La ricompensa del gatto – In viaggio con Baron

“Le persone racchiudono pensieri e desideri. In ciò che si crea infondendovi cose simili, senza accorgersene dimora un animo”.

Inizierei con questa frase molto caratteristica tratta dalla storia che sto per raccontarvi e affidata al nostro caro Baron, personaggio che abbiamo già incontrato ne “I sospiri del mio cuore”. Facciamo, però, un passo indietro giusto per avere qualche spunto in merito alla produzione di questo film.

La ricompensa del gatto è un lungometraggio animato prodotto dallo Studio Ghibli e uscito al cinema nel 2002, si può anche considerare uno spin off del precedente “I sospiri del mio cuore” soprattutto per la presenza di tre personaggi a cui ci eravamo affezionati, l’affascinante Baron, gatto vestito da perfetto dandy di inizi Novecento, un vero e proprio gentleman sempre pronto ad aiutare gli altri, sfoggiando, in contemporanea, la sua innata eleganza, il gatto obeso Muta e il corvo Toto.

La protagonista della storia, Haru, è una ragazzina di diciassette anni, altruista, sognatrice, alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Un giorno Haru salva un gattino che sta per essere investito da un camion e da qui inizia la sua avventura. Durante la notte viene svegliata da un serie di rumori e improvvisamente vede un infinito corteo con a capo il Re dei Gatti che è venuto a farle visita perché il gattino salvato dalla ragazza è niente di meno che il figlio, il Principe dei Gatti. Il Re è molto grato ad Haru per cui decide di ricompensarla facendole sposare suo figlio. Nonostante la ragazza sia contraria a sposare un gatto, il Re non ne vuole sapere. Una voce, però, le consiglia di rivolgersi, per chiedere aiuto, all’ufficio dei gatti.

Durante la notte Haru viene rapita e portata nel Regno dei Gatti per la preparazione delle nozze dove verrà trasformata in una gattina antropomorfa, ma in suo soccorso interverranno Baron, Muta e Toto. Riusciranno questi tre personaggi a liberare Haru? Haru seguirà il consiglio di Baron che l’unico modo di non trasformarsi totalmente in gatto è solo quello di credere in se stessa e in ciò che è sempre stata, con il suo carattere e i suoi pregi, senza aver timore di rivelare la propria esistenza nel mondo umano?

La storia, usando il genere fantastico, racchiude tutti gli elementi di una fiaba di formazione, di crescita personale. Essere grati per quello che si è, imporre il proprio io nel mondo con lo stesso diritto che hanno tutti: questa è la chiave di lettura di questa altra straordinaria opera firmata Studio Ghibli e diretta da Hiroyuki Morita.

L’ambientazione magica, le scene divertenti e avventurose, la delicata spensieratezza non faranno altro che farvi affezionare ai personaggi e alla storia raccontata, il tutto accompagnato, come sempre, da una meravigliosa colonna sonora.

Se, quindi, nel frattempo, siete riusciti a vedere “I sospiri del mio cuore” sarà impossibile non farvi tentare dalla visione di questo film di animazione!

Memoru Grace

Kingdom (ovvero della scienza e del buon governo)

Da cultrice del genere fantasy/horror/distopico, possibilmente imperversato da tanti zombie o mostri di diversa fattispecie, Kingdom riserva un posto speciale nel mio cuore, per la dovizia e la cura con cui è stato ricostruito lo scenario storico-politico e per la devozione che presenta nei confronti dei concetti di “sovranità” e di “scienza”. Come gli altri prodotti dello stesso genere (o simili), anche l’orrido di Kingdom – che, per la verità, è molto meno orrido rispetto alle aspettative -, cela un messaggio da comunicare agli spettatori. Infatti, mentre Hellbound e Sweet Home conservano un nucleo metafisico, Train to Busan presenta una profonda analisi sociologica e All of Us Are Dead è la metafora del bullismo e della crescita, questo drama in costume presenta una chiave di lettura estremamente politica.

Era Joseon, periodo fittizio storicamente collocabile tra il XVIII secolo e il XIX secolo (interpretazione personale, data la presenza dei moschetti e diversi contatti con la cultura occidentale e con l’India). L’anziano re di Joseon giace a letto, colpito da un ignoto morbo, mentre la sua giovane e terrificante sposa (Kim Hye-jun, secondaria di Just Between Lovers e antagonista di Inspector koo) attende di dare il legittimo erede alla nazione e di spodestare dal suo ruolo il figlio “bastardo” del re, il principe Lee Chang (interpretato da Ju Ji-hoon di Jirisan), e tutta la sua fazione politica (e non solo a parole, ma anche a fil di spada, visto che si combattono per strada peggio dei Montecchi e dei Capuleti). Al principe viene negato anche di vedere il padre, per cui, insospettitosi che l’ignaro sovrano possa essere stato avvelenato dalla moglie e dalla sua fazione politica (che conta il Primo Ministro), decide di recarsi dal medico di corte, l’ultima persona ad aver parlato col sovrano, presso la sperduta cittadina dove ha aperto una clinica per malati e un ricovero per poveri. Solo che alla clinica il medico non è mai giunto, angustiato da una ricerca scientifica che gli ha levato il sonno, e ha spedito solo il suo assistente, contagiato dalla stessa malattia del sovrano. La morte dell’assistente provoca, però, una reazione a catena: uno ad uno, tutti i ricoverati che sono venuti a contatto con lui si tramutano in creature mostruose, cadaveri che si svegliano solo con il buio e il freddo e reclamano carne umana. Quando il principe giunge alla clinica, in compagnia del suo fidato Moo-young (Kim Sang-ho, il brillante inventore di Sweet Home), si troverà ad affrontare una situazione inaspettata con orde di zombie che assediano la città peggio di nemici armati, poveri profughi da riparare, un’epidemia in continua diffusione, ma anche l’esercito della regina inviato appositamente per ucciderlo. Troverà, però, anche degli alleati che non immaginava: la dottoressa e scienziata Seo-bi (Bae Doona di The Silent Sea), la forza della verità e della scienza, un nervo che non solo non si fa spaventare dagli zombie, ma li ricaccia indietro munita solo di una fiaccola e con un neonato in braccio, fa esperimenti scientifici per scoprire l’agente patogeno che causa la malattia e si inerpica su per le rocce per raccogliere campioni da analizzare; il cacciatore di tigri Yeong-shin (Kim Seong-gyoo, già visto in Un frammento della mia mente e grandioso secondario in One Ordinary Day), personaggio misterioso e amorale, perennemente munito di fucili, moschetti e armi da fuoco, viaggiatore in paesi occidentali e munito di una lealtà unica e rara; il pavido magistrato Beom-pal (Jeon Seok-ho), buffo e goffo nobile, chiaramente raccomandato per la sua carica istituzionale, ma che improvvisamente dimostrerà un coraggio inaspettato; l’arciere Min Chi-rok (Park Byeong-eun, il TangoMan di Eve, visto anche in Oh My Baby), freddo e compassato guerriero con un elevato codice d’onore.

