Il giorno degli anziani

Il 15 settembre del 1947, nel villaggio di Nomadani Mura nella prefettura di Hyogo, oggi Takachō, il sindaco sindaco Masao Kadowaki organizzò un raduno di anziani, il Toshiyori no Hi. Il sindaco sosteneva che i giovani potessero imparare molto ascoltando gli anziani del paese e potessero così costruire una comunità migliore arricchendosi della loro esperienza.

L’anno successivo fu organizzato lo stesso raduno e così nacque una tradizione che presto si diffuse per tutto il Giappone tanto che nel 1966 la giornata degli anziani diventò festività nazionale con il nome di Keiro no hi (敬老の日), la cui data di riferimento ogni anno è il terzo lunedì di settembre.

Televisione, giornali e media in Giappone ogni anno dedicano in questa giornata servizi, reportage, interviste o documentari, storie relative a persona anziane, atleti, artisti che sono diventati eroi nazionali. Ci si concentra soprattutto sul grande ruolo che gli anziani hanno per la società e quello che hanno apportato come arricchimento nella loro vita influenzando positivamente le vite degli altri.

Tutti gli anni viene poi ricordata la persona più anziana del mondo che si trova proprio in Giappone, la signora Kane Tanaka nata il 2 gennaio del 1903, sopravvissuta a tre epidemie, due Guerre mondiali, alla bomba atomica e per finire ad un tumore diagnosticato all’età di 103 anni. La signora Tanaka vive in una casa di riposo, ogni giorno esegue i suoi esercizi ginnici, adora i dolci, il caffè, giocare ad Othello e studiare che, a suo avviso, è il segreto della longevità.

Kane Tanaka è diventata simbolo nazionale di resistenza e di amore per la vita. Keiro no hi o “Rispetto per il giorno dell’Invecchiamento”, una delle caratteristiche del Giappone che ci piace ricordare e che ci affascina, perché rispettare e prendersi cura degli anziani vuol dire migliorare anche la nostra vita.

Memoru Grace

Death Note (ovvero la macabra danza della gloria e della morte)

Da quando è sorta questa rubrica di anime, mi sono resa conto di una cosa importante: non è ancora stato recensito quello che è diventato uno degli anime/manga più importanti e più popolari degli ultimi anni, che ha stravolto i canoni del Bene e del Male, ovvero “Death Note“.

Light Yagami, studente modello di Tokyo e figlio di un ispettore di polizia un giorno trova per caso un sottile ed elegante quadernetto nero, lasciato cadere dal cielo da Ryuk, uno shinigami, ovvero un dio della Morte, annoiato delle proprie incombenze funeste e desideroso di farne dono all’umanità. Light comprende tale dono come un vero e proprio simbolo di giustizia, che lo mette nella possibilità di eliminare serial killer, assassini e criminali, diventando Kira, una sorta di giustiziere anonimo e sconosciuto. Le morti in apparenza accidentali degli uomini malvagi, col tempo, iniziano a crescere, apparendo alla stessa polizia come parte di un disegno criminoso di una sola mente. Nella sua nuova vita e nella sensazione di essere braccato (dalla sua nemesi, l’ispettore Elle, uno dei personaggi più belli e più complessi degli anime), Light comprende che non solo gli è stato fatto dono della giustizia, ma anche dell’onnipotenza: eliminando il Male, Light può arrivare a costituire un nuovo mondo, un ordine perfetto e cristallino, dove non esisterebbero più ingiustizie e sofferenze e dove ogni azione malvagia sarebbe punita. Un nuovo mondo dove Light stesso sarebbe una divinità. Un mondo dove Male e Bene, però, assumono connotati contraddittori e confini fragilissimi, perché per eliminare il Male Light si serve del Male stesso, per creare un mondo di luce, sprofonda tutto nell’oscurità. Dal senso di onnipotenza al delirio la strada è breve e, mentre il potere di Light cresce sempre di più, la sua umanità si contrae e si annulla, si perde per sempre per trasformarlo in un essere non più divino, ma oscuro, un impietoso dio della morte.

Ecco la vera insidiosità a cui Ryuk ha sottoposto l’umanità con il suo Death Note: quel libretto della Morte che dà l’illusione di controllare il Male del mondo, finisce per controllare il suo possessore, la voglia di giustizia si trasforma in sete di sangue e l’apoteosi di un essere umano equivale alla sua trasformazione infernale. Il Death Note dà falsamente la capacità di discernere il Bene e il Male, perché, come un malevolo frutto della conoscenza, porta l’umanità stessa alla venerazione del Male. Allora, quella frenesia di liberare il mondo dall’oscurità si trasforma in una macabra danza della gloria e della morte.

