Parasite: la sinfonia stonata della società

“Sai che tipo di piano non fallisce mai? Non aver mai alcun tipo di piano, neanche l’ombra. Sai perché? Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu. (…) Se non hai un piano, niente può andare storto, figlio mio. (…) Perché, se qualcosa poi ti sfugge di mano, in fondo non è poi tanto grave se uccidi qualcuno o se tradisci il tuo paese. Niente di tutto questo ha importanza. Hai capito?”.

Quando il 10 febbraio 2020, tutti i notiziari internazionali ci buttarono giù dal letto, dando la notizia che, per la prima volta nella storia, un film sudcoreano aveva vinto il Premio Oscar come miglior film, tutti quanti quasi non credevamo nemmeno che una cosa simile fosse possibile. Certi che la notizia fosse una fake news o meglio una cattiva interpretazione dei giornalisti che relegano sempre in fondo le notizie di spettacolo, ci siamo collegati su internet per sincerarci che il film aveva vinto ben 4 statuette (miglior film, miglior film straniero, migliore sceneggiatura originale e migliore regia a Bong Joon-ho), che si andavano ad aggiungere all’enorme incetta di premi che il film sudcoreano aveva già fatto per tutto il mondo: Palma d’Oro a Cannes nel 2019, Golden Globe come miglior film straniero nel 2020, due premi BAFTA nel 2020 per il film straniero e la regia; e, poi, ancora Boston Society of Film Critics Awards, British Indipendent FIlm Awards, Chicago Film Critics Association Awards, Los Angeles Film Critics Association Awards, National Board of Review Awards, New York Film Critics Awards, San Diego Film Critics Awards, Satellite Awards, Sydney Film Festival, Toronto International Film Festival, Critics’ Choice Awards, Independent Spirit Awards, Screen Actors Guild Awards, etc… Oltre agli innumerevoli premi ottenuti in patria. Un successo che ha messo d’accordo pubblico e critica e che ha imposto Parasite come pietra miliare nel firmamento cinematografico.

Protagonista del film è la famiglia Kim, composta dal padre Kim Ki-taek (il monumentale Song Kang-ho, vincitore del premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes 2022 per il film Le buone stelle – Broker), la madre Moon-gwang (Lee Jung-eun di Our Blues, Mr. Sunshine e When the Camelia Blooms), il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik di Our Beloved Summer), la figlia Ki-jung (Park So-dam di Cinderella and the Four Knights), tutti privi di lavoro, con studi troncati per mancanza di fondi economici, dipendenti da un misero sussidio di disoccupazione e costretti a vivere stipati in un appartamento minuscolo del seminterrato, dove i fratelli lottano fra loro per chi può arrampicarsi in bagno e percepisce quel minimo di connessione Wi-Fi per i cellulari. Un giorno, un amico del figlio, Min-hyuk (interpretato dal sempre glorioso Park Seo-joon), in procinto di partire per un periodo di studi all’estero, chiede a Ki-woo il favore di prendere il suo posto come insegnante di ripetizione di inglese di Park Da-hye (Jung Ji-soo), giovane rampolla di una ricca famiglia borghese cha abita una complessa e contorta casa piena di vetri. Lentamente e in modo metodico, Kim Ki-woo riuscirà nel piano di far assumere il resto della sua famiglia: la sorella diventa un’artista e un’insegnante di arte moderna per il figlio minore della famiglia ricca; la madre diventa una domestica; il padre l’autista personale di Park Dong-ik (Lee Sun-kyun di Coffee Prince e di Pasta), il padre della famiglia ricca. Si tratta solo dell’inizio dell’impalcatura di bugie che la famiglia Kim mette in atto contro la famiglia Park per portare a termine l’obiettivo di quell’estate: insediarsi in quella casa e lentamente impossessarsene.

Ma il problema è che i Kim non sono gli unici a mentire: la casa in sé nasconde un altro mistero, coperto da un’altra impalcatura di bugie, e le cose non sono esattamente come sembrano.

Parasite è il capovolgimento totale della società a causa della società stessa, dove vivono solo dei parassiti, esseri brulicanti la cui linfa vitale deriva dal risucchiare la linfa vitale altrui, alimentati da odio, rabbia e invidia, e dove tutto è lecito, come dice il protagonista nel dialogo col figlio, persino uccidere, in una tensione che porta a travalicare – dosteovskianamente parlando – qualsiasi limite per raggiungere i propri obiettivi. Una società frammentata e ricomposta come un vaso rotto o una sinfonia d’archi stonata, dove l’apparenza ha preso il posto dell’essere e rubare la vita, il nome e la casa agli altri diventa l’unica ragione per vivere, senza rendersi conto che equivale a perdere completamente se stessi, la propria personalità, la propria purezza e la propria unicità per acquisire un peso. Min-hyuk, insieme all’opportunità lavorativa, regala all’amico una pietra rara della collezione del nonno, un suseok, pietra sacra secondo il confucianesimo, usata nei secoli anche come mezzo di cambio economico e status simbolico dal punto di vista sociale: è una valuta pesante che diventa anche una pietra che opprime l’anima della famiglia Kim, la quale, per il valore economico che è stato negato e per il posto nella società da cui si è sentita esclusa, accetta la pietra e, simbolicamente, anche la discesa negli inferi. Per riprendere sempre il linguaggio di Dostoevskij, uccide l’usuraia per essere ammessa in società, sebbene è certa che le conseguenze negative non tarderanno a venire, perché, quando si entra come parassiti nella società non si può fare altro che smuovere gli altri parassiti presenti, in una lotta che porta all’autodistruzione.

Il film, tecnicamente e scenicamente perfetto, è un pezzo di teatro d’autore, che si presenta allo spettatore come uno stridore di unghie su un vetro, alternando momenti drammatici a sorrisi sarcastici e mescolando con sapiente maestria di dialogo una violenza psicologica che parte lentamente per raggiungere l’apice dell’inaudito. Non si tratta di un film da guardare a cuor leggero, ma di un prodotto raro di un ottimo regista e sceneggiatore, che svuota completamente lo spettatore, spingendolo a porsi delle domande sull’odierna società malata, arida, nichilista, erosa dal capitalismo e dall’apparenza. Probabilmente per arrivare a chiedersi, come Noam Choamsky, se per davvero, in un paio di generazioni, la società umana non tenderà ad implodere in se stessa.

Piccola postilla: il regista, Bong Joon-ho ha scritto e diretto anche Memories of a Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), Snowpiercer (2013) e Okja (2017); tutti film di un certo peso autoriale (e di non immediata visione).

Altra piccola postilla: la colonna sonora conta le musiche di Jung Jae-il, che nel 2021 ha composto anche la colonna sonora del drama Squid Game, più due canzoni; una di queste (che si sente in chiusura del film) si chiama Soju One Glass, è stata scritta dallo stesso regista ed è cantata da Choi Woo-shik; l’altra, invece, è In ginocchio da te di Gianni Morandi e la si sente a tutto volume nella famosa scena della lotta con i cuscini.

Consigliato: per chi è appassionato di Oscar, film d’autore e cinema orientale; per chi ama fare una certa valutazione sulla società; per chi può digerire una commedia nera, che sa uccidere lentamente, ma con Gianni Morandi in cuffia.

Captain-in-Freckles

Scent of a Woman – La vita come un tango

“Scent of a Woman” è un drama del 2011 dall’atmosfera malinconica, con delle interpretazioni eccezionali e una colonna sonora che vale la pena ascoltare infinitamente per scoprire delle chicche davvero speciali che rispecchiano l’andamento della trama, dalle parti più da commedia, come la sigla di apertura, a quelle più  emotivamente coinvolgenti, come il tango ballato dalla protagonista, il leitmotiv conduttore di tutta la storia che rivela la scoperta dei propri sentimenti da parte dei tre personaggi principali.

Per ogni serie, film, anime che guardo mi piace associare delle sensazioni, dei colori, ma un altro degli elementi che mi piace distinguere è il tema in comune o la caratteristica rispecchiabile nei comportamenti dei personaggi della storia. In questo drama, per esempio, la caratteristica che accomuna i personaggi è il rispetto di se stessi.

Lee Yeon-jae, interpretata da Kim Sun-a, è un’impiegata di un’agenzia di viaggi che ha trascorso gli ultimi dieci anni di vita lavorativa ad impegnarsi invano nella propria carriera dove riesce bene, ma è quotidianamente sottovalutata, mortificata, molestata e costretta dal superiore a svolgere incarichi umili che non si confanno con le proprie abilità e capacità. Nonostante tutto, però, Yeon-jae ha sempre cercato di lottare per poter emergere, ma non le è mai riuscito, anzi vive con terrore anche il momento di chiedere dei permessi anche solo per una visita medica. L’unica soddisfazione è lo stipendio di fine mese, non così ricco, ma la ragazza per tutti questi anni ha sempre cercato di essere parsimoniosa e di risparmiare al massimo, in vista di un futuro diverso, magari anche con una propria famiglia.

Un giorno, però, a Yeon-jae viene diagnosticata una malattia incurabile e le viene detto che le rimangono sei mesi di vita. Cosa fare? Il medico costretto ad annunciarle questa cattiva notizia è un suo ex compagno di scuola elementare, Chae Eun-suk, interpretato da Uhm Ki-joon, un dottore introverso, che sembra non provare quasi sentimenti per i propri pazienti, manca di empatia e questa impressione lo rende antipatico ai colleghi e ai malati del reparto. All’inizio Eun-suk farà finta di non ricordare la sua compagna di classe, ma poi, pian piano, sarà proprio l’avvicinarsi a lei e ad un’altra giovanissima paziente, Yang Hee-joo, interpretata dalla adorabile Shin Ji-soo, che porteranno il dottore a cambiare atteggiamento proprio nei confronti del mondo e degli altri.

