La Biblioteca sopra le nuvole e altre meraviglie architettoniche in Giappone

Il Giappone custodisce opere d’arte, luoghi meravigliosi, paesaggi stupendi, edifici storici e moderni, ma è anche un Paese che offre numerosi progetti architettonici e idee originali e innovative.

Pensiamo ad esempio alla Tokyo Tower, nel distretto di Shiba-Koen, una torre di osservazione, la seconda struttura più alta del Giappone che per il design si ispirarono alla Torre Eiffel di Parigi ed è di qualche metro più alta. La Tokyo Tower, che è apparsa da sfondo in diversi film e anime, venne inaugurata nel 1958 e fu dipinta con i colori internazionali dell’arancione e del bianco.

Negli ultimi anni le biblioteche sono state da ispirazione per gli architetti che hanno concentrato idee, fantasia e ricerca per realizzare qualcosa di unico e particolare.

La “Biblioteca sopra le nuvole” (Yusuhara Kumo no Ue”), è un esempio di biblioteca nata dal progetto del famoso architetto giapponese Kengo Kuma, del 2017. Il design a cui si ispira è l’albero della conoscenza e la forma di albero è data dalle travi portanti che vanno al soffitto. Il concetto dietro a questa struttura è il contatto tra uomo e natura, l’armonia nell’incontro e nella manifestazione della natura nella vita dell’essere umano. D’altra parte, la città di Yusuhara, nella prefettura di Kōchi, sull’isola di Shikoku è molto particolare, è circondata da montagne e molte costruzioni sono caratteristiche in legno, per questo motivo Yusuhara stessa viene definita la “città sopra le montagne”, proprio per questa atmosfera incantata e sospesa.

Al piano terra della biblioteca è presente una caffetteria per rendere più amichevole e confortante l’ambiente.

Vi lascio il link ufficiale della bellissima biblioteca di Yusuhara se volete immergervi virtualmente nell’atmosfera magica dove il tempo sembra essersi fermato e il cielo sembra così vicino: http://www.town.yusuhara.kochi.jp/kanko/kuma-kengo/eng/town-library.html

L’architettura di Kengo Kuma è ospite quest’anno alla Biennale Architettura di Venezia dal 14 maggio al 26 novembre dove viene presentata la mostra “Kengo Kuma – onomatopoeia architecture”, se vi capita di passare da lì sarà sicuramente una bella esperienza conoscere le idee e i progetti di uno degli architetti più famosi al mondo.

Continuando nel nostro cammino tra le nuove bellezze architettoniche ci fermiamo a Kanazawa, sull’isola di Honshu dove spicca per modernità la biblioteca Umimirai, progettata da Kazumi Kudo, Hiroshi Horiba Architects e Coelacanth K&H Architects. La particolarità di questa biblioteca è la presenza di un’unica sala, tranquilla, dove la luce è la componente fondamentale e il fine è quello di trasmettere serenità a chi trascorrerà molte ore immerso nello studio e nella lettura. La superficie della facciata esterna, infatti, è composta da 6000 piccole aperture che incentivano la luce naturale a filtrare in tutto l’edificio in modo che possa dare l’idea di un luogo familiare, amichevole, anche le aperture sul tetto e il moderno sistema di riscaldamento e raffreddamento a pavimento radiante rendono la biblioteca, anche per il clima, un luogo consono allo studio, alla socialità e al relax.  

Anche qui vi lascio il link del sito web della biblioteca di Kanazawa: https://www2.lib.kanazawa.ishikawa.jp/en/guide/index_03.html

Lasciamo un attimo le biblioteche per conoscere un esempio unico in Giappone, la Akasaka Palace, uno dei pochissimi e rari edifici antichi in stile europeo rimasti a Tokyo, nonché il suo edificio principale è unico esempio di stile neo-barocco presente nel Paese. All’inizio il palazzo era stato  costruito in origine come palazzo imperiale nel 1909, oggi è diventato luogo di visite ufficiali diplomatiche. Dal 2009 è Tesoro Nazionale del Giappone. L’ispirazione per la costruzione di questo edificio fu il Wilhelmshöhe Palace di Kassel, cittadina tedesca della Assia settentrionale. All’esterno sono bellissimi anche i Giardini.

Infine, per terminare il nostro viaggio ci fermiamo alla Cattedrale di Santa Maria progettata e ideata dall’architetto e urbanista Kenzo Tange, realizzata nel 1964, basata sulla struttura gotica in legno distrutta durante il secondo conflitto mondiale. La cattedrale di Santa Maria è consacrata alla Madonna ed è sede dell’arcidiocesi, è stata costruita prendendo come modello la cattedrale di San Francisco, la pianta è a forma di croce, da cui partono otto parabole iperboliche e sopra l’ingresso principale l’organo costruito nel 2004 su progetto di Lorenzo Ghielmi. Nel 2007 è stata ristrutturata.

Memoru Grace

Love Affairs in the Afternoon

Si può vivere un amore anche se ci si sente in colpa? Si può cercare la propria felicità con la consapevolezza di rischiare di far soffrire gli altri?

Love Affairs in the Afternoon” è un drama che scava nei meandri più profondi della psiche umana, dalla ricerca della felicità, alle turbolenze dell’anima, dall’appagamento egoistico, all’agonia tra il desiderio umano e l’esistenza, fino al senso di colpa, quello che induce a volte a prendere anche delle decisioni estreme.  

“Inferno o Paradiso? Salvezza o agonia? “, questo è il dubbio esistenziale che i protagonisti, così come noi spettatori, ci poniamo di fronte all’ andamento della storia.

Son Jin-eun (un’intensa Park Ha-sun, “Centro di assistenza alla nascita”, “The Veil”) trascorre tutto il suo tempo sola in casa a leggere ed esce solo per un lavoro part time presso il supermercato vicino. Ogni giorno attende l’arrivo del marito che, indifferente alle timide richieste di attenzione della moglie da tre anni a questa parte, quando torna a casa, si estranea solo per stare in compagnia dei due pappagallini che i due coniugi hanno chiamato Fede e Amore (non è a caso la scelta dei due nomi perché diventerà allegoria del sentimento all’interno della narrazione). Jin Chang-gook (Jung Sang-hoon, “Big Forest”, “Decibel”) è un marito che sembra disinteressarsi della vita della moglie anche quando lei cerca disperatamente di comunicargli il proprio disagio.

Un giorno Jin-eun si imbatte nella vicina di casa, Choi Soo-ah (la bravissima Ye Ji-won, “Dodosolsollalasol”), una casalinga elegante, algida, dedita alla famiglia e alle due figlie, che, però, ha un segreto, la sua frustrazione esistenziale per aver scelto di sposare un marito ricco, ma insensibile nei suoi confronti, che la porta a tradirlo, per punirlo. Ji-eun, all’inizio, è alquanto sconcertata dal comportamento di Soo-ah e il suo pregiudizio si fa subito notare nei confronti della donna, ma, per una serie di motivi, le due iniziano a parlare e diventano confidenti di qualcosa che le accomuna, il malessere interiore e la solitudine. Soo-ah cerca di suggerire alla ragazza di non spegnersi perché la sua vita finora è stata come una rosa che fa di tutto per appassire.

Accade così che, silenziosamente, nella vita di Ji-eun entra il timido Jung-woo (Lee Sang-yeob, “Eve”, “Once Again”) incontrato più volte al supermercato e in una particolare situazione che li ha fatti avvicinare. Jung-woo, insegnante di biologia, si trova anche lui in una condizione familiare fragile, ha finito un dottorato negli Stati Uniti, dove capiremo che si è sposato con una collega solo per aiutarla a superare una situazione delicata, la moglie è rimasta per tre anni negli USA a completare i suoi studi e solo ora che è rientrata in Corea del Sud, Jung-woo ha capito di non provare amore per lei, ma solo affetto e stima.

Inizia così la relazione tra Ji-eun e Jung-woo, quasi in contemporanea alla fuga dalla gabbia del pappagallino Amore, volato via e cercato dalla ragazza per tutto il bosco vicino. Come il vilucchio, fiore rampicante fotografato da Jung-woo, il cui significato è “insinuato lentamente e profondamente”, così il sentimento tra Ji-eun e Jung-woo diventa sempre più profondo, si capiscono, riconoscono la loro solitudine, cercano di comprendere la propria mancanza, il proprio stato di disagio.  Così come il vilucchio, le cui radici si insinuano a fondo nel terreno e i germogli derivano da lì, anche il loro amore si ramifica e cerca di estendersi nelle loro esistenze, ma anche il vilucchio ha un non so che di solitario, di nascosto come i loro incontri, timidi, silenziosi, passeggiando tra gli alberi del bosco vicino, attorniati dalla natura, dai silenzi e dalla musica del fruscio degli alberi che Ji-eun registra per condividere con se stessa quei momenti nella sua solitudine.

“Ho visto la vera me, la me come un fiore di vilucchio, la me come una bolla di sapone, la me come una bambola e la me che è stupidamente felice”. “Come se l’aria risvegliasse ogni cellula del mio corpo”.

La storia tra Ji-eun e Jung-woo è di una incantevole delicatezza lirica, le atmosfere attorno a loro, come il cammino serale in un percorso illuminato dal brillio delle lucciole o un pomeriggio insieme al cinema, attimi rubati per stringersi la mano nel buio della sala, ci immergono nei pensieri dei due protagonisti, con i quali entriamo in empatia e cerchiamo di accompagnarli nel loro viaggio emotivo, nel crescendo di un dramma che li metterà di fronte a dubbi, difficoltà e sensi di colpa.

“Menti alla tua famiglia, ferisci le persone che hai intorno. Perdi persino gli amici e alla fine ti lasci cadere in una palude oscura. L’infedeltà è un amore imperdonabile. Non ci ho mai nemmeno pensato, non poteva essere la mia storia, ma poi ho iniziato ad avere paura. Mi sento persa in un labirinto senza uscita, ma non sono così coraggiosa da perdere tutto e gettarmi tra le fiamme come una falena. Mi volterò e uscirò da quella palude prima di cadere più a fondo. Signore, ti prego, non tentarmi”, così afferma la protagonista all’inizio della storia, ma poi, come il secondo pappagallino, Fede, che si lascia morire dopo la fuga di Amore, la cima del dirupo non sembra così lontana, la destinazione finale.

