Love Alarm (ovvero può un’app gestire i nostri sentimenti?)

Ammetto che sembra quasi un articolo del tipo “fatto male e recensito peggio”, visto che non riesco ancora a capire quali contingenze astrali mi abbiano spinta a recuperare questo drama. Ammetto pure che il doppiaggio italiano che Netflix ha deciso di affibbiare manca di sincrono tra voce e immagine e va a penalizzare ancora di più una trama inconcludente e sconnessa. E, in realtà, mi dispiace anche un po’, perché non sono ancora riuscita a trovare un drama in cui apprezzare per davvero Song – Mister Farfalle – Kang.

Love Alarm è un’app che, connettendosi con i parametri vitali del corpo di ogni utente, permette di individuare se, in un raggio di metri piuttosto ristretto, sono presenti persone che nutrono sentimenti di amore. In quel caso, l’app invia una notifica (sonora, visiva e comunicativa) per avvertire in modo anonimo che nelle vicinanze è presente qualcuno a cui l’utente piace. In un mondo sempre più influenzato dalle tecnologie e attaccato all’approvazione proveniente da social e spazi virtuali, l’app diventa immediatamente dilagante tra i giovani, arrivando a gestirne subito la vita sentimentale. In questo scenario, Kim Jo-jo (interpretata da Kim So-hyun), adolescente povera, bistrattata dalla zia e dalla cugina peggio di Cenerentola con matrigna e sorellastre, perennemente in depressione e con un passato traumatico alle spalle, scarica l’app e inizia a far battere il cuore del bello e dannatamente ricco Hwang Sun-oh (Song Kang), riempendo il suo Love Alarm di cuoricini di notifiche. Col tempo, però, le sue ansie e le sue paure arrivano a galla e il timore di trovarsi abbandonata e di soffrire per amore la porta a scaricare segretamente uno scudo che scherma completamente le sue preferenze sull’app, così da non inviare a nessuno che le possa piacere la notifica del cuore. Ciò le permette di scaricare brutalmente Hwang Sun-oh, senza fornire una vera spiegazione, e di proteggersi da un eventuale cuore spezzato. Naturalmente, spezza il cuore degli altri, ma, a quanto pare, non è importante. Passano gli anni, Jo-jo è diventata un’ottima studentessa universitaria, che, in incognito, disegna sui social opere di dubbia depressione e di sicuro successo tra i giovani, e incontra di nuovo per caso il suo ex fidanzato, che è ancora innamorato di lei, con tanto di notifica di Love Alarm che si accende sempre e che non riesce ad inviare all’attuale fidanzata. Ma, a peggiorare le cose, ci si mette anche Jung Ga-ram (Lee Hye-yeong), il migliore amico dell’ex fidanzato, che è sempre stato innamorato di Jo-jo e – anche lui – la inonda di notifiche su Love Alarm. A questo punto, la protagonista, che fino a qui già è stata poco lineare, diventa il massimo dell’incoerenza: continua a mantenere lo scudo, ma sa che il suo cuore invierebbe notifiche a Sun-oh e, quindi, lo maltratta quando lo incontra, ma lo va a cercare sempre, salvo, poi, accusarlo di assillarla in continuazione, mentre decide di frequentare Ga-ram, che è lieto anche senza ricevere la notifica di Love Alarm e disponibile a venire alle mani con Sun-oh.

In questo triangolo amoroso (che diventa un quadrilatero se consideriamo anche la fidanzata maltrattata di Sun-oh) che va avanti per la bellezza di quattro anni, si inseriscono, in ordine sparso: una società che diventa talmente dipendente da Love Alarm da creare classifiche, graduatorie ed eventi a punti in base alla popolarità sull’app; la cugina della protagonista che cerca di conoscere l’inventore di Love Alarm e, poi, se ne pente amaramente; uno stalker che pedina Jo-jo ovunque; un serial killer che usa l’app per uccidere donne; un ex compagno di classe geniale e aspirante suicida che nasconde un segreto; un gruppo di anonimi sconosciuti che decidono di togliersi la vita perché nessuno ha mai mandato loro una notifica su Love Alarm; la verità sui genitori della protagonista che si erano suicidati in una setta; etc… Insomma, ad un certo punto, ho contato più morti che in Squid Game! In questa lunga sequela di tragedie e di morti, però, la protagonista matura le proprie paure e comprende che non si deve nascondere di fronte all’amore e che schermarsi è inutile: così, cerca in tutti i modi di liberarsi dallo scudo e, quando fa suonare il Love Alarm di entrambi i corteggiatori, comprende che deve decidere con il cuore e non con un’app. Dopo un centinaio di morti che lo spettatore si è beccato a caso (perché mi sarebbe piaciuto approfondire almeno un caso poliziesco, almeno per non prestare attenzione a personaggi che odiavo, ma niente) e dopo che la nostra paladina ha pestato il cuore altrui con scarpe chiodate (e ha rotto anche altro, personalmente), si arriva al forzatissimo happy ending… Forse… Perché stanno minacciando una nuova stagione.

Il problema di questo drama è il fatto che parte da un’idea originale e accattivante, quello dell’app legata ai nostri sentimenti, e che aveva ben tre strade per affrontare l’argomento (la via sociologica sulla ricerca odierna dell’approvazione sociale, la via psicologica sull’evoluzione dei personaggi e il superamento dei traumi d’infanzia e la via scientifica sull’influenza della tecnologia sulla società) e, invece, non ne segue nemmeno una. Inoltre, laddove vuole aggravare la mano sul pericolo di tale tecnologia e inserisce la componente thriller/giallo, fa una virata del tutto assurda, visto che lo spettatore non riesce a seguire un caso di cui sono forniti pochi dettagli e che si perde nei meandri degli psicodrammi amorosi dei protagonisti (tanto per dire, quando hanno arrestato il serial killer, io ne avevo persino dimenticato l’esistenza).

