Little Miss Sumo – Il Sumo femminile

Oggi parliamo di sumo femminile e prendo in prestito il titolo dell’articolo da un documentario di produzione Netflix dedicato a quest’argomento, ma prima di entrare nell’ambito specifico, facciamo un excursus della nascita del sumo.

Il sumo è lo sport nazionale giapponese e consiste nella lotta corpo a corpo nella quale due sfidanti si affrontano cercando di atterrare il loro avversario o di estrometterlo dalla zona di combattimento chiamata dohyō. Il dohyō è composto da due parti, quella a terra e quella aerea. La zona a terra è composta di argilla ed è rialzata, qui la zona di combattimento è formata da un cerchio formato da balle di paglia disegnato all’interno di un quadrato. Al centro vi sono due linee distanti 70 cm, sui lati est e ovest, davanti ad esse si posizionano i rikishi, cioè i lottatori di sumo, prima di scontrarsi. La posizione dell’arbitro, detto gyōji, invece, è a sud. Gli annunciatori incaricati a chiamare i rikishi si chiamano yobidashi. La zona area, invece, sovrasta la zona a terra e prende le sembianze di un tempio shintoista.

Le origini del sumo risalgono più o meno agli inizi del VI secolo e le radici sono quelle degli antichi riti shintoisti legati alle preghiere destinate ai raccolti abbondanti. All’inizio lo sport presentava degli elementi diversi rispetto a quello che possiamo vedere oggi e i primi gruppi professionistici cominciarono a formarsi all’inizio del XVII secolo. Vi sono alcune regole fondamentali come quelle dei rituali previsti, compiuti dai lottatori che si posizionano dietro le linee e colpiscono il suolo con entrambe le mani.

Il sumo, oltre ad essere uno sport di combattimento, è anche considerato una vera e propria forma d’arte. Si tratta, però, di uno sport prettamente maschile e anche se può essere praticato dalle donne, non esistono delle gare professionistiche femminili.

Nel documentario prodotto da Netflix “Little Miss Sumo” diretto da Matt Kay, la lottatrice di sumo, Hiyori Kon si esercita quotidianamente in questo sport e ogni giorno affronta fatiche fisiche e mentali e porta avanti rigorosamente il suo impegno nel tentativo di far cambiare le regole dello sport nazionale per poter far ammettere le donne alle gare professionistiche. Hiyori Kon proviene dalla cittadina di Aomori, famosa per aver dato i natali a diversi lottatori di sumo, e fin dall’età di sei anni ha praticato sumo. Molte bambine a quell’età si avvicinano a questa disciplina sportiva, ma poi smettono con il tempo di praticarla, mente Hiyori Kon ha continuato persistente e tenace ad esercitarsi per migliorare sempre di più. Ad oggi non può gareggiare in una lotta professionistica di sumo al femminile, per cui partecipa alle gare di lotta libera o wrestling che non è prettamente la disciplina sportiva della ragazza. Un documentario molto breve che ci fornisce una panoramica interessante sul mondo del sumo visto dall’ottica femminile. Volevo ricordare, sempre per la stessa tematica, il film del 2018 “The Chrysanthemum and the Guillotine” diretto da Takahisa Zeze e premiato al Busan Film Festival. Il film parla di giovani appassionate di sumo, dopo il terremoto del Grande Kanto del 1923. Dopo il grande terremoto che uccise migliaia di persone e il conseguente caos, un’ondata di ultra-nazionalismo imperversò in tutto il Paese; negli anni successivi, anarchici, socialisti, difensori di diritti umani, immigrati coreani furono perseguitati e proprio in questo contesto un gruppo di lottatrici di sumo, nel tentativo di evadere attraverso questo sport, dai problemi quotidiani, cercò di farsi luce. Due giovani appartenenti al gruppo anarchico “la società della ghigliottina” rimarranno affascinati da questo piccolo gruppo di lottatrici e dalle loro scelte di vita. Un film che vi consiglio e che ci fa avvicinare maggiormente all’argomento.

Memoru Grace

Two Lights: Relumino

Relumino” deriva dal latino e significa “mi illumino di nuovo” ed è il secondo titolo, non scelto a caso, per questo film dai tratti poetici e toccanti, un film corto che potrete benissimo recuperare in un momento di riflessione e di solitudine per poterne apprezzare i silenzi.

Quando vediamo il mondo attorno a noi, molte cose ci sembrano scontate, ma quando la luce si abbassa e le ombre scendono rivestendo i contorni di ogni cosa, se solo ci fermiamo un attimo dai nostri ritmi frenetici, ci rendiamo conto di non aver guardato abbastanza il mondo e attendiamo uno spiraglio di luce, la nostra solita seconda possibilità che ci illuminerà e ci farà apprezzare quel che abbiamo accantonato.

Dopo questo esperimento, guardiamo il mondo con gli occhi dei due protagonisti del film, due trentenni molto diversi tra loro, ma il cui tratto comune è l’ipovisione.  Il mondo visto dagli occhi di questi due ragazzi è sfocato, intangibile, ogni cosa diventa una montagna da scalare dove le insidie e le difficoltà costellano ogni loro azione e la sopravvivenza è un lungo esercizio alla pazienza. Nonostante tutto, però, ogni prova li avvicina al superamento della disabilità.

Ahn So-young, interpretata da Han Ji-min, (“One spring Night”, “Our Blues”) è una ragazza che lavora in una erboristeria e ha sviluppato il senso dell’olfatto, infatti, attraverso gli odori e nella ricerca continua di nuove essenze e profumi, ritrova se stessa e riesce a percepire le bellezze del mondo che la circonda.  

Seo In-Soo, interpretato da Park Hyung-sik, (“Hwarang”,” Strong Girl Bong-soon” “Soundtrack#1”), è un giovane accordatore dal carattere introverso, suscettibile e silenzioso che vive con profonda angoscia l’aggravarsi della sua malattia che lo sta conducendo rapidamente alla completa cecità.  

E’ da sottolineare come la lettura di questa storia delicata ci viene delineata con molta semplicità, ma tanto pathos e per questo è da apprezzare la scelta del regista e degli sceneggiatori di far incontrare i due protagonisti all’interno di un meeting rivolto a persone ipovedenti, desiderose di intraprendere un corso di fotografia. Ebbene sì, tramite la fotografia, ogni persona iscritta al corso, cosciente della propria disabilità, impegnerà tutte le proprie capacità personali per superare le difficoltà e creare dei piccoli meravigliosi capolavori dove il mondo semplice e infinito viene mostrato attraverso una visione diversa, forse più completa, ma decisamente sentita e percepita.

I due protagonisti, che hanno un modo differente di affrontare la vita, riusciranno alla fine ad avvicinarsi durante la mostra organizzata al termine del corso dal club di fotografia e qui In-soo cercherà So-young per mostrarle le fotografie attraverso Relumino, un’app per ipovedenti creata da Samsung, che supporta la focalizzazione e la visione delle immagini. Questa condivisione comporta un superamento delle barriere emotive dello stesso protagonista e la possibilità ritrovata da entrambi di accantonare la paura dell’ignoto per farsi illuminare dalla luce della propria esistenza. Bravissimi i due protagonisti, in brevi istanti regalano momenti di poesia. Una storia che riesce a comunicare allo spettatore l’importanza delle piccole cose perché, come affermava Antoine de Saint-Exupéry: “Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.

Memoru Grace

Just Between Lovers – Splendore dell’anima

Credo che ogni opera possa comunicarci una musica, un colore, una sensazione o tutte queste cose messe insieme, per cui, se penso a “Just Between Lovers” mi viene in mente il colore azzurro, quello, però, del cielo della sera, nei pochissimi minuti dopo il tramonto. In una breve frazione di tempo riesco a percepire tutte le emozioni del cielo ed è tale la sensazione che mi ha lasciato questa serie, un viaggio nelle anime sensibili di persone comuni, nelle loro solitudini, nei loro dolori che il tempo ha solo attutito, ma che restano vive nel ricordo o anche solo in un gesto casuale o in una canzone.

Ha Moon-soo e Lee Kang-doo sono tra i sopravvissuti al crollo del 2005 del centro commerciale S Mall (l’avvenimento descritto nella serie non è reale, ma si ispira ad un triste fatto di cronaca che ha sconvolto il Paese nel 1995, il crollo del centro commerciale Sampoong di Seoul dove morirono 502 persone).

