Mirai – Un inno delicato sull’affetto tra fratelli

“Mirai no mirai” lett. “Mirai del futuro”, diretto da uno dei registi più bravi della nuova generazione, Mamoru Hosoda, è un film d’animazione candidato all’Oscar nel 2019 e la candidatura è stata meritatissima così come anche gli apprezzamenti ricevuti in tutto il mondo.

Kun, è un bambino di quattro anni che, come tutti i fratelli maggiori, deve affrontare l’arrivo di un nuovo membro della famiglia, nel suo caso, una sorellina, chiamata dai genitori, Mirai, che in giapponese significa “futuro”. All’inizio Kun ha tante aspettative, pensa, infatti, che la sorellina possa essere una nuova compagna di giochi, ma quando viene richiamato dai genitori e dagli adulti che gli ricordano che la sorella è appena neonata e non può giocarci, Kun si isola e inizia a provare gelosia per questa nuova creatura che, non solo gli ha portato via l’amore di mamma e papà, ma che lo ha privato dell’attenzione da parte di tutti. Nessuno più pensa a Kun, a nessuno interessa dedicargli del tempo, ormai è nata Mirai e i genitori non hanno che occhi per lei.

Ad un tratto succede qualcosa, forse una magia o un salto temporale, molto caro al regista Mamoru Hosoda che ci aveva già incantati con “Wolf Children” e “The Boy and the Beast”.

Cosa accade al piccolo Kun? In un viaggio al di là del tempo e delle dimensioni spazio-temporali, Kun intraprende un percorso introspettivo e ricco di simboli e di metafore dove si imbatte in una persona che crede di conoscere e che infatti si rivela essere proprio Mirai, ormai quattordicenne che diventerà la sua guida aiutandolo a conoscersi e ad accettare se stesso. In questo viaggio inimmaginabile, Kun cercherà di affrontare le paure di ogni bambino e, oserei dire, anche di ogni adulto che ricorda di essere stato bambino: perdersi e non ricordare più la strada di casa, non riuscire più a rammentare il viso e i nomi dei genitori, sentirsi inadeguato in ogni situazione soprattutto quando gli adulti chiedono di comportarsi bene e dimostrare di essere “il grande di casa” e di dare il buon esempio ai più piccoli.

Cosa si richiede ai bambini come Kun e a tutti quelli a cui nasce un fratello o una sorella? Crescere in fretta.  Kun ne è consapevole e ne ha paura, la sua paura che è rappresentata dal treno che conduce alla “Terra dei Bambini soli”, l’inferno per i bambini che vengono trovati soli in stazione. Un incubo all’interno del sogno.

Mirai, però, si rivela come la chiave della sua salvezza, anzi, solo la Mirai del futuro aiuterà Kun alla scoperta della cooperazione tra fratelli e a riconoscere l’affetto e la fiducia che li possa legare.

In questo lungo percorso metaforico Kun conoscerà i genitori da bambini e capirà che anche loro hanno dovuto affrontare diverse difficoltà. Sarà, poi, affascinato dalla figura carismatica del bisnonno che gli darà le direttive per vivere e vincere ogni timore. Parenti e persone del passato interverranno nel viaggio del bambino così come la famiglia del futuro e, nel frattempo, l’elemento sempre uguale che osserva la ciclicità delle generazioni è rappresentato dall’albero secolare in giardino.

Il viaggio di Kun è un viaggio da cui si esce svuotati, ma consapevoli di aver acquisito nuove conoscenze e di aver appreso il valore dell’affetto e dell’unione tra fratelli, la vera ricchezza che il bambino capirà nonostante la giovanissima età.

Nessuno vuole dimenticare o escludere Kun dalla propria vita, i genitori continuano a volergli bene e d’altra parte, quando rivedrete il film o lo recupererete per la prima volta, potrete far caso che le prime sequenze del film presentano Kun nei suoi primi giorni di vita con i genitori che lo accudiscono e gli dedicano moltissimo tempo, perché anche Kun era ed è sempre stato desiderato da entrambi i genitori solo che non lo ricorda perché ancora bambino.

Un film dedicato ai fratelli e alle sorelle maggiori, alle loro paure, al loro timore di sentirsi da soli, abbandonati e inadeguati di fronte alla società che pretende da loro comprensione e maturità.

Un film dedicato ai fratelli e alle sorelle minori che, nonostante tutto, hanno da sempre preso per scontato la presenza dei fratelli e delle sorelle maggiori e non hanno mai dubitato del loro amore.

Un film dedicato ai genitori che ricordano di essere stati bambini e di aver pensato come bambini anche nelle piccole gelosie e insicurezze e difatti non esiste un manuale per diventare genitori, ma esiste il ricordo di essere stati bambini.

Mirai è un film d’animazione dello Studio Chizu che vale la pena recuperare per riflettere, anche dopo molto tempo, sull’importanza degli affetti familiari e sulla paura di crescere fin dai primi anni di vita che va superata anche grazie alle generazioni passate e alla cooperazione tra fratelli che, anche se diversi, riusciranno a trovare un modo di incontrarsi anche in altre eventuali dimensioni.

Memoru Grace

L’avventura di Rilakkuma al parco dei divertimenti – Le piccole cose belle

Non posso nascondervi la mia felicità nel sapere che era prossima una nuova stagione di Rilakkuma e, con un certo senso di malinconia e affetto, ricordo che sul blog il mio primo articolo per la rubrica delle serie è stato proprio “Rilakkuma e Kaoru”.

La particolarità di questa stagione è che non si tratta semplicemente di un sequel, ma di un nuovo capitolo a sé stante perché, oltre al cambio di sceneggiatori, l’ambientazione e il contesto della storia sono completamente diversi. Nella prima stagione la storia è ambientata quasi sempre nell’appartamento di Kaoru, nel suo ufficio e, anche nelle scene girate negli esterni, la storia puntava sempre a centrare le sfere di interesse della vita della protagonista, persino il picnic con i suoi morbidi amici diventava un’esperienza totalmente personale. In questa nuova storia, invece, tutto è ambientato all’esterno o meglio dire in un parco di divertimenti a tema dolci, il Nakasugi Land, frequentato da tantissime persone, dove è difficile essere da soli, ma non impossibile ed è proprio su questo punto che ancora una volta questa bellissima serie ci vuole far riflettere.

Inoltre, in “Rilakkuma e Kaoru” la storia era ambientata lungo un anno di tempo e insieme ai protagonisti eravamo spettatori dello scorrere delle stagioni, mentre questa nuova avventura è ambientata in un solo giorno, quasi a concentrare tutto quanto nell’attimo, simbolo del divertimento rappresentato dal parco scelto dai nostri amici per trascorrere la giornata, ma anche per scorgere in un soffio le vite di altre persone che animeranno la storia, a differenza della prima stagione stavolta, infatti, il racconto diventa corale.

Addentriamoci, quindi, in questa nuova avventura.

Kaoru e i suoi morbidi amici, il tenero e pigro orso Rilakkuma, l’orsetto di media taglia Korilakkuma, il pulcino Kiiroitori, insieme al vicino Tokio, decidono di trascorrere una giornata in un parco di divertimenti che sta per chiudere i battenti per sempre, nonostante i diversi tentativi di rilanciarlo con nuove attrazioni e spettacoli. Per una serie di incomprensioni, disguidi e di una borsa dimenticata su un pullman, i nostri amici si troveranno separati e, prima di rincontrarsi, si imbatteranno in nuovi personaggi che racconteranno le loro storie, ogni nuova conoscenza arricchirà il mondo introspettivo dei protagonisti. Conosceremo così anche noi la giovanissima e geniale Emiri, imbattibile nei videogiochi, già un asso a livello internazionale, ma in realtà una ragazzina timida e desiderosa di far amicizia, Rilakkuma diventerà subito il suo preferito e lo coinvolgerà in un sacco di avventure. Conosceremo, poi, alcuni dipendenti del parco, come il timoroso e imbranato clown che nutre un sentimento d’amore per la idol che dovrà esibirsi al parco dei divertimenti, ma che non ha il coraggio di dichiararsi e confessa le sue paure a Kaoru, c’è l’allegro meccanico  Eiji, talmente appassionato alla sua professione, che coinvolgerà i nostri amici all’interno del segreto che il parco nasconde ed infine la giovane Suzune, affannata per il troppo lavoro e responsabilità e che dovrà decidere cosa fare nella sua vita una volta che il parco chiuderà i battenti. Tanti personaggi che custodiscono nel loro cuore solitario preoccupazioni e timori, ma che in un giorno come altri si incontreranno e condivideranno una avventura indimenticabile, perché la quotidianità non è per forza banalità.

Ancora una volta in questa serie slice of life, girata come la prima con la tecnica dello stop motion, il messaggio forte è quello di cogliere gli aspetti positivi di ogni giorno, la gioia delle piccole cose e fermarci un attimo a pensare e a cercare un angolo tutto per noi, solo per rilassarci, perché ce lo meritiamo.  Non sono i grandi colpi di scena, ma quei piccoli dettagli, quei gesti, quei sorrisi che scaldano le nostre anime nel momento migliore e, spesso, anche dai piccoli inconvenienti come una borsa dimenticata sul pullman iniziano le più grandi avventure!