In ogni caso, ho tratto diversi insegnamenti anche da una visione che non ho apprezzato. Anzitutto, mai farsi coinvolgere dalla tecnologia dei nostri smartphone e dalle piazze virtuali fino a divenirne dipendenti. Quest’insegnamento che penso sia stato il vero fulcro da cui è partita la sceneggiatura del drama dovrebbe essere valido soprattutto per una generazione che è nata con i profili social e che agisce in base a ciò che va più di tendenza al momento, mangia in base a quanto un cibo o un posto possa essere instagrammabile e va in vacanza in base alla quantità di foto che può caricare e che possono essere apprezzate. Una società che aspira all’essere (vedi l’app che si collega ai parametri vitali), ma diventa solo apparire (i punti della graduatoria di Love Alarm) e che, nel falso mito di rendere tutti eguali (l’app appiattisce tutti, senza distinzione di classi sociali e di ricchezza), crea nuove e più profonde discriminazioni (le nuove classi che si generano in base alla popolarità raggiunta sui social). Un concetto che meritava forse un’analisi più approfondita.

Ma ho imparato un’altra cosa – e la scrivo apparentemente a cuor leggero: pare che gli spettri degli ex innamorati escano sempre, sia che voi vi troviate nella posizione di quella povera fidanzata mortificata di Song Kang, sia che voi siate direttamente Song Kang. Per cui liberatevi di certi fardelli, perché è giusto custodire i ricordi, ma non farsi condizionare così da loro per poter prendere di nuovo in mano la propria vita, riparare il proprio cuore e andare avanti. E, se Song Kang non ha accolto le mie urla di incoraggiamento durante la visione, almeno serva come insegnamento personale.

Consigliato: a chi valuta troppo app, smartphone, tecnologia e social e che forse dovrebbe iniziare a liberarsene; a chi ha deciso di riprendere in mano la propria vita, ma deve ancora superare i drammi del passato; a chi non ha prestato attenzione alla mia recensione che vi sta sconsigliando di recuperare questo drama. Però, fate un po’ voi.

Captain-in-Freckles

Piccola chicca: esiste per davvero l’app Love Alarm ed è disponibile gratuitamente in qualsiasi AppStore; in Italia non è ancora stata scoperta, ma pare che in Asia stia iniziando ad andare di moda. Provare per cercare malfunzionamenti vari.

Hello World

Nell’anno 2027, in una Kyoto che ha visto enormi progressi tecnologici, vivono Naomi Katagaki, un ragazzo liceale introverso e appassionato di lettura e Ruri Ichigyou, una studentessa, dal carattere diretto e a tratti spigoloso. Naomi, che condivide con Ruri la passione per la lettura, teme, però, spesso il confronto con la ragazza a causa proprio dei suoi modi di comportarsi sempre poco cortesi.

Un giorno, Naomi durante una passeggiata, vede nel cielo un’aurea purpurea e improvvisamente la visione di un corvo a tre zampe, poi un uomo incappucciato e misterioso si avvicina a lui. Naomi è impaurito, ma l’uomo gli confida di essere il suo Io del futuro, del 2037, che è venuto per avvertire il ragazzo di un avvenimento tragico che accadrà a Ruri, poco dopo l’inizio della loro relazione.

Naomi rimane profondamente scosso dal racconto e dall’incontro, ma, poi, con l’aiuto del suo Io del futuro, inizia a prepararsi per salvare Ruri.

Potrà Naomi cambiare il futuro? Le azioni di Naomi cambieranno la storia e sconvolgeranno la linea e la dimensione spazio-temporale?

Un anime scritto da Mado Nozaki e diretto da Tomohiko Itō, noto per aver curato le stagioni di Sword Art Online, Silver Spoon ed Erased. Hello World è stato distribuito in Giappone, dal 20 settembre 2019, dalla Toho, una grande casa di produzione fondata nel 1932 a Tokyo e famosa per aver distribuito e prodotto tutti i film dedicati a Godzilla. In Italia potrete trovarlo, invece, nel catalogo Netflix.

Hello World è un anime che presenta una buona chiave di riflessione in merito a diverse tematiche e, anche se mi aspettavo qualcosa di più, resta comunque godibile a livello di storia e di effetti speciali.

Memoru Grace

Great Wisteria Festival

Ogni anno da metà aprile a fine maggio il “Great Wisteria Festival” richiama moltissimi turisti che sono coinvolti in uno spettacolo inebriante di profumi e colori.

In Giappone, infatti, la primavera è una stagione magica non solo per la fioritura dei ciliegi, ma anche per le meravigliose cascate lilla di glicine che creano un’atmosfera incantevole e fatata.

A circa due ore di treno da Tokyo, nella prefettura di Tochigi, l’Ashikaga Flower Park ospita il Great Wisteria Festival dove si possono ammirare più di 350 piante di glicine ultrasecolari che fino alla fine di maggio risplendono nella loro fioritura.

L’attrazione più incantevole del festival è il famoso “tunnel di glicini “, lungo 80 metri, una passeggiata stupenda e romantica sotto le cascate lilla di glicini, uno spettacolo ambito dai turisti che visitano l’Ashikaga Flower Park.

Il glicine è uno dei fiori più apprezzati dai giapponesi e viene anche chiamato “fuji”, come il monte Fuji, con una leggera differenza di pronuncia. Era tradizione, fin dai tempi antichi, farlo crescere in tralicci molto alti e pergolati che potessero ricreare delle incantevoli atmosfere. Questo fiore abbelliva, infatti, i giardini delle residenze nobiliari e fu decantato in molte occasioni da poeti e artisti. Le fibre del glicine, inoltre, venivano filate e utilizzate anche per tessere stoffe di solito molto resistenti.

