ATTACK ON TITAN – Levi’s Supremacy

Articolo assolutamente inutile per la rubrica anime, visto che non è una recensione su qualche nuovo anime in circolazione. Articolo assolutamente dovuto per il fanclub del Capitano Levi Ackerman (anche se Levi odia il suo cognome). Perché Levi è il personaggio secondario più protagonista (e più figo) che si è mai visto in un anime/manga e perché noi lo amiamo.

Da anime/manga di Attack on Titan, abbiamo imparato che il Capitano Levi, nonostante la sua bassa statura, è il “soldato più forte dell’umanità”, che da solo ha ucciso più di trenta giganti, che si è inventato un movimento rotatorio tutto suo per volare sul dispositivo di manovra tridimensionale, che usa le spade insieme al movimento rotatorio e, se è il caso, può essere letale anche con rampini, attrezzi vari trovati a caso, calci, pugni, etc… Di lui sappiamo anche che odia la mancanza di pulizia e gli spargimenti inutili di sangue, che pulisce ossessivamente le lame che quei dannati giganti amano sporcare di sangue, che sottopone tutti i suoi soldati a turni di pulizia estenuanti (con tanto di guanti e di mascherina) e ad orari di tè pomeridiano e di tisane notturne. Sappiamo che è astemio (spoiler: la sua virtù, in qualche modo, lo salverà), che sorride raramente (e solo a metà), che parla poco ed utilizzando un linguaggio poco forbito (recuperare il manga per vedere la quantità di parolacce e improperi pronunciati in modo così calmo da Levi), che non ama l’iperattività (anzi, sembra quasi spento di energie) e che, quando non veste la divisa militare, il suo abbigliamento è pulito ed elegante, con una cravatta jabot sul collo della camicia e una giacca nera appoggiata sulle spalle.

Ma dietro quest’apparenza apatica e poco empatica, però, Levi nasconde molto di più. Ed è probabilmente questo motivo che lo rende un personaggio così popolare e così amato da tutti i cultori di anime e manga. Dall’OAV dedicato a Levi (che, a questo punto, DOVETE RECUPERARE in tempi brevi) e da alcuni flashback dedicati a lui nel corso della terza stagione (momento topico dell’incontro/scontro con lo zio-nemico-tutore Kenny Ackerman), apprendiamo che Levi soffre. Anzi, veniamo a scoprire che, celata dalla sua facciata fredda e riservata, Levi probabilmente è uno dei personaggi che soffre di più. Dall’infanzia infelice, segnata dalla morte prematura della madre, dall’indigenza e dalla miseria di affetti, alla giovinezza nella Città Sotterranea vissuta nell’illegalità e nella delinquenza, fino al suo approdo nel Corpo di Ricerca, Isayama con pochi tratti riesce a creare un quadro psicologico così completo di un personaggio molto complesso da renderlo vicino al lettore/spettatore. Apprendiamo come il suo legame con Erwin non sia cieca devozione soldatesca, ma una vera stima per l’intelligenza e la personalità di un amico e compagno d’arme che lo ha salvato – anche moralmente – dal baratro in cui era caduto. Vediamo crescere di episodio in episodio la sua simpatia per Hanji, celata da continui motteggi e frasi di disapprovazione. Percepiamo il suo cuore che si spezza di fronte alla cattiva sorte dei suoi amici d’infanzia (ancora una volta: DOVETE RECUPERARE l’OAV) e soffriamo la sua stessa commozione quando riceve dal padre di Petra la sua lettera. Amiamo la sua umanità quando si rende conto che i giganti che ha dovuto uccidere in guerra sono altri esseri umani e si odia per ciò.

Infine, quando accenna un sorriso, mentre ascolta senza essere visto le chiacchiere tra Eren, Armin e Mikasa e la loro speranza di vedere il mare, notiamo in lui il sogno di una libertà sempre respinto, ma soprattutto la volontà di donare una speranza all’umanità. E, allora, probabilmente, se continuiamo ad amare Levi, nonostante le sue fisime, le sue idiosincrasie, la sua introversione, è proprio perché rappresenta la speranza stessa dell’umanità, quella componente che non cede nemmeno di fronte al pericolo, non tanto per coraggio, ma perché sa che, alla fine di tutte le sofferenze, ci sarà un mondo migliore e vuole vivere per avere la possibilità di vederlo e per lasciarlo in eredità agli altri. O, forse, ci piace anche per le sue fisse patologiche. Chissà…

Captain-in-Freckles

Amore in soffitta

Questa volta per la rubrica “Old but Gold” ci trasferiamo direttamente nei fantastici anni Sessanta con un telefilm di classe, “Amore in soffitta”, il cui titolo originale è “Love on a Rooftop”.

