“La sera del 21 settembre 1945 io morii”.
Il fantasma di un ragazzo si stacca da uno sfondo cupo, quasi grigiastro, e si avvicina per venire incontro allo spettatore, come se volesse uscire fuori dallo schermo della finzione scenica per sottolineare il suo doloroso epilogo e narrare la sua storia. Prende per mano una bambina, che ha raccattato per terra una vecchia scatola di latta di caramelle e guarda con malinconia il suo corpo macilento, che giace cadavere nell’atrio della stazione di Kobe.
La fotografia diventa rossa come il fuoco di un tramonto, quando il cielo è sereno, o come lo scoppio di una bomba, che piove impietosa sui piccoli umani. Due bambini salgono sul treno e guardano fisso davanti a loro con occhi vaghi e tristi. Il treno si muove, le ombre si disegnano sui volti dei due bambini, la loro espressione non muta, non c’è alcuna novità nel viaggio in treno che stanno per compiere, non c’è lietezza. Inizia una musica dolce e fatata, quasi da carillon, che accompagna lentamente l’incedere dei bambini come in un film neorealista.
Kobe, 5 giugno 1945. Il Giappone è ancora in guerra con gli Stati Uniti e non accenna alla resa. Le bombe esplodono sopra i cieli nipponici. Durante un attacco aereo, il quattordicenne Seita carica la sorellina di quattro anni Setsuko e riesce a trovare riparo in un rifugio antiaereo e a salvarsi. Il bombardamento, però, è impietoso e, pur risparmiando i due fratellini e una parte della popolazione che è riuscita ad arrivare in tempo ai rifugi, conta tra le vittime la madre. La donna, gravemente ustionata, viene ricoverata all’ospedale di Kobe, ma non ci sono abbastanza medicinali, né soccorsi per prestare aiuto a tutti i feriti e spira dopo qualche giorno. Seita e Setsuko vengono ospitati dalla zia e da suo marito, mentre Seita tenta di nascondere la verità sulla morte della madre alla sorellina. La convivenza con i parenti, però, si rivela presto asfissiante per i due fratellini: mentre la zia all’esterno si vanta della sua fedeltà alla causa imperiale giapponese e della bontà con cui ha accolto in casa i due orfani, verso i bambini inizia a mostrare segni di mal sopportazione, che vanno da semplici ammonimenti, alla rivelazione sulla morte della madre, alla costrizione a vendere le vesti della defunta per acquistare riso per la famiglia, fino a ritagliare sempre di più lo spazio vitale dei due bambini, che si sentono ospiti non voluti. Seita trova una grotta abbandonata ai margini del villaggio, una sorta di rifugio, che può tenere riparati lui e la sorella sia dalle bombe della guerra che dalla cattiveria degli esseri umani. Decide, quindi, di trasferirsi con Setsuko, presentandole la bellezza di questa nuova avventura, quasi un gioco, in cui possono costruire insieme una casa tutta per loro, dandole un’apparenza di normalità e di felicità, come se la vita continuasse tranquillamente e loro fossero solo in attesa del ritorno dei genitori per vivere di nuovo tutti insieme. Setsuko scopre la campagna, il rumore del mare e del vento sui fili d’erba, gli spazi aperti dove correre liberamente, l’immoto clima estivo che perdura l’attesa e le notti illuminate da mille piccole lucciole, creature meravigliose e quasi magiche, destinate, però, ad una vita breve come la stagione estiva. “Non è giusto. Perché le lucciole muoiono così presto?“, lamenta la bambina con il fratello, mentre tenta di catturare quelle effimere stelle che volano nell’aria notturna.