Un mormorio nella pioggia e le parole che da sempre avrebbe voluto ascoltare: “Voglio invecchiare con te”.  Delle semplici parole o un gesto gentile, un accenno di sorriso, il trovare il proprio porto sicuro la sera quando, al rientro a casa, ci si vuole scrollare di dosso il carico di una giornata, aspetti quotidiani, comuni che spesso vengono ignorati e creano un clima di incomunicabilità all’interno di una coppia, mentre Ji-eun e Jung-woo si ritrovano così vicini, ma così disperatamente lontani. Non si possono rinnegare i sentimenti, la comprensione di due anime tristi e sole, ma la vita chiede il suo scotto soprattutto quando sono coinvolte altre persone ed entrambi arriveranno al punto di sacrificare se stessi in due modi differenti.

Liberamente ispirato alla serie giapponese “Hirugao” del 2014, “Love affairs in the afternoon” si sofferma su una tematica così difficile in modo delicato incentrandosi soprattutto sull’analisi psicologica e sui dialoghi interiori della protagonista, una meravigliosa Park Ha-sun, sulla complicità raggiunta anche solo da uno sguardo rubato che entrambi gli attori riescono a trasmettere e a condividere con uno spettatore che resterà incantato dalla loro storia e soffrirà con loro. Una delle particolarità che impreziosisce questa serie è il cercare di capire il punto di vista dei personaggi dai principali ai secondari, senza condannare né le loro scelte, né le loro azioni, dal marito di Ji-eun che apprezzeremo maggiormente nell’ultima parte soprattutto per alcune scelte mature che porteranno ad una certa soluzione, alla moglie di Jung-woo, che, personalmente, ho tollerato un po’ di meno, ma in ogni modo reagisce da donna ferita. La vicina Soo-ah che, durante la storia, rincontrerà un amore di gioventù, l’artista Ha-Yoon (Jo Dong-hyuk) e sarà spinta ad abbandonare il tetto coniugale senza, però, voler lasciare le sue amate figlie iniziando un conflitto estenuante con il marito per l’affidamento delle bambine. Menzione speciale alla figlia maggiore interpretata dalla giovanissima attrice Shin Soo-yeon della quale avevo apprezzato l’interpretazione in “Melancolia”. La figlia di Soo-ah è così matura che tenta di capire i genitori, in particolar modo il malessere della madre causato dall’ anaffettività del padre.

Altra menzione speciale va alla sempre meravigliosa Kim Mi-kyung (già adorata in “Healer”, “It’s okay to not be okay”, “Go Back Couple” e molti altri drama) che qui interpreta la tenerissima suocera di Ji-eun, per la quale mi sono davvero commossa e anche la protagonista ne è affezionata e si sente in colpa nei suoi confronti.

Particolare rilievo la bellissima colonna sonora di “Love Affairs in the Afternoon”, sobria, elegante, soffusa che rende bene l’intimità dei sentimenti dei personaggi e la scelta di inserire, in alcuni momenti più drammatici e lirici, “Le Secret” di Daniel Faure, per cui gli amanti della musica classica possono restare incantati.

 Questa serie, seppur malinconica, lenta e in un continuo climax ascendente di dramma, lascia un messaggio di speranza e vi stupirà fino alla fine. Il messaggio è affidato alle parole della poesia di Park No-hae pronunciate dalla protagonista Ji-eun: “Mentre percorri una strada buia, non disperare se non vedi nessuna stella, perché quella più luminosa non è ancora arrivata”.

Memoru Grace

Hunt – Il senso di colpa, il tradimento e la redenzione

Am I your mark? Are you tailing me now?

Siamo negli anni ’80, in una Corea ancora più divisa di quanto non si possa immaginare, ai più ignota nei suoi meandri di violenza politica e corruzione, celata da un perbenismo tipico da Guerra Fredda. Siamo in mezzo ad un buio labirinto di agenti e di spie, dove è difficile capire chi siano davvero i buoni e chi i cattivi, tanto i confini sono sfumati, ma è difficile capire anche da che parte si cela la verità, vittima di un continuo gioco di strategia e dissimulazione, una linea sottile che i personaggi attraversano più volte, fino a camminare sottilmente come su un filo di lana. Difficile riassumere in poche righe il film thriller Hunt, opera prima come regista di Lee Jung-jae (il noto e amato protagonista di Squid Game e di Chief of Staff), che prende in mano una storia di spionaggio e di azione, con fatti storici veri, per ergere come su un palcoscenico i suoi due (o anche tre) personaggi, che recitano come in una tragedia greca, soffrendo per sé e colpendosi a vicenda in una continua espiazione dal senso di colpa che li affligge, una perenne punizione per atti da loro commessi in passato. Infatti, quella che sembra, a prima vista, una lotta tra spie e che riecheggia i toni di John Le Carrè (primo su tutti, il suo famoso romanzo La Talpa), con una partita a scacchi in cui lo stesso spettatore non sa che posizione prendere e a chi credere, verso metà narrazione si spezza per diventare un dramma più interiore, corredato dalle angosce passate, dalla certezza di aver commesso il male e dalla volontà (talvolta, distorta) di ripararne i suoi effetti. Ed è proprio in questa destabilizzazione che risiede la grandezza di questo film, giustamente premiato dal pubblico e da numerosi premi in patria, anche perché la sofferenza dei due agenti protagonisti è un comune sentire che affligge il popolo sudcoreano degli anni della dittatura. Ma, prima di proseguire con la recensione, è necessario un piccolo antefatto storico.

Nel 1979, dopo l’assassinio del Presidente sudcoreano Park Chung-hee, che aveva retto la Casa Blu in modo autoritario per ben 18 anni, si verificò un vuoto di potere, che portò ad una serie di guerre interne tra politici, militari e servizi segreti deviati. Mentre la popolazione credeva in un ritorno delle libertà e della democrazia, nel dicembre dello stesso anno, prese il potere con un colpo di stato il generale Chun Doo-hwan. L’anno dopo, nel 1980, in seguito al regime oppressivo e violento a cui la popolazione era soggetta continuamente dopo il colpo di stato, la città di Gwangju insorse: il 18 maggio, donne, uomini, bambini e tantissimi giovani (perlopiù studenti universitari, riuniti della cosiddetta Gwangju Uprising, un movimento di richiesta dei diritti e delle libertà) scesero in piazza per manifestare contro il governo e, dopo una strenua resistenza durata fino al 27 maggio, subirono una durissima repressione da parte delle truppe militari inviate dal governo (fatto narrato con dovizia dal drama Youth of May). Di fatto, Gwangju fu messa sotto assedio militare con innumerevoli vittime e numerosi arresti e deportazioni (le stime ufficiali dell’epoca provenienti dal governo sudcoreano registrarono un numero di quasi 200 morti, mentre la stampa estera parlò di circa 2000 persone trucidate dall’esercito e dalla polizia, senza contare coloro che morirono per le torture e i maltrattamenti subiti in carcere). Dopo il massacro di Gwangju e dopo l’elezione di Chun Doo-hwan che ne legittimava la presidenza (settembre 1980), la stretta del governo divenne ancora più ferrea: gli oppositori politici venivano spesso accusati di essere comunisti o in combutta con il regime della Corea del Nord per giustificare arresti contrari a qualsiasi diritto e trattamenti disumani. In un clima di crescente odio interno, anche i rapporti con il Nord divennero sempre più arcigni, portando a diverse introduzioni (reciproche) di spie all’interno del comparto istituzionale. Nel 1983, la guerra tra spie sudcoreane e nordcoreane raggiunse l’apice, quando, prima, il pilota nordcoreano Lee Wong-pyung, con una virata impensabile, sviò i controlli, raggiunse la Corea del Sud e defezionò dalla patria per consegnare spontaneamente informazioni ai sudcoreani e, infine, quando agenti nordcoreani, con ipotetica collusione di agenti sudcoreani, attentarono alla vita del Presidente sudcoreano in visita a Rangoon (nell’attentato, persero la vita 21 persone e ne furono ferite 46, mentre il Presidente rimase illeso).

La narrazione inizia proprio qui, nel 1983, quando l’agente capo dell’unità estera dei servizi di sicurezza Park Pyong-ho (interpretato proprio da Lee Jung-jae) e l’agente capo dell’unità interna dei servizi di sicurezza Kim Jung-do (interpretato da Jung Woo-sung, attore di action drammatici come Steel Rain e Illang) vengono avvertiti dalla CIA di un probabile attentato ai danni del Presidente sudcoreano a Washington D.C., probabilmente organizzato dalla Corea del Nord con la complicità di una spia interna. Nonostante i due siano costretti a collaborare per scongiurare il verificarsi dell’evento e per trovare la talpa che compromette la stabilità del paese (denominata Donglim, così come John Le Carré denomina la sua talpa Karla), non scorre buon sangue né tra le due unità, né tra i due agenti. Mentre Park Pyong-ho è cinico, nervoso e irascibile e agisce con l’arma del ricatto, scovando tutte le carte con cui può tenere in pugno i politici più influenti (ancora una volta Lee Jung-jae si conferma “la vipera” della politica), Kim Jung-do è un integerrimo e freddo difensore dell’autorità e del potere e non si fa problemi a usare la tortura sulle persone che deve interrogare. Per questo motivo, le loro indagini sembrano procedere su due binari separati e confliggenti: l’analisi e la raccolta di foto e documenti di Park Pyong-ho, l’escussione di testi (non volontari) per avere confessioni di Kim Jung-do. Mentre il primo non approva i metodi del secondo, ricordando come in passato non abbia esitato ad utilizzarli anche su di lui e sugli agenti della sua unità (sospettati di tramare contro il governo), il secondo è convinto che la fuga di notizie provenga proprio dal primo, che sospetta di essere in combutta con i nordcoreani forse anche per le sue missioni passate con diversi informatori. Quella che doveva essere una pacata collaborazione, dunque, si trasforma nel tentativo di screditarsi a vicenda per annullare il proprio rivale dalle istituzioni. O, forse, per annullare e nascondere qualcosa di più profondo e personale.

Entrambi, infatti, celano dei segreti, che, a loro volta, celano delle colpe. Park Pyong-ho fa da tutore a Jo Yoo-jeong (interpretata da Go Youn-jung, la Naksu della seconda parte di Alchemy of Souls, anche vista in Sweet Home), una ragazza universitaria coinvolta dai movimenti giovanili studenteschi di opposizione al regime (gli stessi del Gwangju Uprising), con la quale ha un rapporto paterno difficile. Jo Yoo-jeong, infatti, è figlia di Cho Won-sik (cameo straordinario di Lee Sung-min, premio Baeksang per Reborn Rich e Misaeng), un suo ex informatore nordcoreano, della cui morte sul campo si sente responsabile e che tenta di espiare con la cura della figlia (e anche con il cambio di documenti per celarne la nazionalità). D’altro canto, Kim Jung-do non ha mai superato il trauma del massacro di Gwangju, a cui ha preso parte attivamente come militare, e, sentendosi responsabile di innumerevoli morti, si auto-punisce scendendo nel baratro della polizia politica, convinto che oramai è inutile qualsiasi redenzione e che l’unica via è l’abbruttimento morale (un po’ lo stesso ragionamento del protagonista di Peppermint Candy).

