Alla scoperta di Babbo Natale

Io lo so che tu arriverai / e con te i doni porterai / così Natale più bello sarà / se starai accanto a me…

La leggenda narra che, quando ero molto piccola, appena sentivo le note di questa sigla e vedevo le prime immagini degli gnomi in mezzo alla neve, mi emozionavo immediatamente. La leggenda narra pure che, qualche anno più tardi, quando sono diventata una bambina rompente e consapevole di me, chiedevo in continuazione alla sorella maggiore di cantarmi la sigla, che avevo imparato a memoria, sognando di andare un giorno al Polo Nord per conoscere personalmente Babbo Natale. Ero talmente fissata che, un Natale, mio padre fu costretto ad indossare l’enorme costume rosso e bianco di Babbo Natale per portare i doni a casa sotto l’albero (ed io quasi svenni per l’emozione). Tutto ciò è per dire quanto questo cartone animato, complici le molteplici repliche mandate in onda in TV ogni Natale, sia diventato una pietra miliare della mia infanzia, una sicurezza natalizia come lo sceneggiato fantasy Fantaghirò.

Purtroppo, oggi, dopo tutti questi anni, ricordo poco della trama di Alla scoperta di Babbo Natale, se non la gioia di vedere le dinamiche tra i piccoli gnomi in preparazione dei regali natalizi, per cui mi sono dovuta recuperare i 23 episodi (che potete trovare qua e là su YouTube, come un calendario dell’avvento) e ho trovato che narrano una fiaba meravigliosa, di quelle che vorremmo sentire ancora prima di andare a dormire.

La storia è ambientata in uno sperduto villaggio lappone del Polo Nord, abitato dai Tonto (nella versione italiana tradotti con il termine più finnico Balbalock), che non sono dei comuni abitanti della Lapponia, ma dei piccoli gnomi che aiutano Babbo Natale a preparare i regali da consegnare ai numerosi bambini terrestri nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Tra questi, emerge Uffo, una sorta di maggiordomo tuttofare munito di cappello rosso a punta, che è il braccio destro fidato di Babbo Natale e che porta con sé, nelle sue numerose avventure, la sua nipotina Elisa. La piccola Elisa, con le sue trecce bionde e il suo sguardo incantato e meravigliato del mondo, è la vera eroina della storia, che accompagna lo spettatore in mezzo a bufere di neve, gite in slittino, passaggi magici, renne e un mondo così splendidamente natalizio, che persino Dickens e Tolkien insieme ne sarebbero stati fieri. La vera missione di Elisa, infatti, è portare la magia del Natale un po’ ovunque, tra gli gnomi Tonto della Lapponia, ma anche tra tutti gli abitanti della terra nel cartone animato e, infine, nelle vite degli spettatori, che, forse presi dai preparativi di pranzi e cene natalizie e dalla missione di trovare il regalo giusto, spesso perdono il vero messaggio delle feste di Natale, dell’accoglienza e della compassione nei confronti del prossimo, del donare gioia per riceverne a propria volta. Elisa è un po’ la James Stewart che urla “Buon Natale, Bedford Falls” per le strade innevate di una città addormentata e, forse, è per questo motivo che ci piace guardare le sue avventure in questo periodo dell’anno.

Alla scoperta di Babbo Natale (in originale: 森のトントたち, Mori no Tonto Tachi, letteralmente Il villaggio degli gnomi Tonto) è un anime disegnato da Yoshiaki Yoshida, scritto da Yoshiaki Yoshida e Sugihara Megumi e prodotto dalla casa anime Zuiyo con l’obiettivo di riprendere e rimaneggiare diverse leggende nordiche in attesa del Natale. Trasmesso per la prima volta dalla leggendaria Fuji TV nel 1984, è approdato in Italia due anni dopo sui canali Mediaset per essere ritrasmesso e riprogrammato ininterrottamente fino al 1999. Di recente, è tornato sui canali satellitari e sul digitale terrestre, per cui recuperarlo risulta facilissimo e piacevole in questo periodo.

Consigliato: a tutti coloro che vogliono vivere la magia del Natale, in modo innocente e spensierato, come un tuffo nell’infanzia; e, se non avete visto questa serie d’animazione da bambini, allora è arrivato il momento giusto per recuperarla. Magari, in attesa che arrivi la nostra letterina al Polo Nord.

Captain-in-Freckles

I’ll Go to You When the Weather is Nice – Trovare la forza dalla solitudine

“Ci sono cose che puoi vedere più chiaramente quando sei solo”.

Voglio iniziare così, con una delle frasi più rappresentative di questo drama, una delle storie più intimiste che abbia mai visto.

Spesso la confusione di fuori e il continuo susseguirsi di richieste e di risposte coprono il rumore dentro di noi, un rumore caratterizzato da ferite emotive, dal vuoto, dalla mancanza, dalla consapevolezza di urlare dentro noi stessi e di non avere il tempo di ascoltarci. I due protagonisti della storia cercano di allontanarsi dalla confusione di fuori per vivere in una dimensione sospesa, quasi ovattata, le loro anime si incontrano, si fanno compagnia, si aiutano e poi si allontanano perché prima devono ritrovare se stessi, devono trascorrere tutto l’inverno dei loro cuori per raggiungere i colori. L’ambientazione della storia aiuta moltissimo ad entrare nell’animo dei personaggi, la neve, le stalattiti di ghiaccio davanti casa, la caldaia che non funziona, una coltre di lana che cerca di scaldare dal freddo che non va via, ma che entra dentro le ossa, in silenzio, come i segreti che appartengono alle vite dei protagonisti.

Mok Hae- won (interpretata dalla bravissima Park Min Young, “What’s wrong with Secretary Kim”, “Healer”) è una violoncellista che, dopo una serie di eventi sfortunati, lascia il lavoro a Seoul e torna nel paese dove ha trascorso parte della sua adolescenza, Bookhyun, nella provincia di Gangwon, dove la zia materna gestisce una pensione. A Bookhyun la vita scorre lenta e nella stagione invernale tutto è coperto immensamente da neve, i colori predominanti sono quelli freddi e anche la stessa Hae-won, appena arrivata, cerca di adeguarsi a quel ritmo decisamente meno stressante di quello che ha lasciato in città. A Bookhuyn rincontra un suo compagno di scuola superiore, Im Eun-seop (interpretato da un intenso Seo Kang-joon, “A Year-End Medley”) dallo sguardo malinconico e timido e dal carattere introverso, di poche parole, ma dall’indole gentile. Eun- seop è il proprietario della piccola libreria “Goodnight Bookstore”, aperta fino a tardi dove si può accompagnare la lettura dei libri ad una tazza di caffè caldo soprattutto durante gli eventi del gruppo di lettura, a cui partecipa una cerchia ristretta di lettori della comunità di Bookhuyn, tra cui la stessa Hae-won che inizierà presto a lavorare part time presso la libreria.

Nessuno sa che Eun-seop ha uno spasmodico amore per i libri che lo porta a curare un blog che ogni sera viene aggiornato con una frase tratta da un romanzo o da una poesia, si rivolge spesso ad una certa Irene, sua musa ispiratrice e trasmette tutto il suo prezioso mondo interiore in questi piccoli momenti di raccolta.

L’anima triste e ferita di Hae-won si avvicina all’anima solitaria e riflessiva di Eun-seop, entrambi si capiscono, non servono parole, si riconoscono come persone pacate che hanno un tramestio di emozioni dentro di loro.

“Mi sono innamorato di te per i tuoi occhi che avevano il colore della sera prima della tempesta”.

Eun-seop e Hae-won toccano il buio interiore dentro la propria anima, da una parte, l’inquietudine di lui e la voglia di sparire per stare da solo e, dall’altra, un terribile segreto del passato che lascia l’angoscia nel cuore di lei e che coinvolge la madre e la zia.  

Il drama tocca delle tematiche molto importanti, la violenza domestica, l’adozione, la depressione, l’ansia sociale, il tutto sempre scandito dalla nostalgica lentezza che riempie l’atmosfera, senza essere pesante e senza mai banalizzare, è compito dello spettatore cogliere tutti i piccoli e preziosi momenti che regala questa storia, come l’amore per i libri e la musica. La chimica tra i due attori che interpretano i protagonisti vi affascinerà a tal punto da immergervi completamente nei loro sguardi dal primo all’ultimo episodio. I personaggi secondari sono di una bravura incredibile, a partire dalla madre (Jin Hui-gyeong) e dalla zia (Moon Jeong-Hee di “Pandora” e “Vagabond”), a Lee Bong-ryun di “Hometown cha-cha-cha” e “Sweet Home”, all’incredibile Lee Jae Wook (“DoDoSolSolLaLaSol”, “Alchemy of Souls”, “Memories of the Alhambra”) che brilla anche in questo ruolo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Lee Do-woo, che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano, “I’ll go to you when the weather is nice” è una storia di tenacia per combattere e vincere le proprie paure, per rimarginare le ferite dell’anima causate da ricordi dolorosi e per ricercare la felicità e il proprio equilibrio interiore.

