Why Her? – Storia di fiducia e di coraggio

Quando ho iniziato a vedere “Why Her?” ho capito da subito che non mi sarei per niente dovuta distrarre perché tutti i particolari, come ogni buon legal drama che si rispetti, sono importanti ai fini della storia per comprendere meglio tutti i passaggi chiave compreso quelli che sembrerebbero secondari.

“Why Her?”, conosciuto anche con il titolo “Why Oh Soo Jae?”, è un legal drama classico con una trama piena di colpi di scena, di intrighi politici e giudiziari che in alcuni episodi ti fa stringere forte un fazzoletto per la tensione che sale sempre più senza darti troppi motivi per sperare in uno sviluppo più semplice perché la storia non è per nulla semplice, anzi, pur sfruttando l’ambientazione classica, riesce a scavare nell’inconscio dei personaggi a tal punto che ti chiederai spesso come mai abbiano preso determinate decisioni e come riusciranno a venirne a capo.

 Oh Soo -jae, interpretata dalla bravissima Seo Hyun-jin (“You are My Spring”) è una avvocatessa all’apparenza cinica e carrierista, brava a tal punto da diventare la partner più giovane dello studio legale TK, il migliore di tutto il Paese.  Soo-jae sta quasi per fare un passo successivo nella sua carriera che potrebbe consacrarla definitivamente al successo nel mondo legale, quando, improvvisamente, accade un fatto molto grave e inaspettato nel quale, purtroppo, viene coinvolta. A questo punto, l’unica cosa che le rimane da fare è attendere qualche mese per far luce su quanto accaduto e rientrare pian piano nel suo mondo lavorativo, in questa pausa forzata firma un contratto per insegnare nella scuola di preparazione di giurisprudenza dove incontra Gong Chan, interpretato da Hwang In-youp (“The Sound of Magic”, “True Beauty”, “18 Again“), uno studente dal passato segreto e doloroso che è legato in qualche modo a Soo-jae anche se la ragazza non lo ricorda.

Personalmente Gong Chan è il personaggio che mi è piaciuto di più, un ragazzo sofferente, apparentemente tranquillo, che nasconde nel vero senso della parola il suo passato, conserva nel suo cuore disperazione e tristezza mentre cerca di vivere ogni giorno come una nuova opportunità, sa di non avere nessuno, ma in un momento molto drammatico della sua vita solo una persona gli ha creduto e si è fidata di lui, Oh Soo-jae, per questo ha deciso che non la abbandonerà mai soprattutto in un momento così delicato della sua esistenza.

Gong Chan e Soo-jae, in realtà, hanno in comune molto più di quanto loro stessi possono credere e con coraggio vogliono vendicarsi di torti e ingiustizie subite nel passato.

Accanto ai due protagonisti troviamo alcuni personaggi secondari indimenticabili come Choi Yoon-sang, interpretato da Bae In-hyuk (“My Roommate is a Gumiho”) uno studente di legge del corso tenuto da Soo-jae dalla forte personalità, ma di animo sensibile, è il figlio minore del presidente dello studio legale TK; Jo Kang-ja, interpretata da Kim Jae-hwa, ex detective che ha lasciato il suo lavoro per motivi personali e si è iscritta al corso di giurisprudenza, Na Se-ryun interpretata da  Nam Ji -hyun, (“100 Days My Prince”), allieva della protagonista e molti altri. Infine, tra tutti i personaggi, spicca lui, Choi Tae-guk interpretato da Heo Joon-ho (“Designated Survivor – 60 days”, “Kingdom”), presidente dello studio legale TK, personaggio carismatico, grandioso nella sua oscura presenza camuffata da difensore e garante della legge.

“Why Her?” è una storia di solitudini, come quella dei due protagonisti che per riprendere in mano la propria vita cercano con tenacia e coraggio la giustizia, tanto citata all’interno della storia, ma così difficile da ottenere, così come è difficile la fiducia che, però, una volta conquistata, sarà la stella polare che guiderà la rotta da seguire per arrivare alla soluzione di tutto.

Memoru Grace

Finding Mr. Destiny

Si può essere innamorati di un ricordo sfumato o solamente del pensiero di essere stati innamorati? E se solo questo pensiero diventasse una fissa e limitasse qualsiasi opportunità di miglioramento di vita?

Questo è quello che capita alla protagonista del nostro film, Seo Ji-woo, interpretata da Im Soo-jung (“Melancholia”, “Chicago Typewriter”), direttrice di studio di un musical che durante un viaggio in India, dieci anni prima, ha conosciuto il suo primo vero amore, Kim Jong Wook. Da allora Ji-woo ha deciso di rimanere single per scelta qualora non dovesse riuscire mai più nella sua vita ad incontrare nuovamente l’uomo che le ha fatto battere il cuore. Il padre della ragazza è un militare vedovo che ha cresciuto da solo le due figlie e non solo non comprende l’ossessione di Ji-woo, ma è completamente disperato nel vedere la figlia senza alcun sogno, senza alcuna speranza o prospettiva, ma legata solamente a questo ricordo di dieci anni prima. Un giorno, l’uomo, ancora più disperato del solito, costringe la figlia a presentarsi ad una agenzia investigativa specializzata nella ricerca del primo amore “Finding First Love”. L’agenzia investigativa è stata appena aperta da Han Gi-joon, interpretato da Gong Yoo (“Goblin”, “Squid Game”), ragazzo goffo, imbranato che sembra vivere passivamente la sua vita, collezionando un fallimento dopo l’altro e che puntualmente viene ripreso e sgridato dalla sorella maggiore. Gi-Joon ha, però, un lato distintivo del carattere, la sincerità, un tratto talmente caratteristico che il nostro protagonista è riuscito a farsi licenziare dall’agenzia di viaggi dove lavorava prima perché, invece di vendere pacchetti viaggio, spiegava ai clienti eventuali e potenziali pericoli dei luoghi di destinazione turistica.

Ji-woo non sa di essere la prima e unica cliente di Gi-joon, così, anche se controvoglia, a causa del suo difficile carattere, si affida alle strategie di ricerca dell’agenzia e i due scoprono che esistono 1108 uomini che hanno lo stesso nome della persona che stanno ricercando, Kim Jong-wook. Inizia così il loro viaggio che li condurrà per tutto il paese nell’ostinato tentativo di trovare il primo amore della ragazza. Nel frattempo, tra un litigio e l’altro e scoprendo pian piano le persone che si chiamano Kim Jong-wook, tra cui un monaco buddista, un chirurgo plastico e un contadino sovrappeso, i due ragazzi iniziano a provare qualcosa l’uno per l’altra.  

Pian piano si snocciolano nella storia anche i ricordi del viaggio in India di dieci anni prima, ma non vedremo mai il vero volto di Kim Jong-wook perché anche i ricordi stessi della protagonista sono sfumati, al posto di Jong-wook, infatti, vedremo il volto di Gi-woo.

Riuscirà la nostra protagonista a ritrovare il suo primo amore? E soprattutto ritrovare Kim Jong-wook sarà la sua priorità fino alla fine?

Una commedia divertente, una coppia improbabile, ma avvincente, una meravigliosa Im Soo-jung che interpreta una ragazza ostinata, sempre spettinata, dal carattere difficile che parla come un carrettiere e uno stralunato Gong Yoo, un po’ goofy, un po’ impacciato, dalle fissazioni ossessive-compulsive dell’ordine e dell’igiene: entrambi gli attori sono, però, il vero punto forte della commedia.

Il film è ispirato al musical omonimo del 2006 ed è stato il primo film di Gong Yoo di ritorno dal servizio militare.

Piccolo consiglio: se decidete di recuperare “Finding Mr Destiny”, guardate tutti i titoli di coda perché vi è una piccola sorpresa alla fine.

Memoru Grace

Dai K-Dramas a Jane Austen (andata e ritorno)

Esiste un nesso tra i drama coreani e i romanzi di Jane Austen? E, soprattutto, perché così tante lettrici e tanti lettori austeniani hanno di recente scoperto il mondo dei drama asiatici? O, viceversa, come mai tanti spettatori di drama asiatici amano leggere la più grande autrice inglese?

Non mi ero mai posta tutte queste domande, se non fosse che: 1) sono sempre stata una fervente appassionata di Jane Austen (romanzi, film e miniserie ispirate alle sue storie, costumi e tutto quello che esiste nel fantastico mondo di Austenland, senza far mancare le feroci critiche alle trasposizioni più moderne con quel classico adagio “Zia Jane non avrebbe voluto così”); 2) oramai da tempo, con le altre socie di questo piccolo miniuniverso rappresentato nel blog, divoro drama coreani (o, più in generale, asiatici) – senza far mancare film, OST, anime, manga/manwha e tutti gli annessi -, con una naturalità da serialista consumata; 3) sono stata invitata a parlare al meeting di un gruppo letterario che si occupa di Jane Austen (e delle sue opere) con il preciso compito di individuare il motivo per cui austeniani e dramisti si stiano di recente incontrando.