Dodici anni dopo, le vite dei due protagonisti si incrociano nuovamente tra le strade e i cantieri di un quartiere periferico della città. Ha Moon-soo, interpretata dall’intensa Won Jin-ah (“Hellbound”), nella tragedia del 2005 ha perso la sorella minore che aveva accompagnato quel pomeriggio per girare un servizio fotografico poiché la bambina era una giovane attrice. Moon-soo, vive con la madre (interpretata da Yoon Yoo-sun, vista in “My Girlfriend is a Gumiho”)   e, insieme alla zia, gestiscono un bagno pubblico per sole donne associato ad un salone di acconciature, nel frattempo, però, la ragazza porta avanti anche i suoi studi di architettura, collaborando a diversi progetti soprattutto nella realizzazione di plastici  che possano garantire la sicurezza strutturale degli edifici. Il padre di Moon-soo, interpretato da Ahn Nae-sang (“18 Again”, “DoDoSolSolLaLaSol”), invece, dopo la tragedia che ha coinvolto la famiglia e separato i componenti isolandoli nel dolore, ha lasciato il lavoro da autotrasportatore e ha aperto una piccola locanda per stare nelle vicinanze dell’unica figlia che gli è rimasta.

Lee Kang-doo, interpretato da un intenso e incredibile Lee Jun-ho (conosciuto come membro dei 2PM e per il premiatissimo “The Red Sleeve Cuff”), in quel terribile giorno del 2005 era all’interno del centro commerciale che attendeva il padre, un elettricista che lavorava all’edificio. Da quel giorno Kang-doo ha perso il padre, è stato estratto vivo dalle macerie, ma mal ridotto con ferite e postumi che si protraggono nel tempo e che il ragazzo sopporta con resistenza, la stessa che lo porta a sopravvivere alle giornate trovando una serie di lavori occasionali e come “agente” di recupero crediti per sostenere negli studi di medicina la sorella Lee Jae-young, interpretata da Kim Hye-joon (“Kingdom”).

Le vite dei due giovani si incrociano quando Moon-soo trova un lavoro di collaborazione presso lo studio d’architettura Seowon per occuparsi del progetto del nuovo complesso che verrà edificato proprio sul luogo dove dodici anni prima sorgeva il centro commerciale S Mall, mentre Kan-doo si fa assumere come operaio al cantiere edile. A capo del progetto c’è Seo Joo-won, interpretato da Lee Ki-woo (“My Liberation Notes”), proprio il figlio del progettista del centro commerciale crollato, vittima a sua volta degli eventi, morto suicida a causa del profondo senso di colpa. Joo-won vive con grande angoscia questo impegno perché come gli altri due protagonisti ripercorrerà ogni momento e sarà inondato dai ricordi e dai fantasmi che vivono le aree del cantiere. Accanto a lui, Jung Yoo-jin, interpretata da Kang Han-na, sua ex fidanzata e co-proprietaria insieme al fratello e al padre dell’impresa edile che si occupa dei lavori. I due ragazzi si sono lasciati dopo che la madre di Joo-won si è sposata con il padre di Yoo-jin, lasciando nell’imbarazzo e nella crisi i due giovani.

Presto Kang-doo e Moon-soo si troveranno a collaborare insieme nel progetto per il memoriale delle vittime da fabbricare all’interno della nuova area del parco, nel lotto dove sarà costruito il complesso da edificare. Il loro sarà un difficile e impegnativo lavoro emotivo. Contattando, infatti, i parenti delle vittime della tragedia riaffioreranno i ricordi dimenticati o solamente accantonati in una zona della propria memoria, affronteranno se stessi, i propri fantasmi, il senso di smarrimento e quello di colpa per essere sopravvissuti a 48 persone e cercheranno il supporto e l’affetto l’uno dell’altra per riemergere da un incubo infinito che li tormenta quotidianamente.

Nella vita dei due giovani tanti piccoli satelliti costituiti da poche persone care che riempiono il vuoto dell’esistenza, a partire da Jung Seok-hee, interpretata dalla meravigliosa Na Moon-hee (che ho adorato già in “Navillera”), ex usuraia testimone di un piccolo mondo periferico fatto da umili ed emarginati, una vera e propria nonna per Kang-doo che si sentirà supportato dal suo affetto anche nei momenti in cui sembra che tutto gli stia crollando addosso come le macerie  del suo continuo incubo.

Ma-ri, interpretata da Yoon Se-ah (“Snowdrop”), amica di Kang-doo, quasi una sorella maggiore, salvata da lui anni prima da una relazione violenta che la stava portando alla morte, gestisce un locale nel quartiere.

Ahn Sang-man, interpretato dal bravissimo Kim Kang-hyun (“18 Again”), un ragazzo con problemi di apprendimento, dal carattere dolce e generoso che diventerà un vero e proprio fratello maggiore per Kang-doo, che si affezionerà a lui e a sua madre, proprietaria dell’ostello dove abita. La madre di Sang-man si comporta come madre adottiva nei confronti dello stesso protagonista che troverà, nel suo piccolo centro di conoscenze, l’affetto di una vera famiglia: una madre, una nonna, una sorella maggiore e un fratello. Questo è uno dei lati più belli e commoventi della serie.

Infine, va ricordata Kim Wang-jin, interpretata da Park Hee-von, amica di Moon-soo, ragazza proveniente da una famiglia ricca, ma costretta su una sedia a rotelle a seguito di un incidente in moto, disegnatrice irrefrenabile di webtoon, con il suo assistente Jin Young, interpretato da Kim Min-kyu (“Snowdrop”, “Business Proposal).

 “Just Between Lovers” (che potete trovare anche con il titolo “Rain or Shine”) è una serie meravigliosa, di una umanità tale che commuove ad ogni scena grazie ai suoi personaggi comuni che alla fine del cammino troveremo così vicini a noi che ci sembrerà di conoscerli da una vita, delle anime sensibili che illuminano la propria esistenza.  Una serie che parla di traumi, di ferite, di lutto, di sensi di colpa, di rimpianti. Con due frasi simbolo si può tracciare il messaggio profondo della storia: “Ho cercato di dimenticare, ma la tristezza e la sofferenza sono sempre con noi”, questo è il momento del riconoscimento della propria difficoltà emotiva e “Se non avessimo così tanti rimpianti non potremmo continuare a vivere”, questa è la speranza, è la voglia di continuare a vivere, il messaggio ultimo che il drama ci vuole donare, la resilienza dei protagonisti è da esempio per tutti e personalmente mi ha fatto ammirare questa serie valutandola come una delle migliori mai viste.

Se poi volete continuare a immergervi nelle emozioni che la storia vi ha lasciato e ad abbandonarvi ai pensieri, immaginatevi quel cielo visto dal terrazzo della casa di Kang-doo, seduti su una panca piena di coperte, mentre sfogliate un fumetto con in sottofondo la meravigliosa colonna sonora che regala grazia ed intensità alle scene della serie e ci lascia un dolce e pacato senso di nostalgia in un soffio di vento.

Memoru Grace

Avvocata Woo (ovvero idillio della diversità)

“I miei sentimenti per te, avvocato Woo, sono come l’amore non corrisposto verso un gatto. I gatti a volte rendono soli i loro proprietari, ma li rendono altrettanto felici”. “L’espressione ‘amore non corrisposto’ verso un gatto è inappropriata perché anche i gatti amano i loro padroni”.

Difficile parlare in poche righe di un drama che non solo ha messo d’accordo pubblico e critica, ma che si è rivelato epocale sia in patria che nel resto del mondo (raggiungendo la top dieci dei più visti su Netflix anche in Italia). Un successo che è merito di tanti fattori, tra cui spicca un ottimo cast, una perfetta squadra affiatata guidata da interpretazioni uniche, e una sceneggiatura originale e mai scontata, che, partendo dalle basi di un semplice legal drama, affronta con delicatezza e intimità la vita straordinaria di uno strano genio del diritto, l’avvocatessa Woo Young-woo (nome palindromo, che, letto diritto e rovescio, si pronuncia sempre allo stesso modo, come afferma la protagonista). Woo Young-woo (interpretata da Park Eun-bin, già protagonista de L’affetto reale e Do You Like Brahms?) ha davvero delle capacità incredibili: una memoria eidetica, una preparazione giuridica (e non solo) approfondita, un’intuizione creativa che la porta a leggere in modo diverso dal solito l’ordinamento e ad affrontare i casi con passione. Woo Young-woo è straordinaria anche in un altro senso: il suo mondo è declinato dallo spettro dell’autismo, che le rende complesse alcune semplici azioni, come passare da un ambiente all’altro, attraversare le porte girevoli d’ingresso del palazzo dove ha sede lo studio, andare in mensa e socializzare con i colleghi e, soprattutto, non parlare di balene. Perché i cetacei, in generale, sono la sua vera passione, quel dettaglio che, insieme al diritto, l’aiuta a rapportarsi con il mondo. La metro affollata, il codice in borsa e il canto triste delle balene in cuffia.