Perché, come per i protagonisti, la solitudine è la vera forza motrice dei malinconici che si preparano ad affrontare la vita e a superare il freddo per poi incontrarsi di nuovo in uno spicchio di luce primaverile.

Memoru Grace

Money Heist: Korea – Joint Economic Area

In tutto il mondo La Casa di Carta è stato un fenomeno che ha diviso e ha destabilizzato, da una parte, perché ha cambiato i canoni della serialità e, dall’altra, perché in una serie apparentemente action ha inserito la tematica sociale e politica, oltre che ha portato all’attenzione un universo seriale non USA-centrico. Così, è stata il modello principale per il remake coreano Money Heist: Korea – Joint Economic Area. Ma quanto è stata veramente valida questa visione, divisa in due parti e caricata da Netflix in due momenti diversi? Con molta probabilità il pubblico lo ha accettato in modo diverso a seconda che abbia visto o meno la versione spagnola che lo ha ispirato (e a seconda anche delle critiche a seguito). Da ex spettatrice dell’originale iberico, ho cercato di scindere perfettamente a metà la mia visione e il mio giudizio e mi sono trovata davanti a diversi punti critici e non apprezzati nella prima parte, forse troppo tributaria al suo modello spagnolo, e di fronte a spunti interessanti e molto apprezzati nella seconda parte, che finalmente prende il volo da sé, creando una narrativa completamente diversa e ristrutturando le dinamiche tra i personaggi sulla base della particolare situazione coreana, con la divisione tra le due Coree e il tentativo dell’unione monetaria.

Pertanto, ecco una recensione comparato o, ancora meglio, le mie impressioni a caldo, buttate giù quasi in crudo post visione. Pronti ad entrare alla Zecca sul confine tra le due Coree?

Part 1

Part 2

Riassumi Money Heist con una frase: Parcere subiectis et debellare superbos

Prima impressione: Inizio la visione e.. un attimo. Dov’è finito il recap, il dove eravamo rimasti negli episodi precedenti, etc? Con la quantità di drama che vedo, sei mesi di attesa tra la prima e la seconda parte equivalgono a circa una cinquantina di recuperi. Poi, dopo la prima destabilizzazione, mi riprendo: il professore, travisato, scappava dalla polizia e il capitano Cha, nel frattempo, con il suo background da spia nordcoreana, si è mangiato la foglia e ha capito la sua identità. Belli questi flashback inseriti all’interno sulla vecchia vita di Cha (Lost, hai fatto scuola), solo che un personaggio che mi era piaciuto molto nella prima parte è stata lasciato un po’ così, senza altro approfondimento e a metà tra la vita, il coma e la ripresa repentina (i coreani hanno i tempi di ripresa dal coma più veloci del mondo). Ma non importa, perché, intanto, ingrana, ingrana molto bene e, finalmente, sento l’hype che aleggiava solo nel sesto episodio.

Ma cosa diavolo sta succedendo alla Zecca? La situazione non si è solo scaldata, ma è diventata incendiaria, con un infiltrato delle forze armate (uno di quelli abituati nelle missioni di esfiltrazione, ma anche senza scrupoli a fare carneficine), gli ostaggi sobillati e pronti alla rivolta e all’evasione, il dubbio di un traditore all’interno del gruppo dei rapinatori, le ansie e le paure dei rapinatori stessi (grazie, Rio, per aver reso umano un personaggio e averci fatto capire che non c’è nulla di sbagliato ad avere paura), gli imprevisti e le crisi, il taglio netto di elettricità e comunicazioni… Insomma, succede di tutto, ma adrenalina e progettualità sono calibrate con un equilibrio incredibile e, soprattutto, con l’originalità che mancava alla prima parte, rimescolando tutte le carte in gioco, tutte le azioni e le peculiarità prima disseminate un po’ ovunque e, soprattutto, alzando l’asticella del pregio di questa serie.

I PERSONAGGI

Tra gli ostaggi, si nota (e molto, direi) Anne, la figlia dell’ambasciatore, quasi pretesto per un salvacondotto nella prima parte e destinata a rimanere un personaggio appannato e abbozzato, se avessero seguito la linea spagnola. Invece, questa Anne è colei che intenta la ribellione, ma che capisce anche su di sé cosa voglia dire la discriminazione (quel sentirsi rifiutata e relegata dagli altri ostaggi in quanto ricca) e, infine, è l’unica a comprendere veramente il messaggio che i rapinatori vogliono dare al mondo (Stoccolma non conta, perché, più che comprendere il messaggio, agisce solo per amore di Denver) e all’establishment politico coreano, in particolare, con una maturità che la candiderebbe già a seguire le orme del padre.

Stoccolma ha avuto il suo momento già nella prima parte, per cui qui è un personaggio un po’ più in secondo piano (tranne quando imbraccia il fucile per salvare senza esitazione Denver e quando fa quel discorso sulle cose che non ha mai potuto scegliere nella propria vita e, finalmente, fa venire fuori un po’ di carattere).

Sul Direttore non voglio infierire (bravissimo l’attore, per carità), ma guardate fino a dopo i titoli di coda, come nei film della Marvel.

Non avevo promosso Rio nella prima parte, perché un ragazzino indeciso e poco maturo, né carne né pesce, non convinto nemmeno di se stesso. Invece, lo promuovo a pieni voti in questa seconda parte proprio per aver rappresentato l’umanità e la crescita di un giovane uomo, la scarica di adrenalina, lo spirito di sacrificio, il primo innamoramento, ma anche le paure, i timori e, perché no, i pregiudizi (sudcoreani vs. nordcoreani).

Denver, stavolta, lo si vede di meno rispetto alla prima parte, ma non importa, perché avevo già apprezzato il suo personaggio prima. Solo che in questa seconda parte manca la sua risata sonora e cristallina, sostituita dalla sua commozione e dal suo piano. E vi avverto: quando piange Denver, piangete anche voi dietro.

Mosca ha bisogno di poche battute per darci un pezzo teatrale e, come nel suo omologo spagnolo, si fa amare anche per questo suo fare da minatore uscito da un romanzo.

Tokyo non è la Tokyo iberica, vi avviso. Anche in questa seconda parte, non c’è la Tokyo dal fascino ribelle e selvaggio della versione spagnola, sparatutto, irriverente e pronta a fare baldoria. Manca la Tokyo che si rifiuta di comprendere se non col cuore e con la passione e che, talvolta, manderesti a quel paese, perché questa Tokyo, con il suo passato militare nordcoreano e i precedenti criminali, è una Tokyo compassata, fredda, metodica, una macchina da guerra in perfetta sintonia con Berlino (non fatevi ingannare dalle apparenze, perché loro due sono i due alfieri sulla scacchiera del Professore). Quando incontra Seoul, personaggio di pura invenzione della versione coreana e che ringrazio tanto per quest’idea, diventa una vera bomba atomica (la steadycam da videogioco di Tokyo e Seoul durante la liberazione del bambino già da sola è uno dei momenti più belli di tutto il drama).

Berlino!!! Non c’è bisogno che dica oltre su di lui, perché avevo già adorato il suo personaggio e la sua interpretazione nella prima parte. In questa seconda parte, raggiunge vertici di altissimo splendore, giganteggia come una fiera feroce a caccia del pasto e, soprattutto, non dà mai punti di riferimento, destabilizzando completamente lo spettatore. Ma attenzione! Non è il Berlino spagnolo: la sua freddezza qui è una lama di coltello ben affilata, non una pennellata compiaciuta di tempera, e usa a suo favore anche tutti i propri punti deboli, a cominciare dalla malattia e dai traumi del suo passato. Inoltre, questo Berlino manca del narcisismo egocentrico del suo omologo e, pur nella sua freddezza calcolatrice, rimane istrionico.

Nairobi non è male, ma è tuttora il personaggio rimasto un po’ in ombra. Non si mette a capo di nessun matriarcato e le manca l’allegria che la fa cantare mentre lavorano le presse, però, al tempo stesso, è una madre sofferente ed empatica che si autogiudica e si autocondanna (forse, più somigliante alla Nairobi spagnola delle ultime stagioni e della seconda rapina). Prevedo un ipotetico sviluppo più avanti.