Visto l’arduo compito, ho iniziato a pensare a questo collegamento come ad un viaggio, andata e ritorno, e mi sono chiesta se sembra davvero così strano che due mondi così apparentemente lontani e diversi possano essere in contatto tra loro. Pensandoci bene e sulla base della mia conoscenza dramista, non solo sono arrivata alla conclusione che non c’è alcuna stranezza, ma, anzi, posso affermare con certezza che, se Jane Austen fosse vissuta ai nostri tempi, sarebbe stata un’astuta divoratrice seriale di K-dramas. E posso anche dimostrarvi il perché?

Con la parola prestata dall’inglese “drama” (o, meglio, 드라마, letteralmente “dorama”) s’identificano tutte quelle produzioni “drammatiche”, ovvero recitate e distribuite in episodi, indipendentemente dal numero di essi e dalla loro lunghezza, e che, quindi, si distinguono per questa suddivisione seriale dalle pellicole cinematografiche. La lettera gigante (o il suffisso gigante) collocata all’inizio indica il paese di provenienza del drama: K sta per Korea, C per China, J per Japan, THAI per Thailand, etc… La suddivisione della storia in diversi episodi dà la possibilità a queste trame di essere sviluppate con una certa lentezza e con una certa calma, distribuendo gli eventi e i colpi di scena con una certa parsimonia tra le ore di durata della serie, ma anche introducendo i personaggi in modo quasi pacato, come se si trattasse di un romanzo, senza alcun obbligo di aumentare l’hype per creare tante stagioni. Questa logica a puntate, quindi, si è distinta dalla serialità made in USA, schiacciata dalle esigenze commerciali e di copione ad una durata imposta per ogni singolo episodio, alla produzione di diverse stagioni e al richiamo di suspence su suspence, colpi di scena su colpi di scena e shock su shock. Ma quali sono, allora, gli elementi tipici di un drama?

Anzitutto, tendenzialmente, assistiamo ad una trama abbastanza classica, ma con tanti spunti originali che la rendano unica, con una definizione di ruoli ben determinati, che apra anche alle emozioni e alla trattazione psicologica dei personaggi, analizzati sia da soli che all’interno delle loro relazioni. Spesso i personaggi si incontrano in modo fortuito, per un evento casuale, e scoprono di essere legati da sempre, magari anche dall’infanzia. Se pensiamo ad uno dei drama più famosi e più visti di sempre, Crash Landing on You, assistiamo ad una bellissima storia d’amore tra due protagonisti che non potrebbero essere più diversi tra loro – lei, una donna d’affari sudcoreana, forte, determinata, ironica, ma anche fragile e sola, alla continua ricerca di sé; lui, un militare nordcoreano, solitario, malinconico, apparentemente modello di ferrea disciplina, che cela una grande tristezza interiore e una grande sensibilità – e che s’incontrano per un imprevisto: lentamente, imparano a conoscersi, a confrontarsi e, quando si innamorano, scoprono di essere sempre stati legati tra loro da alcuni ricordi in comune. Ma, un momento, questa trama non vi ricorda qualcosa? Sì, perché passare da Se-ri e il Capitano Ri a Lizzie Bennet e Mr. Darcy, protagonisti di “Orgoglio e Pregiudizio“, il romanzo più famoso e più letto di Jane Austen, è un attimo.

Un altro elemento caratterizzante i drama è la presenza di una storia d’amore delicata, lirica e soavemente lenta, perché, diciamo la verità, le serie americane, dove i protagonisti finiscono a letto prima ancora di presentarsi col nome proprio ci hanno anche un po’ urtato (perché la vita non è così e perché non vogliamo andare a letto prima di conoscere i nostri sentimenti, ma abbiamo bisogno di emozioni e di vivere tutta la poetica dell’amore). Una storia come quella rappresentata in “Guardian – The Great and Lonely God“, anche più noto come “Goblin” (o “Dokkaebi“), per esempio, è una storia d’amore lenta e poetica, costruita con immagini soavi e liriche, frasi ad effetto, citazioni colte e rimandi letterari, come se stessimo leggendo Keats sotto un albero che perde le foglie autunnali. Inoltre, il legame tra i protagonisti (che si scoprirà indissolubile e predestinato) è accompagnato da un’analisi attenta e accurata dei loro sentimenti e delle loro emozioni, da una vera e propria educazione emotiva che valorizza la dimensione interiore dei personaggi stessi, dove sia i dialoghi che i momenti di silenzio acquisiscono importanza. Ma, riguardando in questi giorni questo drama, mi sono chiesta dove ho visto una simile poetica del sentimento d’amore? In “Persuasione“, altro romanzo scritto da Jane Austen.

Tra l’altro, “Goblin” (così come molti altri drama) descrive la storia di ben due coppie, entrambe con una poetica straordinaria e con un grande approfondimento della dimensione psicologica dei personaggi, dove quasi non si capisce più quale delle due coppie sia quella principale e quale sia la secondaria (ammettiamolo, i secondari rubano proprio la scena). Ma questa dinamica, l’abbiamo già incontrata: Lizzie e Darcy, da una parte, e Jane e Bingley, dall’altra parte, in “Orgoglio e Pregiudizio“; ma anche Elinor e Edward Ferrars, da un lato, e i meravigliosi Marianne e Colonnello Brandon, dall’altro lato, in “Ragione e Sentimento“. Ancora una volta, due romanzi di Jane Austen.

Un’altra particolarità dei drama è che spesso emozioni e ambiente circostante (e, quindi, anche la natura) si accostano e si rispecchiano l’un l’altro. In un drama come “One Spring Night“, ad esempio, i sentimenti dei due protagonisti e le manifestazioni della natura vanno all’unisono, quasi creando una rispondenza: lui, giovane farmacista e padre single, è traumatizzato dall’amore, mentre lei si trova incastrata in una storia senza amore e le loro anime si riflettono nel freddo inverno di Seoul, tornando a rifiorire solo con l’inizio della primavera circostante e con lo sbocciare dei loro sentimenti. E anche la ricostruzione scenica e fotografica riesce a rendere talmente bene quest’idea, che seguiamo con i personaggi le emozioni e le stagioni. Non vi sembra di leggere un passo di Jane Austen, quando una delle sue eroine, per esempio l’amata Lizzie Bennet, si perde in una passeggiata in solitaria per la natura per perdersi, allo stesso tempo, nelle proprie riflessioni taciturne?

Tutti i drama coreani, ancora, ci mostrano spesso rapporti familiari e dinamiche sociali così complesse dal trovarle al limite della disfunzionalità. Visto che le storie includono sovente dei veri e proprio romanzi di formazione, non è raro trovare passati e ricordi tristi (perché, si sa, i personaggi soffrono, e più soffrono, più il pubblico li ama): uno dei due protagonisti spesso ha uno o entrambi i genitori deceduti o in condizioni difficili o, se sono vivi, non è detto che siano sempre così normali. Perlopiù, poi, se i personaggi non sono cresciuti insieme (e, per qualche motivo, si sono allontanati), è quasi certo che si sono incontrati, magari in modo fortuito e casuale, in un punto imprecisato della propria infanzia. Un drama come “Something in the Rain“, ad esempio, include tutto ciò. I due protagonisti sono cresciuti insieme (lui è il migliore amico del fratello minore di lei e lei della sorella maggiore di lui) e, per qualche ragione, si sono allontanati e, poi, ritrovati. Ma non solo: mentre lui è orfano di madre, con un padre inesistente che ha abbondonato la famiglia per ricostruirsi una vita all’estero, lei ha una famiglia unica, ma, così, complessa e armoniosamente disfunzionale, dove campeggia una madre autoritaria, programmatrice e schizofrenica. E non è finita qui, perché anche la società intorno non è favorevole ai personaggi e osteggia in tutti i modi la loro relazione (per la differenza di età, per i colleghi di lavoro, per la presenza dell’ex fidanzato di lei, ingombrante e aggressivo). Infine, la protagonista si trova a subire sul lavoro una serie di attenzioni non richieste, che sfociano nelle molestie sessuali e nel sessismo e che la mortificano ogni giorno, fino a quando non ha il coraggio di ribellarsi, seppur rimanendo da sola, senza sostegno, e rischiando l’ostracismo. Una situazione simile, insomma, a quella di Fanny Price nel romanzo “Mansfield Park“, circondata da una complessa famiglia disfunzionale, sballottata da una casa e l’altra, da sempre innamorata del cugino con cui è cresciuta, ma non capita nelle sue intenzioni e nelle sue aspirazioni, soggetta di attenzioni inappropriate e di un ambiente sociale a lei non confacente e, infine, una volta ribellatasi, bandita da Mansfield. Ed ecco che ritorna la nostra cara e vecchia Jane Austen.

Poi, ci sono i dialoghi e la sceneggiatura brillante che non vedevamo da tempo in una serie e che ci hanno fatto innamorare dei drama coreani. Non solo i personaggi interloquiscono tra loro con un’immediatezza e una vivacità quasi teatrale, ma il narratore riesce ad utilizzare tanti registri in modo così armonico da renderlo un prodotto perfetto. Lo scambio di battute brillanti tra i due protagonisti di “What’s Wrong With Secretary Kim?“, per esempio, riecheggia i battibecchi affettuosi tra Emma e Mr. Knightley nel romanzo “Emma” (ma anche Lizzie e Darcy in “Orgoglio e Pregiudizio“). L’incastro di registi narrativi, inoltre, va di pari passo anche con l’incastro di scene ad effetto ben distribuite all’interno della storia, dove dramma e azione si intrecciano e si sfumano anche in una dimensione notturna. Così, ad esempio, “Healer” dove il protagonista maschile salta sui tetti e usa apparecchi elettronici di ogni tipo come vigilante notturno della città, ma si trova anche all’interno di una dialettica brillante con la sua controparte femminile, una giornalista che ama la suspence e se ne intimorisce. Un po’ come Henry Tilney e Catherine ne “L’abazzia di Northanger“. E non ci smuoviamo dalla Austen.

