“Coloro che hanno creato questo gioco… Sì, sono loro che dovremmo combattere qui”.
Se siete qui, non solo siete sopravvissuti a tutti gli episodi della prima stagione di Squid Game e a tutti i giochi malefici a cui sono stati sottoposti i 456 giocatori, ma avete atteso più o meno pazientemente e spasmodicamente la seconda stagione (e, se avete atteso tre anni pieni con ansia come chi sta scrivendo, avete la più profonda stima e ammirazione). Se siete qui, soprattutto, è perché non vi siete limitati al fenomeno cult di costume, fatto di musiche per Tik Tok, gagdet di ogni tipo e costumi da cosplay alle fiere del fumetto (perché sì, talvolta servono anche quelli, ma solo se integrati dal buon senso), ma siete andati oltre, al di là della vittoria di Gi-hun aka giocatore 456 durante il gioco, al di là del sangue e delle lacrime versato sul campo di un parchetto per bambini e, forse, avete riposto ancora quel po’ di fiducia per l’umanità.
ATTENZIONE! La recensione contiene spoiler della prima stagione (ma non della seconda).
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“Ti fidi ancora delle persone? Anche dopo tutto quello che hai vissuto?”.
Eravamo rimasti qui, in quell’impasse bloccato in una scommessa allo scoccare della mezzanotte tra Oh Il-nam, rivelatosi l’ideatore e il creatore degli Squid Game e Seung Gi-hun, vincitore unico dell’edizione 2021 con il numero 456. Gi-hun (Lee Jung-jae) ha vissuto l’inferno, ha perduto se stesso e ha messo in discussione qualsiasi fatto relativo all’umanità, eppure non ha ancora perso la fiducia per il prossimo e quella sicurezza che il mondo non è malvagio e che, alla fine, ci si può aiutare se facciamo vincere l’umanità, anche di fronte alle provocazione di un Oh Il-nam morente, che crede di averlo convertito alla propria logica nichilista nei confronti del genere umano. I soccorsi sono arrivati in tempo a salvare il barbone osservato a distanza dai due, dando ragione al senso di umanità di Gi-hun e alla sua fiducia negli altri e fornendogli nuova linfa vitale, quella che lo fa sorgere come un’araba fenica e gli dà consapevolezza di sé (i capelli tinti rossi non sono un omaggio alla tuta delle guardie, come molti hanno ipotizzato e che, peraltro, è rosa – Pink Guards – né un richiamo al gioco del Ddakji e alla busta rossa scelta dal reclutatore, ma, nella cultura orientale, come usata in diversi esempi di anime e manga – così Slam Dunk -, rappresentano la rinascita, la presa di coscienza e la macchinazione per la vittoria).
La sua rincorsa verso un’altra vita, però, è frenata dall’apparizione casuale del Reclutatore in metropolitana e, quindi, dalla telefonata del Frontman, mentre Gi-hun è all’aeroporto di Incheon, pronto per partire per gli Stati Uniti. Come se stesse uscendo dall’Ade, gli viene intimato di non voltarsi indietro e di non tornare, anzi di andare via come unico modo per mettersi in salvo, perché, qualora cercasse i responsabili dello Squid Game, sarebbe immediatamente trovato ed eliminato da parte dell’organizzazione.