Memoru Grace

The Law Cafe (ovvero la meravigliosa complicità di supportarsi a vicenda)

“Avere delle persone dalla tua parte può essere una consolazione sufficiente per aiutare gli altri a risollevarsi. Perché è un sentimento così contagioso da rimarginare le ferite”.

CI sono dei drama che fanno bene alla salute fisica e mentale, perché sanno divertire, far sognare, emozionare, insegnare e confortare allo stesso tempo: producono, insomma, i cosiddetti ormoni della felicità, come se mangiassimo cioccolata, passeggiando in una tiepida e colorata giornata primaverile/autunnale accanto alla persona amata dopo aver superato un’importante prova d’esame, con le note della nostra colonna sonora preferita in testa. La visione di The Law Cafè, che attendevo da tempo non solo per la presenza di Lee Seung-gi e la sua reunion con Lee Se-young dopo A Korean Odyssey, invia al cervello tutti quei neurotrasmettitori che fanno incrementare la felicità o che, quanto meno, scacciano le tenebre della depressione: nei primi episodi, le zuffe tra i due protagonisti (vedere gli assalti di lei alla pacifica tranquillità casalinga di lui per credere) e le loro confidenze ad una fittizia videocamera – con tanto di fumettino animato di incoraggiamento – aumentano la serotonina del buon umore; la loro alleanza, la vittoria delle cause in tribunale e il mini concerto rock alimentano la dopamina che dà un senso di piacevole euforia; la complicità di un piccolo gruppo che lotta contro le prevaricazioni dei grandi e la sicurezza della vittoria dà un’impennata all’adrenalina della forza; lo sguardo di lui, carezzevole e timido, con gli occhi abbassati e la fossetta sotto il labbro, e gli occhi che divagano di lei, mentre sente una sottile e piacevole fitta al cuore (o le farfalle nello stomaco), ci riportano la dolcezza del primo amore e della feniletilamina della gioia; l’unione di coppia e il reciproco supporto appaga perfettamente l’ossitocina che regola l’ormone dell’amore; il finale con la risoluzione di tutti i problemi – mai da soli, ma sempre insieme – riduce l’ansia e lo stress della vita quotidiana, appianando i livelli di gaba, l’ormone della serenità. Tutto questo viene prodotto dai 16 episodi di questo drama, che, con una sceneggiatura brillante e coinvolgente e un’apparente leggerezza di narrazione, unisce commedia romantica, legal drama, introspezione psicologica e, a tratti, anche elementi inaspettati da thriller e da action, senza mai perdere il filo e costruendo personaggi straordinari, che sono andati oltre le mie aspettative.

Kim Yu-ri (Lee Se-young, protagonista di The Red Sleeve e Doctor John) è talmente adorabile e carina che, da piccola, ha vinto pure un concorso di bellezza, se non fosse per il suo carattere passionale e irascibile, che si infiamma facilmente ogni volta che s’imbatte in ingiustizie e prevaricazioni e che, agli occhi di tutti, la rende lunatica ed esuberante. Quasi rispondendo alla sua esigenza di appianare l’ingiustizia e di stare dalla parte dei deboli, abbandona il suo lavoro come avvocato in un importante studio legale per inseguire il suo sogno: aprire una graziosa caffetteria in periferia che comprenda al suo interno un piccolo ufficio di consulenza legale, così da prestare la propria abilità di avvocato a tutti coloro che chiedono pareri legali, ma che spesso non hanno i soldi (e, talvolta, nemmeno il coraggio) di assumere un legale: “In base alla mia esperienza, so che la vita può essere molto difficile. E, quando ti abbatte, hai improvvisamente bisogno di qualcosa di cui non ti sei mai curato prima. Hai bisogno della legge. Ne hai un bisogno disperato”.

Il problema è che il suo nuovo padrone di casa si rivela essere Kim Jung-ho (Lee Seung-gi, che potete recuperare anche in Vagabond, My Girlfriend is a Gumiho, You’re All Surrounded e diversi show televisivi), un suo ex compagno di scuola e di università, iperintelligente e con una memoria eidetica, collega di notti insonni di studio sui codici e quasi migliore amico o quasi finto fidanzato, fino a quando non ha deciso di evitarla e di sparire completamente dalla sua vita. Jung-ho è un ex brillante procuratore, che, improvvisamente, è entrato in conflitto con il padre procuratore capo del tribunale, si è licenziato (con uno di quei licenziamenti scenici alla Jerry Maguaire e alla Bridget Jones) e ha abbandonato la sua vita precedente, decidendo di trascorrere le sue giornate in tuta e ciabatte (look casual, tradizionale e vintage, per parafrasare le sue parole), portando a spasso il cane, giocando a carte con le vicine di casa, prendendo il sole in una mini piscina per bambini e scrivendo, di notte, un ignoto e misterioso webtoon: “Ma è per questo motivo che te ne stai seduto con i pantaloni della tuta sul tetto a non fare nulla?“, lo ammonisce Yu-ri; “Sì, non fare nulla è la cosa migliore della vita per tutti”, risponde Jung-ho a sostegno delle proprie idee contro quella piccola libellula mutante che è la sua nuova inquilina, mentre le impone un contratto capestro di non ingerenza nella sua vita personale.

Ma perché Jung-ho non solo ha evitato continuamente di incontrare Yu-ri, ma quasi si autoesclude dalla vita? Il fatto è che, come confessa lui stesso al termine del primo episodio al pubblico di spettatori in un artificio quasi da metateatro, è innamorato di Yu-ri almeno da 17 anni, ovvero da quando l’ha conosciuta a scuola e ne è diventato subito il confidente e migliore amico, ma sa che non può confessarle i suoi sentimenti, perché ha scoperto che l’azienda della sua famiglia è responsabile dell’incidente di lavoro in cui anni prima ha perso la vita il padre di Yu-ri (la vera molla che l’ha spinta a studiare Giurisprudenza). O, meglio, non solo non ha il coraggio di essere chiaro con lei, ma non si sente assolutamente degno, gravato del peso di un peccato che sente di aver preso in eredità dal padre, procuratore corrotto, dal nonno, cinico e duro chabeol, e dallo zio, il vero super cattivo di questa storia, uno di quegli spietati schizofrenici paranoici che uccidono ridendo in falsetto, interpretato magistralmente da Jo Han-chul (il barista cantante di Hometown Cha-cha-cha, l’avvocato – poi, procuratore – di Vincenzo e il detective di Healer, che finalmente si è messo in luce con una parte tutta sua). “Non credo che siamo fatti l’uno per l’altra. (…) Quando sto con te, mi odio. (…) Ogni volta che sto con te, divento un codardo. (…) Scusami per averti amato quando non lo meritavo affatto“, confessa Jung-ho a Yu-ri, quando le spiega quello che ha sempre provato per tutti questi anni.

D’altro canto, alla ritrosia e all’ipersensibilità di Jung-ho fa da contraltare una Yu-ri, che, quando scopre i propri sentimenti, decide di essere diretta al massimo, come solo una donna moderna può fare (“io sono un’avanguardia“, sostiene spesso), presentando immediatamente la situazione, la sua attrazione per lui e la sua volontà di iniziare una relazione, anche e nonostante i dubbi che potrebbe porsi ripensando al risentimento e alla rabbia che l’hanno animata per tutti quegli anni: “Odiarti mi ha fatto molto male. (…) Il risentimento che mi sono portata dietro, il senso di colpa che hai ereditato. Liberiamocene insieme“.

Ed insieme andranno avanti, diventando non solo una coppia, ma un vero e proprio team, alimentato da amore, amicizia, stima reciproca, complicità e anche qualche sana litigata, che coinvolge immediatamente tutto il gruppo sociale che sta intorno a quel Law Cafe e che ha i medesimi obiettivi nella vita: la forza dei piccoli, che, uniti, sono in grado di far crollare i giganti – come l’azienda dello zio di Jung-ho, che, durante gli anni, si è macchiata di una serie di crimini mai perseguiti dalla legge – e che, insieme, diventano formidabili nella lotta contro le ingiustizie. Infatti, pur mantenendo lo stesso tono falsamente leggero e brillante, vengono affrontate una serie di tematiche anche piuttosto pesanti, come lo stalking, il bullismo (con sfoghi anche nei confronti della piaga del cyberbullismo), gli abusi sessuali a cui sono costrette persone di ambo i generi in diverse situazioni professionali e lavorative (con chiarissimo riferimento al movimento del Me Too e monologo femminista di Lee Seung-gi sul tema), la violenza della prevaricazione del consenso, le morti bianche e la mancanza di sicurezza sul lavoro, la condizione femminile e le ingiustizie nelle leggi di successione, i maltrattamenti sui minori e la cattiva gestione da parte dei servizi sociali, la reintegrazione in società degli ex detenuti, la facilità con cui si cade vittima di frodi, gli scandali sessuali in politica… Una serie di piccole cause con piccole comparse umane che avvicinano lo spettatore alle tematiche trattate e che fanno emozionare e condividere le medesime idee dei protagonisti, quasi in prima fila per lottare insieme in quella strampalata famiglia speciale del Law Cafè. Perché quella famiglia siamo tutti quanti quando ci rendiamo conto che solo insieme possiamo liberarci dai pesi e ottenere i risultati e che non è impossibile per un piccolo Davide con la fionda abbattere un colossale Golia davanti, se ci si supporta a vicenda e ci si unisce per la medesima causa. Ed è quello che insegnano i due protagonisti di questo drama, la coppia centrale che si guarda negli occhi con una meravigliosa complicità nel supportarsi (e, talvolta, anche sopportarsi) a vicenda e che contagia con la sua forza e la sua sintonia tutti coloro che stanno loro accanto, rivoluzionando il senso dell’affetto reciproco, che non deve essere un isolamento stucchevole, ma un’estensione di quella capacità protettiva come un ombrello durante un diluvio che, parafrasando le parole di Park Woo-jin, il cugino psichiatra di Jung-ho, interpretato da Kim Nam-hee (Sweet Home, Mr. Sunshine) e forse uno dei miei personaggi preferiti, magari non riparerà mai dalla pioggia, ma conta che sia retto da tutti insieme, perché è l’unione a risultare vincente.