La serie andò in onda negli Stati Uniti tra il 1966 e il 1967 e fu prodotta dalla Screen Gems, la stessa casa di produzione di “Vita da Strega” e “Strega per Amore”, trasmessa sulla rete ABC. Purtroppo esiste solamente una stagione perché venne poi cancellata, ma se riuscite a recuperarla in rete ne vale la pena, sono in totale 30 episodi.

“Amore in soffitta” è ambientato nella San Francisco degli anni ’60 e, liberamente ispirato al film “A piedi nudi nel parco” con Jane Fonda e Robert Redford, presenta la storia e le vicissitudini di due giovani sposini, Dave e Julie Willis e il loro tentativo di sopravvivere con il solo salario da apprendista architetto di Dave.

Le giornate della giovane coppia sono caratterizzate da normalità, ma anche da scenette esilaranti come il rapporto con i vicini di casa o il contrasto con il ricco padre di Julie, che disapprova la condizione in cui vivono i ragazzi e si propone spesso di migliorare il loro tenore di vita, contrariamente al volere di Dave.

Il cast è ricco di attori, i due sposini sono interpretati da Judy Carne, nel ruolo di Julie, attrice inglese che era apparsa già in altre produzioni televisive (Bonanza, La grande vallata, Strega per amore) e Pete Duel, attore diventato famoso soprattutto per il ruolo da protagonista come il fuorilegge Hannibal Heyes nella serie televisiva “Alias ​​Smith and Jones”. Tra i secondari, due caratteristi d’eccezione, Edith Atwater, nel ruolo della madre di Julie ed Herb Voland , nel ruolo del padre, attore famoso per M*A*S*H .

Il tema musicale della serie è stato composto da Mundell Lowe, chitarrista jazz e compositore americano che diventerà ancora più noto per le musiche di “Starsky & Hutch”negli anni Settanta.

In Italia “Amore in soffitta” arrivò dieci anni dopo, nell’autunno del 1976: fu trasmesso dalla Rai, ma ebbe il merito di essere il primo telefilm a coprire la fascia oraria delle 19.20 in poi, il primo di un lungo elenco di serie televisive americane che coprirono quella fascia oraria negli anni a venire.

Memoru Grace

HACHIJU – HACHIYA 八十八夜 o le ottantotto notti

Hachiju – Hachiya letteralmente significa “ottantotto notti”, ma si tratta degli ottantotto giorni a partire dal primo giorno di primavera (Risshun), secondo il calendario giapponese e corrisponde al tempo oltre il quale non ci si aspettano più gelate. Nel calendario occidentale cade intorno ai primi giorni del mese di maggio.

Il termine ha la sua importanza nell’ambito agricolo, la semina e la raccolta del riso.  Il mese di maggio, infatti, originariamente, secondo il calendario lunare giapponese, veniva chiamato “Satsuki さつき” dove il termine aveva origine da “sa さ” che nell’antico giapponese significava “coltivare”, per cui il mese di maggio diventò il mese della coltivazione del riso.

Hachiju – Hachiya, però, si lega anche al culto del tè, la stagione del tè nuovo, il primo raccolto delle foglie di Camellia Sinensis. Un detto racconta che se bevi il tè raccolto l’ottantottesima notte non ti ammalerai.

Lo Shincha (nuovo tè) è infatti il nome dato al primissimo raccolto dell’anno e tradizionalmente è il tè più pregiato e ricercato. Durante l’anno esistono quattro raccolte di tè: Ichibancha (il primo tè) che si riferisce a tutta la prima stagione del raccolto, Nibancha (secondo tè) è il secondo raccolto, da giugno a fine luglio, Sanbancha (terzo tè), il cui raccolto si svolge ad agosto, mentre Yonbancha (quarto tè) è il quarto raccolto dell’anno fino ad ottobre, ma non in tutte le regioni del Giappone.