Death Note è uno degli anime più complessi che esistano e, ahimè, uno dei più bistrattati e abusati, forse perché la sua popolarità l’ha reso largamente fruibile. Persino il suo stesso autore non è riuscito a mantenere la coerenza logica ed etica con cui l’ha iniziato fino alla fine, con un’ultima stagione (ultimi capitoli del manga) pasticciata e scaduta in un crime che attinge alle serie americane. Per non parlare del live action prodotto da Netflix e ambientato negli States, che nulla comprende dello shintoismo originario alla base della duplicità di quest’anime. Per cui, se volete gustarlo con calma e comprenderlo nel profondo, consiglio prima la lettura dei tankobon di Tsugumi Oba e Takeshi Obata e, infine, la visione dei trentasette episodi che ne costituiscono la serie animata (ma con un lungo e pacato respiro al venticinquesimo episodio, che *spoiler* vi farà saltare i nervi). Da prendere a piccole dosi, senza frenesia da rewatch immediato, perché Death Note scava e svuota nel profondo.

Consigliato a chi ama le storie antiche e le leggende, adora addentrarsi nell’oscurità della mente umana, ma sapendo uscirne fuori in tempo, con un serrato e sussultante ritmo crime.

Captain-in-Freckles

La Festa dei Crisantemi in Giappone

La giornata dei Crisantemi (Kiku no sekku 菊の節句) è una delle cinque più importanti festività in Giappone e viene celebrata il nono giorno del nono mese. E’ una festività di origine cinese, ma a partire dal XVII secolo fu celebrata nel Paese del Sol levante quando la corte imperiale allestì il primo spettacolo dei crisantemi. Da allora in poi il crisantemo diventò il simbolo della Casa imperiale giapponese, questo fiore infatti rappresenta lo stemma della famiglia imperiale e dà il nome al più alto Ordine giapponese, l’Ordine Supremo del Crisantemo.

Secondo la tradizione giapponese il 9 settembre inizia la stagione fredda che porta via la forza e il vigore del sole estivo, per questo è stato eletto il crisantemo come fiore che combatte il decadimento della luce solare, linfa di vita per gli esseri umani, per cui la festa del crisantemo non è altro che la celebrazione della forza e dell’aiuto che viene apportato da questo fiore alle persone. Il crisantemo, infatti, ha proprietà curative e medicinali ed è simbolo della longevità in quanto riesce a resistere a temperature basse e in luoghi freddi senza neanche perdere un petalo.

La festa del 9 settembre consiste nell’esposizione all’aperto, presso parchi o per strada, di crisantemi di diverse varietà e tipologie, le cui chiome sono modellate in diverse forme e le più artistiche assumono la forma di cascata, di vela o di coda di pavone. Questa usanza dalle radici antichissime era già diffusa fra i samurai, ai tempi i signori feudali istituivano queste esposizioni solo per una limitata cerchia di amici, ma pian piano anche il resto della cittadinanza fu introdotto a questa celebrazione e ad ammirare fino a notte tarda i colori e le tipologie di crisantemi che abbellivano parchi e giardini delle città.

Un’usanza che riguarda questa festività è quella di riporre, il giorno prima della celebrazione, un batuffolo di cotone sui crisantemi; la rugiada del mattino, infatti, bagnerà il batuffolo posto sul fiore che verrà utilizzato per la pulizia del viso e del corpo. Questo gesto simboleggia il voler aver cura dei fiori e in contemporanea l’uso della rugiada come metodo curativo, chiamato “cura da cotone del crisantemo”.

Sui crisantemi esistono diverse storie e leggende e la narrativa nipponica ne ricorda molte, ma per me il racconto di Ueda Akinari (1) è quello che maggiormente riesce a dare spazio al forte valore della tradizione giapponese.  Nella raccolta dell’autore “Racconti di pioggia e di luna”, il racconto “L’appuntamento dei crisantemi” narra di un uomo che si prende cura di un samurai gravemente ammalato, tra loro nasce una profonda amicizia fraterna e, una volta ristabilitosi, il samurai riparte promettendo di ritornare prima della fine dell’autunno, per la festa dei crisantemi:  

“Quando fioriranno i crisantemi verrò da te, qualunque cosa accada”

Questa la promessa del samurai che, però, lungo il suo cammino viene purtroppo catturato ed imprigionato. Una volta avvicinatosi al giorno dei crisantemi, il samurai, riconoscendo l’impossibilità di liberarsi per tenere fede alla promessa, decide di uccidersi tagliandosi il ventre così che il suo spirito potrà far visita all’amico e mantenere la promessa, perché la lealtà conta più della vita stessa.

Memoru Grace

(1) Ueda Akinari, (Osaka, 25 luglio 1734 – Kyoto, 8 agosto 1809) , scrittore giapponese. La sua opera più famosa è “Racconti di pioggia e di luna”, scritta nel 1808. Per l’edizione italiana segnaliamo “Racconti di pioggia e di luna” a cura di Maria Teresa Orsi, MarsilioEditori, 2001.

Godzilla – La trilogia anime sci-fi

Chi non ha mai sentito parlare di Godzilla? Non dovete essere per forza dei nerd incalliti o degli otaku con fissazioni nipponiche per conoscere l’ombra dell’enorme lucertolone che si staglia in bianco e nero lungo i grattacieli di Tokyo e minaccia le luci della grande città.

Godzilla (in giapponese ゴジラ Gojira) è un kaiju, cioè un “mostro”, una creatura mostruosa e mitologica di origini misteriose creata da Ishiro Honda nell’omonimo film giapponese del 1954 (con la memorabile colonna sonora di Akira Ifukube, che, già da sola, vale la leggenda), che ha inaugurato il genere sci-fi Kaiju Eiga (letteralmente: “cinema dei mostri”), rimanendo per sempre nella storia del mondo visivo.