All’interno del Great Wisteria Festival sono molte le tipologie differenti di glicine, ma di certo si rimane ammaliati da un esemplare di oltre 150 anni con un’ampiezza di duemila metri quadrati, i suoi rami rampicanti vengono tenuti da appositi sostegni per far in modo che le persone possano passarvi sotto ed essere avvolte da una cascata di fiori. Proprio questo antichissimo esemplare sembra aver ispirato James Cameron per il suo Albero della Vita nel film “Avatar”.

Memoru Grace

Star Wars: The Clone Wars

Per me quest’assunto è essenziale: non vi potete dire veri fan di Star Wars se non avete recuperato la serie d’animazione Star Wars: The Clone Wars. E, se non lo avete fatto, organizzatevi subito per trovare tutte e sette le stagioni e guardare come si svolgono le vicende di Obi Wan-Kenobi, Anakin Skywalker e Ahsoka Tano in quel frammento determinante di tempo delle guerre dei cloni. Senza dimenticare penna e bloc-notes, perché ogni singolo episodio inizia con una frase ad effetto, un vero e puro insegnamento in stile Yoda, da cui poter ricavare la spiegazione dell’episodio stesso, una morale valida nel medio e nel lungo periodo per comprendere lo svolgimento della guerra, ma anche le profonde fratture e i cambiamenti dell’animo dei protagonisti e, in fondo in fondo, anche una didascalia così apodittica e di alta levatura etica che può essere utile a tutti, pur nelle nostre vite non Jedi (e non Sith).

Veniamo alla trama. Occorre, anzitutto, precisare che la storia di Star Wars: The Clone Wars si svolge in un lasso di tempo abbastanza breve che intercorre dal film Star Wars – Episodio II: L’attacco dei cloni al film Star Wars – Episodio III: La vendetta dei Sith e che l’antefatto della guerra è anticipato dal film d’animazione Star Wars: The Clone Wars. A seguito della crisi già trattata nel secondo episodio della trilogia prequel, i Separatisti controllano quasi tutte le rotte dell’Iperspazio, avendo costretto le forze della Repubblica a ridurre i propri tragitti lungo l’Orlo Esterno. Per questo motivo, la Repubblica continua ad impiegare i cloni per vincere un esercito composito e vagamente anarcoide capeggiato dal Conte Dooku, dal robotico Generale Grievious e dalla sicaria Sith Asajj Ventress, senza, però, dimenticare di servirsi dei suoi migliori Jedi. Ed è qui che entrano in campo Obi Wan-Kenobi, il suo allievo Anakin Skywalker (molto prima di dannarsi l’anima) e la sua allieva Padawan Ahsoka Tano – perché, anche se il Consiglio non gli riconosce il rango di Maestro, gli riconosce l’onere di istruire una giovane combattente cocciuta, passionale e istintiva, che diventa presto la vera protagonista di The Clone Wars. Accanto ai nostri eroi, riappare il Maestro Yoda, in formissima sia come combattente che come ambasciatore, Padmé Amidala, Rex (o Capitano Rex), Mace Windu e Palpatine aka Darth Sidious (ovviamente), ma torna pure il redivivo Darth Maul. Emozioni e colpi di scena garantiti fino all’ultima stagione, dove l’ultimo arco narrativo ha un piccolo sfasamento temporale, coincidente con le vicende contemporanee al terzo episodio della trilogia prequel, ma anche immediatamente successive all’emanazione da parte di Palpatine (eletto neo-Imperatore galattico) dell’Ordine 66.

Motivi per cui è doveroso recuperare la serie, che si snoda per ben 7 stagioni e per la bellezza di 133 episodi (senza considerare il film introduttivo che fa da episodio pilota): Ahsoka Tano è diventata uno dei personaggi più iconici di tutto il franchise e dà vita (in live action, grazie alla meravigliosa interpretazione di Rosario Dawson) alla seconda stagione della serie The Mandalorian; il primo arco narrativo della settima stagione costruisce la squadra sabotatrice che aiuta Anakin nella guerra e che diventa protagonista della serie Bad Batch; il secondo arco narrativo della settima stagione spiega la conquista di Mandalore da parte di Ahsoka (con tante conoscenze che ritroviamo, ancora una volta, in The Mandalorian, compresa Bo-Katan); il terzo arco narrativo della settima stagione dà vita alla serie d’animazione Rebels, che è il seguito naturale di The Clone Wars; il personaggio di Asajj Ventress è molto più che una normale cattiva e diventerà fondamentale per l’evoluzione degli eventi di Star Wars (vedi il romanzo L’apprendista del Lato Oscuro); le teorie sulla morte e sulla rinascita di Darth Maul sono fondamentali per capire tante cose disseminate qua e là nell’universo delle guerre stellari; Dave Filoni, autore e regista di The Mandalorian, è la mente occulta dietro tutto questo; infine, potete mettere in dubbio non solo il rigoroso fanatismo dei Sith, ma anche la lucida e logica freddezza dei Jedi.

Ma, se per caso questi indizi non vi bastassero, vi cito solo due frasi che sono diventate iconiche per gli appassionati di Star Wars: “– Hello there! – General Kenobi!” e “I am no Jedi“.

Consigliato: ai fan di Star Wars a cui manca questa chicca preziosa e a quelli che l’hanno già vista (perché le revisioni sono sempre importanti); agli amanti di anime e/o di sci-fi; a tutti quelli che non hanno mai visto nulla di Star Wars, perché – diciamo la verità – “gli unici che non hanno mai visto Star Wars sono gli attori che hanno recitato in Star Wars. Perché loro lo hanno vissuto, Ted. Hanno vissuto Star Wars” (cit. How I met your mother).

Buon viaggio nell’Iperspazio!

