Le situazioni di Lui & Lei – La ricerca di noi stessi dietro la maschera

Lui si chiama Soichiro Arima, è un ragazzo perfetto, bravo a scuola e negli sport.

Lei si chiama Yukino Miyazawa, è una ragazza perfetta, brava in tutto, sensibile e affidabile.

I due sono davvero ciò che fanno apparire?

Yukino Miyazawa è una ragazza che gode della stima di tutti, è molto ricercata perché le persone sanno che possono chiedere sempre a lei dato il suo carattere dolce e rispettoso, una vera studentessa modello, la cui vita viene sconvolta con l’inizio della scuola superiore quando si imbatte nel compagno di classe Soichiro Arima, che, come lei, è reputato uno studente brillante ed intelligente e che presto diventerà una vera e propria preoccupazione per la ragazza che vorrà superarlo in tutti i modi perché detesta essere seconda a qualcuno.  La vera natura di Yukino, infatti, non è quella che tutti conoscono, ma si tratta di una ragazza vanitosa, orgogliosa e ossessionata dalla competizione.

L’invidia e la voglia di primeggiare accecano la nostra protagonista a tal punto che quando riesce finalmente a superare Arima si trova impossibilitata a godere al cento per cento del risultato perché resta spiazzata dalle parole del ragazzo che con discrezione e rispetto si complimenta con lei.

Questo evento causa una frattura nell’atteggiamento sicuro che Yukino ha sempre cercato di rivelare agli occhi di tutti, la ragazza, infatti, inizierà a riflettere e a mettere in dubbio se stessa e le proprie capacità e ambizioni. Proprio nel momento in cui è in lotta con se stessa viene scoperta da Arima che rivela anche lui una parte di carattere che non era ancora trapelata al pubblico e inizia a minacciare Yukino di rivelare a tutti quel che la ragazza è realmente se lei non lo aiuterà in tutti i suoi mille impegni.

Da qui in avanti la vera Yukino toglie la “maschera” della ragazza educata e gentile, e, una volta costretta a collaborare con Arima, scoprirà meglio se stessa e verrà a capo di alcune verità su di sé che anche lei stessa ignorava. La personalità esuberante della vera Yukino trapelerà e presto anche il rapporto con Arima si trasformerà in qualcosa di molto più profondo.

Stesso discorso per Arima, posato, gentile, riflessivo, sembra quasi sempre distaccato, ma in realtà dietro la “maschera” rivelerà una personalità diversa, molto più complessa di quanto si possa credere, motivata anche da un’esperienza triste d’infanzia che lo ha segnato a vita e gli ha lasciato molte ferite emotive. La vera personalità di Arima in realtà non è per nulla fredda e distaccata.

La vera storia d’amore tra i due ragazzi inizierà proprio quando entrambi decideranno di abbandonare la loro maschera e di rivelarsi come sono realmente, di far fronte comune contro le difficoltà, le insicurezze e i problemi scolastici e dell’adolescenza e di intraprendere insieme un nuovo cammino verso una giovinezza più equilibrata.

“Le situazioni di Lui & Lei” è una storia di formazione, introspettiva e psicologica dove si scava nella personalità e nel profondo di due anime che cercano di sopravvivere alle aspettative della società (Yukino) e alla fragilità e alla insicurezza di essere amati (Arima). I due protagonisti, infatti, deponendo le maschere, decidono di fidarsi l’un l’altra e di affrontare le difficoltà insieme.

L’anime è del 1998 ed è costituito da 26 episodi realizzati dallo studio Gainax, noto per aver curato i famosi “Neon Genesis Evangelion” e “Nadia – Il mistero della pietra azzurra”. Il manga a cui è ispirato l’anime, invece, è stato scritto e disegnato da Masami Tsuda tra il 1996 e il 2005 e pubblicato in Giappone sulla rivista LaLa, le differenze tra anime e manga sono molte a partire proprio dal fatto che l’anime arriva fino ad un certo punto della storia, mentre il manga, di 101 capitoli, è completo.

Alcune particolarità da annotare: la presenza del regista Hideaki Anno che ha regalato all’anime uno stile sperimentale caratterizzato dalla presenza di inquadrature fisse e altre più ravvicinate di particolari con l’uso di scritte e onomatopee, fumetti e tratti più classici con giochi di chiaro-scuro e colori pastello.

Se volete fare un tuffo nostalgico tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila e se volete perdervi in una storia romantica, ma per nulla banale, dai dialoghi coinvolgenti e vivaci, “Le situazioni di Lui & Lei, il cui titolo originale è “Kareshi Kanojo no jijō”, anche conosciuto come “Karekano”, è la storia che fa per voi,  per riflettere sulle personalità e sui mille risvolti che la vita ci pone ogni giorno.

Memoru Grace

Madame Antoine – Esperimenti e terapie tra cuore e cervello

C’è un’atmosfera particolare che aleggia in questo drama, sarà per via dei dialoghi molto briosi o per via della chimica tra i protagonisti o forse per le luci e i colori degli interni o ancora per l’outfit della protagonista che ho adorato dalla prima all’ultima scena, una cosa, però, è certa, quando ho iniziato a guardare “Madame Antoine” mi sono fatta completamente coinvolgere e non sono riuscita a vedere altro in contemporanea.

Ko Hye-rim (interpretata da Han Ye-seul), è una chiromante conosciuta anche con il nome di Madame Antoine che afferma di essere spiritualmente connessa con la regina Maria Antonietta di Francia, per cui, ogni volta che deve rispondere alle richieste dei suoi clienti, parla in francese. In realtà, Hye-rim che accoglie i suoi clienti nella caffetteria che ha il suo stesso nome, “Madame Antoine”, non ha il dono della predizione, ma ha comunque la capacità di leggere nel cuore delle persone grazie alla sua intelligenza emotiva, all’arguzia nella lettura della gestualità e delle espressioni facciali dei clienti e alla spiccata sensibilità che lei stessa cerca di mascherare, ma che la porta a sognare e a perdersi nelle trame dei film più romantici che esistono. Hye-rim nasconde un segreto, lavora nella sua caffetteria e arrotonda il suo stipendio con i consigli da chiromante per poter pagare le tasse scolastiche della figlia che studia negli Stati Uniti: Hye-rim si è sposata molto giovane ed è stata lasciata quasi subito dal marito, per cui ha dovuto improvvisare mille modi per poter sopravvivere e mantenere la figlia.

Un giorno, il padrone dell’edificio dov’è la caffetteria gestita dalla protagonista, un certo signor Kim, interpretato dal bravissimo Byun Hee-bong (il nonno di Lee Seung-gi in “My Girlfriend is a Gumiho”) anticipa a Hye-rim la notizia che ha appena affittato il secondo piano dell’edificio ad un centro di psicologia tenuto dal dottor Choi Soo-hyun, interpretato da Sung Joon (“Gu Family Book”).

Da qui in avanti iniziano i disagi per la nostra Hye-rim proprio a causa della presenza dello studio del secondo piano e soprattutto dallo psicoterapeuta Soo-hyun con il quale non riesce ad empatizzare come fa di solito con gli altri, anzi, il dottore è la persona più scettica e fredda di questo mondo e ritiene che Hye-rim non sia altro che una truffatrice. Dal canto suo, Hye-rim non sa che è stata appena scelta come “cavia” dell’esperimento psicologico di Soo-hyun, caparbiamente puntato a dimostrare che il vero amore non esiste e che le donne di solito scelgono il proprio partner in base alla sicurezza economica. L’esperimento ha lo scopo di far innamorare la donna di tre corteggiatori e per l’occasione vengono coinvolti Choi Seung-chan, interpretato da Jeong Jin-woon, fratellastro minore di Soo-hyun che, dopo aver finito la sua carriera sportiva nel baseball decide di andare ad abitare con il fratello maggiore che lo accoglie solamente se parteciperà al suo esperimento. L’altra persona coinvolta nell’esperimento è Won Ji-ho, interpretato da Lee Joo-hyung, studente dottorando con un QI di 210, ma con gravi problemi di socializzazione che ha bisogno di far parte del team di Soo-hyun per la sua carriera accademica. Il terzo corteggiatore sarà lo stesso Soo-hyun che non dovrà farsi avanti subito, ma che avrà il ruolo di controllore.

Riuscirà davvero ad andare in porto l’esperimento d’amore di Soo-hyun? La nostra protagonista verrà davvero ingannata?