Anche la ricostruzione tecnica, scenografica e fotografica assume un ruolo fondamentale. Un drama come “It’s Okay Not To Be Okay“, che, poi, è stato uno dei primi drama che ho scoperto di amare (con tanto di misto tra lacrime e risate), deve il suo successo anche ad una tecnica fotografica e ad una scenografia straordinarie, che rendono benissimo sia i ricordi dei protagonisti, sia la dimensione da fiaba, sia la mente del fratello nello spettro dell’autismo, per non parlare di costumi scenici e teatrali che sono diventati iconici. Un po’ come certi costumi o certe immagini fotografiche degli sceneggiati BBC ispirati ai romanzi di Jane Austen. L’attenzione per il dettaglio storico e l’introduzione dell’elemento femminile – e, quindi, anche della sua emancipazione nella storia – che sono centrali in un drama come “Rookie Historian Goo Hae Ryung” (dove la protagonista è una storica e scrittrice di palazzo) ci ricordano non solo film e serie sui romanzi austeniani, ma anche un film come “Jane Austen Regrets” sulla vita dell’autrice inglese e sul valore della scrittura. Le famose OST (ovvero: le colonne sonore) diventano la chiave di lettura stessa dei drama e la loro musica in testa ci ricorda le immagini che abbiamo visto: un po’ come è successo a tutti con la sigla di apertura dello sceneggiato BBC di “Orgoglio e Pregiudizio” o con la bellissima colonna sonora a piano di Dario Marianelli per la pellicola cinematografica o anche con una delle canzoni per i titoli di coda più esilaranti del film “Austenland“.

L’elemento della coralità, dove non solo i personaggi principali e i secondari, ma tutto quel piccolo e variegato ambiente sociale diventa protagonista della storia, come accade nel paesino nordcoreano di confine in “Crash Landing on You” o nella pittoresca cittadina di “Hometown Cha-Cha-Cha“, ci pone di fronte ad una delle genialità più caratteristiche dei drama coreani. Una peculiarità che anche Jane Austen aveva tentato di inserire con il suo romanzo incompiuto “Sanditon” e con l’idea di parlare di un’intera città, rendendo protagonista non solo un’eroina e/o un eroe, ma un’intera comunità.

Insomma, ci sono tanti elementi che uniscono la Austen ai drama e, ragionevolmente, possiamo capire per quale motivo abbiamo iniziato a leggere i romanzi austeniani a 15 anni e, magari, a 30 siamo diventate delle avide divoratrici di drama: cerchiamo una storia, una poetica d’amore lenta e soave; cerchiamo la poesia, la catarsi nei personaggi, il tempo per avvicinarci a loro e vivere con loro, per portarli, poi, nel cuore per sempre; vogliamo la magia senza gli effetti speciali, i colpi di scena senza gli shock, l’attesa del bacio finale come apice della storia d’amore, la crescita progressiva dei personaggi mentre scoprono le proprie emozioni e superano i conflitti interiori; ci sentiamo anche noi soli di fronte alla società, tristi e malinconici, ma tentiamo di emergerne e di trovare il nostro posto nel mondo. Cerchiamo quel sottile filo del destino tra noi e la nostra metà predestinata da tempo immemore o, forse, tra noi e la nostra stessa anima. Jane Austen ci ha forgiato da piccole; i drama ci hanno fatto scoprire donne forti e mature, con un ricco mondo interiore e con lo sguardo sognante ai nostri desideri.

Laura

Encounter – In sospeso tra sguardi e poesia

Devo ammettere che già dalle prime immagini, questo drama mi ha trasmesso tratti infiniti di poesia e mi ha fatto venire in mente un ricordo di parecchi anni fa, quando frequentavo la scuola media e dalla biblioteca di classe presi in prestito, un po’ per caso, un libro di frasi e poesie di Gabriel Garcia Marquez. Mi chiederete come possa avere attinenza tutto ciò e, invece, la visione di “Encounter”, lenta, cadenzata, soffusa nelle immagini e nelle parole quasi sospirate dai protagonisti, somiglia alla lettura di una poesia.

Kim Jin-hyuk, interpretato da Park Bo-gum (“Love in the Moonlight”), che ci accompagnerà con il suo dolcissimo sorriso per tutta la storia, è un ragazzo semplice, grato alla vita e a tutte quelle piccole cose che riesce a collezionare nei propri ricordi, raccoglie istanti e momenti come se fossero un tesoro prezioso e spesso cerca di racchiuderli in una fotografia scattata da una vecchia macchina fotografica ereditata da un amico di famiglia.

“(…) Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano”. Jin-hyuk mi ricorda proprio questo verso della poesia di Marquez. Il protagonista coglie il valore delle cose e nobilita ogni sentimento relativo all’affetto per il ricordo di un oggetto, che possa trattarsi di un paio di scarpe, di una cartolina o di una canzone. Lo sguardo disarmante e la purezza dell’anima del protagonista, però, sono la vera forza che lo tiene in piedi e che lo aiuta a superare i momenti di sconforto e ad essere sempre un supporto emotivo anche per gli altri, che siano amici, familiari o solo colleghi di lavoro.

Cha Soo-hyun, interpretata da Song Hye-kyo (“That Winter, the Wind Blows”, “Now, We are Breaking Up”, “The Descendants of the Sun”) è una ragazza vittima della sua stessa vita o, per essere più precisi, dello stile di vita che la famiglia e la società le hanno imposto fin da bambina. Ogni giorno si sveglia nei panni di una donna elegante, sofisticata, algida, l’immagine di una persona che in realtà lei non vorrebbe essere, eppure è costretta a sopportarsi così com’è, perché sa di essere sola nei confronti del mondo che attende da lei un comportamento impeccabile e che non lascia trasparire niente dei propri sentimenti e delle proprie sofferenze. Sembra una principessa prigioniera nella propria fortezza di ghiaccio che, la sera, per non ascoltare il silenzio che la circonda, si affida ad un sonnifero per risvegliarsi in un’altra giornata piena di impegni dove indosserà sempre la stessa maschera.

Jin-hyuk, figlio di un fruttivendolo, è un’anima semplice e delicata che non si fa distrarre dalla vacuità del mondo, ma si perde in un tramonto rosato o nell’ultima canzone di mezzanotte prima di chiudere gli occhi e affidarsi ad un sonno ristoratore; insomma, Jin-hyuk, l’ultimo dei romantici.

Soo-hyun, figlia di un politico, sposata e divorziata con il rampollo di una famosa famiglia facoltosa, Jung Woo-seok, interpretato da Jang Seung-jo (“Chocolate”, “Snowdrop”), è la direttrice di un albergo, donna sofisticata ed intelligente soffocata tra l’insonnia notturna e le pressioni sociali di ogni giorno.

Jin-hyuk e Soo-hyun, due persone così diverse, due mondi tanto lontani, eppure un giorno, in un pomeriggio assolato, tra le strade colorate e gremite di persone di una affascinante L’Avana, i loro sguardi si incontrano e da lì in avanti capiranno che le loro vite non si sono incrociate per caso, le loro anime si sono richiamate. Una volta il poeta Rilke disse che, perfino in una città fredda, solo coloro che camminano insieme tenendosi per mano possono vedere la primavera. Questo è ciò che accade ai due protagonisti.

Come fare a non far appassire la primavera, a non far spezzare due cuori innamorati, a nascondere un amore appena nato? Questa sarà la missione dei due ragazzi, riuscire a salvarsi e a uscire incolumi da una burrasca che metterà a repentaglio la loro serenità e la loro vita.

Una storia delicata, toccante, un inno all’amore vero, raro, che nasce da uno sguardo, da un sorriso per cercare l’infinitezza del sentimento.

Molti i personaggi secondari che donano alla serie un ulteriore valore, da Pyo Ji-hoon, in arte P.O (“Hotel del Luna”), fratello del protagonista a Kwak Sun-young, segretaria fidata di Soo-hyun, da Kim Joo-hun (“Dodosolsollalasol”), amico di Jin-hyuk e proprietario di una locanda a Ko Chang-seok, l’autista privato nonché amico e confidente della protagonista che aiuterà i due giovani a mantenere il segreto sulla loro relazione.

Scoprirete in questa serie alcuni angoli nascosti di Seul e vi perderete nella magia delle sequenze girate a Cuba, tra i colori, i palazzi meravigliosi, nei tramonti mozzafiato, in rumbe improvvisate (non perdetevi il ballo di Park Bo-gum, fidatevi, ne vale la pena) e soprattutto nella poesia che incanta ogni momento. Ho scoperto, infatti, altre bellissime poesie citate in questa serie, una tra tutte è “Di sera” del poeta Kim Kwang seop e che a mio parere rispecchia proprio l’atmosfera della storia narrata:

Fra così tante stelle
una sola mi guarda dall’alto
Fra così tante persone
solo io guardo verso quella stella

Più profonda è la notte
più svanisce la stella nel chiaro
ed io svanisco nello scuro

Tu tanto calorosa
ed io tanto tenero
Dove, quando e in che forma
ci incontreremo ancora?

