Do Do Sol Sol La La Sol – La musica, la speranza e la vita

Quando ho scelto di guardare DoDoSolSolLaLaSol ero stata attirata principalmente dal titolo e dalle tre righe di presentazione della trama dove mi aveva convinto da subito l’importanza della musica per tutti i 16 episodi.

Dal primo episodio in avanti sono stata folgorata dalla storia, non solo la musica era importante (per questo vi consiglio di godervi la colonna sonora e i brani scelti), ma avevo capito che la trama, i personaggi, i colori, le ambientazioni e le interpretazioni erano parte integrante del fascino di questo drama e, se questo non bastasse, a prima puntata il mio cuore è stato colpito dalla scena commovente in cui la protagonista da piccolina, a primo saggio di pianoforte, scoppia a piangere davanti al pubblico nel mezzo dell’esibizione perché non ricorda per intero il brano, mentre il papà, alzatosi, inizia ad applaudirla per farle coraggio. Due bei lacrimoni di commozione hanno solcato le mie guance e mi hanno convinto a continuare la visione di questo drama e a farmi emozionare.

So che vi ho “spoilerato” un breve fotogramma, ma credetemi ne valeva la pena anche solo per cercare di comunicarvi quanto alcune scene incantevoli di pura sensibilità appartengano a questa storia.

Entriamo, però, nel pieno della trama. Goo Ra-ra (interpretata dalla bravissima e splendida Go Ara) è una giovane pianista di buona famiglia rimasta orfana di madre a pochi giorni dalla sua nascita, ma con un padre che l’ha cresciuta con tanto affetto e tante attenzioni, non facendole mancare mai nulla, tenendola, però, suo malgrado, lontana dalle situazioni sgradevoli e non abituandola mai ad affrontare le difficoltà della vita.

Ra-ra cresce come una ragazza affettuosa e gentile, ma abbastanza sprovveduta e ingenua, non riesce a prendersi cura di se stessa senza il sostegno di qualcuno, ma ad un tratto la sua vita va rotoli e più di una situazione imprevista la faranno ricominciare da zero, lontana da Seoul fino a Eunpo, piccolo paese costiero distante dalla città.  

La distanza dalla città è molto importante per l’evolversi della storia e l’abbiamo vista già in altri drama (“Crash Landing on you”, “Hometown cha cha cha”, potete recuperare i nostri articoli nel blog). Rifugiarsi, infatti, in un luogo diverso da quello cittadino, porta la protagonista ad allontanarsi dalla realtà affollata e a concentrare tutte le sue potenzialità e le sue capacità in un luogo più piccolo dove poter riuscire ad avere tempo per capire se stessi, fare i conti con le proprie paure e rinascere.

Ra-ra deciderà di trasferirsi a Eunpo quasi con leggerezza perché, dopo aver perso tutto, coglie l’invito di dodosolsollalasol, un suo contatto sui social che la invita a raggiungerlo a Eunpo per ritrovare un po’ di serenità. Chi sarà mai dodosolsollalasol? Un contatto che la segue, ma che lei non conosce, sembra gentile, ma non pubblica foto di se stesso, solo dei meravigliosi tramonti ad Eunpo e una volta arrivata lì non riuscirà mai a trovarlo.

Dopo questa scelta impulsiva, sempre dettata dalla genuinità che la contraddistingue, Ra-ra incontrerà nuovamente il misterioso Sunwoo Joon, un ragazzo che aveva già conosciuto a Seoul, ma di cui aveva perso ogni traccia e che in effetti non conosce poi così bene, è sempre molto riservato in merito al suo passato e alla sua vita, ma per Ra-ra diventerà un vero e proprio punto di riferimento. Joon (interpretato dal giovane e bravissimo Lee Jae-Wook) sembra ombroso, ma in realtà è un ragazzo dall’animo nobile e gentile che sembra essere accompagnato da un continuo velo di malinconia e la vicinanza di Ra-ra, sempre sorridente, distratta, ma adorabile, gli riempirà il cuore di gioia.

Come note sullo stesso pentagramma si uniscono alla vita di Ra-ra altri personaggi di Eunpo, la parrucchiera madre single con il suo gruppo di amiche, le QVD (cioè, le quasi divorziate) che regaleranno alla storia momenti esilaranti; la figlia della parrucchiera e il suo amico di infanzia; il signor Kim, molto affezionato allo stesso Joon, un anziano che sogna di poter suonare la “Prière au Vierge” della Baranowka in ricordo della moglie defunta; il piccolo Jae-min, bambino prodigio del pianoforte, tra i primi allievi della scuola di musica che aprirà Ra-ra ad Eunpo ed infine il dottor Cha, grande sostegno per la stessa protagonista, nonché amico-rivale di Joon, un perfetto second lead che adorerete.