Yeon-jae, dopo aver ricevuto una diagnosi così distruttiva, decide di trascorrere gli ultimi sei mesi della propria vita cercando la felicità che non ha mai avuto, ma che adesso crede proprio di meritare.  Stila una lista di desideri e una serie di azioni da compiere prima della fine dei sei mesi, cominciando nel dare le dimissioni a lavoro in modo molto plateale e notevole, quasi per gratificare se stessa e vendicare anni interi di umiliazioni, poi va in banca a controllare il proprio conto corrente mettendo di lato i soldi da lasciare dopo la sua morte alla madre, interpretata da Kim Hye-ok (“Oh My Baby”) che ignorerà quasi fino agli ultimi episodi la malattia della figlia che non vuole farla soffrire. La nostra Yeon-jae con il resto dei soldi decide di finanziare tutti i propri desideri che non ha mai realizzato a partire da uno dei viaggi dei suoi sogni, Okinawa. Durante la vacanza ad Okinawa incontra Kang Ji-wook, interpretato da Lee Dong-wook (“Bad and Crazy”) che si innamora di lei. La loro relazione sarà ostacolata da diverse interferenze a partire dalla fidanzata di Ji-wook, l’algida Im Se-kyung, interpretata da Seo Hyo-rim. Si tratta, infatti, di un fidanzamento combinato dalle famiglie di entrambi i giovani che non provano niente l’uno per l’altra, ma nel momento in cui Se-kyung scopre i sentimenti del fidanzato per Yeon-jae inizia a rendere la vita difficile alla nostra protagonista, inoltre le due si sono già incontrate sul lavoro tempo prima e tra loro, per colpa di un malinteso, era sorto un clima di insofferenza.

Tra l’inizio della terapia, la vicinanza di Ji-wook, l’amicizia con il suo medico e compagno di infanzia che per lei inizia a provare  sentimenti di affetto, ma che si ritaglia un suo spazio, sapendo di non essere il prescelto dalla ragazza, ma solo un amico caro che le è vicino nei momenti difficili della cura, la protagonista scopre se stessa, le sue innate forze che aveva da sempre ignorato e stabilisce tra lei e il mondo circostante una rete di emozioni che non aveva mai provato prima, emozioni che solo grazie alle lezioni di tango riescono ad emergere.

Incredibile come il tango possa curare le fragilità dei tre protagonisti, Yeon-jae riuscirà ad acquisire quella sicurezza che le era mancata in più di trent’anni di vita e ad affrontare la malattia, Ji-wook a contrastare i voleri di famiglia, ad esprimere liberamente il proprio carattere e ad imporsi e il medico Eun-suk, avvicinatosi anch’egli alle lezioni di ballo, sconfiggerà il suo essere schivo e ritroso e diventerà un dottore diverso, capace di ascoltare gli altri. Come affermavo all’inizio ognuno dei tre protagonisti acquisirà il rispetto per se stesso che non aveva all’inizio e così avverrà anche per alcuni secondari come la terribile fidanzata Se-kyung, che con il tempo dovrà ripensare al suo comportamento e alla sua vita o la madre della protagonista che una volta venuta a conoscenza della malattia della figlia dovrà affrontare le proprie paure e credere in se stessa per infondere coraggio anche a Yeon-jae.

Ho apprezzato la recitazione di tutti e tre i protagonisti, sono stati meravigliosi. Kim Sun-a, nei panni della protagonista Yeon-jae, riesce a donare allo spettatore un personaggio femminile forte, vive la malattia con dignità senza attirare su di sé l’attenzione nella ricerca di pietismo o di commiserazione, è questo un messaggio molto importante della serie, si soffre, si piange, ma si ride anche e si cerca soprattutto e, con orgoglio, la felicità, che poi sarà anche la linfa vitale che accompagnerà la protagonista nei mesi che le restano e non solo, perché la serie non avrà una conclusione amara o drammatica, seguirà anzi il filo conduttore dell’inizio, la speranza.

Non perdetevi questa serie dalle emozioni intense, dalle scene di tango così incantevoli, struggenti ed emozionanti, che rappresentano la vita: l’immagine della protagonista che balla il tango con un anziano tanguero in riva al mare sull’isola di Okinawa è tra le scene più toccanti della storia, così come la rappresentazione di ballo in ospedale con un non più impacciato dottore che esprime finalmente tutta la sua umanità in un tango così mai sentito prima. Ed infine, non perdetevi Lee Dong-wook in puro stato di grazia.

Memoru Grace

I racconti di Terramare – Il fragile equilibrio del mondo

“Tutto quello che vedi sotto il sole e le stelle deve la propria esistenza all’equilibrio. Il vento e i mari, il potere della terra e della luce, tutte queste cose danno il meglio con l’equilibrio. Ma ora, gli uomini hanno il potere di controllare il mondo. Gli uomini devono imparare quello che una foglia e una balena e il vento fanno naturalmente. Dipende da noi mantenere l’equilibrio. Tutto quello che esiste ha un suo nome. Il potere della magia non è niente di più che comandare basandosi sulla conoscenza del vero nome delle cose. Ma usa questo potere irresponsabilmente e l’equilibrio del mondo è facilmente danneggiabile”.

Se vi professate amanti di terribili draghi volanti, di terre desolate e misteriose, di confraternite di guerrieri e di maghi solitari, non dovete pensare che il vostro amore sia nato solo grazie alle produzioni televisive connesse a Game of Thrones e ai romanzi che George Martin non finirà mai di scrivere. Se credete che i draghi provengano da un luogo inaccessibile e magico, infatti, questo luogo non si chiama Westeros, né tanto meno la rovinata fortezza di Valyria ad Essos. Questo luogo si chiama Terramare ed è, fondamentalmente, un arcipelago di isole, le Terre Interne al centro e gli Orizzonti in periferia, dove il potere politico di re e signori feudali si interseca al potere magico di maghi e potenti stregoni. E questa mitica Terramare fu inventata nel 1968 dalla mente di Ursula K. Le Guin, avida lettrice di Tolkien e scrittrice di storie fantasy.

A Terramare, in un’isola non meglio specificata, la popolazione muore per carestie ed epidemie, terrorizzata dalle notizie di lotte tra draghi in cielo e in terra. Arren, un giovane principe che vorrebbe aiutare la popolazione, soffre di un grave disturbo da personalità multipla: come sotto una maledizione, nel suo corpo dimora un ragazzo gentile e servizievole e un guerriero sanguinario e privo di cuore, che, un giorno, prende il sopravvento e pugnala a morte suo padre, il Re. Per questo motivo, è costretto a fuggire e a nascondersi per le lande desolate, dove si imbatte nel ramingo e solitario Sparviere. Egli, in realtà, non è un semplice mago vagabondo che gira di villaggio in villaggio per aiutare i poveri e lottare contro gli schiavisti, ma nasconde l’identità di Ged, l’Arcimago, ovvero il capo di tutti i maghi, colui che deve garantire la bontà dell’uso dei poteri magici e l’equilibrio del mondo. Ged è in viaggio per capire per quale motivo Terramare sia caduta nello scompiglio e restituire le giuste proporzioni a tutti i poteri in gioco, che essi siano poteri degli uomini, della natura o del sovrannaturale. L’equilibrio è stato spezzato proprio nel momento in cui la fame di potere e di supremazia ha prevalso in tutti, creando un’alleanza mortale tra il potere politico e quello magico, ovvero tra gli uomini e il soprannaturale, che, insieme, hanno provocato una frattura nella natura stessa. Da Sparviere, dalla sua amica maga Tenar e da Therru, ragazza che è stata liberata dai mercanti di schiavi, Arren apprende che il vero squilibrio è stato provocato proprio dall’uso indiscriminato della magia, nella sua accezione più diabolica ed occulta, che ha corrotto con l’avidità gli uomini stessi: “Quando pretendiamo di avere potere sulla vita stessa, quando vogliamo inesauribili ricchezze, una salute inattaccabile e l’immortalità, il desiderio diventa brama. E se la conoscenza si allea con quella brama, allora si trasforma in male“.