E proprio la figura della balena è la vera chiave di lettura di questo drama, che già al primo episodio fa riferimento alla balena più famosa dell’universo letterario – per la verità, un capodoglio – la bianca e gigantesca Moby Dick, nemesi naturale del capitano Achab nell’omonimo romanzo di Melville. Se l’intento dell’autore americano era quello di dimostrare il titanismo del piccolo e insignificante umano che si contrappone alla terribile forza della natura, per capire Woo Young-woo è necessario rovesciare il paradigma e fare riferimento direttamente alla balena stessa, ovvero a quella gigantesca e solitaria creatura marina, raro mammifero circondato da pesci e, già per questo fatto, unica in ambiente acquatico, ingombrante nei movimenti e incapace di inserirsi nel mondo in cui si trova e, per questo motivo, spesso fraintesa. Woo Young-woo è come un cetaceo solitario, si muove da sola, ma fa un grande rumore, e sa che il mondo fatica ad accettarla, perché lei stessa non solo vede il mondo secondo i propri filtri – scomposto e frammentato secondo dati oggettivi e privo di sovrastrutture sociali -, ma è depositaria di un mondo interiore molto più ricco e luminoso – popolato da balene giganti che nuotano a ritmo di walzer in mezzo alle luci del cielo -, anche se difficile da esternalizzare. Perché lo spettro autistico non rende incapaci di provare sentimenti ed emozioni, ma rende arduo il loro discernimento e la loro manifestazione esterna, quasi chiusi e ovattati in un luogo distante, da cui è difficile comunicare con l’umanità.

Eppure, intorno a Woo Young-woo si trova un’umanità che, col tempo impara ad apprezzarla, ad amarla e ad essere, a sua volta, apprezzata e amata da lei: a cominciare dal suo mentore, l’avvocato Jung Myung-seok (interpretato da Kang Ki-young, l’amico e collega di Park Seo-joon in What’s Wrong With Secretary Kim? e, senz’altro, il mio personaggio preferito in assoluto), il primo che impara a conoscerla, a stimarne il suo enorme talento e a educarla professionalmente e umanamente nel piccolo ambiente sociale che la coinvolge; per continuare con i suoi colleghi, ovvero la passionale Choi Su-yeon (interpretata da Yoon Kyeong-ha, apparsa in Hospital Playlist), la sua “brezza fresca di primavera” (citazione letterale) che la protegge dai tempi dell’università e si arrabbia per lei, e il controverso Kwon Min-woo (interpretato da Joo Jong-hyuk, apparso in D.P. e Happiness), sempre su quella linea mediana tra l’essere preso in simpatia e l’essere detestato; per non dimenticare il padre (interpretato da Jeon Bae-su, straordinario secondario di When the Camelia Blooms, Fight for My Way e Non siamo più vivi) e gli amici di sempre, ovvero la folle Dong Geu-rami (interpretata da Joo Hyun-young), di cui abbiamo imparato a memoria il saluto, e lo chef stralunato Kim Min-shi (interpretato da Im Sung-jae, caratterista già visto in Vincenzo e in Bad and Crazy); per finire con l’impiegato della sezione contenziosi Lee Jun-ho (interpretato da un bravissimo e gentile Kang Tae-oh, secondario in Run On e Doom at your Service) che, con la sua gentilezza e la sua empatia, ha fatto innamorare mezzo mondo, compresa l’avvocatessa protagonista. La loro storia d’amore è poetica e delicata, si apre con piccoli sguardi e con gesti di condivisione per diventare un profondo legame di anime, che riesce a superare qualsiasi problema di comunicazione. Jun-ho affronta giorno per giorno la sfida di amare Young-woo, anche se questo può voler dire sentirsi soli, come lei affronta giorno per giorno il mondo e le proprie emozioni, aggiornando continuamente il suo poster con i sentimenti che scopre di poter provare e con cui viene in contatto, in una reciproca educazione emotiva che va al di là del semplice romanzo di formazione, musicato con un vero e proprio idillio della diversità. Riprendendo la chiave di lettura del capodoglio solitario, è emblematico il fatto che, quando Young-woo incontra Jun-ho e si sente libera di parlare con lui di balene (ovvero di essere se stessa), si avvicina ad un altro cetaceo, il delfino, animale che, di per sé, rappresenta la socialità e la socievolezza e che ama vivere in piccoli gruppi familiari (come viene detto nel drama, i delfini di Jeju in comunità tengono lontani gli squali) e relazionarsi con le altre creature, compreso con gli altri umani.

Seguendo l’andamento della storia e della crescita dei personaggi, anche i casi legali presentati episodio per episodio seguono un climax ascendente, partendo dal caso più “semplice” (o, quasi, più scontato), che serve allo showrunner per farci conoscere i personaggi e introdurci al mondo di Young-woo, continuando con lo shock del delitto compiuto da un ragazzo autistico, che ci permette di individuare correttamente la complessità e l’ampiezza dello spettro autistico, per proseguire con una serie di casi che in Corea del Sud si sono rivelati delle vere e proprie denunce sociali e politiche e che sono stati impreziositi da una serie di camei di alto livello recitativo. Su tutti, è doveroso citare la partecipazione di Kim Hiera (la cattivissima e psicopatica boss di Bad Crazy) nel ruolo di una profuga nordcoreana, Yoon Yu-seon (la zia di My Girlfriend is a Gumiho) nel ruolo della madre di un ragazzo autistico, Oh Hye-soo (la ragazza bullizzata che si vendica come zombie in Non siamo più vivi) che ha interpretato in modo magistrale una ragazza disabile, Lee Bong-ryun (la capo-villaggio di Hometown Cha Cha Cha) nei panni di un’avvocatessa femminista e Kim Joo-hun (l’eterno second lead di It’s Okay to Not Be Okay e DoDoSolSolLaLaSol) come CEO di un social network che ha subito spear fishing; ma, soprattutto, rimane indimenticabile l’interpretazione di Koo Kyo-hwan (meritatissimo premio Baeksang per D.P. e candidato per Escape from Mogadisciu) che è diventato il pifferaio magico in un episodio destinato a rimanere da antologia.

Avvocata Woo (titolo internazionale Extraordinary Attorney Woo; in coreano 이상한 변호사 우영우, ovvero Isanghan byeonhosa uyeongu) tornerà ufficialmente per una seconda stagione dal 2024, ovvero dopo il ritorno dal servizio di leva di Kang Tae-ho, ma, per ricoprire questi due anni di paziente attesa, è possibile leggere il webtoon omonimo che l’ha ispirato (che potete reperire online su Naver o con l’app Webtoon in inglese). Oppure c’è sempre la possibilità di un rewatch, perché la serie merita davvero diverse visioni.

Consigliato: a tutti, perché è una serie delicata, fresca e romantica al tempo stesso, che sa far sorridere e commuovere ad ogni singolo episodio senza essere mai banale; un consiglio particolare a chi ama i legal drama, perché sugli ultimi casi (che intrecciano al diritto amministrativo sudcoreano principi fondamentali del diritto e brocardi latini da dottrina) vale la pena soffermarsi molto.

Captain-in-Freckles

Intrattenimento coreano: viaggi, cibo, amicizia e risate

Ecco qualche semplice consiglio per farvi scoprire gli show di intrattenimento coreano e passare qualche ora in leggerezza all’insegna dei viaggi, del piacere del cibo e dei legami di amicizia.

NEW WORLD: 6 amici/nemici, un meteorite e il vaso di Pandora

Qualcosa a metà tra il #reality e il #quizgame#newworld è fondamentalmente una serie #unscripted, cioè priva di copione, dove 6 celebrità si ritrovano a recitare “a soggetto” su un’isola fittizia (definita #utopia), con una missione da compiere (guadagnare denaro in una #criptovaluta inventata per la serie) e alla mercé di eventi inaspettati (che vanno dalle lotterie, alla svalutazione, a un #monopoly vivente, alla caduta di un #meteorite, alla bottega delle ombre). Tra loro: il mattatore dell’intrattenimento coreano #leeseunggi, maestro dell’imbroglio e della frode verso il prossimo; il fratello mendicante #kimheechul dei #superjunior, depositario assoluto del #mainagioia; il doppiogiochista #eunjiwon, l’uomo che trama alle spalle; la straordinaria #parknarae, la donna che riesce a sclerare e a dormire al tempo stesso; la faccia d’angelo #joboah, la falsa debole; e l’incredibile – giustamente premiato con un #baeksang – #kai degli #exo, cattivissimo e intelligente, un generale della strategia, che ha dato il vero filo da torcere a Seung-gi e ha asfaltato tutti. “New World” è un #format particolare e rivoluzionario, che non solo fa divertire, ma spinge lo stesso spettatore a ragionare come i personaggi, chiedendosi cosa farebbe al loro posto e alimentando le celluline grigie, una #ginkana un po’ stralunata, che vorremmo mettere in pratica anche con i nostri amici, magari gridando #seunggishield con lo scudo come Cpt. America.