In un barlume di ragionevolezza, però, Kim Jung-do inizia a nutrire sentimenti critici nei confronti del governo che ha sempre servito e quasi idolatrato e, da persona priva di mezze misure e incapace di scendere a compromessi, passa nettamente dall’altra parte, mettendosi a capo di un gruppo segreto che mira a destabilizzare il regime e ad eliminare il Presidente. Mentre mantiene la sua maschera di freddezza e di risolutezza quasi militare nel portare avanti i propri doveri con lo Stato, inizia a prendere contatti all’estero per trovare sostegno e simpatia al suo piccolo gruppo di congiurati. Col tempo, però, è costretto a constatare l’indifferenza di tutti nei confronti della causa democratica sudcoreana, perché un regime autoritario era visto come la soluzione migliore per frenare l’avanzata comunista nella penisola (e in Asia). A quel punto, mentre matura la decisione suprema di sacrificarsi per la causa e per espiare le sue colpe, inizia a provare simpatia per Donglim, la famigerata talpa che passa informazioni segrete ai nordcoreani, e per i suoi tentativi di assassinare il Presidente.

Solo che – SPOILER (ma neanche più di tanto, perché lo si capisce già a metà film) – Donglim è anche il suo acerrimo nemico Park Pyong-ho. E, anch’egli, vive in un muro di sensi di colpa per il suo passato, per aver venduto diversi suoi compagni nordcoreani ai sudcoreani (e, viceversa, diversi agenti di squadra sudcoreani ai nordcoreani), per aver commesso crimini e atrocità nel tentativo di preservare la sua posizione e per aver costruito un castello di bugie, inaccessibile pure alla giovane Jo Yoo-jeong, l’unica famiglia che gli rimane, pur privo del coraggio di rivelarle il suo affetto paterno.

E, così, in questo inseguimento quasi titanico (che mi ha ricordato Heat – La Sfida), i due si incontrano e si scontrano, si rivelano e si alleano, ognuno per una finalità esterna diversa e per uno scopo interiore ancora più differente, salvo, poi, ritrovarsi nuovamente su due fronti opposti nel loro tentativo estremo di cercare l’assoluzione ai crimini: Park Pyong-ho, umiliato nella scoperta della propria umanità e nella difesa di valori e concetti universali come la vita umana, e Kim Jung-do, elevato nel fanatismo di una missione che reputa quasi divina per il raggiungimento di un fine supremo. L’uno, che ha vissuto una vita di eterno compromesso, si rifiuta di usare la violenza perché contraria alla dignità umana e alla libertà, nella speranza di un mondo migliore privo di ostilità. L’altro, che ha blindato per una vita le proprie emozioni e ha sempre rifiutato i compromessi, accoglie l’annullamento dei propri principi e accetta di venire a patti con l’idea di assassinio per liberare l’umanità. Entrambi sono convinti che solo un loro estremo ed ultimo atto sacrificale può portare ad un miglioramento generale, che diventa anche riscatto personale. Entrambi due volti diversi della stessa sofferenza, dell’auto-immolazione per il futuro, eppure ancora troppo legati dagli spettri del proprio passato per permettersi di andare avanti. Fino alla tragedia estrema, che si consuma – diversamente dalla storia reale – in Thailandia.

Hunt è un film di spionaggio e un dramma politico ed esistenziale come non ne vedevo da anni, coraggioso e poetico al tempo stesso, dove l’azione lascia spazio alle riflessioni personali, isolando talvolta il personaggio con il suo “pubblico”, e dove la mimica delle espressioni sottintende dei veri e propri monologhi interiori. In questo senso, mi sento di promuovere in toto questo primo esperimento registico di Lee Jung-jae (a cui imputo solo la colpa di non aver osato di più nella parte dell’attentato finale), che spero continui sulla buona strada. Vero che ci sono già tanti film, libri e drama che narrano il periodo dittatoriale sudcoreano e l’estremizzazione degli anni ’80 e che diverse storie si soffermano, magari anche solo con un accenno, al massacro di Gwangju, ma, diversamente da quello che ha scritto certa critica, credo che non sia mai abbastanza sottolineare in modo costante le brutture e le atrocità che può compiere un regime e che cosa vuol dire aspirare alla libertà. Ogni opera in grado di suscitare queste emozioni e queste riflessioni è un’opera valida di essere vista, analizzata e diffusa, perché, per citare Antigone, insegna “lo splendore della disobbedienza“: è pericoloso farlo, ma sarebbe peggio non farlo.

Consigliato perché è una storia spy-thriller con ritmo incalzante e che lascia col fiato sospeso fino all’ultimo minuto, perché indugia a riflettere sui valori di libertà e di dignità umana, ma anche su cosa significa il senso di colpa storico che hanno vissuto (e ho ragione di credere che vivano ancora) molti uomini, perché analizza un periodo storico che è ancora ignoto in Occidente e perché è recitato come un pezzo di teatro classico. E, se non bastasse questo, vi fornisco altri motivi in più. Accanto al prezioso cameo di Lee Sung-min, si trovano numerosi altri camei d’eccezione – tutti interpretati per pura amicizia nei confronti di Lee Jung-jae: il pilota disertore nordcoreano Lee, interpretato da Hwang Jung-min (il mefistofelico pastore Jeon di Narco-Saints); l’incarcerato e torturato imprenditore Choi, interpretato da Yoo Jae-myung (il cattivo di Itaewon Class, ma anche l’avvocato idealista di Vincenzo); il leale agente dei servizi segreti Jang, interpretato da Heo Sung-tae (il prigioniero ex malavitoso di Squid Game, ma anche il project manager della missione sulla luna di The Silent Sea), i tre agenti dell’unità di Tokyo, interpretati da Park Sung-woong (protagonista omnipresente nel mondo dramoso da Snowdrop, a The Smile Has Left Your Eyes, a Rugal, a Man To Man), Jo Woo-jin (il caratterista d’eccezione ritrovato in Goblin, Narco-Saints, ma anche Happiness e Mr. Sunshine), Kim Nam-gil (il demone ammazzademoni di Island e il prete action di The Fiery Priest), e Ju Ji-hoon (il superprotagonista di Jirisan, Kingdom e Hyena). Direi che Lee Jung-jae ha un’ottima scelta di amici!

Captain-in-Freckles

Your Name

“Scusa! Non è che ci siamo già incontrati?”
“L’ho pensato anch’io!”
“Qual è…il tuo nome?”

Quando nel 2016 uscì al cinema “Your Name”, ne fummo tutti affascinati, ammaliati, ma anche destabilizzati come i due protagonisti dell’anime. Ricordo di essere uscita dalla sala del cinema in silenzio, in un clima quasi sommesso, silenzioso, così come gli altri spettatori con i quali avevo condiviso quei 107 minuti di capolavoro che non era ancora chiaro per alcuni aspetti, ma che saremmo rimasti di nuovo tutti in sala per riguardarlo.

Nel 2016 il regista Makoto Shinkai ci ha regalato questo gioiello di animazione, ma la caratteristica più interessante è che lo spettatore si trova nello stesso luogo, nella stessa condizione di spaesamento, perso in una dimensione tra l’onirico e il reale e con lo stesso flusso di pensieri dei due protagonisti. Questo è il vero punto di forza di “Your Name”!

Nel 2010, Mitsuha Miyamizu è una ragazza liceale che vive nella piccola città di montagna di Itomori e abita in un tempio insieme all’anziana nonna sacerdotessa Hitoha e alla sorellina Yotsuha. Il padre è il sindaco del paese, ma la ragazza non si sente compresa da suo padre e ha spesso dei battibecchi con lui.

Taki Tachibana è un ragazzo liceale che vive a Tokyo e svolge un lavoro part time presso il ristorante “Il giardino delle Parole” (piccola curiosità, il nome del ristorante è un omaggio al titolo di un’opera precedente di Shinkai).

C’è qualcosa che accomuna Mitsuha con Taki, in alcuni giorni dell’anno i due si scambiano, cioè si svegliano l’uno nel corpo dell’altra. Una volta presa coscienza di questo strano caso, i due ragazzi cercano di comunicare tra loro tramite messaggi scritti su carta o dei memo e promemoria sul cellulare; ormai abituati a questi scambi sempre più frequenti iniziano ad intervenire ognuno nella vita dell’altro. Taki viene aiutato da Mitsuha ad organizzare il primo appuntamento con la collega di lavoro, Miki Okudera della quale è innamorato, mentre Taki aiuta Mitsuha a interagire meglio con gli altri a scuola.

Il giorno dell’appuntamento di Taki, però, Mitsuha sente un senso di oppressione e scoppia a piangere perché capisce di essersi innamorata del ragazzo e di provare gelosia nel pensare all’appuntamento. Inoltre la ragazza ha raccontato a Taki di una cometa che passerà vicino al Giappone proprio quel giorno che coincide con l’appuntamento e con la festa dell’autunno del suo paese. Taki, però, non comprende bene cosa voglia dire Mitsuha perché in quel periodo non sono previste comete. La sera della festa, Taki cerca di telefonare invano a Mitsuha e qualche giorno dopo, consapevole di non riuscire più ad avere contatti con la ragazza né di riuscire a scambiarsi i corpi, decide di intraprendere un viaggio verso il paese di Mitsuha, non conoscendone nemmeno il nome, ma, chiedendo informazioni durante il viaggio alle persone che incontra e mostrando dei disegni del luogo, finalmente, riesce a trovare un ristoratore originario di Itomori che gli racconta che tre anni prima, durante la festa del paese, un frammento della cometa Tiamat, che era passata vicino alla Terra, era precipitato e aveva colpito proprio la zona di Itomori uccidendo diverse persone. Taki fa delle ricerche in una biblioteca vicina e scopre che tra le persone uccise dal frammento della cometa, precipitato sulla Terra, c’è anche Mitsuha.

Disperato e consapevole, ormai, del fatto che ci sono sempre stati tre anni di differenza da ogni loro scambio, cerca una soluzione per ingannare il tempo e ritornare in un momento in cui poter avere contatto con Mitsuha, ma qui, non vado avanti con la trama, perché altrimenti vi spoilererei tutto. Vale la pena seguire da qui in poi tutti i movimenti e i ragionamenti del protagonista che, vi confesso, sono alquanto difficili da capire a prima visione, con una seconda visione, invece, ci si riesce meglio a connettere con la storia e con i pensieri di Taki. Una cosa, però, ve la devo anticipare, questo anime va percepito la prima volta, va intuito in ogni particolare durante una seconda visione, ma liberatevi da ogni idea di tempo e di dimensione, seguite solo il filo rosso che lega i due protagonisti, la vera chiave di lettura della storia. Ricordate solo che il santuario di Itomori, dove Mitsuha vive con la sorellina e la nonna e dove vengono consacrati i riti, è dedicato al dio Musubi, il cui significato riporta ai legami, all’intrecciare i fili.