Solo che Arren ha uno spirito molto debole, fiaccato e scisso dalla sua seconda personalità cattiva che lo divora dall’interno: così, cade nel tranello di Aracne, una creatura quasi asessuata e diafana in cerca della Vita Eterna e di creare un ponte indistruttibile tra mondo reale e mondo degli spiriti, che rappresenta il coacervo della magia priva di controllo e di morale. Aracne fa riaffiorare in Arren la sua metà diabolica, dandogli il suo “vero nome”, Lebbanen, e scacciando la sua metà di luce. Quest’ultima vaga come un’ombra priva di un corpo e, mentre Lebbanen esegue alla perfezione i comandi di Aracne come sua nuova divinità (rinchiudendo nelle segrete Sparviere e Tenar), la metà buona si strugge e si compiange nei sensi di colpa. Qui viene trovata da Therru, che rappresenta l’umanità priva di qualsiasi potere magico, ma con il potere di compiere una scelta tra Bene e Male. Therru si insinua nella fortezza dove si trova Arren insieme alla sua ombra buona e lo trova quasi privo di anima, con gli occhi vacui nell’oblio, ma in cerca della vita eterna promessa da Aracne: “Ti sbagli, è proprio perché sappiamo che dovremo morire che la vita è così preziosa! Arren, a farti paura non è la morte, Quel che ti fa paura è solo l’idea di vivere. Tu hai paura di vivere l’unica vita che ti è stata data!“. Therru usa la stessa tecnica di Aracne, ma al contrario, rivelandogli il suo “vero nome”, Tehanu, e ricomponendo Arren con entrambe le sue parti, non più scisse e opponenti, ma come un unico umano nella sua interezza positiva e negativa: è in questo momento che Arren compie la sua scelta e, con il suo libero arbitrio, opta per il Bene contro qualsiasi lusinga del Male, perché “anche nell’oscurità c’è sempre qualche stella“. Così, si oppone ad Aracne e alla sua idea distorta di equilibrio vita-morte, salva Sparviere e Tenar e accetta la sua mortalità effimera, eppure proprio per questo grandiosa, il suo vivere non per se stesso, ma per gli altri, l’accettazione della morte per trasmettere in eredità la vita: “Vivere, stare nel mondo, era una cosa molto più grandiosa e strana di quanto non avesse mai sognato“. Proprio quando comprende il significato della vita stessa, riceverà un prezioso aiuto nella lotta contro la malvagità di Aracne: la sua amica e sostengo Therru si trasforma nel famigerato drago, di cui tutti vociferavano da tempo, perché “per vedere la luce di una candela, bisogna portarla in una stanza buia“.

I Racconti di Terramare (ゲド戦記 Gedo senki, letteralmente Le Cronache di Guerra di Ged) sono una grande e colossale danza della Vita e della Morte, dove Bene e Male, Mortalità e Immortalità si incontrano e si scontrano, facendo perdere la nitidezza dei loro confini, con tematiche difficili e importanti su cui bisognerebbe soffermarsi per giorni in modo da eviscerare il significato: l’importanza dell’esile umanità di contro alla terribile potenza della magia, la dimidiatezza umana tra parte buona e parte cattiva, la tentazione presente più volte come offerta e come accettazione, il parricidio come superamento dosteovskiano del limite (non dimentichiamo che Le Guin è sempre stata un’avida lettrice di romanzi russi) e il rimorso come oblio interiore, la crescita morale e spirituale, la valenza del nome come identità profonda di noi stessi e, infine, il drago, che non è solo il meraviglioso che si manifesta nel mondo reale, per aiutare o meno i personaggi, ma è l’ascesa spirituale dei protagonisti, che trascende il passaggio da Vita a Morte e supera le tentazioni del Male.

Il film, prodotto dalla Studio Ghibli e diretto da Goro Miyazaki (figlio del Maestro dell’animazione Hayao Miyazaki), ha avuto una storia travagliata nel tempo. Liberamente ispirato ai cinque romanzi del Ciclo fantasy di Terramare (Earthsea) della scrittrice statunitense Ursula Le Guin (Il mago di Earthsea, Le tombe di Atuan, La spiaggia più lontana, L’isola del drago, I venti di Earthsea), in realtà, eredita l’idea primigenia della pellicola d’animazione, che venne già in mente ad Hayao Miyazaki negli anni ’70, quando il ciclo fantasy contava solo i primi tre romanzi. Tuttavia, mentre il nome della Le Guin era già noto in tutto il mondo (con pubblicazioni anche in Italia tramite le edizioni Urania), il Maestro dello Studio Ghibli era ancora poco conosciuto, per cui la scrittrice e i suoi agenti si rifiutarono di concedergli i diritti per una pellicola cinematografica. Per la verità, Miyazaki aveva già creato quell’opera monumentale d’animazione che è Conan, ragazzo del futuro, ma gli Stati Uniti erano ancora poco avvezzi alla logica degli anime e dei manga e gli unici film d’animazione di grande successo provenivano da Casa Disney. Anni più tardi, quando il nome di Miyazaki divenne di grande successo, dopo la produzione di capolavori come Il mio vicino Totoro, furono gli stessi agenti della Le Guin a contattare lo Studio Ghibli per concretizzare una versione cinematografica del ciclo, che stavolta contava di più romanzi, oltre che di una serie di racconti, legati alle gesta degli eroi di Terramare e ai suoi draghi. L’accordo tra il regista giapponese e la scrittrice statunitense, però, non sembrava decollare mai, per cui il produttore (e mente manageriale) dello Studio Ghibli Toshio Suzuki fece intervenire nel progetto il figlio del Maestro Miyazaki, Goro, che accettò immediatamente sia le condizioni dell’autrice sia la regia di una pellicola difficile. Il risultato non piacque né alla Le Guin, che si sentì defraudata della grande regia d’autore che aveva cercato, né ad Hayao Miyazaki, che criticò l’operato del figlio, perché “poco maturo” per la regia. Piacque molto, invece, ai botteghini giapponesi, dove il film rimase in vetta alle classifiche delle pellicole più viste per diverse settimane di fila, incrementando i guadagni dello Studio Ghibli e lanciando la carriera del giovane Goro, che, qualche anno dopo, ha fatto apprezzare la sua maturità registica nelle pellicole La collina dei papaveri (2011) e Earwig e la Strega (2020), che è stato il primo film d’animazione dello Studio Ghibli ad abbandonare la tecnica esclusiva del cartonato a mano per accogliere la CGI. Ma questa è un’altra storia.

Piccola postilla: si dice che Goro Miyazaki, per ricreare le ambientazioni, si sia ispirato di più al manga Il viaggio di Shuna (Shuna no tabi, シュナの旅), scritto a disegnato dal padre nel 1983 e vera fonte per l’elaborazione delle storie di Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke. Non esiste, però, una vera e propria pellicola di questo manga, per cui continuiamo a sperare che, prima o poi, abbia una vita propria.

Consigliato: agli amanti del fantasy, dei romanzi di Ursula Le Guin, dei film dello Studio Ghibli e forse un po’ anche a quelli che si vogliono consolare della poco esaltante visione delle ultime stagioni di Game of Thrones. Avvertenza: giacché la personalità malvagia di Arren sembra un vero e proprio caso di possessione, non è una visione per cuori deboli.

Captain-in-Freckles

Little Miss Sumo – Il Sumo femminile

Oggi parliamo di sumo femminile e prendo in prestito il titolo dell’articolo da un documentario di produzione Netflix dedicato a quest’argomento, ma prima di entrare nell’ambito specifico, facciamo un excursus della nascita del sumo.

Il sumo è lo sport nazionale giapponese e consiste nella lotta corpo a corpo nella quale due sfidanti si affrontano cercando di atterrare il loro avversario o di estrometterlo dalla zona di combattimento chiamata dohyō. Il dohyō è composto da due parti, quella a terra e quella aerea. La zona a terra è composta di argilla ed è rialzata, qui la zona di combattimento è formata da un cerchio formato da balle di paglia disegnato all’interno di un quadrato. Al centro vi sono due linee distanti 70 cm, sui lati est e ovest, davanti ad esse si posizionano i rikishi, cioè i lottatori di sumo, prima di scontrarsi. La posizione dell’arbitro, detto gyōji, invece, è a sud. Gli annunciatori incaricati a chiamare i rikishi si chiamano yobidashi. La zona area, invece, sovrasta la zona a terra e prende le sembianze di un tempio shintoista.

Le origini del sumo risalgono più o meno agli inizi del VI secolo e le radici sono quelle degli antichi riti shintoisti legati alle preghiere destinate ai raccolti abbondanti. All’inizio lo sport presentava degli elementi diversi rispetto a quello che possiamo vedere oggi e i primi gruppi professionistici cominciarono a formarsi all’inizio del XVII secolo. Vi sono alcune regole fondamentali come quelle dei rituali previsti, compiuti dai lottatori che si posizionano dietro le linee e colpiscono il suolo con entrambe le mani.

Il sumo, oltre ad essere uno sport di combattimento, è anche considerato una vera e propria forma d’arte. Si tratta, però, di uno sport prettamente maschile e anche se può essere praticato dalle donne, non esistono delle gare professionistiche femminili.

Nel documentario prodotto da Netflix “Little Miss Sumo” diretto da Matt Kay, la lottatrice di sumo, Hiyori Kon si esercita quotidianamente in questo sport e ogni giorno affronta fatiche fisiche e mentali e porta avanti rigorosamente il suo impegno nel tentativo di far cambiare le regole dello sport nazionale per poter far ammettere le donne alle gare professionistiche. Hiyori Kon proviene dalla cittadina di Aomori, famosa per aver dato i natali a diversi lottatori di sumo, e fin dall’età di sei anni ha praticato sumo. Molte bambine a quell’età si avvicinano a questa disciplina sportiva, ma poi smettono con il tempo di praticarla, mente Hiyori Kon ha continuato persistente e tenace ad esercitarsi per migliorare sempre di più. Ad oggi non può gareggiare in una lotta professionistica di sumo al femminile, per cui partecipa alle gare di lotta libera o wrestling che non è prettamente la disciplina sportiva della ragazza. Un documentario molto breve che ci fornisce una panoramica interessante sul mondo del sumo visto dall’ottica femminile. Volevo ricordare, sempre per la stessa tematica, il film del 2018 “The Chrysanthemum and the Guillotine” diretto da Takahisa Zeze e premiato al Busan Film Festival. Il film parla di giovani appassionate di sumo, dopo il terremoto del Grande Kanto del 1923. Dopo il grande terremoto che uccise migliaia di persone e il conseguente caos, un’ondata di ultra-nazionalismo imperversò in tutto il Paese; negli anni successivi, anarchici, socialisti, difensori di diritti umani, immigrati coreani furono perseguitati e proprio in questo contesto un gruppo di lottatrici di sumo, nel tentativo di evadere attraverso questo sport, dai problemi quotidiani, cercò di farsi luce. Due giovani appartenenti al gruppo anarchico “la società della ghigliottina” rimarranno affascinati da questo piccolo gruppo di lottatrici e dalle loro scelte di vita. Un film che vi consiglio e che ci fa avvicinare maggiormente all’argomento.