L’orda zombie dei primi episodi, per la verità, lascia presto il posto alla congiura politica, alle contese e agli intrighi di corte, che vedranno fronteggiarsi direttamente il principe con la sua giovane regina madre (e, vi assicuro, è davvero raro trovare un’antagonista così cattiva, un incrocio tra Grimilde, la Baronessa di Bathory e il savio di Guicciardini), ma anche la scienziata che vuole fermare il contagio e arrivare a capo di una spiegazione con una precedente generazione medica (rappresentata dal suo maestro, il medico di corte), più legata alle antiche tradizioni e dipendente dai ricatti istituzionali ed anche meno obiettiva e meno misericordiosa verso il prossimo. E, così, la scienziata e il principe si ritrovano a rappresentare due simboli quanto mai attuali: da una parte, c’è la scienza, che dovrebbe illuminare il cammino degli uomini e non affossarne qualsiasi prospettiva futura, dall’altra, il buon governo, che dovrebbe prendersi cura delle vite dei cittadini, senza appiattirli nell’oblio e nell’oscurità del non sapere. Scienza e buon governo devono procedere insieme, speculari, eppure su due binari paralleli, senza mai interferire l’una con l’altro, nel rispetto dell’umanità.

Kingdom è un drama bello, sontuoso e complesso, che gioca tutto su una tecnica di chiaroscuri artistici, come in un drappeggio o in un quadro di Rembradt, e sul valore dell’attesa: ci sono interi episodi dove gli zombie non appaiono quasi mai e dove, anzi, tutti i personaggi sono quasi sull’orlo di una follia angosciante nell’attesa dell’avanzata del nemico oscuro e ignoto, come Drogo ne Il deserto dei Tartari. Un’attesa logorante che fa stare lo spettatore sulle spine, più di qualsiasi scena splatter di altri horror.

La storia si snoda per due stagioni di 6 episodi l’una (per un totale di 12 episodi) e di un film (Ashin of the North), un sidequel che precorre la genesi dell’epidemia e che spiega l’apparizione finale degli ultimi due personaggi (la misteriosa e letale Ashin, interpretata da Jun Ji-hyun di Jirisan e The Berlin Files, e il tartaro selvaggio Ai Da Gan, interpretato dal premio Baeksang Koo Kyo-hwan di D.P., Escape from Mogadisciu e Avvocata Woo) e che fa ben sperare in una terza stagione – per la verità, già prevista e programmata, ma frenata (ironia della sorte) dal COVID.

Menzione specialissima per Heo Jun-ho (grandioso interprete di Designated Survivor: 60 Days), che interpreta Lord Ahn, il mentore del principe, e che fornisce uno degli esempi più incredibili di logica politica con monologhi quasi teatrali. Ovviamente, lo fa da zombie, ma poco importa.

Consigliato: a chi è appassionato del genere zombie/mostruoso/epidemico/orrido/distopico e a chi è appassionato di drama in costume, opulenti e carichi di suspence; a chi è appassionato di scienza e a chi vuole vedere una protagonista femminista, indipendente e forte come non mai (Bae Doona è ormai la Samantha Cristoforetti dei drama, per cui, bambine, prendetela d’esempio); a chi è curioso di approcciarsi con il genere horror-fantasy, ma non vuole soffrire la vista di copiose quantità di sangue (qualche arresto cardiaco, però, è sempre garantito negli ultimi due minuti di ogni episodio, per cui preparatevi); a chi vuole sentire la strana parlata di Koo Kyo-hwan nel film, anche perché è probabilmente uno dei migliori attori coreani della sua generazione.

Captain-in-Freckles

Oh My Baby – La vita a quarant’anni

Oh My Baby” è una serie a cui sono decisamente affezionata e che merita davvero molta attenzione da parte del pubblico. L’aspetto più interessante di questa serie è il coraggio di affrontare delle tematiche molto complesse, non discostandosi mai dal genere della commedia, scelto proprio per l’andamento della storia. Questa è l’arma vincente della serie! La tematica principale è infatti l’infertilità (e vi avevo avvisato che non era per niente una tematica leggera),  l’infertilità è qui una tematica coraggiosamente proposta nella storia, ma è  da apprezzare anche il modo di proporla perché la vedremo sia dal punto di vista femminile che da quello maschile, senza mai scadere nella banalità e nella volgarità, anzi riuscendo a coinvolgere lo spettatore grazie ai geniali tocchi da commedia e a farlo riflettere in molti punti per merito di attori bravissimi e di una sceneggiatura eccellente.

La storia è ambientata nel 2020, Jang Ha-ri (interpretata dalla bravissima Jang Nara, vista in “Fated to Love You“) è una giovane donna che sta per compiere 40 anni e che si accorge di avere trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita solo immersa nel lavoro. E’ la vice direttrice della rivista “My Baby”, un periodico dedicato ai bambini, alle mamme e ai papà, soprattutto nei primi anni di vita dei loro figli, ha visto crescere moltissimi bambini ed è stata testimone di tante belle storie raccontate dalla rivista, ma, a parte la soddisfazione professionale, Ha-ri si accorge di aver raccontato le storie degli altri, ma di non essere mai stata protagonista della sua vita e ora, che si trova a compiere quarant’anni, si sente incompleta e con un vivo desiderio di maternità che non può realizzare facilmente non avendo alcuna relazione da tanti anni e avendo appena scoperto di soffrire di endometriosi.

Intenta a fare qualcosa e a dover sbloccare nell’arco di sei mesi questa situazione, decide di guardarsi intorno e vedere chi potrebbe essere eventualmente un probabile padre di suo figlio, medita anche la fecondazione in vitro, l’inseminazione, ma tutto impossibile per una donna single, cade per poco nella trappola di un tizio che vende il proprio seme on line e per questo finisce quasi “in disgrazia” perché le mamme che seguono la rivista iniziano contro di lei una lotta per ostracizzarla, facendole pesare la sua situazione disperata e evidenziandone il comportamento imbarazzante.

A soffrire per lei, la madre (interpretata da Kim Hye- ok) che comprende il malessere interiore della figlia, spinta ad essere tentata anche da soluzioni contestabili e impossibili o ad andare in depressione per aver visto la sua vita sempre dietro ad un vetro ed essere attaccata dalla moralità ipocrita della società. La madre soffre con la figlia perché non vuole lasciarla sola e sa di non poter fare miracoli e di non essere eterna.