I tè più redditizi sono quelli del raccolto primaverile come ad esempio il Matcha, il Gyokuro e il Sencha.

In questo periodo dell’anno i dolci più richiesti sono proprio quelli al tè verde dove nel cuore del dolce troveremo la marmellata di fagioli rossi e sopra tanta polvere di tè.

Il numero 8 in giapponese è un numero fortunato, per cui l’88 diventa di buon auspicio. Esiste anche una canzoncina o gioco battimani per bambini che celebra l’ottantottesimo giorno, il titolo è “Chatsumi  ちゃつみ,” o “Raccolta del tè” e descrive i particolari della raccolta, le foglie che crescono nei campi e in montagna e i contadini che vestono corde o stringhe rosse strette alle maniche del kimono e copricapo tradizionali.

Memoru Grace

ATTACK ON TITAN – recensione con spoiler

Attenzione! Contiene spoiler. Se non avete visto la quarta stagione e non avete letto il manga fino all’ultimo capitolo, non andate avanti.

(Continua dalla recensione senza spoiler)

Eren, nella cantina del padre, recupera non solo i propri ricordi traumatici, ma anche quelli di tutto il suo popolo ed inizia ad entrare in connessione con la progenitrice Ymir, che comunica con lui nella dimensione ultraterrena della “coordinata”. In quel momento, qualcosa in lui si frantuma e si perde per sempre: i suoi accessi di rabbia un po’ spavalda (che ci rendeva vicine le sue vicissitudini) si trasformano in una fredda e cupa collera, il suo sguardo si spegne e il suo sorriso si intristisce. Isayama rende questo passaggio in modo abile e impercettibile attraverso due espedienti narrativi che interrompono la continuità della storia. Anzitutto, fa un salto temporale di quattro anni che spiazza lo spettatore/lettore abituato al ritmo serrato delle prime tre stagioni, salvo riprendere il tempo perduto con un lunghissimo flashback centrale. In secondo luogo, Isayama fa un salto spaziale, trasferendo lo scenario da Paradis a Marley, la patria dei nemici giurati degli Eldiani, proprio coloro che li rinchiudono in ghetti e li usano come armi umane.

In questo cambiamento spazio-temporale, viene presentato il nuovo Eren, l’usurpatore e genocida di Marley e il martire salvatore di Eldia, con un oscillare di emozioni e uno scorrere di eventi che lasciano lo spettatore/lettore senza fiato. Il nuovo Eren passa in poco tempo da protagonista ad antagonista, per, poi, diventare una figura eroica in grado di eliminare la maledizione degli Eldiani, caricandosi di tutto il Male che li affligge. Nel drammatico finale, appare un Eren trasfigurato, non più umano (di lui esistono ormai solo una testa e una colonna vertebrale attaccate a un enorme e mostruoso gigante), eppure mai così vicino all’umanità, incastrato, suo malgrado, in un lungo sogno che l’ha condizionato sin dall’infanzia per farlo sacrificare per il suo popolo, ma anche per i suoi affetti più cari, l’amicizia per i suoi compagni, su tutti Armin, e l’amore per Mikasa. Sì, perché, dopo 139 capitoli di attesa e dopo aver perso ormai ogni speranza nella concretizzazione della storia tra Eren e Mikasa, finalmente Isayama rende giustizia ad un legame così profondo da diventare quasi di difficile comprensione per lo spettatore. Mikasa non è sottomessa alla sua infatuazione adolescenziale per Eren, né prigioniera di un eterno senso di riconoscenza. Mikasa è l’unica persona capace di comprendere che cosa voglia dire amare incondizionatamente, come rivela la fondatrice Ymir, e, quindi, è l’unica in grado di offrire il proprio amore per salvare l’umanità. E, in tutta la parabola di Eren, Mikasa è stata il vero faro centrale ad imporsi in modo costante nella mente di Eren, la sua vera valvola di salvaguardia, anche quando il loro rapporto sembrava appannato e quasi raffreddato.

E qui Captain-in-Freckles piange copiosamente, momento di profonda commozione che può essere battuto solo dal commiato finale da Armin, a cui Eren ha fatto visita grazie alla sua capacità di spostarsi nel tempo per confidare le sue paure e le sue angosce, ma anche le sue speranze. Perché le guerre purtroppo non finiranno mai, ma il sacrificio del suo amore darà un nuovo inizio per tutto il suo popolo, la riconquista di una nuova libertà.  