Desidererei aggiungere altro, ma non voglio dilungarmi, spero, però, di avervi incuriosito per poter apprezzare totalmente questa storia che fa bene al cuore e che è a tratti allegra come un raggio di sole, così come lo è la stessa protagonista, e a tratti drammatica, ma sempre delicata, con un tocco di romanticismo che ci fa sospirare fino alla fine per riuscire a percepire la musica della speranza, che è un vero e proprio soffio di vita.

Memoru Grace

MODEST HEROES – I piccoli eroi dello Studio Ponoc

Nel 2015 Yoshiaki Nishimura e Hiromasa Yonebayashi, noti entrambi per aver lavorato presso lo Studio Ghibli, fondano lo Studio Ponoc, il cui nome è ispirato ad una parola di origine serbo-croata che significa “mezzanotte”, per enfatizzare il momento in cui un giorno finisce e ne inizia un altro.

Il primo lungometraggio dello Studio Ponoc è “Mary e il fiore della Strega”, di cui parleremo nei mesi a venire, mentre il loro secondo lavoro è “Modest Heroes”. Una scelta particolare per lo studio Ponoc perché Modest Heroes è un anime composto da tre cortometraggi, un vero e proprio film collettivo di animazione che va a costituire il primo volume dell’antologia cinematografica “Ponoc Short Films Theatre”. Noi speriamo davvero molto che arriveranno presto i prossimi volumi di antologia dello Studio Ponoc per poter apprezzare il progetto iniziato con Modest Heroes!

Il primo dei cortometraggi si intitola “Kanini & Kanino”, la storia di due fratellini che vivono sott’acqua in un lago. Si tratta di due creature molto piccole dalle fattezze umane che vivono la loro vita spensierata sott’acqua fino a quando una forte corrente trascina via il loro papà, mentre la mamma è lontana per dare alla luce un altro bambino. Riusciranno i due fratellini a ritrovare i genitori dopo aver percorso un viaggio irto di pericoli? Hiromasa Yonebayashi firma la regia della prima storia di Modest Heroes.

Il secondo dei cortometraggi si intitola “Life Ain’t Gonna Lose”, il cui titolo originale è “Samurai Egg “(“L’uovo samurai”) ed è diretto da Yoshiyuki Momose, parla di un bambino di nome Shun, nato con una gravissima forma di allergia alle uova. Tutti i familiari di Shun sono concentrato nel controllare tutto ciò che mangia il bambino e nel non farlo venire a contatto con nessun alimento che sia stato vicino alle uova. Sotto questo stress quotidiano, la mamma di Shun cerca di ritagliare un piccolo spazio per il suo sogno di continuare la sua carriera di ballerina anche se si sente sempre in colpa credendo di togliere spazio e attenzione al figlio. Un giorno Shun mangia inconsapevolmente qualcosa che lo mette in pericolo.

Il terzo dei cortometraggi si intitola “Invisible”, alla regia Akihiko Yamashita che ci narra una storia commovente ed emozionante. Il protagonista è un impiegato che vive nella totale invisibilità ed è ignorato da tutti. Poiché è invisibile, deve sempre portare con sé dei pesi per non volare via. Un giorno, però, viene quasi portato via dal vento quando perde l’estintore che lo aiutava a poggiarsi e a trattenersi a terra, incontra in questo frangente un cieco che gli parlerà normalmente senza problemi e che gli farà acquistare stima. L’uomo invisibile avrà l’opportunità di diventare un eroe.

Piccoli eroi quotidiani, fantastici, surreali, bizzarri in queste storie ben narrate nella prima opera antologica dello Studio Ponoc. Le musiche sono state curate da Takatsugu Muramatsu (che si era già occupato della colonna sonora di “Quando c’era Marnie” e “Mary e il fiore della strega”), Masanori Shimada e Yasutaka Nakata.

Memoru Grace

The Silent Sea (ovvero lo spettro del nostro futuro)

Potrebbe trattarsi di uno dei rari casi in cui le nostre rubriche DramaReview e The SciFiCorner si uniscono per una recensione e non volevo assolutamente perdermelo.

“The Silent Sea” è una breve produzione coreana marcata Netflix (solo 8 episodi, di circa 45 minuti l’uno), che strizza l’occhio alle mega produzioni sci-fi americane, ma che rimanda anche alle esperienze distopiche e fantascientifiche provenienti da Seoul e dintorni (vedi la serie “Snowpiercer”, ispirata al fumetto coreano), con un cast di primo piano, in cui spiccano Bae Doona (“Sense 8”, “Cloud Atlas” e “Kingdom”) e Gong Yoo (“Train to Busan”, “Coffee Prince”, ma soprattutto “Guardian: The Great and Lonely God”, anche noto – e amato da tutti i dramisti – come “Goblin”).