Piccola postilla: come sempre Lee Seung-gi è abituato a regalarci una sua canzone in ogni drama in cui recita e questa volta ha inserito il meraviglioso pezzo live “Isn’t That Good?” con un’improvvisata rock band (la cosiddetta Eunha Band), composta da Ahn Dong-goo alle tastiere (visto già in Sweet Home e Our Beloved Summer e da tenere sott’occhio perché ha un fascino tutto suo), Kim Nam-hee al basso, Jo Bok-rae alla chitarra (il papà di Sunja in Pachinko) e il giovanissimo Kim Do-hoon alla batteria. Da non perdere la scena in cui attraversano le strisce pedonali in stile Beatles.

Consigliato: a tutti, perché sa unire legal drama e rom-com, romance e dramedy, brillanti dialoghi e casi interessanti e di importanza sociale e perché offre non solo spunti su cui riflettere, ma anche degli ottimi personaggi a cui ispirarsi; inoltre, la coppia protagonista è un chiaro esempio di legame sano, non abusivo, reciproco e complice a cui aspirare (per cui, ragazze, cercate sempre un ragazzo come Jung-ho, che vi lasci spazio, vi comprenda e vi supporti nelle vostre lotte, ma che soprattutto riesca a creare un rapporto di perfetta parità e di dialogo).

Captain-in-Freckles

Le situazioni di Lui & Lei – La ricerca di noi stessi dietro la maschera

Lui si chiama Soichiro Arima, è un ragazzo perfetto, bravo a scuola e negli sport.

Lei si chiama Yukino Miyazawa, è una ragazza perfetta, brava in tutto, sensibile e affidabile.

I due sono davvero ciò che fanno apparire?

Yukino Miyazawa è una ragazza che gode della stima di tutti, è molto ricercata perché le persone sanno che possono chiedere sempre a lei dato il suo carattere dolce e rispettoso, una vera studentessa modello, la cui vita viene sconvolta con l’inizio della scuola superiore quando si imbatte nel compagno di classe Soichiro Arima, che, come lei, è reputato uno studente brillante ed intelligente e che presto diventerà una vera e propria preoccupazione per la ragazza che vorrà superarlo in tutti i modi perché detesta essere seconda a qualcuno.  La vera natura di Yukino, infatti, non è quella che tutti conoscono, ma si tratta di una ragazza vanitosa, orgogliosa e ossessionata dalla competizione.

L’invidia e la voglia di primeggiare accecano la nostra protagonista a tal punto che quando riesce finalmente a superare Arima si trova impossibilitata a godere al cento per cento del risultato perché resta spiazzata dalle parole del ragazzo che con discrezione e rispetto si complimenta con lei.

Questo evento causa una frattura nell’atteggiamento sicuro che Yukino ha sempre cercato di rivelare agli occhi di tutti, la ragazza, infatti, inizierà a riflettere e a mettere in dubbio se stessa e le proprie capacità e ambizioni. Proprio nel momento in cui è in lotta con se stessa viene scoperta da Arima che rivela anche lui una parte di carattere che non era ancora trapelata al pubblico e inizia a minacciare Yukino di rivelare a tutti quel che la ragazza è realmente se lei non lo aiuterà in tutti i suoi mille impegni.

Da qui in avanti la vera Yukino toglie la “maschera” della ragazza educata e gentile, e, una volta costretta a collaborare con Arima, scoprirà meglio se stessa e verrà a capo di alcune verità su di sé che anche lei stessa ignorava. La personalità esuberante della vera Yukino trapelerà e presto anche il rapporto con Arima si trasformerà in qualcosa di molto più profondo.

Stesso discorso per Arima, posato, gentile, riflessivo, sembra quasi sempre distaccato, ma in realtà dietro la “maschera” rivelerà una personalità diversa, molto più complessa di quanto si possa credere, motivata anche da un’esperienza triste d’infanzia che lo ha segnato a vita e gli ha lasciato molte ferite emotive. La vera personalità di Arima in realtà non è per nulla fredda e distaccata.

La vera storia d’amore tra i due ragazzi inizierà proprio quando entrambi decideranno di abbandonare la loro maschera e di rivelarsi come sono realmente, di far fronte comune contro le difficoltà, le insicurezze e i problemi scolastici e dell’adolescenza e di intraprendere insieme un nuovo cammino verso una giovinezza più equilibrata.

“Le situazioni di Lui & Lei” è una storia di formazione, introspettiva e psicologica dove si scava nella personalità e nel profondo di due anime che cercano di sopravvivere alle aspettative della società (Yukino) e alla fragilità e alla insicurezza di essere amati (Arima). I due protagonisti, infatti, deponendo le maschere, decidono di fidarsi l’un l’altra e di affrontare le difficoltà insieme.

L’anime è del 1998 ed è costituito da 26 episodi realizzati dallo studio Gainax, noto per aver curato i famosi “Neon Genesis Evangelion” e “Nadia – Il mistero della pietra azzurra”. Il manga a cui è ispirato l’anime, invece, è stato scritto e disegnato da Masami Tsuda tra il 1996 e il 2005 e pubblicato in Giappone sulla rivista LaLa, le differenze tra anime e manga sono molte a partire proprio dal fatto che l’anime arriva fino ad un certo punto della storia, mentre il manga, di 101 capitoli, è completo.

Alcune particolarità da annotare: la presenza del regista Hideaki Anno che ha regalato all’anime uno stile sperimentale caratterizzato dalla presenza di inquadrature fisse e altre più ravvicinate di particolari con l’uso di scritte e onomatopee, fumetti e tratti più classici con giochi di chiaro-scuro e colori pastello.

Se volete fare un tuffo nostalgico tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila e se volete perdervi in una storia romantica, ma per nulla banale, dai dialoghi coinvolgenti e vivaci, “Le situazioni di Lui & Lei, il cui titolo originale è “Kareshi Kanojo no jijō”, anche conosciuto come “Karekano”, è la storia che fa per voi,  per riflettere sulle personalità e sui mille risvolti che la vita ci pone ogni giorno.

Memoru Grace

Madame Antoine – Esperimenti e terapie tra cuore e cervello

C’è un’atmosfera particolare che aleggia in questo drama, sarà per via dei dialoghi molto briosi o per via della chimica tra i protagonisti o forse per le luci e i colori degli interni o ancora per l’outfit della protagonista che ho adorato dalla prima all’ultima scena, una cosa, però, è certa, quando ho iniziato a guardare “Madame Antoine” mi sono fatta completamente coinvolgere e non sono riuscita a vedere altro in contemporanea.

Ko Hye-rim (interpretata da Han Ye-seul), è una chiromante conosciuta anche con il nome di Madame Antoine che afferma di essere spiritualmente connessa con la regina Maria Antonietta di Francia, per cui, ogni volta che deve rispondere alle richieste dei suoi clienti, parla in francese. In realtà, Hye-rim che accoglie i suoi clienti nella caffetteria che ha il suo stesso nome, “Madame Antoine”, non ha il dono della predizione, ma ha comunque la capacità di leggere nel cuore delle persone grazie alla sua intelligenza emotiva, all’arguzia nella lettura della gestualità e delle espressioni facciali dei clienti e alla spiccata sensibilità che lei stessa cerca di mascherare, ma che la porta a sognare e a perdersi nelle trame dei film più romantici che esistono. Hye-rim nasconde un segreto, lavora nella sua caffetteria e arrotonda il suo stipendio con i consigli da chiromante per poter pagare le tasse scolastiche della figlia che studia negli Stati Uniti: Hye-rim si è sposata molto giovane ed è stata lasciata quasi subito dal marito, per cui ha dovuto improvvisare mille modi per poter sopravvivere e mantenere la figlia.

Un giorno, il padrone dell’edificio dov’è la caffetteria gestita dalla protagonista, un certo signor Kim, interpretato dal bravissimo Byun Hee-bong (il nonno di Lee Seung-gi in “My Girlfriend is a Gumiho”) anticipa a Hye-rim la notizia che ha appena affittato il secondo piano dell’edificio ad un centro di psicologia tenuto dal dottor Choi Soo-hyun, interpretato da Sung Joon (“Gu Family Book”).