Oslo ed Helsinki, pur rimanendo personaggi minori, si sono rivelati due orsi buoni e col cuore di marzapane (soprattutto Oslo, nonostante la sua piccola mole di 200 Kg).

Il Professore? Posso dire che, a mio parere, è più freddo e più cinico del suo omologo spagnolo? Un paio di volte, stava pure per tradire i suoi ferrei principi di non uccidere e stavo storcendo il naso. Meno male che, alla fine, il suo piano è andato in porto, anche grazie all’enorme lealtà della sua squadra. Dal punto di vista emotivo, mi ha ancora lasciata in dubbio se davvero provi affetto o meno per l’ispettrice (che qui migliora rispetto alla prima parte, anche se, ancora una volta, non mi ha fatto impazzire). Però, quell’incontro tra loro non somiglia un po’ ad una scena di Crash Landing on You?

Cosa ti è piaciuto? Ok; non cantano mai Bella Ciao (ve lo devo dire), ma non per questo il messaggio rivoluzionario non rimane intatto. Anzi, politicamente, l’ho trovato di una portata maggiore rispetto all’omologo spagnolo, che, dopo la prima verve anti-capitalista e di critica alla società, si è andato a perdere in una deriva anarcoide piuttosto infruttuosa e destrutturante (che mi ha portato a chiedere il motivo della seconda deleteria rapina). Qui, invece, già il fatto che la Zecca si trovi in una zona di nessuno, a metà tra le due Coree, che è quasi una promessa di riunificazione, gestita, però, da politici corrotti pone l’accento su tante altre tematiche su cui riflettere. Si sente intatta la sofferenza di un popolo diviso, ma anche di un popolo (quello nordcoreano) condannato ad una feroce dittatura e di un altro (quello sudcoreano) che ha assaggiato in passato l’amarezza di un regime non democratico e che ogni giorno deve fare i conti con una classe burocratica troppo invischiata nel passato.

In conclusione: serie promossa. Non è la mia preferita, ma, dalla prima parte, si fa un salto di qualità in avanti e si va a superare in originalità il precedente spagnolo. Per cui vale la pena sorbirsi i primi sei episodi per arrivare alla bellezza di questi ultimi.

Il tenente Colombo

“Al mondo esistono tre categorie di uomini: quelli che pensano giusto, quelli che pensano sbagliato e quelli che pensano come me”.

Esiste una serie talmente longeva che conta i primi episodi nel 1968 e gli ultimi nel 2003. Esiste una storia gialla talmente fresca e frizzante, che lo spettatore non si rende quasi conto dell’efferatezza dei crimini commessi durante la visione. Esiste una trama talmente lineare e schematica, che è impossibile non seguire con apparente semplicità per farsi sbalordire sul finale. E, infine, esiste un detective talmente buffo e goffo, che quasi non sembra nemmeno un detective, ma così ingenuo e quasi innocuo che è rimasto nella mente e nel cuore di tutti. Perché, seriamente, sfido a ignorare l’esistenza del tenente Colombo e del suo impermeabile stropicciato e allacciato male, con il colletto per metà rovesciato, le macchie di caffè versate inconsapevolmente e quella falsa e gentile sfrontatezza, a tratti imbarazzante, delle sue domande insistenti.

Il tenente Colombo, magistralmente interpretato da Peter Falk, è così: gli si potrebbe applicare l’etichetta “L’abito non fa il monaco” per come la sua prima apparenza riesca ad ingannare tutti. Di primo acchito, sembra quasi un clochard o, perlomeno, uno che ha passato la notte a riposare su una panchina del parco, con gli abiti non stirati trovati in un pacco di beneficienza, e tutti i criminali lo sottovalutano. E, persino, la seconda impressione non sortisce un buon effetto: Colombo se va in giro per la stanza senza nemmeno capire quello che è successo, guarda tutto senza far capire che sta indagando, parla a vanvera delle cose più piccole e disparate, che non sembrano avere nulla in comune con il caso da risolvere, si mostra solo e privo di una squadra e, soprattutto, pone un sacco di domande. Insistente, con un occhio chiuso e uno semi-aperto, con il viso leggermente storto e la postura un po’ ingobbita, con le mani dietro la schiena o a fargli da poggiamento e quasi sorpreso, come di una meraviglia innocente e infantile, nell’ascoltare il suo interlocutore, che sembra canzonarlo, convinto della sua poca intelligenza. Colombo non sembra coraggioso, odia le armi e non ne porta con sé, soffre di claustrofobia, di vertigini e di mal di mare, non ama mettersi in pericolo, si rifiuta di prendere l’aereo e ama la buona tavola, fatta di cibi semplici e genuini, come le sue uova sode o un panino da poco conto, preparato con cura dalla moglie come pranzo al sacco. Colombo afferma di essere un fumatore incallito, ma ha sempre in mano un vecchio sigaro smozzicato di infima qualità (e che, probabilmente, non fumerà mai). Colombo parla solo di musica lirica, delle sue origini italiane e di sua moglie (“Devo ricordarlo di dirlo a mia moglie” è uno dei suoi tormentoni storici, perché la signora Colombo sembra depositaria di tutti i racconti del detective). Colombo sembra accettare qualsiasi cosa gli venga propinata, qualsiasi alibi, qualsiasi ricostruzione con un candore pari a quello dell’angelo Clarence nel film “La vita è meravigliosa” e sorride inerme al criminale di turno che lo vuole beffare. Poi, mentre se ne sta per andare dopo le sue investigazioni poco accurate, gira sui tacchi e con lo stesso innocente sguardo di prima esclama: “Ah, un’ultima cosa…“.

Il criminale ancora non lo sa, ma quella frase corrisponde alla fine del suo mondo. Perché Colombo è il detective più anti-detective che esista solo in apparenza: dietro il suo aspetto trasandato, grigio e sgualcito, si nasconde un abile e acuto giocatore di scacchi con un elevato quoziente intellettivo, un ragno mortale che tesse la sua tela invisibile e fa crollare la sua preda in contraddizione. Mentre va in giro a toccare oggetti a caso, riesce a cogliere tutti gli indizi con un solo sguardo; mentre il criminale crede di beffarlo, è lui a prendersene gioco per vedere fino a che punto arriva la sua bugia. Colombo è il falso mediocre, che, sotto mentite spoglie, cela uno stratega in assetto di guerra, uno a cui nessuno può sfuggire (anche perché, come afferma spesso, “non esiste il delitto perfetto, è un’illusione“) e che dipana ogni matassa muovendosi a passi lenti e poco fermi, come in un ragtime, vincendo due volte: la prima, come detective nel risolvere il caso; la seconda, come umile contro i superbi che amano le prevaricazioni, nel rovesciare completamente qualsiasi apparenza.

Forse è proprio per questo motivo che Colombo, quando ero piccola, era il mio eroe personale. Quando quella serata la televisione programmava le avventure del piccolo e buffo detective in impermeabile, mio nonno mi chiamava per tempo o, meglio, me lo ricordava già nel pomeriggio ed io facevo di tutto per guardarlo, affrontando le immani pubblicità che falcidiavano il programma e rimanendo sveglia fino a tardi. Mi divertivo, spremevo le meningi, ripetevo le frasi e le camminate di ispezione per la stanza del detective e, con lui o come lui, cercavo di risolvere il caso. Colombo è stato una delle prime menti investigative, insieme alla signora Jessica Fletcher (protagonista de “La signora in giallo“), di cui mi sono intellettivamente innamorata. Molto prima di fare la conoscenza letteraria di Sherlock Holmes, Hercule Poirot e Miss Marple, esistevano quelle serate che una bambina con le trecce passava a fingere di incastrare criminali e prepotenti, come faceva il detective Colombo. Come diceva sempre mio nonno, mentre si appassionava alla visione, “Colombo è uno che non te lo mangi mica così”, perché “quando chiude l’occhio, sa cosa farà del suo nemico”.

O, forse, Colombo era il mio eroe personale perché ammiravo le sue avventure in compagnia di mio nonno, così come guardavo con lui i film western e l’accoppiata vincente Bud Spencer e Terence Hill. Ma questa è un’altra storia.