Al di là di tutti i sequel e i prequel nipponici, dei remake americani (l’ultimo è recentissimo), del merchandising e dell’influenza che il grosso mostro preistorico e fantascientifico ha determinato nei media, esiste un piccolo gioiello nel mondo degli anime che riprende la figura di Godzilla. Si tratta della trilogia anime “Godzilla: Il pianeta dei mostri“, “Godzilla: Minaccia sulla città” e “Godzilla: Mangiapianeti“, diretta da Kōbun Shizuno e Hiroyuki Seshita, da guardare possibilmente di fila.

Nella trilogia anime, Godzilla non è solo una minaccia metropolitana di origine ignota, ma il monstrum contro cui è costretta a lottare tutta l’umanità per riprendersi il proprio pianeta. La particolarità della trilogia è che non viene narrata la solita storia: non vediamo un Godzilla che calpesta automobili e grattacieli e che terrorizza esseri umani, in quanto l’apparizione del mostro è già avvenuta in un momento pressoché ignoto del passato durante il quale l’umanità ha lottato, ha perso ed è fuggita, abbandonando il pianeta terra al suo nuovo dominatore. L’anime parte, dunque, da un secondo momento della storia: quello della rivalsa, della resa dei conti, del tentativo dell’umanità di riprendersi i propri spazi e di cacciare un mostro, la cui famelica possanza sta divorando pianeti e civiltà intere. Godzilla è quasi un buco nero, un vortice che ingoia e sprofonda nel buio ciò che ingurgita, una sorta di divinità del male a cui si contrappone un’umanità sparuta, ma persistente, mai così piccola e minuscola di fronte al gigantesco, ma titanica nel confrontarsi con un ignoto che non teme. La lotta tra le due parti arriva ad un climax nel terzo capitolo, quando l’umanità comprende che, per sconfiggere Godzilla, è necessario ricorrere a mezzi diversi da quelli bellici, meccanici e balistici usati finora. Il linguaggio guerresco e fantascientifico dei primi due capitoli depone le armi verso un’interpretazione quasi religiosa nel terzo capitolo: laddove non è possibile affrontare l’ignoto con armi umane, l’umanità ricorre all’aiuto divino. In questo modo, viene evocato Gidorah, un altro mostro, ma anche una divinità di luce, che porta con sé l’oblio, un serpente dorato a tre teste che può sfidare Godzilla, ma, per vincere, richiede un sacrificio finale: la morte totale dell’umanità.

Si scioglie, a questo punto, l’enigma che regge la trilogia anime. Godzilla non è altro che la forza dirompente della Natura, di origine misteriosa, perché insita nell’umanità stessa e profusa in tutto il pianeta, persistente e costante, celata agli occhi e dormiente fino a quando non viene risvegliata per un errore umano, cieca e sconvolgente quando si trova minacciata e compromessa. Gidorah è un’evocazione luminosa, limpida e lucente, una falsa divinità frutto della gloria e della potenza tecnologica dell’uomo, che la crede falsamente propria alleata perché non sa dell’enorme tributo di sangue che richiede. Godzilla è la Natura stessa, soffocata dall’uomo, ma che può vivere in pace, se non viene attaccata. Gidorah è la Tecnologia e il Progresso, il culmine del successo umano che ne è anche la sua totale disumanità e la sua spersonalizzazione, l’apoteosi e l’annullamento, perché la luce del progresso porta sempre in sé il nulla eterno. Allora, di fronte a questa sfida tra titani che appaiono non condizionati dall’uomo, anche se diretta conseguenza delle sue azioni e delle sue scelte, ci ritroviamo a prediligere la perseveranza e l’adattamento della natura e a rinunciare a quelle prodezze tecnologiche che ci avrebbero portato ad un passo dal diventare divinità per, poi, annullarci. Nello scontro tra Godzilla e Gidorah, inaspettatamente, prendiamo le parti di Godzilla, l’anima della natura e del nostro stesso pianeta, per poter continuare ad esistere.

Tuttavia, non sarà mai una scelta serena, perché segnata dalla contrapposizione tra l’uomo e la natura, resa nell’anime dal protagonista “umano” della trilogia, il capitano Haruo, che, fino alla fine, non si dà pace di una convivenza pacifica tra gli esseri umani e il mostro preistorico, in un ultimo estremo atto di eroico, ma inutile sacrificio. Come Achab contro la sua balena bianca.

Consigliato: a chi ama anime e videogiochi, a chi ha sempre avuto un debole per le note tragiche che accompagnavano il ruggito di Godzilla, a chi ha sempre amato complicarsi le spiegazioni con metafore e a chi ha una passione per Moby Dick.

Captain-in-Freckles

OBON, LA FESTA DELLE LANTERNE

Ammetto che la prima volta che ho sentito parlare di Obon ne sono rimasta affascinata, per l’intenso senso di rispetto del popolo nipponico nei confronti dei propri antenati e del passato.