Ma forse Gi-hun non ha mai voluto prendere quell’aereo e, se ha finalmente ritirato i soldi della vincita dal suo conto corrente bancario, il vero motivo è quella fiducia che ha riposto sull’umanità contro la scommessa di Oh Il-nam e che lo ha portato ad una decisione fondamentale: quella di fermare il gioco a tutti i costi. Così, Gi-hun, rimosso il localizzatore collocato dagli organizzatori dello Squid Game dietro l’orecchio, inizia a vivere “alla macchia”, nascosto in un motel abbandonato (che, non a caso, si chiama Pink Motel) e ingaggia i suoi vecchi strozzini, che nella prima stagione lo avevano minacciato di espiantargli gli organi, trasformandoli in fedeli cani da caccia per stanare il Reclutatore (Gong Yoo), ovvero l’unico impiegato dello Squid Game ad essere mai venuto allo scoperto senza maschera e senza alcun travisamento. E, nonostante i racconti di Gi-hun possano sembrare inizialmente solo quelli di un miliardario fissato e un po’ paranoico, che i gangster assecondano solo per i soldi promessi, ben presto la presenza del Reclutatore, che in tutto e per tutto ricorda l’antagonista di “Old Boy“, e dei suoi umilianti giochi si rivela reale agli occhi di Mr. Kim (Kim Pub-lae) e di Choi Woo-seok (Jun Suk-ho) che iniziano a pedinarlo, scoprendo la sua natura malvagia, affetta di delirio d’onnipotenza e sprezzante nei confronti dell’umanità (la scena della lotteria offerta ai barboni al posto dei panini e della distruzione di questi ultimi come diretto effetto delle scelte scellerate dell’uomo povero, dove la povertà dipende da se stesso e dalla volontà di assoggettarsi ad un sistema capitalistico privo di cuore, è sicuramente una delle più sublimi e delle più agghiaccianti della stagione, un pezzo di recitazione di grande qualità da parte di Gong Yoo che mette davvero i brividi).
I due gangster, però, da cacciatori si trasformano in prede e cadono nelle mani del Reclutatore, che ne approfitta per riuscire a trovare Gi-hun e fargli visita, invitandolo al gioco della roulette russa (chiara citazione spesso usata a livello cinematografico, omaggio al cinema hard-boiled asiatico e forse un po’ anche a “Il cacciatore” di Michael Cimino, ma anche chiara metafora di quella che è la banalità del male, dove la vita umana è soggetta all’aleatorietà e alla vacuità del non-essere e dell’annullarsi).
“Vuoi sapere davvero come ho fatto a sopravvivere?”
Gi-hun, però, non è l’unico sulle tracce degli organizzatori dello Squid Game, perché nessuno può riuscire a distogliere l’agente Jun-ho (Wi Ha-joon) dal suo proposito, tutt’al più che adesso è ancora più motivato dalla certezza dell’esistenza in vita del fratello (che, disgraziatamente, coincide anche con il Frontman del gioco, ma o Jun-ho non vuole ammetterlo con se stesso, vivendo ancora quella fase della negazione che appartiene alla metabolizzazione di un dolore, così come di un lutto, o cerca di salvarne l’identità come estremo tentativo di salvarne l’anima). Jun-ho trova Gi-hun e quell’incontro fugace della prima stagione si trasforma ora in una reale alleanza, pronti per stanare il Frontman che gestisce il gioco e far saltare tutta l’organizzazione.
“Riportami lì dentro. Portami di nuovo nel gioco”.
Nella prima stagione, Gi-hun non aveva un piano né una strategia e, persino per affrontare ogni singolo gioco, non ha fatto altro che affidarsi alla sorte e al suo intuito, visto che non aveva mai pensato ad alcuna tattica. Eppure ha vinto tutto. Nella seconda stagione, Gi-hun parte con una strategia ben progettata, la innaffia con i soldi della sua vincita miliardaria, la incrementa con alleanze e solide presenze, senza dimenticare eventuali piani B per far fronte ad eventuali diversioni. Eppure si sveglia sull’isola segreta del gioco, con una tuta verde addossa, senza contatti all’esterno e il numero 456 cucito sulla schiena: è tornato all’interno dello Squid Game e il suo compito stavolta è quello di minarlo e fermarlo dall’interno, far saltare il banco, ma prendendo atto che chi lo ostacola non può essere solo il Frontman, le guardie e gli organizzatori, ma anche i giocatori stessi, quei poveri piccoli umani indebitati con la vita e col mondo, privi di speranze e anche di spirito di autoconservazione, disponibili a perdere la vita pur di ottenere soldi e per nulla disgustati a prendere soldi macchiati di sangue.