La serie di Colombo (in originale Columbo) conta 11 stagioni per un totale di 69 episodi (comprensivi degli episodi speciali fuori stagione), una marea di guest star famose (Leslie Nielsen, Ben Gazzara, Johnny Cash, Ray Milland, Eddie Albert, Leonard Nimoy, Vincent Price, Martin Landau, Faye Dunaway, Dick Van Dyke, Rod Steiger, José Ferrer, Anne Baxter e persino il Ricardo Montalban dell’Ira di Khan), innumerevoli registi di prestigio (Steven Spielberg, Leo Penn, John Cassavetes e, persino, lo stesso Peter Falk), doppiatori speciali (come Ferruccio Amendola, voce italiana del detective nel film per la televisione Riscatto per un uomo morto) e persino un monumento dedicato (a Budapest, per omaggiare le origini ungheresi – e non italiane, nonostante quello che si possa pensare – di Peter Falk). Inoltre, Colombo conta pure una serie spin-off dedicata a Mrs. Colombo, la moglie del tenente, mai apparsa nella serie principale e interpretata per questa chicca rimasta inedita in Italia da Kate Mulgrew, diventata nota, anni dopo, per aver impersonato il Capitano Kathryn Janeway in Star Trek Voyager.

Piccola postilla: si ignora il vero nome di battesimo del tenente Colombo (che, quando gli viene posta la domanda, afferma solo di chiamarsi Tenente), così come si ignora il nome del suo cane (che il detective chiama semplicemente Cane); secondo una ricostruzione più o meno attenta ad un suo vecchio documento sbiadito, alcuni credono che si possa chiamare Frank.

Consigliato: a tutti, perché, se non avete mai visto un singolo frammento di questa storica serie, mi dispiace molto per la vostra infanzia, per cui urge un recupero, anche per sapere che non sono gli uomini grandiosi e apparentemente forti a reggere il mondo, ma un piccolo omino medio in impermeabile che si fischietta da solo la sigla iniziale e che insegna con saggezza che la prevaricazione e la prepotenza pagano sempre.

Captain-in-Freckles

Detective Conan – Piccoli Sherlock Holmes crescono

“Quando si tratta di logica e deduzioni, non esistono né vincitori né vinti. Cerca di impararlo, se vuoi diventare un detective. L’unica a vincere è sempre la verità”.

All’uscita dei film con protagonista la giovane Enola Holmes, fracassone marcato Netflix e derivante dalla saga di libri young adult di Nancy Springer, quelli della mia generazione sono rimasti perplessi per diversi motivi: anzitutto, una sorella minore e totalmente inventata di Sherlock Holmes non si era mai vista nemmeno negli apocrifi più inquietanti (e nemmeno quel genio di Moffat è stato perdonato del tutto per questo svarione familiare sul Canone); in secondo luogo, ci sono errori storici talmente gravi sull’età vittoriana e sul movimento delle suffragette da spingere ad inviare gratuitamente all’autrice un buon libro di storia dell’epoca; in terzo luogo, quella petulante e tutto-fare diciassettenne investigatrice sembra più concretizzare il canone fandom di una qualsiasi “Mary Sue” (ovvero un vero e proprio cliché letterario derivato dal fandom di Star Trek e relativo a una protagonista giovanissima con abilità e caratteristiche fuori dal comune e del tutto inaspettate, apparentemente priva di evoluzione psicologica). Ma, soprattutto, quelli della mia generazione storcono il naso, perché sanno che esiste un solo adolescente con le abilità di Sherlock Holmes, un diciassettenne occhialuto e di bassa statura che, sognando di emulare le gesta del detective britannico, ci ha fatto compagnia durante la nostra infanzia negli anni ’90 e risponde al nome di Shinichi Kudo e al soprannome di Detective Conan.

Per la verità, Shinichi non è così basso e così infantile come appare. Studente liceale, coltiva da tempo la sua passione investigativa e collabora in modo saltuario con la polizia, mettendo a frutto la sua deduzione logica, le sue abilità intellettive e mentali e la sua perspicacia. Solo che, un giorno, mentre si trova ad un parco dei divertimenti insieme all’amica di sempre, Ran, si imbatte in un’organizzazione criminosa e diventa testimone di un delitto. I criminali lo rapiscono (anche perché il nostro non ha una grande mobilità e rimane piantato a pensare senza rendersi conto del mondo circostante) e lo avvelenano con una misteriosa sostanza per eliminarlo. Se non fosse che Shinichi non muore affatto, ma cambia fisionomia e il suo corpo ringiovanisce di ben 10 anni. Così, su consiglio del professor Hiroshi Agasa, specie di inventore e scienziato nerd che pare uscito da Ritorno al futuro, inventa l’identità di Conan Edogawa (palese omaggio allo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, e ad Edogawa Ranpo, famoso scrittore giapponese di gialli e creatore del detective Kagoro Akechi) e, come tale, diventa un bambino prodigio con il cervello superiore di un computer e la maturità e la saggezza di un adulto. Perché, anche come ragazzo di 17 anni, il nostro Shinichi era una mente fuori dal comune: intelligente, arguto, dotato di una formidabile memoria eidetica e di un certo humor sarcastico, snob, sicuro delle proprie capacità superiori, narcisista e megalomane, ma, al tempo stesso, timido e riservato, quasi imbarazzato, quando si parla di sentimenti ed emozioni, come quando la sua migliore amica Ran tenta di dichiararsi.

E, così, di caso in caso, di storia in storia, Conan si muove insieme a Ran e al professore per cercare di risolvere tutti i gialli e i crimini che si palesano davanti e per sbrogliare la matassa dei super-cattivi, quell’Organizzazione nera, i cui membri portano nomignoli di super alcoolici e che gestisce, di fatto, tutti i traffici più loschi del paese, compreso la sostanza che ha agito sulla trasformazione di Conan. Ogni caso si conclude con una vera e propria deduzione logica, ma anche con una riflessione profonda di Conan sulle tragedie umane in cui si imbatte e i suoi insegnamenti che ne derivano sono sempre catartici sul valore di giustizia e ingiustizia (“A volte, l’ingiustizia può sembrare una tragedia e suscitare il desiderio di vendetta. Ma la vendetta è fonte di dolore e non di giustizia“). Risolvendo crimini, il piccolo e intelligente detective si imbatterà nel famigerato ladro Arsenio Lupin, creato dalla penna di Maurice LeBlanc e protagonista dell’anime Lupin III, in un crossover diventato iconico.

Una curiosità dovuta sui nomi dei personaggi, perché in quest’anime nulla è stato lasciato al caso. Oltre all’omaggio palese fatto ad Arthur Conan Doyle e ad Edogawa Ranpo con lo pseudonimo del protagonista, ricordiamo che la migliore amica di Conan, Ran Mori deve il suo nome alla pronuncia giapponese di Maurice LeBlanc. Ancora, il professor Hiroshi Agasa, mentore di Conan, si rimanda alla deformazione del nome proprio di Agatha Christie. Infine, la scienziata Shiho Miyano, creatrice del misterioso veleno che ha “rimpicciolito” Conan e soprannominata Sherry, deriva il suo nome dalla pronuncia giapponese di Sherlock Holmes. Più complessa è la spiegazione del nome attribuito alla sua seconda identità, Ai Haibara, dove Ai potrebbe stare per la pronuncia inglese di I, iniziale di Irene Adler (la truffatrice avventuriera che Sherlock Holmes considera l’unica Donna, con la maiuscola) o per una delle iniziali di V. I. Warshawski, detective creata dalla penna di Sara Paretsky, mentre Haibara si riferisce a Cordelia Gray, protagonista dei romanzi thriller di P.D. James, in quanto il nome è composto dal kanji hai (灰), che significa grigio cenere. E tutto ciò la dice lunga sulle paranoie del creatore di quest’anime.

Detective Conan (名探偵コナン Meitantei Konan) è un manga scritto da Gosho Aoyama e pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Sunday a partire dal 1994 e serializzato in anime due anni più tardi. La pubblicazione è tuttora in corso, così come la messa in onda delle sue avventure anime, arrivando, al momento, a 1065 episodi e rendendolo uno degli anime più lunghi e continuativi di sempre. Detective Conan conta anche di 25 film anime, 18 OAV, 4 film in live action (cioè con attori in carne e ossa), 3 manga tratti dai film, 4 colonne sonore diverse (tutte composte da Katsuo Ono) e 24 videogiochi. Numeri che ci fanno rendere conto della sua longevità.

Postilla finale: il grande scrittore giapponese Edogawa Ranpo, di cui si è detto, rispondeva al secolo al nome di Hirai Taro e fu anche critico letterario e traduttore dei romanzi di Arthur Conan Doyle e di Maurice LeBlanc; il suo nome d’arte non è altro che la translitterazione in romanji (pronuncia giapponese scritta in caratteri dell’alfabeto latino) del nome di Edgar Allan Poe, grande scrittore americano di racconti gialli e del terrore a cui è attribuita la paternità del primo detective letterario, il francese Auguste Dupin, investigatore protagonista dei racconti I delitti della Rue Morgue e La lettera trafugata e ispiratore delle figure di Sherlock Holmes ed Hercule Poirot. Ma questa è un’altra storia.

