare se, in un raggio di metri piuttosto ristretto, sono presenti persone che nutrono sentimenti di amore. In quel caso, l’app invia una notifica (sonora, visiva e comunicativa) per avvertire in modo anonimo che nelle vicinanze è presente qualcuno a cui l’utente piace. In un mondo sempre più influenzato dalle tecnologie e attaccato all’approvazione proveniente da social e spazi virtuali, l’app diventa immediatamente dilagante tra i giovani, arrivando a gestirne subito la vita sentimentale. In questo scenario, Kim Jo-jo (interpretata da Kim So-hyun), adolescente povera, bistrattata dalla zia e dalla cugina peggio di Cenerentola con matrigna e sorellastre, perennemente in depressione e con un passato traumatico alle spalle, scarica l’app e inizia a far battere il cuore del bello e dannatamente ricco Hwang Sun-oh (Song Kang), riempendo il suo Love Alarm di cuoricini di notifiche. Col tempo, però, le sue ansie e le sue paure arrivano a galla e il timore di trovarsi abbandonata e di soffrire per amore la porta a scaricare segretamente uno scudo che scherma completamente le sue preferenze sull’app, così da non inviare a nessuno che le possa piacere la notifica del cuore. Ciò le permette di scaricare brutalmente Hwang Sun-oh, senza fornire una vera spiegazione, e di proteggersi da un eventuale cuore spezzato. Naturalmente, spezza il cuore degli altri, ma, a quanto pare, non è importante. Passano gli anni, Jo-jo è diventata un’ottima studentessa universitaria, che, in incognito, disegna sui social opere di dubbia depressione e di sicuro successo tra i giovani, e incontra di nuovo per caso il suo ex fidanzato, che è ancora innamorato di lei, con tanto di notifica di Love Alarm che si accende sempre e che non riesce ad inviare all’attuale fidanzata. Ma, a peggiorare le cose, ci si mette anche Jung Ga-ram (Lee Hye-yeong), il migliore amico dell’ex fidanzato, che è sempre stato innamorato di Jo-jo e – anche lui – la inonda di notifiche su Love Alarm. A questo punto, la protagonista, che fino a qui già è stata poco lineare, diventa il massimo dell’incoerenza: continua a mantenere lo scudo, ma sa che il suo cuore invierebbe notifiche a Sun-oh e, quindi, lo maltratta quando lo incontra, ma lo va a cercare sempre, salvo, poi, accusarlo di assillarla in continuazione, mentre decide di frequentare Ga-ram, che è lieto anche senza ricevere la notifica di Love Alarm e disponibile a venire alle mani con Sun-oh.

In questo triangolo amoroso (che diventa un quadrilatero se consideriamo anche la fidanzata maltrattata di Sun-oh) che va avanti per la bellezza di quattro anni, si inseriscono, in ordine sparso: una società che diventa talmente dipendente da Love Alarm da creare classifiche, graduatorie ed eventi a punti in base alla popolarità sull’app; la cugina della protagonista che cerca di conoscere l’inventore di Love Alarm e, poi, se ne pente amaramente; uno stalker che pedina Jo-jo ovunque; un serial killer che usa l’app per uccidere donne; un ex compagno di classe geniale e aspirante suicida che nasconde un segreto; un gruppo di anonimi sconosciuti che decidono di togliersi la vita perché nessuno ha mai mandato loro una notifica su Love Alarm; la verità sui genitori della protagonista che si erano suicidati in una setta; etc… Insomma, ad un certo punto, ho contato più morti che in Squid Game! In questa lunga sequela di tragedie e di morti, però, la protagonista matura le proprie paure e comprende che non si deve nascondere di fronte all’amore e che schermarsi è inutile: così, cerca in tutti i modi di liberarsi dallo scudo e, quando fa suonare il Love Alarm di entrambi i corteggiatori, comprende che deve decidere con il cuore e non con un’app. Dopo un centinaio di morti che lo spettatore si è beccato a caso (perché mi sarebbe piaciuto approfondire almeno un caso poliziesco, almeno per non prestare attenzione a personaggi che odiavo, ma niente) e dopo che la nostra paladina ha pestato il cuore altrui con scarpe chiodate (e ha rotto anche altro, personalmente), si arriva al forzatissimo happy ending… Forse… Perché stanno minacciando una nuova stagione.