Vi posso, però, anticipare che alla fine l’esperimento sarà solo un vero meccanismo di difesa da parte del protagonista che, lungo la storia, presenterà, invece, anche grazie ai casi di psicologia che verranno trattati durante gli episodi e all’aiuto della stessa Hye-rim, molte ferite emotive che lo hanno portato ad essere distaccato dagli affetti e dalle emozioni e a cercare sempre una giustificazione razionale per ogni cosa. Perché, se all’inizio Hye-rim potrà sembrare il cuore e Soo-hyun il cervello, alla fine vedremo che “il cuore stesso risiede nel cervello” e l’amore che, secondo il protagonista sarebbe solo un’attività temporanea del cervello o uno stato mentale anomalo, sfida, invece, ogni legge scientifica.

Una storia di connessioni tra emozioni, cuore e cervello. Secondo gli studi di neurobiologia del cuore, infatti, esistono molte più fibre che conducono dal cuore al cervello e non il contrario e nell’essere umano si forma un cervello emotivo prima ancora di quello razionale. Tra cuore e cervello, quindi, c’è una sincronicità autentica.

Madame Antoine, anche conosciuto con il titolo “Madame Antoine: The Love Therapist” è un drama del 2016, dai dialoghi freschi, coinvolgenti, con dei protagonisti ai quali ci affezioneremo e che alla fine ci mancheranno. Solo ancora due righe da dedicare ad altri due personaggi, Go Yoo-rim (interpretata da Hwang Seung-eon ) è la sorella minore di Hye-rim, una cameraman con la passione per i documentari che aiuta la protagonista, ma che si innamorerà di uno dei corteggiatori dell’esperimento e Bae Mi-ran, interpretata dalla bravissima Chang Mi-hee, collaboratrice ed insegnante di Soo-hyun che nasconde una malattia grave e che si innamora di Seung-chan curando solo per se stessa questo sentimento che non potrà mai essere rivelato.

Madame Antoine passa da situazioni da commedia a situazioni drammatiche che ci faranno riflettere sulla vita e sulle conseguenze di alcune scelte, il tutto sempre con cura ed incanto senza tralasciare il tocco romantico e i dialoghi briosi. Consigliatissimo a tutti!

Siete pronti anche voi ad entrare nella caffetteria di Madame Antoine? 

Memoru Grace

Departures – L’ultimo saluto

Esistono quei film che restano per sempre in memoria per la delicatezza delle immagini e delle inquadrature e per la poesia dei sentimenti che lo spettatore riesce a percepire, “Departures” è uno di questi film.

Nel 2009 il film giapponese “Departures” vinse l’Oscar come miglior film straniero e la vittoria fu veramente meritata visto che i lavori per il film erano durati 10 anni, in cui il regista stesso, Yojiro Takita, ha partecipato a moltissime cerimonie funebri per immergersi totalmente nell’ atmosfera solenne ed emotiva che l’evento presenta e per provare empatia con i sentimenti dei familiari della persona defunta. Anche il protagonista, Masahiro Motoki, per prepararsi al film, ha seguito corsi di violoncello e ha studiato l’arte della preparazione dei defunti per essere più naturale possibile nell’ interpretazione che personalmente ho trovato stupenda.

Il film inizia con il giovane violoncellista Daigo Kobayashi (interpretato da Masahiro Motoki) che si trova da un giorno all’ altro disoccupato a seguito dello scioglimento dell’orchestra dove suonava da anni. Daigo decide, quindi, di lasciare Tokyo insieme alla moglie Mika (interpretata da Ryoko Hirosue che qualcuno riconoscerà per averla vista nel film di Luc Besson, “Wasabi”) e si trasferiscono nel proprio paese natale, nella prefettura di Yamagata, nella casa lasciata in eredità dalla madre morta qualche anno prima. Un giorno Daigo, in cerca di lavoro, si imbatte in un annuncio particolare: “Assistiamo coloro che partono per dei viaggi” e si reca per il colloquio all’agenzia NK. Durante il colloquio, però, il nostro protagonista apprende che non si tratta di un’agenzia di viaggi, ma di una agenzia che si occupa delle tradizionali cerimonie di preparazione e vestizione dei defunti, NK sta infatti per nōkan, cioè vestizione rituale dei defunti. Daigo viene assunto come tanatoesteta, torna a casa e festeggia con la moglie per aver trovato lavoro, ma le nasconde il tipo di lavoro che andrà ad intraprendere.

La prima preparazione di cerimonia è un vero e proprio trauma per Daigo che, dopo aver terminato, cerca di scappare e allontanarsi per svagare il pensiero e la preoccupazione che deve tenere solo nel suo cuore, non avendone parlato con nessuno. Pian piano, però, con il passare del tempo, diventa esperto e osservando la dedizione del suo capo ne inizia ad apprezzare ogni passaggio e ogni rituale che porta alla preparazione dignitosa e affettuosa del defunto e all’ultimo saluto da parte dei propri cari. Inizia, quindi, in lui un viaggio introspettivo sul valore della vita e sul passaggio della morte e riesce ad empatizzare con i parenti del defunto e anche con i defunti stessi quasi a dar loro l’ultima carezza che li accompagna in un nuovo cammino.

Quando Mika scopre il vero lavoro del marito, però, cerca di convincerlo ad abbandonare il mestiere ritenuto poco decoroso e non alla sua altezza, ma Daigo si rifiuta e la moglie lo lascia tornando a casa da sua madre. Mika torna dopo l’inverno quando scopre di essere incinta e in quell’occasione riuscirà a capire meglio Daigo dopo averlo visto alle prese con una cerimonia funebre e avendone apprezzato la delicatezza e la sensibilità nella cura e nella partecipazione. Daigo racconta alla moglie un avvenimento della sua vita quando da piccolo lui e il padre sulle rive di un fiume si erano scambiati dei sassi che dovevano esprimere il loro stato d’animo, qualche giorno più tardi, però, il padre aveva abbandonato la famiglia ed era sparito per sempre dalla sua vita.

Tempo dopo, giunge la notizia della morte del padre di Daigo, il giovane, però, non vorrebbe dargli l’ultimo saluto, poi si lascia convincere per scoprire che in realtà il padre aveva sempre vissuto in piena povertà. Daigo alla vista del cadavere del padre non lo riconosce subito e decide, quindi, di prepararlo per la sepoltura, ma, al momento della cerimonia di preparazione, trova nel pugno del padre il sasso che gli aveva regalato da piccolo, così riesce a riconoscere il genitore, a perdonarlo e a dargli l’ultimo dignitoso saluto.

Un film che parla di dignità, di affetto, di perdono, un film interpretato e girato con rara e impeccabile sensibilità che non scade mai in volgarità o clichè, ma che dopo due ore di visione ti lascia gli occhi pieni di lacrime per l’intensità e il coinvolgimento emotivo.

Il protagonista, durante la preparazione della cerimonia funebre, si eleva ad una dimensione spirituale tale che abbandona ogni sentimento di rancore e negazione e accompagna con pacatezza il defunto nel suo ultimo viaggio.

Il film è ispirato alla biografia di Aoki Shinmon “Coffinman: The Journal of a Buddhist Mortician”, pubblicato nel 1993 dove l’autore descrive un periodo della sua vita, nel 1970, quando intraprese la professione del protagonista del film, professione che era considerata un tabù per via della tematica e della concezione della morte, e subì la stessa condanna sociale da parte di amici e familiari descritta perfettamente nella storia del film.

“Departures”, conosciuto anche con il titolo “Okuribito”, lett. “persona che accompagna alla partenza”, si arricchisce di una colonna sonora meravigliosa, una musica dell’anima, firmata magistralmente da Joe Hisaishi che conosciamo per le colonne sonore di molti film dello Studio Ghibli e per le colonne sonore di alcune opere di Takeshi Kitano. Joe Hisaishi ha il dono di riuscire, attraverso la musica, a trasportare lo spettatore all’interno delle emozioni e delle percezioni dei protagonisti della storia. Tra le tracce più sublimi, l’Ave Maria suonata al violoncello e il brano “Father” che vi lascerà senza parole, vi sembrerà di rivivere i ripensamenti, la nostalgia e il perdono con le stesse palpitazioni del protagonista.

Film da 10 e lode, tra i migliori degli anni Duemila. Assolutamente da recuperare!

Memoru Grace

Kiki – Consegne a domicilio

La prima volta che ho visto “Kiki – Consegne a domicilio” ne sono rimasta incantata e mi sono chiesta come un film di animazione dall’apparente sceneggiatura semplice e leggera potesse far ancora riflettere a distanza di anni dalla sua uscita al cinema nel 1989. In effetti, la risposta alla mia curiosità consiste proprio nella sceneggiatura del film e, ancora una volta, questo capolavoro firmato Studio Ghibli e diretto dal Maestro Hayao Miyazaki, ha da insegnare e da comunicare molto con i suoi saldi trent’anni di vita.

Il film trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Eiko Kadono, scrittrice giapponese autrice di moltissimi romanzi, racconti e libri illustrati per bambini e a cui nel 2018 è stato conferito il premio Andersen per la letteratura dell’infanzia.