Nel caldo dell’estate giapponese, infatti, nella maggior parte del Paese, intorno alla metà di agosto, viene celebrata la festa deli antenati, Obon o anche conosciuta come festa delle lanterne che si lega ad un’antica celebrazione buddista in onore dei defunti. Secondo alcuni studiosi il nome Obon ha origine dall’antico sanscrito “Ullambana” (che significa “essere appeso”).

Il 13 e il 14 agosto vengono accese candele, fili di canapa e fiaccole, le cosiddette Kadobi 門火, cioè i fuochi di benvenuto, le luci guida che aiutano gli spiriti degli antenati a ritrovare la strada di casa per ricongiungersi con la terra e con i propri cari. I parenti, nei giorni prima, avranno ripulito casa e agghindato di piante sacre.

Il 15 agosto è il vero e proprio Obon お盆, quando i parenti si ritrovano insieme e vanno a visitare il cimitero, dopo la visita e le preghiere, si mangia, offrendo cibo e bevande anche ai defunti e questo per aiutarli a sopportare le sofferenze. I piatti tipici di questa giornata di festa sono i dolcetti di riso e gli spaghetti cinesi. Le offerte ai defunti sono costituite, invece, da riso, melanzane o altre verdure posizionate su foglie di loto.

Il 16 agosto vengono accesi gli okuribi 送り火, fuochi di commiato per le anime degli antenati che tornano nel mondo spirituale. Vengono preparate delle piccole imbarcazioni che sono lasciate galleggiare insieme alle fiaccole accese dove si lasciano delle offerte che servono per accompagnare l’anima dei morti.

Durante questa ricorrenza molte attività e lavori rispettano la festività e restano chiusi e molti lavoratori tornano al loro paese d’origine per vivere il vero spirito di questa festa.

Le lanterne fatte di carta e lasciate galleggiare sull’ acqua e i fuochi d’artificio (Hanabi) sono il simbolo del distacco con le anime e l’immagine quasi della fine dell’estate, in attesa del prossimo incontro.

Per celebrare Okuribi o anche più conosciuto come Daimonji 大文字, a Kyoto si svolge il festival più suggestivo ogni 16 agosto sera, dove vengono accesi, su cinque montagne, dei fuochi giganti che hanno la forma di personaggi aventi il compito di fare da guida agli antenati che devono tornare nell’altro mondo.

Uno degli anime che si ispira a questa tematica di cui abbiamo parlato è “Ano Hana” di Mari Okada, composto da 11 episodi, la cui trama tratta di un gruppo di ragazzi che giocavano insieme fin da piccoli e che ad un certo punto della loro vita si sono persi di vista soprattutto dopo la morte di un membro del gruppo, la dolce Menma.

Dopo diversi anni, i ragazzi sono ormai cresciuti e frequentano la scuola superiore; uno di loro, Jintan, il leader del gruppo, che ormai vive di fasi alterne di rabbia e malinconia, riesce improvvisamente a vedere Menma, perché ogni estate lo spirito della ragazza ritorna nel mondo terrestre e questa volta deve chiedere a Jintan di aiutarla ad esaudire un suo desiderio di quando era in vita. Anime commovente dove la vicinanza tra spirito e vite terrestri coinvolge il pubblico a tal punto da confondersi nella dimensione onirica.

Memoru Grace

K-Pop e Giochi olimpici

Ed eccoci giunti alla fine di questi #giochiolimpici,e adesso bisogna tirare le somme…questo lavoro lo farà qualcun’altro!
Noi, parliamo di cose serie!
Per chi avesse letto i miei post precedenti, tra #kdrama e tradizioni coreane, non ho mai fatto fare una bella figura al #Giappone minando così la mia amicizia con @memoru_grace.
Diciamo che da #Tokyo1964 a #Tokyo2021,le cose che sono cambiate sono parecchie. Un esempio fra tutti sono le esibizioni artistiche durante le cerimonie e…le canzoni fatte ascoltare durante i Giochi!
Sì, per la gioia di @captain_in_freckles e @misslor83 parlerò del #Kpop!
Che le tensioni tra i due paesi si siano raffreddate, lo si apprende dal fatto che molti gruppi coreani hanno debuttato in Giappone prima che in #Corea.Per esempio, i miei adorati #Cnblue hanno “debuttato” nel giugno 2009 proprio a Tokyo all’entrata della stazione Shinjuku in un’area dedicata alle performance dei gruppi sconosciuti.
Ma torniamo ai Giochi!
Ma ve la immaginate la partita di pallavolo tra Cina e Usa con il sottofondo di #Butter dei ##Bts? Oppure Canada-Venezuela a suon di #Wannabe delle #Itzy?
E, per citarne un’altra, Canada-Iran ballando sulle note di #Loveshot degli #Exo,che si sono anche esibiti alla cerimonia di chiusura(😍)?
Poi arrivano le grandissime prestazioni delle squadre coreane di tiro con l’arco che conquistano il metallo più prezioso. La squadra maschile, sale sul podio con le favolose #Blackpink e la loro #Boombayah; la squadra femminile, ovviamente, #Fire dei #Bts!
Poi ci sono stati gli #ateez,i #txt,le #stayc,gli #nct127,le #twice…e tanti altri!
I più esperti hanno fatto lista con più di 30 canzoni.
Vi consiglio un giro su #Youtube:troverete diversi video molto interessanti, soprattutto per fan le più sfegatate!
Insomma gli atleti giravano per il parco olimpionico ascoltando #Kpop tutto il giorno… sì, sì, lo ammetto, sto morendo di invidia! E magari se fossi stata lì non avrei guardato tanto la gara in corso ma avrei dato il meglio di me, ritrovandomi un giorno tra i video imbarazzanti di youtube…
Ma questa è un’altra storia!