Entrano poi in scena, improvvisamente, tre personaggi. Choi Kang-Eu-ddeum (interpretato da Jung Gun-joo, visto in “Extraordinary You”), impiegato della casa editrice della rivista in cui lavora la protagonista, è un giovane sotto i trent’anni alle sue prime esperienze lavorative che in un modo o nell’altro, per stima o affetto, si affezionerà ad Ha-ri.  E’ sempre sorridente e pieno di entusiasmo, anche se spesso dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato, ma alla fine è un semplice adorabile ragazzo.

Yoon Jae-young (interpretato da Park Byung-eun e visto in “Eve” e “Kingdom” ), compagno d’infanzia della protagonista che, dopo essere stato abbandonato dalla moglie insieme alla figlia piccola, chiede ospitalità alla madre della protagonista per poter aver tempo di intraprendere una sua attività: aprire una clinica privata di pediatria, essendo medico pediatra, e poter lasciare la sua bambina all’asilo nido vicino. Rivede Ha-ri con occhi diversi dopo che i due si erano allontanati molti anni prima. E’ possibile che potrà nascere qualcosa tra loro?

Han Yi-sang (interpretato da Go Joon), un fotografo libero professionista e collaboratore della rivista, già conosciuto qualche anno prima dalla protagonista e all’inizio mal tollerato da lei proprio per delle incomprensioni relative al primo incontro. Oltre al lavoro si riempie la giornata di mille attività e hobby, sempre alla ricerca di imparare nuove cose e di liberare la propria mente da pensieri di troppo. Ha più di un segreto da custodire e il suo modo di fare tra il tenebroso e il sarcastico nasconde molta solitudine.

Uno dei tre riuscirà a colpire l’attenzione della protagonista o non faranno altro che farla ricadere nella amarezza e nella consapevolezza degli anni che passano senza lasciare impronta?

Come ho premesso, i toni da commedia stemperano molte situazioni complesse, ma evidenziano coraggiosamente diverse tematiche: la protagonista che si sente quasi una donna a metà non realizzata e che subisce le angherie proprio delle altre donne (alla faccia della solidarietà femminile!) che le fanno pesare il fatto che, pur scrivendo in una rivista specializzata, una donna che non è diventata mai madre non potrà mai capire al cento per cento le difficoltà della maternità e dell’essere madre. La direttrice della rivista, collega della protagonista, costretta a ritornare presto a lavoro dalla maternità per non perdere il posto, con il tiralatte in ufficio. Un padre lasciato da solo in balìa della diffidenza o del giudizio degli altri. L’infertilità maschile ancora meno trattata rispetto a quella femminile e così molti altri spunti critici.

Alla fine, la mia ultima riflessione va alla protagonista, interpretata da Jang Nara, perché tra tutti spicca lei, un’attrice completa in grado di “empatizzare” con lo spettatore in ogni scena e in ogni espressione; il suo personaggio passa da uno stato di euforia ingenua, quando crede di aver trovato la soluzione al suo problema e quasi a  farsi arrestare per una incomprensione, all’incanto nei suoi occhi per aver visto un bambino nei suoi primi mesi di vita o per essere testimone della complessa lotta di una coppia non giovanissima alle prese con una gestazione difficile, si sorprende quando capisce di essere stata notata da qualcuno, prova timore di risvegliarsi da un sogno o titubanza quando qualcosa può andare bene anche per lei nella vita.

Ha-ri, interpretata da Jang Nara, è un po’ tutte noi, ammettiamolo.

Memoru Grace

Il mio vicino Totoro – Inno alla fantasia

Forse neanche Hayao Miyazaki avrebbe mai potuto immaginare quanto Totoro potesse essere così importante e amato in tutto il mondo, tanto che la stessa rivista Empire lo ha collocato tra i migliori 500 film della storia. “Il mio vicino Totoro” è un film del 1988 prodotto dallo Studio Ghibli e scritto e diretto da Miyazaki. La storia è ambientata in un paesino di campagna dove le due sorelline Satsuki e Mei si trasferiscono con il loro papà per stare vicino alla mamma ricoverata in ospedale. Giorno dopo giorno le bambine iniziano a scoprire un mondo nuovo caratterizzato anche da esseri piccolissimi come i “nerini del buio”, gli spiritelli della fuliggine che occupano le vecchie case abbandonate e che solo i bambini riescono a vedere. Una mattina, la sorellina più piccola, Mei, mentre esplora il giardino della casa nuova, si imbatte in due spiritelli, uno bianco e piccolo e uno grande e azzurro, li segue fino a dentro il grande albero di canfora che si erge maestoso nella campagna e qui incontra Totoro, un essere buono, un incrocio tra una talpa e un procione che non parla, ma emette dei fantastici suoni. A Mei, questo essere così simpatico, somiglia ad un troll che in giapponese si dice tororu, ma, visto che Mei è una bambina di soli quattro anni e non riesce a pronunciare bene le parole, il nome viene storpiato in totoro.

Quando Mei racconta a casa di avere incontrato questa strana creatura, il papà le spiega che è stata una privilegiata perché si tratta del custode della foresta e non a tutti è permesso di vederlo.

Una sera, sotto una pioggia incessante, le due bambine escono di casa per recarsi alla fermata dell’autobus e aspettare così il papà che torna dalla città, qui incontrano Totoro che sta attendendo anche lui il suo autobus speciale, il gattobus, un autobus peloso con il muso di gatto, il sorriso sornione e dodici zampe. Mentre attendono, Satsuki offre a Totoro un ombrello e la magica creatura, come ricompensa, le regala dei semi. Totoro è lo spirito della natura e quei semi una volta piantati, in una sola notte, diventeranno germogli. Si tratterà di una notte speciale in cui le bambine voleranno e viaggeranno veloci come il vento insieme al loro nuovo amico.

Un giorno arriva a casa un telegramma dall’ospedale e Mei, molto spaventata per le condizioni della mamma, decide di intraprendere il viaggio da sola per raggiungere la madre, ma essendo piccola si perde, così, la sorella maggiore, Satsuki decide di chiamare Totoro per aiutare a trovare la sorellina. Totoro chiama il gattobus e in men che non si dica raggiungono Mei, poi le due sorelline si fanno lasciare in ospedale dove trovano il padre che ha già raggiunto la mamma che sta bene e parla sorridente, i genitori non si accorgono delle bambine, ma alla mamma sembra di sentire le risate delle figlie sull’albero del parco dell’ospedale.