TWOGETHER: Fratelli diversi in cerca della meraviglia di un viaggio in Oriente

Se dovessimo consigliare uno dei programmi con i paesaggi più spettacolari, quasi da #nationalgeographic, ebbene #twogether sarebbe lo show perfetto per preparare lo zaino e prenotare il primo volo per l’Oriente. Perché il cuore di questo #show, che è anche un po’ un #documentary, è proprio la scoperta delle bellezze di alcuni angoli dell’ #asia e di scenari mozzafiato da #cartolina. Con lo scopo di fare una sorta di #cacciaaltesoro per trovare il fan nascosto di ogni luogo, l’attore ed entertainer coreano #leeseunggi e l’attore di Taiwan #jasperliu, partendo da #seoul, visitano #yogiakarta, l’ultimo sultanato semi-indipendente dell’Indonesia, la magica #bali con le sue spiagge incontaminate, la caotica #bangkok e la tropicale #chiangmai in Thailandia, l’incantato e spirituale #nepal, per fare ritorno in #corea (in luoghi quasi ignoti) e scoprono, piano piano, anche le tradizioni e i segreti di ogni posto, come dei moderni esploratori. Ciò che più colpisce di #twogethernetflix è come questo documentario sia diventato anche la nascita di una bellissima amicizia, due poli opposti che insieme sono diventati una miscela esplosiva, una squadra così consolidata e pasticciona che è impossibile non amare, anche nella loro reciproca incomprensione linguistica (i due parlano in inglese fra loro). Da non perdere le sconfitte a #badminton e a #morracinese.

THE HUNGRY AND THE HAIRY: Lo zen, il buon cibo e l’arte della manutenzione della motocicletta

Due uomini che non potrebbero essere più diversi, due sacche con lo stretto indispensabile, una tenda, quattro tegami e un viaggio #ontheroad lungo tutta la #coreadelsud a cavalcioni di una moto #harleydavidson (ma anche di una #vespa50special) da #busan e #jeju fino a #seoul per scoprire luoghi ignoti, respirare la brezza salata, inseguire le basse maree, mangiare pesce appena pescato su un battello in navigazione, parlare con una signora che gestisce un ristorante vecchio di secoli, prendere un tè rituale in un vecchio monastero. E, soprattutto, testare (e cucinare) tanto (ma proprio tanto) cibo. #thehungryandthehairy è il viaggio dello stravagante conduttore #nohhongchul con il suo look sui generis fatto di gonne, cappelli da cowboy e un paio di enormi baffi, in compagnia della star del #kpop e attore #rain è una riscoperta di se stessi, della propria libertà, della strada come legame con la vita, ma anche della conservazione delle tradizioni e degli affetti familiari, quasi uno #zen contemplativo, ma ricco di tante risate e tante chiacchiere. Perché ve lo consigliamo? Per due motivi: 1) per l’ironia di Noh Hong-chul (che, per intenderci, era il tizio che ballava in ascensore nel video di #gagnamstyle), talvolta feroce e sarcastica, ma mai volgare, e la pacatezza familiare e seria di Rain (che sa fare proprio tutto – dal pescare le anguille al montare una tenda – e cucina come uno chef stellato), ovvero l’umanità di due star che diventano persone comuni, non dissimili dal proprio pubblico; 2) per le Harley Davidson, che fanno sempre il loro effetto.

Laura

My Liberation Notes – Il diario della mia libertà (ovvero elegia dell’introversione)

«Cinque minuti al giorno.
Se hai cinque minuti di pace, la vita è sopportabile. Cerco di raccogliere momenti di euforia in parti da quattro a sette secondi per coprire quei cinque minuti. Riempio cinque minuti al giorno così.
È così che sopravvivo».

My Liberation Notes (in originale Naui Haebangilji o, meglio, 나의 해방일지; tradotto in italiano come Il diario della mia libertà) non solo non è una drama di facile comprensione, ma non è nemmeno il classico drama coreano con quegli elementi stereotipati, che ci hanno tanto fatto sorridere e innamorare del genere, i dialoghi brillanti e le storie d’amore sospese tra i protagonisti. Non c’è azione, rincorse e sparatorie, né incomprensioni e scenette tragicomiche nelle interazioni tra i personaggi. Manca la scena madre della sbronza di lato, quella che coincide con la grande rivelazione di uno dei personaggi (anche perché, in questa storia, chi è ubriaco lo rimane dall’inizio alla fine). E, soprattutto, non rientra né nella categoria dei melo con finale tragici, né in quella dei romance con happy ending, per un semplice motivo: My Liberation Notes non finisce affatto. Come in qualsiasi narrazione di una parte della vita, non è necessario trovare un inizio e una fine: è solo un episodio, un piccolo e fugace frammento di esistenza, che dà modo di leggere letteralmente i pensieri dei protagonisti, entrare in connessione con loro, dialogare internamente, percepire il rapporto con la più grande e complessa esistenza umana, all’interno della quale sono solo uno sparuto puntino in cerca della propria serenità interiore, e, infine, lasciarli andare. Ed è questo uno dei motivi che la rende una serie slice-of-life straordinaria, intima e riflessiva, un piccolo gioiello d’autore, che molti hanno paragonato alla serie americana This is Us, ma che fa rimanere intatta la lirica della prosodia orientale.

Estate 2019, ferma, immota e afosa. Una calda estate da odiare, in cui “la temperatura che si inspira è uguale a quella che si espira” (citazione letterale). Yeom Ki-jeong (Lee El di A Korean Odyssey), Yeom Chang-hee (Lee Min-ki di Because This Is My First Life) e Yeom Mi-jeong (Kim Ji-won di Fight for My Way e Lovestruck in The City) sono tre fratelli che ogni giorno, per ragioni lavorative, fanno i pendolari a Seoul dalla cittadina di campagna di Sanpo, situata nella provincia di Gyeonggi-do, il bianco albume d’uovo, che, statico e privo di sapore, circonda la capitale (citazione letterale), eppure se ne discosta così fortemente con le sue tradizioni e il suo arcaismo, che imprigiona i tre fratelli.

Ki-jeong, la maggiore, è all’alba dei 40 anni e, nonostante abbia una carriera ben avviata nelle indagini statistiche, lamenta una vita sociale e affettiva praticamente inesistente, quasi bloccata da un ruolo in perenne attesa della felicità: “Ci sono così tante persone. Dovrebbe essere arrivato finalmente il mio momento. Non sono mai riuscita ad ottenere nulla quando l’ho voluto. Sono stata in attesa per tutta la vita. In attesa del cibo, di tornare a casa e, anche, degli uomini“. Per questo motivo, ha deciso che deve trovare qualcuno – chiunque – quell’estate da amare, per avere un compagno con cui affrontare il gelido inverno. Ma è impossibile determinare l’amore sulle tempistiche, così come fissare dei paletti sul proprio ideale e Ki-jeong lo capisce quando, mentre i suoi appuntamenti al buio vanno sempre a rotoli, si innamora senza nemmeno rendersene conto di Tae-hoon, un padre single e divorziato, che vive con una figlia adolescente e due dispotiche sorelle nubili, sue ex compagne di scuola. Ki-jeong è autoritaria, volubile e insofferente come un’adolescente, teme il tempo che passa e lascia le rughe e ha paura di invecchiare senza nessuno, ma l’amore la trasforma e la fa maturare, donandole la capacità di comprendere gli altri e di empatizzare con le loro sofferenze, facendole capire che il motivo per cui soffriamo così tanto per problemi che ci poniamo da soli è il fatto che non possiamo affrontarli con qualcuno.

Chang-hee, il mezzano, è un trentacinquenne che si sente poco apprezzato e inadeguato, al tempo stesso, portandosi dietro un grosso complesso di inferiorità: “La vita stessa è imbarazzo. Nasciamo già imbarazzati, perché veniamo al mondo nudi“. Si sente poco apprezzato dal padre, uomo taciturno e solitario che sembra quasi ignorarlo, poco apprezzato dalle donne, perché povero e campagnolo, senza riuscire a portare avanti alcuna relazione, poco apprezzato sul lavoro, dove porta avanti con determinazione la sua guerra personale contro una collega. Sa di avere capacità che lo potrebbero mettere in una posizione diversa, ma, alla fine, non si vuole buttare. Incolpa il mondo, ma teme il futuro. Fino a quando non decide di dare una svolta decisiva nella sua vita, lasciando, dapprima, la velocità e la città, che lo avevano sempre ammaliato, per preferire la stasi e la famiglia, e, infine, trascurando le logiche dettate dagli impositivi della società (i soldi, il successo, il matrimonio, i figli), per seguire la sua intuizione emotiva che andrà a ridefinire la sua vita. Al contrario della sorella maggiore, la sua evoluzione – forse la più forte e completa tra tutti – non avviene nel contatto con una persona amata, ma nel cominciare ad amare se stesso e a superare la sua mediocrità interiore: “Scommetto che ho offeso un sacco di persone. Ora che sono da solo, sono diventato calmo e gentile“.