Consigliato: a tutti, amanti del giallo e dei giochi in stile Cluedo o meno, perché questo piccolo grande detective è quanto di più vicino a Sherlock Holmes possa essere stato creato e, non me ne vogliano gli altri emuli, ma è talmente dotato di calma, coscienza e attenzione e “non è questo che predica il vecchio Sherlock Holmes?” (cit.)

Captain-in-Freckles

Wok of Love – Tra fornelli, biscotti della fortuna e tanta voglia di riscattarsi

Ammettiamolo, ognuno di noi attraversa quei periodi in cui non ha voglia di impegnarsi con delle storie che svuotano emotivamente o con trame troppo complesse e ingarbugliate, ed ecco che anch’io in autunno mi sono imbattuta in questo drama che, a dire la verità, avevo in lista, ma non era in cima tra le prime serie da recuperare. Una sera, però, mentre scorrevo la lista, ho posato accidentalmente il mio sguardo sulla locandina di “Wok of Love”, ho deciso, quindi, di dargli una possibilità e, che dire, mi ha fatto trascorrere delle serate di spensieratezza, allontanandomi da pensieri e fatiche quotidiane.

“Wok of Love” ha decisamente un potere terapeutico, forse proprio perché ci si ritrova ad assaggiare con gli occhi ad ogni episodio un piatto diverso, succulento, caldo, un piatto della cucina cinese e forse anche per merito dei tre protagonisti, a partire da  Lee Jun-ho che cattura l’attenzione con un altro bel personaggio che amerete, continuando con Jang Hyuk, un vero e proprio battitore libero in questa interpretazione e per finire Jung Ryeo-won con il suo sguardo incantato che porta speranza alle persone che le stanno accanto.

Seo Poong (interpretato da Lee Jun-ho, visto in “Just Between Lovers” e “The Red Sleeve Cuff”) è uno chef stellato di un importante e prestigioso ristorante cinese all’interno dell’albergo a sei stelle “Giant”, grazie a lui l’albergo ha ottenuto, infatti, altre due stelle Michelin. Improvvisamente tutto si capovolge negativamente nella vita di Seo Poong, osteggiato dal presidente della società che gestisce l’albergo e che oltretutto ha iniziato una relazione con la moglie di Poong, e dal capo chef che non vuole riconoscergli i meriti e anzi ne è geloso e invidioso.

Dopo un litigio plateale, Poong lascia il suo lavoro e in qualche modo finisce per andare a lavorare presso il ristorante cinese di fronte all’albergo Giant quasi per volersi vendicare del torto subito, con la speranza di dare presto una risposta e far decollare la nuova attività.

Il ristorante si chiama “Hungry Wok”, “Padella Affamata”, ed è gestito da Do Chil-seong (interpretato da Jang Hyung, visto in “Fated to Love You”), un ex detenuto, appassionato di aforismi di Nietzsche, che ha aperto l’attività di ristorazione solo per trovare un lavoro ai suoi ex compagni di gang, la “Big Dipper“, tra cui il suo collaboratore Oh Maeng-dal (interpretato da Jo Jae-yoon, visto in “Alchemy of Souls“). Chil-seong, nonostante i suoi precedenti, è una persona molto umana e altruista, che vorrebbe rifarsi una vita normale e vorrebbe aiutare anche i suoi amici a diventare delle brave persone.

Nonostante i primi spassosissimi litigi tra i compagni di gang di Chil-seong e lo chef Poong, pian piano si instaurerà un clima di fiducia e di amicizia, anche con l’entrata in scena di Dan Sae-woo (interpretata da Jung Ryeo-won), una ragazza di ricca famiglia con la passione per la scherma e l’equitazione che perde tutto ciò che ha, proprio il giorno del suo matrimonio quando viene lasciata all’altare e suo padre viene arrestato per bancarotta. Sae-woo sarà costretta a cercarsi un lavoro. Indovinate dove?

Il wok che dà il titolo alla serie è una pentola cinese a uno o due manici ed è davvero protagonista della storia perché Sae-woo diventerà aiutante di chef Poong proprio nella cottura dei piatti cucinati con il wok e…non posso raccontarvi altro, ma ne vedrete delle belle, anche con l’entrata di altri personaggi come la madre della protagonista, interpretata da Lee Mi-sook e dei due impiegati della casa di Sae-woo, interpretati rispettivamente da Park Ji-young, la cuoca e governante e Tae Hang-ho aiutante in cucina, entrambi, dopo la bancarotta del padre di Sae-woo, cercheranno, infatti, un altro lavoro e finiranno anche loro nella cucina dello chef Poong.

Alcuni aspetti di questa serie mi hanno colpito moltissimo, per esempio, il rapporto che si instaura tra Chil-seong e Seo Poong, entrambi senza famiglia che si considereranno fratelli e, infine, il valore della gratitudine e della solidarietà e la grande voglia di ricominciare da parte dei tre protagonisti della storia che iniziano quasi come dei “perdenti”, ma che affrontano ogni giorno la sfida di recuperare con orgoglio il proprio posto nel mondo.

“Wok of Love” è una serie la cui tematica principale è la voglia di riscatto, di rifarsi un’altra vita e risollevare quell’io che è stato ferito da diversi eventi, situazioni o persone, ma tutti i nostri protagonisti alla fine della storia troveranno l’unica soluzione adatta a stare bene: la vendetta migliore, infatti, è essere felici!

Una serie che vi stupirà e che con tanta ironia e con un briciolo di follia riesce a far riprendere chiunque stia attraversando un momento di calo psicologico o di tensione e sprona a cercare di migliorare, anche solo per se stessi, per stare bene, per volersi bene.

Piccola curiosità, l’attrice Lee Mi-sook interpreta due ruoli, la madre di Seo-woo e una persona molto vicina a Chil-seong che non posso svelarvi.

Memoru Grace

Akira – L’umanità alla fine del mondo

“Il futuro non è una linea dritta, ma è piena di incroci. Deve esserci un futuro che possiamo scegliere da soli“.

Si dice che l’anime perfetto non esiste, ma esiste Akira, che ha fatto riconsiderare il concetto di perfezione e che, dagli anni ’80, rimane una pietra miliare nel panorama dell’animazione giapponese, uno spartiacque tra una certa tipologia di storie di fantascienza e la loro evoluzione distopica. Perché Akira è un’ampia e complessa orgia di adrenalina e metafisica, di meccanicismo e di umanità, di metafore e di creazioni anaforiche, addensate con una visività potente e violenta e una narrazione cruda e angosciante, che accresce come in un climax e distrugge in una sola volta sia la linearità del passato che la certezza del futuro, facendo rimanere, però, intatta la luce remota di una speranza, una piccola e fragile umanità che si pone alla fine del mondo e che ne rappresenta la sua vera e inconsapevole bellezza.

ATTENZIONE!, perché Akira non è un anime adatto a tutti, ma, a causa della sua complessità e della crudezza violenta di fatti e scene, è una visione altamente sconsigliata a soggetti impressionabili e di cuore sensibile e necessita di una preparazione preventiva dal punto di vista emotivo.