Totoro è un film meraviglioso, è ricco di significati e simboli, una pietra rara e preziosa nel panorama dell’animazione mondiale. Il rapporto tra fantasia e natura caratterizza tutta la storia, creature arcaiche e mitologiche che coesistono con la modernità, ma il ponte di comunicazione tra le due dimensioni è sempre quello dell’infanzia, della curiosità e dell’incanto dei bambini, tematica assai cara al Maestro Miyazaki.

Hayao Miyazaki si è ispirato in parte ad un evento autobiografico, quando da piccolo insieme ai suoi fratellini si recava a trovare la madre ricoverata in ospedale per tubercolosi spinale, così come la mamma delle due protagoniste di Totoro. Originariamente la storia doveva essere ambientata nel 1955, ma poi si cercò di non dare precisazioni sul tempo visto che la visione e la dimensione temporale non erano così importanti per lo sviluppo della storia stessa.

La colonna sonora, ormai diventata famosissima, è stata composta dal bravissimo Joe Hisaishi che ha curato moltissime colonne sonore per lo Studio Ghibli, mentre la canzone Tonari no Totoro fu scritta da Miyazaki stesso ed è diventata così famosa che ancora nelle scuole viene fatta cantare ai bambini.

Piccola particolarità: il nome delle due sorelline significa maggio, “Mei” sta per “May” in inglese, quindi maggio, mentre “Satsuki” è un termine arcaico giapponese che significa “il quinto mese dell’anno”, per cui, sempre, maggio. Questo perché inizialmente la protagonista doveva essere solo una, poi, invece, si optò per la scelta delle sue sorelline protagoniste e noi non potremmo immaginarci diversamente la storia.

Se non conoscete “Il mio vicino Totoro”, spero di avervi fatto incuriosire perché questo film è una pietra miliare, Totoro è anche l’immagine del logo dello Studio Ghibli diventato famoso in tutto il mondo; se, invece, lo avete già visto, credo che sia il momento di riguardarlo, perché, come in tutti i film dello Studio Ghibli, scoprirete sempre qualcosa di nuovo che vi eravate persi nella precedente visione.

Memoru Grace

Il castello dell’Airone bianco

A circa un’ora da Osaka, per chi è appassionato di storia del Giappone, una tappa importantissima è il castello di Himeji, un tesoro nazionale e un Patrimonio dell’umanità, uno dei dodici castelli originali del Paese, ancora intatti.

Il castello di Himeji è anche conosciuto come castello dell’airone bianco, fu completato nel 1609 sotto la supervisione del daimyo Ikeda Terumasa e la storia ci tramanda che non fu mai assediato, infatti, ancor oggi è uno dei pochissimi castelli ad aver conservato la struttura originale.

Insieme ai castelli di Matsumoto e Kumamoto è uno dei tre castelli più belli del Paese e ogni anno viene visitato da migliaia di turisti. Viene chiamato anche castello dell’airone bianco per la sua eleganza nelle proporzioni e per il colore bianco candido della torre principale.

La sua storia risale a seicento anni fa e si sa che fu scelto come punto strategico di difesa a ovest di Kyoto. E’ costituito da 80 edifici collegati da una serie di sentieri simili ad un labirinto.

L’ingresso gratuito del castello è quello dalla porta Otemon e consente di poter visitare le mura esterne e l’ampio giardino con diversi alberi di frutta dove, durante la bella stagione, i visitatori si ritrovano per un picnic.

Dalla porta di Hishi, invece, si accede all’area del castello a pagamento: si potranno, quindi, percorrere i vicoli del castello interno fino al mastio centrale. Da qui sette piani di scale caratterizzano la parte interna e più si sale più i piani si restringono. In ogni piano alcuni cartelli spiegano la storia, le caratteristiche architettoniche e le tattiche difensive del castello. All’ultimo piano vi è un piccolo santuario e diversi punti panoramici da dove poter ammirare dall’alto il castello e la città.

Meraviglioso il giardino giapponese Kokoen, accanto al castello. Si tratta di nove giardini che richiamano il periodo Edo, separati da mura, ma che sono caratterizzati da stili diversi. Intorno al castello poi vi sono mille alberi di ciliegio che durante la stagione sono ammirati da moltissimi turisti, così come è possibile, durante il fine settimana e nei giorni festivi, fare un giro in barca lungo l’unico fossato interno percorribile e arrivato fino ai giorni nostri, il goku-bori.

Memoru Grace

Il piano nella foresta (ovvero della magia della musica)

Kai Ichinose è un ragazzino povero, figlio di una ragazza madre dalle dubbie frequentazioni, incline a saltare la scuola e alle zuffe con i compagni di classe. Dietro la sua apparenza rissosa e da teppista, nasconde, però, un segreto: nel mezzo della foresta, ha trovato un vecchio e imponente pianoforte malandato, che sembra suonare solo per lui. Kai, che ignora come si possano leggere gli spartiti musicali e non conosce alcun rudimento, si siede al piano e ne trae una melodia meravigliosa, prodotto di una genialità che nessuno sa da dove scaturisca. Il fatto è che quel pianoforte emette suoni meravigliosi solo per lui, rimanendo uno strumento muto per tutti coloro che vi si accostano. Un giorno, Sosuke Ajino, maestro di musica locale, ma con un passato da grande concertista, lo sente per caso, comprende la genialità nascosta in questo ragazzo solitario e disagiato e decide di insegnargli la musica per prepararlo ad un futuro di pianista. Nonostante il primo concorso non dia le soddisfazioni aspettate, i due non si abbattono e, passati gli anni, centreranno il loro obiettivo: il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin.

La stessa scuola di Kai è frequentata da Shuei Amamiya, un ragazzino timido e riservato che ha deciso di votare la sua vita alla musica e che studia con dedizione ogni giorno per diventare un abile pianista. Tuttavia, Shuei, pur raggiungendo la perfezione nelle esecuzioni, sa di mancare della genialità dell’amico: lo capisce quando nota l’orecchio perfetto di Kai che individua errori musicali che lui non aveva mai visto; ne ha una certa dimostrazione quando si approccia al piano nella foresta, che si rifiuta di emettere note per lui e rimane muto; comprende l’amara realtà, quando vince ad un concorso musicale, defraudando quasi Kai, esecutore perfetto ed emozionante, ma squalificato per non aver rispettato le regole formali dell’abito (si presenta senza cravatta e, poco prima dell’esecuzione, si toglie le scarpe). Shuei si sente in inferiorità rispetto all’amico e sa di non meritare il successo che gli attribuiscono, perché le sue esecuzioni sono belle e perfette, ma mancano di anima. Decide, allora, di abbandonare il Giappone e di partire per l’Europa con l’intenzione di diventare il più grande pianista vivente. Questo nuovo studio lo porterà, anni dopo, a raggiungere il medesimo obiettivo di Kai: il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin.