Il problema di questo drama è il fatto che parte da un’idea originale e accattivante, quello dell’app legata ai nostri sentimenti, e che aveva ben tre strade per affrontare l’argomento (la via sociologica sulla ricerca odierna dell’approvazione sociale, la via psicologica sull’evoluzione dei personaggi e il superamento dei traumi d’infanzia e la via scientifica sull’influenza della tecnologia sulla società) e, invece, non ne segue nemmeno una. Inoltre, laddove vuole aggravare la mano sul pericolo di tale tecnologia e inserisce la componente thriller/giallo, fa una virata del tutto assurda, visto che lo spettatore non riesce a seguire un caso di cui sono forniti pochi dettagli e che si perde nei meandri degli psicodrammi amorosi dei protagonisti (tanto per dire, quando hanno arrestato il serial killer, io ne avevo persino dimenticato l’esistenza).

In ogni caso, ho tratto diversi insegnamenti anche da una visione che non ho apprezzato. Anzitutto, mai farsi coinvolgere dalla tecnologia dei nostri smartphone e dalle piazze virtuali fino a divenirne dipendenti. Quest’insegnamento che penso sia stato il vero fulcro da cui è partita la sceneggiatura del drama dovrebbe essere valido soprattutto per una generazione che è nata con i profili social e che agisce in base a ciò che va più di tendenza al momento, mangia in base a quanto un cibo o un posto possa essere instagrammabile e va in vacanza in base alla quantità di foto che può caricare e che possono essere apprezzate. Una società che aspira all’essere (vedi l’app che si collega ai parametri vitali), ma diventa solo apparire (i punti della graduatoria di Love Alarm) e che, nel falso mito di rendere tutti eguali (l’app appiattisce tutti, senza distinzione di classi sociali e di ricchezza), crea nuove e più profonde discriminazioni (le nuove classi che si generano in base alla popolarità raggiunta sui social). Un concetto che meritava forse un’analisi più approfondita.

Ma ho imparato un’altra cosa – e la scrivo apparentemente a cuor leggero: pare che gli spettri degli ex innamorati escano sempre, sia che voi vi troviate nella posizione di quella povera fidanzata mortificata di Song Kang, sia che voi siate direttamente Song Kang. Per cui liberatevi di certi fardelli, perché è giusto custodire i ricordi, ma non farsi condizionare così da loro per poter prendere di nuovo in mano la propria vita, riparare il proprio cuore e andare avanti. E, se Song Kang non ha accolto le mie urla di incoraggiamento durante la visione, almeno serva come insegnamento personale.

Consigliato: a chi valuta troppo app, smartphone, tecnologia e social e che forse dovrebbe iniziare a liberarsene; a chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita, ma deve ancora superare i drammi del passato; a chi non ha prestato attenzione alla mia recensione che vi sta sconsigliando di recuperare questo drama. Però, fate un po’ voi.

Captain-in-Freckles

Piccola chicca: esiste per davvero l’app Love Alarm ed è disponibile gratuitamente in qualsiasi AppStore; in Italia non è ancora stata scoperta, ma pare che in Asia stia iniziando ad andare di moda. Provare per cercare malfunzionamenti vari.

Hello World

Nell’anno 2027, in una Kyoto che ha visto enormi progressi tecnologici, vivono Naomi Katagaki, un ragazzo liceale introverso e appassionato di lettura e Ruri Ichigyou, una studentessa, dal carattere diretto e a tratti spigoloso. Naomi, che condivide con Ruri la passione per la lettura, teme, però, spesso il confronto con la ragazza a causa proprio dei suoi modi di comportarsi sempre poco cortesi.

Un giorno, Naomi durante una passeggiata, vede nel cielo un’aurea purpurea e improvvisamente la visione di un corvo a tre zampe, poi un uomo incappucciato e misterioso si avvicina a lui. Naomi è impaurito, ma l’uomo gli confida di essere il suo Io del futuro, del 2037, che è venuto per avvertire il ragazzo di un avvenimento tragico che accadrà a Ruri, poco dopo l’inizio della loro relazione.