Grazia

Si Alza il Vento – Il sogno di volare, il desiderio di vivere

“Le vent se lève! / Il faut tenter de vivre” – ” Si alza il vento! / Bisogna tentare di vivere”.

Due famosi versi tratti dal poemetto Il cimitero marino, scritto e pubblicato dal poeta francese Paul Valéry nel 1920, hanno dato il titolo a questo film d’animazione prodotto dalla Studio Ghibli, che sembra quasi un manifesto d’autore delle idee di Hayao Miyazaki per tutte le future generazioni, di animatori e anche di semplici spettatori, diventandone il vero leit motiv delle sue storie. Il vento come gli eventi della vita, che dobbiamo affrontare con raffiche più o meno forti, tempeste, ma anche brezze leggere, che si alzano e si elevano sui nostri capi. Il vento del cambiamento e della trasformazione, come quella che rincorre il protagonista con le sue idee originali e innovative, cercando di perseguire il sogno di librarsi in aria e di spiccare il volo. Il desiderio di volare come il desiderio stesso di vivere.

Si alza il vento è un progetto ambizioso, ragionato e fortemente voluto dallo stesso Miyazaki, con il preciso obiettivo di costruire, da figlio ed erede del periodo della Seconda Guerra Mondiale, un comune linguaggio di pace e di negazione della guerra. Per farlo, l’animatore giapponese si è parzialmente ispirato al romanzo Si alza il vento di Tatsuo Hori, ambientato in un sanatorio di Nagano tra il 1936 e il 1937, che ha portato sullo schermo, in modo da incastrarlo con la narrazione biografica di Jiro Horikoshi, il celeberrimo ingegnere aeronautico giapponese, progettista di numerosi caccia utilizzati dall’esercito nipponico durante la Seconda Guerra Mondiale, tra cui il famoso (e temibile) Mitsubishi A6M Zero, rinominato anche “caccia tipo Zero”, che vide la luce nell’anno imperiale 2600 (ovvero il 1940) e divenne protagonista – nel bene e nel male – dell’azione bellica aggressiva da parte dell’Impero giapponese. Tutto ciò nonostante le idee pacifiste e gli scopi meramente scientifici del loro creatore, come si desume dal diario che tenne segretamente durante gli anni del conflitto mondiale (da lui definito una guerra futile e gravosa).

Il film inizia nel 1918, quando Jiro Horikoshi, un bambino di provincia con un enorme paio di occhiali e il desiderio di volare, inizia a sognare il suo mito, l’ingegnere e progettista italiano Giovanni Battista Caproni che, in una dimensione onirica dove tutto è possibile, lo porta a visitare le sue creazioni e gli fa capire che costruire aerei è come solcare i cieli o, forse, anche di più (“Di uomini atti a fare i piloti ce ne sono tanti. Io sono un uomo che gli aeroplani li crea. Sono un progettista“). Caproni diventerà da questo momento il suo nume tutelare che gli appare sempre in sogno per supportarlo durante gli studi e nei suoi primi progetti di lavoro, ma anche per fargli comprendere negli anni l’importanza della missione degli aerei, che non deve essere relegata ad un uso bellico, ma dovrebbe comunicare pace, proprio perché porta l’essere umano a contatto con il cielo e, quindi, rende possibile il sogno di Icaro: volare e sentirsi parte del creato, ma anche ricorrere alla scienza e alla tecnologia per migliorare e per migliorarsi, in un’ottica per cui il progresso dovrebbe diventare uno sviluppo ai fini del benessere e non un’autodistruzione (“Quello di volersi librare nel cielo è il sogno dell’umanità, ma è anche un sogno maledetto. Gli aeroplani portano il peso del destino di divenire strumenti di massacro e distruzione“). Nonostante i suoi sogni, Horikoshi, dopo la laurea in ingegneria, finisce a lavorare con la Mitsubishi, che, di fatto, rifornisce l’arsenale dell’esercito imperiale e che prende accordi con il regime nazista in Germania. Horikoshi, costretto a sostenere orari e tempistiche lavorative improponibili, vede sfumare sempre di più tutti i suoi sogni, fino a quando non crolla in una crisi nervosa. Per riprendersi, va in villeggiatura in montagna e qui incontra Nahoko, una ragazza che aveva conosciuto in modo fortunoso in treno anni fa durante un terribile terremoto: è lei che, piena di sogni e di voglia di vivere, nonostante la sua malattia, pronuncia i versi di Valéry e che, letteralmente, cambia la vita ad Horikoshi, facendogli scoprire sentimenti ed emozioni che non credeva di provare. Con Nahoko, Horikoshi viene in contatto anche con il misterioso signore tedesco Hans Castorp, in realtà un ebreo oppositore al regime nazista, che insegna ai protagonisti che cos’è il vero valore della pace e cambia completamente la visione politica di Horikoshi, il quale, da questo momento, dovrà lavorare facendo sempre attenzione alla polizia politica imperiale, che lo ferma e lo intercetta più volte, a causa della fuga di Castorp dall’arresto. Quasi recluso a casa del suo supervisore, che lo protegge da un’eventuale indagine della polizia, Horikoshi si sposa in segreto con la sua Nahoko, la sua brezza leggera che non lo abbandonerà mai, rimanendo per sempre nei suoi sogni, anche dopo che gli eventi della vita lo colpiranno in modo drammatico, fino alla bellissima immagine finale che lo esorta a vivere, perché “essere in vita è una cosa stupenda“.

La vita, anzitutto. Nonostante il vento della sconfitta personale ed interiore, le tristezze, le delusioni, le infelicità e i lutti. Vivere come un sogno da portare avanti, come un aereo che Caproni lo ha spinto a costruire per percorrere il cielo in un’eterna festa con la sua famiglia. Vivere che diventa volare (e viceversa), perché il desiderio di vivere e il sogno di volare sono legati in modo indissolubile l’uno all’altro per affrontare il vento (o, meglio, i venti) della quotidianità e delle sue amarezze.

E, poi, ci sono gli aeroplani che, come dice più volte Caproni, “sono un sogno bellissimo, ma maledetto“, perché, progettati per portare benessere alla società, sono usati dagli uomini per fare del male ad altri uomini. Gli aeroplani sono un sogno, che diventa, suo malgrado, simbolo della guerra, una catastrofe che ha coinvolto controvoglia tante popolazioni e tanti esseri umani e che ha creato vittime e distruzioni, come le carcasse dei famosi Zero, partiti per sparare sulla gente e mai più tornati a casa, forse proprio perché partiti per una missione distorta rispetto al proprio obiettivo. Alla fine, usando ancora le parole di Caproni, “il cielo azzurro finisce per inghiottirli tutti“, perché la stupidità degli esseri umani non ha ancora compreso che non solo il loro utilizzo per la guerra è improprio, ma che è impropria la guerra stessa, un vento malevolo e vorticoso creato unicamente dalla violenza umana e privo di scopo, ma che va a strappare il vero e unico valore fondamentale della vita, ovvero la meraviglia della vita stessa. La guerra è uno spergiuro che uccide non solo fisicamente, ma anche moralmente gli esseri umani e li devia dall’ammirare la bellezza di essere in vita, di sentirsi parte del vento che soffia intorno a noi.

Curiosità: al Parco e Museo del Volo di Volandia (che si trova a Somma Lombardo, in provincia di Varese, ed è uno dei più grandi musei aeronautici a livello europeo, nonché il più grande in Italia), è possibile ammirare alcuni dei velivoli più iconici della storia, tra cui il Caproni Ca. 1, il Caproni Ca. 18 e il Caproni Ca. 113, tutte creazioni dell’ingegner Caproni, che potete trovare anche nel film.

Consigliato: a tutti, senza eccezioni e senza dubbi, perché è un film che va recuperato, visionato e amato, lacrime incluse, perché ha una sceneggiatura coinvolgente che non solo mostra la guerra con un messaggio di pace e di speranza, ma analizza in modo dettagliato e delicato i sentimenti umani e, infine, perché ha una colonna sonora, creata da quel genio di Joe Hisaishi, che già da sola sarebbe valsa un Oscar.

Captain-in-Freckles

Arietty – Il mondo segreto sotto il pavimento

Arietty” è un film del 2010 nato dalla creatività dello Studio Ghibli, diretto da Hiromasa Yonebayashi (regista di “Quando c’era Marnie”, sempre dello Studio Ghibli e di “Mary e il fiore della Strega” e un episodio della raccolta “Modest Heroes” per lo Studio Ponoc, dove dal 2015 è co-fondatore).

La sceneggiatura di “Arietty” è di Hayao Miyazaki che aveva letto in gioventù la storia a cui è ispirato il film, “Gli Sgraffignoli (The Borrowers)”, romanzo dell’autrice inglese Mary Norton. Originariamente la storia era ambientata negli anni ’50, ma il maestro Miyazaki ha deciso di ambientarla nella Tokyo del 2010, precisamente a Koganei, città alla periferia ovest di Tokyo.

