Navillera – Non voglio dimenticare nessuna stagione

Se cercate un drama che vi incanti e, con pennellate delicate, vi trasmetta la speranza dei sogni che possono essere realizzati a qualsiasi età, Navillera è quello che fa per voi. E’ certo che dovrete anche essere preparati a qualche lacrima di commozione per le infinite emozioni che questa storia può regalarvi da subito. Personalmente non me la sono sentita di guardarlo tutto d’un fiato, meritava alcuni giorni di riflessione tra un episodio e l’altro perché si tratta di un’altra serie eccellente da 10 e lode, dalla recitazione superlativa da parte degli attori, alla sceneggiatura curata che riesce a coinvolgere e a regalare allo spettatore l’intero spettro emotivo che serve a comprendere ogni sentimento e pensiero dei protagonisti, ad una colonna sonora che cattura le immagini più poetiche della storia narrata.

Navillera è tutto questo e, credetemi, merita davvero di essere recuperata se non solo per le tematiche che affronta e che sentiamo spesso nella vita, in quei pochi minuti che cerchiamo da subito di nascondere perché amari e drammatici. Il tratto forte e coraggioso di questa storia, però, non è quello di farsi carico del dramma, anzi è quello di partire dai propri sogni, quelli che durante la vita non si sono mai realizzati, ma a cui affidiamo con la stessa leggerezza di una farfalla, la nostra speranza, perché un sogno è sempre la cura per la nostra anima.

Navillera (il cui titolo fa riferimento alla grazia e alla leggerezza della farfalla) è tratto da un webtoon ed è una serie dedicata alla danza, come amore e passione, ma anche come amicizia al di là delle differenze generazionali. Il protagonista, Shim Deok-chul, interpretato dal bravissimo e intenso Park In-hwan, è un settantenne appena andato in pensione che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro come postino e alla famiglia, sempre nella quotidiana lotta per garantire ai suoi figli la sopravvivenza e lo status sociale medio, affrontando nei decenni della sua giovinezza diverse crisi finanziarie che lo hanno costretto a rinunciare a tante cose e ad impegnarsi sempre di più per superare i diversi momenti difficili. Ora, però, Deok-chul non vuole rinunciare al sogno che ha da sempre nutrito fin dalla sua infanzia, la danza classica, e vorrebbe avvicinarsi a questa disciplina finché si sente ancora la salute e la capacità di farlo.

Lee Chae-rok, interpretato da Song Kang (“Love Alarm”, “Neverthless”, “Sweet Home”) in una talentuosa prova di recitazione, è un ragazzo di ventitré anni, ex calciatore che ha abbandonato il suo mondo sportivo per esercitarsi in danza classica, un modo per incontrare nel ricordo la madre che non c’è più, ma che è stata una ballerina e discostarsi, di conseguenza, dal mondo del calcio che invece, a suo avviso, ha allontanato il padre dalla sua famiglia e lo ha fatto scivolare in un baratro di disperazione.

Le strade di Chae-rok e di Deok-chul sono destinate ad incontrarsi, quando un giorno, l’insegnante di danza del giovane ragazzo, stanco di scontrarsi con il carattere cupo e difficile di Chae-rok, decide di assegnargli un manager che lo seguirà nel suo percorso e nella sua preparazione. Si tratta di Deok-chul che ha chiesto ripetutamente all’insegnante di poter apprendere le basi della danza classica in cambio dell’aiuto a seguire il ventitreenne. Chae-rok da qui in poi sarà seguito dal suo manager settantenne, all’inizio il ragazzo sarà recalcitrante e farà di tutto per far disamorare Deok-chul che, in tutta risposta, si concentrerà anima e corpo in questo suo nuovo lavoro, preparando anche se stesso ad apprendere la disciplina e ai sacrifici fisici della danza, non curante della stanchezza, ma perseverante come tutti i sognatori. Memorabile la scena in cui compra la sua prima calzamaglia ed elenca per iscritto tutti i movimenti e le azioni per il riscaldamento, importanti per l’esercizio quotidiano.

Pian piano il rapporto tra i due migliorerà e anzi il settantenne Deok-chul, sempre paterno nei confronti del ragazzo, lo aiuterà nei momenti difficili, di conflittualità interiore, nell’accettazione delle proprie condizioni e delle proprie debolezze fisiche ed emotive, mentre Chae- rok, supporterà il suo manager a far accettare il sogno della danza ai propri familiari che all’inizio non capiranno l’esigenza di avvicinarsi alla sua età a questa disciplina così faticosa.

In realtà, Chae-rok si affezionerà a tal punto da farsi quasi adottare come nipote e parteciperà alle cene o ai pranzi della domenica della moglie di Deok-chul, interpretata dalla bravissima Na Moon-hee (“Just Between Lovers”) perché desideroso di famiglia e, anche se non vuole accettarlo da subito, di quegli affetti che mancano tanto nella sua vita solitaria. Emozionante quando la moglie di Deok-chul prepara delle conserve per tutti i figli, compreso per Chae-rok. Sono questi, quei piccoli momenti di vita normale che rendono la serie perfetta!

Un giorno, Chae-rok scopre il segreto di Deok-chul e si spiega come mai l’anziano abbia da sempre avuto il desiderio di voler imparare il più possibile in poco tempo: il suo amico è affetto dal morbo di Alzheimer, è questo il vero motivo che lo ha spinto a rivolgersi al suo sogno non appena andato in pensione, non avendone fatto cenno nemmeno alla sua famiglia. Deok-chul non fa che trascrivere su un taccuino tutta la sua giornata, i suoi impegni, le cose che apprende quotidianamente, i momenti da ricordare. La malattia dell’anziano dapprima si manifesta con piccole perdite di memoria, poi diventa sempre più aggressiva, ma la voglia di andare avanti e affrontare la malattia con la stessa leggerezza della farfalla regala allo spettatore immagini superlative di come la danza sia grazia e fatica nello stesso tempo, così come la vita. Memorabile il rapporto di Deok-chul con i tre figli, il figlio maggiore che ha da sempre avuto contrapposizioni con il padre criticandone la sua mitezza e lentezza nel lottare per fare carriera, riscoprirà l’affetto che ha sempre celato nei confronti del genitore, a lui è affidato il messaggio più intenso della storia: “Non importa quanto invecchi, papà, sarai sempre il mio pilastro”.

La figlia che ha da sempre temuto di non essere stata mai considerata abbastanza, di non aver dato la gioia di un nipote ai genitori, capirà, invece, di essere stata sempre a loro cara.

Il figlio minore che ha lasciato di punto in bianco la carriera di medico e si reputa quasi un fallito e che decide di filmare un documentario sul suo papà, seguendone i miglioramenti nella danza e il rapporto con la malattia.

Ricordiamo anche la nipote, Shim Eun-ho, affezionata al nonno che soffre con lei per via delle difficoltà a trovare lavoro (altra tematica molto interessante che viene introdotta in questa serie è la disoccupazione giovanile, vista dagli occhi della ragazza e da quelli del nonno).

Alla fine, resta un’ultima considerazione per Chae-rok che, con una caparbietà imparata proprio negli ultimi mesi, continuerà ad esercitarsi e ad esercitare il suo amico e manager per una prova degna di rappresentazione in quel “Lago dei cigni”, tanto sognato e sospirato da entrambi: perché la danza è leggerezza come il ricordo che, con delicatezza, entra anche nelle vite degli altri.

Navillera tocca le corde del cuore. La malattia, i sogni mai realizzati, la dignità della vita, la memoria, il rispetto tra diverse generazioni, il ricordo affidato agli altri, il coraggio, la tenacia. Un gioiello!

Memoru Grace

Strega per amore – I Dream of Jeannie

Vi confesso che la prima volta che ho visto questo telefilm, da piccola, me ne sono innamorata subito, è così un toccasana da qualsiasi forma di tristezza che riesce immediatamente a tirarti su di morale ed è un potere speciale perché non tutte le sit-com riescono in questa impresa, ancora oggi ci sono degli episodi cult che mi fanno morire dalle risate.