Naomi rimane profondamente scosso dal racconto e dall’incontro, ma, poi, con l’aiuto del suo Io del futuro, inizia a prepararsi per salvare Ruri.

Potrà Naomi cambiare il futuro? Le azioni di Naomi cambieranno la storia e sconvolgeranno la linea e la dimensione spazio-temporale?

Un anime scritto da Mado Nozaki e diretto da Tomohiko Itō, noto per aver curato le stagioni di Sword Art Online, Silver Spoon ed Erased. Hello World è stato distribuito in Giappone, dal 20 settembre 2019, dalla Toho, una grande casa di produzione fondata nel 1932 a Tokyo e famosa per aver distribuito e prodotto tutti i film dedicati a Godzilla. In Italia potrete trovarlo, invece, nel catalogo Netflix.

Hello World è un anime che presenta una buona chiave di riflessione in merito a diverse tematiche e, anche se mi aspettavo qualcosa di più, resta comunque godibile a livello di storia e di effetti speciali.

Memoru Grace

Great Wisteria Festival

Ogni anno da metà aprile a fine maggio il “Great Wisteria Festival” richiama moltissimi turisti che sono coinvolti in uno spettacolo inebriante di profumi e colori.

In Giappone, infatti, la primavera è una stagione magica non solo per la fioritura dei ciliegi, ma anche per le meravigliose cascate lilla di glicine che creano un’atmosfera incantevole e fatata.

A circa due ore di treno da Tokyo, nella prefettura di Tochigi, l’Ashikaga Flower Park ospita il Great Wisteria Festival dove si possono ammirare più di 350 piante di glicine ultrasecolari che fino alla fine di maggio risplendono nella loro fioritura.

L’attrazione più incantevole del festival è il famoso “tunnel di glicini “, lungo 80 metri, una passeggiata stupenda e romantica sotto le cascate lilla di glicini, uno spettacolo ambito dai turisti che visitano l’Ashikaga Flower Park.

Il glicine è uno dei fiori più apprezzati dai giapponesi e viene anche chiamato “fuji”, come il monte Fuji, con una leggera differenza di pronuncia. Era tradizione, fin dai tempi antichi, farlo crescere in tralicci molto alti e pergolati che potessero ricreare delle incantevoli atmosfere. Questo fiore abbelliva, infatti, i giardini delle residenze nobiliari e fu decantato in molte occasioni da poeti e artisti. Le fibre del glicine, inoltre, venivano filate e utilizzate anche per tessere stoffe di solito molto resistenti.

All’interno del Great Wisteria Festival sono molte le tipologie differenti di glicine, ma di certo si rimane ammaliati da un esemplare di oltre 150 anni con un’ampiezza di duemila metri quadrati, i suoi rami rampicanti vengono tenuti da appositi sostegni per far in modo che le persone possano passarvi sotto ed essere avvolte da una cascata di fiori. Proprio questo antichissimo esemplare sembra aver ispirato James Cameron per il suo Albero della Vita nel film “Avatar”.

Memoru Grace

Star Wars: The Clone Wars

Per me quest’assunto è essenziale: non vi potete dire veri fan di Star Wars se non avete recuperato la serie d’animazione Star Wars: The Clone Wars. E, se non lo avete fatto, organizzatevi subito per trovare tutte e sette le stagioni e guardare come si svolgono le vicende di Obi Wan-Kenobi, Anakin Skywalker e Ahsoka Tano in quel frammento determinante di tempo delle guerre dei cloni. Senza dimenticare penna e bloc-notes, perché ogni singolo episodio inizia con una frase ad effetto, un vero e puro insegnamento in stile Yoda, da cui poter ricavare la spiegazione dell’episodio stesso, una morale valida nel medio e nel lungo periodo per comprendere lo svolgimento della guerra, ma anche le profonde fratture e i cambiamenti dell’animo dei protagonisti e, in fondo in fondo, anche una didascalia così apodittica e di alta levatura etica che può essere utile a tutti, pur nelle nostre vite non Jedi (e non Sith).