Captain-in-Freckles

ATTACK ON TITAN – recensione senza spoiler

L’Attacco dei Giganti è uno degli anime/manga più belli degli ultimi anni, destinato a lasciare un’impronta indelebile. Raramente ci si trova di fronte ad un prodotto così interessante, completo ed emozionante: anime e manga riescono a mantenere una tensione altissima dal primo all’ultimo episodio, senza mai scoprire le carte fino alla fine, ma senza nemmeno perdere mai la connessione logica della storia.

Attingendo a diversi miti e leggende (il gigante di ghiaccio Ymir della mitologia norrena o il mostruoso Golem creato dalla tradizione favolistica yddish), l’autore, Isayama, ha intessuto gli avvenimenti della gente di Eldia, popolo eletto perché contiene in sé una scintilla divina, eppure maledetto per la sua innata capacità di trasmutarsi in giganti e, quindi, deriso e perseguitato dai popoli confinanti. La gente di Eldia, un tempo grande e propensa alla conquista, all’inizio della narrazione si trova condannata all’oblio, rinchiusa tra tre mura e convinta della menzogna di essere gli unici umani sopravvissuti al catastrofico attacco dei giganti. Con questa falsa conoscenza, l’autore ci introduce nei primi episodi i tre veri liberatori di Eldia: Eren Yaeger, ragazzino litigioso e fortemente determinato a scoprire il mondo fuori dalle mura, e i suoi amici di infanzia, Mikasa Ackermann e Armin Arlert. La caduta della prima cinta muraria e l’avanzata dei giganti segna dolorosamente i tre protagonisti, costretti a fuggire nel distretto di Trost dove, col passare degli anni, si arruolano come cadetti dell’esercito. Da qui seguono una serie di eventi che portano i nostri a confrontarsi con la morte, il dolore, il pericolo, ma anche a ricercare se stessi, a rafforzare il legame e l’affetto reciproco, a maturare e a sacrificare le cose più preziose per il bene dell’umanità. A fare da contorno ai tre eroi, un folto gruppo di personaggi ben caratterizzati e approfonditi anche dal punto di vista psicologico: dai compagni-cadetti (Jean Kirschtein, Sasha Braus, Connie Springer, Reiner Braun, Annie Leonhardt, Berthold Hoover, Ymir, Historia Reiss), ai vertici del comando (Darius Zackly, Dot Pyxis), all’anima del Corpo di Ricerca (Erwin Smith, Hanji Zoe e il leggendario Levi Ackermann), ai personaggi più infidi (Zeke Yaeger) fino ad arrivare ai “battitori liberi” (Grisha Yaeger, Kenny Ackermann).

Se non avete mai visto o letto Attack on Titan e avete intenzione di vederlo e di non rovinarvi la sorpresa, non andate avanti.

Attack on Titan non è decisamente per animi deboli: non solo i giganti amano divorare gli esseri umani nei modi (e nei morsi) più impensabili – e, tra le vittime “illustri”, al primo episodio c’è anche la madre di Eren -, ma lo stesso protagonista “muore” apparentemente al quinto episodio, generando uno shock dal quale Isayama dà modo di riprendersi solo grazie alle altre angosce di cui dissemina la narrazione. Eren scivola giù nella gola e nell’esofago di un gigante e, in quel momento, scatta in lui “qualcosa” che lo trasforma in un gigante stesso, distruggendo, una per una, tutte le certezze che lo spettatore/lettore credeva di avere acquisito.

Non si tratta, però, dell’unica certezza che si frantuma perché Isayama costruisce storie che, poi, fa abilmente a pezzi per metterci di fronte all’amara e cruda realtà. Tutto è una finzione: le mura dell’isola di Paradis, che da falso paradiso diventa una prigione di non-conoscenza; il credo religioso e le istituzioni governative, deputate a controllare e a mantenere l’oblio nelle menti umane; i giganti stessi, che, nella realtà, sono Eldiani condannati e trasformati in modo da perdere la propria umanità. Non ci si può fidare di nulla e di nessuno, nemmeno dei propri compagni d’arme tra i quali si celano invisibili gli eterni nemici di Eldia. Per cui, per sopravvivere e arrivare alla conoscenza e alla comprensione, forse è necessario perdere la propria umanità, come accade ad Eren quando scopre la sua doppia natura, umana e gigantesca. Ed è sempre con Eren che lo spettatore/lettore cresce, cade e si rialza, soffre, muore e risorge come gigante. È sempre con Eren che si scende nella buia cantina del padre, una vera e propria discesa negli abissi dell’umanità e nella conoscenza universale per capire come un popolo unito è stato separato e marchiato dalla malvagità umana e per sciogliere dalla menzogna i propri simili.