Kiki è una giovane strega di tredici anni che, come da tradizione, deve lasciare la sua famiglia per intraprendere un anno di noviziato da svolgere in un’altra città. Così la nostra protagonista parte da casa sulla sua scopa, in compagnia solo del suo gatto nero Jiji, unico legame con gli affetti familiari che può restare con lei durante il tirocinio. Dopo aver superato una tempesta e aver incontrato in cielo un’altra strega che è ormai alla fine del suo periodo di tirocinio, decide di fermarsi in una cittadina di mare che sarà il luogo di destinazione dove vivere il suo anno di prova.

Le prime esperienze di vita in città non sono positive, sembra che le persone non le diano retta e passa sempre inosservata, nonostante cerchi di parlare con tutti. Kiki, quindi, inizia a soffrire di solitudine e capisce di aver forse idealizzato un po’ troppo la vita in città e di aver avuto delle aspettative tali che ora mal sopporta questa delusione. Un giorno Kiki conosce la fornaia Osono, personaggio a cui ci affezioneremo e che rappresenta la generosità e l’altruismo. Osono attende un bambino, per cui cerca qualcuno che la possa aiutare in negozio, in cambio la fornaia offre un alloggio in cui abitare. Kiki, quindi, inizia a lavorare per Osono e nel frattempo, cercando di sfruttare la sua capacità di volare sulla scopa, apre una sua piccola attività di consegne pacchi a domicilio, solo così la giovane strega riuscirà ad inserirsi pian piano nella vita sociale della città, ad imparare ad avere pazienza e a conoscere le persone con i loro lati buoni e i loro difetti. La ragazza farà i conti anche con il proprio carattere, gli sbalzi di umore e i propri stati emotivi, dall’euforia per qualcosa di nuovo, alla depressione di non sentirsi capita, alla timidezza nei confronti dei suoi coetanei, soprattutto per Tombo, ragazzo minuto, con gli occhiali e affascinato dal volo (uno dei pochi personaggi maschili della storia, a cui Miyazaki affida la sua passione per il volo). Tombo cercherà in tutti i modi di fare amicizia con Kiki che puntualmente sembrerà trattarlo con distacco e freddezza perché in realtà timorosa e riservata e ha paura di avere un confronto diretto con i suoi coetanei della città che sembrano giudicarla e guardarla male.

Due eventi sconvolgono la vita della giovane strega, il primo riguarda il suo gatto Jiji, amico fidato da sempre e unico legame con la famiglia e la sua vita precedente, che perde la capacità di parlare con lei e il secondo evento riguarda, invece, la perdita da parte della ragazza, da un giorno all’altro, della sua capacità di volare sulla scopa. Kiki sente di aver fallito tutta la sua vita, le sue capacità, che prima la distinguevano dagli altri, ora sono inesistenti, impossibile così riuscire a superare l’anno di tirocinio.

“Se ho perso la mia magia, significa che ho perso tutto”, ripete più volte a se stessa la nostra protagonista.

Con l’aiuto di Ursula (altro personaggio femminile descritto meravigliosamente in questa storia), una pittrice che ha conosciuto durante le sue consegne a domicilio, Kiki riuscirà a capire che ciò che le è successo è naturale: la perdita di ispirazione è normale e anche il timore e l’angoscia di non riuscire a portare avanti il proprio lavoro e di non essere in grado di avvalersi tutti i giorni perfettamente delle proprie capacità sono delle questioni naturali. Tutto fa parte dell’equilibrio del mondo, solo grazie a delle piccole cadute e al riconoscimento delle proprie debolezze e delle proprie paure si possono sconfiggere i momenti di sconforto e fortificare se stessi e la voglia di impegnarsi ancora di più e di migliorarsi.

Mentre Kiki riflette su tutte queste cose, in televisione viene trasmesso improvvisamente un servizio in diretta: a causa del forte vento un dirigibile ha rotto gli ormeggi ed è in balia della tempesta e proprio su quel dirigibile c’è Tombo, ora aggrappato ad una fune, ma in grave pericolo. Vedendo il dirigibile volare fra i tetti della città senza controllo e riconoscendo la situazione terribile che potrebbe solo aggravarsi, Kiki riesce a superare improvvisamente il suo blocco psicologico, riprende in mano la scopa e si libra nell’aria per salvare il suo amico Tombo.

Dopo il salvataggio e quando la situazione è ormai tranquilla, Kiki finalmente capisce di essere riuscita a riacquistare fiducia in se stessa e di aver raggiunto quel giusto equilibrio di cui Ursula le aveva accennato, così, prende carta e penna e scrive una lettera ai suoi genitori comunicando loro che ora sta bene e ha trovato finalmente la sua strada.

“Kiki – consegne a domicilio” è un meraviglioso racconto di formazione al femminile, con dei personaggi che rimarranno nel cuore e che il maestro Miyazaki riesce a rendere immortali e insuperabili a distanza di anni. Kiki è una strega di tredici anni che inizia la sua fase adolescenziale, con i suoi timori, le sue insicurezze, gli sbalzi d’umore, le fasi alterne di euforia e di depressione. Il cambiamento di città e di stile di vita la rendono soggetta ad una continua malinconia nell’eterno ricordo degli anni felici passati (l’infanzia) e la presa di coscienza dei mutamenti e della nuova vita piena di difficoltà, di come è difficile crescere, adattarsi e adattare alla vita adulta le proprie capacità che potevano sembrare scontate, ma che ora, con le continue richieste, sono messe a dura prova.

Ancora una volta un’eroina al femminile, ancora una volta una protagonista di un film Ghibli che arricchisce l’elenco infinito di personaggi femminili iconici e, qui, anche la maggior parte dei personaggi secondari sono donne che rendono incantevole la storia e affermano la loro autonomia e individualità.

Una delle caratteristiche che rende questo film particolare è l’uso del fantastico: la protagonista è una strega che si avvale della magia, ma che una volta persi i poteri non si rivolge al mondo magico, ma alla sua parte interiore; infatti, non è con la fantasia, ma con una crescita psicologica che Kiki riemergere dal baratro del male di vivere e dall’insicurezza che ottenebra le sue capacità.

Altro elemento da sottolineare è l’aiutante magico, il gatto nero Jiji, come ogni brava strega anche Kiki ha un gatto che la segue ovunque e che le sta accanto, un vero e proprio confidente in quanto parla con lei e la fa distrarre, ma quando Jiji perde l’uso della parola l’ultimo legame con l’infanzia viene meno. Kiki si confronterà con il mondo esterno da sola e dovrà abituarsi ai silenzi e alla solitudine, Jiji le starà accanto ugualmente, ma non potrà più parlarle.

Ultime due curiosità, la città sul mare in cui si svolge la storia, è liberamente ispirata ad alcune città, soprattutto Stoccolma, Napoli e Lisbona, mente il quadro dipinto da Ursula “The Ship Flying Over the Rainbow” è stato dipinto dai bambini di una scuola per studenti portatori di handicap. La colonna sonora è del bravissimo Joe Hisaishi, mentre la voce della cantante Yumi Arai impreziosisce le canzoni di apertura e chiusura “Rouge no Dengona” e “Yasashisa ni tsutsumareta nara”, ispirate alla musica pop degli anni Sessanta e Settanta che vi consiglio assolutamente di recuperare.

Memoru Grace

Goblin (ovvero della mistica e della poetica dell’amore e del destino tra cielo e terra)

La forza d’attrazione non è proporzionale alla massa / Una ragazza delicata come una viola / Una ragazza leggiadra come un petalo di fiore / Mi attirava a sé con una forza superiore a quella della Terra / In un solo istante / Come la mela di Newton / Caddi rotolando verso di lei / “Tum” risuonava / “Tum Tum” risuonava / Il mio cuore continuava a rimbalzare tra cielo e terra / Era il mio primo amore.