Lady K Trash

Anime e storie sportive: gli spokon

In questi giorni l’entusiasmo per le Olimpiadi ci ha fatto pensare a tutti quegli anime che si sono ispirati a storie sportive e hanno addirittura introdotto nel panorama mondiale il genere spokon, il genere dedicato allo sport .

Il primo anime di genere spokon fu “Tommy la stella dei Giants” tratto dal manga del 1966 e arrivato in Italia solamente negli anni Ottanta. Tommy (il cui nome in originale è Hoshi Hyuma) è figlio di Arthur (in originale, Hoshi Ittetsu) promessa del baseball il cui desiderio sarebbe stato quello di entrare a giocare nei Giants se solo non fosse scoppiata la Seconda Guerra Mondiale e, una volta rientrato dal fronte, non si fosse dato all’alcool per via delle ferite riportate in guerra che gli impedivano qualsiasi sport. Il figlio Tommy ha preso le stesse abilità del padre e presto diventerà una promessa del baseball, sottoposto da Arthur ad allenamenti al limite della sopportazione, come quello di usare la mano sinistra per battere e lanciare pur essendo destrorso o il vestire un’imbracatura di ferro per potenziare la muscolatura, insomma un dramma nel dramma e forse ancora di più andando avanti con la storia, alimentandoci solo e sempre della speranza di vedere Tommy entrare nella squadra dei Giants come lanciatore.

Proprio da questo anime di più di cinquant’anni fa notiamo che i Giapponesi adorano seguire il baseball come sport e così ci viene in mente “Touch!”, il cui titolo italiano è “Prendi il mondo e vai”, uscito negli anni Ottanta. Touch è la storia di due fratelli gemelli che hanno due caratteri agli antipodi, le uniche cose che li accomunano sono l’amore per la stessa ragazza e la passione per il baseball che pian piano li cambierà e li trasformerà unendoli anche in situazioni drammatiche. Quante lacrime ci ha fatto versare questa storia!

Personalmente il vero anime che ci fa sognare l’Olimpiade è “Mimì e la nazionale di pallavolo” (titolo originale, Attack No.1), nato quattro anni dopo l’impresa della squadra femminile giapponese alle Olimpiadi del 1964, le famose “Streghe d’Oriente”. Mimì Ayuhara è una studentessa appassionata di pallavolo, sport che l’ha aiutata fisicamente quando era ammalata di tubercolosi da bambina ed emotivamente, per via del suo carattere chiuso. Mimì è una storia di sacrifici, di allenamenti massacranti, di rinunce e di speranze. La serie si chiude, infatti, con la speranza all’orizzonte della partecipazione alle Olimpiadi di Monaco del 1972.

Diversamente da Mimì, quando nel panorama degli anime nipponici entra la cugina Mila, la storia sembra più leggera, anche se non mancano gli allenamenti massacranti e le pressioni psicologiche. Mila che ha emozionato intere generazioni si preparerà ad affrontare le Olimpiadi di Seul del 1988. Riuscirà nell’impresa?

Va bene, avendo citato Seul 1988, non possiamo dimenticare un altro spokon anime, “Hilary” (in originale “Hikari no Densetsu”, trad. “La leggenda di Hikari”), la storia che ci ha emozionati e ci ha catapultato nel mondo della ginnastica artistica, volevamo d’un tratto diventare campionesse anche noi e quelle esibizioni di Hilary erano così complesse da rendere il tutto reale. Hilary si esibirà alle Olimpiadi di Seul e quelle scene finali con la canzone “Un dì all’azzurro spazio” tratta dall’opera Andrea Chénier di Umberto Giordano e intonata da Federico lasceranno di stucco tutti. Hilary verrà squalificata, essendosi esibita con una musica cantata dal vivo oppure no? Una cosa è certa, Hilary ha trovato l’amore e la voglia di andare avanti.