Nel mezzo, tanti incontri e tante storie, di crescita e di passione, dal pianista polacco che si sente investito del dovere di vincere, al pianista cinese che è costretto ad una ferrea disciplina da parte del padre, ma anche passione, emozioni e tanta tanta musica. Una panoramica musicale così completa e sensibile che ti fa venire voglia di metterti le cuffie e di isolarti dal mondo intero per goderti uno Studio di Chopin o una Sonata di Beethoven o la Suite Inglese di Bach. Una colonna sonora che aiuta a comprendere la magia della musica, ma anche il discrimine tra perfezione e genialità, perché le due cose sono spesso quanto di più distante possa esserci e il divario va colmato con l’amore e la passione per la musica.

Il piano nella foresta (ピアノの森 – Piano no mori – The perfect world of KAI) è una serie anime prodotta dallo Studio Gaina e trasmessa da NHK tra il 2018 e il 2019 (in Italia è visibile su Netflix doppiata), tratta dal manga Piano no mori, pubblicato nel 1998 per Kodansha con storia e illustrazioni di Makoto Isshiki (ancora inedito in Italia) e che ha ispirato anche un omonimo film nel 2007. Si tratta di un prodotto di nicchia, premiatissimo in Giappone e acclamato dalla critica, che vale la pena recuperare lentamente, anche solo per gustare tutte le musiche un po’ per volta, come ad un concerto a teatro.

Consigliato: a chi è appassionato di musica classica e a chi ha studiato (o studia ancora) pianoforte; a chi sa cosa sia mettere passione in quello che si fa e non demorde per raggiungere i propri obiettivi; a chi apprezza la magia di un Notturno di Chopin in una sera d’estate con il cielo stellato e le finestre aperte.

Captain-in-Freckles

N.B.: Il Concorso Pianistico Internazionale dedicato a Chopin esiste per davvero e si svolge ogni cinque anni a Varsavia. La sua data di fondazione risale al 1927 e ha visto trionfare i più grandi pianisti di sempre. Consiglio di recuperare qualcosa su YouTube, anche dei documentari che ne narrano la storia.

Sweet Home (ovvero fenomenologia di un mostro)

“Non tutti i mostri sono tali”

Con questa frase, che è il vero leitmotiv di tutta la serie Sweet Home (스위트홈, Seu-witeuhom) , potremmo anche riassumere il vero significato di quest’opera, tratta dall’omonimo webtoon scritto da Kim Kan-bi e Hwang Young-chan, collocabile, un po’ limitatamente, nel genere horror post-apocalittico con epidemie simil-zombie al seguito, ma che si è rivelata essere, personalmente, una delle scoperte recenti più belle, salita rapidamente ai vertici della mia personale classifica. L’intento di Sweet Home, infatti, va molto al di là delle dinamiche sociali e psicologiche del classico horror post-apocalittico, per andare ad affondare le proprie radici nei meandri dell’anima umana, nella sua dimidiatezza, ma anche nella sua dualità e nel suo nucleo più abissale, dove tutto è stato sepolto in potenza, e nella capacità/incapacità di discernere tra il Bene e il Male.

Cha Hyun-soo è un diciannovenne con un passato doloroso (bullizzato in modo estremamente pesante dagli ex compagni di scuola e con una famiglia sterminata in un incidente stradale di cui è l’unico sopravvissuto), che si rifugia in un condominio di periferia, chiamato “Casa Verde” con l’intenzione di vivere in solitudine in vista del suo suicidio che ha programmato per il 25 agosto 2020. Le urla di due bambini in difficoltà gli impediscono di portare a compimento il suo proposito suicida e gli impongono di uscire dal suo tetro isolamento per salvarli. Al contempo, infatti, una strana epidemia si è diffusa per la città (e non solo) e ha colpito velocemente anche gran parte degli abitanti del condominio, che hanno cominciato a trasformarsi in veri e propri mostri. Barricati dall’esercito nell’edificio e circondati da diverse creature malefiche che imperversano per le scale, i sopravvissuti decideranno di rintanarsi al piano terra per resistere alle avversità, creando una piccola comunità forte e coesa. Ma, col tempo, inizieranno a capire che non sempre le creature mostruose sono tali, che spesso non esiste umanità tra gli esseri umani, quando si fanno sopraffare dal Male in tutte le loro azioni, e che la presunta epidemia non contagia con un semplice contatto, ma aleggia, pronta a rintanarsi nel dolore, nella rabbia e nelle emozioni umane, quasi un mostro, insito in ciascuno di noi, che prende il controllo della nostra umanità.

E questa piccola e multiforme umanità è composta da un gruppo variegato, dove ogni personaggio, con la sua arma personalizzata e la sua anima, quasi come in uno scenario dantesco, rappresenta qualcosa.