16 luglio 1988: durante la Terza Guerra Mondiale, un enorme fungo atomico rade al suolo la città di Tokyo, quasi memoria malefica dell’incubo di Hiroshima e Nagasaki, sterminando gran parte della sua popolazione. Trentuno anni dopo, nel 2019, Tokyo è stata ricostruita un po’ più ad Est di dove era collocata prima, ma la Neo Tokyo è una città violenta e volgare, dove imperversano crimini di ogni sorta e il sangue scorre copioso per le strade, una città cronologicamente giovane, perché gli anziani o sono morti o l’hanno abbandonata, ma moralmente deplorevole, specchio della corruzione politica di chi la gestisce e della bruttura dell’animo di chi vi vive. Bande di motociclisti e anarchici di ogni sorta si fronteggiano e terrorizzano le strade, in uno scenario cyberpunk e post-apocalittico, che sembra uscire direttamente dalla mente di Philip K. Dyck (Blade Runner, in primis). Una notte, durante uno degli scontri tra motociclisti, un uomo tenta di proteggere un bambino, ma, quando viene raggiunto e freddato dalle forze di polizia, ci si rende conto che quel bambino ha l’aspetto di un anziano e uno sguardo ascetico che sembra guardare altrove. Spaventato dall’uccisione del suo protettore, il bambino anziano urla e svanisce nel nulla. La sua voce distrugge tutti i palazzi circostanti, lasciando allibiti i giovani motociclisti che assistono alla scena. Tra di essi, si distinguono, in particolare, Kaneda, giovane capo di una gang di motociclisti, in apparenza duro, ma, in realtà, altruista e generoso nei confronti degli altri, e Tetsuo, il componente più giovane della gang, diviso tra l’ammirazione e l’invidia per il suo mentore, chiuso, tendenzialmente violento e fanatico. Dopo essersi scontrati contro una banda motociclista rivale, Tetsuo si imbatte nel bambino anziano già incontrato, ma nel tentativo di inseguirlo rimane gravemente ferito in un incidente. Mentre la sua banda tenta di soccorrerlo, appare l’esercito (il Giappone è gestito da una dittatura militare che ha preso il potere con un colpo di stato in questa ricostruzione distopica), che preleva Tetsuo e lo sottopone ad una serie di esperimenti di laboratorio. Tetsuo viene attaccato ad un misterioso macchinario che reca evidente la scritta “Akira” e inizia ad avere una serie di allucinazioni, dove conosce i tre bambini anziani definiti “esper”, cioè degli individui con capacità extrasensoriali e paranormali, creature superiori in grado di connettersi con un’entità divina e onnipotente, unica detentrice di tutte le risposte, di nome Akira, appunto. Mentre Tetsuo inizia il suo viaggio divino, che lo porterà a scoprire le sue capacità extrasensoriali e ad accogliere in sé Akira stesso, Kaneda e i suoi compagni si mettono alla sua ricerca, nel tentativo di liberarlo dai militari, e si imbattono in Key, una ragazza misteriosa e solitaria, che si rivela essere una spia di un’organizzazione ribelle e anarchica, che sta indagando sul “progetto Akira”, un fondo per cui lo Stato continua a stanziare investimenti e che pare connesso con l’esplosione nucleare di 30 anni prima e con le sorti della guerra. Appreso ciò, Kaneda tenta di salvare l’amico, ma Tetsuo, nel frattempo, si è votato ad un piano personale, che è delirio di onnipotenza e delirio di distruzione, accogliendo in sé tutto il potere di Akira e accettando di perdere la propria umanità per diventare egli stesso una creatura amorfa e informe, ospite della misteriosa e divina entità, che si rivela essere una costruzione criogenetica di fili e tessuti umani, disponibile ad esplodere e, quindi, a farsi esplodere e a distruggere l’umanità per ricrearla dalle fondamenta.

E, a questo punto, lo scontro con Kaneda diventa di una rilevanza particolare, perché adombra lo scontro titanico tra essere umano ed entità ignote, divine, malefiche, distruttive ed autogeneranti, che l’essere umano, sbagliando, crede di poter contenere, ma che lo prevaricano e lo divorano, agendo dall’interno delle proprie aspirazioni e delle proprie emozioni. Senza morale e senza forza interiore, l’uomo che crede di poter accogliere in sé Akira diventa divinità, ma una divinità distruttiva e apocalittica che rende l’uomo stesso un’Apocalisse. Come riprendendo la teorizzazione di Ivan Karamazov nel romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, l’uomo senza morale e senza Dio può tutto, ma è una potenza degenerante e cattiva che lo porta verso il male e, rendendo possibile il parricidio, lo trasforma in divinità distruttiva, fino a portarlo alla sua totale estinzione, al suo annullamento fisico e spirituale.

La speranza, però, c’è e rimane intatta, rappresentata da Kaneda e, in parte, anche da Key, ovvero da coloro che non si sono piegati alla bruttura morale del mondo, ma che, pur comprendendo i propri limiti, tentano non di distruggerlo, ma di ricostruirlo da capo, anche dopo una violenta tempesta nucleare, partendo dalla base dell’umanità e della comune fratellanza. Kaneda, al contrario di Tetsuo, non ha aspirazioni divine e non desidera colmare il suo corpo con l’entità superiore con cui entra in contatto, ma, mantenendosi distante, parte dal basso, dall’essere umano stesso, nel tentativo di elevarlo e di portare equilibrio nel caos con la scoperta della morale, quasi un’etica kantiana, in assenza della quale la comprensione del divino diventa cieco fanatismo (come quello di Tetsuo, ma anche del gruppo di violenti credenti che mi hanno ricordato molto i seguaci di Hellbound). La speranza, accompagnata dalla morale, rimane, anche quando il fanatismo amorale si annulla in se stesso e scompare, ed è la vera risposta per fronteggiare il male del mondo.

C’è anche una lettura politica e pragmatica che è possibile aggiungere: Tetsuo è il Giappone del dopoguerra, quello colpito dalle bombe atomiche, dal fanatismo politico e dalla sconfitta, il Giappone ferito e tradizionale che ha dovuto piegarsi al gioco della morale occidentale, ma che non comprende più se stesso, rischiando l’esplosione e l’implosione, mentre Kaneda è il Giappone moderno, quello che dovrebbe venire fuori da un avvicinamento fraterno tra i popoli, che si basa su un’etica transnazionale e omnicomprensiva e che parte dal valore dell’uomo stesso. E, infine, Tetsuo è anche la tecnologia e l’innovazione incontrollata e senza limiti, la cosiddetta Bomba, che porta la novità e brucia la certezza di ogni cosa, destabilizzando le fondamenta, mentre Kaneda è l’Uomo, ovvero l’essere umano nelle sue fragilità e nelle sue miserie, nello splendore che lo caratterizza anche nella debolezza e che lo forgia.

Il film anime Akira, scritto e diretto da Katsuihiro Otomo e considerato ancora il suo capolavoro, è basato sull’omonimo manga di Otomo del 1982 ed uscì nelle sale cinematografiche giapponesi e non solo proprio nell’estate del 1988 (ovvero quando inizia la storia narrata nell’anime). Fu uno dei film più costosi mai prodotti in Giappone e tuttora ne rappresenta un vero e proprio cult del genere, imperdibile per gli appassionati. Nel 2021, in concomitanza con le Olimpiadi di Tokyo, il manga è stato riedito in nuovi volumi, mentre il film è stato ripulito e ha raggiunto in questo modo i canali di streaming di tutto il mondo.

Un’ultima curiosità sul termine Akira, con cui viene definita l’entità criogenetica e divina che sovrasta tutto il film. In giapponese il termine akira vuol dire “brillante, luminoso, chiaro” e può essere scritto con kanji differenti a seconda dell’accezione che si intende dare al termine. Il titolo del film, in originale, però, è scritto in katakana (アキラ), ovvero secondo la pronuncia, in modo che ognuno possa accostare il significato e l’accezione più consona a ciò che rappresenta. Come un modo diverso di percepire la presenza trascendente della divinità.

Consigliato: ai cultori degli anime e del genere fantascienza distopica e cyberpunk; a tutti coloro che hanno amato Philip K. Dyck e, in particolare, le sue narrazioni in Blade Runner e Minority Report (perché i riferimenti fioccano); a chi vuole scoprire un gioiello dell’animazione anni ’80 che ha ridefinito i canoni.

Captain-in-Freckles

One More Time – Un giorno rivissuto all’ infinito

“Non ci si accorge dell’importanza di qualcuno finché non lo si perde per sempre”.

Con questa frase il protagonista di questa serie ci pone davanti ad una riflessione esistenziale, nonché al fulcro della storia e a ciò che ci vuole davvero trasmettere.

Un drama romantico dalle tinte soprannaturali che ci insegna a riflettere sulla vita, sui rimpianti, sulle possibilità e, nei suoi otto episodi si divincola tra immagini liriche, che nascondono malinconia e sofferenza, e apparizioni oniriche e significative che, a termine della serie, vi faranno ancora ripensare, per tutti i giorni seguenti, cercando di dare una spiegazione a qualcosa che, forse, è rimasto irrisolto o solo smarrito nel tempo.

E’, difatti, il tempo il vero protagonista della storia di questo drama, il tempo perduto, il tempo da recuperare e quello che invecchia con noi, il tempo che chiediamo quando ci accorgiamo di non aver terminato qualcosa e quello che vorremmo dilatare per stare accanto a qualcuno a cui vogliamo bene.