Memoru Grace

Two Lights: Relumino

Relumino” deriva dal latino e significa “mi illumino di nuovo” ed è il secondo titolo, non scelto a caso, per questo film dai tratti poetici e toccanti, un film corto che potrete benissimo recuperare in un momento di riflessione e di solitudine per poterne apprezzare i silenzi.

Quando vediamo il mondo attorno a noi, molte cose ci sembrano scontate, ma quando la luce si abbassa e le ombre scendono rivestendo i contorni di ogni cosa, se solo ci fermiamo un attimo dai nostri ritmi frenetici, ci rendiamo conto di non aver guardato abbastanza il mondo e attendiamo uno spiraglio di luce, la nostra solita seconda possibilità che ci illuminerà e ci farà apprezzare quel che abbiamo accantonato.

Dopo questo esperimento, guardiamo il mondo con gli occhi dei due protagonisti del film, due trentenni molto diversi tra loro, ma il cui tratto comune è l’ipovisione.  Il mondo visto dagli occhi di questi due ragazzi è sfocato, intangibile, ogni cosa diventa una montagna da scalare dove le insidie e le difficoltà costellano ogni loro azione e la sopravvivenza è un lungo esercizio alla pazienza. Nonostante tutto, però, ogni prova li avvicina al superamento della disabilità.

Ahn So-young, interpretata da Han Ji-min, (“One spring Night”, “Our Blues”) è una ragazza che lavora in una erboristeria e ha sviluppato il senso dell’olfatto, infatti, attraverso gli odori e nella ricerca continua di nuove essenze e profumi, ritrova se stessa e riesce a percepire le bellezze del mondo che la circonda.  

Seo In-Soo, interpretato da Park Hyung-sik, (“Hwarang”,” Strong Girl Bong-soon” “Soundtrack#1”), è un giovane accordatore dal carattere introverso, suscettibile e silenzioso che vive con profonda angoscia l’aggravarsi della sua malattia che lo sta conducendo rapidamente alla completa cecità.  

E’ da sottolineare come la lettura di questa storia delicata ci viene delineata con molta semplicità, ma tanto pathos e per questo è da apprezzare la scelta del regista e degli sceneggiatori di far incontrare i due protagonisti all’interno di un meeting rivolto a persone ipovedenti, desiderose di intraprendere un corso di fotografia. Ebbene sì, tramite la fotografia, ogni persona iscritta al corso, cosciente della propria disabilità, impegnerà tutte le proprie capacità personali per superare le difficoltà e creare dei piccoli meravigliosi capolavori dove il mondo semplice e infinito viene mostrato attraverso una visione diversa, forse più completa, ma decisamente sentita e percepita.

I due protagonisti, che hanno un modo differente di affrontare la vita, riusciranno alla fine ad avvicinarsi durante la mostra organizzata al termine del corso dal club di fotografia e qui In-soo cercherà So-young per mostrarle le fotografie attraverso Relumino, un’app per ipovedenti creata da Samsung, che supporta la focalizzazione e la visione delle immagini. Questa condivisione comporta un superamento delle barriere emotive dello stesso protagonista e la possibilità ritrovata da entrambi di accantonare la paura dell’ignoto per farsi illuminare dalla luce della propria esistenza. Bravissimi i due protagonisti, in brevi istanti regalano momenti di poesia. Una storia che riesce a comunicare allo spettatore l’importanza delle piccole cose perché, come affermava Antoine de Saint-Exupéry: “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Memoru Grace

Just Between Lovers – Splendore dell’anima

Credo che ogni opera possa comunicarci una musica, un colore, una sensazione o tutte queste cose messe insieme, per cui, se penso a “Just Between Lovers” mi viene in mente il colore azzurro, quello, però, del cielo della sera, nei pochissimi minuti dopo il tramonto. In una breve frazione di tempo riesco a percepire tutte le emozioni del cielo ed è tale la sensazione che mi ha lasciato questa serie, un viaggio nelle anime sensibili di persone comuni, nelle loro solitudini, nei loro dolori che il tempo ha solo attutito, ma che restano vive nel ricordo o anche solo in un gesto casuale o in una canzone.

Ha Moon-soo e Lee Kang-doo sono tra i sopravvissuti al crollo del 2005 del centro commerciale S Mall (l’avvenimento descritto nella serie non è reale, ma si ispira ad un triste fatto di cronaca che ha sconvolto il Paese nel 1995, il crollo del centro commerciale Sampoong di Seoul dove morirono 502 persone).

Dodici anni dopo, le vite dei due protagonisti si incrociano nuovamente tra le strade e i cantieri di un quartiere periferico della città. Ha Moon-soo, interpretata dall’intensa Won Jin-ah (“Hellbound”), nella tragedia del 2005 ha perso la sorella minore che aveva accompagnato quel pomeriggio per girare un servizio fotografico poiché la bambina era una giovane attrice. Moon-soo, vive con la madre (interpretata da Yoon Yoo-sun, vista in “My Girlfriend is a Gumiho”)   e, insieme alla zia, gestiscono un bagno pubblico per sole donne associato ad un salone di acconciature, nel frattempo, però, la ragazza porta avanti anche i suoi studi di architettura, collaborando a diversi progetti soprattutto nella realizzazione di plastici  che possano garantire la sicurezza strutturale degli edifici. Il padre di Moon-soo, interpretato da Ahn Nae-sang (“18 Again”, “DoDoSolSolLaLaSol”), invece, dopo la tragedia che ha coinvolto la famiglia e separato i componenti isolandoli nel dolore, ha lasciato il lavoro da autotrasportatore e ha aperto una piccola locanda per stare nelle vicinanze dell’unica figlia che gli è rimasta.

Lee Kang-doo, interpretato da un intenso e incredibile Lee Jun-ho (conosciuto come membro dei 2PM e per il premiatissimo “The Red Sleeve Cuff”), in quel terribile giorno del 2005 era all’interno del centro commerciale che attendeva il padre, un elettricista che lavorava all’edificio. Da quel giorno Kang-doo ha perso il padre, è stato estratto vivo dalle macerie, ma mal ridotto con ferite e postumi che si protraggono nel tempo e che il ragazzo sopporta con resistenza, la stessa che lo porta a sopravvivere alle giornate trovando una serie di lavori occasionali e come “agente” di recupero crediti per sostenere negli studi di medicina la sorella Lee Jae-young, interpretata da Kim Hye-joon (“Kingdom”).

Le vite dei due giovani si incrociano quando Moon-soo trova un lavoro di collaborazione presso lo studio d’architettura Seowon per occuparsi del progetto del nuovo complesso che verrà edificato proprio sul luogo dove dodici anni prima sorgeva il centro commerciale S Mall, mentre Kan-doo si fa assumere come operaio al cantiere edile. A capo del progetto c’è Seo Joo-won, interpretato da Lee Ki-woo (“My Liberation Notes”), proprio il figlio del progettista del centro commerciale crollato, vittima a sua volta degli eventi, morto suicida a causa del profondo senso di colpa. Joo-won vive con grande angoscia questo impegno perché come gli altri due protagonisti ripercorrerà ogni momento e sarà inondato dai ricordi e dai fantasmi che vivono le aree del cantiere. Accanto a lui, Jung Yoo-jin, interpretata da Kang Han-na, sua ex fidanzata e co-proprietaria insieme al fratello e al padre dell’impresa edile che si occupa dei lavori. I due ragazzi si sono lasciati dopo che la madre di Joo-won si è sposata con il padre di Yoo-jin, lasciando nell’imbarazzo e nella crisi i due giovani.

Presto Kang-doo e Moon-soo si troveranno a collaborare insieme nel progetto per il memoriale delle vittime da fabbricare all’interno della nuova area del parco, nel lotto dove sarà costruito il complesso da edificare. Il loro sarà un difficile e impegnativo lavoro emotivo. Contattando, infatti, i parenti delle vittime della tragedia riaffioreranno i ricordi dimenticati o solamente accantonati in una zona della propria memoria, affronteranno se stessi, i propri fantasmi, il senso di smarrimento e quello di colpa per essere sopravvissuti a 48 persone e cercheranno il supporto e l’affetto l’uno dell’altra per riemergere da un incubo infinito che li tormenta quotidianamente.

Nella vita dei due giovani tanti piccoli satelliti costituiti da poche persone care che riempiono il vuoto dell’esistenza, a partire da Jung Seok-hee, interpretata dalla meravigliosa Na Moon-hee (che ho adorato già in “Navillera”), ex usuraia testimone di un piccolo mondo periferico fatto da umili ed emarginati, una vera e propria nonna per Kang-doo che si sentirà supportato dal suo affetto anche nei momenti in cui sembra che tutto gli stia crollando addosso come le macerie  del suo continuo incubo.

