When the Camellia Blooms (ovvero del meraviglioso miracolo umano e della ricerca della felicità)

I miracoli non esistono. Sono i piccoli eroi nascosti dentro di noi che lavorano insieme. […] I piccoli atti di gentilezza fatti da persone semplici: è il risultato di tutte le buone azioni che hai fatto. Solo questo è già un miracolo. […] Si può diventare il miracolo di qualcuno?

Tempo fa, sono stata attirata da questo drama per diversi motivi: l’ondata di premi di cui aveva fatto incetta in Corea del Sud (compreso i prestigiosi Baeksang), quel breve teaser un po’ onirico e quasi un po’ fumettistico che Netflix aveva caricato come presentazione, la sicurezza interpretativa di Kang Ha-neul, Gong Hyo-jin e Oh Jung-se (di cui ero già certa) e, infine, il fatto che lo script fosse di Lim Sang-choon, di cui avevo apprezzato l’abilità in It’s Okay to Not Be Okay. Tuttavia, avevo quasi sottovalutato il potenziale e la finezza di questo prodotto, che si presenta falsamente come una commedia romantica, ma che è molto (ma molto) di più. Infatti, anzitutto, When the Camellia Blooms è fondamentalmente un thriller, con una serie di casi che si dipanano nelle investigazioni per scoprire un unico colpevole, il serial killer che funesta da anni il piccolo e lieto paesino di Ongsan, fittizia cittadina dove comandano solo le ajumma, che sgranocchiano snack e spettegolano davanti alla porta di casa, con il fazzoletto in testa e i pantaloni fiorati. In secondo luogo, è una grande e complessa commedia umana (per prendere in prestito i termini di Balzac), ovvero una rappresentazione di tanti piccoli esseri umani e delle loro complesse e minuscole realtà, talvolta interiormente ricche, talvolta meschine e grette, ma tutte così semplicemente e splendidamente umane da divenire uniche e speciali di per sé, così vicine a noi stessi e ai nostri pensieri. Inoltre, il drama è una grande parabola di crescita, caduta, ri-crescita e speranza, una ricerca di se stessi per superare le proprie debolezze e ritrovare le proprie forze e le proprie sicurezze, per fermarsi, puntare i piedi e porre finalmente fine al vortice di disperazione e di depressione in cui, talvolta, ci si sente avvolti ed iniziare ad afferrare la propria felicità.

Infine, naturalmente, When the Camellia Blooms è una delicata e avvolgente storia d’amore, senza i grandi cliché di cena notturne a base di ramyeon e fiocchi slacciati e senza atti enormi di personaggi di straordinaria bellezza e/o ricchezza: è una storia semplice, quasi quotidiana, di quelle che ti fanno venire voglia di sentire gridare alla porta di casa “Dong-baek-shi”, addobbando il balcone di luci fuori stagione, solo per avere la sicurezza di essere compreso da qualcuno vicino a te.

Oh Dong-baek (interpretata dalla bravissima Gong Hyo-jin di Pasta e It’s Okay That’s Love), il cui nome significa “camelia”, una madre single e apparentemente senza nessuno al mondo, si trasferisce con il bambino a Ongsan, cittadina in qualche modo significativa per lei, e decide di aprire un bar, a cui dà il nome, appunto, di “Camelia”. La vinta non è semplice per Dong-baek, che, dopo anni di residenza ad Ongsan, ha accumulato solo invidie e maldicenze: la sua condizione di donna non sposata e senza un uomo accanto, ma con un figlio a carico, viene ritenuta quasi come segno di un passato depravato e di un presente molto compromettente, che porta le donne di Ongsan ad ostracizzarla e a parlarle male, isolandola e deridendola. D’altro canto, gli uomini di Ongsan, oppressi da queste feroci mogli-drago, iniziano a frequentare di sera il bar di Dong-baek, dove possono bere superalcolici, godere di un po’ di pace dalle liti familiari, ma anche della bellezza e del sorriso genuino di Dong-baek, su cui nessun uomo veglia e che, quindi, è considerata la bellezza locale da custodire e rimirare in segreto, incapace, del resto, di crearsi una vita indipendente. In questa dialettica, Dong-baek è schiacciata e soffocata dalle donne che la ritengono un’incantatrice e dagli uomini che la svalutano e, pur mantenendo un atteggiamento serio e privo di scandali, viene mortificata nella sua intelligenza e nella sua sicurezza, in primis dallo stesso padrone di casa, il signor No Gyu-tae (interpretato da Oh Jung-se, il fratello autistico del protagonista di It’s Okay to Not Be Okay, attore di eccezionale bravura). Nessuno la chiama “signorina” (o, meglio, nessuno aggiunge al suo nome il classico suffisso onorifico “shi”) e nessuno la menziona per cognome: quasi come se fosse inesistente il suo nome è diventato ormai lo stesso del locale che gestisce, Camelia.

Naturalmente, nessuno, fino a quando un giorno non torna da Seoul l’agente Hwang Yong-sik (signore e signori, il premio Baeksang Kang Ha-neul, che non solo ha vinto tutti i premi esistenti in Corea del Sud per questo ruolo, ma che ha fatto innamorare tutte le donne già solo per il suo sorriso tutto denti e il suo grido gioioso “Dong-baek-shi”). Yong-sik è burrascoso, parla ad altissimo volume, non è particolarmente bello, né particolarmente intelligente, ma ha un elevato senso della giustizia e della distinzione tra bene e male. Inoltre, ha un sesto senso quasi cieco per scoprire i criminali: a dir la verità, nemmeno lui sa come procedere, ma, in qualche modo, riesce sempre a prendere il malvagio di turno e a far trionfare la giustizia. Imbranato ed empatico come il Mr. Deeds di Gary Cooper, torna a casa per unirsi al corpo di polizia locale e sogna di trovare la donna della sua vita, una vera principessa come Lady Diana. Con quest’idea in testa, entra in una libreria e vede Dong-baek tra i libri di inglese e lì rimane folgorato dalla visione della donna che amerà per sempre in uno degli incontri più teneri e goffi di sempre, che conquista il cuore dello spettatore da subito. Dong-baek non sa l’inglese (sta comprando un libro di Harry Potter per il figlio) e fa inconsapevolmente la parte dell’intellettuale, mentre Yong-sik tenta di comunicare con lei in un inglese stentato, nascondendosi dietro libri sulla maternità tenuti al contrario. Ma, soprattutto, Yong-sik inizia a chiamarla “signorina” e a parlarle con rispetto, apprezza l’educazione e la gentilezza di Dong-baek, si arrabbia contro tutti coloro che la considerano una poco di buono e allontana chiunque tenti avances pesanti nei suoi confronti. Inoltre, quando Dong-baek dice che vorrebbe lavorare ad un banco degli oggetti smarriti, perché i clienti, alla fine, ringraziano ogni volta che ritrovano il proprio oggetto, Yong-sik si commuove con una tenerezza e un’umanità uniche, che ci fanno capire quanto sia prezioso un uomo che sta al proprio fianco, commuovendosi e capendo le proprie emozioni.