“Strega per amore”, che in originale ha il titolo “I Dream of Jeannie”, venne trasmessa la prima volta negli Stati Uniti tra il 1965 e il 1970 dalla televisione NBC. L’idea di questa sit-com fu di Sidney Sheldon, già autore di diverse sceneggiature di film e opere televisive e premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1946 per “Vento di primavera” con Cary Grant e Myrna Loy.

“Strega per amore” nasce come risposta al successo riscontrato dal telefilm “Vita da Strega” trasmesso dalla ABC.

La trama è incentrata sulle avventure e disavventure del Capitano Anthony “Tony” Nelson (interpretato da Larry Hagman che negli anni a venire avrebbe prestato il suo volto al cattivissimo J.R. in “Dallas”). Nel pilot della serie il capitano ha un problema tecnico con la navetta e finisce su un’isola deserta, sperduta nell’Oceano Pacifico. Mentre cerca di capire come farsi venire a salvare, viene attirato da una bottiglia che si muove da sola sulla sabbia, non riuscendo a contenere la propria curiosità, decide di aprirla e magicamente esce dalla lampada, immersa in un fumo denso, una ragazza bionda che parla persiano ed è vestita da harem. La ragazza si chiama Jeannie (interpretata dalla simpaticissima Barbara Eden), è un genio dagli antichi natali, forse punita ed intrappolata dentro la lampada da centinaia d’anni. Jeannie, non appena vede Tony, se ne innamora perdutamente e decide, come tutti i geni che si rispettano, di realizzare i desideri di colui che l’ha salvata. Da qui in poi, il nostro capitano dell’Aeronautica, nonché astronauta dai futuri gloriosi, non riuscirà più a liberarsi di Jeannie che farà di tutto per entrare prepotentemente nella vita di Tony, che, tra un incantesimo e l’altro, dispetti e malintesi, si renderà conto pian piano dell’importanza della ragazza in ogni piccolo momento della propria esistenza.

Una sit- com meravigliosa, capace di intrattenere ancora a distanza di decine d’anni dalla sua uscita in tv. I due personaggi principali sono per me insostituibili, entrambi con il dono della comicità e della simpatia. Impeccabili i secondari, a partire dall’amico e collega di Tony, il capitano Roger Healey (interpretato da Bill Daily), che all’inizio non sa di Jeannie, ma quando scopre la sua storia e i suoi poteri, arriverà, grazie ad un inganno, a rinchiudere il genio dentro la lampada e portarla via da Tony, così da poter permettersi una vita agiata come nuovo padrone della lampada, poi, però, si arrenderà anche lui al destino che lega Jeannie a Tony. Non possiamo, poi, non citare il colonnello Alfred Bellows (interpretato da Hayden Rorke), lo psichiatra della NASA, che sospetta sempre del povero Tony Nelson e cerca di esaminare ogni gesto o comportamento bizzarro del capitano per dimostrare la sua follia. Il dottore è il protagonista delle gag più divertenti del telefilm!

Qualche curiosità su questa sit-com: il nome della protagonista non è altro che un gioco di parole tra Jeannie (cioè piccola Jean) e genie (genio). In italiano il titolo “Strega per amore” non è del tutto preciso, visto che la protagonista è un genio e non una strega, ma per noi ormai il titolo è diventato storia e non è facile da cambiare.

La serie è composta da cinque stagioni per 139 episodi, ma i primi 30 episodi sono stati filmati in bianco e nero e solo nel 2000 sono stati colorizzati, mentre il resto degli episodi sono stati già filmati a colori.

Nella prima stagione il tema musicale era una ballata jazz scritta da Richard Wess, ma Sidney Sheldon preferì sostituirla con una nuova composizione più allegra, scritta da Hugo Montenegro e Buddy Kaye. La nuova sigla è diventata famosissima nella storia della televisione mondiale.

Nel 1985 venne girato un film per la televisione “Strega per amore – 15 anni dopo” dove, però, il nostro Larry Hagman, impegnato sul set di “Dallas”, fu sostituito dall’attore Wayne Rogers, mentre, nel 1991, un altro seguito “Ancora strega per amore” dove le protagoniste sono Jeannie e la sua terribile sorella. E’ ovvio che, da appassionata di serie vintage, ho recuperato entrambi i film!

Memoru Grace

Alice in Borderland (ovvero stati mentali deliranti ai margini della società)

Nel nostro consueto appuntamento con le recensioni di serie televisive, abbandoniamo per un momento le sponde coreane dei K-drama per approdare in terra nipponica, che ha dato i natali ad alcuni degli esempi distopici più interessanti degli ultimi anni. Che il Giappone fosse la patria delle moderne distopie, in qualche modo, ne avevamo avuto diverse conferme grazie all’utilizzo della tematica in anime, manga, light novel, film e romanzi di ogni tipo, che era culminata con il libro e la pellicola Battle Royale (per alcuni ispiratore di Squid Game, quasi certamente una delle fonti per la fortunata saga americana di Hunger Games). In questo filone, si inserisce perfettamente l’interessante dorama (ドラマ) Alice in Borderland.

Ryohei Arisu (Kento Yamazaki, che ha interpretato il detective L nel live action di Death Note) è uno studente universitario sfiduciato del futuro ed apatico nella vita, che preferisce chiudersi nella sua stanza e trascorrere le giornate in pigiama davanti ai videogame che prendere decisioni sul suo futuro: al confine per diventare un vero e proprio hikikomori, salvato da questa sorte solo dalla presenza di amici che vede con regolarità, possiamo definire la sua figura come un NEET, acronimo per sintetizzare l’apatia di una giovane generazione tra i 15 e i 29 anni, che non studia né cerca un lavoro e perde la propria esistenza davanti al PC. Un giorno, mentre sta bighellonando per strada insieme ai suoi amici di lunga data – l’informatico timoroso Chota Segawa (Yuki Morinaga) e il barista rissoso Daikichi Karube (Keita Machida) – si ritrova in una Tokyo deserta e abbandonata che somiglia molto ad uno dei suoi amati videogiochi di sopravvivenza. Tutti coloro che vi si trovano, infatti, sono obbligati a partecipare a prove mortali associate alle carte da gioco (quadri, fiori, cuori, picche) e solo la sopravvivenza a tali prove dà la possibilità di vivere per un certo tempo, altrimenti degli invisibili Master provvedono ad eliminare i malcapitati che si rifiutano di giocare con un raggio laser. Mentre le giornate trascorrono tranquille e deserte e le notti sono costellate da un carosello di prove di sopravvivenza, Ryohei Arisu fa la conoscenza di Yusuha Usagi (Tao Tsuchiya), un’esperta alipinista che ha perso il padre in un incidente di montagna, e insieme decidono di cercare la Spiaggia, un luogo utopico di cui tutti i sopravvissuti parlano come un rifugio sicuro, governato dal folle Takeru Danma (interpretato da Nobuaki Kaneko), detto il Cappellaio, il cui obiettivo è raccogliere tutte le carte da gioco per fuggire da quella prigionia, ma anche creare la sua piccola isola felice dove tutti possono vivere liberamente e senza restrizioni. Ma si sa, utopie simili sono destinate a non durare, anche perché alla Spiaggia vivono soggetti alquanto bizzarri: Shuntarō Chishiya (Nijiro Murakami), giocatore misterioso e sociopatico, una macchina da guerra della razionalità; Hikari Kuina (Aya Asahina), una ragazza transgender, munita di dreadlocks e caramelle e segretamente asso delle arti marziali; Morizono Aguni (Sho Aoyagi), ex militare vagamente affiliato alla Yakuza che può combattere a mani nude contro una tigre (letteralmente); Rizuna Ann (Ayaka Miyoshi), una ex detective della scientifica diventata il braccio destro razionale del Cappellaio; Kano Mira (Riisa Naka), una donna misteriosa e perennemente in nero, che segue come un’ombra il Cappellaio; Niragi (Dori Sakurada), giovane e psicopatico membro del servizio d’ordine, che cambia la sua precedente vita da nerd con un’esistenza da assassino depravato; Last Boss (Shuntaro Yanagi), giovane ex hikikomori, che ha mutato il suo aspetto per diventare una creatura orrida, bianca, glabra e tatuata, munita di una lunga katana con cui uccide indifferentemente più dei giochi di sopravvivenza… ed altri ancora, uno più folle e particolare dell’altro.