L’anime perfetto e il drama perfetto non esistono. Poi, però, esistono l’anime Akira e il drama Guardian: The Lonely and Great God, universalmente noto come Goblin, per cui è necessario declinare in un modo diverso il concetto di perfezione, o, meglio, è necessario sospenderla, congelarla e riprenderla, come in un sogno ad occhi aperti, dolcemente cullati in uno spazio atemporale tra cielo e terra, in una mistica sovradimensionale che riesamina il destino umano e divino ed eleva lo spettatore, che diventa quasi un lettore di antichi carteggi poetici, di disegni lievemente impressi con la china che rimangono nella mente come dagherrotipi. Perché Goblin è effettivamente un drama perfetto, ovvero una coincidenza felice e fortunata di tanti elementi che lo hanno posto di diritto nella prima posizione di tutti i drama, quasi l’apoteosi del genere K-drama stesso: un cast perfetto, capeggiato da Gong Yoo, l’attore più amato di Corea, e comprendente anche Lee Dong-wook, Kim Go-eun, Yoo In-na, Yoo Sung-jae, Lee El, tutti in stato di grazia; una fotografia e una scenografia spettacolari, che incastra una scena da poster dietro l’altra con la grazia dei piccoli dettagli (la foglia rossa di acero autunnale, il mazzo di fiori, la prima neve che cade quasi a rallenty); una sceneggiatura delicata e profonda, quasi un libro di poesia, che non perde mai di vista né la narrazione della storia né la trattazione psicologica dei personaggi e che riesce anche a spostarsi nel tempo e nello spazio con lieve compostezza; una colonna sonora che rimane sicuramente nelle corde dell’animo di tutti coloro che lo hanno guardato. Insomma, tutti gli elementi fondamentali che hanno reso Goblin un esperimento talmente vincente, da essere considerato il capostipite di un certo filone fantasy-romance, che continua ad essere sempre di grande successo (per cominciare con A Korean Odyssey, Mystic Pop Up Bar, ma anche il recentissimo Alchemy of Souls).

Ora, per poter recensire al meglio questo drama, che, all’epoca, avevo stra-adorato (tanto da farmi regalare una sciarpa rossa identica a quella della protagonista e avvolgermela intorno al collo nello stesso modo) e che, probabilmente, ha consacrato anche nel mio cervello Gong Yoo come una creatura leggiadra e immortale, che guarda in modo distaccato e compassionevole gli umani sopra i tetti come l’angelo Cassiel nel meraviglioso film Il cielo sopra Berlino, ho deciso di guardare nuovamente questo drama, stavolta senza la frenesia di scoprire il finale dei personaggi, ma con la stessa soave lentezza con cui si sviluppa piano piano la storia d’amore principale. E sì, mi è piaciuto come la prima volta ed ho adorato nuovamente le foglie di acero tra i libri e Gong Yoo che recita poesie come se fosse al teatro; forse, però, ho apprezzato di più la storia tra i due secondari, che, alla seconda visione, per me hanno spesso rubato la scena ai protagonisti; e, probabilmente, eliminate oramai le lacrime della prima visione, ho avuto anche da ridire di più sul finale (nel senso che, per me, era perfetto fino al 13esimo episodio) e su diversi altri particolari che, talvolta, mi hanno infastidito e mi hanno fatto esclamare un “perché siete stati così crudeli?“. Ma non vi parlerò di questo secondo impatto e cercherò di essere il più obiettiva possibile.

Epoca Goryeo. Kim Shin (il sempre eterno Gong Yoo, a cui basterebbe anche solo un’apparizione dei 15 minuti di Andy Warhol per portare la gloria in un drama e il suo reclutatore in metropolitana di Squid Game ne è una dimostrazione) è un potente, superbo e feroce generale (per la verità, la storia ce lo presenta immediatamente come potente e superbo, mentre apprenderemo della sua ferocia solo con il trascorrere degli episodi), a cui il Re ha affidato la supervisione del giovane figlio, troppo acerbo e inesperto per salire al trono. Infatti, quando avviene la sua incoronazione, il giovane re è talmente immaturo da farsi manipolare dall’eunuco di corte Park Jung-heon (interpretato dal bravissimo Kim Byung-chul di Non siamo più vivi, che, in questi ruoli un po’ gotici e un po’ orridi ci va quasi a nozze e che all’epoca sbancò i premi proprio per questo super cattivo), nella realtà quell’eminenza grigia e plenipotenziaria che gestisce ogni cosa e che gli insinua nella mente l’invidia e il timore per la figura di Kim Shin, tanto da portarlo quasi a condannarlo a morte certa in guerra. Kim Shin, invece, ritorna incolume e, anzi, con un carico di gloria da essere quasi considerato il re dal popolo, per cui si condanna da solo a morte certa come traditore della patria: crivellato di colpi e ucciso, infine, dal suo attendente con la sua stessa temibile spada, dopo aver assistito alla morte della sorella (che, tra l’altro, aveva sposato il re), invoca Dio in punto di morte, quasi a maledire i suoi nemici. Solo che i disegni divini sono imperscrutabili e Kim Shin torna in vita come un immortale Dokkaebi, figura mitica del folklore leggendario coreano (e non solo), che da noi è stata erroneamente tradotta in Goblin, ma che, in realtà, sarebbe più vicina ad uno spirito guardiano, a metà tra la divinità compassionevole che vive tra gli umani e l’angelo custode che ascolta i loro desideri e i loro timori. Kim Shin vive così per anni (940 per la precisione), come un dio splendente e solitario, con la spada che gli ha inflitto la morte conficcata nel petto, in attesa della sua Sposa, l’unica in grado di liberarlo dal sortilegio e di donargli la pace eterna. Un giorno, vede una donna moribonda in mezzo alla neve e, sentendola supplicare non tanto per la sua vita, quanto per quella della creatura che porta in grembo, decide di salvarla, beffando doppiamente la morte: quella bambina, infatti, non solo recherà il marchio della mano del Goblin sul suo collo, ma, nel corso degli anni, si rivelerà anche essere la sua Sposa, ovvero l’Anima Perduta Ji Eun-tak (interpretata da Kim Go-eun di Little Women e The King: Eternal Monarch), una ragazza capace di interagire con fantasmi di ogni tipo. Quando Ji Eun-tak ha 19 anni s’imbatte nuovamente nel Goblin e, in modo quasi inspiegabile come un’intuizione che viene dal cielo, lo riconosce e, nel vederlo, riconosce se stessa, come un rapporto per cui le anime predestinate non fanno altro che trovarsi e guardarsi l’un l’altro per capirsi e per capire il proprio intimo (come la Catherine di Cime Tempestose quando sospira il suo “Io sono Heathcliff“). Mentre il Goblin tenta di tenere la distanza dalla sua Sposa, lei lo cerca e lo intorta in tutti i modi con la convinzione di essere l’unica e sola Sposa a lui predestinata dalle divinità, l’unica in grado di liberarlo dalla maledizione anche a costo della vita.

In tutto questo, però, Yoo Deok-hwa (Yook Sung-jae di Mystic Pop Up Bar, che qui, nella mia seconda visione, è stato uno dei miei personaggi preferiti), discendente della famiglia che da secoli si occupa del Goblin, affitta la casa di Kim Shin ad un altro strano personaggio, uno di quelli che non solo sono vestiti di nero, ma lo amano pure e che sembra uscito direttamente da una fiaba gotica (o da un film di Tim Burton): si tratta del Triste Mietitore senza nome e senza ricordi, perché lui stesso ha scelto di dimenticarli, come si evincerà nel corso degli episodi, a cui è sfuggita sempre l’Anima Perduta e che non pare avere in grande simpatia Goblin (Mietitore interpretato dall’altro grandissimo attore Lee Dong-wook, da recuperare anche in Scent of a Woman, Bad and Crazy e tantissimi altri lavori). In realtà, anche il Triste Mietitore è, in qualche modo, legato al Goblin, alla sua Sposa e a Kim Sun, detta Sunny (la Yoo In-na di Touch Your Heart e Snowdrop), titolare del ristorante dove lavora Eun-tak e reincarnazione della sorella di Kim Shin.

Nella visione mistica e quasi catto-buddista di questo drama (che mischia sapientemente elementi della tradizione taoista e sciamanica con i precetti del buddismo e con l’iconografia cristiana), ogni anima ha a disposizione quattro vite, prima di evolversi e di essere pronta per l’aldilà e non sempre si ha la fortuna di reincarnarsi con lo stesso aspetto, così come non sempre si è a conoscenza dei propri ricordi della vita passata (visto che le anime bevono il tè dell’oblio offerto dai Mietitori durante il passaggio tra la vita e la morte). Incroci mistici, rivoluzioni quasi solari e viaggi karmici che, come spiega l’apparizione quasi rossa della Samshin (interpretata dalla bravissima Lee El, la segretaria-cane di A Korean Odyssey e la sorella maggiore di My Liberation Notes), creatura una e trina, simbolica sia dell’universo taoista che di quello buddista e che collega l’essere umano al cielo che presidia al mondo del passaggio tra la dimensione umana e quella ultraterrena (per vedere una spiegazione più completa della vecchia Samshin, riferirsi a Mystic Pop Up Bar), sono dei veri e propri incontri cosmici, predefiniti e predestinati dall’imperscrutabile volontà di un disegno divino, con cui talvolta gli esseri umani (e non solo) vanno a confliggere, ma che finiscono ad accettare come l’inevitabile e logico destino, quel sottile filo rosso della vita e della morte a cui siamo tutti legati (da cui la simbologia della sciarpa rossa e la collanina con la scritta Destiny che il Goblin dona alla sua Sposa).