Quando, al termine della terza stagione, Eren con i suoi compagni si imbatte in quel gigante malformato e con arti abbozzati e si rifiuta di ucciderlo (perché, come ammette con tristezza, è solo un compatriota che “è stato mandato in paradiso”), si comprende che la parte eroica e di ricerca della conoscenza si è conclusa e che è necessario usare quella nuova “disumanità”, conquistata controvoglia, per far fronte al male che affligge l’umanità.

Cosa ha reso questo anime/manga unico? Attack on Titan è la metafora del percorso umano, delle sue sofferenze, del marchio malefico che lo affligge come un peccato originale. Attack on Titan è anche la crescita di ogni personaggio dalle asperità giovanili (quando si vorrebbe affrontare il mondo da soli in perenne assetto di guerra) alla stabilità e alla chiarezza della maturità. Attack on Titan è, infine, la visuale di un popolo bistrattato, ma che si riunisce e si rigenera, cercando un suo spazio nel mondo. Si tratta di un anime/manga in cui politica e spiritualità si incrociano e si compenetrano insieme per dare un univoco messaggio di speranza e di rinascita.

Captain-in-Freckles

Country Comfort

Non so dirvi se è una questione di simpatia o solo perché ho un certo debole per la musica country, ma devo ammettere che questa serie fa trascorrere qualche ora di relax e di puro divertimento e io sono riuscita a vederla per intero in una serata.

La trama è semplice: Bailey, una promettente, ma sfortunata cantante country, si ritrova a fare da tata ai cinque figli del vedovo Beau. Anche senza esperienza, Bailey riuscirà a diventare una figura di riferimento per i cinque ragazzi che, in realtà, si riveleranno dotati musicalmente e che aiuteranno la stessa Bailey a far decollare la sua carriera artistica.

Questa serie tv, di produzione Netflix, trova tra i creatori Caryn Lucas, conosciuta come sceneggiatrice di “Miss Detective” e “Miss FBI – Infiltrata speciale”, entrambi i film con Sandra Bullock. La Lucas è specializzata in commedie con ruoli femminili di spicco.

La protagonista Bailey, invece, è interpretata da Katherine Mc Phee che è reamente una cantante e che anni fa aveva partecipato al programma “America Idol”; la Mc Phee riesce a regalare alla serie positività e ottimismo anche grazie alla sua abilità comica e al suo talento artistico e dona alla storia quel certo non so che di semplicità e particolarità nello stesso tempo.

Godibili gli spezzoni canori che accompagnano ogni episodio, i battibecchi familiari e la presenza di guest star, come ad esempio Le Ann Rimes che appare da vera stella della musica country, protagonista di una puntata.

Non vi svelo altro, vi invito, però, a recuperare questa serie che ricorda per alcuni aspetti “La tata”, sit-com cult degli anni Novanta, ma, a differenza del contesto patinato della grande metropoli di New York, dell’eleganza di Broadway e delle conoscenze altolocate della famiglia Sheffield, Country Comfort è ambientato in Texas tra il ranch di Beau e i pub dove si può ascoltare solo della buona musica country americana.

Grazia

La festa dei bambini in Giappone

Con la data del 5 maggio termina in Giappone la cosiddetta “Golden Week”, una settimana dove si avvicendano delle importanti festività nazionali, l’ultima, quella del 5 maggio, è dedicata ai bambini, Kodomo no hi (こどもの日).

In questa giornata si festeggiano i bambini augurando loro una vita felice e serena. E’ tradizione, infatti, nelle case mettere in vista un’armatura da samurai, simbolo della protezione dei bambini ed in più si appendono aquiloni a forma di carpe tutte colorate, fatte di cartapesta o di stoffa che si possono trovare, per l’occasione, anche come decorazione di centri commerciali e scuole.