Captain-in-Freckles

Youth of May – In ricordo di una giovinezza perduta

Il 12 dicembre 1979 in Corea del Sud sale al potere, con un colpo di stato militare, il generale Chun Doo-hwan che è deciso a schiacciare i movimenti di rivolta e di opposizione contro il regime, arrivando a dichiarare in vigore la legge marziale dal 17 maggio 1980 su tutto il territorio nazionale, proibendo ogni attività politica e facendo chiudere tutte le università.

“Youth of May” è ambientato a Gwangju nei giorni precedenti e successivi alla rivolta del 18 maggio, quando cittadini e in maggior parte studenti scesero in piazza per manifestare e chiedere il ripristino dei diritti civili. Nella cornice drammatica di questo grande evento doloroso troviamo le vite comuni di quattro giovani.

Hwang Hee-tae (nella meravigliosa interpretazione di Lee Do-hyun, visto già in “Melancholìa”) è un ragazzo alle porte della laurea in medicina, ma che ha perso la sua passione proprio per la medicina dopo aver assistito a un incidente che ha coinvolto il suo amico Seok-chul. Hee-tae, che ha da sempre ottenuto degli ottimi risultati scolastici ed è riuscito ad entrare alla prestigiosa facoltà di medicina dell’università di Seoul, diventando quasi una leggenda per la realtà più piccola di Gwangju, si trova ad affrontare un momento sospeso tra il chiarire cosa voler fare del suo futuro e il cercare di superare le proprie insicurezze e incertezze. Proprio in questo frangente si ritrova a dover accettare il desiderio di suo padre di presentarsi ad un appuntamento al buio, il cui scopo sarebbe il matrimonio con una ragazza di nome Soo-ryeon.

Lee Soo-ryeon (interpretata da Keum Sae-rok) è una ragazza di famiglia ricca e benestante, che studia giurisprudenza all’università, ma è uno spirito libero, non vuole legarsi a nessuno e manifesta attivamente la sua passione politica per la conquista dei diritti civili. Proprio per questa ragione chiede alla sua migliore amica Myung-hee di presentarsi all’appuntamento al buio al posto suo.

Kim Myung-hee (interpretata magistralmente da Go Min-si, vista in “Love Alarm”) è una ragazza povera, ma determinata, lavora sodo ogni giorno come infermiera all’ospedale di Gwangju e affronta le difficolta quotidiane con costanza e fierezza. Nonostante sia una ragazza minuta ha una forza morale, un’integrità e una fede che la contraddistinguono da chiunque. Myung-hee è forte come un giunco, non si lascia spezzare e abbattere dagli eventi avversi, ma con la sua determinazione li affronta a testa alta.

Lee Soo-chan (interpretato da Lee Sang-yi, visto in “Hometown Cha Cha Cha”) è il fratello maggiore di Lee Soo-ryeon, è tornato da un periodo di studi all’estero e adesso lavora con il padre nella ditta di famiglia. Soo-chan prova un sentimento di stima e affetto per Myung-hee che ha da sempre conosciuto perché migliore amica della sorella.

In tutto questo contesto, come scritto dal destino, Myung-hee e Hee-tae si innamorano. Purtroppo, però, il padre di Hee-tae è anche responsabile dell’esercito, non è contento del figlio maggiore, è un uomo prepotente e cerca sempre di imporre il proprio volere a tutta la famiglia. Quando il padre di Hee-tae, Hwang Gi-nam, scoprirà che il figlio si è innamorato di Myung-hee farà di tutto per interrompere la loro relazione, portando all’esasperazione Hee-tae che allargherà la profonda frattura già esistente con il padre. Inoltre, Gi-nam conosce bene il padre di Myung-hee per via di alcuni segreti del passato e questo non farà altro che far aumentare gli ostacoli nella storia d’amore dei due ragazzi che, nonostante tutto, riusciranno a dirimere i vari contrasti e a vincere ogni difficoltà perché anime affini.

Insieme alle piccole lotte personali di questi giovani si prepara a scatenarsi qualcosa di più grande che sconvolgerà l’ordine e la vite di moltissime persone a Gwangju e che aprirà una pagina nera nella storia della Corea del Sud. Negli ultimi episodi della serie vivremo un climax di tensione e drammaticità che ci porrà davanti interrogativi esistenziali e intense immagini di dolore e tristezza, accompagnati dalla consapevolezza della crudeltà e della cattiveria umana o da piccoli gesti di altruismo e solidarietà di singoli. I nostri protagonisti saranno anche loro inghiottiti da questa girandola di eventi tragici.

Da quando ho terminato questa serie ho spesso ripensato a tante immagini, fotogrammi e momenti di questa storia e ogni volta continuo ad emozionarmi e a commuovermi e, di fazzoletti ne servono decisamente molti, ma i sentimenti trasmessi fino alla fine me lo hanno fatto salire al posto più alto della lista dei miei drama preferiti.

Dieci per la perfezione della trama, della storia e delle interpretazioni e un risultato eccellente anche nelle ricostruzioni storiche.

La visione di questo drama non è per nulla semplice, lo ammetto, ma ne vale la pena, ve lo assicuro, se non solo per ricordare un giorno di maggio nella vita di persone comuni, il cui cuore si è fermato per sempre oppure è rimasto incastrato come la puntina rotta di un giradischi. Infine, quelle ultime parole, quell’ultima preghiera che resta come speranza nella vita di chi è rimasto e che continua a rivivere una giovinezza perduta in pochi giorni di un maggio lontano, bagnato dalla pioggia della memoria e della sopravvivenza:

“Che il cuore torni a pensare a quel maggio, è normale. Quando perdi un ombrello che ti piaceva tanto, pensi a quell’ombrello ogni volta che piove. Figuriamoci quando torna la stagione in cui hai perso le persone a te care…è normale che il cuore riviva quei momenti. Come se fosse successo ieri.”