Quel filo del destino, sospeso tra cielo e terra, si concretizza in una mistica e in una poetica dell’amore, che si eleva e va oltre qualsiasi dimensione temporale e locale: è l’Amore che attraversa le vite e collega le anime, che salva e trasforma, assolve e trasfigura, rende impotenti e minuscoli, ma anche grandiosi nella vittoria, fa soffrire e fa gioire e che rende l’attesa una stanza di intima lietezza. “Se anche dovessero passare 100 anni, io sarò lì ad attenderti (…). Ogni momento trascorso con te risplende. Perché il tempo era bello, perché il tempo era brutto, perché il tempo era abbastanza gradevole. Ho amato ogni momento“.

Le emozioni che riesce a suscitare e a creare questo drama sono molteplici ed è quasi impossibile metterle tutte per iscritto, come è impossibile non circondarsi da un quantitativo sostanziale di fazzoletti di ogni tipo e crogiolarsi dolcemente in una sorta di tepore interiore, ripensando alle parole poetiche, alla mistica dei sentimenti e dei legami e al linguaggio altisonante dei monologhi dei personaggi, il tutto condito da una lirica di immagini e di pensieri, lenta come il cadere delle foglie da un albero.

Attenzione, però: non è un drama di solo pianto e momenti trascendentali, perché la grandezza della sceneggiatura sta anche nel riuscire a dosare e a calibrare tanti diversi particolari, che, in qualche modo, umanizzano ogni singolo personaggio, magari anche creando siparietti quasi comici e dialoghi brillanti (da non perdere le diatribe tra il Goblin e il Triste Mietitore, così irresistibili, da desiderare quasi una serie solo dedicata a loro).

Consigliato: a tutti, perché Goblin è una tappa obbligatoria per qualsiasi dramista e oserei dire che dovrebbe essere una tappa obbligatoria anche per chi non è dramista e perché lo scorrere del tempo e il muoversi del cielo acquisiscono una valenza completamente diversa, quando li guardiamo con gli occhi di Kim Shin (o anche con quelli di Eun-tak).

Captain-in-Freckles

Little Witch Academia

Il Young  Animator Training Project è un progetto che in Giappone ogni anno ha lo scopo di formare giovani animatori ed inserirli nel panorama degli studi di animazione. Il progetto, dapprima lanciato nel 2010 con il nome Project A, poi cambiato in Anime Mirai e di seguito in Anime Tamago è organizzato da JAniCA, Japanese Animation Creators Association e i fondi vengono ricevuti dal Ministero dei beni culturali giapponese.

Nel 2013 per l’Anime Mirai venne presentato dallo studio di animazione Trigger il cortometraggio animato “Little Witch Academia” e fu subito un gran successo tanto che nel 2015 uscì un secondo film “Little Witch Academia: The Enchanted Parade”.

L’anime è creato e diretto da Yoh Yoshinari e scritto da Masahiko Otsuka e nel 2017, ispirandosi all’idea originale, fu creata e mandata in onda la serie televisiva anime distribuita da Netflix. Sono anche state pubblicate tre serie manga dalla casa editrice Shūeisha.

Atsuko Kagari, chiamata dagli amici Akko, nutre un sogno nella vita: diventare una strega per rendere felici gli altri. Questo sogno è nato da quando, da piccolina, ha assistito ad uno spettacolo di magia della strega Shiny Chariot. Ormai diventata più grande, Akko decide di iscriversi alla Luna Nova Magical Academy, una scuola per giovani streghe.

Presto la nostra protagonista stringerà amicizia con Lotte Yanson, una ragazza timida che porta gli occhiali, i cui genitori sono i padroni di un negozio di oggetti magici e Sucy Manbavaran, appassionata di pozioni ed incantesimi.

Mentre le giornate di scuola trascorrono nella curiosità e nella voglia di imparare sempre di più, Akko è una ragazzina distratta, incontra molte difficoltà a guidare la scopa e a realizzare magie e per questo è malvista da molte compagne di classe che la giudicano imbranata e incapace. Un giorno, però, sbaglia strada per raggiungere la Luna Nova Academia e si ritrova accidentalmente nella foresta di Arcturus dove troverà la Shiny Rod, un bastone antico e potentissimo e da quel momento in avanti per la nostra Akko inizieranno una serie di guai.

Nel film del 2015, “Little Witch Academia: The Enchanted Parade”, Akko e le sue amiche Lotte e Sucy, per rimediare ad una serie di disastri e non farsi bocciare, sono costrette a collaborare con altre tre compagne di scuola, Amanda O’Neill, Constanze Braunschbank Albrechtsberger e Jasminka Antonenko. Il loro obiettivo è quello di organizzare la tradizionale parata delle streghe che si tiene annualmente nella città vicina alla Accademia. La parata non è altro che una rievocazione delle persecuzioni subite dalle streghe nei tempi antichi, per questo motivo Akko, volendo svecchiare e rimodernare l’evento, propone di organizzare una presentazione diversa, per rappresentare le streghe in una luce differente e lontana dagli stereotipi del passato. Riuscirà la nostra protagonista a convincere e a coinvolgere le altre studentesse?

Akko è una protagonista allegra, ottimista, nonostante sia imbranata e combinaguai e non provenga da un contesto magico, ma ha sempre tanta buona volontà ed energia per imparare. Vi affezionerete presto alla nostra Akko e alle atmosfere magiche di Luna Nova e infine al mistero legato alla strega Shiny Chariot. Buon divertimento nel mondo fantastico di Little Witch Academia!

Memoru Grace

Hellbound (ovvero della fine della civiltà umana)

“You are bound for Hell. / Sei stato condannato all’inferno”.

Questa frase, esplicativa del titolo stesso del drama, è il vero adagio ripetuto all’ennesima potenza di tutta la storia, costituendone la domanda e la risposta stessa, il motivo e la ragione, ma anche la spiegazione di questa agghiacciante e disturbante ricostruzione fantasy/horror soprannaturale, che si è meritata, di diritto, una bella censura VM 18 dal canale streaming Netflix che l’ha prodotta e distribuita. Pertanto, tanto vale premetterlo sin da subito: questo non è un K-drama per tutti; anzi, comincio la recensione sconsigliandolo fortemente a chi è emotivo, fragile, depresso, debole di cuore, facilmente impressionabile, soggetto ad allucinazioni e tendente ai disturbi visivi. Se non ravvisate una delle caratteristiche sopra elencate, in ogni caso, leggete con attenzione la recensione che segue prima di essere sicuri se iniziare o meno la visione di questo drama (che, lo affermo senza retorica, ha urtato molto anche la sottoscritta, che non è facilmente impressionabile).

La storia, che si ispira al webtoon sudcoreano Jiok (지옥, traducibile appunto con The Hellbound), creato da Yeon Sang-ho, illustrato da Choi Gyu-seok e pubblicato nella piattaforma Naver, è divisa in due archi narrativi, ovvero due tronconi distinti con solo due personaggi in comune tra loro (l’avvocatessa e il folle di Twitch).