Questi aquiloni sono chiamati koinobori e rappresentano delle carpe, simbolo di vitalità e forza: le carpe infatti, risalgono i fiumi controcorrente per raggiungere la zona dove hanno deposto le uova.

I koinobori sono sempre posizionati in serie e verticali e il loro colore ha dei significati particolari, la carpa nera rappresenta il padre, quella rossa la madre e pian piano tutti gli altri colori i figli, in ordine di anzianità.

In diversi anime, soprattutto degli anni ’70 e ’80, potete trovare rappresentate piccole scene quotidiane che testimoniano la giornata dei bambini, Kodomo no hi, con i classici koinobori che colorano il cielo, li ricordo ad esempio all’interno di un episodio di “Doraemon “.

A questa festività sono associati anche dei dolci, i tipici “kashiwa mochi”, dolci di riso farciti di anko, la confettura dolce di fagioli rossi azuki e avvolti in foglie di quercia (kashiwa), altro simbolo di fermezza e compostezza e i “chimaki”, pasta di riso dolce avvolta in foglie di iris o bambù.

Altra particolarità è la figura di Kintaro. Si narra, infatti, che Kintaro, nome di infanzia di Sakata no Kintoki, samurai leggendario del periodo Heian, avesse, già da bambino, una forza disumana e che cavalcasse un orso tenendo un’ascia sulla schiena. Cresciuto sulle montagne e abituato a lottare con animali feroci, Kintaro è associato alla giornata dei bambini come buon auspicio affinché ogni bambino possa crescere sano e forte come lui. Un episodio della serie anime “Lamù” presenta Kintaro proprio come protagonista della puntata.

Piccolo consiglio: se avete un po’ di tempo e volete divertirvi a provare piccoli lavoretti fai da te, potete cimentarvi a costruire un koinobori, in rete esistono diversi tutorial per imparare, dovrete solo armarvi di cartoncino, nastro adesivo e carta velina colorata e molta pazienza e precisione! 😊

Memoru_Grace

ALF – Caduto dallo spazio

Ogni bambino degli anni Ottanta avrebbe desiderato incontrare un extraterrestre sul proprio cammino e intere generazioni siamo cresciute e invecchiate con questo desiderio recondito alimentato dalla storia fantastica di E.T. l’extra-terrestre dal 1982 in avanti. Ebbene, Alf è stata una sit-com che ha un po’ realizzato questo sogno d’infanzia e ha seguito il filone dei telefilm o situation comedy che presentavano elementi fantascientifici.

Gordon Shumway, chiamato poi amichevolmente, Alf ( acronimo di  Alien Life Form) è un alieno di 229 anni proveniente dal pianeta Melmac che si schianta sul garage della famiglia Tanner, nel tentativo di seguire un segnale radio.

I Tanner lo accolgono e lo nascondono tenendolo al sicuro dalla NASA e dai vicini curiosi, nell’attesa che possa riparare la sua astronave e ripartire.

Alf, alieno coperto di pelo marrone chiaro, è convinto di essere l’unico sopravvissuto della sua specie e pian piano diventa membro della famiglia Tanner, si trastulla nei suoi hobby terrestri preferiti, TV e cibo. D’altra parte, si dice che otto dei suoi dieci organi siano stomaci. Come dargli torto? Gli unici che stanno lontano da lui sono i gatti di cui Alf ne andrebbe ghiotto, ma che non riesce mai nel suo intento di catturarli.

I Tanner, la classica famiglia americana caratteristica delle migliori sit com degli anni Ottanta, è composta invece, dal capo famiglia Willie, impiegato per i servizi sociali, la moglie Kate, la figlia adolescente Lyn, il figlio minore Brian e nell’ultima stagione si aggiunge anche il piccolo Eric.

Accogliere un naufrago stellare e nasconderlo al mondo diventava negli anni Ottanta una delle esperienze più alternative che si potessero sognare e il creatore di Alf, Paul Fusco, ha saputo interpretare perfettamente l’esigenza del pubblico, regalandoci, in ben quattro stagioni, tante risate e piccole scenette diventate cult. Una fra tutte? Alf, dopo aver messo a soqquadro la casa, canta disinvolto in playback “Old Time Rock and Roll” di Bob Seger con un cetriolo in mano.

Insomma, serie irresistibile che, sono sicura, riuscirebbe a strappare sorrisi anche oggi!