“Signore, se dovesse accadere qualcosa d’imprevisto e le nostre mani si separassero, ti prego non permettere che la vita di chi è rimasto venga sopraffatta dal dolore. Anche se le lacrime che versiamo in solitudine, scendessero copiose, per favore non farci annegare e donaci la forza e il coraggio di nuotare in sicurezza per tutta la vita”.

Memoru Grace

SwordArt Online – III stagione: Alicization & War of Underworld

Segue dalla recensione di SwordArt Online – II stagione: Phantom Bullet, Calibur, Mother Rosario, Ordinal Scale.

O meglio: segue dal finale senza parole del film Ordinal Scale. Qui sarebbe necessario qualche spoiler iniziale che vedrò di sorvolare. Diciamo che il finale di Ordinal Scale non è stato favorevole per la salute di Kirito, che si trova a lottare tra la vita e la morte attaccato ad una macchina. Il problema è che, ad un certo punto, sparisce dall’ospedale e da qualsiasi centro di cura in Giappone, portato su una piattaforma, dove il suo stato di incoscienza e di dipendenza dai macchinari viene sfruttato dal governo per monitorare il cosiddetto Progetto Alicization, che è qualcosa di più rispetto alla classica realtà virtuale perché, stavolta, la tecnologia Full Dive percepisce le emozioni umane con una verosimiglianza che va oltre la norma e che si fonde con l’anima stessa. Infatti, la nuova tecnologia si fonda sul Soul Traslator, che usa le leggi della fisica quantistica per trasferire letteralmente le anime umane all’interno della realtà virtuale e che è in grado di creare non solo intelligenze artificiali, ma vere e proprie anime artificiali. Così, mentre Asuna, aiutata dagli amici di sempre e da una ricercatrice americana, muove tutte le leve per cercarlo e salvarlo, Kirito si trova in un mondo verde e ignoto, ma di cui conserva inaspettatamente dei ricordi di infanzia felice insieme ad un ragazzo, Eugeo, e ad una ragazza, Alice. Questo nuovo mondo è fortemente gerarchizzato con una casta militare presieduta dai Cavalieri dell’Integrità e dalla Chiesa Assiomatica e con una serie di divieti raccolti nell’Indice dei Tabù. La piccola Alice si addentra nel Dark Territory, dove vivono orchi, giganti e creature malvage, violando uno dei tabù previsti, per cui viene puntita dalla Chiesa Assiomatica e prelevata dai Cavalieri dell’Integrità in catene. Anni dopo, Eugeo e Kirito, ormai diventati Cavalieri, decidono di sfidare i vertici della Chiesa Assiomatica e di recuperare la loro amica di infanzia, che, nel frattempo, è diventata un temibile Cavaliere dell’Integrità, Alice Synthesis Thirty, completamente priva dei suoi ricordi e delle sue memorie.

Questa è solo la premessa, perché da questo punto la storia si snoda in un modo molto complesso con nuovi e vecchi personaggi, due tronconi (Alicization e War of Underworld) e una serie di archi narrativi (Beginning, Rising, Uniting, Invading, Exploding, Awekening e Lasting) per un totale di 47 episodi. Ma, al di là della lunghezza della terza stagione, la complessità risiede anche nell’espediente tecnologico usato, che, se da un lato ci fa apprezzare una diversificazione rispetto alle stagioni precedenti, dall’altro lato mette i brividi per la minaccia che l’abuso della tecnologia può portare nelle vite umane. E non solo. Alicization introduce una serie di analisi su alcune tematiche molto pesanti, che ci fanno capire come sia cresciuto sia il pubblico di Sword Art Online e anche i suoi personaggi: dal tema onnipresente dell’amore e dell’amicizia, si passa alle tematiche della diseguaglianza sociale, dell’abuso di potere politico, del razzismo, della gerarchia quasi teocratica, ma anche del quesito su cosa sia l’anima e come possa essere giustificata la sua esistenza. Ecco: forse certe volte le tematiche presente sono un po’ troppe per lo spettatore, che rischia di perdere le fila della storia e di perdersi letteralmente tra gli innumerevoli quesiti proposti, a scapito anche di quella giocosità e di quella leggerezza, che, malgrado la drammaticità delle prime due stagione, si continuava a percepire. Inoltre, l’introduzione di nuovi personaggi (di tanti nuovi personaggi!) rischia di compromettere la stabilità dei vecchi, tanto da chiedersi se non era meglio portare avanti la stagione a prescindere dai vecchi personaggi: se, da un lato, il personaggio di Alice giganteggia (soprattutto, in sua assenza) e quello di Eugeo rimane impresso nelle menti e nei cuori degli spettatori, la figura di Asuna ne risente fortemente, onnipresente, ma quasi bloccata nel suo ruolo di eterna fidanzata e di salvatrice morale di Kirito (senza mai combattere seriamente), mentre Suguha e Sinon sembrano intervenire solo per sacrificarsi a pezzi in guerra, ma senza avere lo spazio di crescita che due personaggi così importanti si sarebbero meritate. Tuttavia, nonostante le sbavature e i buchi di trama, dovuti ad una pretesa molto ambiziosa, Alicization si dimostra un prodotto originale e particolare, che vale la pena recuperare e che, forse, avrebbe bisogno di essere ripreso e trattato meglio anche dagli animatori, perché dona spunti che nessun altro anime aveva ancora osato introdurre (o, perlomeno, lo aveva fatto solo parzialmente, come Fate/Stay/Night). Inoltre, presenta una tale carrellata di cattivi così atroci e così reietti, che inizieremo a pensare ai cattivi delle prime due stagioni come a dei samaritani.