Veniamo alla trama. Occorre, anzitutto, precisare che la storia di Star Wars: The Clone Wars si svolge in un lasso di tempo abbastanza breve che intercorre dal film Star Wars – Episodio II: L’attacco dei cloni al film Star Wars – Episodio III: La vendetta dei Sith e che l’antefatto della guerra è anticipato dal film d’animazione Star Wars: The Clone Wars. A seguito della crisi già trattata nel secondo episodio della trilogia prequel, i Separatisti controllano quasi tutte le rotte dell’Iperspazio, avendo costretto le forze della Repubblica a ridurre i propri tragitti lungo l’Orlo Esterno. Per questo motivo, la Repubblica continua ad impiegare i cloni per vincere un esercito composito e vagamente anarcoide capeggiato dal Conte Dooku, dal robotico Generale Grievious e dalla sicaria Sith Asajj Ventress, senza, però, dimenticare di servirsi dei suoi migliori Jedi. Ed è qui che entrano in campo Obi Wan-Kenobi, il suo allievo Anakin Skywalker (molto prima di dannarsi l’anima) e la sua allieva Padawan Ahsoka Tano – perché, anche se il Consiglio non gli riconosce il rango di Maestro, gli riconosce l’onere di istruire una giovane combattente cocciuta, passionale e istintiva, che diventa presto la vera protagonista di The Clone Wars. Accanto ai nostri eroi, riappare il Maestro Yoda, in formissima sia come combattente che come ambasciatore, Padmé Amidala, Rex (o Capitano Rex), Mace Windu e Palpatine aka Darth Sidious (ovviamente), ma torna pure il redivivo Darth Maul. Emozioni e colpi di scena garantiti fino all’ultima stagione, dove l’ultimo arco narrativo ha un piccolo sfasamento temporale, coincidente con le vicende contemporanee al terzo episodio della trilogia prequel, ma anche immediatamente successive all’emanazione da parte di Palpatine (eletto neo-Imperatore galattico) dell’Ordine 66.

Motivi per cui è doveroso recuperare la serie, che si snoda per ben 7 stagioni e per la bellezza di 133 episodi (senza considerare il film introduttivo che fa da episodio pilota): Ahsoka Tano è diventata uno dei personaggi più iconici di tutto il franchise e dà vita (in live action, grazie alla meravigliosa interpretazione di Rosario Dawson) alla seconda stagione della serie The Mandalorian; il primo arco narrativo della settima stagione costruisce la squadra sabotatrice che aiuta Anakin nella guerra e che diventa protagonista della serie Bad Batch; il secondo arco narrativo della settima stagione spiega la conquista di Mandalore da parte di Ahsoka (con tante conoscenze che ritroviamo, ancora una volta, in The Mandalorian, compresa Bo-Katan); il terzo arco narrativo della settima stagione dà vita alla serie d’animazione Rebels, che è il seguito naturale di The Clone Wars; il personaggio di Asajj Ventress è molto più che una normale cattiva e diventerà fondamentale per l’evoluzione degli eventi di Star Wars (vedi il romanzo L’apprendista del Lato Oscuro); le teorie sulla morte e sulla rinascita di Darth Maul sono fondamentali per capire tante cose disseminate qua e là nell’universo delle guerre stellari; Dave Filoni, autore e regista di The Mandalorian, è la mente occulta dietro tutto questo; infine, potete mettere in dubbio non solo il rigoroso fanatismo dei Sith, ma anche la lucida e logica freddezza dei Jedi.

Ma, se per caso questi indizi non vi bastassero, vi cito solo due frasi che sono diventate iconiche per gli appassionati di Star Wars: “– Hello there! – General Kenobi!” e “I am no Jedi“.

Consigliato: ai fan di Star Wars a cui manca questa chicca preziosa e a quelli che l’hanno già vista (perché le revisioni sono sempre importanti); agli amanti di anime e/o di sci-fi; a tutti quelli che non hanno mai visto nulla di Star Wars, perché – diciamo la verità – “gli unici che non hanno mai visto Star Wars sono gli attori che hanno recitato in Star Wars. Perché loro lo hanno vissuto, Ted. Hanno vissuto Star Wars” (cit. How I met your mother).

Buon viaggio nell’Iperspazio!