  • Cha Hyun-soo (interpretato da Song Kang, il nostro Mr. Farfalle di Nevertheless e di Love Alarm) è l’Anima, con la sua propensione per il Bene e la tentazione per il Male, con il libero arbitrio, ma anche con la forza di autodeterminazione, con la grandezza e la miseria – per riprendere un’espressione di Blaise Pascal – dell’umanità: giovane e depresso hikikomori con tendenze suicide, vittima di bullismo scolastico, perennemente ai margini della società, tanto da considerarsi non solo disadattato, ma anche un peso per se stesso e per il resto del gruppo, diventa presto il suo salvatore silenzioso, pronto ad affrontare le missioni più pericolose, a caricarsi di tutti i pesi e i dolori e a liberare gli altri in nome di una comune salvezza; impareremo a conoscerlo passo passo, a guardare i suoi dolorosi ricordi e a scavare nel profondo della sua anima per vederlo dialogare con se stesso… e non solo. Arma preferita: un manico di scopa con un pugnale legato in cima, elettrificato da Han Du-sik.
  • Lee Eun-hyuk (interpretato da Lee Do-hyun di Youth of May, Melancholia e 18 Again) è la Mente: brillante, perfettino, razionale, ma studente di Medicina con pochi mezzi economici (e, quindi, costretto a tanti lavori), si ritrova tra i primi ad essere bloccato al piano terra dalla barricata militare e ha immediatamente l’idea di costruire un piccolo nucleo civile con i sopravvissuti, chiamandoli a raccolta tramite interfono, organizzando spedizioni e resistenze e distribuendo tra loro competenze e viveri; in apparenza freddo, calcolatore e imperturbabile, cela le sue emozioni e la sua tenerezza nei confronti della sorella, ma anche una dose di umanità e di altruismo che emergerà proprio nel momento più drammatico, conscio del fatto che, quando qualcuno è sicuro di mantenere una promessa, è certo che stia mentendo (citazione letterale). Arma preferita: estintore anti-incendio.
  • Seo Yi-kyeong (interpretata dall’ex boxer Lee Si-young) è la Forza: vigile del fuoco, ma anche ex militare delle forze speciali, promessa sposa ad un fidanzato ricercatore medico, che è scomparso misteriosamente, e futura madre di un bambino (e qui sfata qualsiasi falso timore di cosa non si può fare in gravidanza), è una donna dura come la pietra, forte, muscolare e capace di qualsiasi missione, che sia affrontare l’esercito, i mostri, gli intrusi o strisciare in modo claustrofobico per i condotti dell’aria, inseguita da creature alla Alien; la sua forza, però, non deriva solo dalla sopravvivenza, ma anche dalla stretta empatia che prova per le persone che ama, che tenta quasi di avvolgere in un abbraccio materno. Arma preferita: qualsiasi arma da fuoco, ascia, coltelli, mani nude e persino un camion dei vigili del fuoco.
  • Pyeon Sang-wook (interpretato da Lee Jin-wook, protagonista millenario di Bulgasal) è la Giustizia: abitante misterioso e sfregiato dello stabile, temuto da tutti e, più volte, creduto, a torto, un mostro, è, in effetti, un gangster abbastanza pericoloso, dalle incredibili doti di forza e di resistenza e assolutamente non in imbarazzo ad uccidere qualcuno (ATTENZIONE: a lui sono affidate le scene più estreme e violente, che quasi riecheggiano il film Old Boy), basta che questo qualcuno si sia meritato in qualche modo la sua punizione in nome della giustizia; a parte la sua personale vendetta, che tenta di eseguire nonostante imperversano mostri di vario tipo, il suo è un personaggio complesso, forte e fragile al tempo stesso, perennemente nell’angoscia di sentirsi peccatore di fronte a Dio e alla continua ricerca della vera umanità. Arma preferita: assolutamente il martello, ma, talvolta, non disdegna nemmeno l’ascia.
  • Yoon Ji-soo (interpretata da Park Gyu-young, già vista in It’s Okay To Not Be Okay e protagonista di DaLì and The Cocky Prince) è la Tenacia: musicista rock con maxi camicie, jeans strappati al ginocchio e capelli di variegati colori, porta con sé il dolore di un ex ragazzo suicida e si è ripromessa che farà di tutto per sopravvivere e non rovinare quello che reputa un dono prezioso (d’altronde, alla cerimonia coreana del primo anno di età, invece di afferrare un oggetto, ha preso suo padre per il colletto, quasi a ribadire questo concetto); la sua resistenza e la sua tenacia le faranno scoprire un coraggio che la farà ergere sopra tutti, riuscendo a coinvolgerli e ad infondere loro maggiore sicurezza e ad incentivare il valore di fare squadra (SPOILER: è lei che compone la canzone Sweet Home, che dà il titolo alla serie), ma anche a creare unioni rare di anime (SPOILER: lei e Jung Jae-hoon formano una delle ship migliori di sempre, ve lo assicuro). Arma preferita: mazza da baseball.
  • Jung Jae-hoon (interpretato da Kim Nam-hee, pluripremiato per Mr. Sunshine) è la Fede: professore di lettere, ex alcolista, cristiano credente e collezionista (ma anche praticante) di spade katana, è stato ribattezzato il predicatore samurai, sia per il coraggio che dimostra sempre sul campo e per la sua abilità da spadaccino ambidestro, sia per i saggi insegnamenti e il supporto morale e spirituale che sa dare ai suoi compagni di sventura, che si tratti di confortare un malato o di aiutare qualcuno a chiedere perdono e a perdonarsi, o che si tratti di ribadire i concetti di giustizia e di umanità, quando gli altri perdono la luce; Jae-hoon si erge sempre un gradino sopra tutti, ma con una dolcezza e un calore che spingono gli altri ad evolversi e ci insegna che nessuno è troppo distante da Dio e che, riprendendo le parole del Vangelo, l’amore più grande è dare la vita per i propri amici (SPOILER: ribadisco che lui e Yoon Ji-soo insieme sono la perfezione). Arma preferita: una lunga e arcuata katana giapponese.
  • Lee Eun-yoo (interpretata da Go Min-si, già vista in Love Alarm e protagonista di Youth of May) è l’Onestà: diciannovenne ballerina di danza classica, fumatrice incallita, dedita alle parolacce e ai gestacci, irriverente e insofferente con tutti, è la sorella minore di Lee Eun-hyuk e mal sopporta il fratello perfettino e razionale, a cui rinfaccia la freddezza, mentre accusa tutti di falso pietismo e di incoerenza; in realtà, se, ad un primo sguardo, può apparire la solita adolescente antipatica e un po’ ribelle con le cuffie della musica perennemente nelle orecchie, Eun-yoo rappresenta proprio la trasparenza e la coerenza, che spesso vengono abbandonate nelle sovrastrutture sociali, in nome di una coesistenza paradossale, che priva di umanità, e, nel suo coraggio di dire sempre in faccia quello che pensa, non ha timore a dimostrare le sue paure, le sue lacrime e i suoi affetti. Arma preferita: un tipo di slang gestuale per insultare le persone che dobbiamo ancora cercare di decifrare.
  • Han Du-sik (interpretato da Kim Sang-ho di Kingdom) è la Creatività: uomo dal passato militare, rimasto paralizzato su una sedia a rotelle a causa di un incidente, è una mente ingegneristica brillante che sa fare ogni cosa, che sia creare armi e barricate o corazzare un’auto in mezzo all’apocalisse o sistemare allarmi e tubature o creare piccoli giocattoli per i bambini rimasti soli, che tratta con una delicatezza e una protezione paterna; è estremamente timido e generoso, per cui spende sempre volentieri le proprie energie e le proprie conoscenze per aiutare gli altri, nei quali vede, anzitutto, la bontà di fondo, tentando di creare qualcosa che possa loro giovare, e, pur con i suoi limiti fisici, non esita ad aiutare coloro che sono in difficoltà, tanto che è il vero motivo per cui il protagonista Cha Yoon-soo acquista il coraggio di uscire (N.B.: il suo sguardo malinconico vi rimarrà nel cuore come una carezza). Arma preferita: una spara-razzi costruita con una stampella e altre improbabili armi da fuoco.
  • Park Yoo-ri (interpretata da Go Yoon-jung, che, personalmente, conosco poco, ma che ho trovato bravissima) è l’Empatia: approdata in mezzo ai sopravvissuti insieme all’anziano e chiassoso Ahn Gil-sub, è un’infermiera specializzata nella cura e nell’assistenza ai malati terminali e soffre di un fortissimo asma, che spesso si acuisce di fronte a momenti di stress; molto riservata e fortemente empatica, si avvicina agli altri come se fossero suoi pazienti e, nel lenire le loro ferite materiali, comprende anche le loro ferite nell’anima, motivo per cui diventa una delle poche persone capaci di leggere dentro un animo tormentato come quello di Pyeong Sang-woon. Arma preferita: balestra con frecce (SPOILER: ad un certo punto, apprezzerà anche l’utilizzo della katana).
  • Ahn Gil-sub (interpretato da Kim Kap-soo, veterano attore coreano, visto anche in Designated Survivor: 60 Days e Chief of Staff) è la Resilienza (ovvero, la capacità di affrontare e superare un evento traumatico, riorganizzando positivamente la propria vita, nonostante le difficoltà): anziano ex militare, detentore di diari e cronache minuziose, possessore di motociclette e di armi, inventore di giochi di spie per bambini e vedetta costante della comunità, nella realtà, Ahn Gil-sub è malato di cancro in fase terminale, ma ha deciso di contraddire i medici e di non morire, con una dose di vitalità e di verve da lasciare a casa anche i più giovani; con un modo cameratesco e paterno riesce a coinvolgere anche coloro che tentano di porsi ai margini della società, raccontando vecchie storie della guerra di Corea o mostrando le multiformi ferite delle sue operazioni come se fosse una gara e senza mai perdere il sorriso (SPOILER: le sue intuizioni sulla teoria del bunker e del tunnel si rivelano vere). Arma preferita: lanciafiamme.