Piccola avvertenza: se decidete di recuperare tutto l’anime, tenetevi a mente i nomi di tutti i personaggi incontrati nelle prime due stagioni e del film (magari, scriveteli su un foglio da parte), perché vi saranno utili per capire l’enorme e apocalittica battaglia finale di War of Underworld, che, da sola, meriterebbe un capitolo a part. Così merita un capitolo a parte la frase pronunciata da Suguha/Leafa, crivellata di colpi, trafitta da ogni dove e accecata in un occhio (tributo a certe immagini di Evangelion) e, pur tuttavia, capace di rigenerarsi, di rimettersi in piedi, prendere la spada in mano e urlare: Non mi è concesso essere sconfitta. Vi dico solo che l’ho adottato come mantra in un periodo complesso della mia vita. Direi che vale il recupero.

Consigliato: a chi ha amato le prime due stagioni di Sword Art Online e le avventure di Kirito, Asuna e compagni; a chi cerca un anime che dia uno sprone importante e che raffronti con una parte oscura di noi stessi; a chi apprezza sempre le epiche battaglie di spada e, forse, sul campo avrebbe urlato come Suguha di fronte al pericolo, sofferente, ma certo della vittoria.

Captain-in-Freckles

Auraji e il fiume Baengma: leggende di amori e draghi

Dopo aver perso ben 2 ore della mia vita per vedere “Peppermint Candy”, un film coreano del 2000 di cui non ho coraggio di scrivere la recensione, mi sono detta: ma qualcosa di positivo ci deve pur essere! L’ho trovata: la location iniziale! Il film inizia con un gruppo di amici che fan festa lungo la riva sassosa di un fiume. Un luogo che ti fa venir voglia di accendere il fuoco, cantar canzoni accompagnati da una chitarra strimpellante aspettando il timido chiarore del giorno e, dopo qualche bicchiere di troppo, ritrovarsi a fare a gara su chi racconterà la storia più paurosa. Sì, perché se voi ci pensate bene, ogni storia ha un fondo di verità, e quando la realtà è inspiegabile, si trasforma in leggenda.

La leggenda di Auraji, che in coreano significa “mescolare in armonia”, parla della storia d’amore nata su di un molo dove due fiumi si incontrano a Yeoryang a Jeongseon, provincia di Gangwon. Si racconta che da questi versi sia nata la canzone popolare “Arari”.

Vicino al monte Goyang, due ruscelli si incontrano: Goljicheon, un fiume lento e dalle dolci acque, che sgorga dal monte Taebaek, e Songcheon, un fiume forte ed impetuoso che sgorga da monte Balwang. Ed è proprio qui, dove i fiumi confluiscono che la leggenda comincia.

Molti anni fa, una fanciulla del villaggio di Yangji, incontrò un ragazzo di Yearyang sul molo del fiume Auraji che divideva i due piccoli villaggi. I due cominciarono a frequentarsi e a raccogliere fiori di camelie nella fitta foresta di Ssarigol. Un giorno i due nel separarsi, si promisero di rivedersi il mattino seguente. Ma le forti piogge della notte, fecero gonfiare il fiume tanto da rendere impraticabile il molo. Il giovane cominciò ad intonare una canzone:

“Caro barcaiolo di Auraji, oh mi porteresti una barca

le camelie che sono fiorite presto stanno cadendo.”

E la fanciulla dalla parte opposta del fiume:

“Le camelie cadute saranno avvolte dalle foglie cadute

tutto l’anno mi manca tanto il mio amore, troppo per me da sopportare”.

Un’altra versione della leggenda racconta dell’annegamento del ragazzo nel tentativo di attraversare il fiume su di una zattera. Nella realtà, questo luogo è stato segnato dal suicidio di una giovane disperata dopo l’annegamento del fidanzato. Non fu l’unico gesto estremo consumato nelle acque di quel fiume, tanto che le persone del luogo eressero una statua con le sembianze di fanciulla, per consolare gli spiriti delle donne annegate. Nella credenza popolare, si racconta che i suicidi si siano fermati.

Ma ecco che arrivano draghi e combattimenti nella leggenda del fiume Baengma, un tempo chiamato Baengmagang, ovvero Fiume del Cavallo Bianco. L’antico regno di Barkje fu attaccato dalle truppe cinesi comandate dal Generale di Tang e dalle truppe alleate del Regno di Silla. Ma furono fermate dal Re di Baekje trasformato in Drago e messo a guardia del fiume Sabi. Il Generale Su Dingfang di Tang, informatosi su come il Drago si sfamasse, scoprì che la carne bianca di cavallo era il suo cibo preferito. Così le truppe alleate catturarono un cavallo bianco e tesero una trappola al Drago, il quale fu catturato sotto una roccia sul fondo del fiume Sabi. Da quel giorno il fiume prese il nome Baengmagang, o Fiume del Cavallo Bianco e, una roccia sporgente sulla quale ci sarebbero le impronte del Re fu chiamata Joryongdae, o Roccia che ha pescato il Drago. Anche di questa leggenda esistono molte versioni in base alla zona. In una versione, il Re viene identificato come il Re Uija, umano di giorno e drago di notte. Un’altra versione del Re Mu racconta che sempre il Re Uija venne catturato dal Generale cinese e portato a Tang come ostaggio. Il Re si infuriò talmente che scoppiò una tempesta. In quasi tutte le versioni, è sempre il generale Su Dingfang che combatte contro il Drago. Gli effetti della morte del drago in questo caso, si ebbero su tutta la zona di Gongju non solo sul fiume.

Da un altro punto di vista, il vero protagonista è il Generale Su che vince il drago con saggezza, intelligenza e coraggio. Secondo fonti storiche e diverse prove geografiche, Baekje era l’antica capitale di Buyeo.

Gli anni passano, la storia continua, ma le leggende rimarranno sempre, in tutte le loro variazioni!