Mi-jeong è la sorella minore. Grafica trentenne di enorme talento, riservata e introversa, sopporta a stento un ambiente lavorativo e sociale che la vorrebbe come una persona diversa: i pranzi in compagnia dei colleghi, le cene alcoliche fuori, i vestiti all’ultima moda, il bikini di un colore sgargiante contro il suo costume intero unico fondo… Consapevole della sua diversità, si sente inizialmente inadatta a condurre la medesima vita degli altri: “Non mi sento a mio agio a letto, non mi sento a mio agio circondata dalle persone. Perché non posso ridere felice come gli altri? Perché sono sempre triste? Perché sono sempre nervosa? Perché tutto mi irrita?“. Nel suo caparbio silenzio, Mi-jeong rappresenta la ribellione ostinata e perseverante, che rimane inflessibile e coerente con se stessa anche di fronte alle illusioni del mondo: “Le persone che dicono di vivere felici e in salute sono le persone che hanno lasciato tutte queste domande dietro di loro. Così va la vita. Ma io non sarò mai così“. Quando, al lavoro, la obbligano ad iscriversi alle attività post-lavoro per socializzare, Mi-jeong, con il suo silenzio e i suoi occhi bassi, si ribella (“Perché non lasciano in pace noi introversi?“) e fonda la sua personale attività post-lavoro, il Club della Liberazione, dove ognuno deve sentirsi libero con se stesso e con gli altri di “liberarsi” dalle oppressioni e dalle imposizioni che sembrano frastornare e condizionare l’esistenza e, in questa liberazione, riscoprire se stessi, il proprio intimo, i ricordi, le memorie, le emozioni e le aspirazioni. Come afferma Mi-jeong: “Voglio la liberazione, voglio essere liberata, non so da cosa sono tenuta in trappola, ma mi sento prigioniera. Voglio essere libera“. Solo tre regole sono richieste per entrare nel Club, le regole di base per liberarsi dalla falsa apparenza a cui assoggetta la società: “1. Non fingerò di essere felice; 2. Non fingerò di essere infelice; 3. Sarò sempre me stesso“.

E, poi, c’è Mr. Gu (e qui sfido a non prendere una vera e propria sbandata per Son Seok-ku, capace di recitare solo con uno sguardo e senza dire una parola, anche se non lo avete visto in Designated Survivor o in altro). Come dice Mi-jeong, la sua vita si divide in un prima e in un dopo Mr. Gu, questo misterioso personaggio, di cui si ignora il nome, apparso dal nulla l’inverno precedente e che lavora nei campi e in segheria con il padre dei tre fratelli. Mr. Gu non beve come qualsiasi persona umana, ma vive bevendo, in un perenne stato di etilismo con cui cerca di uccidersi, perché, come afferma, quando è ubriaco si sente più umano di quanto non potrebbe mai esserlo da sobrio: “Quando bevo, sembra che i pezzetti di puzzle che fluttuano nella mia testa si ricompongano e trovino pace“. Nonostante in paese circolino voci poco incoraggianti su Mr. Gu (qualcuno gli attribuisce un passato criminale – e forse non ha tutti i torti) e nonostante lui abbia paura di Mi-jeong (perché lei gli legge dentro l’anima, come nessuno sa fare – citazione letterale), un giorno Mi-jeong si avvicina a quest’uomo taciturno e stanco della vita e gli propone un accordo: “Non voglio essere amata. Sono stanca di essere amata. L’amore non è abbastanza per me. Venerami. Voglio sentirmi completa. Voglio che tu inizi a venerarmi quest’estate. La tua venerazione riempirà il mio freddo in autunno e in inverno e rinasceremo come delle nuove persone in primavera“. E Mr. Gu, con i suoi occhi melanconici e distanti, apprende che “venerare” qualcuno significa non solo amarlo, ma stare sempre dalla sua parte, senza domandare troppi dettagli, dando sostegno e fiducia, facendo capire che tutto è e sarà sempre possibile, ma è anche un atto di decisione e di volontà, molto più solido e omnicomprensivo dell’amore.

La “venerazione” comprende una totale e reciproca fiducia nell’altro, come sentirsi liberi di gridare il suo nome in mezzo alla strada, ed è un appiglio che dà significato all’esistenza e che perdura nel tempo, anche quando le contingenze della vita separano per anni e riuniscono di colpo; come una telefonata improvvisa: “– Alla fine ti sei liberata? – No. – Hai trovato qualcuno che ti veneri? – Ovviamente, no. – Vediamoci. – Non posso. – Perché? – Sono ingrassata. Devo perdere peso. – Dimagrisci in un’ora e, poi, vediamoci“. E ancora: “– Vuoi un lavoro part-time? – Quale lavoro? Pulire? – No. – E allora? – Ascoltarmi parlare“. E infine: “Yeom Mi-heong! Devi sapere una cosa. Mi sei piaciuta per davvero. Non ho idea di cosa potrei diventare. Probabilmente, finirò come un barbone. Sarò grato se potrò finire tutto prima di diventarlo. Ma, in ogni caso, mi piaci“.

Nessuno sa come andrà a finire ai protagonisti, se continueranno ad amarsi e a venerarsi, se si libereranno, se troveranno la loro piccola felicità o se daranno una risposta al senso della vita. Ma non importa. Ciò non deve interessare lo spettatore, che riemerge dalla visione, svuotato e arricchito al tempo stesso, perché, senza rendersene conto, avrà iniziato la sua piccola e personale fase di liberazione. O, forse, è da tempo che la porta avanti, silenziosamente e caparbiamente, senza coinvolgere nessuno, una liberazione dalle imposizioni e dai vincoli, anche invisibili, che ci tengono legati, certi che “qualcosa di bello accadrà oggi” (citazione letterale), dove con la parola “oggi” bisognerebbe intendere ogni giorno della propria vita, accettando noi stessi e costruendoci il destino man mano, perché “il destino non è nulla di più che lo sguardo di una persona alla propria vita” (citazione letterale).

Consigliato: a chi cerca un drama non convenzionale e non ha paura di scavare all’interno del proprio intimo; a chi ama gli approfondimenti psicologici ed è pronto emotivamente a versare lacrime ad ogni singolo episodio; a chi guarda serie e film con un blocco per gli appunti alla mano, perché, credetemi, ne vale la pena.

Captain-in-Freckles

Principessa Mononoke – Forte e Terribile, come la Natura

“Gli alberi gridano quando vengono uccisi, ma gli umani non possono udire i loro gemiti. Io ascolto la foresta che si lamenta, mentre il proiettile che ho in corpo mi divora le carni. […] San è figlia mia e di questa foresta, e quando io e la foresta moriremo, anche lei morirà. […] Invece di mangiarla io l’ho allevata e cresciuta, quindi purtroppo San non è né umana né lupo. Dove potrebbe andare a trovare rifugio?” . “Non lo so, ma io potrei restarle accanto. […] Cercherei di allontanarla da tutto questo odio”.

Se qualcuno mi dovesse chiedere quale personaggio nato dallo Studio Ghibli ho da sempre nel cuore, risponderei automaticamente, senza nemmeno pensarci, San, la “ragazza-lupo” o “principessa-spettro”, protagonista del famoso film d’animazione Principessa Mononoke (もののけ姫 Mononoke-hime), scritto e diretto da Hayao Miyazaki e distribuito al cinema a partire dall’estate 1997. Pare, però, che la mia non sia un’opinione destinata a rimanere isolata, visto che il film, oggi giudicato di diritto un “capolavoro” del regista e animatore giapponese, quando venne distribuito nelle sale cinematografiche, riuscì quasi ad eguagliare in Giappone gli incassi al botteghino del contemporaneo Titanic di James Cameron, unendo pubblico e critica e diventando presto una leggenda. Per quale motivo questa “favola per adulti”, come la definì all’epoca il Washington Post, poetica e violenta al tempo stesso, oscura, onirica e di difficile comprensione si è guadagnata un posto autorevole nel firmamento del cinema d’autore? Vediamo di tratteggiare brevemente la sua complessa trama.