“Musubi è il vecchio modo con cui chiamavamo il Dio locale. Questa parola ha un significato profondo. Intrecciare i fili è Musubi, i legami tra le persone sono Musubi. Lo scorrere del tempo è Musubi. Tutti questi sono i poteri della divinità, ecco perché le corde intrecciate che noi creiamo sono una delle forme del Dio stesso e rappresentano il flusso del tempo. Convergono e prendono forma, si intrecciano e si aggrovigliano. A volte si sciolgono, a volte si spezzano per poi legarsi nuovamente; questo è Musubi: questo è il tempo“.

Momento più romantico dell’anime è la scena del crepuscolo, quando tutto sembra sfumare, quando due anime si incontrano, quando possiamo incontrare anche qualcosa di non umano, ma dobbiamo ricordare chi abbiamo visto in questo crepuscolo, nel particolare, i due protagonisti decidono di scriversi i rispettivi nomi uno sulla mano dell’altro, per non dimenticare, ma…

Your Name” vanta di molte “interpretazioni”, ad iniziare dal nome, perché è così importante? E’ l’identificazione di ognuno, è un ritrovare l’altro, è incidere i propri sentimenti nel nome di un’altra persona. Il nome è anche il ricordo.

La stella cometa nell’anime è detta Tiamat e il suo nome discende dalla mitologia babilonese. Tiamat era la madre di tutto il cosmo, la dea degli oceani e dell’acque salate, ma anche il simbolo del caos primordiale. La cometa nell’anime porta caos e morte nella vita dei protagonisti.

Nel tentativo di riconnettersi con Mitsuha, Taki beve del kuchikamizake, preparato dalla ragazza e lasciato come offerta, solo così potrà ricongiungersi al corpo di Mitsuha per poter evitare la morte causata dalla caduta della cometa. Il kuchikamizake è un tipo di alcolico a base di riso prodotto dalla fermentazione innescata dalla saliva umana, una delle prime bevande alcoliche giapponesi, veniva prodotto in particolar modo solo durante le cerimonie nei templi shintoisti.

Your Name” è la storia di due destini che si incrociano, uniti da un unico filo rosso, che affronta tempo e spazio, un sogno condiviso, una continua ricerca della propria anima affine che, da qualche parte, sta cercando il contatto.

“Quel giorno in cui sono cadute le stelle: è stato come…” (Taki)

“…come una visione dentro un sogno, niente meno di questo”. (Mitsuha)

Memoru Grace

Black Knight

Viviamo tutti così, trasformando il nostro dolore in brama?

Questo connubio tra Netflix e la produzione dell’Hallyu sudcoreano sta creando nuovo materiale di qualità, che, se anche non è propriamente definibile come k-drama, tenta l’unione tra la tradizione televisiva sudcoreana, quella occidentale (soprattutto, made in USA) e il cinema d’autore, andando a sviluppare tematiche e generi spesso non molto esplorati dai drama. L’ultimo esperimento in tal senso è Black Knight, che vede campeggiare alla grande un Kim Woo-bin (The Heirs, Our Blues) in splendida forma, affiancato da Kang Yoo-seok (Beyond Evil, Paybak), Esom (Taxi Driver, Because This is My First Life), Roh Yoon-seo (Our Blues, Crash course in romance, 20th Century Girl), Lee Sung-wook (Extraordinary Attorney Woo, Forecasting Love and Weather, The Silent Sea), Song Seung-heon (Black), Nam Kyung-eup (Hotel Del Luna, Crash Landing on You), Kim Eui-sung (Taxi Driver, W:Two World Apart, Memories of the Alhambra), Yoo Yeon-soo (Peppermint Candy), Jin Kyung (Extraordinary Attorney Woo, Melancholia). Drama breve di soli sei episodi di genere sci-fi distopico e post-apocalittico, mi ha tenuto incollata, gioco forza, per una visione – quasi maratona. Ed ecco il risultato di questa visione quasi in una mini-intervista con le impressioni a caldo.

SOTTOTITOLO AL DRAMA: Mad Max meets Dune meets Orwell meets Korea

IMPRESSIONI A CALDO: Premetto che non sono una neofita del genere e, ogni qual volta, mi imbatto in tematiche di questo tipo (sci-fi, distopico, epidemico, post-apocalittico, ucronico), mi ci butto a pesce, come nella lettura dei racconti di fantascienza di Philip K. Dyck. Detto questo, già l’incipit di una catastrofe provocata da una cometa che ha sterminato una parte consistente della popolazione e ha condannato la parte rimanente ad una vita di adattamento e di stenti mi ha portato immediatamente ad iniziarlo e a farmi divorare i primi due episodi in un’unica tornata. Peccato che, andando avanti con la visione, quell’afflato di novità venisse a mancare e ad ergersi in modo pericolante (al quinto episodio, mi è anche calata la palpebra, non so se per la stanchezza o per l’incomprensione con il drama). Le tematiche c’erano tutte, buone e costruttive: l’inquinamento, un possibile scenario apocalittico a cui l’uomo può andare incontro, la manipolazione genetica, la soggezione medica, la divisione in caste sociali che portano ad una guerra fratricida di poveri contro ricchi (o, anche, più comunemente, poveri contro poveri), la dittatura politica e la corruzione, il delirio dell’uomo unico al potere che plasma a sua immagine e somiglianza le istituzioni e il disegno di un mondo perfetto che, alla fine, è quanto di più sconvolgente e drammatico possa esistere per la libertà umana. Ecco, tante e buone tematiche, ma forse troppe per soli sei episodi, nemmeno molto lunghi, e condannati a restringersi per la presenza di una miriade di scene di azione, che sono andate e penalizzare la sceneggiatura. Un buon tentativo di esperimento, ma troppo ambizioso e con troppo materiale, che rischia di creare solo troppa confusione. Personalmente, ho preferito l’esperimento sci-fi di The Silent Sea, più conciso e ristretto nella sua narrazione.

PERSONAGGIO PREFERITO: Sarebbe banale dire 5-8 (Kim Woo-bin), ma il mio preferito è stato sicuramente il suo corriere che sembra un po’ Mad Max e un po’ Paul Atreides in Dune (con la sua maschera d’ossigeno e la sua spavalderia in grado di condurre una guerra santa), granitico e integerrimo fino alla fine, coerente con il genere. Al tempo stesso, amo sempre tanto la recitazione di Esom, che è riuscita a caratterizzare molto bene il suo personaggio, donna d’acciaio e sofferente, e, conoscendo la sua bravura interpretativa, avrei voluto più parti con lei, rimasta sullo sfondo e penalizzata da una sceneggiatura che sembra aver tagliato dei pezzi. Però, al di là dei due protagonisti, chi ho veramente amato è il Nonno Tick Tack, interpretato da Kim Eui-dong, perché, appena entra in scena, sai già che è quel personaggio secondario, che, nella realtà, tira le fila di tutto e che, probabilmente, è la mente nascosta di ogni cosa. Ecco, è perfettamente coerente con la sua pacatezza e la sua intelligenza interpretativa e, pur in poche battute, è riuscito a rendere il suo personaggio quella nota che tutti gli amanti del sci-fi adorano. Sawol, invece, pur non essendomi dispiaciuto come personaggio, non è stato in grado di muovere la mia empatia da spettatrice, forse perché, onestamente, la sua parte in stile Hunger Games sulla competizione per diventare corriere è stata troppo lunga (e, personalmente, anche non del tutto efficiente per la trama), mentre non si capisce per davvero il motivo della sua mutazione.

PERSONAGGIO ODIATO: Oh beh, di personaggi odiosi ce ne sono parecchi, così tanti che non si è nemmeno in grado di scegliere subito, però, solamente per sottolineare la bravura dell’attore, do la palma del personaggio più odioso e più odiato a Ryu-seok. Song Seung-heon ha studiato così bene certe interpretazioni alla William Hurt (in 1984) o alla Ian Mc Kellen (in V per Vendetta), che diventa immediatamente un fanatico in preda al delirio, l’unico davvero capace di trasformare il proprio dolore in brama, convinto di plasmare l’umanità e, quindi, anche se stesso, di cui è vittima e carnefice. Si tratta di un personaggio, che da solo meriterebbe uno spin-off per capire come ha fatto ad arrivare a questo punto o, meglio, come può un essere umano qualunque arrivare a quel punto, disponibile a fare la selezione della specie, ammantandosi di alti e inesistenti ideali. In questo, il suo cattivo metteva i brividi.

COMMENTI SPARSI: Come ho già detto, è stata una bella occasione, ma parzialmente sprecata. Tuttavia, voglio soffermarmi su un punto. Kim Woo-bin, dopo il cancro contro cui ha lottato e da cui è riemerso perfettamente guarito, ha posto due condizioni per le riprese di questo drama: anzitutto, tutte le scene d’azione che lo vedevano coinvolto dovevano essere girate senza stunt, per far notare che un cancro non ferma nessuno dal riprendere la propria capacità fisica; in secondo luogo, tutte le scene che prevedevano il fumo dovevano essere girate in computer grafica, perché la salute è sempre importante e una caricatura interpretativa non può rischiare di comprometterla. E già solo per questo motivo, do un punto in più al drama.

Laura

Narcosaints (ovvero andata e ritorno a Babilonia)

Che senso ha vivere soltanto per sopravvivere?