In un ipotetico e molto probabile futuro, una crisi climatica ha fatto sparire i mari e gli oceani, rendendo l’acqua una risorsa tanto scarsa e preziosa, da divenire anche parametro per le differenze sociali: si riceve acqua in base al proprio status socio-economico e/o all’importanza del proprio ruolo (il tema tanto caro ai drama coreani delle divisioni sociali che è stato uno dei fulcri di “Parasite” e “Squid Game” qui torna, adombrato sullo sfondo), senza alcun riguardo per famiglie numerose e povere (la mortalità infantile è un dato di fatto endemico). La siccità, inoltre, ha provocato la diffusione di malattie ed epidemie (non vi sembra di vedere un copione che temiamo tutti quanti?) e la scienza tenta di trovare nuove prospettive per risolvere la situazione. Con un simile scenario, l’agenzia spaziale coreana decide di inviare una squadra di astronauti in una base lunare dove già uno strano incidente aveva sterminato un’intera squadra di scienziati (quante buone premesse!). Ovviamente, anche la missione lunare – di cui, all’inizio, nessuno sembra fornire spiegazioni congrue – si rivela ben presto una possibile missione suicida agli occhi del Capitano Han (un Gong Yoo, freddo e di grande intensità) e della astro-biologa reinventatasi etologa Song Ji-an (la bravissima Bae Doona), soprattutto dopo una serie di scoperte che metteranno a nudo la domanda etica su quali siano i limiti della scienza e su come possa disumanizzarsi in nome di un credo tecnologico che diventa quasi religioso.

Tra suspence e colpi di scena (fidatevi, uno dietro l’altro, da farvi saltare sulla sedia), citazioni di Alien e complessi dostoevskijani, la serie trasporta a ritmo serrato in un mondo che non ci sembra tanto dissimile da quello che stiamo vivendo e che stiamo costruendo – ahimè! – giorno per giorno, ponendo tanti interrogativi morali, che vengono lasciati volutamente in sospeso, affidando allo spettatore il compito di discernerli e di risolverli. La più grande lezione che il drama può offrirci è, però, quella che non può esserci progresso senza umanità, perché anche laddove la scienza sembra portare a grandi conquiste, se si priva della morale, non potrà mai costruire un futuro migliore per l’uomo.

Consigliata: a chi ama la fantascienza, anche senza amare i drama coreani; a chi ama i drama coreani, anche senza amare la fantascienza; a chi ama guardare una serie, ponendosi mille interrogativi o semplicemente entrando in fibrillazione ad ogni scena; oppure a chi ama Gong Yoo (perché, diciamolo, non è che passa proprio inosservato).

Captain-in-Freckles

ll Capodanno in Giappone

Il Capodanno in Giappone è una delle festività più attese e sentite in tutto il Paese. La vigilia di Capodanno, il 31 dicembre, è chiamata Ōmisoka, mentre il periodo che va dall’1 al 3 gennaio è detto Shōgatsu. Entrambe queste festività nel 1873 si sono adattate al Calendario gregoriano; prima , invece, seguivano il calendario lunisolare cinese. Gli uffici pubblici, le scuole e molte attività commerciali sono chiuse dal 29 dicembre al 3 gennaio, mentre restano aperti i templi e i santuari.

Sono molte le tradizioni legate al Capodanno, ma iniziando da quelle religiose possiamo ricordare l’hatsumode, cioè la prima visita al santuario shintoista: in tanti aspettano la mezzanotte per essere tra i primi ad entrare e pregare, altrimenti le giornate simboliche sono sempre quelle tra l’1 e il 3 gennaio, un rito propiziatorio per pregare che l’anno nuovo possa essere fortunato.

Il Joya no kane, invece, è un evento buddista che si tiene ogni 31 dicembre nei templi di tutto il Giappone e consiste nel suonare una campana con 108 rintocchi, 107 per l’anno che sta per concludersi e il 108esimo per l’anno nuovo. Il numero 108 simboleggia il numero dei peccati in cui una persona cade nella propria vita e i rintocchi servono per cacciare le tentazioni ed iniziare serenamente l’anno nuovo. Le persone portano con sé i vecchi portafortuna e ne acquistano di nuovi. A Kyoto si svolge una delle più coinvolgenti cerimonie dei 108 rintocchi al santuario Yasada. Le persone indossano un kimono tradizionale e, nel silenzio di una atmosfera intima e magica , percorrono la strada che porta al Santuario Yasada dove attenderanno il rituale dei rintocchi della mezzanotte e si avvicineranno alla fonte di fuoco sacro con uno spago per prendere una fiamma da portare a casa.