La storia è ambientata in Giappone nel periodo Muromachi, anche noto come Ashikaga (1336-1573), dal nome del potente clan che, di fatto, gestiva il potere come shogun, e, per la precisione, nell’ultima parte di questo periodo, denominato Sengoku ovvero “degli Stati combattenti” e caratterizzato dal declino dello shogunato, dal frazionamento del territorio nipponico in numerosi feudi e autorità locali e da un perenne stato di guerra e di assedi feroci tra i diversi signori locali, culminanti, poi, nel processo di riunificazione del periodo Edo. In questa fase complessa della storia giapponese, si muove Ashitaka, giovane principe della comunità indigena Emishi, antica popolazione ancestrale situata nel nord di Honsu e ad Hokkaido che si oppone strenuamente all’avanzata violenta dei vari feudatari giapponesi con l’obiettivo di conservare i propri valori e le proprie tradizioni. Quando un enorme cinghiale impazzito (o, meglio, una divinità con le sembianze di un cinghiale) entra nel villaggio, Ashitaka è costretto ad ucciderlo, ma, nella colluttazione, viene ferito ad un braccio e infettato del rancore che animava il cinghiale. In cerca di una cura, Ashitaka si mette in viaggio per trovare Shishigami, il Dio della Foresta, che potrebbe rimuovere la sua malattia, ma si imbatte in San, la ragazza-lupo detta Principessa Mononoke, ovvero Principessa Spettro, una giovane orfana cresciuta dai lupi della foresta e sempre in guerra contro gli abitanti della vicina Città del Ferro, capeggiata dalla signora Eboshi. Il dissidio tra i laboriosi umani che scavano nelle miniere del ferro e gli animali-divinità della foresta è il fulcro del resto delle vicende del film, che pone al centro l’annoso conflitto tra progresso e tradizione, tecnica e natura, nel quale Ashitaka si trova coinvolto, una volta tentando di frenare i soprusi della signora Eboshi e la sua frenesia per alimentare la città, un’altra bloccando la furia delle creature divine (i vari dèi-animali della foresta) che rappresentano la Natura. In tutto questo, inizia ad innamorarsi lentamente di Mononoke, della sua caparbietà selvaggia e delle forza silenziosa che rappresenta la capacità stessa della Natura di resistere e rinnovarsi continuamente, come le foglie dell’edera. Lo Spirito della Foresta lo guarirà quasi subito della sua ferita, senza, tuttavia, liberarlo della maledizione del rancore, in modo da renderlo partecipe dei dolori inflitti dagli umani alla Natura, della sofferenza continua che essa prova quando i propri figli la violano e della feroce vendetta che si prenderà sterminando gli uomini. Ma, nella sua formazione in un mondo sospeso a metà tra la realtà e il divino, Ashitaka coinvolge Mononoke, che è anche l’anello di congiunzione tra il mondo umano e il mondo naturale, tra la laboriosità cieca degli uomini e la ferocia meravigliosa della Natura, l’unica persona che si muove a proprio agio tra i due mondi e che può comprenderne le sofferenze ed empatizzare con entrambi. Mononoke è principessa di un mondo quasi-sovrannaturale, anima della foresta, ma strappata da quest’ultima agli uomini, innocente come l’infanzia e terribile come uno spirito della vendetta. Solo la forza di Mononoke, unita alla comprensione di Ashitaka (che rappresenta le radici storiche e ancestrali del popolo con la terra), può riportare la pace e infondere ad Eboshi la speranza di costruire un nuovo mondo, dove uomini e Natura possano vivere insieme senza farsi più guerra.

Nella storia, assumono una posizione di rilievo una serie di spiriti e creature divine che animano la foresta: la Dea-Lupo Moro, madre adottiva di Mononoke, che l’ha nutrita della voglia di rivalsa e di vendetta nei confronti degli umani e che rappresenta la maternità istintiva della Natura; il Dio-Cinghiale Okkoto, animato da un odio autodistruttivo verso gli umani, che rappresenta la cieca forza bruta del mondo naturale; Il Dio-Cervo Shishigami, lo spirito della foresta, ovvero colui che cammina di notte, l’unico capace di dare e di togliere la vita, la cui testa, secondo la leggenda, dona l’immortalità al suo possessore, ma porta alla distruzione dell’umanità, perché Shishigami è la vita stessa e, come dice Ashitaka, finché esiste, continuerà ad esistere la vita.

Principessa Mononoke è un film d’animazione complesso e ricco di simbolismo in una dimensione spazio-temporale sospesa. La pellicola fu fortemente voluta dal suo regista e sceneggiatore, il Maestro Hayao Miyazaki, che ha iniziato ad abbozzarla già a partire dagli anni ’70, con lo scopo di adombrare le difficili relazioni tra il tendenziale muoversi in avanti del progresso e la divina fissità dell’ambiente, tra l’incertezza speranzosa del futuro e la continuità statica del passato. Un film grandioso, violento ed epico, che, nella ricostruzione del rapporto tra uomo e Natura, ha il merito di narrare senza schierarsi: con una lucidità e una coerenza in stile Akira Kurosawa, Miyazaki descrive i fatti, fa interagire i personaggi (peraltro, quasi a livello telepatico), schiera eserciti e quasi coreografa i movimenti della sua grande tragedia, nella consapevolezza che nessuna delle due parti è depositaria del bene assoluto e della ragione e che alle azioni avventate e offensive degli uomini corrisponde spesso una ferocia naturale spropositata, che rischia di coinvolgere tutto in una spirale autodistruttiva.

Consigliato a chi: ama i film d’animazione dello Studio Ghibli e non può non aggiungere questa perla della cinematografia al proprio archivio; ama, in generale, il cinema d’autore e vuole vedere un ottimo prodotto che rimarrà per sempre nella storia; cerca un film capace di dare un messaggio che trascende la storia e invita lo spettatore a riflettere; ha resistito alla visione di Rashomon, di cui troverà tanti riferimenti.

Piccola curiosità: Il popolo Emishi, accanto ai popoli Jomon e Yamato (che hanno dato origine ai Giapponesi), è considerato dagli storici un antico popolo indigeno proto-giapponese di probabile origine indo-europea. Nella realtà storica, alcune tribù Emishi si opposero al dominio dell’impero giapponese tra il VII e il IX secolo d.C., lotta che culminò con la cosiddetta “Guerra dei 38 anni” (774-811 d.C.), in cui le tribù Emishi vennero sconfitte e cacciate verso il nord, sull’isola di Hokkaido, dove avrebbero dato origine al popolo Ainu, l’etnia dominante ad Hokkaido. Uno dei generali Emishi che condusse la guerra fu il leggendario Moro, stesso nome della Dea-Lupo, madre adottiva di Mononoke nel film.

Captain-in-Freckles

Navillera – Non voglio dimenticare nessuna stagione

Se cercate un drama che vi incanti e, con pennellate delicate, vi trasmetta la speranza dei sogni che possono essere realizzati a qualsiasi età, Navillera è quello che fa per voi. E’ certo che dovrete anche essere preparati a qualche lacrima di commozione per le infinite emozioni che questa storia può regalarvi da subito. Personalmente non me la sono sentita di guardarlo tutto d’un fiato, meritava alcuni giorni di riflessione tra un episodio e l’altro perché si tratta di un’altra serie eccellente da 10 e lode, dalla recitazione superlativa da parte degli attori, alla sceneggiatura curata che riesce a coinvolgere e a regalare allo spettatore l’intero spettro emotivo che serve a comprendere ogni sentimento e pensiero dei protagonisti, ad una colonna sonora che cattura le immagini più poetiche della storia narrata.

Navillera è tutto questo e, credetemi, merita davvero di essere recuperata se non solo per le tematiche che affronta e che sentiamo spesso nella vita, in quei pochi minuti che cerchiamo da subito di nascondere perché amari e drammatici. Il tratto forte e coraggioso di questa storia, però, non è quello di farsi carico del dramma, anzi è quello di partire dai propri sogni, quelli che durante la vita non si sono mai realizzati, ma a cui affidiamo con la stessa leggerezza di una farfalla, la nostra speranza, perché un sogno è sempre la cura per la nostra anima.

Navillera (il cui titolo fa riferimento alla grazia e alla leggerezza della farfalla) è tratto da un webtoon ed è una serie dedicata alla danza, come amore e passione, ma anche come amicizia al di là delle differenze generazionali. Il protagonista, Shim Deok-chul, interpretato dal bravissimo e intenso Park In-hwan, è un settantenne appena andato in pensione che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro come postino e alla famiglia, sempre nella quotidiana lotta per garantire ai suoi figli la sopravvivenza e lo status sociale medio, affrontando nei decenni della sua giovinezza diverse crisi finanziarie che lo hanno costretto a rinunciare a tante cose e ad impegnarsi sempre di più per superare i diversi momenti difficili. Ora, però, Deok-chul non vuole rinunciare al sogno che ha da sempre nutrito fin dalla sua infanzia, la danza classica, e vorrebbe avvicinarsi a questa disciplina finché si sente ancora la salute e la capacità di farlo.

Lee Chae-rok, interpretato da Song Kang (“Love Alarm”, “Neverthless”, “Sweet Home”) in una talentuosa prova di recitazione, è un ragazzo di ventitré anni, ex calciatore che ha abbandonato il suo mondo sportivo per esercitarsi in danza classica, un modo per incontrare nel ricordo la madre che non c’è più, ma che è stata una ballerina e discostarsi, di conseguenza, dal mondo del calcio che invece, a suo avviso, ha allontanato il padre dalla sua famiglia e lo ha fatto scivolare in un baratro di disperazione.