Ma-ri, interpretata da Yoon Se-ah (“Snowdrop”), amica di Kang-doo, quasi una sorella maggiore, salvata da lui anni prima da una relazione violenta che la stava portando alla morte, gestisce un locale nel quartiere.

Ahn Sang-man, interpretato dal bravissimo Kim Kang-hyun (“18 Again”), un ragazzo con problemi di apprendimento, dal carattere dolce e generoso che diventerà un vero e proprio fratello maggiore per Kang-doo, che si affezionerà a lui e a sua madre, proprietaria dell’ostello dove abita. La madre di Sang-man si comporta come madre adottiva nei confronti dello stesso protagonista che troverà, nel suo piccolo centro di conoscenze, l’affetto di una vera famiglia: una madre, una nonna, una sorella maggiore e un fratello. Questo è uno dei lati più belli e commoventi della serie.

Infine, va ricordata Kim Wang-jin, interpretata da Park Hee-von, amica di Moon-soo, ragazza proveniente da una famiglia ricca, ma costretta su una sedia a rotelle a seguito di un incidente in moto, disegnatrice irrefrenabile di webtoon, con il suo assistente Jin Young, interpretato da Kim Min-kyu (“Snowdrop”, “Business Proposal).

 “Just Between Lovers” (che potete trovare anche con il titolo “Rain or Shine”) è una serie meravigliosa, di una umanità tale che commuove ad ogni scena grazie ai suoi personaggi comuni che alla fine del cammino troveremo così vicini a noi che ci sembrerà di conoscerli da una vita, delle anime sensibili che illuminano la propria esistenza.  Una serie che parla di traumi, di ferite, di lutto, di sensi di colpa, di rimpianti. Con due frasi simbolo si può tracciare il messaggio profondo della storia: “Ho cercato di dimenticare, ma la tristezza e la sofferenza sono sempre con noi”, questo è il momento del riconoscimento della propria difficoltà emotiva e “Se non avessimo così tanti rimpianti non potremmo continuare a vivere”, questa è la speranza, è la voglia di continuare a vivere, il messaggio ultimo che il drama ci vuole donare, la resilienza dei protagonisti è da esempio per tutti e personalmente mi ha fatto ammirare questa serie valutandola come una delle migliori mai viste.

Se poi volete continuare a immergervi nelle emozioni che la storia vi ha lasciato e ad abbandonarvi ai pensieri, immaginatevi quel cielo visto dal terrazzo della casa di Kang-doo, seduti su una panca piena di coperte, mentre sfogliate un fumetto con in sottofondo la meravigliosa colonna sonora che regala grazia ed intensità alle scene della serie e ci lascia un dolce e pacato senso di nostalgia in un soffio di vento.

Memoru Grace

Avvocata Woo (ovvero idillio della diversità)

“I miei sentimenti per te, avvocato Woo, sono come l’amore non corrisposto verso un gatto. I gatti a volte rendono soli i loro proprietari, ma li rendono altrettanto felici”. “L’espressione ‘amore non corrisposto’ verso un gatto è inappropriata perché anche i gatti amano i loro padroni”.

Difficile parlare in poche righe di un drama che non solo ha messo d’accordo pubblico e critica, ma che si è rivelato epocale sia in patria che nel resto del mondo (raggiungendo la top dieci dei più visti su Netflix anche in Italia). Un successo che è merito di tanti fattori, tra cui spicca un ottimo cast, una perfetta squadra affiatata guidata da interpretazioni uniche, e una sceneggiatura originale e mai scontata, che, partendo dalle basi di un semplice legal drama, affronta con delicatezza e intimità la vita straordinaria di uno strano genio del diritto, l’avvocatessa Woo Young-woo (nome palindromo, che, letto diritto e rovescio, si pronuncia sempre allo stesso modo, come afferma la protagonista). Woo Young-woo (interpretata da Park Eun-bin, già protagonista de L’affetto reale e Do You Like Brahms?) ha davvero delle capacità incredibili: una memoria eidetica, una preparazione giuridica (e non solo) approfondita, un’intuizione creativa che la porta a leggere in modo diverso dal solito l’ordinamento e ad affrontare i casi con passione. Woo Young-woo è straordinaria anche in un altro senso: il suo mondo è declinato dallo spettro dell’autismo, che le rende complesse alcune semplici azioni, come passare da un ambiente all’altro, attraversare le porte girevoli d’ingresso del palazzo dove ha sede lo studio, andare in mensa e socializzare con i colleghi e, soprattutto, non parlare di balene. Perché i cetacei, in generale, sono la sua vera passione, quel dettaglio che, insieme al diritto, l’aiuta a rapportarsi con il mondo. La metro affollata, il codice in borsa e il canto triste delle balene in cuffia.

E proprio la figura della balena è la vera chiave di lettura di questo drama, che già al primo episodio fa riferimento alla balena più famosa dell’universo letterario – per la verità, un capodoglio – la bianca e gigantesca Moby Dick, nemesi naturale del capitano Achab nell’omonimo romanzo di Melville. Se l’intento dell’autore americano era quello di dimostrare il titanismo del piccolo e insignificante umano che si contrappone alla terribile forza della natura, per capire Woo Young-woo è necessario rovesciare il paradigma e fare riferimento direttamente alla balena stessa, ovvero a quella gigantesca e solitaria creatura marina, raro mammifero circondato da pesci e, già per questo fatto, unica in ambiente acquatico, ingombrante nei movimenti e incapace di inserirsi nel mondo in cui si trova e, per questo motivo, spesso fraintesa. Woo Young-woo è come un cetaceo solitario, si muove da sola, ma fa un grande rumore, e sa che il mondo fatica ad accettarla, perché lei stessa non solo vede il mondo secondo i propri filtri – scomposto e frammentato secondo dati oggettivi e privo di sovrastrutture sociali -, ma è depositaria di un mondo interiore molto più ricco e luminoso – popolato da balene giganti che nuotano a ritmo di walzer in mezzo alle luci del cielo -, anche se difficile da esternalizzare. Perché lo spettro autistico non rende incapaci di provare sentimenti ed emozioni, ma rende arduo il loro discernimento e la loro manifestazione esterna, quasi chiusi e ovattati in un luogo distante, da cui è difficile comunicare con l’umanità.

Eppure, intorno a Woo Young-woo si trova un’umanità che, col tempo impara ad apprezzarla, ad amarla e ad essere, a sua volta, apprezzata e amata da lei: a cominciare dal suo mentore, l’avvocato Jung Myung-seok (interpretato da Kang Ki-young, l’amico e collega di Park Seo-joon in What’s Wrong With Secretary Kim? e, senz’altro, il mio personaggio preferito in assoluto), il primo che impara a conoscerla, a stimarne il suo enorme talento e a educarla professionalmente e umanamente nel piccolo ambiente sociale che la coinvolge; per continuare con i suoi colleghi, ovvero la passionale Choi Su-yeon (interpretata da Yoon Kyeong-ha, apparsa in Hospital Playlist), la sua “brezza fresca di primavera” (citazione letterale) che la protegge dai tempi dell’università e si arrabbia per lei, e il controverso Kwon Min-woo (interpretato da Joo Jong-hyuk, apparso in D.P. e Happiness), sempre su quella linea mediana tra l’essere preso in simpatia e l’essere detestato; per non dimenticare il padre (interpretato da Jeon Bae-su, straordinario secondario di When the Camelia Blooms, Fight for My Way e Non siamo più vivi) e gli amici di sempre, ovvero la folle Dong Geu-rami (interpretata da Joo Hyun-young), di cui abbiamo imparato a memoria il saluto, e lo chef stralunato Kim Min-shi (interpretato da Im Sung-jae, caratterista già visto in Vincenzo e in Bad and Crazy); per finire con l’impiegato della sezione contenziosi Lee Jun-ho (interpretato da un bravissimo e gentile Kang Tae-oh, secondario in Run On e Doom at your Service) che, con la sua gentilezza e la sua empatia, ha fatto innamorare mezzo mondo, compresa l’avvocatessa protagonista. La loro storia d’amore è poetica e delicata, si apre con piccoli sguardi e con gesti di condivisione per diventare un profondo legame di anime, che riesce a superare qualsiasi problema di comunicazione. Jun-ho affronta giorno per giorno la sfida di amare Young-woo, anche se questo può voler dire sentirsi soli, come lei affronta giorno per giorno il mondo e le proprie emozioni, aggiornando continuamente il suo poster con i sentimenti che scopre di poter provare e con cui viene in contatto, in una reciproca educazione emotiva che va al di là del semplice romanzo di formazione, musicato con un vero e proprio idillio della diversità. Riprendendo la chiave di lettura del capodoglio solitario, è emblematico il fatto che, quando Young-woo incontra Jun-ho e si sente libera di parlare con lui di balene (ovvero di essere se stessa), si avvicina ad un altro cetaceo, il delfino, animale che, di per sé, rappresenta la socialità e la socievolezza e che ama vivere in piccoli gruppi familiari (come viene detto nel drama, i delfini di Jeju in comunità tengono lontani gli squali) e relazionarsi con le altre creature, compreso con gli altri umani.