Arietty è una ragazzina curiosa e intelligente, ma qualcosa la differenzia dagli altri suoi coetanei, è alta circa dieci centimetri e appartiene alla razza dei “prendimprestito”, vive con la madre Homily e con il padre Pod, sotto il pavimento di una villa di campagna dove gli umani “grandi” non hanno consapevolezza della loro esistenza.

Arietty e la sua famiglia si nutrono degli scarti degli umani e di solito “prendono in prestito” gli oggetti lasciati in giro e dimenticati che per gli umani spariscono nel nulla.  

Un giorno qualcosa cambia nella vita di Arietty. Nella grande villa di campagna viene ad abitare Shō, un umano suo coetaneo che deve trascorrere un periodo di riposo prima di subire un intervento molto delicato al cuore, per caso Shō riesce a vedere Arietty nel giardino anche se la ragazzina si nasconde dietro una pianta, poi, però, entrambi, spinti da curiosità, iniziano a comunicare e da lì a poco si instaura una tenera amicizia, nonostante i genitori di Arietty non siano d’accordo, perché i prendimprestito non  possono fidarsi degli umani (sembra, infatti, che la famiglia di Arietty sia l’unica rimasta sulla Terra).

Shō e Arietty, però, hanno una comprensione tutta loro, riescono a comunicare senza parlare, sono entrambi malinconici e cercano reciprocamente di comprendere le proprie tristezze e la propria solitudine, due animi sensibili che affrontano la vita dura di ogni giorno. Gli incontri furtivi tra i due sono interrotti improvvisamente dalla governante della casa che si accorge della presenza dei prendimprestito che sono costretti a scappare tra i boschi seguendo la strada di Spiller, ragazzo selvaggio della loro stessa specie che era stato soccorso qualche tempo prima da Pod.

L’amicizia tra Arietty e Shō, nonostante tutto, sarà un dono prezioso per entrambi. Shō, in particolare, ritroverà la volontà di vivere nella speranza di rivedere un giorno la sua piccola amica.

Un film che parla di amicizia, nonostante la diversità, di altruismo, di vita.

La meravigliosa colonna sonora è stata curata dalla musicista bretone Cécile Corbel che ha interpretato il tema principale del film in molte lingue, tra cui anche l’italiano.

Memoru Grace

Hotel Del Luna (ovvero un sogno tra vita e morte)

“Dopo che ti ho conosciuto, ho pensato molto a te. Continui a divorare i miei sogni e le mie notti”. “Non mi importa se questo posto è una prigione o un’arma per te. Starò qui accanto a te”.

Iniziamo col chiarire subito qualche elemento: c’è IU, i protagonisti vivono una storia d’amore struggente (e non solo una) per cui si consumano quantitativi immensi di lacrime, ci sono i viaggi nel tempo, i costumi e l’epoca Goguryeo e tutte le cose magiche accadono o con la luna piena o durante le eclissi di luna. Però, non è Moon Lovers. Il che non vuol dire che piangerete di meno. Anzi. Perché qui c’è pure la firma delle Sorelle Hong, già creatrici di A Korean Odyssey e di My Girlfriend is a Gumiho e menti dietro Alchemy of Souls, con tutta la loro inventiva fantasy. Per cui, tanto vale prepararsi per un lungo viaggio nella notte.

Un giovane e povero padre disoccupato una notte commette un piccolo furto per comprare il regalo di compleanno al figlio di cinque anni, ma, resosi conto che è inseguito dalla polizia, inizia a correre per le strade poco illuminate di Seoul, cade, si ferisce, si rialza e trova riparo in un grande ed enorme edificio, che spunta improvvisamente dal nulla nel mezzo del quartiere di Myeong-dong, con una scritta illuminata che lo indica come Hotel Del Luna. Per la verità, non si tratta di un normale albergo, ma del luogo in cui ristorano le anime dei morti prima di transitare nell’aldilà. Il giovane padre, così, si rende conto di essere deceduto – o, meglio, di essere ancora in una fase sospesa tra la vita e la morte, giacché il suo corpo è in rianimazione al Pronto Soccorso. Disperandosi perché lascerebbe orfano e povero un bambino, chiede ad una misteriosa donna di poter tornare indietro. Questa glielo concede, a patto che, vent’anni dopo, il figlio, di cui ha individuato uno spiccato sesto senso, venga a lavorare lì come direttore d’albergo. Dopo aver accettato il patto, il corpo del giovane si rianima, si ripromette di cambiare vita e, con gli anni, manda suo figlio a studiare all’estero per allontanarlo dal suo destino e dalla donna misteriosa. Vent’anni dopo, però, il figlio Goo Chan-seung (Yeo Jin-goo, l’enfant prodige della tv coreana che oggi ha dominato anche in Link: Eat, Love, Kill) torna in Corea con una laurea fresca di Harvard per un colloquio di lavoro e si imbatte in Jang Man-wol (la sempre adorabile IU – al secolo Lee Ji-eun – protagonista di Moon Lovers e di Persona, cantante, attrice e conduttrice, prossimamente al cinema con Broker – Le buone stelle).

Man-wol è la misteriosa ed eccentrica proprietaria dell’Hotel Del Luna con cui suo padre aveva stretto il patto: si tratta di una donna vanitosa, dal cattivo carattere, gli abiti drammatici e la passione per il lusso, innamorata platonicamente di un comico televisivo che divora cibo e amante delle foto di ristoranti e cibi con cui inonda i social (pur avendo solo tre follower); ma si tratta anche di una creatura di circa 1300 anni, che, precedentemente, è stata una ribelle brigante dell’ex regno di Goguryeo contro Silla unificato (più o meno, intorno al 700-800) e che si porta dietro più di un millennio di rancori e di collere, che la rendono padrona, ma anche prigioniera di quell’onirico e luminoso edificio sospeso tra la vita e la morte, costretta a collaborare con il Triste Mietitore (Kang Hong-seok) e ad agevolare il passaggio delle anime erranti, risolvendo i loro problemi. Per farlo, però, ha bisogno di un direttore umano empatico, compassionevole e con un sesto senso speciale (che viene potenziato attraverso una bevanda magica per permettere l’incontro con i fantasmi) e di una piccola squadra affiatata di spiriti: il bartender Kim Seon-bi (Shin Jeong-geum), che 700 anni prima è stato un affermato studioso diffamato per aver scritto racconti compromettenti, la caposala Choi Seo-hee (Bae Hae-sun), donna melanconica che è morta in modo tragico 200 anni prima per mano del marito, e il receptionist Ji Hyun-joon (Pyo Ji-hoon, in arte P.O., rapper delle band K-pop BlockB e Bastarz e secondario nei drama Encounter e Mouse), giovane morto durante la Guerra di Corea. Tutti (ma proprio tutti) hanno i loro conflitti e, per qualche motivo, non riescono a passare “oltre”, compreso la stessa Man-wol. Infatti, visto che tutto il suo popolo è stato condannato a morte senza appello come ribelli, 1300 anni prima, Man-wol si era vendicata sterminando indiscriminatamente le guardie reali, sacrificando il proprio amore impossibile, il principe Go Chung-myung (interpretato dal bravissimo Lee Do-hyun, visto in 18 Again, Sweet Home, Youth of May e Melancholia), e, caricati in una bara tutti gli oggetti tolti ai suoi cari, vagando senza meta in cerca della morte o della sparizione totale. In questo suo ultimo e disperato viaggio, però, si era imbattuta in Ma Go (Seo Yi-sook, madre del protagonista in DoDoSolSolLaLaSol), una divinità che, offrendole un misterioso – e pessimo – liquore, l’aveva condannata ad espiare i propri peccati in una locanda sospesa tra le due dimensioni per aiutare le altre anime dei morti.

La storia si sviluppa con un’apparente lentezza, come se fosse in una dimensione onirica e sospesa nel vuoto, per diverse fasi: prima, l’accettazione da parte di Chan-seung del suo nuovo “lavoro” tra vita e morte che lo porta alla consapevolezza di un compito molto più grande e complesso; poi, i diversi casi di fantasmi umani da aiutare a risolvere le questioni in sospeso e a passare nell’aldilà; infine, la lenta e progressiva evoluzione di Man-wol (ma anche del suo piccolo staff), che si trasforma e viene a patto con se stessa e con i propri rancori e che, grazie a Chan-seung, scopre di poter tornare ad amare di nuovo (“Non credevo che fosse più possibile per me“, dice sul finale). Non a caso, l’albero del giardino interno, dopo essere rimasto inerte per secoli, fiorisce e sfiorisce a più riprese, dal momento in cui Chan-seung fa il suo ingresso nell’Hotel, seguendo le differenti emozioni e stati d’animo di Man-wol. L’amore non solo la cambia, ma le fa acquisire anche la capacità di perdonare gli altri e se stessa, un’autoassoluzione che è anche una formazione e una maggior comprensione degli altri. La Man-wol vanitosa e accecata dall’odio scompare lentamente per diventare una Man-wol diversa, protettiva, compassionevole e matura, finalmente disponibile ad affrontare i fantasmi del passato e a dare loro una seconda possibilità. L’amore trasforma perché trascende e fa capire ai protagonisti che, nonostante si siano incontrati in circostanze particolari, le loro anime sono affini, destinate l’una all’altra, eppure destinate ad inseguirsi tra le vite in cui incapperanno, oppure ad incontrarsi nei sogni: “-Un giorno… -Se ci incontreremo ancora in qualche vita lontana… -Quando quel giorno arriverà, spero di stare sempre con te. Di sognare insieme guardandoci negli occhi, abbracciarci e ridere insieme, mentre vivremo felici insieme per tantissimo tempo”.