Altro classico del genere spokon che non possiamo dimenticare è “Capitan Tsubasa” (in originale “Kyaputen Tsubasa”), più noto a tutti come “Holly e Benji”, dal nome dei due protagonisti, il calciatore Oliver Hutton detto “Holly” (in originale, Tsubasa Ozora) e il portiere Benjamin Price detto “Benji” (in originale, Genzo Wakabayashi). La serie classica, che fu pubblicata dal 1981 al 1988, ruota intorno alle vicende di Tsubasa, ragazzino giapponese con la passione del calcio e il desiderio di giocare ai mondiali, che viene allenato dall’ex calciatore nippo-brasiliano Roberto. Intorno, si svolge una complessa trama di relazioni tra personaggi, di infortuni, lacrime, risalite, successi e interminabili campi di calcio da percorrere (per chi ha seguito l’anime, il centrocampo era così chilometrico, che il nostro eroe correva per almeno tre episodi prima di raggiungere la porta avversaria e provare a fare goal). E, anche se le avventure di Capitan Tsubasa si legano a doppio mandato ai mondiali di calcio (l’idea stessa per disegnare il manga venne al suo creatore, Yoichi Takashi, in occasione dei mondiali del 1978), una delle serie sequel trova un’ambientazione olimpica che non possiamo tralasciare. Infatti, nella serie “Capitan Tsubasa Golden 23”, edita nel 2006, Tsubasa, ora prezioso giocatore del Barcellona, viene convocato nella nazionale giapponese in vista delle qualificazioni per le Olimpiadi di Madrid, dove incontra alcuni suoi vecchi compagni dell’epoca d’oro (come Wakabayashi, deluso portiere di riserva nel Bayern-Amburgo) e le nuove leve, di cui diventa immediatamente il modello da emulare. Il clima eroico della serie classica, però, lascia spazio ad una storia più reale, fatta di sudore e di tante sofferenze, perché, dopo le prime amichevoli, il Giappone fatica parecchio a qualificarsi. A dispetto di un primo girone asiatico “semplice”, dove volano goal contro Malesia, Thailandia e Bahrein, nel turno successivo, la nazionale giapponese si trova in un girone “difficile” con Australia, Vietnam e Arabia Saudita e, dopo un pareggio e una sconfitta in esordio, si riprende a fatica e rialza la testa nell’ultima partita contro l’Australia, riuscendo a superarla e a qualificarsi alle Olimpiadi per differenza reti.

Spoiler: ancora non sappiamo cosa combinerà la squadra di Tsubasa ai giochi olimpici e, visto che non ci è sembrato di intravederlo in questi giorni a Tokyo, ci toccherà chiaramente aspettare la prossima serie manga/anime. Oppure i prossimi giochi olimpici.

Memoru Grace & Captain-in-Freckles

Pittogrammi, design e qualche ricordo di Tokyo 1964

Ad Olimpiadi già iniziate possiamo di scorcio sbirciare quelle storiche del 1964 che, come abbiamo visto, nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici del 2020, sono state largamente ricordate.

Uno degli ostacoli da superare per la riuscita dei Giochi Olimpici del 1964 fu senz’altro il catturare l’attenzione del pubblico, riuscendo a rivolgersi proprio a tutti.

La necessità di comunicare con tutti e il tentativo di andare oltre la lingua portò i designer grafici giapponesi ad ideare un sistema grafico unico, moderno: i pittogrammi.

Fu un’idea eccezionale perché rinnovò dall’edizione del 1964 in avanti la storia della grafica olimpica e il sistema comunicativo.

Dal 1964, infatti, ogni Paese ospitante i Giochi Olimpici avrebbe proposto i propri pittogrammi. Nell’edizione del 2020 i pittogrammi proposti sembrano in movimento ed evidenziano il dinamismo degli atleti, caratteristica rimarcata dal brand rappresentativo di questa edizione, “Innovation from Harmony”.

Torniamo al 1964 e scopriamo che un altro merito di questa edizione olimpica fu l’immagine coordinata, cioè l’unione di elementi grafici e visivi che comunicano armonia e nel nostro caso rappresentavano l’Olimpiade. Immagine coordinata realizzata da un Colloquium Design, tra i cui membri si ricorda Yusaku Kamekura, la vera anima del logo e della grafica dell’edizione olimpica di Tokyo.

Si lavorò inizialmente sullo stemma composto dagli anelli olimpici sovrapposti all’emblema della bandiera nazionale giapponese, rappresentante il Sol Levante, poi lo stesso Kamemura creò quattro poster ufficiali dell’edizione dei giochi, tutti realizzati mediante fotoincisione con diversi colori per sottolineare la cura e l’avanzare della tecnologia dell’industria della stampa nipponica. Uno dei manifesti più famosi tra i quattro fu “An Olympic Torch Runner” dove come protagonista dello scatto della fotografia venne scelto l’atleta Tanaka della squadra di atletica leggera della Juntendo University. Il merito di questo poster e dell’ideatore Kamemura fu il mettere in risalto in uno scatto il clima entusiasmante dei giochi e la solennità dello sport. Per realizzare questa atmosfera particolare vennero studiate delle condizioni di luce che dovessero esaltare sia la torcia che il corridore, si scelse infatti l’ora del tramonto, l’ora perfetta per definire tutte queste caratteristiche che dovessero comunicare emozioni e restare intatte e senza tempo nella memoria di coloro che guardavano il poster. Vi proponiamo questo manifesto famoso nella foto dell’articolo.

Vi lascio con un’ultima curiosità in merito all’edizione del 1964: l’asta su cui venne issata la bandiera con i cinque cerchi misurava 15 metri e 21 centimetri d’altezza, misura con cui nel 1928, all’Olimpiade di Amsterdam, Mikio Oda aveva vinto la prima medaglia d’oro olimpica della storia giapponese nella disciplina del salto triplo.