Seguendo l’andamento della storia e della crescita dei personaggi, anche i casi legali presentati episodio per episodio seguono un climax ascendente, partendo dal caso più “semplice” (o, quasi, più scontato), che serve allo showrunner per farci conoscere i personaggi e introdurci al mondo di Young-woo, continuando con lo shock del delitto compiuto da un ragazzo autistico, che ci permette di individuare correttamente la complessità e l’ampiezza dello spettro autistico, per proseguire con una serie di casi che in Corea del Sud si sono rivelati delle vere e proprie denunce sociali e politiche e che sono stati impreziositi da una serie di camei di alto livello recitativo. Su tutti, è doveroso citare la partecipazione di Kim Hiera (la cattivissima e psicopatica boss di Bad Crazy) nel ruolo di una profuga nordcoreana, Yoon Yu-seon (la zia di My Girlfriend is a Gumiho) nel ruolo della madre di un ragazzo autistico, Oh Hye-soo (la ragazza bullizzata che si vendica come zombie in Non siamo più vivi) che ha interpretato in modo magistrale una ragazza disabile, Lee Bong-ryun (la capo-villaggio di Hometown Cha Cha Cha) nei panni di un’avvocatessa femminista e Kim Joo-hun (l’eterno second lead di It’s Okay to Not Be Okay e DoDoSolSolLaLaSol) come CEO di un social network che ha subito spear fishing; ma, soprattutto, rimane indimenticabile l’interpretazione di Koo Kyo-hwan (meritatissimo premio Baeksang per D.P. e candidato per Escape from Mogadisciu) che è diventato il pifferaio magico in un episodio destinato a rimanere da antologia.

Avvocata Woo (titolo internazionale Extraordinary Attorney Woo; in coreano 이상한 변호사 우영우, ovvero Isanghan byeonhosa uyeongu) tornerà ufficialmente per una seconda stagione dal 2024, ovvero dopo il ritorno dal servizio di leva di Kang Tae-ho, ma, per ricoprire questi due anni di paziente attesa, è possibile leggere il webtoon omonimo che l’ha ispirato (che potete reperire online su Naver o con l’app Webtoon in inglese). Oppure c’è sempre la possibilità di un rewatch, perché la serie merita davvero diverse visioni.

Consigliato: a tutti, perché è una serie delicata, fresca e romantica al tempo stesso, che sa far sorridere e commuovere ad ogni singolo episodio senza essere mai banale; un consiglio particolare a chi ama i legal drama, perché sugli ultimi casi (che intrecciano al diritto amministrativo sudcoreano principi fondamentali del diritto e brocardi latini da dottrina) vale la pena soffermarsi molto.

Captain-in-Freckles

Intrattenimento coreano: viaggi, cibo, amicizia e risate

Ecco qualche semplice consiglio per farvi scoprire gli show di intrattenimento coreano e passare qualche ora in leggerezza all’insegna dei viaggi, del piacere del cibo e dei legami di amicizia.

NEW WORLD: 6 amici/nemici, un meteorite e il vaso di Pandora

Qualcosa a metà tra il #reality e il #quizgame#newworld è fondamentalmente una serie #unscripted, cioè priva di copione, dove 6 celebrità si ritrovano a recitare “a soggetto” su un’isola fittizia (definita #utopia), con una missione da compiere (guadagnare denaro in una #criptovaluta inventata per la serie) e alla mercé di eventi inaspettati (che vanno dalle lotterie, alla svalutazione, a un #monopoly vivente, alla caduta di un #meteorite, alla bottega delle ombre). Tra loro: il mattatore dell’intrattenimento coreano #leeseunggi, maestro dell’imbroglio e della frode verso il prossimo; il fratello mendicante #kimheechul dei #superjunior, depositario assoluto del #mainagioia; il doppiogiochista #eunjiwon, l’uomo che trama alle spalle; la straordinaria #parknarae, la donna che riesce a sclerare e a dormire al tempo stesso; la faccia d’angelo #joboah, la falsa debole; e l’incredibile – giustamente premiato con un #baeksang – #kai degli #exo, cattivissimo e intelligente, un generale della strategia, che ha dato il vero filo da torcere a Seung-gi e ha asfaltato tutti. “New World” è un #format particolare e rivoluzionario, che non solo fa divertire, ma spinge lo stesso spettatore a ragionare come i personaggi, chiedendosi cosa farebbe al loro posto e alimentando le celluline grigie, una #ginkana un po’ stralunata, che vorremmo mettere in pratica anche con i nostri amici, magari gridando #seunggishield con lo scudo come Cpt. America.

TWOGETHER: Fratelli diversi in cerca della meraviglia di un viaggio in Oriente

Se dovessimo consigliare uno dei programmi con i paesaggi più spettacolari, quasi da #nationalgeographic, ebbene #twogether sarebbe lo show perfetto per preparare lo zaino e prenotare il primo volo per l’Oriente. Perché il cuore di questo #show, che è anche un po’ un #documentary, è proprio la scoperta delle bellezze di alcuni angoli dell’ #asia e di scenari mozzafiato da #cartolina. Con lo scopo di fare una sorta di #cacciaaltesoro per trovare il fan nascosto di ogni luogo, l’attore ed entertainer coreano #leeseunggi e l’attore di Taiwan #jasperliu, partendo da #seoul, visitano #yogiakarta, l’ultimo sultanato semi-indipendente dell’Indonesia, la magica #bali con le sue spiagge incontaminate, la caotica #bangkok e la tropicale #chiangmai in Thailandia, l’incantato e spirituale #nepal, per fare ritorno in #corea (in luoghi quasi ignoti) e scoprono, piano piano, anche le tradizioni e i segreti di ogni posto, come dei moderni esploratori. Ciò che più colpisce di #twogethernetflix è come questo documentario sia diventato anche la nascita di una bellissima amicizia, due poli opposti che insieme sono diventati una miscela esplosiva, una squadra così consolidata e pasticciona che è impossibile non amare, anche nella loro reciproca incomprensione linguistica (i due parlano in inglese fra loro). Da non perdere le sconfitte a #badminton e a #morracinese.

THE HUNGRY AND THE HAIRY: Lo zen, il buon cibo e l’arte della manutenzione della motocicletta

Due uomini che non potrebbero essere più diversi, due sacche con lo stretto indispensabile, una tenda, quattro tegami e un viaggio #ontheroad lungo tutta la #coreadelsud a cavalcioni di una moto #harleydavidson (ma anche di una #vespa50special) da #busan e #jeju fino a #seoul per scoprire luoghi ignoti, respirare la brezza salata, inseguire le basse maree, mangiare pesce appena pescato su un battello in navigazione, parlare con una signora che gestisce un ristorante vecchio di secoli, prendere un tè rituale in un vecchio monastero. E, soprattutto, testare (e cucinare) tanto (ma proprio tanto) cibo. #thehungryandthehairy è il viaggio dello stravagante conduttore #nohhongchul con il suo look sui generis fatto di gonne, cappelli da cowboy e un paio di enormi baffi, in compagnia della star del #kpop e attore #rain è una riscoperta di se stessi, della propria libertà, della strada come legame con la vita, ma anche della conservazione delle tradizioni e degli affetti familiari, quasi uno #zen contemplativo, ma ricco di tante risate e tante chiacchiere. Perché ve lo consigliamo? Per due motivi: 1) per l’ironia di Noh Hong-chul (che, per intenderci, era il tizio che ballava in ascensore nel video di #gagnamstyle), talvolta feroce e sarcastica, ma mai volgare, e la pacatezza familiare e seria di Rain (che sa fare proprio tutto – dal pescare le anguille al montare una tenda – e cucina come uno chef stellato), ovvero l’umanità di due star che diventano persone comuni, non dissimili dal proprio pubblico; 2) per le Harley Davidson, che fanno sempre il loro effetto.

Laura

My Liberation Notes – Il diario della mia libertà (ovvero elegia dell’introversione)

«Cinque minuti al giorno.
Se hai cinque minuti di pace, la vita è sopportabile. Cerco di raccogliere momenti di euforia in parti da quattro a sette secondi per coprire quei cinque minuti. Riempio cinque minuti al giorno così.
È così che sopravvivo».

My Liberation Notes (in originale Naui Haebangilji o, meglio, 나의 해방일지; tradotto in italiano come Il diario della mia libertà) non solo non è una drama di facile comprensione, ma non è nemmeno il classico drama coreano con quegli elementi stereotipati, che ci hanno tanto fatto sorridere e innamorare del genere, i dialoghi brillanti e le storie d’amore sospese tra i protagonisti. Non c’è azione, rincorse e sparatorie, né incomprensioni e scenette tragicomiche nelle interazioni tra i personaggi. Manca la scena madre della sbronza di lato, quella che coincide con la grande rivelazione di uno dei personaggi (anche perché, in questa storia, chi è ubriaco lo rimane dall’inizio alla fine). E, soprattutto, non rientra né nella categoria dei melo con finale tragici, né in quella dei romance con happy ending, per un semplice motivo: My Liberation Notes non finisce affatto. Come in qualsiasi narrazione di una parte della vita, non è necessario trovare un inizio e una fine: è solo un episodio, un piccolo e fugace frammento di esistenza, che dà modo di leggere letteralmente i pensieri dei protagonisti, entrare in connessione con loro, dialogare internamente, percepire il rapporto con la più grande e complessa esistenza umana, all’interno della quale sono solo uno sparuto puntino in cerca della propria serenità interiore, e, infine, lasciarli andare. Ed è questo uno dei motivi che la rende una serie slice-of-life straordinaria, intima e riflessiva, un piccolo gioiello d’autore, che molti hanno paragonato alla serie americana This is Us, ma che fa rimanere intatta la lirica della prosodia orientale.