Qualche tempo fa, nel mezzo dei miei studi e delle mie sudate carte, dicevo che mi sentivo offesa dal mondo e dalla sua cruda realtà come Simon Bolivar in esilio a Curaçao. E, se qualcuno mi avesse chiesto a quale ignoto posto del mondo stessi facendo riferimento, sarebbe partito un lungo racconto sui possedimenti coloniali olandesi nelle Americhe, il fascino delle terre abitate dagli indigeni aruachi, i colori delle isole caraibiche, dalle alte canne da zucchero, il cielo color zaffiro e la moltitudine inspiegabile di lingue e di culture che si mischiano in una cacofonica e allegra Babele. E da qui sarebbe partita una naturale digressione su quello che è lo Stato più piccolo dell’America latina e che, propriamente, non è nemmeno latino, visto il suo passato olandese e, per una breve, ma considerevole durata di tempo, anche inglese: il Suriname o Republiek Suriname, ex Guyana olandese. Uno Stato minuscolo con una popolazione di poco più di 540.000 abitanti, tutti di etnia e lingua talmente differenti da aver trasformato il piccolo stato tropicale in un microcosmo variegato: i creoli discendenti degli Europei convivono a fianco di una folta comunità hindi arrivata all’inizio del ‘900, della comunità javanese arrivata nell’800, di etnie indigene varie, di ex schiavi africani, di immigrati provenienti dal Brasile e dagli altri Paesi dell’America latina, di mediorientali di cultura araba e, infine, di numerose e diversificate comunità cinesi (mandarini, cantonesi, hakka) e coreane. Ed è qui che parte in modo imprevedibile, eppure così veritiero la storia di Narco-Saints, a districarsi tra comunità etnico-linguistiche differenti, nel mezzo di guerre di mafia, contrabbando, narcotraffico e corruzione con più colpi di scena di un’inventiva hollywoodiana. Solo che è necessario chiarire da subito che qui di inventato c’è davvero poco. Anche perché, nonostante le sue piccole dimensioni, il Suriname si difende bene tra gli Stati più corrotti del mondo.

Non c’è niente di male a sognare di possedere una casa e ad avere una certa sicurezza finanziaria, tanto da poter garantire un futuro migliore per sé e per i propri figli – pensa Kang In-gu (interpretato da Ha Jung-woo, non un attore a caso, ma uno che ha conquistato i festival europei del cinema con The Handmaiden e il teatro con Aspettando Godot, Otello e molti altri lavori). E, naturalmente, non si può diventare ricchi con un semplice lavoro di meccanico, neppure se si riparano le auto della vicina base militare americana, a cui rifornisce, in modi non prettamente chiari, anche cibo e divertimenti vari (comprensivi di nuraebang, ovvero karaoke privati). Per questo motivo, si fa convincere da un vecchio amico ad imbarcarsi per il Suriname per trattare il commercio di pesce (le mante, più comunemente note come razze), sviando le regole ferree della pesca in Corea del Sud. Solo che, approdato in Suriname, incappa in una serie di incidenti e incomprensioni (anche linguistiche) con il cartello cinese e quello sudamericano e, accusato erroneamente di essere coinvolto nel traffico di droga, finisce in prigione. I suoi appelli di innocenza all’ambasciata sudcoreana hanno solo l’effetto di richiamare l’attenzione di Choi Chang-ho (sempre immenso Park Hae-soo, il Berlino di Money Heist: Korea e l’amico-nemico del protagonista in Squid Game), agente capo dei servizi segreti sudcoreani, che, da tempo, cerca di incastrare un pericoloso e inavvicinabile compatriota, emigrato in Suriname e ora a capo di un cartello di traffico di stupefacenti che è difficile incastrare: il pastore d’anime Jeon Yo-hwan (interpretato da un mefistofelico Hwang Jung-min, altra presenza importantissima del cinema, interprete della versione sudcoreana di Man in Love). Chang-ho convince In-gu a fingersi un intermediario commerciale interessato ad espandere il mercato della cocaina, portandola in Asia (dove, fino ai primi anni 2000, arrivava solo eroina) e a mettersi in contatto con il pastore, che dirige la sua impresa come un’opera di bene e la sua comunità come una vera e propria setta (ergo, preparatevi a scene di sottilissima violenza psicologica, come l’educazione degli adepti alla setta). Naturalmente, il contatto non è facile, né idilliaco, anche perché non solo il pastore sembra essere sbucato dall’inferno, eppure ergersi come ammantato da luce divina, ma anche perché è sempre circondato dal suo braccio destro, l’iroso e svitato Byeon Ki-tae (interpretato da Jo Woo-jin, che, dopo tanti ruoli secondari – compreso Goblin -, con questa serie si è aggiudicato il Baeksang come migliore attore non protagonista di un drama), e dal suo braccio sinistro, l’avvocato segalino David Julio Park (interpretato da Yoo Yeon-seok, il terribile samurai di Mr. Sunshine). Il compito di In-gu è di convincere il pastore a trafugare un certo quantitativo di droga nei polli destinati alla Corea, supportato dal socio con base in Brasile (interpretato sempre da Park Hae-soo, ma con brillantina sui capelli, camicie sgargianti e parlata sguaiata, un momento da non perdere anche per ilarità). Le cose, però, non vanno proprio secondo i piani (complice il pericoloso boss cinese Chen Jin – interpretato da Chang Chen, ovvero il dr. Yueh di Dune – uno che va in giro ad ammazzare gente col machete e che barrica Chinatown in qualsiasi momento), anche perché, da un parte, i servizi segreti americani fanno pressione per un cambio della missione, e, dall’altra parte, si diffonde la notizia nella setta della presenza di un ipotetico traditore (con tanto di momenti di panico per il nostro In-gu). Solo che, anche quando tutti vogliono ritirarsi dalla missione, saranno proprio la caparbietà e la determinatezza di In-gu a costituire la determinante chiave, perché “Non bisogna fermarsi, finché non si raggiunge l’obiettivo“.

In-gu è uno di quegli esempi di ostinata e muta resilienza del popolo coreano, abituato a lavorare e anche a soffrire, ad essere sradicato dalla sua terra e piantato altrove e, quindi, ancora più attaccato al proprio obiettivo e alle proprie radici, che solitamente coincidono nella preservazione e nella realizzazione della propria famiglia. Nessuna minaccia e nessuna preoccupazione possono turbare quest’uomo mite con gli occhiali e le camicie smorte, che sembra uscito direttamente da un romanzo di Graham Greene. In-gu è una nota grigio-scura in mezzo ad uno sfondo chiassoso di colori assolati, un uomo medio dalle capacità nascoste e mai in evidenza, che, anche quando può compiere gesta eroiche, non si veste mai del ruolo di eroe: “Quello che per te puzza come pesce, per me odora di soldi“. In-gu è il contraltare perfetto del pastore Jeon, uno che diffonde una diabolica empatia sia sui suoi sottoposti che sullo spettatore e che si autoinveste del ruolo di divinità: “La maggior parte delle persone vogliono credere in cose che non esistono nemmeno. (…) Ed è per questo motivo che Dio ha creato la cocaina. Le persone vanno pazze per le droghe“. L’uno è il lato opposto della medaglia dell’altro, così simili, eppure così differenti. Come risponde In-gu al pastore Jeon, che gli sottolinea la loro somiglianza nella comune ossessione per il denaro: “Quale albero ha le radici più salde se non l’albero dei soldi? Ma, dopo le tempeste, diventa difficile che si tenga in piedi“. E, allora, intervengono le sicurezze valoriali e familiari, che non solo sono lontane dal mondo del pastore, ma sono state da lui abusate e violate nella loro purezza, falsificandole come base di una religione di facciata. A questo punto, Paramaribo, la capitale del Suriname in cui è ambientata l’azione, diventa una Babilonia, in cui sia In-gu che il pastore Jeon si recano in cerca di fortuna e di gloria e, apparentemente, si perdono in una tentazione continua che mira a sviarli dalle intenzioni iniziali: la differenza tra i due è trovare la strada del ritorno, in base a quella sentinella interna che veglia sulle proprie reali credenze.

Sono tante le tematiche alla base di questa serie, che non è propriamente un k-drama, ma che, nella sua somiglianza con le serie di matrice occidentale, inserisce diverse critiche alla società sudcoreana e alla sua fame di evoluzione materiale, basata unicamente sulla capacità del potere e del denaro e sull’avvilimento dei legami affettivi e della dignità, considerati come delle debolezze. In particolare, emergono delle critiche puntuali e graffianti nei confronti della crescita economica sproporzionata e selvaggia degli anni ’90 e della sua caduta precipitosa dopo la crisi economica del Fondo Monetario Internazionale (la stessa tratteggiata magistralmente nel film Parasite), che, in un clima in cui valore personale e successo economico sono andati a coincidere, ha portato all’abbruttimento violento dell’aspetto umano. Un’altra critica feroce è rivolta al pericoloso ambiente delle sette religiose in Corea del Sud, che ha fatto leva spesso sulla povertà e la voglia di elevarsi delle persone, un fenomeno su cui hanno indagato anche numerose ricerche (tra tutti, si cita anche il documentario Fede e Menzogne su alcuni sedicenti pastori religiosi e sulle loro truffe).

Ultima postilla. La serie, che in originale si chiama semplicemente Surinam (수리남), ma che è nota internazionalmente come Narco-Saints o The Accidental Narcos (e, in Italia, come Narcosantos) vanta un primato unico, ovvero quello di essere stata boicottata proprio in Suriname e di aver guadagnato una denuncia da parte del Ministro degli Affari Esteri surinamese (nei confronti dei produttori della serie e della distribuzione di Netflix) per la cattiva immagine che veniva fornita del Paese e per le falsità celate all’interno della storia. Però, pare che, nonostante l’ispirazione proveniente dallo statunitense Narcos, la storia narrata da Narco-Saints sia, in realtà, ispirata ad un fatto reale, quello di un truffatore sudcoreano, Jo Bong-haeing, che, ricercato in patria per frode, emigrò in terra surinamese nel 1994, avviando una proficua attività di traffico di droga, che, all’epoca, conquistò anche il suolo europeo. Per il resto, vogliamo credere che ci sia stato un anonimo e pacato In-gu.

Consigliato: a tutti coloro che vogliono rileggere una storia di cronaca altrimenti ignota in modo lucido e quasi documentaristico; a tutti coloro che cercano un crime completo, serio e pulito, senza le sbavature a cui ci hanno abituato le serie americane; a chi vuole conoscere meglio alcuni attori, forse non troppo adoperati nel mondo dramoso o vuole capire perché Jo Woo-jin ha vinto il Baeksang (non posso fare spoiler, ma sappiate che è stato un premio meritatissimo); a tutti i fan di Park Hae-soo, perché, credetemi, la sua interpretazione vale la pena. Piccolo consiglio: la serie è presente sia in versione sottotitolata che in versione doppiata e, malgrado il doppiaggio sia ben fatto, se volete apprezzare quel variegato substrato di culture e di babele linguistica che è il Suriname, allora, guardatelo in lingua originale (o nelle lingue originali adoperate).

Captain-in-Freckles

Miss Hammurabi – Storie di umanità e giustizia

La storia più interessante mai raccontata è quella alla fine della giornata, quando in piccoli frammenti di riposo ripensiamo a ciò che è successo durante il giorno o che abbiamo visto accadere agli altri. “Miss Hammurabi” è una storia raccontata la sera, quando mettiamo da parte tutte le tensioni e riflettiamo a quei visi incrociati durante la giornata in una corsa in metropolitana, in coda ferma al semaforo, al bar in pausa pranzo o al supermercato, mentre rientriamo involontariamente nella conversazione di due persone che attendono il loro turno alla cassa e si appoggiano al carrello, stanchi.