C’è solo un piccolo particolare che ho tralasciato di scrivere: Cha Hyun-soo è un Mostro. Ovvero è stato colpito anche lui dall’epidemia che trasforma gli esseri umani e convive perennemente – e in modo straziante – con un doppio di se stesso, munito di ampie pupille nere e voce metallica, che lo vorrebbe spingere a compiere il Male. Ma Hyun-soo è anche il “monstrum” alla latina, ovvero il meraviglioso che si mostra all’umanità e che entra nella vita quotidiana per stravolgerla, ma anche il “monstrum” che sta annidato dentro ognuno di noi e che in potenza si nasconde nella rabbia e nell’odio, nelle delusioni e nei dolori, nelle ferite dell’anima che non sono mai state guarite, e che può diventare un potente alleato e un confidente, ma anche un temibile nemico di noi stessi, un demone interiore che si scatena e ci divora, se non viene combattuto e sconfitto dalla nostra forza d’animo. Perché, alla fine, non si diventa mai dei veri e propri mostri se la nostra volontà non lo accetta e nessuno è davvero un mostro se non si comporta come tale, come accade a Hyun-soo che declina la propria forza mostruosa per aiutare il prossimo, fino ad accettarla e quasi ad annullare la propria umanità. La mostruosità, allora, è la dicotomia umana tra il Bene e il Male, il nostro camminare fragilmente su un sottile filo di congiunzione tra la Vita e l’Eternità, tra il raggiungere il Potere per se stessi e il donare agli altri.

Sweet Home tornerà per una seconda e per una terza stagione, con alcuni dei personaggi già noti e con nuovi personaggi, per seguire l’evoluzione di Hyun-soo, la ricerca scientifica su una cura e le dinamiche del piccolo gruppo di sopravvissuti, ma anche per scoprire che cosa ne sarà di chi, trovandosi nella stessa situazione del protagonista, deve compiere la fatidica scelta tra il Bene e il Male. E noi non possiamo che attendere il seguito con il fiato sospeso, come è giusto che sia, come se fossimo anche noi nel piccolo gruppetto di sopravvissuti della “Casa Verde”.

Consigliato: a chi ama il genere fantasy-horror post-apocalittico, a tratti zombie, a tratti epidemico, molto fumettistico; a chi ama le storie metaforiche che tendono a scavare nell’animo umano senza trascurare nulla; a chi sa che la più grande scelta dell’essere umano è discernere tra il Bene e il Male, insidiati all’interno di noi stessi.

N.B.: Ovviamente, si garantisce un po’ di pulp e di horror, tanta apoteosi kitsch di sangue e una colonna sonora pazzesca, capeggiata da “Warriors” degli Imagine Dragons.

Captain-in-Freckles

Blue Dragon Series Awards: i vincitori

Diciamocelo pure: sentivamo la mancanza di red o, meglio, in questo caso di un blue carpet e siamo stati accontentati con Im-Yoon-ah (The K2) e Jun Hyun-moo come presentatori e i protagonisti del piccolo schermo tutti per noi.
Si è tenuta oggi la prima manifestazione dedicata ai premi Blue Dragon per le serie tv! Prima erano premi riservati solo al mondo del cinema; ricordiamo Kim Tae-ri (Na Hee-do in Twenty-five twenty-one) che ha vinto nel 2016, come miglior attrice esordiente, nel film The Handmaiden. Oggi però niente bottino d’oro per 2521 perché non era presente tra le candidature.

Andiamo a scoprire i vincitori:
Miglior Drama: D.P. con Jung Hae-in che ha battuto Squid Game
Miglior Programma d’intrattenimento: Transit Love
Miglior Attore: Lee Jung-jae (Squid Game)
Miglior attrice: Kim Go-eun (Yumi’s Cell); bellissimo abito tra l’altro;
Miglior presentatore: Kang Ho-dong
Miglior presentatrice: le Celeb Five (premio condiviso del gruppo)
Miglior attore non protagonista: Lee Hak-joo (Political Fever) che ha battuto Ahn Bo-hyun (My Name)
Miglior attrice non protagonista: Kim Shin-rok (Hellbound)
Miglior attore esordiente: Koo Kyo-hwan (D.P.) che ha battuto Lee Do-hyun (Youth of May)
Miglior attrice esordiente: Ho Yeon Jung (Squid Game)
Miglior presentatore esordiente: Kai (New World); ed in effetti è strameritato!
Miglior presentatrice esordiente: Joo Hyun-young (SNL Korea)
Premio Popolarità:
Jung Hae-in (D.P., Snowdrop)
Han Hyo-joo (Happiness: serie da recuperare, anche solo per Parkino Re, Park Hyung-sik)
Kang Daniel
Lee Yong-jin
Park Jae-chan
Park Seo-ham

Insomma D.P. e Squid Game hanno fatto incetta di nominations e premi, con qualche sorpresa sparsa qua e là. E voi, condividete la scelta dei vincitori? A voi la parola!