Memoru Grace

Nella foto dell’articolo, “An Olympic Torch Runner”, Yusaku Kamekura, Osamu Hayasaki, Jo Murakoshi, 72 x 101 cm.

Anime alle Olimpiadi di Tokyo 2020

Chi ci segue sa già che, ogni martedì, la rubrica anime si aggiorna con una nuova recensione in merito (chi non ci ha seguito finora e l’ha scoperto adesso, ora ha un motivo in più per seguirci). Tuttavia, un po’ per l’estate, un po’ perché la nostra TV, di recente, trasmette solo le Olimpiadi di Tokyo, abbiamo deciso di declinare il nostro #AnimeTuesday in un modo diverso dal solito. E i giochi olimpici in terra nipponica ci hanno dato una giusta spinta. Perché Tokyo 2020 è soprattutto una grande rassegna di anime.

La buona organizzazione giapponese, infatti, nonostante le varie limitazioni dovute alla pandemia in atto (con divieto di pubblico, mascherine, isolamento e tamponi), ha deciso di puntare sulla cultura pop per avvicinare il pubblico da casa. Solo che la cultura pop in Giappone è soprattutto anime e manga!

(voi non lo sentite, ma qui c’è un chiaro ed evidente gridolino di gioia da parte di chi scrive)

Iniziamo dal 2016, quando a ricevere la fiaccola olimpica dal braciere di Rio arrivarono Doraemon, Pac-Man, Holly&Benji e Super Mario (o, meglio, il premier giapponese Shinzo Abe, abbigliato come il piccolo idraulico baffuto). Continuiamo con la cerimonia di apertura di quest’anno, che ha visto l’apparizione delle colonne sonore di “Sonic” e di “Final Fantasy” (con tanto di scenografia a tema). Procediamo con i singoli giochi, che sono spesso introdotti dalle opening di alcuni anime amati sia in Giappone che all’estero: il debutto della nazionale giapponese di pallavolo contro il Venezuela è stato accompagnato dalla musica di “Haikyuu! L’asso del volley”, le cui opening seguono tutte le partite disputate dal Giappone, mentre la nazionale di Basket gioca sempre sulle note di “Slam Dunk”; la gara di tiro con l’arco si è svolta sulle note di una delle opening di “Attack on Titan”, forse per ricordare l’arciera Sasha, uno dei personaggi più amati della serie; il dressage di equitazione è stato seguito dalla colonna sonora di “Naruto”; la prima opening di “Demon Slayer” ha fatto da sottofondo musicale agli incontri di pugilato; la celeberrima “Cry Baby” di “Tokyo Revengers” accompagna tutte le esibizioni di ginnastica artistica agli attrezzi.

Quando non avanza l’idea l’organizzazione olimpica nipponica, ci si mettono gli stessi atleti: la ginnasta messicana Alexa Moreno, che a noi già piace tanto da parecchio tempo, quando, anni fa, decise di opporsi alla campagna di body shaming nei suoi confronti con il suo orgoglio, ha eseguito il suo corpo libero sulle note della opening di “Demon Slayer”. E, visto che è un’amante di anime giapponesi (e anche di K-pop), chissà cosa ancora potrà riservarci.

Credete che le colonne sonore degli anime bastino per fare comprendere l’unione tra lo spirito giapponese e i manga? Ovviamente, no. E l’organizzazione olimpica giapponese ci ha regalato un’altra piccola perla a sorpresa, proprio in apertura olimpica.

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Tokyo è stata impreziosita, un’ora prima dell’inizio, dalla visione del corto animato firmato Studio Ponoc “Tomorrow’s Leaves”, dove già il titolo è pienamente significativo. Il corto, diretto da Yoshiyuki Momose, regista che ha collaborato con lo Studio Ghibli e Hayao Miyazaki, ci racconta la storia dell’arrivo annuale di una foglia messaggera. Un arrivo un po’ diverso perché i colori della foglia, solitamente vividi e lucenti, sono pallidi e sfumati, la foglia, infatti, pian piano appassisce. Cinque inviati, provenienti da cinque terre diverse vengono chiamati per scoprire cosa possa essere successo. I cinque inviati, durante il viaggio per raggiungere una terra lontana, accompagnati da minuscoli spiriti, si sosterranno e aiuteranno a vicenda proprio per superare prove ed insidie. Infine, attraverso sfide atletiche e il valore dell’unione sportiva, arriveranno a capire cosa possa essere successo alla foglia. La foglia è simbolo di vita. Riusciranno, quindi, a ridare vita ad un futuro in pericolo per le nuove generazioni?

Con il classico gusto malinconico-poetico tipico dello Studio Ponoc, il corto vuole lanciare un messaggio di speranza all’umanità e, soprattutto, dopo l’ultimo anno falcidiato dalla pandemia da Covid-19, è ancora più apprezzabile.

Le musiche di “Tomorrow’s Leaves” sono di Takatsugu Muramatsu, già famoso per le colonne sonore di “Mary e il fiore della strega”, “Quando c’era Marnie”  e “Modest Heroes”, mentre quello che ci ha fatto apprezzare ancora di più il corto è il disegno a mano, oggi sempre più difficile da trovare.