Captain-in-Freckles

Youth of May – In ricordo di una giovinezza perduta

Il 12 dicembre 1979 in Corea del Sud sale al potere, con un colpo di stato militare, il generale Chun Doo-hwan che è deciso a schiacciare i movimenti di rivolta e di opposizione contro il regime, arrivando a dichiarare in vigore la legge marziale dal 17 maggio 1980 su tutto il territorio nazionale, proibendo ogni attività politica e facendo chiudere tutte le università.

“Youth of May” è ambientato a Gwangju nei giorni precedenti e successivi alla rivolta del 18 maggio, quando cittadini e in maggior parte studenti scesero in piazza per manifestare e chiedere il ripristino dei diritti civili. Nella cornice drammatica di questo grande evento doloroso troviamo le vite comuni di quattro giovani.

Hwang Hee-tae (nella meravigliosa interpretazione di Lee Do-hyun, visto già in “Melancholìa”) è un ragazzo alle porte della laurea in medicina, ma che ha perso la sua passione proprio per la medicina dopo aver assistito a un incidente che ha coinvolto il suo amico Seok-chul. Hee-tae, che ha da sempre ottenuto degli ottimi risultati scolastici ed è riuscito ad entrare alla prestigiosa facoltà di medicina dell’università di Seoul, diventando quasi una leggenda per la realtà più piccola di Gwangju, si trova ad affrontare un momento sospeso tra il chiarire cosa voler fare del suo futuro e il cercare di superare le proprie insicurezze e incertezze. Proprio in questo frangente si ritrova a dover accettare il desiderio di suo padre di presentarsi ad un appuntamento al buio, il cui scopo sarebbe il matrimonio con una ragazza di nome Soo-ryeon.

Lee Soo-ryeon (interpretata da Keum Sae-rok) è una ragazza di famiglia ricca e benestante, che studia giurisprudenza all’università, ma è uno spirito libero, non vuole legarsi a nessuno e manifesta attivamente la sua passione politica per la conquista dei diritti civili. Proprio per questa ragione chiede alla sua migliore amica Myung-hee di presentarsi all’appuntamento al buio al posto suo.

Kim Myung-hee (interpretata magistralmente da Go Min-si, vista in “Love Alarm”) è una ragazza povera, ma determinata, lavora sodo ogni giorno come infermiera all’ospedale di Gwangju e affronta le difficolta quotidiane con costanza e fierezza. Nonostante sia una ragazza minuta ha una forza morale, un’integrità e una fede che la contraddistinguono da chiunque. Myung-hee è forte come un giunco, non si lascia spezzare e abbattere dagli eventi avversi, ma con la sua determinazione li affronta a testa alta.

Lee Soo-chan (interpretato da Lee Sang-yi, visto in “Hometown Cha Cha Cha”) è il fratello maggiore di Lee Soo-ryeon, è tornato da un periodo di studi all’estero e adesso lavora con il padre nella ditta di famiglia. Soo-chan prova un sentimento di stima e affetto per Myung-hee che ha da sempre conosciuto perché migliore amica della sorella.

In tutto questo contesto, come scritto dal destino, Myung-hee e Hee-tae si innamorano. Purtroppo, però, il padre di Hee-tae è anche responsabile dell’esercito, non è contento del figlio maggiore, è un uomo prepotente e cerca sempre di imporre il proprio volere a tutta la famiglia. Quando il padre di Hee-tae, Hwang Gi-nam, scoprirà che il figlio si è innamorato di Myung-hee farà di tutto per interrompere la loro relazione, portando all’esasperazione Hee-tae che allargherà la profonda frattura già esistente con il padre. Inoltre, Gi-nam conosce bene il padre di Myung-hee per via di alcuni segreti del passato e questo non farà altro che far aumentare gli ostacoli nella storia d’amore dei due ragazzi che, nonostante tutto, riusciranno a dirimere i vari contrasti e a vincere ogni difficoltà perché anime affini.

Insieme alle piccole lotte personali di questi giovani si prepara a scatenarsi qualcosa di più grande che sconvolgerà l’ordine e la vite di moltissime persone a Gwangju e che aprirà una pagina nera nella storia della Corea del Sud. Negli ultimi episodi della serie vivremo un climax di tensione e drammaticità che ci porrà davanti interrogativi esistenziali e intense immagini di dolore e tristezza, accompagnati dalla consapevolezza della crudeltà e della cattiveria umana o da piccoli gesti di altruismo e solidarietà di singoli. I nostri protagonisti saranno anche loro inghiottiti da questa girandola di eventi tragici.