Tradizione molto magica del Capodanno è anche quella di attendere la prima aurora dell’anno, l’ Hatsuhinode, da una collina o da una montagna o, se si è in città, da un edificio molto alto, a Tokyo, ad esempio, molti si recano alla Tokyo Tower o alla Tokyo Sky Tree .

Le tradizioni culinarie del Capodanno presentano diversi piatti caratteristici legati a questa festività, tra i più famosi, i Toshikoshi-soba, particolare preparazione della soba giapponese, da mangiare prima della mezzanotte. I soba sono pasta di grano saraceno che simboleggia la resistenza e la forza, buon auspicio per l’anno nuovo.

I mochi sono palline morbide preparate con acqua e riso e spesso a Capodanno vengono aggiunte alla zuppa di riso Ozoni, da mangiare il primo giorno dell’anno.

Altra usanza tipica del Capodanno giapponese è inviare a parenti o amici, che vivono distanti, cartoline di auguri di buon anno nuovo, chiamate Nengajō, le più caratteristiche sono quelle che presentano i segni dell’oroscopo.

Se dal punto di vista tradizionale il Capodanno in Giappone è ricco di ritualità, nelle grandi città come Tokyo non mancano i festeggiamenti alla maniera occidentale con fuochi d’artificio e spumante, soprattutto in quartieri come Shibuya e Shinjuku e con il famoso spettacolo pirotecnico dalla Tokyo Tower. Per chi resta a casa, invece, gli terrà compagnia la Kohaku Uta Gassen, uno spettacolo musicale trasmesso ogni anno il 31 dicembre, dal 1951 in avanti, dura circa quattro ore e si tratta di una gara canora dove i cantanti (dalle star del momento ai cantanti di musica popolare e tradizionale) sono divisi in squadre , le donne in rosso e gli uomini in bianco.

Memoru Grace

Perché Die Hard è un film di Natale

“Now I have a machine gun. Ho ho ho!”

Ogni anno, tavolate di amici e parenti si dividono le spoglie natalizie in base alle fazioni “Pandoro” e “Panettone”, che guerreggiano per tutto il mese di dicembre peggio dei Guelfi e Ghibellini di dantesca memoria. Ma c’è un’altra faida che non si placa da anni, ovvero: “Die Hard” è un film di Natale?

Tanto vale dirvelo subito, secondo la sottoscritta, sì. Sono addirittura tentata di dire che “Die Hard” è uno dei migliori film di Natale che siano mai stati prodotti da quell’industria cinematografica di fracassoni americani che ci tortura almeno dagli anni ’70. E vi spiego subito per quale motivo un film di azione e adrenalina sia diventato, col tempo, un grande classicone delle feste.

John McClane, il protagonista della serie di Die Hard interpretato da Bruce Willis, giunge da New York a Los Angeles per passare le feste con la sua famiglia, quando, ad un certo punto, nel grattacielo dove lavora la moglie irrompe un gruppo di terroristi tedeschi armati fino ai tempi e comandati dal vagamente nazista Hans Gruber (il mai dimenticato Alan Rickman). Il gruppo prende in ostaggio tutti i presenti ad un party natalizio, ovvero mezza popolazione di Los Angeles, tranne, ovviamente, il nostro McClane. Pessimo errore di valutazione che, da Die Hard in avanti, tendono a fare tutti i terroristi stranieri che prendono in ostaggio eroi made in USA. Naturalmente, il nostro McClane non si farà sfuggire l’occasione di catturare i criminali, liberare gli ostaggi e passare le feste in famiglia, superando anche la crisi matrimoniale incipiente.

Ma, nonostante quello che possiate pensare, non è l’ambientazione natalizia, il party frammentato, le luci di una Los Angeles anni ’80 e le pailletes festose di cui sovrabbondano gli abiti a rendere Die Hard un grande film per le feste. L’elemento più natalizio – udite, udite! – è proprio il nostro McClane in canottiera che striscia per le condutture dell’areazione per rovinare la festa ai terroristi. O mi spiego meglio: il messaggio di Natale è affidato proprio al duro a morire McClane, che fa di tutto per salvare la propria famiglia, i propri affetti e l’umanità dalla crudeltà e dalla violenza e, quindi, fa di tutto per salvare la festa. In un’ottica eminentemente fiabesca, McClane è l’uomo che salva il Natale, non solo materialmente, ma anche moralmente, visto che salva la consapevolezza che i miracoli accadono a Natale, che la famiglia assume un ruolo centrale nell’esistenza e che l’amore e la bontà vincono sempre, nonostante tutto. McClane è il vero eroe natalizio alla Frank Capra che gli anni ’80 hanno saputo regalarci, pur con tanta action e tanto umorismo: un anonimo poliziotto che si trasforma nel simbolo della resistenza natalizia contro il malefico di turno (non importa se si tratta del perfido banchiere Potter de “La vita è meravigliosa” o del terrorista tedesco) e che lancia un urlo profondo e vivace, come il “Buon Natale” urlato da James Stewart per le strade dell’immaginaria Bedford. McClane è l’uomo che si stava arrendendo e che ora torna a vivere, a sperare e ad amare, perché ha scoperto che nessun uomo è da solo se ha degli amici e una famiglia intorno.