Vogliamo cogliere anche noi il messaggio di questo corto di Yoshiyuki Momose per apprezzare lo spirito sportivo olimpico e per sperare che sia davvero una Olimpiade per tutti.

Captain-in-Freckles & Memoru Grace

Link del corto animato “Tomorrow’s Leaves”: https://www.youtube.com/watch?v=sooT56IKJoA

Violet Evergarden (ovvero: la scoperta dell’umanità)

Tanto vale chiarirlo subito, sin dalle prime battute: “Violet Evergarden” è un colpo al cuore, che ti fa singhiozzare dall’inizio alla fine e ti fa riscoprire anche il più piccolo e dimenticato frammento di emozione, che si credeva di aver nascosto da anni nel subconscio. Ergo: se volete solo qualcosa di leggero e scoppiettante e siete convinti che è meglio ignorare quella parte di noi che riesce a provare e a comunicare dei sentimenti, non guardatelo. Nel caso contrario, preparatevi emotivamente, isolatevi davanti alla tv (o al PC) e riemergetene solo alla fine di un’intera maratona per dire ai vostri cari che li amate e che, forse, non lo comunicate mai abbastanza. Perché “Violet Evergarden” è una pozione che va bevuta in un solo colpo, con le lacrime agli occhi, e che sa di dolcezze dimenticate e riscoperte improvvisamente.

La protagonista dell’anime (e, prima ancora, della serie in light novel creata dalla penna di Kana Akatsuki e dalla matita di Akiko Takase) è una “bambina speciale”, un’orfana dalle straordinarie capacità fisiche ed intellettive, cresciuta come una vera e propria arma umana e sfruttata in funzione bellica dall’esercito del fantomatico Stato di Leidenschaftlich nella guerra contro l’Impero di Gardarik. Violet, infatti, esegue alla perfezione gli ordini, sa adoperare tutte le armi, uccide a mani nude e ha una velocità speciale che la rende quasi invisibile sul campo. La ragazza, però, non sa amare, o, meglio, nessuno le ha mai spiegato nulla sull’esistenza di sentimenti e di emozioni umane e, addirittura, sull’umanità stessa. Cresciuta, di fatto, come una macchina da guerra, incapace di ridere, piangere ed emozionarsi, ignara dell’uso della scrittura e della lettura, un giorno viene affidata al Capitano Gilbert Bouganvillea, che le dà un nome, le insegna l’alfabeto, le spiega le insidie del mondo, ma anche la meravigliosa bellezza della miseria umana. Soprattutto, il capitano fa capire a Violet che è un essere umano come tutti gli altri, forse più dotato di capacità fisiche e mentali, ma esattamente lo stesso coacervo di sentimenti, emozioni, rancori e atti di altruismo di tutti i suoi compagni di battaglia, compreso se stesso. Gilbert, nel dare a Violet un nome, le dà un’umanità e le affida il compito di cercare il significato della parola “amare”, che diventerà per Violet il vero filo conduttore della sua esistenza dopo la guerra, quando una mina le porterà via ciò che le era più caro e deciderà di diventare una “bambola di scrittura automatica” per vergare con l’inchiostro sulla carta quello che le persone non riescono ad esprimere, ma che vorrebbero comunicare a chi amano. E, così, l’abilità bellica di Violet si trasforma nel talento di scrivere lettere d’amore.

La sorpresa dell’anime sta anche nella sua perfezione stilistica: la storia inizia quando la guerra è già finita e Violet giace in un letto di ospedale con due protesi meccaniche al posto delle braccia, che ha perso a causa dello scoppio di una mina. Tutta la vicenda bellica e l’incontro con il capitano Gilbert è narrato con sapienti flashback, quasi dei frammenti di ricordi che sono inseriti nelle vicende presenti, mentre Violet tenta di aiutare chi si rivolge alla sua abilità di scrittura ad esprimere le proprie emozioni. Violet aiuta con l’intento di essere aiutata a sua volta, recupera le memorie altrui per recuperare la sua stessa memoria, fa scoprire l’umanità negli altri per far riemergere la propria umanità. Violet cresce e soffre, esce dal mondo dei falsi miti per entrare in quello reale e scopre che dentro di lei c’è una forza molto più grande e molto più salda di quelle capacità fisiche ed intellettive che le erano vantate in guerra: in lei stessa risiede la forza dell’amore.

A fare da contorno alla storia principale, ci sono una serie di personaggi e di vicende in cui si imbatte Violet, una serie di piccole perle incastrate nel suo percorso umano, ognuna una diversa sfaccettatura della parola “amare”: dal fratello invalido di guerra che scrive alla sorella che se ne occupa costantemente, alla principessa che vuole vivere il suo sogno d’amore, alla madre malata terminale che lascia una serie di lettere alla figlia per accompagnare i suoi prossimi compleanni. Ogni piccola storia umana è una stilla purissima, come una lacrima che aiuta Violet nel suo percorso emotivo e sentimentale.

Insomma, quest’anime è di una rara perfezione con qualche soave punta di steampunk, a cui bisogna prepararsi con intensità e… una buona dose di fazzoletti.

Captain-in -Freckles