E Dong-baek, con l’affetto di Yong-sik, che, all’inizio tenta di allontanare quasi come se non meritasse la felicità, si fortifica, perché non ha bisogno di crescere, ma di ritrovare l’amore per se stessa che non aveva mai avuto, perso in un’infanzia vissuta da orfana e in una giovinezza in cui si è sentita inadeguata. Si fortifica e acquisisce la capacità di credere in se stessa e nel proprio valore, di rispondere e di rovesciare gli eventi, di sorridere e di aspirare alla felicità: “Quello che è strano è che sorrido tanto in questi giorni. Non importa la situazione. Suppongo che dipenda dalle persone che ti circondano“. Inoltre, Dong-baek ha la resilienza della camelia che fiorisce d’inverno, sfidando le temperature più impervie e il ghiaccio, e la forza dell’ippopotamo: è rimasta apparentemente silente in tutti quegli anni di soprusi e di prevaricazioni come sotto il fango limaccioso di un fiume, ma ha segnato tutto in quaderni datati e vergati anno per anno, mese per mese e giorno per giorno. Per cui è difficile che qualcosa, nel frattempo, sia sfuggito al suo sguardo e al suo sorriso, fresco e genuino anche nelle avversità, qualità che nota anche lo psicopatico serial killer che inizia a perseguitare Dong-baek e le persone a lei vicino, quasi nel timore di essere giudicato da tanta nobile umanità.

Ci sarebbero ancora tante cose da scrivere su questo drama, sull’intrico thriller, che non delude e non inquieta, portato avanti con una sensibilità e una pacatezza da vecchio giallo di Agatha Christie, e sulla varietà dei personaggi (dalla meravigliosa coralità delle donne di Ongsan, che mi ha ricordato quella del villaggio nordcoreano in Crash Landing on You, alle diatribe coniugali tra No Gyu-tae e la moglie avvocata in carriera, Hong Ja-young, interpretata da Yeom Hye-ram di Chocolate, al rapporto con il figlio, interpretato dal piccolo prodigio Kim Kang-hoon, già visto in Kingdom e in Mouse, al second lead proveniente dal passato, interpretato da Kim Ji-seok di Kiss Sixth Sense). Però, mi voglio soffermare sulla figura di Jo Jung-sook (interpretata dalla bravissima Lee Jung-eun di Parasite e Our Blues), che entra sul palcoscenico, silente e impositiva al tempo stesso, con una dolcezza caparbia come solo una madre che ha sofferto può dare e che porta avanti il vero messaggio di speranza del drama. C’è un limite alle sofferenze e sta in noi, piccoli e testardi eroi di noi stessi, afferrare quello scampolo di speranza e trasformarlo in qualcosa di diverso, come un seme di camelia che fiorisce in pieno inverno, nonostante qualsiasi cattiva condizione sia stato sottoposto. La speranza e la coesione fanno nascere il miracolo, perché ognuno è il miracolo di se stesso e di altri e perché nessuno è un fallito quando si ritrova al proprio fianco amici che credono fortemente nelle proprie potenzialità (come avrebbe fatto dire Frank Capra ai propri personaggi nel film La vita è meravigliosa, film che viene in mente allo spettatore in una delle scene più significative del drama, quella della corsa in ospedale la notte di Natale, accompagnata dalle preghiere e dalle richieste di miracolo).

When the Camellia Blooms è un drama profondo che tocca l’animo e che ci fa diventare tutti un po’ più umili e un po’ più forti allo stesso tempo, fragili e splendenti nel nostro piccolo miracolo umano dell’esistenza. Come conclude il drama, in epigrafe: Un saluto a tutti voi, che siete i più forti, i più duri, i più splendidi e i più lodevoli del mondo e che fate ogni giorno i vostri miracoli superando gli ostacoli della vita.

Consigliato: a tutti coloro che cercano un miracolo natalizio e che forse lo hanno anche già trovato.

Captain-in-Freckles

Wok of Love – Tra fornelli, biscotti della fortuna e tanta voglia di riscattarsi

Ammettiamolo, ognuno di noi attraversa quei periodi in cui non ha voglia di impegnarsi con delle storie che svuotano emotivamente o con trame troppo complesse e ingarbugliate, ed ecco che anch’io in autunno mi sono imbattuta in questo drama che, a dire la verità, avevo in lista, ma non era in cima tra le prime serie da recuperare. Una sera, però, mentre scorrevo la lista, ho posato accidentalmente il mio sguardo sulla locandina di “Wok of Love”, ho deciso, quindi, di dargli una possibilità e, che dire, mi ha fatto trascorrere delle serate di spensieratezza, allontanandomi da pensieri e fatiche quotidiane.

“Wok of Love” ha decisamente un potere terapeutico, forse proprio perché ci si ritrova ad assaggiare con gli occhi ad ogni episodio un piatto diverso, succulento, caldo, un piatto della cucina cinese e forse anche per merito dei tre protagonisti, a partire da  Lee Jun-ho che cattura l’attenzione con un altro bel personaggio che amerete, continuando con Jang Hyuk, un vero e proprio battitore libero in questa interpretazione e per finire Jung Ryeo-won con il suo sguardo incantato che porta speranza alle persone che le stanno accanto.

Seo Poong (interpretato da Lee Jun-ho, visto in “Just Between Lovers” e “The Red Sleeve Cuff”) è uno chef stellato di un importante e prestigioso ristorante cinese all’interno dell’albergo a sei stelle “Giant”, grazie a lui l’albergo ha ottenuto, infatti, altre due stelle Michelin. Improvvisamente tutto si capovolge negativamente nella vita di Seo Poong, osteggiato dal presidente della società che gestisce l’albergo e che oltretutto ha iniziato una relazione con la moglie di Poong, e dal capo chef che non vuole riconoscergli i meriti e anzi ne è geloso e invidioso.