Memoru Grace

May the 4th Be with You

Tanto tempo fa in una galassia lontana lontana…
Due giovani padawan studiavano per comprendere la Forza. Il confine è sottile assai tra il lato chiaro e quello oscuro. Attratte dai Jedi e dai Sith loro erano.
Di che cosa si appassionavano?

Una, la più grande e saggia, aveva una passione per le armi e i cristalli Kyber. Custodiva questi ultimi in religioso silenzio, nel suo tempio su Zonama Sekot, mentre difendeva la giustizia con la sua spada viola sfolgorante.
L’altra, la più piccola e incosciente, aveva una passione per i testi sacri e le letture, che fossero Jedi o Sith. Riusciva a scovarle tutte, ovunque si trovassero nell’universo. Nutriva anche una passione per qualsiasi navicella che potesse alzarsi sopra il suolo.

Colei che armeggiava con la spada viveva talvolta in una dimensione tutta sua. “La Forza era con lei e lei era con la Forza”, amava ripetere ogni qual volta si trovava in difficoltà e si affidava ciecamente all’antica fede per superare qualsiasi ostacolo. Grande era la sua comprensione della Forza, di livello raramente raggiungibile, secondo molti, i quali si chiedevano ancora se la sua fosse saggezza, incoscienza o meri e casuali colpi di fortuna. Per diverso tempo l’avevano vista su Coruscant discutere sopra i massimi sistemi con gli esponenti di spicco della galassia. Poi, ad un certo punto, optò per la meditazione estrema e per l’eremitaggio, così da comprendere entrambi i lati della Forza. È così che iniziò a viaggiare, a guidare una rivolta di Wookie e a coordinare una colonia di profughi mandaloriani. Mantenne ottimi rapporti anche con gli Ewok e fu nominata più volte ambasciatore per un minuscolo e insignificante pianeta collocato nell’Orlo Esterno. Un giorno, persa nei suoi complessi ragionamenti e animata da un fervente senso di giustizia, mise fine a colpi di lama ad alcuni dei più importanti traffici di uno Hutt sedizioso. Da quel momento, fugge senza sosta in compagnia della sua socia.

Colei che cercava i testi e le scritture aveva sempre un mal di testa. Nella galassia dove vivevano, le scritture venivano a trovarsi in pianeti diversi a seconda del carattere dei loro regnanti. Ciò rendeva assai difficile trovarne una collocazione o un tempo giusti, a volte si rischiava di confondersi. Addirittura alcune non si trovavano nemmeno e doveva viaggiare per molto tempo in posti lontani per trovarli, ma erano in lingue così strane e sconosciute che ci metteva molto tempo per studiarle. Ma queste difficoltà non la facevano demordere; anzi, ne era ancora più affascinata.
Entrambe potevano star sicure che dovunque fossero andate il loro J-type 327 si sarebbe rialzato sempre. La cercatrice di letture aveva passato fin troppo tempo ad intrufolarsi in qualsiasi motore di navetta che le capitasse vicino. Aveva avuto anche qualche discussione con un contrabbandiere che sosteneva di aver fatto la rotta di Kessel in 12 parsec – ne era scettica.

C’è un seguito a questa storia. Un seguito che si svolge ogni giorno, un seguito che dovrà ancora svolgersi e che solo la Forza sa come potrà finire. Ma, per il resto, abbiamo detto.

Captain-in-Freckles & Commander Scully

It’s Okay To Not Be Okay (o lo splendore della fragilità)

C’erano una volta tre bambini a cui una strega cattiva aveva rubato la faccia: un ragazzo che indossava una maschera falsa e sempre sorridente, una principessa rumorosa e vuota come una lattina e un uomo che aveva la testa imprigionata in una scatola di cartone“.

Mi trovo davanti ad un’impresa ardua: far capire perché la serie coreana in 16 episodi It’s Okay to Not Be Okay (letteralmente: “È folle ma non importa”) sia, a mio avviso, una delle migliori serie prodotte di recente.