***ATTENZIONE: CONTIENE SPOILER***

Primo arco narrativo. In una Seoul odierna, un uomo inizia a sudare freddo all’interno di un bar, guardandosi intorno come se fosse perseguitato e con l’affanno di chi sa che sta per esalare l’ultimo respiro, fino a quando non sente dei forti rumori, come dei tonfi provenienti da lontano: esce di corsa dal bar e inizia a correre, urlando che la sua fine è imminente. Tra lo sgomento e lo stupore della popolazione intorno, che lo crede pazzo, la sua corsa viene presto interrotta da creature gigantesche e terrificanti che lo carpiscono, lo picchiano violentemente, passandoselo tra loro come se fosse una palla da calcio, e lo fanno letteralmente a pezzi (e confermo che qui stavo già per spegnere la TV, ma mi sono fatta forza e sono andata avanti). Si viene a scoprire, grazie alle indagini dell’ispettore di polizia Jin Kyeong-hoon (interpretato da Yang Ik-june di Bad Boys e It’s Okay That’s Love), che l’uomo, un noto pregiudicato, era stato raggiunto giorni prima da una vera e propria sentenza di morte da parte di queste minacciose creature, con tanto di conto alla rovescia per l’esecuzione, in quanto persona condannata all’inferno. La notizia si diffonde e non solo dà adito a numerose speculazioni e ad opinioni pro e contra, ma incrementa soprattutto il fanatismo religioso di una setta che si fa chiamare la Nuova Verità, capeggiata dal sedicente santone e predicatore Jeong Jin-soo (interpretato da un Yoo Ah-in, protagonista di Chicago Typewriter, qui in splendida forma ferina). Secondo il predicatore, che afferma di avere incontrato in passato le creature delle sentenze infernali, questi esseri mostruosi non sono altro che angeli, ovvero emissari inviati da Dio per avvertire gli uomini dei propri peccati e punirli, condannandoli all’inferno, in modo da creare sulla terra un nuovo ordine di pace. L’affermazione del predicatore impazza in internet, dove, approfittando dell’anonimato della rete, imperversa una violenza senza pari che, presto, dal piano verbale e cybernetico, passa nelle strade, fomentata anche da un tale che si fa chiamare Lee Dong-wook (interpretato da Kim Do-hyun, caratterista visto anche nel film d’azione Peninsula) e che fa dirette Twitch con i suoi seguaci in versione completamente fluo (recuperare qualche foto per farsi un’idea). Un giorno, la giovane madre Park Jeong-ja (interpretata da una bravissima Kim Shin-rok, già vista in One Ordinary Day, attrice che, per questo ruolo intenso e drammatico in Hellbound, ha vinto praticamente tutti i premi esistenti in Corea del Sud, Baeksang compreso), sentenziata ad una fine violenta dalle creature infernali, decide di accettare i soldi che giornalisti e sette religiose le offrono per offrire testimonianza con la sua morte in diretta TV e streaming per assicurare un futuro migliore (e lontano dalla Corea) ai suoi due figli minorenni: con una lucidità e un coraggio, rari da vedere, Jeong-ja sigla il suo accordo con l’aiuto della sua legale, l’avvocatessa Min Hye-jin (Kim Hyun-joo di If It Snows on Christmas e Undercover), affronta a testa bassa tutte le critiche e le accuse che le vengono rivolte da ogni parte (per la sua decisione, per i soldi che vuole prendere, ma anche per essere una cattiva madre, per aver avuto i figli da due uomini diversi, per fornire un esempio di immoralità giustamente punita dagli emissari divini, etc.) e attende la sua morte, che puntualmente avviene in diretta televisiva. Lo shock che ne deriva è forte e fa presto degenerare la situazione, trasformando il fanatismo religioso in bande da strada, che attaccano indiscriminatamente tutti coloro che non credono al messaggio divino (compresa l’avvocatessa Min Hye-jin) e che vogliono eseguire le condanne e stanare i peccatori prima ancora dei mostri, tanto che la situazione sfugge di mano anche al predicatore (il quale custodisce un segreto che non può confessare).

Secondo arco narrativo. Il mondo ha ultimato la prima fase di panico e si è adagiata nella certezza che l’umanità ha bisogno di una simile punizione divina, creando una nuova etica della società e rileggendo tutti gli atteggiamenti umani alla luce della nuova moralità forgiata attraverso i social. Scomparso misteriosamente il predicatore, la scena è dominata da Lee Dong-wook, che, di fatto, gestisce i suoi follower come un pericoloso influencer, inviandoli anche a commettere crimini, perché necessario per l’equilibrio e la giustizia. Chi riceve la condanna non fa nemmeno più audience perché, come afferma il professore Gong Hyeong-joon (Im Hyeong-guk, comparso anche in Money Heist: Korea), a cui le creature hanno sentenziato e ucciso la figlia nel giro di pochi secondi senza alcun apparente motivo, la condanna è come il terremoto o una catastrofe naturale, che può arrivare a tutti, non trattandosi più della questione se punire o essere puniti. L’illogicità delle condanne è palese quando le creature si manifestano in un ospedale per annunciare ai neo-genitori Song So-hyun (interpretata da Won Jin-ah, già protagonista di Melting Me Softly, Life e She Would Never Know) e Bae Young-jae (interpretato da Park Jung-min, già visto in Start Up e Deliver Us from Evil) che il figlio neonato è colpevole ed è stato condannato all’inferno. Come può un bambino appena nato aver commesso crimini e misfatti tanto gravi da assicurargli la condanna? Ed è possibile nascere con il marchio del peccato addosso come se fosse una tara genetica? Mentre queste domande affollano le menti della popolazione, che inizia a mettere in dubbio la veridicità delle condanne, e supportano le indagini dell’avvocatessa Min Hye-jin, che non si è mai arresa dal mandare in prigione Lee Dong-wook e i suoi seguaci fanatici per una serie di crimini commessi, i genitori decidono di squilibrare la ragione delle creature infernali e, con un ultimo ed estremo atto di amore, donano la propria vita per salvare il figlio neonato. In questo inganno, il mondo dei vivi e il mondo dei morti non sono più in equilibrio, per cui, quasi per un principio della termodinamica applicata all’orrido di Lovecraft, le creature infernali decidono di restituire all’umanità Park Jeong-ja, la madre che era stata trucidata in diretta TV.

Ma quindi? Come e perché le creature condannano e uccidono senza alcun apparente movente persone pescate a caso all’interno dell’umanità? E perché decidono di restituirne una, quasi per uno scompenso “numerico”? Ha senso questa logica tipicamente ragionieristica con gli intenti morali e mistici che si erano proposti all’inizio? E qual è l’origine del peccato, seppur di un’origine possiamo parlare, visto che questo viene quasi “diagnosticato” come una malattia persino su dei neonati? E, infine, per quale motivo ognuno ha una tempistica diversa di pentimento, ovvero di tempo dall’annuncio della condanna all’esecuzione, senza alcuna logica?

Se, dopo aver sofferto sei episodi di questa misurata e agghiacciante agonia, che si addentra come un incubo nella mente dello spettatore e che non risparmia nessuna scena di morte violenta, vi rimangono tutte queste domande senza risposta, avete solo due vie: o attendere pazientemente la seconda stagione (che pare dover arrivare prossimamente su Netflix, seguendo, però, il filo di pubblicazione del contemporaneo webtoon), o mandare a quel paese tutta la troupe e tentare di darvi una spiegazione da soli (cosa per cui ha optato la sottoscritta, arrovellandosi per diversi mesi nel tentativo di capire la questione di fondo di questo drama). Tralasciando al momento la chiave di lettura mistico-religiosa, a cui sembra voler portare quasi in automatico questa storia, Hellbound rappresenta la fine della civiltà umana, laddove per “civiltà” s’intende non solo la società, ma anche tutta la cultura, il senso morale, i legami etico-comportamentali costruiti col tempo e sedimentati nella storia degli esseri umani. Si tratta di una fine folle, traumatica, scioccante e quasi allegra, a cui è l’umanità stessa che si autocondanna: l’esistenza di un peccato di cui, di fatto, non si conosce l’origine né l’entità, ma che sembra identificarsi di più in una non-omologazione dettata dall’esterno, dal branco scomposto e unificato, nei confronti di una persona che si vuole estromettere senza alcun apparente motivo, forse perché non perfettamente rispondente con le idee e le opinioni dei più. Allora, quelle creature mostruose e infernali che si manifestano dal nulla per punire umani a caso non sono altro che i mostri generati dal sonno collettivo della ragione. Ad un certo punto, tutti quanti, senza ragione, ci siamo addormentati, siamo caduti in un delinquo comatoso che ci ha annebbiato, contemporaneamente, la logica e la morale, per ricreare una nuova logica e una nuova morale, in apparenza perfette e splendenti, ma, di fatto, basate su un sillogismo negativo. Come quando ci avventiamo, sostenuti da ignoti seguaci sui social e amici virtuali, su un malcapitato senza nome né fisionomia, accusato di aver commesso il grande e grave peccato di non essere conforme alla nuova etica sovrana di questo informe e confortevole non-luogo virtuale e, con sistematica e quasi ironica incoscienza, lo azzanniamo e lo sbrindelliamo. Lo uccidiamo di commenti e non-like, di condivisioni graffianti e di memes, di parole, che risultano pesanti come i tonfi dei passi di queste creature infernali. Uccidiamo virtualmente perché l’opinione collettiva ci spinge a farlo, anche se, alla fine, non condividiamo affatto l’opinione collettiva, che quasi sentiamo addosso come una maschera scomoda e soffocante. O, forse, uccidiamo proprio perché non ci rispecchiamo e, allora, in questo greve gioco mortale, cerchiamo una vittima sacrificale disposta a celare le nostre opinioni. I cambiamenti epocali degli ultimi anni ci hanno posto di fronte a tante prove e a tante condivisioni di pensiero collettivo, ma anche a tante brutture e alla crescita di una nuova morale violenta e non inclusiva che si impone ovunque, senza voler sentire le ragioni di nessuno. E, in questa nuova spirale di violenza, è l’umanità stessa che si autoestingue, si condanna da sola ed esegue la sua condanna, in una logica di autoannientamento della civiltà che sembra non volersi più fermare.