Estate 2019, ferma, immota e afosa. Una calda estate da odiare, in cui “la temperatura che si inspira è uguale a quella che si espira” (citazione letterale). Yeom Ki-jeong (Lee El di A Korean Odyssey), Yeom Chang-hee (Lee Min-ki di Because This Is My First Life) e Yeom Mi-jeong (Kim Ji-won di Fight for My Way e Lovestruck in The City) sono tre fratelli che ogni giorno, per ragioni lavorative, fanno i pendolari a Seoul dalla cittadina di campagna di Sanpo, situata nella provincia di Gyeonggi-do, il bianco albume d’uovo, che, statico e privo di sapore, circonda la capitale (citazione letterale), eppure se ne discosta così fortemente con le sue tradizioni e il suo arcaismo, che imprigiona i tre fratelli.

Ki-jeong, la maggiore, è all’alba dei 40 anni e, nonostante abbia una carriera ben avviata nelle indagini statistiche, lamenta una vita sociale e affettiva praticamente inesistente, quasi bloccata da un ruolo in perenne attesa della felicità: “Ci sono così tante persone. Dovrebbe essere arrivato finalmente il mio momento. Non sono mai riuscita ad ottenere nulla quando l’ho voluto. Sono stata in attesa per tutta la vita. In attesa del cibo, di tornare a casa e, anche, degli uomini“. Per questo motivo, ha deciso che deve trovare qualcuno – chiunque – quell’estate da amare, per avere un compagno con cui affrontare il gelido inverno. Ma è impossibile determinare l’amore sulle tempistiche, così come fissare dei paletti sul proprio ideale e Ki-jeong lo capisce quando, mentre i suoi appuntamenti al buio vanno sempre a rotoli, si innamora senza nemmeno rendersene conto di Tae-hoon, un padre single e divorziato, che vive con una figlia adolescente e due dispotiche sorelle nubili, sue ex compagne di scuola. Ki-jeong è autoritaria, volubile e insofferente come un’adolescente, teme il tempo che passa e lascia le rughe e ha paura di invecchiare senza nessuno, ma l’amore la trasforma e la fa maturare, donandole la capacità di comprendere gli altri e di empatizzare con le loro sofferenze, facendole capire che il motivo per cui soffriamo così tanto per problemi che ci poniamo da soli è il fatto che non possiamo affrontarli con qualcuno.

Chang-hee, il mezzano, è un trentacinquenne che si sente poco apprezzato e inadeguato, al tempo stesso, portandosi dietro un grosso complesso di inferiorità: “La vita stessa è imbarazzo. Nasciamo già imbarazzati, perché veniamo al mondo nudi“. Si sente poco apprezzato dal padre, uomo taciturno e solitario che sembra quasi ignorarlo, poco apprezzato dalle donne, perché povero e campagnolo, senza riuscire a portare avanti alcuna relazione, poco apprezzato sul lavoro, dove porta avanti con determinazione la sua guerra personale contro una collega. Sa di avere capacità che lo potrebbero mettere in una posizione diversa, ma, alla fine, non si vuole buttare. Incolpa il mondo, ma teme il futuro. Fino a quando non decide di dare una svolta decisiva nella sua vita, lasciando, dapprima, la velocità e la città, che lo avevano sempre ammaliato, per preferire la stasi e la famiglia, e, infine, trascurando le logiche dettate dagli impositivi della società (i soldi, il successo, il matrimonio, i figli), per seguire la sua intuizione emotiva che andrà a ridefinire la sua vita. Al contrario della sorella maggiore, la sua evoluzione – forse la più forte e completa tra tutti – non avviene nel contatto con una persona amata, ma nel cominciare ad amare se stesso e a superare la sua mediocrità interiore: “Scommetto che ho offeso un sacco di persone. Ora che sono da solo, sono diventato calmo e gentile“.

Mi-jeong è la sorella minore. Grafica trentenne di enorme talento, riservata e introversa, sopporta a stento un ambiente lavorativo e sociale che la vorrebbe come una persona diversa: i pranzi in compagnia dei colleghi, le cene alcoliche fuori, i vestiti all’ultima moda, il bikini di un colore sgargiante contro il suo costume intero unico fondo… Consapevole della sua diversità, si sente inizialmente inadatta a condurre la medesima vita degli altri: “Non mi sento a mio agio a letto, non mi sento a mio agio circondata dalle persone. Perché non posso ridere felice come gli altri? Perché sono sempre triste? Perché sono sempre nervosa? Perché tutto mi irrita?“. Nel suo caparbio silenzio, Mi-jeong rappresenta la ribellione ostinata e perseverante, che rimane inflessibile e coerente con se stessa anche di fronte alle illusioni del mondo: “Le persone che dicono di vivere felici e in salute sono le persone che hanno lasciato tutte queste domande dietro di loro. Così va la vita. Ma io non sarò mai così“. Quando, al lavoro, la obbligano ad iscriversi alle attività post-lavoro per socializzare, Mi-jeong, con il suo silenzio e i suoi occhi bassi, si ribella (“Perché non lasciano in pace noi introversi?“) e fonda la sua personale attività post-lavoro, il Club della Liberazione, dove ognuno deve sentirsi libero con se stesso e con gli altri di “liberarsi” dalle oppressioni e dalle imposizioni che sembrano frastornare e condizionare l’esistenza e, in questa liberazione, riscoprire se stessi, il proprio intimo, i ricordi, le memorie, le emozioni e le aspirazioni. Come afferma Mi-jeong: “Voglio la liberazione, voglio essere liberata, non so da cosa sono tenuta in trappola, ma mi sento prigioniera. Voglio essere libera“. Solo tre regole sono richieste per entrare nel Club, le regole di base per liberarsi dalla falsa apparenza a cui assoggetta la società: “1. Non fingerò di essere felice; 2. Non fingerò di essere infelice; 3. Sarò sempre me stesso“.

E, poi, c’è Mr. Gu (e qui sfido a non prendere una vera e propria sbandata per Son Seok-ku, capace di recitare solo con uno sguardo e senza dire una parola, anche se non lo avete visto in Designated Survivor o in altro). Come dice Mi-jeong, la sua vita si divide in un prima e in un dopo Mr. Gu, questo misterioso personaggio, di cui si ignora il nome, apparso dal nulla l’inverno precedente e che lavora nei campi e in segheria con il padre dei tre fratelli. Mr. Gu non beve come qualsiasi persona umana, ma vive bevendo, in un perenne stato di etilismo con cui cerca di uccidersi, perché, come afferma, quando è ubriaco si sente più umano di quanto non potrebbe mai esserlo da sobrio: “Quando bevo, sembra che i pezzetti di puzzle che fluttuano nella mia testa si ricompongano e trovino pace“. Nonostante in paese circolino voci poco incoraggianti su Mr. Gu (qualcuno gli attribuisce un passato criminale – e forse non ha tutti i torti) e nonostante lui abbia paura di Mi-jeong (perché lei gli legge dentro l’anima, come nessuno sa fare – citazione letterale), un giorno Mi-jeong si avvicina a quest’uomo taciturno e stanco della vita e gli propone un accordo: “Non voglio essere amata. Sono stanca di essere amata. L’amore non è abbastanza per me. Venerami. Voglio sentirmi completa. Voglio che tu inizi a venerarmi quest’estate. La tua venerazione riempirà il mio freddo in autunno e in inverno e rinasceremo come delle nuove persone in primavera“. E Mr. Gu, con i suoi occhi melanconici e distanti, apprende che “venerare” qualcuno significa non solo amarlo, ma stare sempre dalla sua parte, senza domandare troppi dettagli, dando sostegno e fiducia, facendo capire che tutto è e sarà sempre possibile, ma è anche un atto di decisione e di volontà, molto più solido e omnicomprensivo dell’amore.

La “venerazione” comprende una totale e reciproca fiducia nell’altro, come sentirsi liberi di gridare il suo nome in mezzo alla strada, ed è un appiglio che dà significato all’esistenza e che perdura nel tempo, anche quando le contingenze della vita separano per anni e riuniscono di colpo; come una telefonata improvvisa: “– Alla fine ti sei liberata? – No. – Hai trovato qualcuno che ti veneri? – Ovviamente, no. – Vediamoci. – Non posso. – Perché? – Sono ingrassata. Devo perdere peso. – Dimagrisci in un’ora e, poi, vediamoci“. E ancora: “– Vuoi un lavoro part-time? – Quale lavoro? Pulire? – No. – E allora? – Ascoltarmi parlare“. E infine: “Yeom Mi-heong! Devi sapere una cosa. Mi sei piaciuta per davvero. Non ho idea di cosa potrei diventare. Probabilmente, finirò come un barbone. Sarò grato se potrò finire tutto prima di diventarlo. Ma, in ogni caso, mi piaci“.