Di fatto, la serie è divisa in capitoli, così come il manga da cui è tratta (今際の国のアリス Imawa no kuni no Arisu), scritto e disegnato da Haro Aso tra il 2010 e il 2015, per cui è possibile dividere facilmente la parte dei giochi iniziali da quella della spiaggia, con un cambiamento totale di visuale, che costringe quasi lo spettatore a passare dalla logica manga/anime di Sword Art Online (personaggi intrappolati loro malgrado in un gioco in full dive) al survivor series in stile Lost (l’utopia distopica della Spiaggia con tutte le dinamiche che intercorrono) e che, soprattutto, destabilizza talmente tanto lo spettatore sull’obiettivo finale (sopravvivere ai giochi, trovare la Spiaggia, cercare le carte, recuperare i mazzi di carte rubati, combattere contro il sovvertimento di potere all’interno della gerarchia della Spiaggia), tanto da far perdere per davvero quale dovrebbe essere il fulcro della liberazione: ovvero individuare il master del gioco e scoprire perché (e come) ha rapito tutte quelle persone per poter evadere da quella realtà. Per cui la manifestazione finale del master (o dei master) sembra quasi una decomposizione di tutte le idee fino a quel momento individuate, nell’ottica di ricostruirle nuovamente per la prossima stagione (il cui arrivo Netflix ha annunciato a breve).

Ma che cosa vuol dire il titolo che sembra riecheggiare la fiaba di Lewis Carroll? Anzitutto, il protagonista si chiama Arisu, che, scritto in katakana, si legge nello stesso modo della trasposizione in giapponese del nome inglese Alice. E proprio come Alice, anche Arisu viene casualmente ed inspiegabilmente catapultano in un mondo fittizio e immaginario, dove la bellezza e la meraviglia nascondono le insidie e le cattiverie dell’animo umano. Non per niente è un Wonderland che si è tramutato in un Borderland, termine che in geopolitica e in diritto si usa per indicare una linea di confine – talvolta, piuttosto pericolosa – tra due Stati dove imperversano figure che si dissociano dalle regole e dalle istituzioni civili, e che in sociologia delinea l’esistenza al margine di una società. Se andiamo ad analizzare i personaggi di Alice in Borderland, tutti, più o meno, si trovano ai margini della società, o perché l’hanno rifiutata o perché ne sono stati rifiutati o perché hanno difficoltà ad integrarsi in essa oppure, infine, perché vivono falsamente all’interno di essa, sovvertendola in segreto. Ma è Bordeland anche l’immaginaria terra di confine creata dal Cappellaio, che parte dal presupposto di negare qualsiasi regola esistente nelle società umane e che, nel rifiuto di queste, non fa altro che creare una nuova e più temibile impalcatura di regole e di gerarchie, un sillogismo negativo che va a travolgere l’umanità stessa.

Che cosa ha portato questo dorama al successo internazionale? Sicuramente, la fusione ben calibrata di horror, fantascienza, thriller, azione e giochi di ruolo; ma anche il ritmo narrativo orchestrato di momenti di apparente calma con punte aguzze di violenza inaudita, come uno stridore di unghie sui vetri; e, infine, il messaggio di base, per cui fuggire dalla società umana e rifiutarla non è la soluzione adatta perché non fa altro che spingere nel baratro della negatività e della marginalità umana, creando nuovi apparentemente lucidi stati di follia.

Consigliato: a chi è amante del genere horror/fantascienza/distopico ed è disponibile a piccoli e grandi colpi di suspence e d’azione; a chi è amante di manga/anime e si incuriosisce a vedere una serie che, pur nella sua affinità, si slega completamente dalla fissità dei live action giapponesi troppo fumettistici; a chi cerca una serie diversa dal solito nel mare dei drama asiatici; a chi ha amato Alice nel Paese delle Meraviglie ed è pronto a vederne una sua versione deformata.

Captain-in-Freckles

La ricompensa del gatto – In viaggio con Baron

“Le persone racchiudono pensieri e desideri. In ciò che si crea infondendovi cose simili, senza accorgersene dimora un animo”.

Inizierei con questa frase molto caratteristica tratta dalla storia che sto per raccontarvi e affidata al nostro caro Baron, personaggio che abbiamo già incontrato ne “I sospiri del mio cuore”. Facciamo, però, un passo indietro giusto per avere qualche spunto in merito alla produzione di questo film.

La ricompensa del gatto è un lungometraggio animato prodotto dallo Studio Ghibli e uscito al cinema nel 2002, si può anche considerare uno spin off del precedente “I sospiri del mio cuore” soprattutto per la presenza di tre personaggi a cui ci eravamo affezionati, l’affascinante Baron, gatto vestito da perfetto dandy di inizi Novecento, un vero e proprio gentleman sempre pronto ad aiutare gli altri, sfoggiando, in contemporanea, la sua innata eleganza, il gatto obeso Muta e il corvo Toto.

La protagonista della storia, Haru, è una ragazzina di diciassette anni, altruista, sognatrice, alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Un giorno Haru salva un gattino che sta per essere investito da un camion e da qui inizia la sua avventura. Durante la notte viene svegliata da un serie di rumori e improvvisamente vede un infinito corteo con a capo il Re dei Gatti che è venuto a farle visita perché il gattino salvato dalla ragazza è niente di meno che il figlio, il Principe dei Gatti. Il Re è molto grato ad Haru per cui decide di ricompensarla facendole sposare suo figlio. Nonostante la ragazza sia contraria a sposare un gatto, il Re non ne vuole sapere. Una voce, però, le consiglia di rivolgersi, per chiedere aiuto, all’ufficio dei gatti.

Durante la notte Haru viene rapita e portata nel Regno dei Gatti per la preparazione delle nozze dove verrà trasformata in una gattina antropomorfa, ma in suo soccorso interverranno Baron, Muta e Toto. Riusciranno questi tre personaggi a liberare Haru? Haru seguirà il consiglio di Baron che l’unico modo di non trasformarsi totalmente in gatto è solo quello di credere in se stessa e in ciò che è sempre stata, con il suo carattere e i suoi pregi, senza aver timore di rivelare la propria esistenza nel mondo umano?

La storia, usando il genere fantastico, racchiude tutti gli elementi di una fiaba di formazione, di crescita personale. Essere grati per quello che si è, imporre il proprio io nel mondo con lo stesso diritto che hanno tutti: questa è la chiave di lettura di questa altra straordinaria opera firmata Studio Ghibli e diretta da Hiroyuki Morita.

L’ambientazione magica, le scene divertenti e avventurose, la delicata spensieratezza non faranno altro che farvi affezionare ai personaggi e alla storia raccontata, il tutto accompagnato, come sempre, da una meravigliosa colonna sonora.

Se, quindi, nel frattempo, siete riusciti a vedere “I sospiri del mio cuore” sarà impossibile non farvi tentare dalla visione di questo film di animazione!

Memoru Grace

Kingdom (ovvero della scienza e del buon governo)

Da cultrice del genere fantasy/horror/distopico, possibilmente imperversato da tanti zombie o mostri di diversa fattispecie, Kingdom riserva un posto speciale nel mio cuore, per la dovizia e la cura con cui è stato ricostruito lo scenario storico-politico e per la devozione che presenta nei confronti dei concetti di “sovranità” e di “scienza”. Come gli altri prodotti dello stesso genere (o simili), anche l’orrido di Kingdom – che, per la verità, è molto meno orrido rispetto alle aspettative -, cela un messaggio da comunicare agli spettatori. Infatti, mentre Hellbound e Sweet Home conservano un nucleo metafisico, Train to Busan presenta una profonda analisi sociologica e All of Us Are Dead è la metafora del bullismo e della crescita, questo drama in costume presenta una chiave di lettura estremamente politica.