Due piccole curiosità: il regista e creatore del webtoon e della serie Hellbound, Yeon Sang-ho, è noto anche per essere la mente malefica che ha creato pietre miliari come The King of Pigs, Peninsula, Seoul Station e, soprattutto, il piccolo capolavoro horror d’autore Train to Busan, in cui campeggia la star Gong Yoo; l’attore che interpreta la strana creatura fluo di Twitch, soprannominato come Lee Dong-wook (caso di omonimia con l’attore di Goblin e Scent of a Woman), interpreta anche la prima vittima delle creature infernali (il tizio ansioso che corre per le strade di Seoul), anche se il trucco e i colori fosforescenti sulla pelle lo rendono irriconoscibile.

Consigliato: se il vostro cuore forte regge un horror soprannaturale che non risparmi colpi e che vi fa addentrare nei meandri della bruttura umana; se avete gustato e apprezzato altri stridori sudcoreani provenienti da Squid Game e Parasite; se amate il genere webtoon che sa mischiare fantasy, mostri, critica sociale e illuminazioni mistiche, come in Sweet Home; se volete perdervi in una profonda riflessione post visione.

Sconsigliato: se credete di vedere un horror semplice e divertente per la festività di Halloween.

Scene splatter garantite.

Laura

Le buone stelle – Broker: una piccola famiglia particolare

“Grazie per essere venuto al mondo”

Attendevo di vedere questo film da quando a maggio ho ammirato il red carpet del Festival di Cannes e ho approvato immediatamente, quasi d’istinto, l’attribuzione del premio per la migliore interpretazione maschile a quel monumento del cinema coreano che è Song Kang-ho, già protagonista straordinario di Parasite e interprete di tante numerose pellicole (come Memorie di un assassino, The Drug King, A Taxi Driver, The Host, ma anche Sympathy for Mr. Vegeance e Lady Vendetta della pluripremiata trilogia sulla vendetta del Park Chan-wook di Old Boy, tanto per citare qualche titolo). Attendevo con ansia l’uscita di questo film, sul quale nutrivo grandi aspettative, che sono state soddisfatte in pieno – con corredamento di un certo quantitativo di fazzoletti – perché Le buone stelle – Broker (브로커, Beurokeo) è una grande storia di piccole persone, anime allo sbando di amari ricordi passati, legati da un affetto gentile e delicato, una famiglia “elettiva”, come solo i sentimenti possono aiutare a creare.

Durante una notte di pioggia tropicale a Busan, So-young, una ragazza sola e impaurita con due enormi occhi tristi (interpretata dalla sempre meravigliosa Lee Ji-eun, in arte IU, da recuperare assolutamente nei drama Moon Lovers Scarlet Heart Ryeo, Hotel Del Luna e Persona), abbandona il figlio neonato in una baby box davanti ad una chiesa, sperando di dargli un futuro migliore, magari senza la propria influenza negativa. Le sue azioni sono osservate da due agenti di polizia che si occupano di questioni sociali e di minori: la cinica e amareggiata Soo-jin (la bravissima e intelligente Bae Doona, protagonista di The Silent Sea e Kingdom), che non può avere figli propri, e la giovane ed empatica Lee (l’altrettanto brava Lee Joo-young, che, dopo i ruoli minori in Itaewon Class e Something in the Rain, riconferma il mio giudizio positivo su di lei). Le due, celate in un’auto, seguono il dramma della giovane madre con un misto di tristezza e di rancore per cercare di intercettare una rete di “broker”, ovvero di trafficanti di minori che gestiscono adozioni illegali in tutto il Paese. Quella stessa notte, Dong-soo (interpretato da Gang Dong-won, visto già nei film d’azione Peninsula e Ilang – Uomini e lupi), un trentenne con un passato da orfano che lavora come assistente nell’orfanotrofio della parrocchia, e Sang-hyeon (Song Kang-ho), un uomo pieno di debiti e cacciato dalla propria famiglia, che si mantiene gestendo una piccola lavanderia/sartoria, rapiscono il bambino lasciato nella baby box con l’intenzione di cercargli una nuova famiglia, dandogli un futuro che altrimenti gli sarebbe negato (secondo le intenzioni di Dong-soo) e ricavando anche i proventi economici per ripagare tutte le spese in sospeso (secondo il progetto di Sang-hyeon). Per la verità, i due non sono nuovi a questo traffico: sono da tempo in società nelle adozioni illegali di minori e da tempo sono anche nel mirino del detective Soo-jin, che non interviene nel ratto di minore per poter proseguire le indagini. I due “broker” organizzano un viaggio in giro per la Corea del Sud in cerca di nuovi genitori, ma, improvvisamente, So-young, dilaniata dai sensi di colpa e da un amore intimo e viscerale per la sua creatura, che lei stessa prova a negare, si presenta in chiesa per riprendere il suo bambino e, appreso del progetto di Dong-soo e Sang-hyeon, decide di unirsi a loro nella ricerca di una famiglia per il neonato, forse anche di una speranza, che non è in grado di offrire. Al gruppo si unisce pure un piccolo orfano con uno zaino e un pallone da calcio malandato, il cui obiettivo è farsi adottare, ma che sa di essere troppo grande per le famiglie in cerca di figli. A bordo di un furgone malandato e carico dei vestiti da rammendare di Sang-hyeon, così, questo piccolo gruppo strampalato e male assortito parte, inseguito dalle due detective, alla ricerca di un futuro per il neonato, salvo trovare, lungo il cammino, un presente per se stessi. E, così, questi sconosciuti, che non avrebbero niente in comune, se non ognuno il suo bagaglio di un triste e amaro passato, costruiscono un legame che è quanto di più simile possa essere ad una famiglia. Non, però, la famiglia di nascita, da cui ognuno di loro è stato rifiutato, ma una famiglia di elezione, creata sulla base delle affinità che li legano e del dolore che li avvicina e li rende l’uno la sponda emotiva dell’altro.

Le emozioni non mancano in questa pellicola delicata e gentile, che diventa quasi un inno alla vita gentile ai buoni sentimenti e un’elegia alle persone comuni, magari goffe e insignificanti o messe in un angolo dalla società, ma depositarie di una ricchezza interiore che viene restituita in ogni singolo frammento di questa storia: la maternità, scoperta in due fasi diverse dal detective Soo-jin e dalla giovane So-young e celata nell’altruismo di dare la vita anche a costo di uccidere, la compassione che declina il senso di giustizia del detective Lee, la paternità come la volontà di costruire un futuro migliore di Dong-soo e di immolarsi a protezione degli altri di Sang-hyeon, l’amore che trascende ogni cosa e che si concretizza ringraziandosi l’un l’altro perché si è al mondo, perché la presenza di ognuno aiuta e sostiene l’altro nella dura lotta quotidiana della vita. Allora, quel “grazie per essere venuto al mondo” acquisisce un significato ampio che va al di là anche del rapporto tra So-young e quel bambino neonato per la cui vita ha lottato tanto: è un “grazie” molto più recondito, di una benevolenza profonda, che diventa simbolo dei legami affettivi e quasi familiari contro un mondo che cade nella dissoluzione morale e che riscatta e salva dalla bruttura sociale i protagonisti, i quali si sono trovati a soffrire le ferite del cinismo della società, ma che insieme scoprono la grazia di stare al mondo.

Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda, che non è nuovo a piccole narrazioni di sentimenti (ne è un esempio il suo film più famoso, Un affare di famiglia, che vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2018, incantando e commuovendo tutto il mondo), compie questa trasferta in terra coreana, lasciando immutato il suo stile lento e delicato come un fiore di ciliegio che accarezza il cuore dello spettatore e toccando le corde emotive giuste. Con un tratteggio intimista e quasi neorealista, con cui viene descritta una fetta di mondo ai margini della società, spiccano personaggi che si salvano per la riscoperta di un legame familiare, visto come un’appartenenza reciproca, un senso di unità che oggi si tende sempre più a sopprimere (“Non sarebbe bello se avessi un ombrello? … Sì, un grande ombrello. Qualcosa che due persone insieme possono usare“). La narrazione è inserita quasi in un gioco ossimorico, dove, sul fondo di una tragedia, spunta l’umorismo, e su una storia dura e violenta risaltano l’empatia, la bontà e la sensibilità umana, che cerca la speranza, come una magia che può dissolvere i tormenti di cui è stata caricata (“Desidererei poter riniziare di nuovo tutto daccapo, ma ormai non è possibile“, confessa la giovane So-young sulla ruota panoramica a Dong-soo che le risponde: “Vederti mi fa sentire il cuore un po’ più leggero“).

Non bisogna dimenticare che l’opera è anche un enorme dramma sociale , che, pur mantenendo lo stile intimista ed emotivo tipico di Kore-eda, invita a riflettere su una serie di problemi e di dilemmi, che richiederebbero risposte urgenti e pregnanti e, soprattutto, una presenza più costante da parte delle istituzioni: il problema di giovani madre abbandonate dalla società e costrette, a loro volta, ad abbandonare i propri figli, la criminalità che si inserisce nel tessuto sociale, la tolleranza nei confronti della prostituzione, la miseria – anche morale – diffusa e, al tempo stesso, la fredda distanza della legge. Perché, parafrasando Victor Hugo, è facile prendersela con il colpo di fulmine, senza chiedersi chi ha ammassato prima le nuvole.