Dopo un litigio plateale, Poong lascia il suo lavoro e in qualche modo finisce per andare a lavorare presso il ristorante cinese di fronte all’albergo Giant quasi per volersi vendicare del torto subito, con la speranza di dare presto una risposta e far decollare la nuova attività.

Il ristorante si chiama “Hungry Wok”, “Padella Affamata”, ed è gestito da Do Chil-seong (interpretato da Jang Hyung, visto in “Fated to Love You”), un ex detenuto, appassionato di aforismi di Nietzsche, che ha aperto l’attività di ristorazione solo per trovare un lavoro ai suoi ex compagni di gang, la “Big Dipper“, tra cui il suo collaboratore Oh Maeng-dal (interpretato da Jo Jae-yoon, visto in “Alchemy of Souls“). Chil-seong, nonostante i suoi precedenti, è una persona molto umana e altruista, che vorrebbe rifarsi una vita normale e vorrebbe aiutare anche i suoi amici a diventare delle brave persone.

Nonostante i primi spassosissimi litigi tra i compagni di gang di Chil-seong e lo chef Poong, pian piano si instaurerà un clima di fiducia e di amicizia, anche con l’entrata in scena di Dan Sae-woo (interpretata da Jung Ryeo-won), una ragazza di ricca famiglia con la passione per la scherma e l’equitazione che perde tutto ciò che ha, proprio il giorno del suo matrimonio quando viene lasciata all’altare e suo padre viene arrestato per bancarotta. Sae-woo sarà costretta a cercarsi un lavoro. Indovinate dove?

Il wok che dà il titolo alla serie è una pentola cinese a uno o due manici ed è davvero protagonista della storia perché Sae-woo diventerà aiutante di chef Poong proprio nella cottura dei piatti cucinati con il wok e…non posso raccontarvi altro, ma ne vedrete delle belle, anche con l’entrata di altri personaggi come la madre della protagonista, interpretata da Lee Mi-sook e dei due impiegati della casa di Sae-woo, interpretati rispettivamente da Park Ji-young, la cuoca e governante e Tae Hang-ho aiutante in cucina, entrambi, dopo la bancarotta del padre di Sae-woo, cercheranno, infatti, un altro lavoro e finiranno anche loro nella cucina dello chef Poong.

Alcuni aspetti di questa serie mi hanno colpito moltissimo, per esempio, il rapporto che si instaura tra Chil-seong e Seo Poong, entrambi senza famiglia che si considereranno fratelli e, infine, il valore della gratitudine e della solidarietà e la grande voglia di ricominciare da parte dei tre protagonisti della storia che iniziano quasi come dei “perdenti”, ma che affrontano ogni giorno la sfida di recuperare con orgoglio il proprio posto nel mondo.

“Wok of Love” è una serie la cui tematica principale è la voglia di riscatto, di rifarsi un’altra vita e risollevare quell’io che è stato ferito da diversi eventi, situazioni o persone, ma tutti i nostri protagonisti alla fine della storia troveranno l’unica soluzione adatta a stare bene: la vendetta migliore, infatti, è essere felici!

Una serie che vi stupirà e che con tanta ironia e con un briciolo di follia riesce a far riprendere chiunque stia attraversando un momento di calo psicologico o di tensione e sprona a cercare di migliorare, anche solo per se stessi, per stare bene, per volersi bene.

Piccola curiosità, l’attrice Lee Mi-sook interpreta due ruoli, la madre di Seo-woo e una persona molto vicina a Chil-seong che non posso svelarvi.

Memoru Grace

Akira – L’umanità alla fine del mondo

“Il futuro non è una linea dritta, ma è piena di incroci. Deve esserci un futuro che possiamo scegliere da soli“.

Si dice che l’anime perfetto non esiste, ma esiste Akira, che ha fatto riconsiderare il concetto di perfezione e che, dagli anni ’80, rimane una pietra miliare nel panorama dell’animazione giapponese, uno spartiacque tra una certa tipologia di storie di fantascienza e la loro evoluzione distopica. Perché Akira è un’ampia e complessa orgia di adrenalina e metafisica, di meccanicismo e di umanità, di metafore e di creazioni anaforiche, addensate con una visività potente e violenta e una narrazione cruda e angosciante, che accresce come in un climax e distrugge in una sola volta sia la linearità del passato che la certezza del futuro, facendo rimanere, però, intatta la luce remota di una speranza, una piccola e fragile umanità che si pone alla fine del mondo e che ne rappresenta la sua vera e inconsapevole bellezza.

ATTENZIONE!, perché Akira non è un anime adatto a tutti, ma, a causa della sua complessità e della crudezza violenta di fatti e scene, è una visione altamente sconsigliata a soggetti impressionabili e di cuore sensibile e necessita di una preparazione preventiva dal punto di vista emotivo.