Yoo Tan, interpretato da Kim Myung-soo ( L del gruppo musicale degli “Infinite” e già visto in “Meow, ragazzo segreto” e “Angel’s Last Mission: Love”) è il leader della band indie rock, “One More Time”, da sette anni insieme alla sua fidanzata Moon Da-in (interpretata da Yoo So-hi), una ragazza all’ apparenza fragile e riservata e che, a differenza del protagonista, sembra non avere sogni e ambizioni.  La relazione tra i due ragazzi, infatti, sembra essere giunta al capolinea nonostante Da-in faccia parte integrante della band e lo stesso Yoon Tan, quasi non vorrebbe lasciarla. Il ragazzo, però, è insofferente della sua vita, della sua carriera, che non riesce a spiccare il volo, e dell’ormai poco sentimento che prova per la fidanzata che negli anni precedenti lo aveva, invece, ispirato nella composizione di alcuni brani musicali. Una sera, durante un’esibizione, Yoon Tan, emotivamente provato dall’ansia del cambiamento, dalle delusioni della vita, dalla noiosa ripetitività della sua relazione, con uno scatto di ira, scatena una rissa, scioglie la band e lascia la fidanzata, poi, esagitato, si reca nel luogo del loro primo incontro quasi per porre fine alla sua vita, ma, nel momento più teso e drammatico, chiede aiuto e vede venirgli avanti una bambina vestita di rosso. Da qui in poi la vita di Yoon Tan cambierà. Con l’aiuto della bambina la sua vita prenderà un’altra svolta, il giorno dopo, infatti, viene chiamato da un’importante casa discografica che gli propone un prestigioso contratto e la possibilità finalmente di sfondare nel panorama musicale: unica condizione è quella di abbandonare la sua band e la fidanzata. Il nostro protagonista accetta la proposta, vive intensamente quella giornata, ma il giorno dopo si trova di nuovo immerso nel 4 di ottobre a rivivere gli stessi identici eventi. La situazione continua così, Yoon Tan, in realtà, si trova intrappolato in un loop temporale che lo soffoca e pian piano lo porta a dimenticarsi delle sue sicurezze, dei suoi affetti, della stessa Da-in sulla quale, invece, incombe un destino crudele. Nel momento in cui viene lasciata, infatti, la ragazza è vittima di un incidente in cui perde la vita e ogni 4 ottobre accade la stessa identica cosa.

Quando Yoon Tan si accorgerà del rischio al quale incorre ogni giorno Dan-in cercherà di porre rimedio, tentando di cambiare gli eventi ogni giorno per non rivivere la stessa fine, ma inutilmente. Da qui in poi, mentre Yoon Tan ci sembrava essere il solo protagonista, la visione della storia passa a Dan-in, per cui rivivremo dagli occhi di lei gli eventi, le scelte, il passato, il primo incontro dei due ragazzi, i primi anni di speranza nel cercare la felicità. Perché Da-in sembrava una ragazza senza ambizioni? E’ davvero solo questo che voleva dalla vita oppure ha già chiesto alla vita qualcosa? Chi è quella bambina vestita di rosso e cosa simboleggia? Riuscirà Yoon Tan a salvare Da-in dal fato crudele e ad uscire entrambi dal loop temporale in cui sono stati incastrati?

E’ normale che qui termino il racconto della trama perché svelerei troppo e i colpi di scena sono ancora molti, ma pensate che il titolo del drama, “One More Time”, è davvero significativo, corrisponde al nome della band e alla canzone portante cantata dal protagonista, ma  composta da Da-in, per cui vi invito a recuperarla e a pensarci un po’, anche perché chi la canta non è colei che l’ha scritta e qui finisco di raccontare altro. Pensate solo che il drama è conosciuto anche con il titolo “ The Day After We Broke Up “ che mette in luce, invece, l’importanza della relazione dei due protagonisti che pian piano si fa sempre più chiara, una storia d’amore che dopo sette anni è destinata a terminare e poi forse a rinsaldarsi a costo di lottare contro le barriere spazio-temporali.

Un drama fantasy, a metà tra il soprannaturale e il romantico, una colonna sonora molto bella, delle interpretazioni che convincono e coinvolgono e, poi, l’infinita lotta contro il destino, la corsa per cambiare il finale della giornata, quell’ “effetto farfalla” in base al quale alcune variabili, anche in un contesto complesso, possono essere l’elemento imprevedibile che può cambiare o modificare un evento.

Qualche tempo fa si parlava di una seconda stagione, ma ancora non si sa niente e, anzi, devo ammettere che, secondo me, la storia potrebbe aver trovato la giusta conclusione così.

Vi ho incuriositi un po’?

Memoru Grace

Mad for Each Other (ovvero la reciproca guarigione contro la violenza del mondo)

“Le giornate di pioggia fanno uscire matti”

Con quest’incipit breve e incisivo si apre una serie coreana atipica e sui generis, che inizia come una commedia stralunata e quasi grottesca per, poi, addentrarsi in diversi messaggi complessi e quanto mai attuali, che si insinuano in modo blando e scuotono dalle fondamenta una società malata, priva di umanità e dominata dalla violenza, dove si tende a non osservare il prossimo e ad aumentarne le sofferenze. La bellezza di questa serie è che, in ogni caso, presenta la sceneggiatura di una commedia degli equivoci, brillante e coinvolgente, con due personaggi protagonisti che impariamo a conoscere e ad apprezzare proprio nelle loro apparenti stramberie sin dal loro primo incontro, durante una pioggia che fa diventare matti (nel vero senso della parola).

Noh Hwi-oh (interpretato dalla mobilissima faccia di gomma di Jung Woo, attore che vale la pena recuperare anche nel recente Model Family e che ha una bravura comunicativa incredibile) è un poliziotto, che, dopo aver aggredito in modo violento uno spacciatore che aveva colpito il suo collega, è stato sospeso temporaneamente ed è stato mandato a consulto psichiatrico. La diagnosi è che soffre di un disturbo depressivo da trauma, che aumenta i suoi scatti di ira e gli rende difficile gestire la rabbia. Lungo il cammino per raggiungere la psichiatra, s’imbatte in Lee Min-kyung (la bravissima Oh Yeon-seo di A Korean Odyssey e di Cafè Minamdang, che qui dà il meglio di sé), la cosiddetta “pazza del quartiere”, che va in giro con enormi occhiali da sole anche in piena notte e un fiore appuntato sopra l’orecchio in mezzo ai capelli arruffati. Anche Min-kyung va dalla stessa psichiatra di Noh Hwi-oh per una serie di disturbi ossessivo-compulsivi da trauma non rimosso, che hanno cementificato in lei timori, ansie, paure, insicurezze e psicosi varie. Per una serie di equivoci (che culminano quando i due scoprono pure di essere vicini di casa), Min-kyung scambia Noh Hwi-oh per un maniaco e cerca in tutti i modi di denunciarlo o, comunque, di coalizzare il vicinato contro di lui, fomentando, ovviamente, i suoi scatti di rabbia. I due iniziano nel peggiore dei modi una strana e scapestrata amicizia, che si trasforma presto in un tenero affetto, di quelli in cui non è necessario parlare, perché ogni piccolo gesto e ogni piccolo sguardo da soli significano molto. Min-kyung e Noh Hwi-oh si aprono l’una con l’altro, dialogano, portano a galla i propri timori e le proprie sofferenze, i traumi del passato e le ansie per un futuro che vedono in modo poco chiaro, in uno scambio emotivo che diventa una reciproca guarigione. Più di qualsiasi visita dalla comune psichiatra, può il loro legame nell’affrontare e superare i propri spettri della vita e nel comprendersi a vicenda, anche e nonostante le piccole idiosincrasie che li affliggono, per arrivare a riniziare ad amare in modo profondo, quando nessuno credeva più di poterlo fare, e a ritornare ad essere ammessi nel consorzio sociale.

E qui arriva la bomba, quella tragedia che temevano già all’inizio nel traumatico passato di Min-kyung e che è alla fonte delle sue stranezze, che inizialmente ci avevano fatto sorridere (“Non ti sembro pazza? Voglio che le persone mi evitino“): Min-kyung, in realtà, è una donna vittima della violenza del suo ex partner (interpretato da un agghiacciante Kim Nam-hee di Sweet Home e The Law Cafè, che ho faticato quasi a riconoscere). Nel suo recente passato, c’era una brillante carriera lavorativa, un aspetto invidiabile e quasi superbo e una relazione in cui credeva intensamente con un uomo, che, a sua insaputa, era sposato. Una volta conosciuta la realtà (attraverso la bocca della moglie legittima) ed esposta al pubblico ludibrio della società (che l’aveva derisa e giudicata per il suo comportamento), Min-kyung aveva tentato di lasciare il suo partner, che, però, aveva reagito alla rottura, prima, minacciandola di diffondere foto e filmati della loro vita intima registrati a sua insaputa, e, dopo, picchiandola selvaggiamente nel tentativo di ucciderla. Min-kyung, pur sola e salva per miracolo dal violento pestaggio, aveva trovato il coraggio di denunciare quell’uomo che aveva creduto di amare e, così, era stata bersagliata nuovamente da un linciaggio sociale e mediatico senza pari, accusata di essere una falsa vittima, una rovina famiglie, una poco di buono, una tentatrice per uomini perbene. “Come ha fatto a vivere e a reggere a tutto questo da sola?“, si chiede Noh Hwi-oh, quando viene a conoscenza dei fatti e recupera il fascicolo del caso, decidendo non solo di non abbandonare Min-kyung, ma di lottare con lei, fianco a fianco, a superare le avversità, anche quando l’ex partner violento riappare nella sua vita.