Le strade di Chae-rok e di Deok-chul sono destinate ad incontrarsi, quando un giorno, l’insegnante di danza del giovane ragazzo, stanco di scontrarsi con il carattere cupo e difficile di Chae-rok, decide di assegnargli un manager che lo seguirà nel suo percorso e nella sua preparazione. Si tratta di Deok-chul che ha chiesto ripetutamente all’insegnante di poter apprendere le basi della danza classica in cambio dell’aiuto a seguire il ventitreenne. Chae-rok da qui in poi sarà seguito dal suo manager settantenne, all’inizio il ragazzo sarà recalcitrante e farà di tutto per far disamorare Deok-chul che, in tutta risposta, si concentrerà anima e corpo in questo suo nuovo lavoro, preparando anche se stesso ad apprendere la disciplina e ai sacrifici fisici della danza, non curante della stanchezza, ma perseverante come tutti i sognatori. Memorabile la scena in cui compra la sua prima calzamaglia ed elenca per iscritto tutti i movimenti e le azioni per il riscaldamento, importanti per l’esercizio quotidiano.

Pian piano il rapporto tra i due migliorerà e anzi il settantenne Deok-chul, sempre paterno nei confronti del ragazzo, lo aiuterà nei momenti difficili, di conflittualità interiore, nell’accettazione delle proprie condizioni e delle proprie debolezze fisiche ed emotive, mentre Chae- rok, supporterà il suo manager a far accettare il sogno della danza ai propri familiari che all’inizio non capiranno l’esigenza di avvicinarsi alla sua età a questa disciplina così faticosa.

In realtà, Chae-rok si affezionerà a tal punto da farsi quasi adottare come nipote e parteciperà alle cene o ai pranzi della domenica della moglie di Deok-chul, interpretata dalla bravissima Na Moon-hee (“Just Between Lovers”) perché desideroso di famiglia e, anche se non vuole accettarlo da subito, di quegli affetti che mancano tanto nella sua vita solitaria. Emozionante quando la moglie di Deok-chul prepara delle conserve per tutti i figli, compreso per Chae-rok. Sono questi, quei piccoli momenti di vita normale che rendono la serie perfetta!

Un giorno, Chae-rok scopre il segreto di Deok-chul e si spiega come mai l’anziano abbia da sempre avuto il desiderio di voler imparare il più possibile in poco tempo: il suo amico è affetto dal morbo di Alzheimer, è questo il vero motivo che lo ha spinto a rivolgersi al suo sogno non appena andato in pensione, non avendone fatto cenno nemmeno alla sua famiglia. Deok-chul non fa che trascrivere su un taccuino tutta la sua giornata, i suoi impegni, le cose che apprende quotidianamente, i momenti da ricordare. La malattia dell’anziano dapprima si manifesta con piccole perdite di memoria, poi diventa sempre più aggressiva, ma la voglia di andare avanti e affrontare la malattia con la stessa leggerezza della farfalla regala allo spettatore immagini superlative di come la danza sia grazia e fatica nello stesso tempo, così come la vita. Memorabile il rapporto di Deok-chul con i tre figli, il figlio maggiore che ha da sempre avuto contrapposizioni con il padre criticandone la sua mitezza e lentezza nel lottare per fare carriera, riscoprirà l’affetto che ha sempre celato nei confronti del genitore, a lui è affidato il messaggio più intenso della storia: “Non importa quanto invecchi, papà, sarai sempre il mio pilastro”.

La figlia che ha da sempre temuto di non essere stata mai considerata abbastanza, di non aver dato la gioia di un nipote ai genitori, capirà, invece, di essere stata sempre a loro cara.

Il figlio minore che ha lasciato di punto in bianco la carriera di medico e si reputa quasi un fallito e che decide di filmare un documentario sul suo papà, seguendone i miglioramenti nella danza e il rapporto con la malattia.

Ricordiamo anche la nipote, Shim Eun-ho, affezionata al nonno che soffre con lei per via delle difficoltà a trovare lavoro (altra tematica molto interessante che viene introdotta in questa serie è la disoccupazione giovanile, vista dagli occhi della ragazza e da quelli del nonno).

Alla fine, resta un’ultima considerazione per Chae-rok che, con una caparbietà imparata proprio negli ultimi mesi, continuerà ad esercitarsi e ad esercitare il suo amico e manager per una prova degna di rappresentazione in quel “Lago dei cigni”, tanto sognato e sospirato da entrambi: perché la danza è leggerezza come il ricordo che, con delicatezza, entra anche nelle vite degli altri.

Navillera tocca le corde del cuore. La malattia, i sogni mai realizzati, la dignità della vita, la memoria, il rispetto tra diverse generazioni, il ricordo affidato agli altri, il coraggio, la tenacia. Un gioiello!

Memoru Grace

Strega per amore – I Dream of Jeannie

Vi confesso che la prima volta che ho visto questo telefilm, da piccola, me ne sono innamorata subito, è così un toccasana da qualsiasi forma di tristezza che riesce immediatamente a tirarti su di morale ed è un potere speciale perché non tutte le sit-com riescono in questa impresa, ancora oggi ci sono degli episodi cult che mi fanno morire dalle risate.

“Strega per amore”, che in originale ha il titolo “I Dream of Jeannie”, venne trasmessa la prima volta negli Stati Uniti tra il 1965 e il 1970 dalla televisione NBC. L’idea di questa sit-com fu di Sidney Sheldon, già autore di diverse sceneggiature di film e opere televisive e premiato con l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale nel 1946 per “Vento di primavera” con Cary Grant e Myrna Loy.

“Strega per amore” nasce come risposta al successo riscontrato dal telefilm “Vita da Strega” trasmesso dalla ABC.

La trama è incentrata sulle avventure e disavventure del Capitano Anthony “Tony” Nelson (interpretato da Larry Hagman che negli anni a venire avrebbe prestato il suo volto al cattivissimo J.R. in “Dallas”). Nel pilot della serie il capitano ha un problema tecnico con la navetta e finisce su un’isola deserta, sperduta nell’Oceano Pacifico. Mentre cerca di capire come farsi venire a salvare, viene attirato da una bottiglia che si muove da sola sulla sabbia, non riuscendo a contenere la propria curiosità, decide di aprirla e magicamente esce dalla lampada, immersa in un fumo denso, una ragazza bionda che parla persiano ed è vestita da harem. La ragazza si chiama Jeannie (interpretata dalla simpaticissima Barbara Eden), è un genio dagli antichi natali, forse punita ed intrappolata dentro la lampada da centinaia d’anni. Jeannie, non appena vede Tony, se ne innamora perdutamente e decide, come tutti i geni che si rispettano, di realizzare i desideri di colui che l’ha salvata. Da qui in poi, il nostro capitano dell’Aeronautica, nonché astronauta dai futuri gloriosi, non riuscirà più a liberarsi di Jeannie che farà di tutto per entrare prepotentemente nella vita di Tony, che, tra un incantesimo e l’altro, dispetti e malintesi, si renderà conto pian piano dell’importanza della ragazza in ogni piccolo momento della propria esistenza.

Una sit- com meravigliosa, capace di intrattenere ancora a distanza di decine d’anni dalla sua uscita in tv. I due personaggi principali sono per me insostituibili, entrambi con il dono della comicità e della simpatia. Impeccabili i secondari, a partire dall’amico e collega di Tony, il capitano Roger Healey (interpretato da Bill Daily), che all’inizio non sa di Jeannie, ma quando scopre la sua storia e i suoi poteri, arriverà, grazie ad un inganno, a rinchiudere il genio dentro la lampada e portarla via da Tony, così da poter permettersi una vita agiata come nuovo padrone della lampada, poi, però, si arrenderà anche lui al destino che lega Jeannie a Tony. Non possiamo, poi, non citare il colonnello Alfred Bellows (interpretato da Hayden Rorke), lo psichiatra della NASA, che sospetta sempre del povero Tony Nelson e cerca di esaminare ogni gesto o comportamento bizzarro del capitano per dimostrare la sua follia. Il dottore è il protagonista delle gag più divertenti del telefilm!

Qualche curiosità su questa sit-com: il nome della protagonista non è altro che un gioco di parole tra Jeannie (cioè piccola Jean) e genie (genio). In italiano il titolo “Strega per amore” non è del tutto preciso, visto che la protagonista è un genio e non una strega, ma per noi ormai il titolo è diventato storia e non è facile da cambiare.

La serie è composta da cinque stagioni per 139 episodi, ma i primi 30 episodi sono stati filmati in bianco e nero e solo nel 2000 sono stati colorizzati, mentre il resto degli episodi sono stati già filmati a colori.