16 luglio 1988: durante la Terza Guerra Mondiale, un enorme fungo atomico rade al suolo la città di Tokyo, quasi memoria malefica dell’incubo di Hiroshima e Nagasaki, sterminando gran parte della sua popolazione. Trentuno anni dopo, nel 2019, Tokyo è stata ricostruita un po’ più ad Est di dove era collocata prima, ma la Neo Tokyo è una città violenta e volgare, dove imperversano crimini di ogni sorta e il sangue scorre copioso per le strade, una città cronologicamente giovane, perché gli anziani o sono morti o l’hanno abbandonata, ma moralmente deplorevole, specchio della corruzione politica di chi la gestisce e della bruttura dell’animo di chi vi vive. Bande di motociclisti e anarchici di ogni sorta si fronteggiano e terrorizzano le strade, in uno scenario cyberpunk e post-apocalittico, che sembra uscire direttamente dalla mente di Philip K. Dyck (Blade Runner, in primis). Una notte, durante uno degli scontri tra motociclisti, un uomo tenta di proteggere un bambino, ma, quando viene raggiunto e freddato dalle forze di polizia, ci si rende conto che quel bambino ha l’aspetto di un anziano e uno sguardo ascetico che sembra guardare altrove. Spaventato dall’uccisione del suo protettore, il bambino anziano urla e svanisce nel nulla. La sua voce distrugge tutti i palazzi circostanti, lasciando allibiti i giovani motociclisti che assistono alla scena. Tra di essi, si distinguono, in particolare, Kaneda, giovane capo di una gang di motociclisti, in apparenza duro, ma, in realtà, altruista e generoso nei confronti degli altri, e Tetsuo, il componente più giovane della gang, diviso tra l’ammirazione e l’invidia per il suo mentore, chiuso, tendenzialmente violento e fanatico. Dopo essersi scontrati contro una banda motociclista rivale, Tetsuo si imbatte nel bambino anziano già incontrato, ma nel tentativo di inseguirlo rimane gravemente ferito in un incidente. Mentre la sua banda tenta di soccorrerlo, appare l’esercito (il Giappone è gestito da una dittatura militare che ha preso il potere con un colpo di stato in questa ricostruzione distopica), che preleva Tetsuo e lo sottopone ad una serie di esperimenti di laboratorio. Tetsuo viene attaccato ad un misterioso macchinario che reca evidente la scritta “Akira” e inizia ad avere una serie di allucinazioni, dove conosce i tre bambini anziani definiti “esper”, cioè degli individui con capacità extrasensoriali e paranormali, creature superiori in grado di connettersi con un’entità divina e onnipotente, unica detentrice di tutte le risposte, di nome Akira, appunto. Mentre Tetsuo inizia il suo viaggio divino, che lo porterà a scoprire le sue capacità extrasensoriali e ad accogliere in sé Akira stesso, Kaneda e i suoi compagni si mettono alla sua ricerca, nel tentativo di liberarlo dai militari, e si imbattono in Key, una ragazza misteriosa e solitaria, che si rivela essere una spia di un’organizzazione ribelle e anarchica, che sta indagando sul “progetto Akira”, un fondo per cui lo Stato continua a stanziare investimenti e che pare connesso con l’esplosione nucleare di 30 anni prima e con le sorti della guerra. Appreso ciò, Kaneda tenta di salvare l’amico, ma Tetsuo, nel frattempo, si è votato ad un piano personale, che è delirio di onnipotenza e delirio di distruzione, accogliendo in sé tutto il potere di Akira e accettando di perdere la propria umanità per diventare egli stesso una creatura amorfa e informe, ospite della misteriosa e divina entità, che si rivela essere una costruzione criogenetica di fili e tessuti umani, disponibile ad esplodere e, quindi, a farsi esplodere e a distruggere l’umanità per ricrearla dalle fondamenta.

E, a questo punto, lo scontro con Kaneda diventa di una rilevanza particolare, perché adombra lo scontro titanico tra essere umano ed entità ignote, divine, malefiche, distruttive ed autogeneranti, che l’essere umano, sbagliando, crede di poter contenere, ma che lo prevaricano e lo divorano, agendo dall’interno delle proprie aspirazioni e delle proprie emozioni. Senza morale e senza forza interiore, l’uomo che crede di poter accogliere in sé Akira diventa divinità, ma una divinità distruttiva e apocalittica che rende l’uomo stesso un’Apocalisse. Come riprendendo la teorizzazione di Ivan Karamazov nel romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, l’uomo senza morale e senza Dio può tutto, ma è una potenza degenerante e cattiva che lo porta verso il male e, rendendo possibile il parricidio, lo trasforma in divinità distruttiva, fino a portarlo alla sua totale estinzione, al suo annullamento fisico e spirituale.

La speranza, però, c’è e rimane intatta, rappresentata da Kaneda e, in parte, anche da Key, ovvero da coloro che non si sono piegati alla bruttura morale del mondo, ma che, pur comprendendo i propri limiti, tentano non di distruggerlo, ma di ricostruirlo da capo, anche dopo una violenta tempesta nucleare, partendo dalla base dell’umanità e della comune fratellanza. Kaneda, al contrario di Tetsuo, non ha aspirazioni divine e non desidera colmare il suo corpo con l’entità superiore con cui entra in contatto, ma, mantenendosi distante, parte dal basso, dall’essere umano stesso, nel tentativo di elevarlo e di portare equilibrio nel caos con la scoperta della morale, quasi un’etica kantiana, in assenza della quale la comprensione del divino diventa cieco fanatismo (come quello di Tetsuo, ma anche del gruppo di violenti credenti che mi hanno ricordato molto i seguaci di Hellbound). La speranza, accompagnata dalla morale, rimane, anche quando il fanatismo amorale si annulla in se stesso e scompare, ed è la vera risposta per fronteggiare il male del mondo.

C’è anche una lettura politica e pragmatica che è possibile aggiungere: Tetsuo è il Giappone del dopoguerra, quello colpito dalle bombe atomiche, dal fanatismo politico e dalla sconfitta, il Giappone ferito e tradizionale che ha dovuto piegarsi al gioco della morale occidentale, ma che non comprende più se stesso, rischiando l’esplosione e l’implosione, mentre Kaneda è il Giappone moderno, quello che dovrebbe venire fuori da un avvicinamento fraterno tra i popoli, che si basa su un’etica transnazionale e omnicomprensiva e che parte dal valore dell’uomo stesso. E, infine, Tetsuo è anche la tecnologia e l’innovazione incontrollata e senza limiti, la cosiddetta Bomba, che porta la novità e brucia la certezza di ogni cosa, destabilizzando le fondamenta, mentre Kaneda è l’Uomo, ovvero l’essere umano nelle sue fragilità e nelle sue miserie, nello splendore che lo caratterizza anche nella debolezza e che lo forgia.

Il film anime Akira, scritto e diretto da Katsuihiro Otomo e considerato ancora il suo capolavoro, è basato sull’omonimo manga di Otomo del 1982 ed uscì nelle sale cinematografiche giapponesi e non solo proprio nell’estate del 1988 (ovvero quando inizia la storia narrata nell’anime). Fu uno dei film più costosi mai prodotti in Giappone e tuttora ne rappresenta un vero e proprio cult del genere, imperdibile per gli appassionati. Nel 2021, in concomitanza con le Olimpiadi di Tokyo, il manga è stato riedito in nuovi volumi, mentre il film è stato ripulito e ha raggiunto in questo modo i canali di streaming di tutto il mondo.