Da quando ho terminato questa serie ho spesso ripensato a tante immagini, fotogrammi e momenti di questa storia e ogni volta continuo ad emozionarmi e a commuovermi e, di fazzoletti ne servono decisamente molti, ma i sentimenti trasmessi fino alla fine me lo hanno fatto salire al posto più alto della lista dei miei drama preferiti.

Dieci per la perfezione della trama, della storia e delle interpretazioni e un risultato eccellente anche nelle ricostruzioni storiche.

La visione di questo drama non è per nulla semplice, lo ammetto, ma ne vale la pena, ve lo assicuro, se non solo per ricordare un giorno di maggio nella vita di persone comuni, il cui cuore si è fermato per sempre oppure è rimasto incastrato come la puntina rotta di un giradischi. Infine, quelle ultime parole, quell’ultima preghiera che resta come speranza nella vita di chi è rimasto e che continua a rivivere una giovinezza perduta in pochi giorni di un maggio lontano, bagnato dalla pioggia della memoria e della sopravvivenza:

“Che il cuore torni a pensare a quel maggio, è normale. Quando perdi un ombrello che ti piaceva tanto, pensi a quell’ombrello ogni volta che piove. Figuriamoci quando torna la stagione in cui hai perso le persone a te care…è normale che il cuore riviva quei momenti. Come se fosse successo ieri.”

“Signore, se dovesse accadere qualcosa d’imprevisto e le nostre mani si separassero, ti prego non permettere che la vita di chi è rimasto venga sopraffatta dal dolore. Anche se le lacrime che versiamo in solitudine, scendessero copiose, per favore non farci annegare e donaci la forza e il coraggio di nuotare in sicurezza per tutta la vita”.

Memoru Grace

SwordArt Online – III stagione: Alicization & War of Underworld

Segue dalla recensione di SwordArt Online – II stagione: Phantom Bullet, Calibur, Mother Rosario, Ordinal Scale.

O meglio: segue dal finale senza parole del film Ordinal Scale. Qui sarebbe necessario qualche spoiler iniziale che vedrò di sorvolare. Diciamo che il finale di Ordinal Scale non è stato favorevole per la salute di Kirito, che si trova a lottare tra la vita e la morte attaccato ad una macchina. Il problema è che, ad un certo punto, sparisce dall’ospedale e da qualsiasi centro di cura in Giappone, portato su una piattaforma, dove il suo stato di incoscienza e di dipendenza dai macchinari viene sfruttato dal governo per monitorare il cosiddetto Progetto Alicization, che è qualcosa di più rispetto alla classica realtà virtuale perché, stavolta, la tecnologia Full Dive percepisce le emozioni umane con una verosimiglianza che va oltre la norma e che si fonde con l’anima stessa. Infatti, la nuova tecnologia si fonda sul Soul Traslator, che usa le leggi della fisica quantistica per trasferire letteralmente le anime umane all’interno della realtà virtuale e che è in grado di creare non solo intelligenze artificiali, ma vere e proprie anime artificiali. Così, mentre Asuna, aiutata dagli amici di sempre e da una ricercatrice americana, muove tutte le leve per cercarlo e salvarlo, Kirito si trova in un mondo verde e ignoto, ma di cui conserva inaspettatamente dei ricordi di infanzia felice insieme ad un ragazzo, Eugeo, e ad una ragazza, Alice. Questo nuovo mondo è fortemente gerarchizzato con una casta militare presieduta dai Cavalieri dell’Integrità e dalla Chiesa Assiomatica e con una serie di divieti raccolti nell’Indice dei Tabù. La piccola Alice si addentra nel Dark Territory, dove vivono orchi, giganti e creature malvage, violando uno dei tabù previsti, per cui viene puntita dalla Chiesa Assiomatica e prelevata dai Cavalieri dell’Integrità in catene. Anni dopo, Eugeo e Kirito, ormai diventati Cavalieri, decidono di sfidare i vertici della Chiesa Assiomatica e di recuperare la loro amica di infanzia, che, nel frattempo, è diventata un temibile Cavaliere dell’Integrità, Alice Synthesis Thirty, completamente priva dei suoi ricordi e delle sue memorie.