Allora, viste tutte queste premesse, non possiamo non ammettere che “Die Hard” è uno dei film più natalizi di sempre, meglio di qualsiasi commedia romantica che tenta di accattivarsi gli spettatori sotto il vischio e la neve (falsa), con tanto di musichette natalizie. Del resto, anche McClane ha il suo bel daffare a ritmo di Winter Wonderland e Let It Snow. Mica canzoni a caso.

Captain-in-Freckles

Maid – Il potere terapeutico della scrittura

Se avete voglia di recuperare una miniserie televisiva tra le più emozionanti degli ultimi tempi, vi consiglio “Maid”, ispirata al memoir di Stephanie Land,” Domestica: Lavoro duro, paga bassa e la voglia di sopravvivere di una madre”.

La serie è stata creata da Molly Smith Metzler e la potete recuperare su Netflix.

Alexandra Russell, interpretata magistralmente da Margaret Qualley, è una giovane madre di venticinque anni che, dopo l’ennesima lite violenta con il compagno, decide di andare via di casa con la sua bambina, Maddy, e di cercare rifugio presso le strutture sociali, cercando di sopravvivere grazie a irrisori sussidi e lavori malpagati. La vita di Alex è sempre stata costellata di miserie e sacrifici, di continui cambi di residenza e dalla convinzione di un futuro incerto, iniziando da un compagno immaturo che non avrebbe voluto diventare padre così giovane e che ha problemi di alcolismo e di disturbi di aggressività, continuando con il difficile rapporto con un padre che, ormai pentito da un suo vissuto violento, non riesce comunque ad avvicinarsi alla figlia. La madre di Alexandra, Paula, interpretata dalla straordinaria Andie MacDowell, è un’artista caduta in disgrazia che vive di fallimenti personali, dalle relazioni sbagliate con gli uomini ad una personalità bipolare che spesso “ostruisce” le decisioni della figlia, mentre altre volte le si attacca morbosamente per farsi quasi proteggere. Paula vive come una senzatetto e non solo per la sua condizione economica, ma anche come scelta, è un continuo autopunirsi che complica ancora di più la relazione con la figlia. Paula e Alexandra, madre e figlia, così come anche nella realtà, Andie MacDowell è effettivamente la madre di Margaret Qualley, riescono ad impreziosire la storia con le loro interpretazioni che fanno pensare, soffrire, piangere e riescono a rendere il dramma umano e la crisi esistenziale femminile, la non accettazione da parte della società e soprattutto da parte di se stesse. Alex, però, cerca di reagire, trova un lavoro come donna delle pulizie presso una piccola azienda dove vengono assunte solo donne e dove non esistono festività, mattine, notti, ostacoli. L’obiettivo di Alex è quello di migliorare la propria condizione e quello della sua piccola Maddy. Tra sacrifici, fatiche e lavori, Alexandra sarà la vera eroina di se stessa. La sua arma? La scrittura. Alexandra sognava di fare la scrittrice e anni prima era stata presa dall’Università del Montana per studiare scrittura creativa, ma le condizioni economiche, il degrado sociale e psicologico vissuto quotidianamente e la nascita della figlia non le hanno permesso di terminare il percorso scolastico. La scrittura, però, continua ad essere il suo appiglio, la sua speranza, così decide di scrivere piccole storie di umanità, quella che vede o percepisce nelle case dove va a fare le pulizie. Quel lavoro così umiliante e mal pagato diventa oggetto di ispirazione per riprendere in mano la propria vita.

Una miniserie molto bella che vi consiglio di recuperare, per commuoversi grazie a delle interpretazioni meravigliose, per scoprire un lato oscuro dell’America contemporanea, ovvero la povertà vissuta soprattutto dalle donne, e per farsi incantare dal lato terapeutico della scrittura.

Grazia

Le luminarie natalizie in Giappone

In Giappone le festività natalizie non sono segnate sul calendario e il 25 dicembre non è festivo, ma in realtà si respira il clima natalizio per le strade delle città, soprattutto grazie alle famose luminarie.