Era Joseon, periodo fittizio storicamente collocabile tra il XVIII secolo e il XIX secolo (interpretazione personale, data la presenza dei moschetti e diversi contatti con la cultura occidentale e con l’India). L’anziano re di Joseon giace a letto, colpito da un ignoto morbo, mentre la sua giovane e terrificante sposa (Kim Hye-jun, secondaria di Just Between Lovers e antagonista di Inspector koo) attende di dare il legittimo erede alla nazione e di spodestare dal suo ruolo il figlio “bastardo” del re, il principe Lee Chang (interpretato da Ju Ji-hoon di Jirisan), e tutta la sua fazione politica (e non solo a parole, ma anche a fil di spada, visto che si combattono per strada peggio dei Montecchi e dei Capuleti). Al principe viene negato anche di vedere il padre, per cui, insospettitosi che l’ignaro sovrano possa essere stato avvelenato dalla moglie e dalla sua fazione politica (che conta il Primo Ministro), decide di recarsi dal medico di corte, l’ultima persona ad aver parlato col sovrano, presso la sperduta cittadina dove ha aperto una clinica per malati e un ricovero per poveri. Solo che alla clinica il medico non è mai giunto, angustiato da una ricerca scientifica che gli ha levato il sonno, e ha spedito solo il suo assistente, contagiato dalla stessa malattia del sovrano. La morte dell’assistente provoca, però, una reazione a catena: uno ad uno, tutti i ricoverati che sono venuti a contatto con lui si tramutano in creature mostruose, cadaveri che si svegliano solo con il buio e il freddo e reclamano carne umana. Quando il principe giunge alla clinica, in compagnia del suo fidato Moo-young (Kim Sang-ho, il brillante inventore di Sweet Home), si troverà ad affrontare una situazione inaspettata con orde di zombie che assediano la città peggio di nemici armati, poveri profughi da riparare, un’epidemia in continua diffusione, ma anche l’esercito della regina inviato appositamente per ucciderlo. Troverà, però, anche degli alleati che non immaginava: la dottoressa e scienziata Seo-bi (Bae Doona di The Silent Sea), la forza della verità e della scienza, un nervo che non solo non si fa spaventare dagli zombie, ma li ricaccia indietro munita solo di una fiaccola e con un neonato in braccio, fa esperimenti scientifici per scoprire l’agente patogeno che causa la malattia e si inerpica su per le rocce per raccogliere campioni da analizzare; il cacciatore di tigri Yeong-shin (Kim Seong-gyoo, già visto in Un frammento della mia mente e grandioso secondario in One Ordinary Day), personaggio misterioso e amorale, perennemente munito di fucili, moschetti e armi da fuoco, viaggiatore in paesi occidentali e munito di una lealtà unica e rara; il pavido magistrato Beom-pal (Jeon Seok-ho), buffo e goffo nobile, chiaramente raccomandato per la sua carica istituzionale, ma che improvvisamente dimostrerà un coraggio inaspettato; l’arciere Min Chi-rok (Park Byeong-eun, il TangoMan di Eve, visto anche in Oh My Baby), freddo e compassato guerriero con un elevato codice d’onore.

L’orda zombie dei primi episodi, per la verità, lascia presto il posto alla congiura politica, alle contese e agli intrighi di corte, che vedranno fronteggiarsi direttamente il principe con la sua giovane regina madre (e, vi assicuro, è davvero raro trovare un’antagonista così cattiva, un incrocio tra Grimilde, la Baronessa di Bathory e il savio di Guicciardini), ma anche la scienziata che vuole fermare il contagio e arrivare a capo di una spiegazione con una precedente generazione medica (rappresentata dal suo maestro, il medico di corte), più legata alle antiche tradizioni e dipendente dai ricatti istituzionali ed anche meno obiettiva e meno misericordiosa verso il prossimo. E, così, la scienziata e il principe si ritrovano a rappresentare due simboli quanto mai attuali: da una parte, c’è la scienza, che dovrebbe illuminare il cammino degli uomini e non affossarne qualsiasi prospettiva futura, dall’altra, il buon governo, che dovrebbe prendersi cura delle vite dei cittadini, senza appiattirli nell’oblio e nell’oscurità del non sapere. Scienza e buon governo devono procedere insieme, speculari, eppure su due binari paralleli, senza mai interferire l’una con l’altro, nel rispetto dell’umanità.

Kingdom è un drama bello, sontuoso e complesso, che gioca tutto su una tecnica di chiaroscuri artistici, come in un drappeggio o in un quadro di Rembradt, e sul valore dell’attesa: ci sono interi episodi dove gli zombie non appaiono quasi mai e dove, anzi, tutti i personaggi sono quasi sull’orlo di una follia angosciante nell’attesa dell’avanzata del nemico oscuro e ignoto, come Drogo ne Il deserto dei Tartari. Un’attesa logorante che fa stare lo spettatore sulle spine, più di qualsiasi scena splatter di altri horror.

La storia si snoda per due stagioni di 6 episodi l’una (per un totale di 12 episodi) e di un film (Ashin of the North), un sidequel che precorre la genesi dell’epidemia e che spiega l’apparizione finale degli ultimi due personaggi (la misteriosa e letale Ashin, interpretata da Jun Ji-hyun di Jirisan e The Berlin Files, e il tartaro selvaggio Ai Da Gan, interpretato dal premio Baeksang Koo Kyo-hwan di D.P., Escape from Mogadisciu e Avvocata Woo) e che fa ben sperare in una terza stagione – per la verità, già prevista e programmata, ma frenata (ironia della sorte) dal COVID.

Menzione specialissima per Heo Jun-ho (grandioso interprete di Designated Survivor: 60 Days), che interpreta Lord Ahn, il mentore del principe, e che fornisce uno degli esempi più incredibili di logica politica con monologhi quasi teatrali. Ovviamente, lo fa da zombie, ma poco importa.

Consigliato: a chi è appassionato del genere zombie/mostruoso/epidemico/orrido/distopico e a chi è appassionato di drama in costume, opulenti e carichi di suspence; a chi è appassionato di scienza e a chi vuole vedere una protagonista femminista, indipendente e forte come non mai (Bae Doona è ormai la Samantha Cristoforetti dei drama, per cui, bambine, prendetela d’esempio); a chi è curioso di approcciarsi con il genere horror-fantasy, ma non vuole soffrire la vista di copiose quantità di sangue (qualche arresto cardiaco, però, è sempre garantito negli ultimi due minuti di ogni episodio, per cui preparatevi); a chi vuole sentire la strana parlata di Koo Kyo-hwan nel film, anche perché è probabilmente uno dei migliori attori coreani della sua generazione.

Captain-in-Freckles

Oh My Baby – La vita a quarant’anni

Oh My Baby” è una serie a cui sono decisamente affezionata e che merita davvero molta attenzione da parte del pubblico. L’aspetto più interessante di questa serie è il coraggio di affrontare delle tematiche molto complesse, non discostandosi mai dal genere della commedia, scelto proprio per l’andamento della storia. Questa è l’arma vincente della serie! La tematica principale è infatti l’infertilità (e vi avevo avvisato che non era per niente una tematica leggera),  l’infertilità è qui una tematica coraggiosamente proposta nella storia, ma è  da apprezzare anche il modo di proporla perché la vedremo sia dal punto di vista femminile che da quello maschile, senza mai scadere nella banalità e nella volgarità, anzi riuscendo a coinvolgere lo spettatore grazie ai geniali tocchi da commedia e a farlo riflettere in molti punti per merito di attori bravissimi e di una sceneggiatura eccellente.