Questa è solo la premessa, perché da questo punto la storia si snoda in un modo molto complesso con nuovi e vecchi personaggi, due tronconi (Alicization e War of Underworld) e una serie di archi narrativi (Beginning, Rising, Uniting, Invading, Exploding, Awekening e Lasting) per un totale di 47 episodi. Ma, al di là della lunghezza della terza stagione, la complessità risiede anche nell’espediente tecnologico usato, che, se da un lato ci fa apprezzare una diversificazione rispetto alle stagioni precedenti, dall’altro lato mette i brividi per la minaccia che l’abuso della tecnologia può portare nelle vite umane. E non solo. Alicization introduce una serie di analisi su alcune tematiche molto pesanti, che ci fanno capire come sia cresciuto sia il pubblico di Sword Art Online e anche i suoi personaggi: dal tema onnipresente dell’amore e dell’amicizia, si passa alle tematiche della diseguaglianza sociale, dell’abuso di potere politico, del razzismo, della gerarchia quasi teocratica, ma anche del quesito su cosa sia l’anima e come possa essere giustificata la sua esistenza. Ecco: forse certe volte le tematiche presente sono un po’ troppe per lo spettatore, che rischia di perdere le fila della storia e di perdersi letteralmente tra gli innumerevoli quesiti proposti, a scapito anche di quella giocosità e di quella leggerezza, che, malgrado la drammaticità delle prime due stagione, si continuava a percepire. Inoltre, l’introduzione di nuovi personaggi (di tanti nuovi personaggi!) rischia di compromettere la stabilità dei vecchi, tanto da chiedersi se non era meglio portare avanti la stagione a prescindere dai vecchi personaggi: se, da un lato, il personaggio di Alice giganteggia (soprattutto, in sua assenza) e quello di Eugeo rimane impresso nelle menti e nei cuori degli spettatori, la figura di Asuna ne risente fortemente, onnipresente, ma quasi bloccata nel suo ruolo di eterna fidanzata e di salvatrice morale di Kirito (senza mai combattere seriamente), mentre Suguha e Sinon sembrano intervenire solo per sacrificarsi a pezzi in guerra, ma senza avere lo spazio di crescita che due personaggi così importanti si sarebbero meritate. Tuttavia, nonostante le sbavature e i buchi di trama, dovuti ad una pretesa molto ambiziosa, Alicization si dimostra un prodotto originale e particolare, che vale la pena recuperare e che, forse, avrebbe bisogno di essere ripreso e trattato meglio anche dagli animatori, perché dona spunti che nessun altro anime aveva ancora osato introdurre (o, perlomeno, lo aveva fatto solo parzialmente, come Fate/Stay/Night). Inoltre, presenta una tale carrellata di cattivi così atroci e così reietti, che inizieremo a pensare ai cattivi delle prime due stagioni come a dei samaritani.

Piccola avvertenza: se decidete di recuperare tutto l’anime, tenetevi a mente i nomi di tutti i personaggi incontrati nelle prime due stagioni e del film (magari, scriveteli su un foglio da parte), perché vi saranno utili per capire l’enorme e apocalittica battaglia finale di War of Underworld, che, da sola, meriterebbe un capitolo a part. Così merita un capitolo a parte la frase pronunciata da Suguha/Leafa, crivellata di colpi, trafitta da ogni dove e accecata in un occhio (tributo a certe immagini di Evangelion) e, pur tuttavia, capace di rigenerarsi, di rimettersi in piedi, prendere la spada in mano e urlare: Non mi è concesso essere sconfitta. Vi dico solo che l’ho adottato come mantra in un periodo complesso della mia vita. Direi che vale il recupero.

Consigliato: a chi ha amato le prime due stagioni di Sword Art Online e le avventure di Kirito, Asuna e compagni; a chi cerca un anime che dia uno sprone importante e che raffronti con una parte oscura di noi stessi; a chi apprezza sempre le epiche battaglie di spada e, forse, sul campo avrebbe urlato come Suguha di fronte al pericolo, sofferente, ma certo della vittoria.

Captain-in-Freckles