Le strade si riempiono di meravigliose luminarie natalizie e decorazioni e in molti ambienti vengono ricreati dei veri e propri spettacoli di luci e musica, le cosiddette “Christmas Illuminations”. I negozi contribuiscono ad arricchire la magia dell’ambiente, agghindando le proprie vetrine con luci e festoni e con i simboli del Natale. Una delle tradizioni più particolari e curiose di questo periodo è il fukubukuro ( 福袋), si tratta di un sacchetto il cui contenuto è una sorpresa e viene venduto dai negozianti ad un  prezzo inferiore rispetto al valore del prodotti all’interno del sacchetto. Originariamente la tradizione della vendita dei fukubukuro era legata al Capodanno, ma ormai da molti anni per tutto il mese di dicembre si trovano questi sacchetti nei negozi giapponesi. Alcuni sacchetti contengono anche cinque o sei prodotti alcuni più piccoli o cambiano a seconda della tematica, potreste trovare addirittura sacchetti pieni di gadget.

Va ricordata un’altra tradizione del Natale giapponese e stavolta riguarda il menù tipico: la torta panna e fragola e il tipico pollo fritto di Kentucky Fried Chicken, la famosa catena nordamericana. La tradizione risale ai tempi quando molti statunitensi residenti in Giappone, non potendo mangiare il tacchino, vista la scarsità di tacchini in tutto il Giappone, si rivolsero al pollo fritto che sembrava essere la cosa più simile e sostitutiva. Nel 1974 la catena di KFS – Kentucky Fried Chicken, sfruttando questa tradizione che ormai si era consolidata nel paese, realizzò una campagna pubblicitaria con il personaggio del Colonnello Sanders (il fondatore della catena KFS) vestito da Babbo Natale. Da allora, in tutti i ristoranti della catena, l’immagine del colonnello vestito da Babbo Natale viene presentata per tutto dicembre.

Se vi va di perdervi tra le luci di Natale in una bella passeggiata a Tokyo, Roppongi Hills è il luogo più indicato per voi, oltre alle bellissime luminarie, nell’area della West Walk vi è un albero alto 8 metri con circa 1200 luci al led e il mercatino di Natale che si ispira a quelli tradizionali tedeschi.

Per tutto dicembre la zona di Roppongi Hills è illuminata da “Snow & Blue”, la tradizionale camminata di 400 metri su Keyakizaka Avenue, ormai diventata immagine simbolica dell’inverno di Tokyo con il viale illuminato e sullo sfondo la Tokyo Tower.

Anche nei quartieri di Shinjuku e Ginza le luminarie sono da ammirare così come i negozi addobbati e nelle vie tra le stazioni Harajuku e Omotesando.

Oltre a Tokyo sono famosissime le  Jewel of Shonan sull’isola di Enoshima che ogni anno attirano tanti visitatori e sono considerate delle attrazioni invernali, le luci si confondono piacevolmente con il tramonto sul paesaggio meraviglioso dell’isola.

Suggestive anche le luminarie ad Osaka dove ogni anno viene organizzata “The Great Santa Run”, la gara di corsa per beneficenza in cui tutte le persone che partecipano corrono vestite da Babbo Natale.

Memoru Grace

Komi Can’t Communicate (ovvero crescere con l’ansia sociale)

Alzi la mano chi non è mai stato afflitto, almeno in minima parte e in determinate situazioni, da una certa ansia sociale, ovvero da quell’incapacità di comunicare con le persone intorno, unita a quella voglia irrefrenabile di sparire dalla società, nascondersi sotto una coperta o mimetizzarsi contro un muro per non essere costretti ad interagire con gli altri.

La protagonista di quest’anime, tratto e serializzato dall’omonimo manga edito per la prima volta nel 2016, soffre proprio di una sindrome da ansia sociale a livello patologico ed estremo. Komi Shouko è un’adolescente alta, molto bella e altera, con una lunga e folta chioma, che frequenta un liceo esclusivo ed attira su di sé gli sguardi di ammirazione di tutti i compagni, senza, tuttavia, stringere mai amicizia con nessuno. Il primo giorno di scuola, lo sbadato Tadano Hitohito arriva in classe in ritardo e si siede casualmente accanto a Komi ed inizia a parlarle. Così, scopre il suo terribile segreto: Komi non parla in pubblico (ma nemmeno in solitaria) perché ha paura a farlo e comunica con il suo compagno di banco scrivendo una serie di messaggi in un quadernetto o alla lavagna, quando rimangono da soli in classe durante l’intervallo. Ma c’è di più: Komi non possiede un cellulare perché teme il dialogo telefonico, non è mai andata al ristorante o al bar da sola perché non vuole parlare per fare un’ordinazione e non ha mai fatto shopping (è la madre a comprarle i vestiti) perché trema in pubblico. Soprattutto, Komi non ha nemmeno un amico, per cui l’obiettivo di Tadano diventa proprio quello di farle superare l’ansia sociale e di farle trovare ben 100 amici all’interno del loro liceo, fungendole da fedele alleato, da interprete e da primo vero amico e dandole quella sicurezza che Komi non aveva mai trovato in se stessa.