La storia è ambientata nel 2020, Jang Ha-ri (interpretata dalla bravissima Jang Nara, vista in “Fated to Love You“) è una giovane donna che sta per compiere 40 anni e che si accorge di avere trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita solo immersa nel lavoro. E’ la vice direttrice della rivista “My Baby”, un periodico dedicato ai bambini, alle mamme e ai papà, soprattutto nei primi anni di vita dei loro figli, ha visto crescere moltissimi bambini ed è stata testimone di tante belle storie raccontate dalla rivista, ma, a parte la soddisfazione professionale, Ha-ri si accorge di aver raccontato le storie degli altri, ma di non essere mai stata protagonista della sua vita e ora, che si trova a compiere quarant’anni, si sente incompleta e con un vivo desiderio di maternità che non può realizzare facilmente non avendo alcuna relazione da tanti anni e avendo appena scoperto di soffrire di endometriosi.

Intenta a fare qualcosa e a dover sbloccare nell’arco di sei mesi questa situazione, decide di guardarsi intorno e vedere chi potrebbe essere eventualmente un probabile padre di suo figlio, medita anche la fecondazione in vitro, l’inseminazione, ma tutto impossibile per una donna single, cade per poco nella trappola di un tizio che vende il proprio seme on line e per questo finisce quasi “in disgrazia” perché le mamme che seguono la rivista iniziano contro di lei una lotta per ostracizzarla, facendole pesare la sua situazione disperata e evidenziandone il comportamento imbarazzante.

A soffrire per lei, la madre (interpretata da Kim Hye- ok) che comprende il malessere interiore della figlia, spinta ad essere tentata anche da soluzioni contestabili e impossibili o ad andare in depressione per aver visto la sua vita sempre dietro ad un vetro ed essere attaccata dalla moralità ipocrita della società. La madre soffre con la figlia perché non vuole lasciarla sola e sa di non poter fare miracoli e di non essere eterna.

Entrano poi in scena, improvvisamente, tre personaggi. Choi Kang-Eu-ddeum (interpretato da Jung Gun-joo, visto in “Extraordinary You”), impiegato della casa editrice della rivista in cui lavora la protagonista, è un giovane sotto i trent’anni alle sue prime esperienze lavorative che in un modo o nell’altro, per stima o affetto, si affezionerà ad Ha-ri.  E’ sempre sorridente e pieno di entusiasmo, anche se spesso dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato, ma alla fine è un semplice adorabile ragazzo.

Yoon Jae-young (interpretato da Park Byung-eun e visto in “Eve” e “Kingdom” ), compagno d’infanzia della protagonista che, dopo essere stato abbandonato dalla moglie insieme alla figlia piccola, chiede ospitalità alla madre della protagonista per poter aver tempo di intraprendere una sua attività: aprire una clinica privata di pediatria, essendo medico pediatra, e poter lasciare la sua bambina all’asilo nido vicino. Rivede Ha-ri con occhi diversi dopo che i due si erano allontanati molti anni prima. E’ possibile che potrà nascere qualcosa tra loro?

Han Yi-sang (interpretato da Go Joon), un fotografo libero professionista e collaboratore della rivista, già conosciuto qualche anno prima dalla protagonista e all’inizio mal tollerato da lei proprio per delle incomprensioni relative al primo incontro. Oltre al lavoro si riempie la giornata di mille attività e hobby, sempre alla ricerca di imparare nuove cose e di liberare la propria mente da pensieri di troppo. Ha più di un segreto da custodire e il suo modo di fare tra il tenebroso e il sarcastico nasconde molta solitudine.

Uno dei tre riuscirà a colpire l’attenzione della protagonista o non faranno altro che farla ricadere nella amarezza e nella consapevolezza degli anni che passano senza lasciare impronta?

Come ho premesso, i toni da commedia stemperano molte situazioni complesse, ma evidenziano coraggiosamente diverse tematiche: la protagonista che si sente quasi una donna a metà non realizzata e che subisce le angherie proprio delle altre donne (alla faccia della solidarietà femminile!) che le fanno pesare il fatto che, pur scrivendo in una rivista specializzata, una donna che non è diventata mai madre non potrà mai capire al cento per cento le difficoltà della maternità e dell’essere madre. La direttrice della rivista, collega della protagonista, costretta a ritornare presto a lavoro dalla maternità per non perdere il posto, con il tiralatte in ufficio. Un padre lasciato da solo in balìa della diffidenza o del giudizio degli altri. L’infertilità maschile ancora meno trattata rispetto a quella femminile e così molti altri spunti critici.

Alla fine, la mia ultima riflessione va alla protagonista, interpretata da Jang Nara, perché tra tutti spicca lei, un’attrice completa in grado di “empatizzare” con lo spettatore in ogni scena e in ogni espressione; il suo personaggio passa da uno stato di euforia ingenua, quando crede di aver trovato la soluzione al suo problema e quasi a  farsi arrestare per una incomprensione, all’incanto nei suoi occhi per aver visto un bambino nei suoi primi mesi di vita o per essere testimone della complessa lotta di una coppia non giovanissima alle prese con una gestazione difficile, si sorprende quando capisce di essere stata notata da qualcuno, prova timore di risvegliarsi da un sogno o titubanza quando qualcosa può andare bene anche per lei nella vita.

Ha-ri, interpretata da Jang Nara, è un po’ tutte noi, ammettiamolo.

Memoru Grace

Il mio vicino Totoro – Inno alla fantasia

Forse neanche Hayao Miyazaki avrebbe mai potuto immaginare quanto Totoro potesse essere così importante e amato in tutto il mondo, tanto che la stessa rivista Empire lo ha collocato tra i migliori 500 film della storia. “Il mio vicino Totoro” è un film del 1988 prodotto dallo Studio Ghibli e scritto e diretto da Miyazaki. La storia è ambientata in un paesino di campagna dove le due sorelline Satsuki e Mei si trasferiscono con il loro papà per stare vicino alla mamma ricoverata in ospedale. Giorno dopo giorno le bambine iniziano a scoprire un mondo nuovo caratterizzato anche da esseri piccolissimi come i “nerini del buio”, gli spiritelli della fuliggine che occupano le vecchie case abbandonate e che solo i bambini riescono a vedere. Una mattina, la sorellina più piccola, Mei, mentre esplora il giardino della casa nuova, si imbatte in due spiritelli, uno bianco e piccolo e uno grande e azzurro, li segue fino a dentro il grande albero di canfora che si erge maestoso nella campagna e qui incontra Totoro, un essere buono, un incrocio tra una talpa e un procione che non parla, ma emette dei fantastici suoni. A Mei, questo essere così simpatico, somiglia ad un troll che in giapponese si dice tororu, ma, visto che Mei è una bambina di soli quattro anni e non riesce a pronunciare bene le parole, il nome viene storpiato in totoro.

Quando Mei racconta a casa di avere incontrato questa strana creatura, il papà le spiega che è stata una privilegiata perché si tratta del custode della foresta e non a tutti è permesso di vederlo.

Una sera, sotto una pioggia incessante, le due bambine escono di casa per recarsi alla fermata dell’autobus e aspettare così il papà che torna dalla città, qui incontrano Totoro che sta attendendo anche lui il suo autobus speciale, il gattobus, un autobus peloso con il muso di gatto, il sorriso sornione e dodici zampe. Mentre attendono, Satsuki offre a Totoro un ombrello e la magica creatura, come ricompensa, le regala dei semi. Totoro è lo spirito della natura e quei semi una volta piantati, in una sola notte, diventeranno germogli. Si tratterà di una notte speciale in cui le bambine voleranno e viaggeranno veloci come il vento insieme al loro nuovo amico.

Un giorno arriva a casa un telegramma dall’ospedale e Mei, molto spaventata per le condizioni della mamma, decide di intraprendere il viaggio da sola per raggiungere la madre, ma essendo piccola si perde, così, la sorella maggiore, Satsuki decide di chiamare Totoro per aiutare a trovare la sorellina. Totoro chiama il gattobus e in men che non si dica raggiungono Mei, poi le due sorelline si fanno lasciare in ospedale dove trovano il padre che ha già raggiunto la mamma che sta bene e parla sorridente, i genitori non si accorgono delle bambine, ma alla mamma sembra di sentire le risate delle figlie sull’albero del parco dell’ospedale.