Miss Hammurabi” è la storia di piccole storie di umanità viste dagli occhi dei protagonisti, giudici del 44esimo Dipartimento degli Affari Civili presso il Distretto Centrale di Seoul ed è una riflessione costante e una critica alle condizioni e alle difficoltà delle persone di fronte al sistema legale.

La serie è, infatti, un legal drama del 2018 scritto da Moon Yoo-seok, giudice della Corte distrettuale orientale di Seoul che si è ispirato, per il suo omonimo romanzo, a fatti e avvenimenti reali vissuti o visti durante la sua carriera in tribunale.

Ho adorato “Miss Hammurabi” per le tematiche, i personaggi principali, i personaggi di contorno che restano nel cuore con le loro storie comuni così meravigliosamente umane, in balìa tra un passato che vogliono ricordare e uno che vorrebbero dimenticare, così come ogni essere umano. Non pensate di ritrovarvi in una serie giudiziaria piena di immagini d’azione o colpi di scena, si tratta, invece, di entrare nel cuore dei protagonisti, nei loro pensieri, nel loro vivere la professione con integrità e serietà, anche attraverso le scartoffie, i faldoni che esplodono di carte decennali e in noiosissimi grafici.

Park Chao Reum (la bravissima Go Ara di “Dodosolsollalasol”, “Hwarang”) è una giudice al suo primo mandato, insicura, ma decisa a voler compiere bene il suo lavoro che sente come missione, ha un animo nobile e con coraggio affronta ogni situazione, soprattutto quando capisce che sta avvenendo un’ingiustizia nei confronti dei più deboli, ma, a causa di tutto ciò, presto, in tribunale le affibbieranno il nome di “Miss Hammurabi”, nel tentativo di offenderla.

Chao Reum, però, ha un dono: l’empatia; si lascia coinvolgere dalle storie delle persone che incontra nel suo lavoro, dalla madre che ha perso il figlio per un caso di malasanità e che di conseguenza nessuno le ha fatto giustizia, alla collega, che, giudice come lei, è costretta dal suo capo giudice senior, nonché responsabile, a lavorare per più di dodici ore al giorno e che, a causa di questo stress e delle maldicenze che sopporta quotidianamente, sta male a lavoro e ha un aborto spontaneo. Questo caso drammatico cerca di essere coperto da molti giudici, ma per Chao Reum diventa, invece, una problematica molto importante da dover affrontare e prendere dei provvedimenti nei confronti dei colleghi senior che costringono ad orari di lavoro disumani. Da qui, in poi, la nostra protagonista verrà segnalata come ostacolo nella vita del tribunale e tacciata di misandria.

Accanto a Chao Reum ci sarà il giudice capo Han Se Sang (Sung Dong-iI di “My Girlfriend is a Gumiho”, “Hwarang”, “Jirisan“), uomo burbero e sarcastico, sempre accigliato, soprattutto verso gli altri colleghi senior nei confronti dei quali non risparmia mai la sua ironia. Ho adorato il giudice Han, un vero e proprio “battitore libero”, irascibile, ma dal cuore d’oro a cui è dedicato meritatamente il finale della serie.

L’altro collega di Chao Reum è l’inflessibile e riservato Im Ba-reun (Kim Myung Soo, L degli “Infinite” e visto in “Meow, ragazzo segreto”, “Angel’s Last Mission: Love”, “One More Time” e premiato all’ “Asia Artist Awards” proprio per “Miss Hammurabi”), a lui è affidata tutta la parte più riflessiva della serie, i monologhi, soprattutto serali, e, da appassionato di lettura, ci riserva delle citazioni meravigliose di alcuni capolavori della letteratura da “Il buio oltre la siepe” di cui legge un capitolo ogni mattina sulla metro, ad “Anna Karenina” o alla bellissima citazione della filastrocca antica anglosassone “Who Killed Cock Robin”, archetipo della giustizia e dell’assassinio che, personalmente, non sentivo da una vita.

Il giudice Han, in quanto senior e diretto responsabile dei due giudici “minori”, farà da vero e proprio mentore per i due giovani giudici.

 “Le persone più forti e anche quelle più pericolose in tribunale siamo noi, i giudici”, così spiega più volte per far capire come ogni decisione debba essere presa cautamente e dopo tanto studio e analisi.

Chao Reum che vive con l’anziana nonna che lavora ancora al mercato (interpretata da Kim Young-ok  la nonna per eccellenza in numerosi drama, uno tra tutti “Hometown Cha Cha Cha”) ha una situazione familiare piuttosto difficile, il padre è venuto a mancare in circostanze drammatiche lasciando la famiglia benestante piena di debiti, la madre caduta in depressione soffre di disturbi di memoria che la portano ad una demenza precoce, la figlia è consapevole di sparire ogni giorno di più dalla memoria di sua madre e ciò la rattrista molto, l’unica cosa che ha potuto fare è stata studiare e superare la timidezza e l’ansia sociale di cui soffriva quando frequentava le scuole superiori. Im Ba-reun, infatti, aveva conosciuto così la sua attuale collega di lavoro, il ragazzo da allora ha sempre pensato a lei, che, improvvisamente sparita ai tempi del liceo, si ripresenta nella vita di Ba-reun con un altro carattere e modo di affrontare la vita e la società.

Chao Reum è diventata giudice per proteggere se stessa perché ha riconosciuto le sue fragilità e le sue insicurezze: “Quando ho cominciato a guardare sempre di più i demoni nelle persone, sono stata in grado di vedere più chiaramente il demone che vive dentro di me. Quegli stessi delitti dei criminali che giudico. Quante volte avrei potuto finire nella stessa tentazione!”.

Ci si può vendicare del mondo? Si può diventare giudice per capire le situazioni delle persone, viverle, soffrire con loro?

Le persone coinvolte nei casi parlano alla protagonista con i loro sguardi, i loro gesti, le lacrime nascoste. La persona diventata senzatetto perché qualcuno gli ha rubato il deposito, l’impiegata molestata sessualmente dal suo superiore, il direttore che si è tolto la vita a causa dei debiti.  Tutte queste voci inquietano l’animo della ragazza perché tutte quelle voci potevano essere la sua.

Im Ba-reun, invece, è diventato giudice per trovare quella sicurezza economica che è da sempre mancata a casa sua, la madre nella sua vita ha lavorato moltissimo, barcamenandosi in diversi tipi di lavori, il padre ha risentito di una delusione  e di un fallimento lavorativo e adesso non fa altro che cercare di aiutare le persone, cosa che il figlio non riesce a sopportare e che per diversi fraintendimenti prova del rancore nei confronti del genitore, ma pian piano le loro incomprensioni saranno risolte tra loro. Ba-reun è un personaggio che cresce molto nella storia, innamorato della collega che conosce fin dai tempi del liceo, non la condivide in moltissime prese di posizione, ma alla fine si ricrede, la appoggia, la supporta anche nell’affrontare i dissidi finali causati dalla lobby di giudici corrotti.

Plauso anche per altri due personaggi importanti, la segretaria Lee Do-yeon (interpretata da Lee Elijah, “Chief of Staff”) una ragazza bella e misteriosa dalla vita segreta fuori dall’ufficio e della quale si innamora il giudice Jun Bo-wang (Ryu Deok Hwan), amico di Im Ba-reun.

Miss Hammurabi ha il potere di affascinare anche grazie ai diversi spunti di riflessione che ci propone. Fino a quanto arriva l’estensione del potere dei giudici? Quanto i media influiscono sui processi e sulla vita delle persone coinvolte in un processo? I compromessi assicurano la giustizia? Quanto la nostra società che forza i più deboli nella fossa della disperazione si prende la responsabilità?

Il solo crimine di cui spesso gli imputati sono colpevoli è quello di essere deboli. Ci sono persone che riescono a superare le giornate solo da ubriachi”.

Due casi mi hanno colpito molto, il processo per la richiesta del diritto all’oblio di una foto e il conseguente dovere di essere dimenticati e il caso del toluene nella colla, episodio ispirato agli sforzi nella vita reale del giudice Shim Wan e del pastore Myung Sung-jin che hanno lavorato duramente per risolvere la crisi di abuso di inalanti soprattutto tra i giovanissimi capendo che la loro dipendenza da inalazione della colla era causata dalla profonda solitudine di cui soffrivano ragazzi disagiati e dimenticati dalla società.

Menzione a parte per la meravigliosa colonna sonora di questo drama con dei brani emozionanti, “Someday, Somehow” di U-mb5 (feat. Hodge), “Like we just meet” di Hwang Seon Ho e molti altri.

Miss Hammurabi vi farà commuovere, vi condurrà per mano nella vita delle persone e vi farà scoprire l’importanza della fiducia e dell’amicizia:

“Quando non puoi fermare la pioggia dal cadere su qualcuno, dovresti stare sotto la pioggia al suo fianco.”

Consiglio questo drama perché è un piccolo capolavoro di umanità!

Memoru Grace

Fujii Kaze – Love Will Serve All Stadium Live

“I looked at the world without me from above”

Ci sono pochi artisti che possono fregiarsi del titolo di “sacerdoti del rock” per il carisma innato che li distingue e per l’energia che emanano sul palco. Anni fa, quando vidi in concerto Nick Cave and The Bad Seeds, capii il perché questo titolo quasi mistico, queste movenze magnetiche e questo rapporto vibrante e unico con il pubblico sono una caratteristica rara e propria solo di alcuni artisti. Ebbene, quando ho conosciuto la voce e la musica di Fujii Kaze, ho avuto gli stessi brividi che sentii con Nick Cave.

Fujii Kaze (secondo la dizione giapponese, in cui il cognome viene sempre prima), per la verità, non si è mai autodefinito con queste vesti sacerdotali, presentandosi anzi come un ragazzo venticinquenne piuttosto timido e gentile, illuminato perennemente da un sorriso educato e accompagnato spesso dalla sorella. Solo che, quando sale su un palco e indossa le vesti tradizionali di un antico Giappone con quelle sfumature rosse e bianche e inizia a muovere le mani quasi come una danza impercettibile, ipnotizza e coinvolge allo stesso momento, quasi ascendendo in un’altra dimensione. E si diverte, al tempo stesso, per l’energia e il calore con cui avvolge i suoi ospiti, quasi come se fossimo di fronte ad una lezione di un’antica arte marziale. Tutto questo si vede in modo così netto e chiaro in Love All Serve All – Stadium Live, concerto avvenuto ad ottobre 2022 al Panasonic Stadium Suita di Osaka, che ha attratto 70.000 spettatori e che, fortunatamente, Netflix ha deciso di inserire nel proprio catalogo da qualche tempo. Tra l’altro, ottimo mese per i concerti in Asia quell’ottobre 2022, dicono.