A fare da contorno una serie di personaggi più o meno strani, imbarazzanti, folli, ma soprattutto adolescenti con tutte le loro insicurezze, i timori e la voglia di crescere: Osama Najimi, ragazz* non binario esuberante, che si proclama amic* di tutti e ha un’energia positiva incredibile; Manbagi Rumiko, una bulletta iper-truccata e alla moda, che si comporta in modo arrogante solo per nascondere le proprie debolezze; Himiko Agari, ragazza folle e fissata che fine di essere super sapiente ed elargisce consigli ai compagni; Makeru Yadano, ragazza solitaria che si autoproclama nemica giurata di Komi.

La serie segue il genere “slice of life” ed è fondamentalmente un romanzo di formazione, che con freschezza e delicatezza tratta la realtà della crescita e dell’adolescenza. Tutti quanti siamo o siamo stati qualche volta bloccati davanti alla socialità come Komi o un po’ folle come i suoi compagni o impacciati come Tadano. A mio avviso, malgrado l’originalità della tematica e l’inclusività con cui è affrontata, l’anime presenta diverse debolezze, che, in alcuni punti, lo rendono piuttosto irreale. Ad esempio, se Komi non parla con nessuno (né compagni né professori) perché affetta da ansia sociale, come fa materialmente ad affrontare interrogazioni ed esami? Nell’anime, si percepisce chiaramente che questa difficoltà si ripete anche in quei casi, ma lo spettatore potrebbe domandarsi come mai nessun insegnante se ne sia mai accorto e sia intervenuto in merito (strano che lo abbia fatto solo il compagno di banco quindicenne). Ancora più strano che i genitori non siano mai intervenuti per tentare di far superare questo problema alla figlia, che ne soffre sin dalla primissima infanzia (dai ricordi, si nota come Komi non abbia mai parlato nemmeno alle elementari e nei corsi del dopo scuola). E ancora: come mai tutti la ammirano e la adorano (con vere e proprie scene da delirio di fans), se non l’hanno mai vista comunicare? Se l’adorazione è basata solo sull’aspetto esteriore di Komi (che è particolarmente bella e attraente), sembra piuttosto debole e superficiale, stridente con la tematica profonda che l’anime intende introdurre al pubblico.

In ogni caso, nonostante questi dettagli che paiono inconcludenti, Komi Can’t Communicate ha il pregio di essere una serie anime unica nel suo genere, occupandosi della normalità delle piccole cose senza i drammi e le crisi esistenziali che caratterizzano spesso le storie con protagonisti adolescenti.

Consigliata un episodio alla volta, a piccole dosi, per spezzare la routine quotidiana, sorridere con Komi&Co e imparare a percepire il prossimo con affabilità e comprensione. Perché la paure si superano anche grazie all’affetto degli amici.

Captain-in-Freckles

Something in the rain (ovvero trovate qualcuno che vi guardi come Jun-hee guarda Jin-ah)

Il sottotitolo non è a caso, ma è rappresentativo di tutta la storia di questo k-drama che è anche stato il mio primo k-drama, l’ho visto, infatti, appena uscito nel 2018. Sono subito stata attirata dalle immagini poetiche del trailer e dalla colonna sonora che riempie ogni momento come un sogno romantico.

Yoo Jin-ah (interpretata da Son Ye-jin) lavora come impiegata supervisore in una azienda di caffè, ma oltre al ritmo stressante del lavoro è sottoposta, così come altre sue colleghe, a subire molestie da parte dei superiori durante le cene aziendali. Un giorno, dopo tre anni negli Stati Uniti, torna in Corea il fratello minore della sua migliore amica che va a lavorare presso un’azienda di videogiochi, la cui sede è vicina agli uffici di Jin-ah.

Seo Jun-hee (interpretato dall’attore Jung Hae-in) conosce da molto Jin-ah ed è da sempre stato attratto dalla ragazza, ma, a causa della differenza di età, è solo stato trattato da amico e da fratello minore di Seo Kyung-seon, la migliore amica di Jin-ah.