Totoro è un film meraviglioso, è ricco di significati e simboli, una pietra rara e preziosa nel panorama dell’animazione mondiale. Il rapporto tra fantasia e natura caratterizza tutta la storia, creature arcaiche e mitologiche che coesistono con la modernità, ma il ponte di comunicazione tra le due dimensioni è sempre quello dell’infanzia, della curiosità e dell’incanto dei bambini, tematica assai cara al Maestro Miyazaki.

Hayao Miyazaki si è ispirato in parte ad un evento autobiografico, quando da piccolo insieme ai suoi fratellini si recava a trovare la madre ricoverata in ospedale per tubercolosi spinale, così come la mamma delle due protagoniste di Totoro. Originariamente la storia doveva essere ambientata nel 1955, ma poi si cercò di non dare precisazioni sul tempo visto che la visione e la dimensione temporale non erano così importanti per lo sviluppo della storia stessa.

La colonna sonora, ormai diventata famosissima, è stata composta dal bravissimo Joe Hisaishi che ha curato moltissime colonne sonore per lo Studio Ghibli, mentre la canzone Tonari no Totoro fu scritta da Miyazaki stesso ed è diventata così famosa che ancora nelle scuole viene fatta cantare ai bambini.

Piccola particolarità: il nome delle due sorelline significa maggio, “Mei” sta per “May” in inglese, quindi maggio, mentre “Satsuki” è un termine arcaico giapponese che significa “il quinto mese dell’anno”, per cui, sempre, maggio. Questo perché inizialmente la protagonista doveva essere solo una, poi, invece, si optò per la scelta delle sue sorelline protagoniste e noi non potremmo immaginarci diversamente la storia.

Se non conoscete “Il mio vicino Totoro”, spero di avervi fatto incuriosire perché questo film è una pietra miliare, Totoro è anche l’immagine del logo dello Studio Ghibli diventato famoso in tutto il mondo; se, invece, lo avete già visto, credo che sia il momento di riguardarlo, perché, come in tutti i film dello Studio Ghibli, scoprirete sempre qualcosa di nuovo che vi eravate persi nella precedente visione.

Memoru Grace

Il castello dell’Airone bianco

A circa un’ora da Osaka, per chi è appassionato di storia del Giappone, una tappa importantissima è il castello di Himeji, un tesoro nazionale e un Patrimonio dell’umanità, uno dei dodici castelli originali del Paese, ancora intatti.

Il castello di Himeji è anche conosciuto come castello dell’airone bianco, fu completato nel 1609 sotto la supervisione del daimyo Ikeda Terumasa e la storia ci tramanda che non fu mai assediato, infatti, ancor oggi è uno dei pochissimi castelli ad aver conservato la struttura originale.

Insieme ai castelli di Matsumoto e Kumamoto è uno dei tre castelli più belli del Paese e ogni anno viene visitato da migliaia di turisti. Viene chiamato anche castello dell’airone bianco per la sua eleganza nelle proporzioni e per il colore bianco candido della torre principale.

La sua storia risale a seicento anni fa e si sa che fu scelto come punto strategico di difesa a ovest di Kyoto. E’ costituito da 80 edifici collegati da una serie di sentieri simili ad un labirinto.

L’ingresso gratuito del castello è quello dalla porta Otemon e consente di poter visitare le mura esterne e l’ampio giardino con diversi alberi di frutta dove, durante la bella stagione, i visitatori si ritrovano per un picnic.

Dalla porta di Hishi, invece, si accede all’area del castello a pagamento: si potranno, quindi, percorrere i vicoli del castello interno fino al mastio centrale. Da qui sette piani di scale caratterizzano la parte interna e più si sale più i piani si restringono. In ogni piano alcuni cartelli spiegano la storia, le caratteristiche architettoniche e le tattiche difensive del castello. All’ultimo piano vi è un piccolo santuario e diversi punti panoramici da dove poter ammirare dall’alto il castello e la città.

Meraviglioso il giardino giapponese Kokoen, accanto al castello. Si tratta di nove giardini che richiamano il periodo Edo, separati da mura, ma che sono caratterizzati da stili diversi. Intorno al castello poi vi sono mille alberi di ciliegio che durante la stagione sono ammirati da moltissimi turisti, così come è possibile, durante il fine settimana e nei giorni festivi, fare un giro in barca lungo l’unico fossato interno percorribile e arrivato fino ai giorni nostri, il goku-bori.

Memoru Grace

Il piano nella foresta (ovvero della magia della musica)

Kai Ichinose è un ragazzino povero, figlio di una ragazza madre dalle dubbie frequentazioni, incline a saltare la scuola e alle zuffe con i compagni di classe. Dietro la sua apparenza rissosa e da teppista, nasconde, però, un segreto: nel mezzo della foresta, ha trovato un vecchio e imponente pianoforte malandato, che sembra suonare solo per lui. Kai, che ignora come si possano leggere gli spartiti musicali e non conosce alcun rudimento, si siede al piano e ne trae una melodia meravigliosa, prodotto di una genialità che nessuno sa da dove scaturisca. Il fatto è che quel pianoforte emette suoni meravigliosi solo per lui, rimanendo uno strumento muto per tutti coloro che vi si accostano. Un giorno, Sosuke Ajino, maestro di musica locale, ma con un passato da grande concertista, lo sente per caso, comprende la genialità nascosta in questo ragazzo solitario e disagiato e decide di insegnargli la musica per prepararlo ad un futuro di pianista. Nonostante il primo concorso non dia le soddisfazioni aspettate, i due non si abbattono e, passati gli anni, centreranno il loro obiettivo: il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin.

La stessa scuola di Kai è frequentata da Shuei Amamiya, un ragazzino timido e riservato che ha deciso di votare la sua vita alla musica e che studia con dedizione ogni giorno per diventare un abile pianista. Tuttavia, Shuei, pur raggiungendo la perfezione nelle esecuzioni, sa di mancare della genialità dell’amico: lo capisce quando nota l’orecchio perfetto di Kai che individua errori musicali che lui non aveva mai visto; ne ha una certa dimostrazione quando si approccia al piano nella foresta, che si rifiuta di emettere note per lui e rimane muto; comprende l’amara realtà, quando vince ad un concorso musicale, defraudando quasi Kai, esecutore perfetto ed emozionante, ma squalificato per non aver rispettato le regole formali dell’abito (si presenta senza cravatta e, poco prima dell’esecuzione, si toglie le scarpe). Shuei si sente in inferiorità rispetto all’amico e sa di non meritare il successo che gli attribuiscono, perché le sue esecuzioni sono belle e perfette, ma mancano di anima. Decide, allora, di abbandonare il Giappone e di partire per l’Europa con l’intenzione di diventare il più grande pianista vivente. Questo nuovo studio lo porterà, anni dopo, a raggiungere il medesimo obiettivo di Kai: il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin.

Nel mezzo, tanti incontri e tante storie, di crescita e di passione, dal pianista polacco che si sente investito del dovere di vincere, al pianista cinese che è costretto ad una ferrea disciplina da parte del padre, ma anche passione, emozioni e tanta tanta musica. Una panoramica musicale così completa e sensibile che ti fa venire voglia di metterti le cuffie e di isolarti dal mondo intero per goderti uno Studio di Chopin o una Sonata di Beethoven o la Suite Inglese di Bach. Una colonna sonora che aiuta a comprendere la magia della musica, ma anche il discrimine tra perfezione e genialità, perché le due cose sono spesso quanto di più distante possa esserci e il divario va colmato con l’amore e la passione per la musica.

Il piano nella foresta (ピアノの森 – Piano no mori – The perfect world of KAI) è una serie anime prodotta dallo Studio Gaina e trasmessa da NHK tra il 2018 e il 2019 (in Italia è visibile su Netflix doppiata), tratta dal manga Piano no mori, pubblicato nel 1998 per Kodansha con storia e illustrazioni di Makoto Isshiki (ancora inedito in Italia) e che ha ispirato anche un omonimo film nel 2007. Si tratta di un prodotto di nicchia, premiatissimo in Giappone e acclamato dalla critica, che vale la pena recuperare lentamente, anche solo per gustare tutte le musiche un po’ per volta, come ad un concerto a teatro.