“Ho già giocato in questo gioco. Sono già stato qui”.
Non solo Gi-hun nel gioco, ma anche: Park Jung-Bae (Lee Seo-hwan), il numero 390, ex marine, vecchio amico di Gi-hun, compagno di bevute, di giochi d’azzardo e di scioperi in fabbrica, leale e coraggioso, fiducioso nella capacità di Gi-hun di interrompere il gioco, socievole e collante di gruppo; Lee Myung-Gi (Im Siwan), il numero 333, genio dei bitcoin e vittima delle sue stesse speculazioni finanziarie, difficilmente empatico, testardo, irascibile, intellettivamente superiore, in continua cerca di riscatto; Kim Jun-Hee (Jo Yu-ri), il numero 222, ex fidanzata di Myung-gi incinta, falsamente debole, tenace e costante, decisa a fare delle proprie fragilità i suoi punti di forza; Cho Hyun-Ju (Park Sung-hoon), il numero 120, ragazza in transizione, insicura del proprio aspetto e del giudizio degli altri, empatica, ferma e caritatevole, in grado di entrare immediatamente in connessione con gli altri e di proteggerli; Kang Dae-Ho (Kang Ha-neul), il numero 388, marine orgoglioso di esserlo, sociopatico, estroverso, in cerca di approvazione e di accettazione da parte dei superiori, soggetto a momenti di panico e di ansia; Kyung-Suk (Lee Jin-wook), il numero 246, padre disperato per la malattia della piccola figlia, generoso, altruista, privo di giudizio, tendente a riporre fiducia negli altri; Park Yong-sik (Yang Dong-geun), il numero 007, e Jang Geum-ja (Kang Ae-shim), il numero 149, figlio e madre, giocatore incallito e indebitato il primo, genitore premurosa e disponibile a tutto per aiutare il figlio la seconda, un connubio perfetto di amore filiale e genitoriale, ma anche un piccolo specchio di umanità mantenuta nella brutalità dei giochi; Thanos (TOP), il numero 230, ex rapper caduto in disgrazia, tossicodipendente esagitato, leader di gruppo, tendente a creare risse e legami tossici; Se-Mi ( Won Ji-an), il numero 380, giocatrice solitaria e introversa, sarcastica e indipendente, non incline a dinamiche di gruppo e a strategie, portata a proteggere i più deboli; Nam-Gyu (Roh Jae-won), il numero 124, ex vittima di truffa da bitcoin e amico fraterno di Thanos, falsamente gregario per nascondere una natura malvagia, infido e tendente a dinamiche di bullismo e prevaricazione; Min-Su (David Lee), il numero 125, giovane timoroso e in apparenza remissivo con problemi di socializzazione, intimamente portatore di risentimento; Im Jeong-Dae (Song Young-chang), il numero 100, ex uomo d’affari pieno di debiti importanti, austero, antipatico e diffidente, capace di seminare discordia in qualsiasi momento, ma anche di approfittarsi di buoni consigli; Kim Young-Mi (Kim Yu-mi), il numero 095, giovane ragazza remissiva e timorosa della propria debolezza, sicura negli affetti e nelle opinioni, grata e fiduciosa nei confronti dell’umanità…
Infine, anche il prospetto delle guardie rosa, fornita dal personaggio di Kang No-eul (Park Gyu-young), forse essi stessi giocatori in modo travisato e degenere, imbrigliati nella logica di aiutare al trapasso, soggetti deboli e disperati, illusi in un’idea incomprensibile ed estremizzata di falsa umanità e falsa uguaglianza, come coloro che vengono inquadrati nelle fila di un regime (un riferimento palese a sistemi autoritari e militarizzati presenti in tutto il mondo, ma anche ad aspirazioni dittatoriali più o meno latenti di diverse imposizioni normative).