Hotel Del Luna è una fiaba meravigliosa che, insieme ai protagonisti, ci aiuta a crescere e a comprendere noi stessi e gli altri, anche nei limiti e nelle difficoltà della vita, nelle umane cattiverie e in tutte quelle fragilità che ci rendono unici. Come Mystic Pop-Up Bar, anche questo drama tesse finemente un filato fantasy per introdurre il tema del perdono e dell’autoassoluzione; come A Korean Odyssey, sa costruire personaggi iconici che non possiamo dimenticare; come Goblin, ci invita a riflettere in modo lirico e poetico sulla predestinazione di anime gemelle; e, come Moon Lovers, ci fa piangere e ci fa commuovere, perlomeno dal settimo episodio in avanti. Per cui, è una perla preziosa e rara che non può essere persa.

Postilla: non perdete i minuti dopo le scritte finali, perché apprenderemo che Hotel Del Luna non è il solo albergo per far transitare le anime dei morti e un’improvvisa apparizione di Kim Soo-hyun (protagonista di It’s Okay To Not Be Okay e One Ordinary Day) ci dà la speranza di una seconda stagione.

Consigliato: a chi ama le atmosfere sospese nel vuoto, quasi da sogno tra terra e cielo, tra vita e morte; a chi ama le dimensioni fantastiche, senza troppa epica da fantasy, e a chi ama gli storici, senza dettagliati spargimenti di sangue; a chi ama le storie di sentimenti che sanno scavare nel profondo e sanno scaldare il cuore; a chi ama IU, perché, onestamente, è impossibile non adorare questa piccola ed esile figurina con un talento straordinario e con abiti che vorremmo nel nostro guardaroba.

Laura

Parasite: la sinfonia stonata della società

“Sai che tipo di piano non fallisce mai? Non aver mai alcun tipo di piano, neanche l’ombra. Sai perché? Se elabori un piano, la vita non va mai nel verso che vuoi tu. (…) Se non hai un piano, niente può andare storto, figlio mio. (…) Perché, se qualcosa poi ti sfugge di mano, in fondo non è poi tanto grave se uccidi qualcuno o se tradisci il tuo paese. Niente di tutto questo ha importanza. Hai capito?”.

Quando il 10 febbraio 2020, tutti i notiziari internazionali ci buttarono giù dal letto, dando la notizia che, per la prima volta nella storia, un film sudcoreano aveva vinto il Premio Oscar come miglior film, tutti quanti quasi non credevamo nemmeno che una cosa simile fosse possibile. Certi che la notizia fosse una fake news o meglio una cattiva interpretazione dei giornalisti che relegano sempre in fondo le notizie di spettacolo, ci siamo collegati su internet per sincerarci che il film aveva vinto ben 4 statuette (miglior film, miglior film straniero, migliore sceneggiatura originale e migliore regia a Bong Joon-ho), che si andavano ad aggiungere all’enorme incetta di premi che il film sudcoreano aveva già fatto per tutto il mondo: Palma d’Oro a Cannes nel 2019, Golden Globe come miglior film straniero nel 2020, due premi BAFTA nel 2020 per il film straniero e la regia; e, poi, ancora Boston Society of Film Critics Awards, British Indipendent FIlm Awards, Chicago Film Critics Association Awards, Los Angeles Film Critics Association Awards, National Board of Review Awards, New York Film Critics Awards, San Diego Film Critics Awards, Satellite Awards, Sydney Film Festival, Toronto International Film Festival, Critics’ Choice Awards, Independent Spirit Awards, Screen Actors Guild Awards, etc… Oltre agli innumerevoli premi ottenuti in patria. Un successo che ha messo d’accordo pubblico e critica e che ha imposto Parasite come pietra miliare nel firmamento cinematografico.

Protagonista del film è la famiglia Kim, composta dal padre Kim Ki-taek (il monumentale Song Kang-ho, vincitore del premio per la migliore interpretazione maschile a Cannes 2022 per il film Le buone stelle – Broker), la madre Moon-gwang (Lee Jung-eun di Our Blues, Mr. Sunshine e When the Camelia Blooms), il figlio Ki-woo (Choi Woo-shik di Our Beloved Summer), la figlia Ki-jung (Park So-dam di Cinderella and the Four Knights), tutti privi di lavoro, con studi troncati per mancanza di fondi economici, dipendenti da un misero sussidio di disoccupazione e costretti a vivere stipati in un appartamento minuscolo del seminterrato, dove i fratelli lottano fra loro per chi può arrampicarsi in bagno e percepisce quel minimo di connessione Wi-Fi per i cellulari. Un giorno, un amico del figlio, Min-hyuk (interpretato dal sempre glorioso Park Seo-joon), in procinto di partire per un periodo di studi all’estero, chiede a Ki-woo il favore di prendere il suo posto come insegnante di ripetizione di inglese di Park Da-hye (Jung Ji-soo), giovane rampolla di una ricca famiglia borghese cha abita una complessa e contorta casa piena di vetri. Lentamente e in modo metodico, Kim Ki-woo riuscirà nel piano di far assumere il resto della sua famiglia: la sorella diventa un’artista e un’insegnante di arte moderna per il figlio minore della famiglia ricca; la madre diventa una domestica; il padre l’autista personale di Park Dong-ik (Lee Sun-kyun di Coffee Prince e di Pasta), il padre della famiglia ricca. Si tratta solo dell’inizio dell’impalcatura di bugie che la famiglia Kim mette in atto contro la famiglia Park per portare a termine l’obiettivo di quell’estate: insediarsi in quella casa e lentamente impossessarsene.

Ma il problema è che i Kim non sono gli unici a mentire: la casa in sé nasconde un altro mistero, coperto da un’altra impalcatura di bugie, e le cose non sono esattamente come sembrano.

Parasite è il capovolgimento totale della società a causa della società stessa, dove vivono solo dei parassiti, esseri brulicanti la cui linfa vitale deriva dal risucchiare la linfa vitale altrui, alimentati da odio, rabbia e invidia, e dove tutto è lecito, come dice il protagonista nel dialogo col figlio, persino uccidere, in una tensione che porta a travalicare – dosteovskianamente parlando – qualsiasi limite per raggiungere i propri obiettivi. Una società frammentata e ricomposta come un vaso rotto o una sinfonia d’archi stonata, dove l’apparenza ha preso il posto dell’essere e rubare la vita, il nome e la casa agli altri diventa l’unica ragione per vivere, senza rendersi conto che equivale a perdere completamente se stessi, la propria personalità, la propria purezza e la propria unicità per acquisire un peso. Min-hyuk, insieme all’opportunità lavorativa, regala all’amico una pietra rara della collezione del nonno, un suseok, pietra sacra secondo il confucianesimo, usata nei secoli anche come mezzo di cambio economico e status simbolico dal punto di vista sociale: è una valuta pesante che diventa anche una pietra che opprime l’anima della famiglia Kim, la quale, per il valore economico che è stato negato e per il posto nella società da cui si è sentita esclusa, accetta la pietra e, simbolicamente, anche la discesa negli inferi. Per riprendere sempre il linguaggio di Dostoevskij, uccide l’usuraia per essere ammessa in società, sebbene è certa che le conseguenze negative non tarderanno a venire, perché, quando si entra come parassiti nella società non si può fare altro che smuovere gli altri parassiti presenti, in una lotta che porta all’autodistruzione.

Il film, tecnicamente e scenicamente perfetto, è un pezzo di teatro d’autore, che si presenta allo spettatore come uno stridore di unghie su un vetro, alternando momenti drammatici a sorrisi sarcastici e mescolando con sapiente maestria di dialogo una violenza psicologica che parte lentamente per raggiungere l’apice dell’inaudito. Non si tratta di un film da guardare a cuor leggero, ma di un prodotto raro di un ottimo regista e sceneggiatore, che svuota completamente lo spettatore, spingendolo a porsi delle domande sull’odierna società malata, arida, nichilista, erosa dal capitalismo e dall’apparenza. Probabilmente per arrivare a chiedersi, come Noam Choamsky, se per davvero, in un paio di generazioni, la società umana non tenderà ad implodere in se stessa.

Piccola postilla: il regista, Bong Joon-ho ha scritto e diretto anche Memories of a Murder (2003), The Host (2006), Madre (2009), Snowpiercer (2013) e Okja (2017); tutti film di un certo peso autoriale (e di non immediata visione).