Un’ultima curiosità sul termine Akira, con cui viene definita l’entità criogenetica e divina che sovrasta tutto il film. In giapponese il termine akira vuol dire “brillante, luminoso, chiaro” e può essere scritto con kanji differenti a seconda dell’accezione che si intende dare al termine. Il titolo del film, in originale, però, è scritto in katakana (アキラ), ovvero secondo la pronuncia, in modo che ognuno possa accostare il significato e l’accezione più consona a ciò che rappresenta. Come un modo diverso di percepire la presenza trascendente della divinità.

Consigliato: ai cultori degli anime e del genere fantascienza distopica e cyberpunk; a tutti coloro che hanno amato Philip K. Dyck e, in particolare, le sue narrazioni in Blade Runner e Minority Report (perché i riferimenti fioccano); a chi vuole scoprire un gioiello dell’animazione anni ’80 che ha ridefinito i canoni.

Captain-in-Freckles

One More Time – Un giorno rivissuto all’ infinito

“Non ci si accorge dell’importanza di qualcuno finché non lo si perde per sempre”.

Con questa frase il protagonista di questa serie ci pone davanti ad una riflessione esistenziale, nonché al fulcro della storia e a ciò che ci vuole davvero trasmettere.

Un drama romantico dalle tinte soprannaturali che ci insegna a riflettere sulla vita, sui rimpianti, sulle possibilità e, nei suoi otto episodi si divincola tra immagini liriche, che nascondono malinconia e sofferenza, e apparizioni oniriche e significative che, a termine della serie, vi faranno ancora ripensare, per tutti i giorni seguenti, cercando di dare una spiegazione a qualcosa che, forse, è rimasto irrisolto o solo smarrito nel tempo.

E’, difatti, il tempo il vero protagonista della storia di questo drama, il tempo perduto, il tempo da recuperare e quello che invecchia con noi, il tempo che chiediamo quando ci accorgiamo di non aver terminato qualcosa e quello che vorremmo dilatare per stare accanto a qualcuno a cui vogliamo bene.

Yoo Tan, interpretato da Kim Myung-soo ( L del gruppo musicale degli “Infinite” e già visto in “Meow, ragazzo segreto” e “Angel’s Last Mission: Love”) è il leader della band indie rock, “One More Time”, da sette anni insieme alla sua fidanzata Moon Da-in (interpretata da Yoo So-hi), una ragazza all’ apparenza fragile e riservata e che, a differenza del protagonista, sembra non avere sogni e ambizioni.  La relazione tra i due ragazzi, infatti, sembra essere giunta al capolinea nonostante Da-in faccia parte integrante della band e lo stesso Yoon Tan, quasi non vorrebbe lasciarla. Il ragazzo, però, è insofferente della sua vita, della sua carriera, che non riesce a spiccare il volo, e dell’ormai poco sentimento che prova per la fidanzata che negli anni precedenti lo aveva, invece, ispirato nella composizione di alcuni brani musicali. Una sera, durante un’esibizione, Yoon Tan, emotivamente provato dall’ansia del cambiamento, dalle delusioni della vita, dalla noiosa ripetitività della sua relazione, con uno scatto di ira, scatena una rissa, scioglie la band e lascia la fidanzata, poi, esagitato, si reca nel luogo del loro primo incontro quasi per porre fine alla sua vita, ma, nel momento più teso e drammatico, chiede aiuto e vede venirgli avanti una bambina vestita di rosso. Da qui in poi la vita di Yoon Tan cambierà. Con l’aiuto della bambina la sua vita prenderà un’altra svolta, il giorno dopo, infatti, viene chiamato da un’importante casa discografica che gli propone un prestigioso contratto e la possibilità finalmente di sfondare nel panorama musicale: unica condizione è quella di abbandonare la sua band e la fidanzata. Il nostro protagonista accetta la proposta, vive intensamente quella giornata, ma il giorno dopo si trova di nuovo immerso nel 4 di ottobre a rivivere gli stessi identici eventi. La situazione continua così, Yoon Tan, in realtà, si trova intrappolato in un loop temporale che lo soffoca e pian piano lo porta a dimenticarsi delle sue sicurezze, dei suoi affetti, della stessa Da-in sulla quale, invece, incombe un destino crudele. Nel momento in cui viene lasciata, infatti, la ragazza è vittima di un incidente in cui perde la vita e ogni 4 ottobre accade la stessa identica cosa.

Quando Yoon Tan si accorgerà del rischio al quale incorre ogni giorno Dan-in cercherà di porre rimedio, tentando di cambiare gli eventi ogni giorno per non rivivere la stessa fine, ma inutilmente. Da qui in poi, mentre Yoon Tan ci sembrava essere il solo protagonista, la visione della storia passa a Dan-in, per cui rivivremo dagli occhi di lei gli eventi, le scelte, il passato, il primo incontro dei due ragazzi, i primi anni di speranza nel cercare la felicità. Perché Da-in sembrava una ragazza senza ambizioni? E’ davvero solo questo che voleva dalla vita oppure ha già chiesto alla vita qualcosa? Chi è quella bambina vestita di rosso e cosa simboleggia? Riuscirà Yoon Tan a salvare Da-in dal fato crudele e ad uscire entrambi dal loop temporale in cui sono stati incastrati?

E’ normale che qui termino il racconto della trama perché svelerei troppo e i colpi di scena sono ancora molti, ma pensate che il titolo del drama, “One More Time”, è davvero significativo, corrisponde al nome della band e alla canzone portante cantata dal protagonista, ma  composta da Da-in, per cui vi invito a recuperarla e a pensarci un po’, anche perché chi la canta non è colei che l’ha scritta e qui finisco di raccontare altro. Pensate solo che il drama è conosciuto anche con il titolo “ The Day After We Broke Up “ che mette in luce, invece, l’importanza della relazione dei due protagonisti che pian piano si fa sempre più chiara, una storia d’amore che dopo sette anni è destinata a terminare e poi forse a rinsaldarsi a costo di lottare contro le barriere spazio-temporali.

Un drama fantasy, a metà tra il soprannaturale e il romantico, una colonna sonora molto bella, delle interpretazioni che convincono e coinvolgono e, poi, l’infinita lotta contro il destino, la corsa per cambiare il finale della giornata, quell’ “effetto farfalla” in base al quale alcune variabili, anche in un contesto complesso, possono essere l’elemento imprevedibile che può cambiare o modificare un evento.