La trama è complessa e comprende diverse sottotrame e registri narrativi che vanno dal dramma psicologico alla commedia romantica, dal thriller alla fiaba gotica, con un sapiente utilizzo di flashback, dialoghi e spazi di silenzio (dove recitano solo gli occhi). La storyline principale è basata sull’incontro-scontro tra la scrittrice di libri per l’infanzia Ko Moon-young (interpretata da Seo Ye-ji), sofferente un disturbo antisociale della personalità e tendente a scatti d’ira e all’offesa gratuita nei confronti dell’umanità, e l’infermiere di un istituto psichiatrico Moon Gang-tae (interpretato da Kim Soo-hyun), che si occupa sin dall’infanzia del fratello Moon Sang-tae (interpretato da Oh Jung-se), affetto da un disturbo dello spettro autistico e testimone di un omicidio, e che è incline ad una forte empatia nei confronti dei suoi pazienti. Intorno a loro, si muove una pletora di personaggi di ogni tipo, ognuno con la sua tragica piccola storia: il direttore dell’ospedale psichiatrico (Lee Eol) con la sua compassione e i suoi rimedi alternativi; l’editore in quasi fallimento della protagonista (Kim Joo-hun) con la sua svagata direttrice artistica (Park Jin-joo); il migliore amico del protagonista (Kang Ki-doong), che vive da anni nella sua ombra come un fratello maggiore acquisito; la collega infermiera (Park Gyu-young), innamorata respinta, e la sua energica madre (Kim Mi-kyung); i pazienti dell’ospedale psichiatrico, ognuno impegnato a fronteggiare i propri demoni interiori e a superare le proprie angosce e le proprie paure in vista di una guarigione.

A fare da cornice e da intermezzo, come metafora stessa della storia, una fiaba gotica, dove tutti sono gli attori e dove le paure si trasformano in mostri che rubano le facce, ovvero le emozioni, i timori, i sentimenti, ma soprattutto la felicità. E, in questa lotta per riprendersi il sorriso, ognuno capisce l’importanza dell’altro e la necessità di affrontare il male insieme, come una vera famiglia.

Se gran parte delle serie odierne tenta di scandagliare l’animo dei personaggi per arrivare a comprenderne i lati oscuri, It’s Okay To Not Be Okay si pone l’obiettivo contrario, ovvero quello di mettere a nudo le anime umane per ritrovare i suoi lati di chiarore che l’oscurità spesso imprigiona ed opprime. In questo, viviamo tutti come relegati, con una scatola di cartone sulla testa ad impedirci i movimenti e a schermarci le emozioni e il rapporto con i nostri simili. Viviamo come Sang-tae, ingabbiato nel suo spettro autistico e costretto a non capire le espressioni facciali, come inseguito dalle farfalle (che, non a caso, in greco antico sono indicate dalla parole “psyché”). Viviamo come Moon-young, svuotata dalla sue emozioni e incapace di provare sentimenti, come una lattina vuota che fa solo rumore. Viviamo come Gang-tae, con un sorriso stampato in volto come una maschera, pronto ad ingannare il mondo con una parodia del suo benessere personale. Tre animi fragili e umani, provati da esperienze traumatiche dell’infanzia, eppure così splendidi nel fugare gli incubi gli uni degli altri, uniti nel crescere insieme. È proprio questo splendore della fragilità dei tre protagonisti, dei tre bambini della fiaba, che illumina anche il percorso di formazione e di superamento delle difficoltà degli altri personaggi.

Un plauso va alla penna e all’inventiva della showrunner Jo Yong, che in Corea del Sud ha ideato alcune delle serie più apprezzate dalla critica. Un apprezzamento alla regia di Park Shin-woo, alla scenografia gotica, alla fotografia che inserisce dei momenti d’animazione alla Tim Burton, alla perfetta colonna sonora a piano, ai costumisti (per favore, indicatemi dove Moon-young compra i suo abiti meravigliosi!). Una lode va a tutto il cast e, su tutti, ai tre protagonisti: Kim Soo-hyun nel ruolo del gentile e premuroso Gang-tae, Seo Yea-ji nel ruolo della sociopatica Moon-young e Oh Jung-se – un mostro di bravura – nel ruolo dell’autistico Sang-tae. È merito di quest’ultimo se ho iniziato a piangere dall’ottavo episodio fino alla fine, ma sfido a non commuoversi quando, per liberare il fratello e lasciare che si costruisca la sua felicità, gli dice: “Gang-tae appartiene a Gang-tae e Sang-tae appartiene a Sang-tae“.

Alla prossima metafora!

Laura