Altra piccola postilla: la colonna sonora conta le musiche di Jung Jae-il, che nel 2021 ha composto anche la colonna sonora del drama Squid Game, più due canzoni; una di queste (che si sente in chiusura del film) si chiama Soju One Glass, è stata scritta dallo stesso regista ed è cantata da Choi Woo-shik; l’altra, invece, è In ginocchio da te di Gianni Morandi e la si sente a tutto volume nella famosa scena della lotta con i cuscini.

Consigliato: per chi è appassionato di Oscar, film d’autore e cinema orientale; per chi ama fare una certa valutazione sulla società; per chi può digerire una commedia nera, che sa uccidere lentamente, ma con Gianni Morandi in cuffia.

Captain-in-Freckles

Scent of a Woman – La vita come un tango

“Scent of a Woman” è un drama del 2011 dall’atmosfera malinconica, con delle interpretazioni eccezionali e una colonna sonora che vale la pena ascoltare infinitamente per scoprire delle chicche davvero speciali che rispecchiano l’andamento della trama, dalle parti più da commedia, come la sigla di apertura, a quelle più  emotivamente coinvolgenti, come il tango ballato dalla protagonista, il leitmotiv conduttore di tutta la storia che rivela la scoperta dei propri sentimenti da parte dei tre personaggi principali.

Per ogni serie, film, anime che guardo mi piace associare delle sensazioni, dei colori, ma un altro degli elementi che mi piace distinguere è il tema in comune o la caratteristica rispecchiabile nei comportamenti dei personaggi della storia. In questo drama, per esempio, la caratteristica che accomuna i personaggi è il rispetto di se stessi.

Lee Yeon-jae, interpretata da Kim Sun-a, è un’impiegata di un’agenzia di viaggi che ha trascorso gli ultimi dieci anni di vita lavorativa ad impegnarsi invano nella propria carriera dove riesce bene, ma è quotidianamente sottovalutata, mortificata, molestata e costretta dal superiore a svolgere incarichi umili che non si confanno con le proprie abilità e capacità. Nonostante tutto, però, Yeon-jae ha sempre cercato di lottare per poter emergere, ma non le è mai riuscito, anzi vive con terrore anche il momento di chiedere dei permessi anche solo per una visita medica. L’unica soddisfazione è lo stipendio di fine mese, non così ricco, ma la ragazza per tutti questi anni ha sempre cercato di essere parsimoniosa e di risparmiare al massimo, in vista di un futuro diverso, magari anche con una propria famiglia.

Un giorno, però, a Yeon-jae viene diagnosticata una malattia incurabile e le viene detto che le rimangono sei mesi di vita. Cosa fare? Il medico costretto ad annunciarle questa cattiva notizia è un suo ex compagno di scuola elementare, Chae Eun-suk, interpretato da Uhm Ki-joon, un dottore introverso, che sembra non provare quasi sentimenti per i propri pazienti, manca di empatia e questa impressione lo rende antipatico ai colleghi e ai malati del reparto. All’inizio Eun-suk farà finta di non ricordare la sua compagna di classe, ma poi, pian piano, sarà proprio l’avvicinarsi a lei e ad un’altra giovanissima paziente, Yang Hee-joo, interpretata dalla adorabile Shin Ji-soo, che porteranno il dottore a cambiare atteggiamento proprio nei confronti del mondo e degli altri.

Yeon-jae, dopo aver ricevuto una diagnosi così distruttiva, decide di trascorrere gli ultimi sei mesi della propria vita cercando la felicità che non ha mai avuto, ma che adesso crede proprio di meritare.  Stila una lista di desideri e una serie di azioni da compiere prima della fine dei sei mesi, cominciando nel dare le dimissioni a lavoro in modo molto plateale e notevole, quasi per gratificare se stessa e vendicare anni interi di umiliazioni, poi va in banca a controllare il proprio conto corrente mettendo di lato i soldi da lasciare dopo la sua morte alla madre, interpretata da Kim Hye-ok (“Oh My Baby”) che ignorerà quasi fino agli ultimi episodi la malattia della figlia che non vuole farla soffrire. La nostra Yeon-jae con il resto dei soldi decide di finanziare tutti i propri desideri che non ha mai realizzato a partire da uno dei viaggi dei suoi sogni, Okinawa. Durante la vacanza ad Okinawa incontra Kang Ji-wook, interpretato da Lee Dong-wook (“Bad and Crazy”) che si innamora di lei. La loro relazione sarà ostacolata da diverse interferenze a partire dalla fidanzata di Ji-wook, l’algida Im Se-kyung, interpretata da Seo Hyo-rim. Si tratta, infatti, di un fidanzamento combinato dalle famiglie di entrambi i giovani che non provano niente l’uno per l’altra, ma nel momento in cui Se-kyung scopre i sentimenti del fidanzato per Yeon-jae inizia a rendere la vita difficile alla nostra protagonista, inoltre le due si sono già incontrate sul lavoro tempo prima e tra loro, per colpa di un malinteso, era sorto un clima di insofferenza.

Tra l’inizio della terapia, la vicinanza di Ji-wook, l’amicizia con il suo medico e compagno di infanzia che per lei inizia a provare  sentimenti di affetto, ma che si ritaglia un suo spazio, sapendo di non essere il prescelto dalla ragazza, ma solo un amico caro che le è vicino nei momenti difficili della cura, la protagonista scopre se stessa, le sue innate forze che aveva da sempre ignorato e stabilisce tra lei e il mondo circostante una rete di emozioni che non aveva mai provato prima, emozioni che solo grazie alle lezioni di tango riescono ad emergere.

Incredibile come il tango possa curare le fragilità dei tre protagonisti, Yeon-jae riuscirà ad acquisire quella sicurezza che le era mancata in più di trent’anni di vita e ad affrontare la malattia, Ji-wook a contrastare i voleri di famiglia, ad esprimere liberamente il proprio carattere e ad imporsi e il medico Eun-suk, avvicinatosi anch’egli alle lezioni di ballo, sconfiggerà il suo essere schivo e ritroso e diventerà un dottore diverso, capace di ascoltare gli altri. Come affermavo all’inizio ognuno dei tre protagonisti acquisirà il rispetto per se stesso che non aveva all’inizio e così avverrà anche per alcuni secondari come la terribile fidanzata Se-kyung, che con il tempo dovrà ripensare al suo comportamento e alla sua vita o la madre della protagonista che una volta venuta a conoscenza della malattia della figlia dovrà affrontare le proprie paure e credere in se stessa per infondere coraggio anche a Yeon-jae.

Ho apprezzato la recitazione di tutti e tre i protagonisti, sono stati meravigliosi. Kim Sun-a, nei panni della protagonista Yeon-jae, riesce a donare allo spettatore un personaggio femminile forte, vive la malattia con dignità senza attirare su di sé l’attenzione nella ricerca di pietismo o di commiserazione, è questo un messaggio molto importante della serie, si soffre, si piange, ma si ride anche e si cerca soprattutto e, con orgoglio, la felicità, che poi sarà anche la linfa vitale che accompagnerà la protagonista nei mesi che le restano e non solo, perché la serie non avrà una conclusione amara o drammatica, seguirà anzi il filo conduttore dell’inizio, la speranza.

Non perdetevi questa serie dalle emozioni intense, dalle scene di tango così incantevoli, struggenti ed emozionanti, che rappresentano la vita: l’immagine della protagonista che balla il tango con un anziano tanguero in riva al mare sull’isola di Okinawa è tra le scene più toccanti della storia, così come la rappresentazione di ballo in ospedale con un non più impacciato dottore che esprime finalmente tutta la sua umanità in un tango così mai sentito prima. Ed infine, non perdetevi Lee Dong-wook in puro stato di grazia.

Memoru Grace

I racconti di Terramare – Il fragile equilibrio del mondo

“Tutto quello che vedi sotto il sole e le stelle deve la propria esistenza all’equilibrio. Il vento e i mari, il potere della terra e della luce, tutte queste cose danno il meglio con l’equilibrio. Ma ora, gli uomini hanno il potere di controllare il mondo. Gli uomini devono imparare quello che una foglia e una balena e il vento fanno naturalmente. Dipende da noi mantenere l’equilibrio. Tutto quello che esiste ha un suo nome. Il potere della magia non è niente di più che comandare basandosi sulla conoscenza del vero nome delle cose. Ma usa questo potere irresponsabilmente e l’equilibrio del mondo è facilmente danneggiabile”.

Se vi professate amanti di terribili draghi volanti, di terre desolate e misteriose, di confraternite di guerrieri e di maghi solitari, non dovete pensare che il vostro amore sia nato solo grazie alle produzioni televisive connesse a Game of Thrones e ai romanzi che George Martin non finirà mai di scrivere. Se credete che i draghi provengano da un luogo inaccessibile e magico, infatti, questo luogo non si chiama Westeros, né tanto meno la rovinata fortezza di Valyria ad Essos. Questo luogo si chiama Terramare ed è, fondamentalmente, un arcipelago di isole, le Terre Interne al centro e gli Orizzonti in periferia, dove il potere politico di re e signori feudali si interseca al potere magico di maghi e potenti stregoni. E questa mitica Terramare fu inventata nel 1968 dalla mente di Ursula K. Le Guin, avida lettrice di Tolkien e scrittrice di storie fantasy.