Lady K Trash

You’re All Surrounded (ovvero dell’amicizia e di altri legami)

Talvolta, si inizia una serie per caso e si finisce per sentirsi parte integrante di un gruppo variegato ed eterogeneo di matti, convinti di averli frequentati da sempre. Ed è proprio questa la sensazione che lascia You’re All Surrounded: inserisce lo spettatore nella classe di reclute di polizia di Gangnam e delle sue gerarchie, tra le loro gaffe e le loro risate, la complicità di una semplice serata a suon di pollo e birra e i legami che si creano, episodio per episodio, donando a questo gruppetto apparentemente sballato una forza e una determinazione incredibili. Ma, al contrario dell’apparente leggerezza che pare trasparire da un copione brillante e dal duo recitativo Lee Seung-gi / Cha Seung-won, il drama, che fonde il genere crime con il romance, introduce degli argomenti niente affatto semplici.

Eun Dae-koo (Lee Seung-gi) è una giovane recluta della polizia di Gangnam con un alto quoziente intellettivo, una memoria eidetica e un brutto carattere, che nasconde un passato doloroso relativo alla morte violenta della madre. Eo Soo-sun (Go Ara) è volenterosa e determinata a diventare una detective, nonostante abbia provato l’esame sette volte prima di essere ammessa e malgrado la sua naturale goffaggine in tutti i movimenti. Park Tae-il (Ahn Jae-hyun) è un ex medico in carriera, ricco e di famiglia agiata, che ha deciso di dare una svolta alla propria vita entrando in polizia. Ji Gook (Park Jung-min) è iperattivo e logorroico con una profonda cultura nerd e la voglia di essere alla moda di Gangnam. I quattro vengono affidati nel loro tirocinio al capitano Seo Pan-seok (Cha Seung-won), brusco e con poca pazienza, una leggenda vivente del mondo investigativo, che si butterebbe nel fuoco per il bene delle sue reclute. Ma non lo ammetterebbe mai. E crimine dopo crimine, investigazione dopo investigazione, arriverà a risolvere il passato di Dae-koo e, in parte, anche a lenire le proprie ferite, ma, soprattutto, riuscirà a ripristinare la credibilità nella giustizia, anche a costo di arrestare rubagalline in campagna.

You’re All Surrounded (anche noto come We Have You Surrounded, in originale 너희들은 포위됐다 – Neohuideureun Powidwaetda) usa tutti i registri della commedia brillante e dell’action movie poliziesco che, con il pretesto di risolvere un crimine ad episodio e di far venire fuori le abilità investigative della giovane squadra di reclute, ci porta in un mini universo estremamente umano, fatto di delusioni, di forza di volontà e di affetti sinceri, di traumi e dolori, ma anche di voglia di rivalsa e di lotta per affermare la verità. Col tempo, scopriamo che le reclute combinaguai sono gli unici che credono fermamente nei valori della giustizia e della lealtà reciproca, pronti ad appoggiarsi l’un l’altro anche contro la corruzione dei vertici istituzionali. Scopriamo anche che il capitano Seo forse non è così leggendario ed eroico come ci aspettavamo, ma lo ameremo ancora di più anche per questo, per la sua umanità e la sua estrema coerenza, per la sua forza di dialogo e la sua compassione. Perché ogni fatto criminoso ha dei protagonisti umani e il capitano Seo sa cosa vuol dire scandagliare gli animi e leggerne le determinanti.

You’re All Surrounded è una drama da gustare un po’ per volta, anche per scoprire e apprezzare la crescita dei personaggi, perché, al di là dei singoli casi polizieschi, è un drama profondamente umano in qualsiasi dettaglio, nelle interazioni tra i protagonisti, nei loro ragionamenti e nelle loro emozioni. Proprio per questo motivo ci fa scoprire il valore pregnante dell’umanità: forse i nostri sono solo delle reclute, un puntino minuscolo nell’enormità della macchina istituzionale, ma la loro unione e la loro condivisione dello stesso modo di vedere le cose parte da un concetto di giustizia e di verità, che viene dimenticato troppo spesso dalle autorità. E, insieme, sono una vera e propria forza, tanto da chiederti se hanno un posto libero anche per te.

Consigliato: a chi ama il genere d’azione con humor e di humor con azione; a chi pensa che il connubio crime / romance porta sempre alla creazione di prodotti originali; a chi non perde nemmeno un drama con Lee Seung-gi, con Go Ara e/o con Cha Seung-won; a chi vuole ridere e commuoversi e crede nel valore dell’amicizia sopra ogni cosa; a chi, qualche volta, si diletta a risolvere crimini come fosse Sherlock Holmes.

Captain-in-Freckles

SwordArt OnLine – II stagione: Phantom Bullet, Calibur, Mother Rosario, Ordinal Scale

Segue dalla recensione di SwordArt OnLine – I stagione: Aincrad & Fairy Dance.

Le vicende seguono quelle del finale della prima stagione di Sword Art Online. Un anno dopo la conclusione degli incidenti nei mondi di Aincrad e di Alfheim, che avevano incastrato per anni migliaia di persone (e, quindi, tre anni dopo l’inizio dell’anime), è stata creata un’unità investigativa appropriata per controllare le realtà virtuali. Nel videogioco Gun Gale Online, che usa la stessa tecnologia Full Dive di Sword Art Online, inizia ad apparire un misterioso killer, nominato Death Gun, che assassina nella realtà le persone che affronta e uccide nei duelli all’interno del videogioco. Per questo motivo, un agente del ministero chiede a Kirito di indagare in incognito, infiltrandosi nuovamente in un gioco con il suo NerveGear. Solo che, stavolta, dovrà deporre momentaneamente la spada, visto che nel nuovo mondo si usano armi da fuoco, e avrà un avatar con fattezze molto differenti dalle proprie. Nel nuovo mondo, però, farà la conoscenza di una nuova alleata, la temibile cecchina Sinon anche soprannominata Hecate, nella realtà la riservata studentessa con un trauma enorme di infanzia Shino Asada, che, di fatto, diventerà da questo momento in poi un elemento prezioso e fondamentale nella squadra di Kirito e Asuna in tutte le esperienze virtuali.