Nessuno sa come andrà a finire ai protagonisti, se continueranno ad amarsi e a venerarsi, se si libereranno, se troveranno la loro piccola felicità o se daranno una risposta al senso della vita. Ma non importa. Ciò non deve interessare lo spettatore, che riemerge dalla visione, svuotato e arricchito al tempo stesso, perché, senza rendersene conto, avrà iniziato la sua piccola e personale fase di liberazione. O, forse, è da tempo che la porta avanti, silenziosamente e caparbiamente, senza coinvolgere nessuno, una liberazione dalle imposizioni e dai vincoli, anche invisibili, che ci tengono legati, certi che “qualcosa di bello accadrà oggi” (citazione letterale), dove con la parola “oggi” bisognerebbe intendere ogni giorno della propria vita, accettando noi stessi e costruendoci il destino man mano, perché “il destino non è nulla di più che lo sguardo di una persona alla propria vita” (citazione letterale).

Consigliato: a chi cerca un drama non convenzionale e non ha paura di scavare all’interno del proprio intimo; a chi ama gli approfondimenti psicologici ed è pronto emotivamente a versare lacrime ad ogni singolo episodio; a chi guarda serie e film con un blocco per gli appunti alla mano, perché, credetemi, ne vale la pena.

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Principessa Mononoke – Forte e Terribile, come la Natura

“Gli alberi gridano quando vengono uccisi, ma gli umani non possono udire i loro gemiti. Io ascolto la foresta che si lamenta, mentre il proiettile che ho in corpo mi divora le carni. […] San è figlia mia e di questa foresta, e quando io e la foresta moriremo, anche lei morirà. […] Invece di mangiarla io l’ho allevata e cresciuta, quindi purtroppo San non è né umana né lupo. Dove potrebbe andare a trovare rifugio?” . “Non lo so, ma io potrei restarle accanto. […] Cercherei di allontanarla da tutto questo odio”.

Se qualcuno mi dovesse chiedere quale personaggio nato dallo Studio Ghibli ho da sempre nel cuore, risponderei automaticamente, senza nemmeno pensarci, San, la “ragazza-lupo” o “principessa-spettro”, protagonista del famoso film d’animazione Principessa Mononoke (もののけ姫 Mononoke-hime), scritto e diretto da Hayao Miyazaki e distribuito al cinema a partire dall’estate 1997. Pare, però, che la mia non sia un’opinione destinata a rimanere isolata, visto che il film, oggi giudicato di diritto un “capolavoro” del regista e animatore giapponese, quando venne distribuito nelle sale cinematografiche, riuscì quasi ad eguagliare in Giappone gli incassi al botteghino del contemporaneo Titanic di James Cameron, unendo pubblico e critica e diventando presto una leggenda. Per quale motivo questa “favola per adulti”, come la definì all’epoca il Washington Post, poetica e violenta al tempo stesso, oscura, onirica e di difficile comprensione si è guadagnata un posto autorevole nel firmamento del cinema d’autore? Vediamo di tratteggiare brevemente la sua complessa trama.

La storia è ambientata in Giappone nel periodo Muromachi, anche noto come Ashikaga (1336-1573), dal nome del potente clan che, di fatto, gestiva il potere come shogun, e, per la precisione, nell’ultima parte di questo periodo, denominato Sengoku ovvero “degli Stati combattenti” e caratterizzato dal declino dello shogunato, dal frazionamento del territorio nipponico in numerosi feudi e autorità locali e da un perenne stato di guerra e di assedi feroci tra i diversi signori locali, culminanti, poi, nel processo di riunificazione del periodo Edo. In questa fase complessa della storia giapponese, si muove Ashitaka, giovane principe della comunità indigena Emishi, antica popolazione ancestrale situata nel nord di Honsu e ad Hokkaido che si oppone strenuamente all’avanzata violenta dei vari feudatari giapponesi con l’obiettivo di conservare i propri valori e le proprie tradizioni. Quando un enorme cinghiale impazzito (o, meglio, una divinità con le sembianze di un cinghiale) entra nel villaggio, Ashitaka è costretto ad ucciderlo, ma, nella colluttazione, viene ferito ad un braccio e infettato del rancore che animava il cinghiale. In cerca di una cura, Ashitaka si mette in viaggio per trovare Shishigami, il Dio della Foresta, che potrebbe rimuovere la sua malattia, ma si imbatte in San, la ragazza-lupo detta Principessa Mononoke, ovvero Principessa Spettro, una giovane orfana cresciuta dai lupi della foresta e sempre in guerra contro gli abitanti della vicina Città del Ferro, capeggiata dalla signora Eboshi. Il dissidio tra i laboriosi umani che scavano nelle miniere del ferro e gli animali-divinità della foresta è il fulcro del resto delle vicende del film, che pone al centro l’annoso conflitto tra progresso e tradizione, tecnica e natura, nel quale Ashitaka si trova coinvolto, una volta tentando di frenare i soprusi della signora Eboshi e la sua frenesia per alimentare la città, un’altra bloccando la furia delle creature divine (i vari dèi-animali della foresta) che rappresentano la Natura. In tutto questo, inizia ad innamorarsi lentamente di Mononoke, della sua caparbietà selvaggia e delle forza silenziosa che rappresenta la capacità stessa della Natura di resistere e rinnovarsi continuamente, come le foglie dell’edera. Lo Spirito della Foresta lo guarirà quasi subito della sua ferita, senza, tuttavia, liberarlo della maledizione del rancore, in modo da renderlo partecipe dei dolori inflitti dagli umani alla Natura, della sofferenza continua che essa prova quando i propri figli la violano e della feroce vendetta che si prenderà sterminando gli uomini. Ma, nella sua formazione in un mondo sospeso a metà tra la realtà e il divino, Ashitaka coinvolge Mononoke, che è anche l’anello di congiunzione tra il mondo umano e il mondo naturale, tra la laboriosità cieca degli uomini e la ferocia meravigliosa della Natura, l’unica persona che si muove a proprio agio tra i due mondi e che può comprenderne le sofferenze ed empatizzare con entrambi. Mononoke è principessa di un mondo quasi-sovrannaturale, anima della foresta, ma strappata da quest’ultima agli uomini, innocente come l’infanzia e terribile come uno spirito della vendetta. Solo la forza di Mononoke, unita alla comprensione di Ashitaka (che rappresenta le radici storiche e ancestrali del popolo con la terra), può riportare la pace e infondere ad Eboshi la speranza di costruire un nuovo mondo, dove uomini e Natura possano vivere insieme senza farsi più guerra.

Nella storia, assumono una posizione di rilievo una serie di spiriti e creature divine che animano la foresta: la Dea-Lupo Moro, madre adottiva di Mononoke, che l’ha nutrita della voglia di rivalsa e di vendetta nei confronti degli umani e che rappresenta la maternità istintiva della Natura; il Dio-Cinghiale Okkoto, animato da un odio autodistruttivo verso gli umani, che rappresenta la cieca forza bruta del mondo naturale; Il Dio-Cervo Shishigami, lo spirito della foresta, ovvero colui che cammina di notte, l’unico capace di dare e di togliere la vita, la cui testa, secondo la leggenda, dona l’immortalità al suo possessore, ma porta alla distruzione dell’umanità, perché Shishigami è la vita stessa e, come dice Ashitaka, finché esiste, continuerà ad esistere la vita.

Principessa Mononoke è un film d’animazione complesso e ricco di simbolismo in una dimensione spazio-temporale sospesa. La pellicola fu fortemente voluta dal suo regista e sceneggiatore, il Maestro Hayao Miyazaki, che ha iniziato ad abbozzarla già a partire dagli anni ’70, con lo scopo di adombrare le difficili relazioni tra il tendenziale muoversi in avanti del progresso e la divina fissità dell’ambiente, tra l’incertezza speranzosa del futuro e la continuità statica del passato. Un film grandioso, violento ed epico, che, nella ricostruzione del rapporto tra uomo e Natura, ha il merito di narrare senza schierarsi: con una lucidità e una coerenza in stile Akira Kurosawa, Miyazaki descrive i fatti, fa interagire i personaggi (peraltro, quasi a livello telepatico), schiera eserciti e quasi coreografa i movimenti della sua grande tragedia, nella consapevolezza che nessuna delle due parti è depositaria del bene assoluto e della ragione e che alle azioni avventate e offensive degli uomini corrisponde spesso una ferocia naturale spropositata, che rischia di coinvolgere tutto in una spirale autodistruttiva.

Consigliato a chi: ama i film d’animazione dello Studio Ghibli e non può non aggiungere questa perla della cinematografia al proprio archivio; ama, in generale, il cinema d’autore e vuole vedere un ottimo prodotto che rimarrà per sempre nella storia; cerca un film capace di dare un messaggio che trascende la storia e invita lo spettatore a riflettere; ha resistito alla visione di Rashomon, di cui troverà tanti riferimenti.

Piccola curiosità: Il popolo Emishi, accanto ai popoli Jomon e Yamato (che hanno dato origine ai Giapponesi), è considerato dagli storici un antico popolo indigeno proto-giapponese di probabile origine indo-europea. Nella realtà storica, alcune tribù Emishi si opposero al dominio dell’impero giapponese tra il VII e il IX secolo d.C., lotta che culminò con la cosiddetta “Guerra dei 38 anni” (774-811 d.C.), in cui le tribù Emishi vennero sconfitte e cacciate verso il nord, sull’isola di Hokkaido, dove avrebbero dato origine al popolo Ainu, l’etnia dominante ad Hokkaido. Uno dei generali Emishi che condusse la guerra fu il leggendario Moro, stesso nome della Dea-Lupo, madre adottiva di Mononoke nel film.

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