Da qui in avanti iniziano i disagi per la nostra Hye-rim proprio a causa della presenza dello studio del secondo piano e soprattutto dallo psicoterapeuta Soo-hyun con il quale non riesce ad empatizzare come fa di solito con gli altri, anzi, il dottore è la persona più scettica e fredda di questo mondo e ritiene che Hye-rim non sia altro che una truffatrice. Dal canto suo, Hye-rim non sa che è stata appena scelta come “cavia” dell’esperimento psicologico di Soo-hyun, caparbiamente puntato a dimostrare che il vero amore non esiste e che le donne di solito scelgono il proprio partner in base alla sicurezza economica. L’esperimento ha lo scopo di far innamorare la donna di tre corteggiatori e per l’occasione vengono coinvolti Choi Seung-chan, interpretato da Jeong Jin-woon, fratellastro minore di Soo-hyun che, dopo aver finito la sua carriera sportiva nel baseball decide di andare ad abitare con il fratello maggiore che lo accoglie solamente se parteciperà al suo esperimento. L’altra persona coinvolta nell’esperimento è Won Ji-ho, interpretato da Lee Joo-hyung, studente dottorando con un QI di 210, ma con gravi problemi di socializzazione che ha bisogno di far parte del team di Soo-hyun per la sua carriera accademica. Il terzo corteggiatore sarà lo stesso Soo-hyun che non dovrà farsi avanti subito, ma che avrà il ruolo di controllore.

Riuscirà davvero ad andare in porto l’esperimento d’amore di Soo-hyun? La nostra protagonista verrà davvero ingannata?

Vi posso, però, anticipare che alla fine l’esperimento sarà solo un vero meccanismo di difesa da parte del protagonista che, lungo la storia, presenterà, invece, anche grazie ai casi di psicologia che verranno trattati durante gli episodi e all’aiuto della stessa Hye-rim, molte ferite emotive che lo hanno portato ad essere distaccato dagli affetti e dalle emozioni e a cercare sempre una giustificazione razionale per ogni cosa. Perché, se all’inizio Hye-rim potrà sembrare il cuore e Soo-hyun il cervello, alla fine vedremo che “il cuore stesso risiede nel cervello” e l’amore che, secondo il protagonista sarebbe solo un’attività temporanea del cervello o uno stato mentale anomalo, sfida, invece, ogni legge scientifica.

Una storia di connessioni tra emozioni, cuore e cervello. Secondo gli studi di neurobiologia del cuore, infatti, esistono molte più fibre che conducono dal cuore al cervello e non il contrario e nell’essere umano si forma un cervello emotivo prima ancora di quello razionale. Tra cuore e cervello, quindi, c’è una sincronicità autentica.

Madame Antoine, anche conosciuto con il titolo “Madame Antoine: The Love Therapist” è un drama del 2016, dai dialoghi freschi, coinvolgenti, con dei protagonisti ai quali ci affezioneremo e che alla fine ci mancheranno. Solo ancora due righe da dedicare ad altri due personaggi, Go Yoo-rim (interpretata da Hwang Seung-eon ) è la sorella minore di Hye-rim, una cameraman con la passione per i documentari che aiuta la protagonista, ma che si innamorerà di uno dei corteggiatori dell’esperimento e Bae Mi-ran, interpretata dalla bravissima Chang Mi-hee, collaboratrice ed insegnante di Soo-hyun che nasconde una malattia grave e che si innamora di Seung-chan curando solo per se stessa questo sentimento che non potrà mai essere rivelato.

Madame Antoine passa da situazioni da commedia a situazioni drammatiche che ci faranno riflettere sulla vita e sulle conseguenze di alcune scelte, il tutto sempre con cura ed incanto senza tralasciare il tocco romantico e i dialoghi briosi. Consigliatissimo a tutti!

Siete pronti anche voi ad entrare nella caffetteria di Madame Antoine? 

Memoru Grace

Departures – L’ultimo saluto

Esistono quei film che restano per sempre in memoria per la delicatezza delle immagini e delle inquadrature e per la poesia dei sentimenti che lo spettatore riesce a percepire, “Departures” è uno di questi film.

Nel 2009 il film giapponese “Departures” vinse l’Oscar come miglior film straniero e la vittoria fu veramente meritata visto che i lavori per il film erano durati 10 anni, in cui il regista stesso, Yojiro Takita, ha partecipato a moltissime cerimonie funebri per immergersi totalmente nell’ atmosfera solenne ed emotiva che l’evento presenta e per provare empatia con i sentimenti dei familiari della persona defunta. Anche il protagonista, Masahiro Motoki, per prepararsi al film, ha seguito corsi di violoncello e ha studiato l’arte della preparazione dei defunti per essere più naturale possibile nell’ interpretazione che personalmente ho trovato stupenda.

Il film inizia con il giovane violoncellista Daigo Kobayashi (interpretato da Masahiro Motoki) che si trova da un giorno all’ altro disoccupato a seguito dello scioglimento dell’orchestra dove suonava da anni. Daigo decide, quindi, di lasciare Tokyo insieme alla moglie Mika (interpretata da Ryoko Hirosue che qualcuno riconoscerà per averla vista nel film di Luc Besson, “Wasabi”) e si trasferiscono nel proprio paese natale, nella prefettura di Yamagata, nella casa lasciata in eredità dalla madre morta qualche anno prima. Un giorno Daigo, in cerca di lavoro, si imbatte in un annuncio particolare: “Assistiamo coloro che partono per dei viaggi” e si reca per il colloquio all’agenzia NK. Durante il colloquio, però, il nostro protagonista apprende che non si tratta di un’agenzia di viaggi, ma di una agenzia che si occupa delle tradizionali cerimonie di preparazione e vestizione dei defunti, NK sta infatti per nōkan, cioè vestizione rituale dei defunti. Daigo viene assunto come tanatoesteta, torna a casa e festeggia con la moglie per aver trovato lavoro, ma le nasconde il tipo di lavoro che andrà ad intraprendere.

La prima preparazione di cerimonia è un vero e proprio trauma per Daigo che, dopo aver terminato, cerca di scappare e allontanarsi per svagare il pensiero e la preoccupazione che deve tenere solo nel suo cuore, non avendone parlato con nessuno. Pian piano, però, con il passare del tempo, diventa esperto e osservando la dedizione del suo capo ne inizia ad apprezzare ogni passaggio e ogni rituale che porta alla preparazione dignitosa e affettuosa del defunto e all’ultimo saluto da parte dei propri cari. Inizia, quindi, in lui un viaggio introspettivo sul valore della vita e sul passaggio della morte e riesce ad empatizzare con i parenti del defunto e anche con i defunti stessi quasi a dar loro l’ultima carezza che li accompagna in un nuovo cammino.

Quando Mika scopre il vero lavoro del marito, però, cerca di convincerlo ad abbandonare il mestiere ritenuto poco decoroso e non alla sua altezza, ma Daigo si rifiuta e la moglie lo lascia tornando a casa da sua madre. Mika torna dopo l’inverno quando scopre di essere incinta e in quell’occasione riuscirà a capire meglio Daigo dopo averlo visto alle prese con una cerimonia funebre e avendone apprezzato la delicatezza e la sensibilità nella cura e nella partecipazione. Daigo racconta alla moglie un avvenimento della sua vita quando da piccolo lui e il padre sulle rive di un fiume si erano scambiati dei sassi che dovevano esprimere il loro stato d’animo, qualche giorno più tardi, però, il padre aveva abbandonato la famiglia ed era sparito per sempre dalla sua vita.

Tempo dopo, giunge la notizia della morte del padre di Daigo, il giovane, però, non vorrebbe dargli l’ultimo saluto, poi si lascia convincere per scoprire che in realtà il padre aveva sempre vissuto in piena povertà. Daigo alla vista del cadavere del padre non lo riconosce subito e decide, quindi, di prepararlo per la sepoltura, ma, al momento della cerimonia di preparazione, trova nel pugno del padre il sasso che gli aveva regalato da piccolo, così riesce a riconoscere il genitore, a perdonarlo e a dargli l’ultimo dignitoso saluto.

Un film che parla di dignità, di affetto, di perdono, un film interpretato e girato con rara e impeccabile sensibilità che non scade mai in volgarità o clichè, ma che dopo due ore di visione ti lascia gli occhi pieni di lacrime per l’intensità e il coinvolgimento emotivo.

Il protagonista, durante la preparazione della cerimonia funebre, si eleva ad una dimensione spirituale tale che abbandona ogni sentimento di rancore e negazione e accompagna con pacatezza il defunto nel suo ultimo viaggio.

Il film è ispirato alla biografia di Aoki Shinmon “Coffinman: The Journal of a Buddhist Mortician”, pubblicato nel 1993 dove l’autore descrive un periodo della sua vita, nel 1970, quando intraprese la professione del protagonista del film, professione che era considerata un tabù per via della tematica e della concezione della morte, e subì la stessa condanna sociale da parte di amici e familiari descritta perfettamente nella storia del film.

“Departures”, conosciuto anche con il titolo “Okuribito”, lett. “persona che accompagna alla partenza”, si arricchisce di una colonna sonora meravigliosa, una musica dell’anima, firmata magistralmente da Joe Hisaishi che conosciamo per le colonne sonore di molti film dello Studio Ghibli e per le colonne sonore di alcune opere di Takeshi Kitano. Joe Hisaishi ha il dono di riuscire, attraverso la musica, a trasportare lo spettatore all’interno delle emozioni e delle percezioni dei protagonisti della storia. Tra le tracce più sublimi, l’Ave Maria suonata al violoncello e il brano “Father” che vi lascerà senza parole, vi sembrerà di rivivere i ripensamenti, la nostalgia e il perdono con le stesse palpitazioni del protagonista.