Consigliato: a chi è appassionato di musica classica e a chi ha studiato (o studia ancora) pianoforte; a chi sa cosa sia mettere passione in quello che si fa e non demorde per raggiungere i propri obiettivi; a chi apprezza la magia di un Notturno di Chopin in una sera d’estate con il cielo stellato e le finestre aperte.

Captain-in-Freckles

N.B.: Il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin esiste per davvero e si svolge ogni cinque anni a Varsavia. La sua data di fondazione risale al 1927 e ha visto trionfare i più grandi pianisti di sempre. Consiglio di recuperare qualcosa su YouTube, anche dei documentari che ne narrano la storia.

Sweet Home (ovvero fenomenologia di un mostro)

“Non tutti i mostri sono tali”

Con questa frase, che è il vero leitmotiv di tutta la serie Sweet Home (스위트홈, Seu-witeuhom) , potremmo anche riassumere il vero significato di quest’opera, tratta dall’omonimo webtoon scritto da Kim Kan-bi e Hwang Young-chan, collocabile, un po’ limitatamente, nel genere horror post-apocalittico con epidemie simil-zombie al seguito, ma che si è rivelata essere, personalmente, una delle scoperte recenti più belle, salita rapidamente ai vertici della mia personale classifica. L’intento di Sweet Home, infatti, va molto al di là delle dinamiche sociali e psicologiche del classico horror post-apocalittico, per andare ad affondare le proprie radici nei meandri dell’anima umana, nella sua dimidiatezza, ma anche nella sua dualità e nel suo nucleo più abissale, dove tutto è stato sepolto in potenza, e nella capacità/incapacità di discernere tra il Bene e il Male.

Cha Hyun-soo è un diciannovenne con un passato doloroso (bullizzato in modo estremamente pesante dagli ex compagni di scuola e con una famiglia sterminata in un incidente stradale di cui è l’unico sopravvissuto), che si rifugia in un condominio di periferia, chiamato “Casa Verde” con l’intenzione di vivere in solitudine in vista del suo suicidio che ha programmato per il 25 agosto 2020. Le urla di due bambini in difficoltà gli impediscono di portare a compimento il suo proposito suicida e gli impongono di uscire dal suo tetro isolamento per salvarli. Al contempo, infatti, una strana epidemia si è diffusa per la città (e non solo) e ha colpito velocemente anche gran parte degli abitanti del condominio, che hanno cominciato a trasformarsi in veri e propri mostri. Barricati dall’esercito nell’edificio e circondati da diverse creature malefiche che imperversano per le scale, i sopravvissuti decideranno di rintanarsi al piano terra per resistere alle avversità, creando una piccola comunità forte e coesa. Ma, col tempo, inizieranno a capire che non sempre le creature mostruose sono tali, che spesso non esiste umanità tra gli esseri umani, quando si fanno sopraffare dal Male in tutte le loro azioni, e che la presunta epidemia non contagia con un semplice contatto, ma aleggia, pronta a rintanarsi nel dolore, nella rabbia e nelle emozioni umane, quasi un mostro, insito in ciascuno di noi, che prende il controllo della nostra umanità.

E questa piccola e multiforme umanità è composta da un gruppo variegato, dove ogni personaggio, con la sua arma personalizzata e la sua anima, quasi come in uno scenario dantesco, rappresenta qualcosa.