Volano come lucciole nella notte anche gli aerei kamikaze giapponesi con i loro radiofari rossi e blu, pronti a varcare l’Occidente per non fare più ritorno, verso quel paese dalle nevi argentate che stava per entrare in rotta di collisione con il proprio mondo. Chissà chi ha preso questa decisione, pensa Seita. E per quale motivo questa decisione doveva coinvolgere anche la sua famiglia, la sua sicurezza, la sua tranquillità, la sua sopravvivenza. Il tempo passa, il caldo si fa opprimente, i bombardamenti continuano e straziano il Giappone, mentre Seita e Setsuko finiscono lentamente tutte le provviste di cibo che hanno ricavato vendendo gli ultimi oggetti lasciati loro dalla zia. Mentre Setsuko inizia a stare male, Seita cerca in tutti i modi di sopravvivere, elemosinando la carità dei suoi concittadini, ma senza successo, perché i tempi sono arcigni e nessuno vuole rinunciare alle proprie riserve per venire incontro a bambini destinati a morire: la popolazione li condanna come un rifiuto della guerra, il residuo di una colpa storica e di un dolore, che si sta già preparando a cancellare. Tutti ragionano per assicurarsi un prossimo futuro dopo una sconfitta certa e Seita e Setsuko vengono abbandonati all’indifferenza e all’inedia. Setsuko muore di denutrizione, stringendo delle biglie in mano, che crede caramelle. Seita vede la fine della guerra e la resa del Giappone, apprende dell’affondamento dell’incrociatore dove si trova il padre, raccoglie il testimone di quella scatola di latta per caramelle e delle biglie colorate e si appresta a guardare un nuovo Giappone, che è deciso a dimenticare il passato e a ripartire, sordo al dolore dei suoi abitanti, come lo era stato prima di iniziare una guerra distruttiva. Il corpo di Seita di lascia morire in un luogo emblema della nuova frenetica corsa della società, la stazione di Kobe, ma la sua anima si stacca e incontra la sorella e lo spettatore a cui ha raccontato la sua storia, ferma nello spazio infinitesimale di una danza notturna delle lucciole sui campi d’estate, minuscolo ed impercettibile, eppure decorato di luce e di speranza in quell’unico momento di felicità delle loro brevi vite, durate quanto l’ultima estate di guerra del Giappone. Un flauto suona malinconico da solo nella notte, seguito dai tasti di un pianoforte. Ci congediamo.
L’amara e triste realtà della tragedia bellica è la vera protagonista del film “Una tomba per le lucciole” (火垂るの墓 Hotaru no haka), capolavoro d’animazione marcato Studio Ghibli e diretto dal compianto Isao Takahata (autore del più recente “La storia della Principessa Splendente” e della famosissima serie “Heidi“), basato sul racconto semi-autobiografico dello scrittore e politico giapponese Akiyuki Nosaka. La guerra, però, non è solo il male immediato, che porta a morti e distruzioni contemporanee, ma è la degenerazione della virtù umana. A differenza di un’altra grande pellicola sulla guerra, “Si alza il vento“, il film non ha l’obiettivo di mostrare come l’essere umano possa usare in modo sbagliato la tecnologia per farsi del male, né vuole narrare il periodo storico e l’ingresso giapponese in guerra per ricavarne un messaggio di pace, ma preferisce concentrarsi su una piccola e denigrata vicenda umana, in un’immagine da fine guerra, che reca con sé tutti i dolorosi postumi e le brutture del conflitto, senza mai scendere nel dettaglio. I due fratellini protagonisti non muoiono sotto le bombe, ma per mancanza di cibo e di cure, per indifferenza da parte di altre persone che hanno sofferto, ma che negano la sofferenza vissuta per cercare di andare avanti. Il dolore fa paura e, come tale, viene relegato in un angolo oscuro e sporco, cristallizzato come una macchia infamante su chi è stato preso come simbolo del dolore, perché non ha saputo o non ha voluto reagire alle circostanze fatali del destino, quasi un capro espiatorio che può liberare gli altri. I bambini protagonisti sono simbolo di un passato e di una sconfitta che il Giappone – ma questa logica potrebbe essere applicata a qualsiasi Stato – vuole rinnegare e che, come tale, rimane sempre impercettibile nelle coscienze individuali, pronto a sfociare nel momento meno opportuno: è la disumanità e la follia che ha portato (e che porta continuamente) alle guerre, quando “tutto il popolo impazzisce” (per prendere in prestito le parole di Tom Conti nel film “Furyo – Merry Christmas, Mr. Lawrence“) e sedimenta gli odi ancestrali in uno scoppio cieco e privo di morale. Quando Seita muore davanti agli occhi di tutti i passanti nella stazione di Kobe, la gente, funestata dalla sua visione, esclama: “Che spettacolo vergognoso! Stanno per arrivare gli americani e si fa trovare così, in modo indecoroso?“. Questa è la visione straziante e lucida che pone di diritto questo film tra i capolavori neorealisti sulla guerra da recuperare, accanto ad un film come “Roma Città Aperta” di Roberto Rossellini, capace di travolgere per l’intensità delle scene, anche non parlate e accompagnate solo dalla musica, e chiudere lo spettatore nella morsa del dolore, innegabile e sconvolgente, pronto a scavare nel profondo dell’animo.