Lor

Angel’s Last Mission: Love

Se mi chiedeste perché ho scelto la visione di questo drama, vi risponderei che sono stata attirata dalla brevissima trama letta in rete, dalla presenza degli angeli e dall’ambientazione nel mondo della danza classica. Una combinazione perfetta che mi ha convinto a cominciare la visione di questa serie che mi è piaciuta molto.

Lee Yeon-seo (la bravissima Shin Hye-sun, già vista in “Hymn of Death” e “Thirty but Seventeen”) è una ragazza che dopo la morte dei genitori ha ereditato un capitale, ma la sua vita è costellata di infelicità, da grande promessa della danza classica ha avuto un infortunio che l’ha resa cieca tre anni prima e ora vive nell’eterno rancore, nella rabbia, sospettando di tutto e tutti (e a mio parere a gran ragione, considerando la parentela sempre pronta a farla considerare pazza e depressa per appropriarsi della sua eredità e della Accademia di danza di cui è co-proprietaria). Per via di questa serie di disgrazie, Yeon-seo è diventata arrogante, diffidente e quasi insensibile ad ogni cosa, incapace, quindi, di amare.

Kim Dan ( Kim Myung-soo, L del gruppo musicale Infinite, già visto in “Meow, ragazzo segreto”) è un angelo distratto, vivace che sta quasi terminando la sua missione sulla Terra. Non è un angelo potente, ma si occupa sempre di piccoli casi o di salvare gli animali.

Un giorno le strade di Kim Dan e di Yeon-seo si incrociano per un caso fortuito, ma dopo poco l’angelo incapperà nuovamente nella vita della ballerina perché l’aiuterà e le salverà la vita. Yeon-seo, però, era destinata davvero ad essere salvata? Kim Dan, avendo preso un’iniziativa che non gli era stata ordinata, viene punito e, non potendo salire ancora in Paradiso, dovrà dimostrare di compiere ancora un’ultima missione come angelo, la più difficile mai richiesta prima, aiutare proprio la stessa Yeon-seo a ritrovare la speranza di vivere e a credere nell’amore.

Nel frattempo anche un altro personaggio molto misterioso entrerà in scena, si tratta del coreografo Ji Kang-woo (interpretato da Lee Dong-gun) che cercherà di incentivare il rientro della protagonista nel mondo della danza.

Kim Dan riuscirà a cambiare Yeon-seo e a farla credere nell’amore oppure finirà ad innamorarsene lui stesso contravvenendo alle regole degli angeli? E soprattutto Kim Dan è da sempre stato un angelo?

Un drama molto intenso, dalla trama fantastica che raggiunge il cuore e le emozioni dello spettatore. Le scene del balletto sono stupende, l’interpretazione della “Giselle”, opera di danza che qui non può meglio rappresentare la vita infelice della protagonista e la speranza dell’amore ricambiato, regala delle vere e proprie gemme preziose alla serie.

Bravissimi i protagonisti, la seriosa e affascinante Shin Hye-sun e Kim Myung-soo, dalla fossetta e dal sorriso accattivante, incanteranno lo spettatore e, anche nelle vicende più drammatiche, dove la trama ci pone delle domande esistenziali, ci accompagneranno ad una conclusione non scontata, ma…

Ci sono tratti drammatici, di suspence e di thriller in questa serie, c’è, però, anche del fantastico, per cui non perdete la speranza fino alla fine!

Memoru Grace

Shinichi Suzuki, tra violino e filosofia

Vi sarà già capitato di sentir parlare di “Talent Education”, una filosofia di istruzione che si basava sulla premessa che “il talento, musicale o meno, è qualcosa che può essere sviluppato in ogni bambino” e il dott. Shinichi Suzuki fu da sempre uno dei più importanti rappresentanti.

Shinichi Suzuki nacque a Nagoya nel 1898, durante l’epoca dell’imperatore Mutsuhito, periodo in cui il Giappone si apriva agli scambi con la civiltà europea. Il padre di Shinichi Suzuki discendeva da una famiglia di samurai che possedeva da generazioni una fabbrica di shamisen, decise, però, di aprirsi all’attività di realizzazione di violini dando una ventata fresca di modernità, accostandosi alla tradizione europea. L’attività andò molto bene e la fabbrica ogni anno produceva migliaia di violini. Il giovane Shinichi Suzuki fu mandato a studiare alla scuola commerciale perché così avrebbe aiutato il padre nella gestione della fabbrica, ma in sé nutriva una passione innata per lo studio del violino. Secondo la mentalità dell’epoca, però, il ragazzo, appartenente ad un ceto sociale privilegiato e nobile, non avrebbe dovuto accostarsi all’esecuzione musicale, ritenuta un’attività per persone di stato sociale inferiore e poco colte, ma Shinichi Suzuki studiò di nascosto il violino grazie ad un lungo periodo trascorso in campagna a casa dello zio dove conobbe il marchese Tokugawa, allievo dello zio, nonché uno degli ultimi discendenti Shogun. Tokugawa aiutò Suzuki a realizzare il proprio sogno portandolo con sé in Europa, ufficialmente come accompagnatore, ma in realtà per fargli completare a Berlino gli studi di musica e fargli approfondire la conoscenza della cultura occidentale.

A Berlino Shinichi Suzuki conobbe diverse personalità dell’epoca, diventando amico di Einstein che nutriva da sempre un amore per la musica e suonava il violino già in tenera età.

Nell’ambiente europeo, oltre allo studio della musica, Shinichi Suzuki si entusiasmò a tal punto dei contesti culturali e della ricerca continua di miglioramento che iniziò a nutrire un altro sogno, quello della didattica. Il suo curriculum formativo e la passione che nutriva per la filosofia e la didattica posero le basi per il Talent Education o Metodo Suzuki, un metodo di insegnamento musicale che abbracciasse lo sviluppo totale del bambino. La ricerca di un metodo che facesse della musica un linguaggio universale perché ogni bambino può imparare a seconda del proprio carattere e poi dell’abilità.

Il metodo di Shinichi Suzuki fu ostacolato dagli eventi storici, sociali e personali: la grande depressione, la Guerra Mondiale, una grave malattia, ma riuscì a coinvolgere molti studiosi, filosofi e pedagogisti a livello mondiale. Molte scuole di educazione della prima infanzia hanno combinato il suo metodo di filosofia educativa con quello di altri pedagogisti, Montessori, Kodàly, etc…

Nel 1968, all’Assemblea delle Nazioni Unite, Shinichi Suzuki lanciò un appello per la politica mondiale di formazione ed educazione del bambino in cui la musica potesse avere un ruolo di primo piano e nella sua vita è stato proposto anche per il Nobel per la pace.

E’ morto nel 1998 e ancora oggi molte scuole applicano il suo metodo.

Memoru Grace