Nel momento in cui si incontrano, davanti alla sede di lavoro, qualcosa però è cambiato, Jin-ah inizia a vedere con occhi diversi Jun-hee, non è più il fratello minore della sua amica, ma è diventato un ragazzo maturo, dal temperamento dolce e positivo e dallo sguardo sognante e il sorriso disarmante. Jin-ah quasi non si riconosce perché sa che ha iniziato a provare dei sentimenti d’affetto per Jun-hee e ne è spaventata, prima di tutto perché è il fratello della sua amica, poi per la differenza di età. Da qui in avanti inizieranno le paturnie di questa povera ragazza che dovrà sottostare alle pressioni lavorative, a quelle familiari, poiché faranno di tutto per allontanare i due giovani, e dalla sua voglia di evadere, di cambiare la propria vita.

Mentre Jun-hee ha solo occhi per Jin-ah e non è un personaggio in trasformazione, è perfetto così, è il ragazzo che tutte meriteremmo, ma che è così difficile da trovare, per Jin-ah, invece, i sedici episodi del k-drama sono un vero e proprio Bildungsroman, inizia che è fidanzata con un tizio che capiamo essere psicolabile, non viene trattata bene a lavoro, ma da quando rincontra Jun-hee scopre il vero amore, quello che la porterà a soffrire perché lo vorrà tenere nascosto da tutti per la paura di essere giudicata dalla società, così attenta a parlare male di una donna di trentacinque anni non ancora sposata e non sistemata secondo i canoni antichi, ma tutto questo la porterà anche ad allontanarsi da Jun-hee che la cercherà e farà di tutto per poter imporre la loro relazione alle famiglie e agli amici.

Non sarà semplice, i due ragazzi si separeranno, piangeranno, Jin-ah si crogiolerà nella propria malinconia, mentre Jun-hee, per non cadere in depressione, prenderà una decisione che lo porterà lontano, ma quando Jin-ah riuscirà a venire a capo della propria situazione e capirà che ha la forza e il coraggio di controbattere ogni offesa e superare ogni ostacolo, darà finalmente una svolta alla propria vita lavorativa e, con orgoglio, riconquisterà fiducia in se stessa e capirà finalmente di volersi bene.

Mancherà solo Jun-hee, ma non disperiamo, perché la pioggia in questo k-drama è davvero magica e soprattutto vi consiglio di tenere con voi sempre due ombrelli, uno rosso per l’inizio e uno verde per la fine!

Memoru Grace

Furoshiki – Un’arte antica giapponese

Vi sarà capitato mentre leggevate manga o guardavate anime di accorgervi che spesso i personaggi delle storie avvolgevano i propri libri o i bento in dei quadrati di stoffa. Fateci caso, li abbiamo visti molto spesso! Questi quadrati di stoffa colorata si chiamano furoshiki e la loro origine è molto antica, risale al periodo Edo ( 1603 – 1868) quando venivano utilizzati dalle persone che frequentavano i bagni pubblici per raccogliere e portare i vestiti.

Il Furoshiki, letteralmente telo da bagno , è un quadrato di stoffa colorato o decorato che viene piegato o annodato in diversi modi così da poterlo adattare agli oggetti da trasportare e per l’occasione può anche essere trasformato in borsa. I primi che sfruttarono la comodità dei furoshiki furono i librai che li utilizzarono per il trasporto dei libri. I furoshiki possono essere realizzati in seta, in garza, ma il materiale più comune ed economico rimane sempre il cotone, possono essere di diversi colori o di varie fantasie e decori, non esiste una dimensione standard, ma più o meno si tratta di un quadrato di 45 centimetri per lato, anche se esistono, però furoshiki di dimensioni più grandi come tovaglie, tende o coperte.

Esistono diverse tecniche di piegatura di un furoshiki e ogni tecnica rende un aspetto diverso; è importante, però, sapere che di solito l’oggetto da avvolgere viene posizionato in diagonale al centro del quadrato di stoffa, ed a quel punto si inizia ad avvolgerlo. Le bottiglie, per esempio, vengono avvolte in modo differente rispetto ai libri o all’anguria in estate che sarà facilmente trasportata grazie ad un furoshiki e portata nei pic nic.

Con il tempo, poi, il furoshiki è stato utilizzato anche per avvolgere i regali, invece di utilizzare la carta si opta per il furoshiki, un’idea simpatica per personalizzare i regali da fare. Se fate una breve ricerca sul web troverete moltissimi video o tutorial che vi spiegheranno le diverse tecniche per utilizzare il furoshiki, come piegarlo, come annodarlo, per questo la sua fama si è rafforzata sempre di più e pian piano è stata conosciuta in tutto il mondo.

Di recente il Ministero dell’Ambiente in Giappone ha lanciato l’iniziativa “Mottainai Furoshiki”, cioè sostituire le borse di plastica con i furoshiki, che potremo definire le prime vere eco-bag della storia!

Memoru Grace