Nella prima stagione il tema musicale era una ballata jazz scritta da Richard Wess, ma Sidney Sheldon preferì sostituirla con una nuova composizione più allegra, scritta da Hugo Montenegro e Buddy Kaye. La nuova sigla è diventata famosissima nella storia della televisione mondiale.

Nel 1985 venne girato un film per la televisione “Strega per amore – 15 anni dopo” dove, però, il nostro Larry Hagman, impegnato sul set di “Dallas”, fu sostituito dall’attore Wayne Rogers, mentre, nel 1991, un altro seguito “Ancora strega per amore” dove le protagoniste sono Jeannie e la sua terribile sorella. E’ ovvio che, da appassionata di serie vintage, ho recuperato entrambi i film!

Memoru Grace

Alice in Borderland (ovvero stati mentali deliranti ai margini della società)

Nel nostro consueto appuntamento con le recensioni di serie televisive, abbandoniamo per un momento le sponde coreane dei K-drama per approdare in terra nipponica, che ha dato i natali ad alcuni degli esempi distopici più interessanti degli ultimi anni. Che il Giappone fosse la patria delle moderne distopie, in qualche modo, ne avevamo avuto diverse conferme grazie all’utilizzo della tematica in anime, manga, light novel, film e romanzi di ogni tipo, che era culminata con il libro e la pellicola Battle Royale (per alcuni ispiratore di Squid Game, quasi certamente una delle fonti per la fortunata saga americana di Hunger Games). In questo filone, si inserisce perfettamente l’interessante dorama (ドラマ) Alice in Borderland.

Ryohei Arisu (Kento Yamazaki, che ha interpretato il detective L nel live action di Death Note) è uno studente universitario sfiduciato del futuro ed apatico nella vita, che preferisce chiudersi nella sua stanza e trascorrere le giornate in pigiama davanti ai videogame che prendere decisioni sul suo futuro: al confine per diventare un vero e proprio hikikomori, salvato da questa sorte solo dalla presenza di amici che vede con regolarità, possiamo definire la sua figura come un NEET, acronimo per sintetizzare l’apatia di una giovane generazione tra i 15 e i 29 anni, che non studia né cerca un lavoro e perde la propria esistenza davanti al PC. Un giorno, mentre sta bighellonando per strada insieme ai suoi amici di lunga data – l’informatico timoroso Chota Segawa (Yuki Morinaga) e il barista rissoso Daikichi Karube (Keita Machida) – si ritrova in una Tokyo deserta e abbandonata che somiglia molto ad uno dei suoi amati videogiochi di sopravvivenza. Tutti coloro che vi si trovano, infatti, sono obbligati a partecipare a prove mortali associate alle carte da gioco (quadri, fiori, cuori, picche) e solo la sopravvivenza a tali prove dà la possibilità di vivere per un certo tempo, altrimenti degli invisibili Master provvedono ad eliminare i malcapitati che si rifiutano di giocare con un raggio laser. Mentre le giornate trascorrono tranquille e deserte e le notti sono costellate da un carosello di prove di sopravvivenza, Ryohei Arisu fa la conoscenza di Yusuha Usagi (Tao Tsuchiya), un’esperta alipinista che ha perso il padre in un incidente di montagna, e insieme decidono di cercare la Spiaggia, un luogo utopico di cui tutti i sopravvissuti parlano come un rifugio sicuro, governato dal folle Takeru Danma (interpretato da Nobuaki Kaneko), detto il Cappellaio, il cui obiettivo è raccogliere tutte le carte da gioco per fuggire da quella prigionia, ma anche creare la sua piccola isola felice dove tutti possono vivere liberamente e senza restrizioni. Ma si sa, utopie simili sono destinate a non durare, anche perché alla Spiaggia vivono soggetti alquanto bizzarri: Shuntarō Chishiya (Nijiro Murakami), giocatore misterioso e sociopatico, una macchina da guerra della razionalità; Hikari Kuina (Aya Asahina), una ragazza transgender, munita di dreadlocks e caramelle e segretamente asso delle arti marziali; Morizono Aguni (Sho Aoyagi), ex militare vagamente affiliato alla Yakuza che può combattere a mani nude contro una tigre (letteralmente); Rizuna Ann (Ayaka Miyoshi), una ex detective della scientifica diventata il braccio destro razionale del Cappellaio; Kano Mira (Riisa Naka), una donna misteriosa e perennemente in nero, che segue come un’ombra il Cappellaio; Niragi (Dori Sakurada), giovane e psicopatico membro del servizio d’ordine, che cambia la sua precedente vita da nerd con un’esistenza da assassino depravato; Last Boss (Shuntaro Yanagi), giovane ex hikikomori, che ha mutato il suo aspetto per diventare una creatura orrida, bianca, glabra e tatuata, munita di una lunga katana con cui uccide indifferentemente più dei giochi di sopravvivenza… ed altri ancora, uno più folle e particolare dell’altro.

Di fatto, la serie è divisa in capitoli, così come il manga da cui è tratta (今際の国のアリス Imawa no kuni no Arisu), scritto e disegnato da Haro Aso tra il 2010 e il 2015, per cui è possibile dividere facilmente la parte dei giochi iniziali da quella della spiaggia, con un cambiamento totale di visuale, che costringe quasi lo spettatore a passare dalla logica manga/anime di Sword Art Online (personaggi intrappolati loro malgrado in un gioco in full dive) al survivor series in stile Lost (l’utopia distopica della Spiaggia con tutte le dinamiche che intercorrono) e che, soprattutto, destabilizza talmente tanto lo spettatore sull’obiettivo finale (sopravvivere ai giochi, trovare la Spiaggia, cercare le carte, recuperare i mazzi di carte rubati, combattere contro il sovvertimento di potere all’interno della gerarchia della Spiaggia), tanto da far perdere per davvero quale dovrebbe essere il fulcro della liberazione: ovvero individuare il master del gioco e scoprire perché (e come) ha rapito tutte quelle persone per poter evadere da quella realtà. Per cui la manifestazione finale del master (o dei master) sembra quasi una decomposizione di tutte le idee fino a quel momento individuate, nell’ottica di ricostruirle nuovamente per la prossima stagione (il cui arrivo Netflix ha annunciato a breve).

Ma che cosa vuol dire il titolo che sembra riecheggiare la fiaba di Lewis Carroll? Anzitutto, il protagonista si chiama Arisu, che, scritto in katakana, si legge nello stesso modo della trasposizione in giapponese del nome inglese Alice. E proprio come Alice, anche Arisu viene casualmente ed inspiegabilmente catapultano in un mondo fittizio e immaginario, dove la bellezza e la meraviglia nascondono le insidie e le cattiverie dell’animo umano. Non per niente è un Wonderland che si è tramutato in un Borderland, termine che in geopolitica e in diritto si usa per indicare una linea di confine – talvolta, piuttosto pericolosa – tra due Stati dove imperversano figure che si dissociano dalle regole e dalle istituzioni civili, e che in sociologia delinea l’esistenza al margine di una società. Se andiamo ad analizzare i personaggi di Alice in Borderland, tutti, più o meno, si trovano ai margini della società, o perché l’hanno rifiutata o perché ne sono stati rifiutati o perché hanno difficoltà ad integrarsi in essa oppure, infine, perché vivono falsamente all’interno di essa, sovvertendola in segreto. Ma è Bordeland anche l’immaginaria terra di confine creata dal Cappellaio, che parte dal presupposto di negare qualsiasi regola esistente nelle società umane e che, nel rifiuto di queste, non fa altro che creare una nuova e più temibile impalcatura di regole e di gerarchie, un sillogismo negativo che va a travolgere l’umanità stessa.

Che cosa ha portato questo dorama al successo internazionale? Sicuramente, la fusione ben calibrata di horror, fantascienza, thriller, azione e giochi di ruolo; ma anche il ritmo narrativo orchestrato di momenti di apparente calma con punte aguzze di violenza inaudita, come uno stridore di unghie sui vetri; e, infine, il messaggio di base, per cui fuggire dalla società umana e rifiutarla non è la soluzione adatta perché non fa altro che spingere nel baratro della negatività e della marginalità umana, creando nuovi apparentemente lucidi stati di follia.

Consigliato: a chi è amante del genere horror/fantascienza/distopico ed è disponibile a piccoli e grandi colpi di suspence e d’azione; a chi è amante di manga/anime e si incuriosisce a vedere una serie che, pur nella sua affinità, si slega completamente dalla fissità dei live action giapponesi troppo fumettistici; a chi cerca una serie diversa dal solito nel mare dei drama asiatici; a chi ha amato Alice nel Paese delle Meraviglie ed è pronto a vederne una sua versione deformata.

Captain-in-Freckles