E, poi, c’è Oh Young-Il (Lee Byung-hun), il numero 001, che fa la sua apparizione solo al momento della prima decisiva votazione dopo il primo gioco e che riesce ad inserirsi in qualsiasi dinamica, conquistando presto la fiducia di Gi-hun e delle persone a lui vicine e cercando di aiutarle nella realizzazione di qualsiasi loro progetto, anche se questo può riguardare la destabilizzazione del regime delle Pink Guards e di Frontman. Solo che il nome stesso di Oh Young-il non vuol dire altro che 001, in modo non molto dissimile alla coincidenza tra il nome di Oh Il-nam e il significato di “primo uomo” e, se l’esperienza e l’attenzione non giocano brutti scherzi, non bisogna mai fidarsi di chi porta sulla tuta il primo numero della seriazione.
“Allora, Gi-hun, adesso sei contento di aver fatto l’eroe?”.
Mentre il protagonista cerca di fornire la propria saggezza e la propria esperienza ai nuovi giocatori per salvare le loro vite e convincerli, al tempo stesso, che non vale la pena legare la propria esistenza ad una scommessa sulla morte, non tutto segue le sue intenzioni. Infatti, se la partenza ai giochi è simile a quella della prima stagione (con la bambola meccanica del Un, Due, Tre… Stella), le dinamiche che si dipanano davanti agli occhi dello spettatore sono totalmente differenti da quanto già visto a cominciare dal fatto che ai giocatori viene sempre data la possibilità di fermare il gioco tramite una votazione democratica al termine di ogni prova (al contrario, nella prima stagione, la possibilità è stata fornita, dietro insistenza dei giocatori stessi solo una volta, dopo la forte emozione provata con il primo gioco). In sostanza, se la maggior parte dei giocatori deciderà per lo stop dei giochi, tutti i superstiti saranno in grado di uscire con la propria quota della vincita, per quanto grande o piccola possa essere. E questa trappola della democrazia inizia a gestire i rapporti sociali e civili tra i giocatori, dividendoli e frazionandoli più volte in gruppi variabili, facendo cambiare le alleanze e le strategie, senza distinguere tra amici e nemici, e seminando discordia, in mezzo a discorsi politici e a proclami pubblici, a dissidi verbali, campagne di voto e vere e proprie risse. Se la prima stagione puntava il dito contro la società capitalistica e la sua costruzione degenere pronta a negare l’importanza della vita umana e ad influire sociologicamente in modo negativo, ora l’attenzione di Hwang Dong-hyuk, showrunner e creatore della serie, si focalizza sul malfunzionamento delle dinamiche politiche, sul dilemma del prigioniero causato dalla libertà del voto democratico, che diventa, però, una prigione delle decisioni di convenienza, dove non si agisce più sulla base del bene comune, spalmato e condiviso nella società, ma unicamente sul benessere individuale, derivante dall’interesse di uno o più persone che possono trarre un vantaggio anche solo momentaneo dai fatti. Si tratta di una democrazia che degenera facilmente nell’oclocrazia, nel potere delle folle disordinate e comandate da pensieri dominanti altrui, facilmente accecate dall’odio e non disposte alla solidarietà.
E’ una degenerazione che porta in sé tutti i tratti più negativi della società odierna, che ha negato l’esistenza dell’umanità stessa, ovvero quell’ingrediente invisibile nei brutali giochi di Squid Game, eppure onnipresente in ogni momento, nelle sue evoluzioni e involuzioni al tempo stesso, nella ricerca spasmodica e nella sua negazione. L’umanità, questa incredibile sconosciuta che collassa di fronte ad una falsa idea di eguaglianza e ad un esasperato profitto, eppure, al tempo stesso, l’unica che include in sé il concetto di speranza e che si volge al futuro.
E, a proposito di umanità e in attesa della terza e ultima stagione, che porrà termine a questo viaggio realistico nella società umana, vorrei concludere con le parole di Hwang Dong-hyuk durante un’intervista:
“The only thing we can depend on is each other and our humanity. That is our last hope”.
Laura
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