Ma, prima di parlare dell’esperienza sensoriale che si vive guardando sul palco Fujii Kaze, è necessario presentare quest’artista con qualche dettaglio sul suo debutto e sulla sua musica (e i link diretti ai suoi album su Spotify).

Il “samurai non ortodosso”, come viene definito in Giappone, è un musicista, cantante, cantautore, polistrumentista, che in patria ha avuto da subito la fama di genio musicale. Formatosi da bambino quasi da solo, ascoltando musica classica, jazz, pop ed enka (una forma tradizionale giapponese), Kaze ha imparato presto a suonare il piano, la chitarra, il sassofono, l’electrone (un organo elettrico elaborato dalla Yamaha sulla base dell’antica spinetta). Poi, ha iniziato caricando a 12 anni i suoi video e le sue composizioni su YouTube, realizzando in poco tempo oltre 30 milioni di visualizzazioni e diventando immediatamente un personaggio noto in rete. Tuttavia, ha rinunciato alla fama certa del piccolo prodigio per dedicarsi agli studi (diplomandosi al liceo e, poi, al conservatorio) e si è eclissato dalla rete fino a quando non è tornato con la potenza delle sue composizioni e della sua musica nel 2019, rilasciando due singoli digitali. Nel maggio 2020, in piena quarantena da COVID-19, è uscito il suo primo album studio, Help Ever Hurt Never, che è diventato immediatamente un caso in patria, facendogli guadagnare il primo posto della Billboard Japan Chart e facendolo diventare la prima persona di nazionalità giapponese a ottenere il titolo di Artist on the Rise più cliccato su YouTube. Fama cybernetica che viene aumentata quando Kaze, il 4 settembre 2021, decide di fare una diretta live gratuita del suo concerto al Nissan Stadium di Kanagawa sul suo canale YouTube (diretta seguita, in contemporanea, da 180.000 persone). Il 22 marzo 2022, esce il suo secondo album, Love All Serve All, che viene preannunciato, ancora una volta, con un Listening Party sul suo canale YouTube e che, ancora una volta, raggiunge il primo posto della Billboard Japan Chart.

Sono stati molti i generi a cui i critici hanno tentato di accostarlo, ma, principalmente, la musica di Fujii Kaze rimane ancora unica nel suo non-genere, una commistione di suoni occidentali e antiche reminiscenze orientali, graffiante come il rock, fresca come il pop, calda come il soul, malinconica come il blues e, al tempo stesso, travolgente come la dance, ma con una prosodia vocale quasi in metrica tipica dei tradizionali enka, ryūkōka, min’yō (con tanto di impiego di strumenti tradizionali come il shamisen) e del kayōkyoku popolare. Il tutto condito con una base fondamentale di jazz. Come direbbe Memoru Grace, è riuscito a rendere carezzevole e vellutata la marziale lingua giapponese. Ma, quindi, quale magia cela la musica di Fujii Kaze? Seguiamo passo passo il concerto per scoprirlo.

Nello stile del suo personaggio, Fujii Kaze entra in scena “apparendo”, quasi materializzandosi sul palco nella sua statica posizione da meditazione buddista, serio e riflessivo, con lo sguardo altrove, vestito con uno yukata bianco da samurai riadattato, mentre la musica va in crescendo, mischiando blues, swing e rock’n’roll: parte Nan-Nan, una delle hit più note e amate dell’artista giapponese, che viene seguita da quel mix di indie-rock e blues di Damn (con l’ingresso in scena di un folto gruppo di ballo, rigorosamente in yukata, come se dovessero esibirsi tutti con la katana). L’atmosfera iniziata in modo così acceso si placa improvvisamente quando sul palco arriva un musicista di hichiriki, uno strumento tradizionale giapponese molto simile al nostrano oboe, che introduce la techno di Hademo-Ne-Yo, il cui testo tratta la tematica del vegetarianesimo e della salvaguardia della natura, ripresa dalla successiva Garden, una ballata che è una vera e propria poesia alla natura. Il blues torna per mischiarsi con un più moderno J-Pop (molto simile al più noto K-Pop) nella successiva Yaba, per lasciare, poi, lo spazio alla performance solo acustica di Yasashisa, un inno alla gentilezza (“I got killed by kindness“, afferma e mi sembra una frase così personalmente applicabile), che la voce catalizzante di Fujii Kaze accompagna con la chitarra, conducendo da sola la musica e trasportando gli spettatori in un’atmosfera di pacatezza e di riflessione. Giusto in tempo per sconvolgerli e rimestarli con tre delle tracce più catalizzanti e ipnotiche dell’artista giapponese: Grace, Kaerou e Sayonara Baby (e qui Kaze ci stordisce con la sua gestualità, mentre la musica vaga dal dance, al jazz al rock, con un ritmo coinvolgente e con la sua domanda “What was the colour of happiness?” in testa). Poi, la band si riposa, Kaze no: mentre le luci si spengono, lascia il palco principale e va da solo al centro di un palco secondario, sospeso come un ponte sul pubblico, per sedersi saldo al suo pianoforte a coda e dedicarsi a virtuosismi musicali che già da soli valgono il recupero e che lasciano senza parole. Si tratta del suo interludio a piano, una delle sue parti preferite, che serve per far prendere fiato agli artisti che lo accompagnano e a dividere a metà il suo show. Sempre solo sul palco, inizia Lonely Rhapsody, una vera e propria rapsodia di musica classica sull’eguaglianza e il rispetto tra gli uomini (il suo adagio “Io e te siamo uguali” quasi sussurrato tra i tasti neri e bianchi rimane impresso), seguita da Soredewa (Bye for Now), altra melodia di sola voce e piano, forse una delle canzoni più belle in assoluto del suo repertorio, che si erge nella sua visione dall’alto dell’umanità con l’obiettivo di superare l’oscurità. Intanto, torna silenziosamente la band, prende posto e attacca a suonare un rock blues classico di Seishun-Sick, al termine del quale Fujii Kaze ci delizia di un altro interludio musicale con un assolo di sax. E, mentre lo spettatore si chiede dove vada a prendere l’energia quest’artista e quale strumento prenderà stavolta, la musica della band continua da sola, le luci e i veli colorati ci confondono, Kaze sparisce per riapparire con uno yukata rosso fuoco: è la volta del jazz della famosissima Shinunoga-E-Wa (I’d rather die), sicuramente, complice anche l’inaspettato successo virale su TikTok, la sua traccia più nota e cantata. Siamo nel momento più caldo e scatenato del concerto, in cui si inserisce giustamente Mo-Eh-Yo (Ignite), una ballata rock stile anni ’70, che viene seguita dalla dance di Kirari e di Matsuri (Festival), in cui suoni occidentali e techno si alternano a strumenti e caratteristiche tipiche della tradizione musicale giapponese, per cui è normale trovare un sintetizzatore accanto allo shamisen e al koto (due strumenti tradizionali a corde), una batteria accanto ad un taiko (il tamburo gigantesco che abbiamo visto in diversi anime/manga), ma anche una chitarra elettrica a fianco ad una crew di ballo funky e termini inglesi mischiati con quelli del dialetto di Okayama, la prefettura dove è nato Kaze. Nell’intenzione di Fujii Kaze, stiamo accendendo le lanterne di Obon o stiamo celebrando la notte di Tanabata (per cui vi rimando ai link degli articoli in cui abbiamo parlato di queste due feste tradizionali giapponesi per capire cosa avviene sul palco). I colori, la vivacità e i rumori festosi lasciano spazio, infine, al momento del commiato con Tabiji (Journey) e Fujii Kaze saluta il suo pubblico, ribadendo la reciproca eguaglianza e condivisione perché su questa terra “siamo tutti quanti in viaggio continuo“.

Tra giugno e luglio 2023, Fujii Kaze sarà impegnato per il Fujii Kaze and the piano Asia Tour 2023, un tour solo vocals e piano che lo porterà a Seoul, Bangkok, Jakarta, Kuala Lumpur, Taipei and Hong Kong. Nella speranza che, presto, le sue mete lo portino anche in Europa, concludo, lasciandovi con il trailer d’annuncio del suo tour di solo piano.

Ho volutamente disseminato questo articolo di numerosi link diretti alle canzoni e ai video musicali di Fujii Kaze, perché potete scegliere di leggere questo testo o, semplicemente, di ascoltarlo per avvicinarvi di più ad un artista che farà parlare ancora molto di sé con la sua musica. Buon ascolto e buon viaggio nella dimensione di un jazz che scavalca gli oceani!

P.S.: ogni album di Fujii Kaze è stato accompagnato da un album cover, che contiene tracce di altri artisti reinterpretate in chiave jazz con l’accompagnamento del piano (si tratta di Help Ever Hurt Cover e Love All Cover All, di cui vi lascio i link Spotify, e se volete recuperare una versione di Overprotected che Britney Spears non avrebbe mai cantato, vale la pena l’ascolto). Plus: ogni album di Fujii Kaze (sia quelli studio che quelli cover) contengono 11 tracce, mentre ogni concerto si ferma a 17 pezzi. Lascio a voi l’interpretazione.

Captain-in-Freckles

Flavors of Youth – Il sapore dei ricordi

Definirei questo anime un crescendo di emozioni. Nato come coproduzione tra lo studio di animazione cinese Haoliners Animation League e quello giapponese CoMix Wave Films (studio famoso per le produzioni delle opere di Makoto Shinkai), potete trovare questo film d’animazione direttamente tradotto e doppiato nel catalogo Netflix.

Il punto di forza di “Flavors of Youth” è la sceneggiatura, l’intreccio dei tre episodi che compongono il film, tutti ambientati in Cina e di una intensità emotiva tale che ripenserete alle storie anche a distanza di giorni. Tre storie brevi, all’ apparenza semplici, ma piene di significati e sensazioni anche legate al sapore di una pietanza, ad un sentimento, al ricordo e agli affetti, alla percezione del tempo che passa, in comune quel valore intimista e introspettivo a cui spesso il cinema d’Oriente ci ha abituati e che apprezziamo molto.

Alla regia dei tre episodi, tre registi differenti: Li Haoling, Yoshitaka Takeuchi (collaboratore dello stesso Makoto Shinkai) e Jiaoshou Yi Xiaoxing .