La stagione ricopre tre capitoli diversi del manga: l’arco narrativo di Phantom Bullet (15 episodi), ambientato nel mondo virtuale di Gun Gale Online e a metà tra il thriller e il western alla Sergio Leone; l’arco narrativo di Calibur (3 episodi), un “divertimento” ambientato nel mondo di Alfheim che serve per far socializzare tra loro tutta la squadra di personaggi incontrati finora con il pretesto di una caccia al tesoro; infine, l’arco narrativo di Mother’s Rosario (7 episodi), ancora una volta ambientato in Alfheim, breve e intenso capitolo, che è diventato una delle parti più belle del manga / anime.

Mother’s Rosario, infatti, ci regala il personaggio di Yuki, alias Yuki Konno, una spadaccina nota come la Spada Assoluta, leader della gilda degli Sleeping Knights e, nella realtà, una quindicenne malata terminale che diventa fondamentale nella crescita e nell’evoluzione del personaggio di Asuna, la quale capirà – parole sue – che “Vivere non vuol dire pensare solo a se stessi. Si può anche vivere in modo che sia la felicità di qualcun altro a rendere felice te. Io voglio vivere un’esistenza che mi consenta di accendere un sorriso sul volto di tutti coloro che mi circondano. Voglio provare a vivere in modo da offrire un aiuto a chi è stanco. (…) Vivere significa aprire il proprio animo e offrirlo agli altri”. Lacrime assicurate.

La seconda stagione dell’anime è seguita dal film Sword Art Online – Ordinal Scale, che segue le vicende di Mother’s Rosario e precede la terza stagione. Siamo nel 2026 e la tecnologia del Full Dive viene superata dall’AmuSphere e dall’Augma, nuovi dispositivi di realtà virtuale aumentata che consentono al giocatore di fare log in, mantenendosi cosciente. Nonostante stavolta Kirito esiti ad usare il nuovo dispositivo, più preoccupato a vivere intensamente la nuova esperienza universitaria e la sua storia d’amore con Asuna (che ci riserverà delle soddisfazioni, scene sotto la neve in stile drama comprese), ancora una volta la presenza dei sopravvissuti di Aincrad è richiesta dalle autorità per dirimere la matassa di una serie di crimini che, nella nuova realtà virtuale aumentata, sembrano mirare proprio ai sopravvissuti. Inoltre, compariranno i nuovi personaggi del combattente Eiji e dell’idol Yuna, un’Intelligenza Artificiale dal passato misterioso e che (spoiler) potrebbero essere d’aiuto per le prossime vicende virtuali.

Alla prossima avventura di spada!

Captain-in-Freckles

P.S.: Esiste anche uno spin-off ambientato nel mondo virtuale di Gun Gale Online, con altri personaggi e altre vicende, intitolato Sword Art Online Alternative: Gun Gale Online. Ma questa è un’altra storia!

I wagashi, i dolci tradizionali

In giapponese “Wa” significa “armonia”, ma è pure sinonimo di Giappone, “gashi”, invece, è il termine usato per indicare i dolci. Wagashi (和菓子), quindi, si riferisce a tutta la pasticceria tradizionale giapponese, differentemente dal termine “Yogashi” che si riferisce, invece, all’insieme di ricette ispirate all’Occidente.

La particolarità dei wagashi è la presenza di ingredienti molto semplici per di più di origine vegetale e spesso accompagnano la cerimonia del tè.

Con l’influenza della Cina, nel periodo Nara, in Giappone si diffuse l’arte della pasticceria, purtuttavia era pochi, anche perché lo stesso zucchero era costoso e difficile da trovare, un vero e proprio bene di lusso, uno dei pochi dolcificanti era ricavato dall’edera, fu solo grazie al commercio con i portoghesi che divenne più comune e usato per i dolci.

Con il periodo Edo gustare i wagashi diventò più facile e accessibile e soprattutto a Kyoto si creò uno stile sobrio e raffinato di wagashi che era ispirato alle stagioni e alla natura.

Il senso estetico di questi dolci è molto importante e rappresenta una forma di arte.

Tra gli ingredienti più ricorrenti per la preparazione dei wagashi ricordiamo la farina di riso e di grano, i fagioli dolci, lo zucchero di canna, il matcha, le foglie di ciliegio o di bambù, il kanten (gelatina vegetale), lo shiso (una pianta aromatica) e altri ancora.

Molti sono i wagashi famosi, ricordiamo ad esempio il daifuku che alcuni conoscono come mochi (anche se il mochi è solo uno degli ingredienti del daifuku), preparato con farina di riso e comunemente ripieno di anko, cioè la crema di fagioli rossi.

I namagashi, invece, sono i dolci più ricercati per la cerimonia del tè. Imparare a preparare i nagashi richiede anni di studio e allenamento perché questi dolci sono delle piccole sculture e luce per gli occhi di chi li guarda, riflettono, infatti, la stagione nelle forme e nel colore che vanno a rappresentare.

I taiyaki sono i classici dolcetti a forma di pesce che avrete sicuramente visto in molti anime e manga, mentre i dorayaki non hanno bisogno di presentazione, vi ricordo solo Doraemon!

I dango sono gnocchi di farina di riso, serviti su uno spiedino, alternando combinazione di gusti e colori, tè verde, rosa sakura, etc…

Oggi la pasticceria giapponese ha abbracciato anche altri dolci moderni di importazione occidentale e spesso legati a delle festività specifiche come ad esempio Halloween o Natale.

Vi ho fatto venire voglia di gustare qualche dolce o di prepararne qualcuno?

Memoru Grace