Film da 10 e lode, tra i migliori degli anni Duemila. Assolutamente da recuperare!

Memoru Grace

Kiki – Consegne a domicilio

La prima volta che ho visto “Kiki – Consegne a domicilio” ne sono rimasta incantata e mi sono chiesta come un film di animazione dall’apparente sceneggiatura semplice e leggera potesse far ancora riflettere a distanza di anni dalla sua uscita al cinema nel 1989. In effetti, la risposta alla mia curiosità consiste proprio nella sceneggiatura del film e, ancora una volta, questo capolavoro firmato Studio Ghibli e diretto dal Maestro Hayao Miyazaki, ha da insegnare e da comunicare molto con i suoi saldi trent’anni di vita.

Il film trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Eiko Kadono, scrittrice giapponese autrice di moltissimi romanzi, racconti e libri illustrati per bambini e a cui nel 2018 è stato conferito il premio Andersen per la letteratura dell’infanzia.

Kiki è una giovane strega di tredici anni che, come da tradizione, deve lasciare la sua famiglia per intraprendere un anno di noviziato da svolgere in un’altra città. Così la nostra protagonista parte da casa sulla sua scopa, in compagnia solo del suo gatto nero Jiji, unico legame con gli affetti familiari che può restare con lei durante il tirocinio. Dopo aver superato una tempesta e aver incontrato in cielo un’altra strega che è ormai alla fine del suo periodo di tirocinio, decide di fermarsi in una cittadina di mare che sarà il luogo di destinazione dove vivere il suo anno di prova.

Le prime esperienze di vita in città non sono positive, sembra che le persone non le diano retta e passa sempre inosservata, nonostante cerchi di parlare con tutti. Kiki, quindi, inizia a soffrire di solitudine e capisce di aver forse idealizzato un po’ troppo la vita in città e di aver avuto delle aspettative tali che ora mal sopporta questa delusione. Un giorno Kiki conosce la fornaia Osono, personaggio a cui ci affezioneremo e che rappresenta la generosità e l’altruismo. Osono attende un bambino, per cui cerca qualcuno che la possa aiutare in negozio, in cambio la fornaia offre un alloggio in cui abitare. Kiki, quindi, inizia a lavorare per Osono e nel frattempo, cercando di sfruttare la sua capacità di volare sulla scopa, apre una sua piccola attività di consegne pacchi a domicilio, solo così la giovane strega riuscirà ad inserirsi pian piano nella vita sociale della città, ad imparare ad avere pazienza e a conoscere le persone con i loro lati buoni e i loro difetti. La ragazza farà i conti anche con il proprio carattere, gli sbalzi di umore e i propri stati emotivi, dall’euforia per qualcosa di nuovo, alla depressione di non sentirsi capita, alla timidezza nei confronti dei suoi coetanei, soprattutto per Tombo, ragazzo minuto, con gli occhiali e affascinato dal volo (uno dei pochi personaggi maschili della storia, a cui Miyazaki affida la sua passione per il volo). Tombo cercherà in tutti i modi di fare amicizia con Kiki che puntualmente sembrerà trattarlo con distacco e freddezza perché in realtà timorosa e riservata e ha paura di avere un confronto diretto con i suoi coetanei della città che sembrano giudicarla e guardarla male.

Due eventi sconvolgono la vita della giovane strega, il primo riguarda il suo gatto Jiji, amico fidato da sempre e unico legame con la famiglia e la sua vita precedente, che perde la capacità di parlare con lei e il secondo evento riguarda, invece, la perdita da parte della ragazza, da un giorno all’altro, della sua capacità di volare sulla scopa. Kiki sente di aver fallito tutta la sua vita, le sue capacità, che prima la distinguevano dagli altri, ora sono inesistenti, impossibile così riuscire a superare l’anno di tirocinio.

“Se ho perso la mia magia, significa che ho perso tutto”, ripete più volte a se stessa la nostra protagonista.

Con l’aiuto di Ursula (altro personaggio femminile descritto meravigliosamente in questa storia), una pittrice che ha conosciuto durante le sue consegne a domicilio, Kiki riuscirà a capire che ciò che le è successo è naturale: la perdita di ispirazione è normale e anche il timore e l’angoscia di non riuscire a portare avanti il proprio lavoro e di non essere in grado di avvalersi tutti i giorni perfettamente delle proprie capacità sono delle questioni naturali. Tutto fa parte dell’equilibrio del mondo, solo grazie a delle piccole cadute e al riconoscimento delle proprie debolezze e delle proprie paure si possono sconfiggere i momenti di sconforto e fortificare se stessi e la voglia di impegnarsi ancora di più e di migliorarsi.

Mentre Kiki riflette su tutte queste cose, in televisione viene trasmesso improvvisamente un servizio in diretta: a causa del forte vento un dirigibile ha rotto gli ormeggi ed è in balia della tempesta e proprio su quel dirigibile c’è Tombo, ora aggrappato ad una fune, ma in grave pericolo. Vedendo il dirigibile volare fra i tetti della città senza controllo e riconoscendo la situazione terribile che potrebbe solo aggravarsi, Kiki riesce a superare improvvisamente il suo blocco psicologico, riprende in mano la scopa e si libra nell’aria per salvare il suo amico Tombo.

Dopo il salvataggio e quando la situazione è ormai tranquilla, Kiki finalmente capisce di essere riuscita a riacquistare fiducia in se stessa e di aver raggiunto quel giusto equilibrio di cui Ursula le aveva accennato, così, prende carta e penna e scrive una lettera ai suoi genitori comunicando loro che ora sta bene e ha trovato finalmente la sua strada.

“Kiki – consegne a domicilio” è un meraviglioso racconto di formazione al femminile, con dei personaggi che rimarranno nel cuore e che il maestro Miyazaki riesce a rendere immortali e insuperabili a distanza di anni. Kiki è una strega di tredici anni che inizia la sua fase adolescenziale, con i suoi timori, le sue insicurezze, gli sbalzi d’umore, le fasi alterne di euforia e di depressione. Il cambiamento di città e di stile di vita la rendono soggetta ad una continua malinconia nell’eterno ricordo degli anni felici passati (l’infanzia) e la presa di coscienza dei mutamenti e della nuova vita piena di difficoltà, di come è difficile crescere, adattarsi e adattare alla vita adulta le proprie capacità che potevano sembrare scontate, ma che ora, con le continue richieste, sono messe a dura prova.

Ancora una volta un’eroina al femminile, ancora una volta una protagonista di un film Ghibli che arricchisce l’elenco infinito di personaggi femminili iconici e, qui, anche la maggior parte dei personaggi secondari sono donne che rendono incantevole la storia e affermano la loro autonomia e individualità.

Una delle caratteristiche che rende questo film particolare è l’uso del fantastico: la protagonista è una strega che si avvale della magia, ma che una volta persi i poteri non si rivolge al mondo magico, ma alla sua parte interiore; infatti, non è con la fantasia, ma con una crescita psicologica che Kiki riemergere dal baratro del male di vivere e dall’insicurezza che ottenebra le sue capacità.

Altro elemento da sottolineare è l’aiutante magico, il gatto nero Jiji, come ogni brava strega anche Kiki ha un gatto che la segue ovunque e che le sta accanto, un vero e proprio confidente in quanto parla con lei e la fa distrarre, ma quando Jiji perde l’uso della parola l’ultimo legame con l’infanzia viene meno. Kiki si confronterà con il mondo esterno da sola e dovrà abituarsi ai silenzi e alla solitudine, Jiji le starà accanto ugualmente, ma non potrà più parlarle.

Ultime due curiosità, la città sul mare in cui si svolge la storia, è liberamente ispirata ad alcune città, soprattutto Stoccolma, Napoli e Lisbona, mente il quadro dipinto da Ursula “The Ship Flying Over the Rainbow” è stato dipinto dai bambini di una scuola per studenti portatori di handicap. La colonna sonora è del bravissimo Joe Hisaishi, mentre la voce della cantante Yumi Arai impreziosisce le canzoni di apertura e chiusura “Rouge no Dengona” e “Yasashisa ni tsutsumareta nara”, ispirate alla musica pop degli anni Sessanta e Settanta che vi consiglio assolutamente di recuperare.

Memoru Grace

Goblin (ovvero della mistica e della poetica dell’amore e del destino tra cielo e terra)

La forza d’attrazione non è proporzionale alla massa / Una ragazza delicata come una viola / Una ragazza leggiadra come un petalo di fiore / Mi attirava a sé con una forza superiore a quella della Terra / In un solo istante / Come la mela di Newton / Caddi rotolando verso di lei / “Tum” risuonava / “Tum Tum” risuonava / Il mio cuore continuava a rimbalzare tra cielo e terra / Era il mio primo amore.