In 13 intensi e relativamente brevi episodi e con dialoghi brillanti e quasi giocosi, Mad for Each Other ci pone davanti ad una serie di tematiche, ognuna delle quali meriterebbe una trattazione a sé: l’importanza della salute mentale, il superamento dei traumi, la coesione sociale, la violenza sulle donne da parte dei partner, il revenge porn, il cyberbullismo, le fake news, gli haters sui social, lo stalking. Per questo motivo, l’ho trovato un drama benefico e catartico, la cui visione è caldamente consigliata perché invita a riflettere su una piaga della società odierna, la violenza contro le donne, che trova il suo apice nel femminicidio. Con questo termine, usato per la prima volta con quest’accezione dall’antropologa e sociologa americana Jane Caputi nel 1990, s’intende la “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne” ed è legato ad un’idea di “violenza strutturale” nei confronti di una persona di genere femminile, che trova la sua espressione in un insieme di gesti violenti, che tendono a minare la sicurezza femminile, ad isolarla e a porla in un rapporto dove il partner maschile assume il ruolo di padrone e possessore della vita altrui. Nonostante in tutto il mondo si moltiplichino ogni anno le iniziative per sensibilizzare sull’argomento e per demonizzare comportamenti di una mascolinità abusiva che rischia di sfociare in atteggiamenti di violenza, ogni anno si contano migliaia e migliaia di vittime di femminicidio in diversi paesi, creando quello che di fatto oggi è diventato un fenomeno dilagante che gli stessi governi tentano di arginare. Non mi piace la parola “fenomeno”, come non mi piace nemmeno la parola “femminicidio”, che ha in sé l’alone stigmatizzante della donna come agnello sacrificale. Non mi piacciono questi termini e non li vorrei nemmeno sentire pronunciare, come non vorrei sentire imperversare notizie relative a donne che continuano a rischiare la propria vita per la colpa di avere amato e di essersi fidate dell’uomo sbagliato e che spesso si vedono anche condannate da una società che si è dimenticata cosa sia la compassione. Sono termini che non mi piacciono perché vorrei che non esistessero i fatti che li alimentano, ma di cui è necessario parlare perché questa piaga sia sradicata per sempre dalla società. La donna muore e subisce violenza due volte, nell’uccisione fisica e morale da parte del suo aggressore e nel linciaggio e/o nell’oblio della società, che interviene condannando il comportamento della vittima, quasi come se fosse in parte responsabile di aver causato quella violenza su se stessa. Senza rendercene conto, la violenza nei confronti della donna parte dai minimi atteggiamenti, dalle cattiverie dette senza pensare, dalla battuta sessista e falsamente bonaria, dal falso buonismo e pietismo e dalla cultura della prevaricazione che ci è stata radicata da secoli. Per cui, è necessario parlarne e smontare determinati tabu, perché solo un controfenomeno culturale può demonizzare ed eliminare, seppur con lentezza, questa brutta pagina sociale.

Consigliato: a tutti, perché è una serie coraggiosa che sa parlare di traumi, di violenza e di salute mentale con sobrietà e con il sorriso e perché i due protagonisti sono due adorabili e fragili folli, che, nelle loro fragilità, riescono a trovare un perfetto ed armonioso equilibrio, guarendosi l’un l’altra con una delicatezza rara e toccante.

Captain-in-Freckles

Old Enough! – Una giornata da grande

Secondo il principio montessoriano, il bambino va educato a fare da solo perché la sua autonomia è una conquista dovuta al superamento di problemi quotidiani da risolvere e difficoltà di ogni giorno, per cui il genitore deve rendere il bambino protagonista delle proprie azioni. Il bambino deve provare e sperimentare in prima persona e l’adulto non deve mai fargli mancare la fiducia fin dai primissimi anni di vita.

La prima volta che ho visto “Old Enough!” ho pensato che fosse quasi una concretizzazione del principio pedagogico montessoriano.

“Old Enough!” è un programma che potrete trovare nel catalogo Netflix, ma in realtà si tratta di una selezione di venti episodi di un programma che va avanti da trent’anni ed è trasmesso in Giappone dalla Nippon tv.

Il format televisivo, che può sembrare in apparenza semplice, ha una complessità e una profondità molto rare, non solo ci accosta alla cultura giapponese e alla scoperta di luoghi meravigliosi, quasi mai megalopoli, anzi, di solito piccoli centri rurali, paesi costieri, ma ci lascia nel frattempo dei concetti molto importanti: responsabilità, autonomia, educazione e compartecipazione alla vita familiare e sociale.

Il programma, che trae ispirazione da un libro illustrato per l’infanzia di Yoriko Tsutsui e Akiko Hayashi e pubblicato nel 1976, segue le imprese di alcuni bambini dai due ai sei anni che devono svolgere da soli delle commissioni richieste dalla loro famiglia, il tutto mentre una troupe televisiva li segue. La caratteristica più simpatica è che le telecamere sono “mascherate” da oggetti normali e i cameramen sono vestiti da persone comuni, elettricisti, signore che si recano a fare la spesa, etc…Tutto questo serve per non destare curiosità nei bambini protagonisti dell’episodio e per non farli distrarre dalla loro commissione da svolgere. Ogni tanto, però, qualche bambino rivolge loro la parola anche solo per chiedere informazioni o suggerimenti come farebbero con qualsiasi vicino di casa che incontrano per strada.

Mentre proseguiamo con la visione del programma, ci accorgiamo che i bambini coinvolti acquisiscono subito la responsabilità della commissione da svolgere e, mentre si accingono a rispettare la consegna, si impadroniscono di un’autonomia tale da renderli sicuri delle proprie azioni, dei pericoli e delle difficoltà da affrontare. Attraversare da soli la strada diventerà una conquista e il bambino starà attento a quanto insegnato dai genitori e capirà che i consigli e i suggerimenti delle persone più adulte sono importanti. Questo è un principio saliente dell’educazione perché, dopo la conquista dell’autonomia e della responsabilità, il rispetto verso le altre persone, soprattutto più anziane, diventa fondamentale; spesso, infatti, durante il viaggio per svolgere la commissione, il bambino chiederà aiuto alle persone che incontrerà per strada o nei negozi e dovrà salutare e ringraziare con gentilezza ed educazione. Sarà compito, poi, degli adulti, a partire dal genitore, dare fiducia al bambino per non farlo disamorare e incoraggiarlo passo per passo a raggiungere lo scopo.

Infine, l’altro obiettivo didattico di questo programma è educare il bambino a compartecipare ai bisogni della vita familiare, per esempio chiedendogli di andare a comprare verdure e alghe per la sorellina piccola, come succede alla bambina protagonista della storia ambientata sull’isola di Soda, Hinako, premurosa sorella maggiore di quattro anni.

Non mancheranno disguidi, difficoltà da fronteggiare come nella storia ambientata ad Hakodate, città portuale nella zona sud-occidentale della prefettura di Hokkaido, dove la caduta per strada del pesce appena pescato dal papà di Sota, mette in crisi il bambino che dovrà difendere il pesce da un eventuale latrocinio da parte di un gatto che osserva da lontano la scena ed è pronto ad intervenire o la piccola Miro che si dispera per non aver trovato il negozio dove ritirare l’orologio di mamma e, sotto una pioggia battente, con il tifo di tutta la comunità, dopo aver superato un momento di sconforto e di pianto, riprende in mano la situazione e con orgoglio affronta la strada e raggiunge il negozio portando a compimento lo scopo.

Non si può fare a meno di emozionarsi per ogni storia raccontata, per ogni cammino intrapreso da questi piccoli meravigliosi eroi che provano la loro indipendenza, la loro pazienza e sopportano con diligenza e coraggio ogni prova che si presenta loro e ammetto che in molti episodi mi è scesa qualche lacrima, come per la storia Hana, il cui papà è morto in un incidente sul lavoro quando la bambina aveva appena due mesi. Ogni giorno Hana guarda il cielo da casa sua e pensa al papà e lo sente come suo angelo protettore che l’aiuta anche nella missione di affrontare il buio di un incubatoio per prendere un pesce che serve per il ristorante di famiglia.

Nei quindici/venti minuti di ogni puntata la camera seguirà il viaggio di ogni bambino alla conquista della propria indipendenza in un vero e proprio percorso di crescita e immortalerà la prima grande avventura della loro vita!

Memoru Grace