Qualche tempo fa si parlava di una seconda stagione, ma ancora non si sa niente e, anzi, devo ammettere che, secondo me, la storia potrebbe aver trovato la giusta conclusione così.

Vi ho incuriositi un po’?

Memoru Grace

Mad for Each Other (ovvero la reciproca guarigione contro la violenza del mondo)

“Le giornate di pioggia fanno uscire matti”

Con quest’incipit breve e incisivo si apre una serie coreana atipica e sui generis, che inizia come una commedia stralunata e quasi grottesca per, poi, addentrarsi in diversi messaggi complessi e quanto mai attuali, che si insinuano in modo blando e scuotono dalle fondamenta una società malata, priva di umanità e dominata dalla violenza, dove si tende a non osservare il prossimo e ad aumentarne le sofferenze. La bellezza di questa serie è che, in ogni caso, presenta la sceneggiatura di una commedia degli equivoci, brillante e coinvolgente, con due personaggi protagonisti che impariamo a conoscere e ad apprezzare proprio nelle loro apparenti stramberie sin dal loro primo incontro, durante una pioggia che fa diventare matti (nel vero senso della parola).

Noh Hwi-oh (interpretato dalla mobilissima faccia di gomma di Jung Woo, attore che vale la pena recuperare anche nel recente Model Family e che ha una bravura comunicativa incredibile) è un poliziotto, che, dopo aver aggredito in modo violento uno spacciatore che aveva colpito il suo collega, è stato sospeso temporaneamente ed è stato mandato a consulto psichiatrico. La diagnosi è che soffre di un disturbo depressivo da trauma, che aumenta i suoi scatti di ira e gli rende difficile gestire la rabbia. Lungo il cammino per raggiungere la psichiatra, s’imbatte in Lee Min-kyung (la bravissima Oh Yeon-seo di A Korean Odyssey e di Cafè Minamdang, che qui dà il meglio di sé), la cosiddetta “pazza del quartiere”, che va in giro con enormi occhiali da sole anche in piena notte e un fiore appuntato sopra l’orecchio in mezzo ai capelli arruffati. Anche Min-kyung va dalla stessa psichiatra di Noh Hwi-oh per una serie di disturbi ossessivo-compulsivi da trauma non rimosso, che hanno cementificato in lei timori, ansie, paure, insicurezze e psicosi varie. Per una serie di equivoci (che culminano quando i due scoprono pure di essere vicini di casa), Min-kyung scambia Noh Hwi-oh per un maniaco e cerca in tutti i modi di denunciarlo o, comunque, di coalizzare il vicinato contro di lui, fomentando, ovviamente, i suoi scatti di rabbia. I due iniziano nel peggiore dei modi una strana e scapestrata amicizia, che si trasforma presto in un tenero affetto, di quelli in cui non è necessario parlare, perché ogni piccolo gesto e ogni piccolo sguardo da soli significano molto. Min-kyung e Noh Hwi-oh si aprono l’una con l’altro, dialogano, portano a galla i propri timori e le proprie sofferenze, i traumi del passato e le ansie per un futuro che vedono in modo poco chiaro, in uno scambio emotivo che diventa una reciproca guarigione. Più di qualsiasi visita dalla comune psichiatra, può il loro legame nell’affrontare e superare i propri spettri della vita e nel comprendersi a vicenda, anche e nonostante le piccole idiosincrasie che li affliggono, per arrivare a riniziare ad amare in modo profondo, quando nessuno credeva più di poterlo fare, e a ritornare ad essere ammessi nel consorzio sociale.

E qui arriva la bomba, quella tragedia che temevano già all’inizio nel traumatico passato di Min-kyung e che è alla fonte delle sue stranezze, che inizialmente ci avevano fatto sorridere (“Non ti sembro pazza? Voglio che le persone mi evitino“): Min-kyung, in realtà, è una donna vittima della violenza del suo ex partner (interpretato da un agghiacciante Kim Nam-hee di Sweet Home e The Law Cafè, che ho faticato quasi a riconoscere). Nel suo recente passato, c’era una brillante carriera lavorativa, un aspetto invidiabile e quasi superbo e una relazione in cui credeva intensamente con un uomo, che, a sua insaputa, era sposato. Una volta conosciuta la realtà (attraverso la bocca della moglie legittima) ed esposta al pubblico ludibrio della società (che l’aveva derisa e giudicata per il suo comportamento), Min-kyung aveva tentato di lasciare il suo partner, che, però, aveva reagito alla rottura, prima, minacciandola di diffondere foto e filmati della loro vita intima registrati a sua insaputa, e, dopo, picchiandola selvaggiamente nel tentativo di ucciderla. Min-kyung, pur sola e salva per miracolo dal violento pestaggio, aveva trovato il coraggio di denunciare quell’uomo che aveva creduto di amare e, così, era stata bersagliata nuovamente da un linciaggio sociale e mediatico senza pari, accusata di essere una falsa vittima, una rovina famiglie, una poco di buono, una tentatrice per uomini perbene. “Come ha fatto a vivere e a reggere a tutto questo da sola?“, si chiede Noh Hwi-oh, quando viene a conoscenza dei fatti e recupera il fascicolo del caso, decidendo non solo di non abbandonare Min-kyung, ma di lottare con lei, fianco a fianco, a superare le avversità, anche quando l’ex partner violento riappare nella sua vita.