L’anime perfetto e il drama perfetto non esistono. Poi, però, esistono l’anime Akira e il drama Guardian: The Lonely and Great God, universalmente noto come Goblin, per cui è necessario declinare in un modo diverso il concetto di perfezione, o, meglio, è necessario sospenderla, congelarla e riprenderla, come in un sogno ad occhi aperti, dolcemente cullati in uno spazio atemporale tra cielo e terra, in una mistica sovradimensionale che riesamina il destino umano e divino ed eleva lo spettatore, che diventa quasi un lettore di antichi carteggi poetici, di disegni lievemente impressi con la china che rimangono nella mente come dagherrotipi. Perché Goblin è effettivamente un drama perfetto, ovvero una coincidenza felice e fortunata di tanti elementi che lo hanno posto di diritto nella prima posizione di tutti i drama, quasi l’apoteosi del genere K-drama stesso: un cast perfetto, capeggiato da Gong Yoo, l’attore più amato di Corea, e comprendente anche Lee Dong-wook, Kim Go-eun, Yoo In-na, Yoo Sung-jae, Lee El, tutti in stato di grazia; una fotografia e una scenografia spettacolari, che incastra una scena da poster dietro l’altra con la grazia dei piccoli dettagli (la foglia rossa di acero autunnale, il mazzo di fiori, la prima neve che cade quasi a rallenty); una sceneggiatura delicata e profonda, quasi un libro di poesia, che non perde mai di vista né la narrazione della storia né la trattazione psicologica dei personaggi e che riesce anche a spostarsi nel tempo e nello spazio con lieve compostezza; una colonna sonora che rimane sicuramente nelle corde dell’animo di tutti coloro che lo hanno guardato. Insomma, tutti gli elementi fondamentali che hanno reso Goblin un esperimento talmente vincente, da essere considerato il capostipite di un certo filone fantasy-romance, che continua ad essere sempre di grande successo (per cominciare con A Korean Odyssey, Mystic Pop Up Bar, ma anche il recentissimo Alchemy of Souls).

Ora, per poter recensire al meglio questo drama, che, all’epoca, avevo stra-adorato (tanto da farmi regalare una sciarpa rossa identica a quella della protagonista e avvolgermela intorno al collo nello stesso modo) e che, probabilmente, ha consacrato anche nel mio cervello Gong Yoo come una creatura leggiadra e immortale, che guarda in modo distaccato e compassionevole gli umani sopra i tetti come l’angelo Cassiel nel meraviglioso film Il cielo sopra Berlino, ho deciso di guardare nuovamente questo drama, stavolta senza la frenesia di scoprire il finale dei personaggi, ma con la stessa soave lentezza con cui si sviluppa piano piano la storia d’amore principale. E sì, mi è piaciuto come la prima volta ed ho adorato nuovamente le foglie di acero tra i libri e Gong Yoo che recita poesie come se fosse al teatro; forse, però, ho apprezzato di più la storia tra i due secondari, che, alla seconda visione, per me hanno spesso rubato la scena ai protagonisti; e, probabilmente, eliminate oramai le lacrime della prima visione, ho avuto anche da ridire di più sul finale (nel senso che, per me, era perfetto fino al 13esimo episodio) e su diversi altri particolari che, talvolta, mi hanno infastidito e mi hanno fatto esclamare un “perché siete stati così crudeli?“. Ma non vi parlerò di questo secondo impatto e cercherò di essere il più obiettiva possibile.

Epoca Goryeo. Kim Shin (il sempre eterno Gong Yoo, a cui basterebbe anche solo un’apparizione dei 15 minuti di Andy Warhol per portare la gloria in un drama e il suo reclutatore in metropolitana di Squid Game ne è una dimostrazione) è un potente, superbo e feroce generale (per la verità, la storia ce lo presenta immediatamente come potente e superbo, mentre apprenderemo della sua ferocia solo con il trascorrere degli episodi), a cui il Re ha affidato la supervisione del giovane figlio, troppo acerbo e inesperto per salire al trono. Infatti, quando avviene la sua incoronazione, il giovane re è talmente immaturo da farsi manipolare dall’eunuco di corte Park Jung-heon (interpretato dal bravissimo Kim Byung-chul di Non siamo più vivi, che, in questi ruoli un po’ gotici e un po’ orridi ci va quasi a nozze e che all’epoca sbancò i premi proprio per questo super cattivo), nella realtà quell’eminenza grigia e plenipotenziaria che gestisce ogni cosa e che gli insinua nella mente l’invidia e il timore per la figura di Kim Shin, tanto da portarlo quasi a condannarlo a morte certa in guerra. Kim Shin, invece, ritorna incolume e, anzi, con un carico di gloria da essere quasi considerato il re dal popolo, per cui si condanna da solo a morte certa come traditore della patria: crivellato di colpi e ucciso, infine, dal suo attendente con la sua stessa temibile spada, dopo aver assistito alla morte della sorella (che, tra l’altro, aveva sposato il re), invoca Dio in punto di morte, quasi a maledire i suoi nemici. Solo che i disegni divini sono imperscrutabili e Kim Shin torna in vita come un immortale Dokkaebi, figura mitica del folklore leggendario coreano (e non solo), che da noi è stata erroneamente tradotta in Goblin, ma che, in realtà, sarebbe più vicina ad uno spirito guardiano, a metà tra la divinità compassionevole che vive tra gli umani e l’angelo custode che ascolta i loro desideri e i loro timori. Kim Shin vive così per anni (940 per la precisione), come un dio splendente e solitario, con la spada che gli ha inflitto la morte conficcata nel petto, in attesa della sua Sposa, l’unica in grado di liberarlo dal sortilegio e di donargli la pace eterna. Un giorno, vede una donna moribonda in mezzo alla neve e, sentendola supplicare non tanto per la sua vita, quanto per quella della creatura che porta in grembo, decide di salvarla, beffando doppiamente la morte: quella bambina, infatti, non solo recherà il marchio della mano del Goblin sul suo collo, ma, nel corso degli anni, si rivelerà anche essere la sua Sposa, ovvero l’Anima Perduta Ji Eun-tak (interpretata da Kim Go-eun di Little Women e The King: Eternal Monarch), una ragazza capace di interagire con fantasmi di ogni tipo. Quando Ji Eun-tak ha 19 anni s’imbatte nuovamente nel Goblin e, in modo quasi inspiegabile come un’intuizione che viene dal cielo, lo riconosce e, nel vederlo, riconosce se stessa, come un rapporto per cui le anime predestinate non fanno altro che trovarsi e guardarsi l’un l’altro per capirsi e per capire il proprio intimo (come la Catherine di Cime Tempestose quando sospira il suo “Io sono Heathcliff“). Mentre il Goblin tenta di tenere la distanza dalla sua Sposa, lei lo cerca e lo intorta in tutti i modi con la convinzione di essere l’unica e sola Sposa a lui predestinata dalle divinità, l’unica in grado di liberarlo dalla maledizione anche a costo della vita.

In tutto questo, però, Yoo Deok-hwa (Yook Sung-jae di Mystic Pop Up Bar, che qui, nella mia seconda visione, è stato uno dei miei personaggi preferiti), discendente della famiglia che da secoli si occupa del Goblin, affitta la casa di Kim Shin ad un altro strano personaggio, uno di quelli che non solo sono vestiti di nero, ma lo amano pure e che sembra uscito direttamente da una fiaba gotica (o da un film di Tim Burton): si tratta del Triste Mietitore senza nome e senza ricordi, perché lui stesso ha scelto di dimenticarli, come si evincerà nel corso degli episodi, a cui è sfuggita sempre l’Anima Perduta e che non pare avere in grande simpatia Goblin (Mietitore interpretato dall’altro grandissimo attore Lee Dong-wook, da recuperare anche in Scent of a Woman, Bad and Crazy e tantissimi altri lavori). In realtà, anche il Triste Mietitore è, in qualche modo, legato al Goblin, alla sua Sposa e a Kim Sun, detta Sunny (la Yoo In-na di Touch Your Heart e Snowdrop), titolare del ristorante dove lavora Eun-tak e reincarnazione della sorella di Kim Shin.

Nella visione mistica e quasi catto-buddista di questo drama (che mischia sapientemente elementi della tradizione taoista e sciamanica con i precetti del buddismo e con l’iconografia cristiana), ogni anima ha a disposizione quattro vite, prima di evolversi e di essere pronta per l’aldilà e non sempre si ha la fortuna di reincarnarsi con lo stesso aspetto, così come non sempre si è a conoscenza dei propri ricordi della vita passata (visto che le anime bevono il tè dell’oblio offerto dai Mietitori durante il passaggio tra la vita e la morte). Incroci mistici, rivoluzioni quasi solari e viaggi karmici che, come spiega l’apparizione quasi rossa della Samshin (interpretata dalla bravissima Lee El, la segretaria-cane di A Korean Odyssey e la sorella maggiore di My Liberation Notes), creatura una e trina, simbolica sia dell’universo taoista che di quello buddista e che collega l’essere umano al cielo che presidia al mondo del passaggio tra la dimensione umana e quella ultraterrena (per vedere una spiegazione più completa della vecchia Samshin, riferirsi a Mystic Pop Up Bar), sono dei veri e propri incontri cosmici, predefiniti e predestinati dall’imperscrutabile volontà di un disegno divino, con cui talvolta gli esseri umani (e non solo) vanno a confliggere, ma che finiscono ad accettare come l’inevitabile e logico destino, quel sottile filo rosso della vita e della morte a cui siamo tutti legati (da cui la simbologia della sciarpa rossa e la collanina con la scritta Destiny che il Goblin dona alla sua Sposa).