La pellicola, che uscì nelle sale cinematografiche nel 1988 (quasi in contemporanea con “Il mio vicino Totoro” di Hayao Miyazaki), pur non facendo alcun riferimento aperto allo sgancio delle bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, mostra in modo molto chiaro gli ultimi mesi di guerra che si abbatterono sul Giappone prima della resa (e dell’atomica), costituiti non solo da bombardamenti feroci e impietosi, ma anche dall’utilizzo non di bombe esplosive, ma di bombe incendiarie, armi oggi vietate dalle convenzioni internazionali e quasi “testate” all’epoca nell’ultima fase bellica (il 75% dei carichi dei B-29 americani era costituito da bombe incendiarie, con attacchi che arrivavano a produrre più di 100.000 vittime in una sola notte di bombardamento, come accadde a Tokyo tra il 9 e il 10 marzo 1945). La scena dell’attacco alla città di Kobe nella notte del 5 giugno 1945, che produsse oltre 11.000 morti e numerosissimi feriti, è costruita con una meticolosità e una chiarezza storica impressionanti. La crudezza delle scene e delle verità narrate, raramente rappresentate in un film sulla Seconda Guerra Mondiale (solo Clint Eastwood nel film “Lettere da Iwo Jima” mostrerà con coraggio la potenza distruttiva delle bombe incendiarie americane) e che potevano compromettere l’immagine virtuosa degli Stati Uniti, resero difficile e controversa la distribuzione di questo film. A questo si aggiunga che il messaggio asciutto eppure così intenso e nitido di Isao Takahata è una chiara critica nei confronti della politica giapponese, passata e presente, della costruzione del mito imperiale a scapito dei più deboli, dell’etica della dimenticanza, la logica più sbagliata per non apprendere dai propri errori, persino della narrazione della sconfitta, tipica giapponese, che, comunque, ammanta di eroismo alcuni avvenimenti, cancellando l’umanità, e, infine, dell’indifferenza persistente della società in qualsiasi periodo storico, pronta a sacrificare sull’altare le vite di chi reputa inutili e insignificanti. Non proprio un messaggio facile da digerire per i contemporanei (e non solo), che, in qualche modo, ha reso complicata e quasi proibitiva la visione di questa pellicola, tanto da farla definire come il “capolavoro dimenticato”.
Tra l’altro, l’opera è nota anche per una piccola controversia relativa ai diritti d’autore e alla distribuzione sui canali streaming. Infatti, secondo una legge sul diritto d’autore giapponese (legge peraltro abrogata negli anni ’90), i diritti d’autore di un’opera ispirata a un’altra opera devono appartenere automaticamente a chi possiede già i diritti d’autore della prima opera. In questo caso, i diritti d’autore del film, che si ispira al racconto omonimo di Nosaka e che è stato prodotto nel 1988, appartengono alla società Shinchosha Co., la stessa che possiede i diritti d’autore delle opere letterarie di Nosaka, e non allo Studio Ghibli. Ciò ha implicato che qualsiasi diffusione e distribuzione dovesse seguire le direttive della società che amministrava il patrimonio letterario di Nosaka e che, ad esempio, ha stretto un accordo con la Yamato Video per la distribuzione in VHS e DVD, ma non con la Lucky Red per l’uscita al cinema e, soprattutto, non con Netflix per lo streaming. Ad oggi, “Una tomba per le lucciole” è uno dei pochi film Ghibli (insieme a “Lupin e il Conte di Cagliostro“) esclusi dai cataloghi Netflix e di altri servizi streaming. Poco male, perché per chiunque volesse guardare la pellicola, è disponibile gratis su YouTube sia in versione originale che in versione doppiata in italiano. Il libro, invece, è stato tradotto da qualche anno in italiano ed è disponibile in tutte le librerie.
Per la verità, quella definizione di “capolavoro dimenticato” è un’espressione errata, visto che “Una tomba per le lucciole” ha avuto un successo tutto suo nel tempo e, ad oggi, è valutata dalla critica come una delle pellicole migliori sulla Seconda Guerra Mondiale e uno dei film più belli di tutti i tempi da preservare. Nel 2015, in versione restaurata, ridoppiata e revisionata, il film è tornato nelle sale cinematografiche, stavolta con la distribuzione che all’epoca gli fu negata. Ho fatto la sua conoscenza così anch’io, quasi senza conoscere per davvero la trama e, soprattutto, ignorando l’emozione che ne suscitava. Sono uscita dal cinema in punta dei piedi e quasi in religioso silenzio, chiedendo congedo per sempre ai due fratellini e al loro sogno di lucciole danzanti, mentre le lacrime continuavano a rigarmi il viso (un po’ come adesso, che sto scrivendo questa recensione).
Chiedo congedo anche a voi, ringraziandovi per la lettura, e spero di aver trasmesso un po’ dell’emozione che ho provato quando ho visto questo film per la prima volta (e che provo, ogni qual volta mi cimento con la visione).
Laura
Come suona la recensione?