In 13 intensi e relativamente brevi episodi e con dialoghi brillanti e quasi giocosi, Mad for Each Other ci pone davanti ad una serie di tematiche, ognuna delle quali meriterebbe una trattazione a sé: l’importanza della salute mentale, il superamento dei traumi, la coesione sociale, la violenza sulle donne da parte dei partner, il revenge porn, il cyberbullismo, le fake news, gli haters sui social, lo stalking. Per questo motivo, l’ho trovato un drama benefico e catartico, la cui visione è caldamente consigliata perché invita a riflettere su una piaga della società odierna, la violenza contro le donne, che trova il suo apice nel femminicidio. Con questo termine, usato per la prima volta con quest’accezione dall’antropologa e sociologa americana Jane Caputi nel 1990, s’intende la “uccisione di una donna da parte di un uomo per motivi di odio, disprezzo, piacere o senso di possesso delle donne” ed è legato ad un’idea di “violenza strutturale” nei confronti di una persona di genere femminile, che trova la sua espressione in un insieme di gesti violenti, che tendono a minare la sicurezza femminile, ad isolarla e a porla in un rapporto dove il partner maschile assume il ruolo di padrone e possessore della vita altrui. Nonostante in tutto il mondo si moltiplichino ogni anno le iniziative per sensibilizzare sull’argomento e per demonizzare comportamenti di una mascolinità abusiva che rischia di sfociare in atteggiamenti di violenza, ogni anno si contano migliaia e migliaia di vittime di femminicidio in diversi paesi, creando quello che di fatto oggi è diventato un fenomeno dilagante che gli stessi governi tentano di arginare. Non mi piace la parola “fenomeno”, come non mi piace nemmeno la parola “femminicidio”, che ha in sé l’alone stigmatizzante della donna come agnello sacrificale. Non mi piacciono questi termini e non li vorrei nemmeno sentire pronunciare, come non vorrei sentire imperversare notizie relative a donne che continuano a rischiare la propria vita per la colpa di avere amato e di essersi fidate dell’uomo sbagliato e che spesso si vedono anche condannate da una società che si è dimenticata cosa sia la compassione. Sono termini che non mi piacciono perché vorrei che non esistessero i fatti che li alimentano, ma di cui è necessario parlare perché questa piaga sia sradicata per sempre dalla società. La donna muore e subisce violenza due volte, nell’uccisione fisica e morale da parte del suo aggressore e nel linciaggio e/o nell’oblio della società, che interviene condannando il comportamento della vittima, quasi come se fosse in parte responsabile di aver causato quella violenza su se stessa. Senza rendercene conto, la violenza nei confronti della donna parte dai minimi atteggiamenti, dalle cattiverie dette senza pensare, dalla battuta sessista e falsamente bonaria, dal falso buonismo e pietismo e dalla cultura della prevaricazione che ci è stata radicata da secoli. Per cui, è necessario parlarne e smontare determinati tabu, perché solo un controfenomeno culturale può demonizzare ed eliminare, seppur con lentezza, questa brutta pagina sociale.

Consigliato: a tutti, perché è una serie coraggiosa che sa parlare di traumi, di violenza e di salute mentale con sobrietà e con il sorriso e perché i due protagonisti sono due adorabili e fragili folli, che, nelle loro fragilità, riescono a trovare un perfetto ed armonioso equilibrio, guarendosi l’un l’altra con una delicatezza rara e toccante.

Captain-in-Freckles

Old Enough! – Una giornata da grande

Secondo il principio montessoriano, il bambino va educato a fare da solo perché la sua autonomia è una conquista dovuta al superamento di problemi quotidiani da risolvere e difficoltà di ogni giorno, per cui il genitore deve rendere il bambino protagonista delle proprie azioni. Il bambino deve provare e sperimentare in prima persona e l’adulto non deve mai fargli mancare la fiducia fin dai primissimi anni di vita.

La prima volta che ho visto “Old Enough!” ho pensato che fosse quasi una concretizzazione del principio pedagogico montessoriano.

“Old Enough!” è un programma che potrete trovare nel catalogo Netflix, ma in realtà si tratta di una selezione di venti episodi di un programma che va avanti da trent’anni ed è trasmesso in Giappone dalla Nippon tv.

Il format televisivo, che può sembrare in apparenza semplice, ha una complessità e una profondità molto rare, non solo ci accosta alla cultura giapponese e alla scoperta di luoghi meravigliosi, quasi mai megalopoli, anzi, di solito piccoli centri rurali, paesi costieri, ma ci lascia nel frattempo dei concetti molto importanti: responsabilità, autonomia, educazione e compartecipazione alla vita familiare e sociale.

Il programma, che trae ispirazione da un libro illustrato per l’infanzia di Yoriko Tsutsui e Akiko Hayashi e pubblicato nel 1976, segue le imprese di alcuni bambini dai due ai sei anni che devono svolgere da soli delle commissioni richieste dalla loro famiglia, il tutto mentre una troupe televisiva li segue. La caratteristica più simpatica è che le telecamere sono “mascherate” da oggetti normali e i cameramen sono vestiti da persone comuni, elettricisti, signore che si recano a fare la spesa, etc…Tutto questo serve per non destare curiosità nei bambini protagonisti dell’episodio e per non farli distrarre dalla loro commissione da svolgere. Ogni tanto, però, qualche bambino rivolge loro la parola anche solo per chiedere informazioni o suggerimenti come farebbero con qualsiasi vicino di casa che incontrano per strada.

Mentre proseguiamo con la visione del programma, ci accorgiamo che i bambini coinvolti acquisiscono subito la responsabilità della commissione da svolgere e, mentre si accingono a rispettare la consegna, si impadroniscono di un’autonomia tale da renderli sicuri delle proprie azioni, dei pericoli e delle difficoltà da affrontare. Attraversare da soli la strada diventerà una conquista e il bambino starà attento a quanto insegnato dai genitori e capirà che i consigli e i suggerimenti delle persone più adulte sono importanti. Questo è un principio saliente dell’educazione perché, dopo la conquista dell’autonomia e della responsabilità, il rispetto verso le altre persone, soprattutto più anziane, diventa fondamentale; spesso, infatti, durante il viaggio per svolgere la commissione, il bambino chiederà aiuto alle persone che incontrerà per strada o nei negozi e dovrà salutare e ringraziare con gentilezza ed educazione. Sarà compito, poi, degli adulti, a partire dal genitore, dare fiducia al bambino per non farlo disamorare e incoraggiarlo passo per passo a raggiungere lo scopo.

Infine, l’altro obiettivo didattico di questo programma è educare il bambino a compartecipare ai bisogni della vita familiare, per esempio chiedendogli di andare a comprare verdure e alghe per la sorellina piccola, come succede alla bambina protagonista della storia ambientata sull’isola di Soda, Hinako, premurosa sorella maggiore di quattro anni.

Non mancheranno disguidi, difficoltà da fronteggiare come nella storia ambientata ad Hakodate, città portuale nella zona sud-occidentale della prefettura di Hokkaido, dove la caduta per strada del pesce appena pescato dal papà di Sota, mette in crisi il bambino che dovrà difendere il pesce da un eventuale latrocinio da parte di un gatto che osserva da lontano la scena ed è pronto ad intervenire o la piccola Miro che si dispera per non aver trovato il negozio dove ritirare l’orologio di mamma e, sotto una pioggia battente, con il tifo di tutta la comunità, dopo aver superato un momento di sconforto e di pianto, riprende in mano la situazione e con orgoglio affronta la strada e raggiunge il negozio portando a compimento lo scopo.