Quel filo del destino, sospeso tra cielo e terra, si concretizza in una mistica e in una poetica dell’amore, che si eleva e va oltre qualsiasi dimensione temporale e locale: è l’Amore che attraversa le vite e collega le anime, che salva e trasforma, assolve e trasfigura, rende impotenti e minuscoli, ma anche grandiosi nella vittoria, fa soffrire e fa gioire e che rende l’attesa una stanza di intima lietezza. “Se anche dovessero passare 100 anni, io sarò lì ad attenderti (…). Ogni momento trascorso con te risplende. Perché il tempo era bello, perché il tempo era brutto, perché il tempo era abbastanza gradevole. Ho amato ogni momento“.

Le emozioni che riesce a suscitare e a creare questo drama sono molteplici ed è quasi impossibile metterle tutte per iscritto, come è impossibile non circondarsi da un quantitativo sostanziale di fazzoletti di ogni tipo e crogiolarsi dolcemente in una sorta di tepore interiore, ripensando alle parole poetiche, alla mistica dei sentimenti e dei legami e al linguaggio altisonante dei monologhi dei personaggi, il tutto condito da una lirica di immagini e di pensieri, lenta come il cadere delle foglie da un albero.

Attenzione, però: non è un drama di solo pianto e momenti trascendentali, perché la grandezza della sceneggiatura sta anche nel riuscire a dosare e a calibrare tanti diversi particolari, che, in qualche modo, umanizzano ogni singolo personaggio, magari anche creando siparietti quasi comici e dialoghi brillanti (da non perdere le diatribe tra il Goblin e il Triste Mietitore, così irresistibili, da desiderare quasi una serie solo dedicata a loro).

Consigliato: a tutti, perché Goblin è una tappa obbligatoria per qualsiasi dramista e oserei dire che dovrebbe essere una tappa obbligatoria anche per chi non è dramista e perché lo scorrere del tempo e il muoversi del cielo acquisiscono una valenza completamente diversa, quando li guardiamo con gli occhi di Kim Shin (o anche con quelli di Eun-tak).

Captain-in-Freckles

Little Witch Academia

Il Young  Animator Training Project è un progetto che in Giappone ogni anno ha lo scopo di formare giovani animatori ed inserirli nel panorama degli studi di animazione. Il progetto, dapprima lanciato nel 2010 con il nome Project A, poi cambiato in Anime Mirai e di seguito in Anime Tamago è organizzato da JAniCA, Japanese Animation Creators Association e i fondi vengono ricevuti dal Ministero dei beni culturali giapponese.

Nel 2013 per l’Anime Mirai venne presentato dallo studio di animazione Trigger il cortometraggio animato “Little Witch Academia” e fu subito un gran successo tanto che nel 2015 uscì un secondo film “Little Witch Academia: The Enchanted Parade”.

L’anime è creato e diretto da Yoh Yoshinari e scritto da Masahiko Otsuka e nel 2017, ispirandosi all’idea originale, fu creata e mandata in onda la serie televisiva anime distribuita da Netflix. Sono anche state pubblicate tre serie manga dalla casa editrice Shūeisha.

Atsuko Kagari, chiamata dagli amici Akko, nutre un sogno nella vita: diventare una strega per rendere felici gli altri. Questo sogno è nato da quando, da piccolina, ha assistito ad uno spettacolo di magia della strega Shiny Chariot. Ormai diventata più grande, Akko decide di iscriversi alla Luna Nova Magical Academy, una scuola per giovani streghe.

Presto la nostra protagonista stringerà amicizia con Lotte Yanson, una ragazza timida che porta gli occhiali, i cui genitori sono i padroni di un negozio di oggetti magici e Sucy Manbavaran, appassionata di pozioni ed incantesimi.

Mentre le giornate di scuola trascorrono nella curiosità e nella voglia di imparare sempre di più, Akko è una ragazzina distratta, incontra molte difficoltà a guidare la scopa e a realizzare magie e per questo è malvista da molte compagne di classe che la giudicano imbranata e incapace. Un giorno, però, sbaglia strada per raggiungere la Luna Nova Academia e si ritrova accidentalmente nella foresta di Arcturus dove troverà la Shiny Rod, un bastone antico e potentissimo e da quel momento in avanti per la nostra Akko inizieranno una serie di guai.

Nel film del 2015, “Little Witch Academia: The Enchanted Parade”, Akko e le sue amiche Lotte e Sucy, per rimediare ad una serie di disastri e non farsi bocciare, sono costrette a collaborare con altre tre compagne di scuola, Amanda O’Neill, Constanze Braunschbank Albrechtsberger e Jasminka Antonenko. Il loro obiettivo è quello di organizzare la tradizionale parata delle streghe che si tiene annualmente nella città vicina alla Accademia. La parata non è altro che una rievocazione delle persecuzioni subite dalle streghe nei tempi antichi, per questo motivo Akko, volendo svecchiare e rimodernare l’evento, propone di organizzare una presentazione diversa, per rappresentare le streghe in una luce differente e lontana dagli stereotipi del passato. Riuscirà la nostra protagonista a convincere e a coinvolgere le altre studentesse?

Akko è una protagonista allegra, ottimista, nonostante sia imbranata e combinaguai e non provenga da un contesto magico, ma ha sempre tanta buona volontà ed energia per imparare. Vi affezionerete presto alla nostra Akko e alle atmosfere magiche di Luna Nova e infine al mistero legato alla strega Shiny Chariot. Buon divertimento nel mondo fantastico di Little Witch Academia!

Memoru Grace

Hellbound (ovvero della fine della civiltà umana)

“You are bound for Hell. / Sei stato condannato all’inferno”.

Questa frase, esplicativa del titolo stesso del drama, è il vero adagio ripetuto all’ennesima potenza di tutta la storia, costituendone la domanda e la risposta stessa, il motivo e la ragione, ma anche la spiegazione di questa agghiacciante e disturbante ricostruzione fantasy/horror soprannaturale, che si è meritata, di diritto, una bella censura VM 18 dal canale streaming Netflix che l’ha prodotta e distribuita. Pertanto, tanto vale premetterlo sin da subito: questo non è un K-drama per tutti; anzi, comincio la recensione sconsigliandolo fortemente a chi è emotivo, fragile, depresso, debole di cuore, facilmente impressionabile, soggetto ad allucinazioni e tendente ai disturbi visivi. Se non ravvisate una delle caratteristiche sopra elencate, in ogni caso, leggete con attenzione la recensione che segue prima di essere sicuri se iniziare o meno la visione di questo drama (che, lo affermo senza retorica, ha urtato molto anche la sottoscritta, che non è facilmente impressionabile).

La storia, che si ispira al webtoon sudcoreano Jiok (지옥, traducibile appunto con The Hellbound), creato da Yeon Sang-ho, illustrato da Choi Gyu-seok e pubblicato nella piattaforma Naver, è divisa in due archi narrativi, ovvero due tronconi distinti con solo due personaggi in comune tra loro (l’avvocatessa e il folle di Twitch).

***ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER***

Primo arco narrativo. In una Seoul odierna, un uomo inizia a sudare freddo all’interno di un bar, guardandosi intorno come se fosse perseguitato e con l’affanno di chi sa che sta per esalare l’ultimo respiro, fino a quando non sente dei forti rumori, come dei tonfi provenienti da lontano: esce di corsa dal bar e inizia a correre, urlando che la sua fine è imminente. Tra lo sgomento e lo stupore della popolazione intorno, che lo crede pazzo, la sua corsa viene presto interrotta da creature gigantesche e terrificanti che lo carpiscono, lo picchiano violentemente, passandoselo tra loro come se fosse una palla da calcio, e lo fanno letteralmente a pezzi (e confermo che qui stavo già per spegnere la TV, ma mi sono fatta forza e sono andata avanti). Si viene a scoprire, grazie alle indagini dell’ispettore di polizia Jin Kyeong-hoon (interpretato da Yang Ik-june di Bad Boys e It’s Okay That’s Love), che l’uomo, un noto pregiudicato, era stato raggiunto giorni prima da una vera e propria sentenza di morte da parte di queste minacciose creature, con tanto di conto alla rovescia per l’esecuzione, in quanto persona condannata all’inferno. La notizia si diffonde e non solo dà adito a numerose speculazioni e ad opinioni pro e contra, ma incrementa soprattutto il fanatismo religioso di una setta che si fa chiamare la Nuova Verità, capeggiata dal sedicente santone e predicatore Jeong Jin-soo (interpretato da un Yoo Ah-in, protagonista di Chicago Typewriter, qui in splendida forma ferina). Secondo il predicatore, che afferma di avere incontrato in passato le creature delle sentenze infernali, questi esseri mostruosi non sono altro che angeli, ovvero emissari inviati da Dio per avvertire gli uomini dei propri peccati e punirli, condannandoli all’inferno, in modo da creare sulla terra un nuovo ordine di pace. L’affermazione del predicatore impazza in internet, dove, approfittando dell’anonimato della rete, imperversa una violenza senza pari che, presto, dal piano verbale e cybernetico, passa nelle strade, fomentata anche da un tale che si fa chiamare Lee Dong-wook (interpretato da Kim Do-hyun, caratterista visto anche nel film d’azione Peninsula) e che fa dirette Twitch con i suoi seguaci in versione completamente fluo (recuperare qualche foto per farsi un’idea). Un giorno, la giovane madre Park Jeong-ja (interpretata da una bravissima Kim Shin-rok, già vista in One Ordinary Day, attrice che, per questo ruolo intenso e drammatico in Hellbound, ha vinto praticamente tutti i premi esistenti in Corea del Sud, Baeksang compreso), sentenziata ad una fine violenta dalle creature infernali, decide di accettare i soldi che giornalisti e sette religiose le offrono per offrire testimonianza con la sua morte in diretta TV e streaming per assicurare un futuro migliore (e lontano dalla Corea) ai suoi due figli minorenni: con una lucidità e un coraggio, rari da vedere, Jeong-ja sigla il suo accordo con l’aiuto della sua legale, l’avvocatessa Min Hye-jin (Kim Hyun-joo di If It Snows on Christmas e Undercover), affronta a testa bassa tutte le critiche e le accuse che le vengono rivolte da ogni parte (per la sua decisione, per i soldi che vuole prendere, ma anche per essere una cattiva madre, per aver avuto i figli da due uomini diversi, per fornire un esempio di immoralità giustamente punita dagli emissari divini, etc.) e attende la sua morte, che puntualmente avviene in diretta televisiva. Lo shock che ne deriva è forte e fa presto degenerare la situazione, trasformando il fanatismo religioso in bande da strada, che attaccano indiscriminatamente tutti coloro che non credono al messaggio divino (compresa l’avvocatessa Min Hye-jin) e che vogliono eseguire le condanne e stanare i peccatori prima ancora dei mostri, tanto che la situazione sfugge di mano anche al predicatore (il quale custodisce un segreto che non può confessare).