Consigliato: a tutti, perché “Le buone stelle – Broker” è una denuncia pacata, ma decisa, che fa bene al cuore e alla mente e che fa uscire dalla sala del cinema magari con meno liquidi in corpo, persi durante il pianto, ma più arricchiti interiormente. Inoltre, aggiungete che la fotografia è un piccolo gioiello di Hong Kyung-pyo, già direttore della fotografia di “Parasite”, e che le musiche originali sono di Jung Jae-il, autore della colonna sonora di “Parasite” e di “Squid Game”.

Captain-in-Freckles

Komorebi, luce tra le foglie

La cultura giapponese è da sempre legata all’armonia della Natura ed esistono espressioni o parole impossibili da tradurre, ma che fanno riferimento ad un determinato contesto. Il termine Komorebi ne è un esempio e il suo concetto è lirico e poetico nello stesso tempo, il significato più corretto che potremmo dare a questo termine è “luce che filtra dalle foglie degli alberi”.

La parola komorebi (木漏れ日) è composta, infatti, da tre kanji: albero(), filtrare (漏れ) e luce, sole (). Komorebi è un diretto connettersi con la natura, con le radici, ma esprime anche uno stato d’animo, una sensazione, perché attraverso la luce che filtra dalle foglie degli alberi l’animo si sente rincuorato e uno stato di rinascita, di cambiamento e di serenità riempirà la nostra mente.

Questa luce che filtra tra le foglie degli alberi ha ispirato artisti e poeti e anche nella produzione cinematografica è stata spesso usata questa tecnica accompagnata da silenzio assoluto o da una musica lieve, soffusa. Lo stesso regista Akira Kurosawa nell’iconico film “Rashomon” riesce a trasportare questa sensazione nel cinema e a trasmetterla agli spettatori.

Pensate che esiste anche l’espressione “komorebi ni nureru”, cioè “bagnarsi nella luce che filtra tra gli alberi” e che rende completamente l’idea di come perdersi in quella distesa di luce mite, dolce, armoniosa, possa riappacificare l’anima e avere un senso di appartenenza con la natura.

In queste giornate di autunno, mentre passeggiamo in un viale alberato, proviamo ad alzare il nostro sguardo in cielo e godiamo della luce discreta, mite e sobria di questa stagione, quella luce che filtrando tra le foglie degli alberi, vi assicuro, che vi trasporterà in una dimensione sospesa e riuscirà a farvi dimenticare per un po’ quelle piccole preoccupazioni quotidiane che spesso gravano sul nostro animo.

Memoru Grace

Kenshiro – Il guerriero (triste) che veniva da lontano

“Mai mai scorderai l’attimo, la terra che tremò. L’aria si incendiò e poi silenzio. E gli avvoltoi sulle case sopra la città, senza pietà. Chi mai fermerà la follia che nelle strade va? Chi mai spezzerà le nostre catene? Chi da quest’incubo nero ci sveglierà? Chi mai potrà?”.

Ammettetelo: l’avete letta cantando. E, magari, nel frattempo, vi sono anche venuti davanti agli occhi frame sbiaditi di un cartone animato che andava in onda, negli orari più disparati e senza una logica, sui canali locali con un protagonista ancora più gigantesco di He-Man, ancora più arrabbiato di Bruce Lee, ancora più taciturno di Rambo, che, prima di eliminare fisicamente i propri nemici, annunciava in moda icastico “Tu sei già morto“. Se, dopo tutti questi indizi, non avete ancora capito a chi mi riferisco, dovete seriamente rituffarvi nel passato dell’animazione, perché stiamo parlando di un personaggio che statisticamente risulta amato quanto Goku di Dragon Ball e Doraemon.

Stiamo parlando di Kenshiro (ケンシロウ), anche noto in Italia come Ken Il Guerriero, un uomo enorme e solitario dagli occhi tristi e nostalgici e con sette gigantesche cicatrici sul petto, che ha deciso di dedicare la sua vita alla giustizia e al prossimo o, meglio, a trasformare le lacrime in sorrisi (citazione quasi letterale) in un mondo post apocalittico, sfregiato da un conflitto nucleare. Kenshiro non è un uomo comune: non solo proviene dalla Terra dei Demoni ed è discendente della Divina Scuola di Hokuto, ma possiede anche una serie di abilità e di peculiarità che lo rendono speciale, quasi magico. Tra queste, spicca sicuramente la sua propensione nelle arti marziali (perché, diciamo la verità, tutti i nostri frame dell’infanzia sono dominati da Kenshiro che fa a botte contro qualcuno). Inoltre, Kenshiro, grazie alla sua profonda conoscenza della Scuola di Hokuto, può decodificare rapidamente e replicare a piacere le tecniche utilizzate dagli avversari (cosiddetto Riflesso dello Spirito), proiettare all’esterno la propria aura combattiva per spingere al massimo le sue abilità umane, e manipolare gli tsubo, ovvero i tracciati dell’energia vitale degli esseri viventi, così da costringere l’avversario a compiere determinate azioni contro la sua volontà o addirittura ad esplodere dall’interno, ma anche per fini medici. Però, Kenshiro è anche immensamente triste: la sua malinconia deriva dalla morte tragica e violenta della donna che amava, che lo ha convinto a trasformarsi in una sorta di giustiziere solitario e a combattere contro i tiranni per i più deboli. In questo modo, può farsi carico della tristezza altrui, anche di quella degli avversari, in un’ascesi trascendentale che gli dà la possibilità di reincarnarsi attraverso il nulla e di mettersi in comunicazione con l’aura di tutti i guerrieri sconfitti, dalla cui forza può attingere, evolvendosi nella sua natura umana.

Kenshiro, nel suo viaggio in mezzo ad eserciti di criminali, perde amici, fidanzata, familiari, diverse persone a cui si affeziona e incrementa il suo dolore. Prende sotto la propria ala protettiva diversi bambini, li cresce e li protegge, ma, poi, vaga solitario per le lande desolate, attendendo da solo la morte per portare a termine la sua missione di salvare i più deboli. Kenshiro, nonostante la sua mole, è il simbolo della gentile e umana compassione. La sua mesta malinconia, che traspare negli occhi, è quasi un ossimoro della sua potenza fisica e mentale e rende questo personaggio una figura unica nel mondo anime/manga, un po’ simile a quel supereroe stanco e distrutto, ma ancora onnipotente interpretato nel film Logan da Hugh Jackman, con uno scenario più imbruttito e urbanamente selvaggio del mondo raffigurato in Mad Max. E il contrasto tra la sua gentilezza e la barbarie di una società che chiede e rapina i più deboli diventa ancora più rimarcato. L’estraneità del personaggio con il mondo circostante non è data solo dalla sua provenienza soprannaturale (la Terra dei Demoni), ma anche dal suo stesso nome, Kenshiro, nella lettura un tipico nome giapponese, che graficamente è scritto solo in katakana, come se fosse una parola straniera, rinnegando qualsiasi kanji.

Ken Il Guerriero (北斗の拳 Hokuto no Ken) conta un manga shonen, disegnato da Testuo Hara e pubblicato tra il 1983 e il 1988 e serializzato in 285 capitoli, un anime diviso in due stagioni per un totale di 152 episodi trasmessi tra il 1984 e il 1988, un film del 1986, una trilogia OAV del 2003, una pentelogia composta da due film e tre OAV tra il 2006 e il 2008 e un cortometraggio del 2006. I suoi disegni particolari, molto marcati e dettagliati sono dovuti ad una patologia della cornea di cui soffre l’autore, che gli imponevano di disegnare con un solo occhio e/o di ripassare su quanto aveva disegnato, mentre il personaggio è stato costruito principalmente proprio sui film interpretati in quel periodo da Bruce Lee.

E, adesso che avete individuato Kenshiro, andate a rileggere la sigla, cantando, ma con le lacrime agli occhi!

Piccola postilla: il manga contiene anche la storia di Kenshiro appena adolescente, che nell’anime è stata solo accennata attraverso qualche ricordo del protagonista, e il personaggio principale ha subito un vero e proprio restyling che ha influito anche sul suo aspetto.

Consigliato: a chi non si fermava solo ai cartoni trasmessi dalle TV nazionali e dai grossi canali privati, ma osava fare zapping tra gli altri oscuri canali del telecomando oltre il 10; a chi amava i film di kung-fu e di arti marziali e a chi ha sempre amato anime e manga di combattimento; a chi non ha paura a dimostrare la propria forza caricandosi di malinconia.

Captain-in-Freckles