Il primo episodio dal titolo, “Gli spaghetti di Riso” ci presenta un giovane ragazzo di nome Xiao Ming che, trasferitosi a Pechino, rimpiange quei sapori tipici delle pietanze del suo paese natale, quegli spaghetti di riso con le verdure di stagione e le sensazioni trasmesse da quel piatto, la nostalgia di casa, sentimento dolce e nobile con il quale ancora si nutre cercando di ingannare la tristezza. Ora, invece, anche la sua lingua è diventata insensibile e non avverte il gusto di ciò che mangia da quando si è trasferito. Un viaggio nei ricordi attraverso la percezione dei sapori che non è altro che un ritorno a casa.

Il secondo episodio, dal titolo “Una piccola sfilata di moda”, ci regala una storia che ci farà riflettere molto. E’ la storia di due sorelle di Canton, rimaste orfane di genitori, Yi Lin, la maggiore, è una modella internazionale, Lulu, invece, è la minore, va ancora a scuola e ha una passione per il confezionamento dei vestiti. Entrambe vivono insieme e Yi Lin sa di essere l’unica fonte di mantenimento per la sorellina; la crisi avviene quando la sorella maggiore comprende che la sua carriera di modella è quasi sul finire perché nel frattempo il mondo della moda ricerca ragazze sempre più giovani e lei dovrà farsi i conti con il tempo che passa, con la responsabilità della sorella che frequenta ancora la scuola e con un mondo dove l’eterna giovinezza impone schemi rigidi e crudeli.

Personalmente questo secondo episodio mi ha commosso molto, il rapporto tra sorelle, la personalità di Yi Lin così diversa a casa rispetto a quello che mostra esternamente.

Il terzo episodio si intitola “Amore a Shanghai”, è decisamente la storia più romantica tra le tre e ci narra del sentimento d’amore tra Xiao Yu e Rimo.

Durante un trasloco il protagonista Rimo ritrova in uno scatolone una vecchia musicassetta dei tempi della scuola. Rimo e Xiao Yu, il suo primo amore, incidevano messaggi in questa cassetta, poi in qualche modo la vita li ha separati, adesso, però, Rimo capisce che in quella cassetta potrebbe esserci ancora un vecchio messaggio mai ascoltato, inciso dalla ragazza. Il tempo farà riemergere quei sentimenti rimasti sepolti dalla quotidianità e, attraverso il ricordo, farà riaffiorare delle emozioni, segnali esistenziali che ognuno di noi avverte in alcuni periodi della vita.

I tre episodi condividono la tematica della giovinezza vista e rappresentata in modo differente. Nel primo episodio il sapore degli spaghetti di riso regala un ricordo dell’infanzia quando tutto era più semplice, impreziosito dalla dolce presenza della nonna. Nel secondo episodio la giovinezza è vista in modo conflittuale perché si pone quasi come unica via di accesso ad un mondo dove si possa contare realmente, ma, poiché la giovinezza dura poco, è facile venire estromessi e dimenticati. La giovinezza fino a quanto è un valore aggiunto? Nel terzo episodio, invece, i ricordi di scuola rappresentano la giovinezza di due ragazzi e l’immancabile sospiro che se solo si potesse tornare indietro ci si comporterebbe diversamente. Da più giovani siamo più avventati e facciamo scelte di cui ci potremmo pentire, ma se si potesse rivivere quell’ attimo, nel ricordo, e poter cambiare qualcosa?

Un film d’animazione che non deluderà assolutamente, la brevità delle storie faciliteranno la visione, ma vi riempiranno di emozioni come il sapore di una antica ricetta.

Memoru Grace

Tale of the Nine-Tailed: Discesa agli Inferi e Ritorno

Può un uomo acquisire maggior fascino mentre, contuso e ferito, gronda sangue purpureo da una pelle diafana e luminosa? Lee Dong-Wook decisamente può!

Se non mi credete, avrete uno dei tanti buoni motivi per iniziare la visione di “Tale of the Nine Tailed“, il drama che lo vede assoluto e indimenticabile protagonista. 

Questa serie (16 episodi disponibili su Viki) ha tutte le carte in regola per soddisfare gli amanti del genere fantasy, ma in realtà è molto di più: mitologia, leggende e amori impossibili tra umani e esseri sovrannaturali si intrecciano in una storia ricca di colpi di scena che difficilmente vi annoierà, e dove non mancherà anche un tocco di leggerezza e po’ di sano divertimento.

LEE DONG-WOOK (Goblin, Scent of a Woman, Bad and Crazy) interpreta Lee Yeon, un GUMIHO (creatura leggendaria della mitologia orientale meglio conosciuta come “Volpe a Nove Code”) che oltre ad essere una divinità molto potente, un tempo era anche il Guardiano del Monte Baekdudaegan.

Tuttavia, dopo aver conosciuto e perso in maniera tragica il suo vero amore – un’umana comune – decide di lasciare il suo ruolo per cercare la donna che ama e che prima o poi si reincarnerà. 

Durante i seicento anni passati in questa costante ricerca, e dovendo pagare il prezzo di questa sua decisione, si mette al servizio dell’Ufficio Immigrazione dell’Aldilà di Taluipa, uccidendo per suo conto tutti gli esseri sovrannaturali che agiscono per il male e che albergano sulla terra.

E così arriviamo ai giorni nostri, dove incontriamo la protagonista femminile Nam Ji Ah (interpretata da JO BO-AH), una tenace produttrice televisiva determinata a dimostrare al mondo come i mostri che si annidano nei miti urbani e nelle antiche leggende siano, di fatto, reali.
Dotata di nervi d’acciaio, Ji Ah è alla costante ricerca di argomenti insoliti (e a volte molto pericolosi) da poter mostrare nel suo programma ed è proprio durante una di queste sue “battute di caccia” che si imbatte nell’irresistibilmente affascinante e incredibilmente intelligente Lee Yeon.
Convinta che in lui ci sia molto di più di quel che appare, farà di tutto per scoprire la verità.
Anche se il legame fra il nostro Gumiho e la produttrice televisiva è facilmente intuibile, mi fermo qui per non spoilerarvi altri dettagli di una serie che va vista ed assaporata in ogni suo aspetto.

Come si è intuito prima, Lee Dong Wook interpreta magnificamente un main lead intelligente e generoso, votato al sacrificio in nome dell’amore e che non perde mai la battuta neanche quando viene ferito e tradito. Un mix irresistibile di dolcezza e risolutezza che lo rendono davvero UNICO!

Tuttavia è bene chiarire fin da subito come “Tale” non sia un drama esente da difetti: la devastante presenza scenica del nostro Gumiho così carismatico e passionale, è la punta di diamante ma allo stesso tempo quella “spina nel fianco” che ne mette in evidenza alcuni limiti, soprattutto nei confronti della protagonista femminile.
Jo Bo-ah – che abbiamo molto apprezzato in altri ruoli (su tutti “Military Prosecutor Doberman“) – ci regala un’interpretazione che in alcuni momenti è apparsa un po’ spenta e priva di pathos, soprattutto nelle scene in cui recita da sola. Sicuramente per il suo personaggio era stato previsto un certo “sangue freddo”, ma questa compostezza rimane un po’ troppo nell’aria.
E’ chiaro che il confronto con un tale male lead sarebbe stato difficile per qualunque attrice, ma sulla costruzione di questo ruolo forse si poteva fare qualcosa di più. 

Dove però TALE si distingue, lo fa raggiungendo livelli qualitativi altissimi:

– La serie  è curata in ogni minimo dettaglio, a partire dalle ambientazioni e dalle splendide scenografie, con un girato luminosissimo e a tratti sfolgorante, che mette in risalto in particolare il COLORE ROSSO degli ombrelli, del sangue e delle ferite e il ROSA che ritroviamo nelle stoffe di sontuosi abiti d’epoca, sulle labbra della protagonista e nei bellissimi fiori che incorniciano la scena.
Una ricostruzione minuziosa degli ambienti che lascia davvero senza parole.

– Il cast è di assoluto livello e i personaggi secondari sono ben caratterizzati. Spicca su tutti KIM BUM (Boys Over Flowers) che interpreta Lee Rang, fratellastro del protagonista (e legato a lui da un rapporto di amore e odio), metà Volpe e metà Uomo, sempre in lotta con se stesso e con i propri scheletri.
Si sono fatti molto apprezzare anche HWANG HEE nel ruolo di un veterinario che può comunicare con gli animali, fedele servitore e amico di Lee Yeon  e AHN GIL-KANG (attore notissimo per i numerosi ruoli di supporto) in quello del Guardiano del Fiume Semdo.

– Lee Dong-Wook è indubbianente il protagonista indiscusso di una serie che gli calza a pennello come un abito fatto su misura; e finalmente in un ruolo che mette in mostra le innumerevoli doti di questo attore, valorizzandone anche la particolare bellezza e la naturale raffinata comicità (che tanto ci ha ricordato un certo Jonnhy Deep – cit. di Captain-in-Freckles).
Il suo Gumiho è intelligente e generoso, caratteristiche che lo rendono un leader assertivo, con un irresistibile mix di dolcezza e risolutezza; ma sa essere anche implacabile quando svolge il ruolo di cacciatore o deve difendere chi ama.
Questo affascinante dualismo è reso perfettamente dal suo OMBRELLO ROSSO.
Il rosso non a caso è un colore molto potente nella cultura coreana, che ha la funzione di allontanare gli spiriti maligni.
Il Gumiho non lo utilzza solo per riparare la sua amata dalla pioggia  (e come emblema di quel romanticismo a cui molti drama ci hanno abituati), ma anche come un’arma letale con cui combatte i propri nemici e gli spiriti avversi.

– I costumi, soprattutto gli Hanbok d’epoca, sono splendidi e rifiniti in ogni dettaglio. Non potrete che ammirarli indossati dal protagonista maschile, perché gli donano tanto quanto i completi stirati di tutto punto che utilizza nelle scene contemporanee e con cui combatte rimanendo elegantemente impeccabile (un dettaglio che mi ha strappato tutte le volte un sorriso!).

– E prima di concludere non si può non segnalare la particolare opening in stile cartoon – che ho trovato davvero notevole –  a cui fa seguito una delle OST più belle mai sentite finora (cliccate sul link)!
Prima su tutte la magnifica ballad “I’ll be There” di Shownu dei Monsta X (citati anche in una scena con la loro “Newton” e che grazie a questo drama ho iniziato davvero a apprezzare), per proseguire con l’altrettanto splendida “Blue Moon” di Kim Jong Wan (Nell), a cui si aggiungono “Moonchild Ballad” di Lyn e “The Fox’s Wedding Day“.

Anche se questo accostamento potrebbe far inorridire qualcuno, non posso salutarvi senza ribadire che se, come me, amate Il Signore degli Anelli, la Mitologia Greca, Harry Potter e Indiana Jones, allora “Tale of The Nine Tailed” sarà un drama perfetto anche per voi!

Claudia (Fatina Blu di Attraversamento Fatine)