Secondo arco narrativo. Il mondo ha ultimato la prima fase di panico e si è adagiata nella certezza che l’umanità ha bisogno di una simile punizione divina, creando una nuova etica della società e rileggendo tutti gli atteggiamenti umani alla luce della nuova moralità forgiata attraverso i social. Scomparso misteriosamente il predicatore, la scena è dominata da Lee Dong-wook, che, di fatto, gestisce i suoi follower come un pericoloso influencer, inviandoli anche a commettere crimini, perché necessario per l’equilibrio e la giustizia. Chi riceve la condanna non fa nemmeno più audience perché, come afferma il professore Gong Hyeong-joon (Im Hyeong-guk, comparso anche in Money Heist: Korea), a cui le creature hanno sentenziato e ucciso la figlia nel giro di pochi secondi senza alcun apparente motivo, la condanna è come il terremoto o una catastrofe naturale, che può arrivare a tutti, non trattandosi più della questione se punire o essere puniti. L’illogicità delle condanne è palese quando le creature si manifestano in un ospedale per annunciare ai neo-genitori Song So-hyun (interpretata da Won Jin-ah, già protagonista di Melting Me Softly, Life e She Would Never Know) e Bae Young-jae (interpretato da Park Jung-min, già visto in Start Up e Deliver Us from Evil) che il figlio neonato è colpevole ed è stato condannato all’inferno. Come può un bambino appena nato aver commesso crimini e misfatti tanto gravi da assicurargli la condanna? Ed è possibile nascere con il marchio del peccato addosso come se fosse una tara genetica? Mentre queste domande affollano le menti della popolazione, che inizia a mettere in dubbio la veridicità delle condanne, e supportano le indagini dell’avvocatessa Min Hye-jin, che non si è mai arresa dal mandare in prigione Lee Dong-wook e i suoi seguaci fanatici per una serie di crimini commessi, i genitori decidono di squilibrare la ragione delle creature infernali e, con un ultimo ed estremo atto di amore, donano la propria vita per salvare il figlio neonato. In questo inganno, il mondo dei vivi e il mondo dei morti non sono più in equilibrio, per cui, quasi per un principio della termodinamica applicata all’orrido di Lovecraft, le creature infernali decidono di restituire all’umanità Park Jeong-ja, la madre che era stata trucidata in diretta TV.

Ma quindi? Come e perché le creature condannano e uccidono senza alcun apparente movente persone pescate a caso all’interno dell’umanità? E perché decidono di restituirne una, quasi per uno scompenso “numerico”? Ha senso questa logica tipicamente ragionieristica con gli intenti morali e mistici che si erano proposti all’inizio? E qual è l’origine del peccato, seppur di un’origine possiamo parlare, visto che questo viene quasi “diagnosticato” come una malattia persino su dei neonati? E, infine, per quale motivo ognuno ha una tempistica diversa di pentimento, ovvero di tempo dall’annuncio della condanna all’esecuzione, senza alcuna logica?

Se, dopo aver sofferto sei episodi di questa misurata e agghiacciante agonia, che si addentra come un incubo nella mente dello spettatore e che non risparmia nessuna scena di morte violenta, vi rimangono tutte queste domande senza risposta, avete solo due vie: o attendere pazientemente la seconda stagione (che pare dover arrivare prossimamente su Netflix, seguendo, però, il filo di pubblicazione del contemporaneo webtoon), o mandare a quel paese tutta la troupe e tentare di darvi una spiegazione da soli (cosa per cui ha optato la sottoscritta, arrovellandosi per diversi mesi nel tentativo di capire la questione di fondo di questo drama). Tralasciando al momento la chiave di lettura mistico-religiosa, a cui sembra voler portare quasi in automatico questa storia, Hellbound rappresenta la fine della civiltà umana, laddove per “civiltà” s’intende non solo la società, ma anche tutta la cultura, il senso morale, i legami etico-comportamentali costruiti col tempo e sedimentati nella storia degli esseri umani. Si tratta di una fine folle, traumatica, scioccante e quasi allegra, a cui è l’umanità stessa che si autocondanna: l’esistenza di un peccato di cui, di fatto, non si conosce l’origine né l’entità, ma che sembra identificarsi di più in una non-omologazione dettata dall’esterno, dal branco scomposto e unificato, nei confronti di una persona che si vuole estromettere senza alcun apparente motivo, forse perché non perfettamente rispondente con le idee e le opinioni dei più. Allora, quelle creature mostruose e infernali che si manifestano dal nulla per punire umani a caso non sono altro che i mostri generati dal sonno collettivo della ragione. Ad un certo punto, tutti quanti, senza ragione, ci siamo addormentati, siamo caduti in un delinquo comatoso che ci ha annebbiato, contemporaneamente, la logica e la morale, per ricreare una nuova logica e una nuova morale, in apparenza perfette e splendenti, ma, di fatto, basate su un sillogismo negativo. Come quando ci avventiamo, sostenuti da ignoti seguaci sui social e amici virtuali, su un malcapitato senza nome né fisionomia, accusato di aver commesso il grande e grave peccato di non essere conforme alla nuova etica sovrana di questo informe e confortevole non-luogo virtuale e, con sistematica e quasi ironica incoscienza, lo azzanniamo e lo sbrindelliamo. Lo uccidiamo di commenti e non-like, di condivisioni graffianti e di memes, di parole, che risultano pesanti come i tonfi dei passi di queste creature infernali. Uccidiamo virtualmente perché l’opinione collettiva ci spinge a farlo, anche se, alla fine, non condividiamo affatto l’opinione collettiva, che quasi sentiamo addosso come una maschera scomoda e soffocante. O, forse, uccidiamo proprio perché non ci rispecchiamo e, allora, in questo greve gioco mortale, cerchiamo una vittima sacrificale disposta a celare le nostre opinioni. I cambiamenti epocali degli ultimi anni ci hanno posto di fronte a tante prove e a tante condivisioni di pensiero collettivo, ma anche a tante brutture e alla crescita di una nuova morale violenta e non inclusiva che si impone ovunque, senza voler sentire le ragioni di nessuno. E, in questa nuova spirale di violenza, è l’umanità stessa che si autoestingue, si condanna da sola ed esegue la sua condanna, in una logica di autoannientamento della civiltà che sembra non volersi più fermare.

Due piccole curiosità: il regista e creatore del webtoon e della serie Hellbound, Yeon Sang-ho, è noto anche per essere la mente malefica che ha creato pietre miliari come The King of Pigs, Peninsula, Seoul Station e, soprattutto, il piccolo capolavoro horror d’autore Train to Busan, in cui campeggia la star Gong Yoo; l’attore che interpreta la strana creatura fluo di Twitch, soprannominato come Lee Dong-wook (caso di omonimia con l’attore di Goblin e Scent of a Woman), interpreta anche la prima vittima delle creature infernali (il tizio ansioso che corre per le strade di Seoul), anche se il trucco e i colori fosforescenti sulla pelle lo rendono irriconoscibile.

Consigliato: se il vostro cuore forte regge un horror soprannaturale che non risparmi colpi e che vi fa addentrare nei meandri della bruttura umana; se avete gustato e apprezzato altri stridori sudcoreani provenienti da Squid Game e Parasite; se amate il genere webtoon che sa mischiare fantasy, mostri, critica sociale e illuminazioni mistiche, come in Sweet Home; se volete perdervi in una profonda riflessione post visione.

Sconsigliato: se credete di vedere un horror semplice e divertente per la festività di Halloween.

Scene splatter garantite.

Laura