A Terramare, in un’isola non meglio specificata, la popolazione muore per carestie ed epidemie, terrorizzata dalle notizie di lotte tra draghi in cielo e in terra. Arren, un giovane principe che vorrebbe aiutare la popolazione, soffre di un grave disturbo da personalità multipla: come sotto una maledizione, nel suo corpo dimora un ragazzo gentile e servizievole e un guerriero sanguinario e privo di cuore, che, un giorno, prende il sopravvento e pugnala a morte suo padre, il Re. Per questo motivo, è costretto a fuggire e a nascondersi per le lande desolate, dove si imbatte nel ramingo e solitario Sparviere. Egli, in realtà, non è un semplice mago vagabondo che gira di villaggio in villaggio per aiutare i poveri e lottare contro gli schiavisti, ma nasconde l’identità di Ged, l’Arcimago, ovvero il capo di tutti i maghi, colui che deve garantire la bontà dell’uso dei poteri magici e l’equilibrio del mondo. Ged è in viaggio per capire per quale motivo Terramare sia caduta nello scompiglio e restituire le giuste proporzioni a tutti i poteri in gioco, che essi siano poteri degli uomini, della natura o del sovrannaturale. L’equilibrio è stato spezzato proprio nel momento in cui la fame di potere e di supremazia ha prevalso in tutti, creando un’alleanza mortale tra il potere politico e quello magico, ovvero tra gli uomini e il soprannaturale, che, insieme, hanno provocato una frattura nella natura stessa. Da Sparviere, dalla sua amica maga Tenar e da Therru, ragazza che è stata liberata dai mercanti di schiavi, Arren apprende che il vero squilibrio è stato provocato proprio dall’uso indiscriminato della magia, nella sua accezione più diabolica ed occulta, che ha corrotto con l’avidità gli uomini stessi: “Quando pretendiamo di avere potere sulla vita stessa, quando vogliamo inesauribili ricchezze, una salute inattaccabile e l’immortalità, il desiderio diventa brama. E se la conoscenza si allea con quella brama, allora si trasforma in male“.

Solo che Arren ha uno spirito molto debole, fiaccato e scisso dalla sua seconda personalità cattiva che lo divora dall’interno: così, cade nel tranello di Aracne, una creatura quasi asessuata e diafana in cerca della Vita Eterna e di creare un ponte indistruttibile tra mondo reale e mondo degli spiriti, che rappresenta il coacervo della magia priva di controllo e di morale. Aracne fa riaffiorare in Arren la sua metà diabolica, dandogli il suo “vero nome”, Lebbanen, e scacciando la sua metà di luce. Quest’ultima vaga come un’ombra priva di un corpo e, mentre Lebbanen esegue alla perfezione i comandi di Aracne come sua nuova divinità (rinchiudendo nelle segrete Sparviere e Tenar), la metà buona si strugge e si compiange nei sensi di colpa. Qui viene trovata da Therru, che rappresenta l’umanità priva di qualsiasi potere magico, ma con il potere di compiere una scelta tra Bene e Male. Therru si insinua nella fortezza dove si trova Arren insieme alla sua ombra buona e lo trova quasi privo di anima, con gli occhi vacui nell’oblio, ma in cerca della vita eterna promessa da Aracne: “Ti sbagli, è proprio perché sappiamo che dovremo morire che la vita è così preziosa! Arren, a farti paura non è la morte, Quel che ti fa paura è solo l’idea di vivere. Tu hai paura di vivere l’unica vita che ti è stata data!“. Therru usa la stessa tecnica di Aracne, ma al contrario, rivelandogli il suo “vero nome”, Tehanu, e ricomponendo Arren con entrambe le sue parti, non più scisse e opponenti, ma come un unico umano nella sua interezza positiva e negativa: è in questo momento che Arren compie la sua scelta e, con il suo libero arbitrio, opta per il Bene contro qualsiasi lusinga del Male, perché “anche nell’oscurità c’è sempre qualche stella“. Così, si oppone ad Aracne e alla sua idea distorta di equilibrio vita-morte, salva Sparviere e Tenar e accetta la sua mortalità effimera, eppure proprio per questo grandiosa, il suo vivere non per se stesso, ma per gli altri, l’accettazione della morte per trasmettere in eredità la vita: “Vivere, stare nel mondo, era una cosa molto più grandiosa e strana di quanto non avesse mai sognato“. Proprio quando comprende il significato della vita stessa, riceverà un prezioso aiuto nella lotta contro la malvagità di Aracne: la sua amica e sostengo Therru si trasforma nel famigerato drago, di cui tutti vociferavano da tempo, perché “per vedere la luce di una candela, bisogna portarla in una stanza buia“.

I Racconti di Terramare (ゲド戦記 Gedo senki, letteralmente Le Cronache di Guerra di Ged) sono una grande e colossale danza della Vita e della Morte, dove Bene e Male, Mortalità e Immortalità si incontrano e si scontrano, facendo perdere la nitidezza dei loro confini, con tematiche difficili e importanti su cui bisognerebbe soffermarsi per giorni in modo da eviscerare il significato: l’importanza dell’esile umanità di contro alla terribile potenza della magia, la dimidiatezza umana tra parte buona e parte cattiva, la tentazione presente più volte come offerta e come accettazione, il parricidio come superamento dosteovskiano del limite (non dimentichiamo che Le Guin è sempre stata un’avida lettrice di romanzi russi) e il rimorso come oblio interiore, la crescita morale e spirituale, la valenza del nome come identità profonda di noi stessi e, infine, il drago, che non è solo il meraviglioso che si manifesta nel mondo reale, per aiutare o meno i personaggi, ma è l’ascesa spirituale dei protagonisti, che trascende il passaggio da Vita a Morte e supera le tentazioni del Male.

Il film, prodotto dalla Studio Ghibli e diretto da Goro Miyazaki (figlio del Maestro dell’animazione Hayao Miyazaki), ha avuto una storia travagliata nel tempo. Liberamente ispirato ai cinque romanzi del Ciclo fantasy di Terramare (Earthsea) della scrittrice statunitense Ursula Le Guin (Il mago di Earthsea, Le tombe di Atuan, La spiaggia più lontana, L’isola del drago, I venti di Earthsea), in realtà, eredita l’idea primigenia della pellicola d’animazione, che venne già in mente ad Hayao Miyazaki negli anni ’70, quando il ciclo fantasy contava solo i primi tre romanzi. Tuttavia, mentre il nome della Le Guin era già noto in tutto il mondo (con pubblicazioni anche in Italia tramite le edizioni Urania), il Maestro dello Studio Ghibli era ancora poco conosciuto, per cui la scrittrice e i suoi agenti si rifiutarono di concedergli i diritti per una pellicola cinematografica. Per la verità, Miyazaki aveva già creato quell’opera monumentale d’animazione che è Conan, ragazzo del futuro, ma gli Stati Uniti erano ancora poco avvezzi alla logica degli anime e dei manga e gli unici film d’animazione di grande successo provenivano da Casa Disney. Anni più tardi, quando il nome di Miyazaki divenne di grande successo, dopo la produzione di capolavori come Il mio vicino Totoro, furono gli stessi agenti della Le Guin a contattare lo Studio Ghibli per concretizzare una versione cinematografica del ciclo, che stavolta contava di più romanzi, oltre che di una serie di racconti, legati alle gesta degli eroi di Terramare e ai suoi draghi. L’accordo tra il regista giapponese e la scrittrice statunitense, però, non sembrava decollare mai, per cui il produttore (e mente manageriale) dello Studio Ghibli Toshio Suzuki fece intervenire nel progetto il figlio del Maestro Miyazaki, Goro, che accettò immediatamente sia le condizioni dell’autrice sia la regia di una pellicola difficile. Il risultato non piacque né alla Le Guin, che si sentì defraudata della grande regia d’autore che aveva cercato, né ad Hayao Miyazaki, che criticò l’operato del figlio, perché “poco maturo” per la regia. Piacque molto, invece, ai botteghini giapponesi, dove il film rimase in vetta alle classifiche delle pellicole più viste per diverse settimane di fila, incrementando i guadagni dello Studio Ghibli e lanciando la carriera del giovane Goro, che, qualche anno dopo, ha fatto apprezzare la sua maturità registica nelle pellicole La collina dei papaveri (2011) e Earwig e la Strega (2020), che è stato il primo film d’animazione dello Studio Ghibli ad abbandonare la tecnica esclusiva del cartonato a mano per accogliere la CGI. Ma questa è un’altra storia.

Piccola postilla: si dice che Goro Miyazaki, per ricreare le ambientazioni, si sia ispirato di più al manga Il viaggio di Shuna (Shuna no tabi, シュナの旅), scritto a disegnato dal padre nel 1983 e vera fonte per l’elaborazione delle storie di Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke. Non esiste, però, una vera e propria pellicola di questo manga, per cui continuiamo a sperare che, prima o poi, abbia una vita propria.

Consigliato: agli amanti del fantasy, dei romanzi di Ursula Le Guin, dei film dello Studio Ghibli e forse un po’ anche a quelli che si vogliono consolare della poco esaltante visione delle ultime stagioni di Game of Thrones. Avvertenza: giacché la personalità malvagia di Arren sembra un vero e proprio caso di possessione, non è una visione per cuori deboli.

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