  • Cha Hyun-soo (interpretato da Song Kang, il nostro Mr. Farfalle di Nevertheless e di Love Alarm) è l’Anima, con la sua propensione per il Bene e la tentazione per il Male, con il libero arbitrio, ma anche con la forza di autodeterminazione, con la grandezza e la miseria – per riprendere un’espressione di Blaise Pascal – dell’umanità: giovane e depresso hikikomori con tendenze suicide, vittima di bullismo scolastico, perennemente ai margini della società, tanto da considerarsi non solo disadattato, ma anche un peso per se stesso e per il resto del gruppo, diventa presto il suo salvatore silenzioso, pronto ad affrontare le missioni più pericolose, a caricarsi di tutti i pesi e i dolori e a liberare gli altri in nome di una comune salvezza; impareremo a conoscerlo passo passo, a guardare i suoi dolorosi ricordi e a scavare nel profondo della sua anima per vederlo dialogare con se stesso… e non solo. Arma preferita: un manico di scopa con un pugnale legato in cima, elettrificato da Han Du-sik.
  • Lee Eun-hyuk (interpretato da Lee Do-hyun di Youth of May, Melancholia e 18 Again) è la Mente: brillante, perfettino, razionale, ma studente di Medicina con pochi mezzi economici (e, quindi, costretto a tanti lavori), si ritrova tra i primi ad essere bloccato al piano terra dalla barricata militare e ha immediatamente l’idea di costruire un piccolo nucleo civile con i sopravvissuti, chiamandoli a raccolta tramite interfono, organizzando spedizioni e resistenze e distribuendo tra loro competenze e viveri; in apparenza freddo, calcolatore e imperturbabile, cela le sue emozioni e la sua tenerezza nei confronti della sorella, ma anche una dose di umanità e di altruismo che emergerà proprio nel momento più drammatico, conscio del fatto che, quando qualcuno è sicuro di mantenere una promessa, è certo che stia mentendo (citazione letterale). Arma preferita: estintore anti-incendio.
  • Seo Yi-kyeong (interpretata dall’ex boxer Lee Si-young) è la Forza: vigile del fuoco, ma anche ex militare delle forze speciali, promessa sposa ad un fidanzato ricercatore medico, che è scomparso misteriosamente, e futura madre di un bambino (e qui sfata qualsiasi falso timore di cosa non si può fare in gravidanza), è una donna dura come la pietra, forte, muscolare e capace di qualsiasi missione, che sia affrontare l’esercito, i mostri, gli intrusi o strisciare in modo claustrofobico per i condotti dell’aria, inseguita da creature alla Alien; la sua forza, però, non deriva solo dalla sopravvivenza, ma anche dalla stretta empatia che prova per le persone che ama, che tenta quasi di avvolgere in un abbraccio materno. Arma preferita: qualsiasi arma da fuoco, ascia, coltelli, mani nude e persino un camion dei vigili del fuoco.
  • Pyeon Sang-wook (interpretato da Lee Jin-wook, protagonista millenario di Bulgasal) è la Giustizia: abitante misterioso e sfregiato dello stabile, temuto da tutti e, più volte, creduto, a torto, un mostro, è, in effetti, un gangster abbastanza pericoloso, dalle incredibili doti di forza e di resistenza e assolutamente non in imbarazzo ad uccidere qualcuno (ATTENZIONE: a lui sono affidate le scene più estreme e violente, che quasi riecheggiano il film Old Boy), basta che questo qualcuno si sia meritato in qualche modo la sua punizione in nome della giustizia; a parte la sua personale vendetta, che tenta di eseguire nonostante imperversano mostri di vario tipo, il suo è un personaggio complesso, forte e fragile al tempo stesso, perennemente nell’angoscia di sentirsi peccatore di fronte a Dio e alla continua ricerca della vera umanità. Arma preferita: assolutamente il martello, ma, talvolta, non disdegna nemmeno l’ascia.
  • Yoon Ji-soo (interpretata da Park Gyu-young, già vista in It’s Okay To Not Be Okay e protagonista di DaLì and The Cocky Prince) è la Tenacia: musicista rock con maxi camicie, jeans strappati al ginocchio e capelli di variegati colori, porta con sé il dolore di un ex ragazzo suicida e si è ripromessa che farà di tutto per sopravvivere e non rovinare quello che reputa un dono prezioso (d’altronde, alla cerimonia coreana del primo anno di età, invece di afferrare un oggetto, ha preso suo padre per il colletto, quasi a ribadire questo concetto); la sua resistenza e la sua tenacia le faranno scoprire un coraggio che la farà ergere sopra tutti, riuscendo a coinvolgerli e ad infondere loro maggiore sicurezza e ad incentivare il valore di fare squadra (SPOILER: è lei che compone la canzone Sweet Home, che dà il titolo alla serie), ma anche a creare unioni rare di anime (SPOILER: lei e Jung Jae-hoon formano una delle ship migliori di sempre, ve lo assicuro). Arma preferita: mazza da baseball.
  • Jung Jae-hoon (interpretato da Kim Nam-hee, pluripremiato per Mr. Sunshine) è la Fede: professore di lettere, ex alcolista, cristiano credente e collezionista (ma anche praticante) di spade katana, è stato ribattezzato il predicatore samurai, sia per il coraggio che dimostra sempre sul campo e per la sua abilità da spadaccino ambidestro, sia per i saggi insegnamenti e il supporto morale e spirituale che sa dare ai suoi compagni di sventura, che si tratti di confortare un malato o di aiutare qualcuno a chiedere perdono e a perdonarsi, o che si tratti di ribadire i concetti di giustizia e di umanità, quando gli altri perdono la luce; Jae-hoon si erge sempre un gradino sopra tutti, ma con una dolcezza e un calore che spingono gli altri ad evolversi e ci insegna che nessuno è troppo distante da Dio e che, riprendendo le parole del Vangelo, l’amore più grande è dare la vita per i propri amici (SPOILER: ribadisco che lui e Yoon Ji-soo insieme sono la perfezione). Arma preferita: una lunga e arcuata katana giapponese.
  • Lee Eun-yoo (interpretata da Go Min-si, già vista in Love Alarm e protagonista di Youth of May) è l’Onestà: diciannovenne ballerina di danza classica, fumatrice incallita, dedita alle parolacce e ai gestacci, irriverente e insofferente con tutti, è la sorella minore di Lee Eun-hyuk e mal sopporta il fratello perfettino e razionale, a cui rinfaccia la freddezza, mentre accusa tutti di falso pietismo e di incoerenza; in realtà, se, ad un primo sguardo, può apparire la solita adolescente antipatica e un po’ ribelle con le cuffie della musica perennemente nelle orecchie, Eun-yoo rappresenta proprio la trasparenza e la coerenza, che spesso vengono abbandonate nelle sovrastrutture sociali, in nome di una coesistenza paradossale, che priva di umanità, e, nel suo coraggio di dire sempre in faccia quello che pensa, non ha timore a dimostrare le sue paure, le sue lacrime e i suoi affetti. Arma preferita: un tipo di slang gestuale per insultare le persone che dobbiamo ancora cercare di decifrare.
  • Han Du-sik (interpretato da Kim Sang-ho di Kingdom) è la Creatività: uomo dal passato militare, rimasto paralizzato su una sedia a rotelle a causa di un incidente, è una mente ingegneristica brillante che sa fare ogni cosa, che sia creare armi e barricate o corazzare un’auto in mezzo all’apocalisse o sistemare allarmi e tubature o creare piccoli giocattoli per i bambini rimasti soli, che tratta con una delicatezza e una protezione paterna; è estremamente timido e generoso, per cui spende sempre volentieri le proprie energie e le proprie conoscenze per aiutare gli altri, nei quali vede, anzitutto, la bontà di fondo, tentando di creare qualcosa che possa loro giovare, e, pur con i suoi limiti fisici, non esita ad aiutare coloro che sono in difficoltà, tanto che è il vero motivo per cui il protagonista Cha Yoon-soo acquista il coraggio di uscire (N.B.: il suo sguardo malinconico vi rimarrà nel cuore come una carezza). Arma preferita: una spara-razzi costruita con una stampella e altre improbabili armi da fuoco.
  • Park Yoo-ri (interpretata da Go Yoon-jung, che, personalmente, conosco poco, ma che ho trovato bravissima) è l’Empatia: approdata in mezzo ai sopravvissuti insieme all’anziano e chiassoso Ahn Gil-sub, è un’infermiera specializzata nella cura e nell’assistenza ai malati terminali e soffre di un fortissimo asma, che spesso si acuisce di fronte a momenti di stress; molto riservata e fortemente empatica, si avvicina agli altri come se fossero suoi pazienti e, nel lenire le loro ferite materiali, comprende anche le loro ferite nell’anima, motivo per cui diventa una delle poche persone capaci di leggere dentro un animo tormentato come quello di Pyeong Sang-woon. Arma preferita: balestra con frecce (SPOILER: ad un certo punto, apprezzerà anche l’utilizzo della katana).
  • Ahn Gil-sub (interpretato da Kim Kap-soo, veterano attore coreano, visto anche in Designated Survivor: 60 Days e Chief of Staff) è la Resilienza (ovvero, la capacità di affrontare e superare un evento traumatico, riorganizzando positivamente la propria vita, nonostante le difficoltà): anziano ex militare, detentore di diari e cronache minuziose, possessore di motociclette e di armi, inventore di giochi di spie per bambini e vedetta costante della comunità, nella realtà, Ahn Gil-sub è malato di cancro in fase terminale, ma ha deciso di contraddire i medici e di non morire, con una dose di vitalità e di verve da lasciare a casa anche i più giovani; con un modo cameratesco e paterno riesce a coinvolgere anche coloro che tentano di porsi ai margini della società, raccontando vecchie storie della guerra di Corea o mostrando le multiformi ferite delle sue operazioni come se fosse una gara e senza mai perdere il sorriso (SPOILER: le sue intuizioni sulla teoria del bunker e del tunnel si rivelano vere). Arma preferita: lanciafiamme.

C’è solo un piccolo particolare che ho tralasciato di scrivere: Cha Hyun-soo è un Mostro. Ovvero è stato colpito anche lui dall’epidemia che trasforma gli esseri umani e convive perennemente – e in modo straziante – con un doppio di se stesso, munito di ampie pupille nere e voce metallica, che lo vorrebbe spingere a compiere il Male. Ma Hyun-soo è anche il “monstrum” alla latina, ovvero il meraviglioso che si mostra all’umanità e che entra nella vita quotidiana per stravolgerla, ma anche il “monstrum” che sta annidato dentro ognuno di noi e che in potenza si nasconde nella rabbia e nell’odio, nelle delusioni e nei dolori, nelle ferite dell’anima che non sono mai state guarite, e che può diventare un potente alleato e un confidente, ma anche un temibile nemico di noi stessi, un demone interiore che si scatena e ci divora, se non viene combattuto e sconfitto dalla nostra forza d’animo. Perché, alla fine, non si diventa mai dei veri e propri mostri se la nostra volontà non lo accetta e nessuno è davvero un mostro se non si comporta come tale, come accade a Hyun-soo che declina la propria forza mostruosa per aiutare il prossimo, fino ad accettarla e quasi ad annullare la propria umanità. La mostruosità, allora, è la dicotomia umana tra il Bene e il Male, il nostro camminare fragilmente su un sottile filo di congiunzione tra la Vita e l’Eternità, tra il raggiungere il Potere per se stessi e il donare agli altri.

Sweet Home tornerà per una seconda e per una terza stagione, con alcuni dei personaggi già noti e con nuovi personaggi, per seguire l’evoluzione di Hyun-soo, la ricerca scientifica su una cura e le dinamiche del piccolo gruppo di sopravvissuti, ma anche per scoprire che cosa ne sarà di chi, trovandosi nella stessa situazione del protagonista, deve compiere la fatidica scelta tra il Bene e il Male. E noi non possiamo che attendere il seguito con il fiato sospeso, come è giusto che sia, come se fossimo anche noi nel piccolo gruppetto di sopravvissuti della “Casa Verde”.

Consigliato: a chi ama il genere fantasy-horror post-apocalittico, a tratti zombie, a tratti epidemico, molto fumettistico; a chi ama le storie metaforiche che tendono a scavare nell’animo umano senza trascurare nulla; a chi sa che la più grande scelta dell’essere umano è discernere tra il Bene e il Male, insidiati all’interno di noi stessi.

N.B.: Ovviamente, si garantisce un po’ di pulp e di horror, tanta apoteosi kitsch di sangue e una colonna sonora pazzesca, capeggiata da “Warriors” degli Imagine Dragons.

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