Non si può fare a meno di emozionarsi per ogni storia raccontata, per ogni cammino intrapreso da questi piccoli meravigliosi eroi che provano la loro indipendenza, la loro pazienza e sopportano con diligenza e coraggio ogni prova che si presenta loro e ammetto che in molti episodi mi è scesa qualche lacrima, come per la storia Hana, il cui papà è morto in un incidente sul lavoro quando la bambina aveva appena due mesi. Ogni giorno Hana guarda il cielo da casa sua e pensa al papà e lo sente come suo angelo protettore che l’aiuta anche nella missione di affrontare il buio di un incubatoio per prendere un pesce che serve per il ristorante di famiglia.

Nei quindici/venti minuti di ogni puntata la camera seguirà il viaggio di ogni bambino alla conquista della propria indipendenza in un vero e proprio percorso di crescita e immortalerà la prima grande avventura della loro vita!

Memoru Grace

Juvenile Justice – La Giudice (ovvero delle possibilità e dei limiti di giustizia e riabilitazione)

“Provo profondo disprezzo per i giovani criminali”

Laconica e algida, la protagonista di questo drama si presenta così, guardando fisso in camera dall’alto verso il basso e gelando con una sola apodittica frase non solo chi condivide la scena con lei, ma anche lo spettatore, che, come me, aveva pensato di iniziare un legal drama semplice e scorrevole, composto da diversi casi quasi da risolvere come un detective, e che, invece, si trova di fronte una protagonista che non ha alcuna intenzione di accattivarsi qualcuno con la simpatia e la buona parola e una riflessione ardua ed eticamente complessa sulla giustizia e sulla sua applicazione nella riabilitazione dei minori (non a caso il titolo internazionale è proprio Juvenile Justice, ovvero Giustizia Minorile). Proprio per questo motivo, la visione di questo drama è una lenta e profonda immersione nel mondo contemporaneo, che, nonostante e malgrado gli applauditi sviluppi e le aperture moderne, si presenta moralmente rozzo nei confronti di un’età infantile e adolescenziale, che tende a comprimere, a modellare, a coercere e ad accelerare allo stesso tempo, come in una combustione termodinamica, senza preoccuparsi minimamente di affrontare un dialogo rieducativo e umano e, pertanto, senza dare identità e dignità vera ai volti dei minori, giovani sull’orlo del fallimento, della sfida e dell’autodistruzione, ma anche esseri umani sospesi tra un bene e un male che oggi non riescono più a discernere.

Shim Eun-seok (un’immensa Kim Hye-soo di Tazza, Hyena e Under the Queen’s Umbrella, una di quelle veterane attrici coreane, che non avrebbero nemmeno bisogno di comprimari per sostenere la scena), brillante giudice priva di sorriso con la fama di inflessibile applicatrice della legge (per cui i colleghi la chiamano “Giudice Massimo”), ha chiesto da poco trasferimento presso il Tribunale dei Minori. Dimostra da subito, dietro la sua maschera integerrima, la sua avversione per i crimini compiuti dai minori, la cui efferatezza e i cui futili motivi spesso superano l’inimmaginabile, non nega mai la sua profonda antipatia per i giovani criminali e spesso anche per le loro famiglie, che, con la loro assenza, il loro falso permissivismo e il loro disinteresse, hanno fallito nella missione basilare di fornire quei precetti educativi minimi per integrare nella civiltà i propri figli. Tuttavia, senza mai farsi interferire dalla sua opinione (nonostante certi rimproveri che elargisce dallo scranno e con cui riesce a far pentire tutta l’umanità presente di qualsiasi cosa) e senza farsi influenzare da un’esperienza traumatica del suo passato (che ha segnato la morte del figlio), non solo cerca di applicare onestamente e correttamente la legge ad ogni singolo caso, ma decide anche di comprendere l’eziologia del fatto criminoso, ovvero di scandagliare, caso per caso, l’animo e la mente di tutte le persone coinvolte, vittime e carnefici compresi. In questo non semplice lavoro di ricostruzione dell’evento e del fattore psicologico presente dietro di esso, è coadiuvata, in particolare, dal collega più giovane, il giudice a latere Cha Tae-joo (Kim Mu-yeol, il co-protagonista del film thriller Forgotten), che, al contrario, le esperienze traumatiche di un’infanzia difficile hanno trasformato in un giudice compassionevole e fortemente empatico, che crede fortemente nella bontà di fondo dei giovani criminali e nel ruolo rieducativo e riabilitativo della giustizia per reintegrarli in società. “Perché il giudice deve essere coinvolto anche quando il processo è finito? Credo che lo scopo della Giustizia Minorile sia di fornire una struttura adeguata dove i ragazzi problematici possano riformare se stessi e diventare dei cittadini migliori“, afferma già al primo episodio Shim Eun-seok; “Nessuno si occupa di questi ragazzi. Per cui è compito di noi giudici dare loro una seconda possibilità“, le risponde come suo naturale contraltare Cha Tae-joo.

Le discussioni etiche tra i due giudici e gli scontri a cui vanno incontro sia nei confronti del mondo esterno che riguardo il sistema della giustizia sono il vero fulcro intorno a cui ruota la dialettica di tutto il drama, con l’intento non solo di ricostruire ogni singolo caso, ma anche di fornire una giusta misura di valutazione per affrontare l’impatto psicologico, emotivo e morale di tutti coloro che ne sono coinvolti. Shim Eun-seok e Cha Tae-joo si troveranno non solo davanti a casi di minori abbandonati e abusati dalle proprie famiglie o da parte degli adulti che li avevano in carico, ma anche davanti a casi di un abbruttimento morale dei minori stessi, violenti carnefici che la società ha prodotto e ha fomentato: l’omicidio di un bambino, compiuto da minori al di sotto dell’età imputabile per pura curiosità e quasi per divertimento; lo stupro di gruppo di adolescenti nei confronti di una compagna di scuola; la rivolta delle ragazze di una casa-famiglia, che reagiscono contro la propria benefattrice perché non sono in grado di reagire contro chi le ha trasformate in questo modo; la prostituzione dilagante, vista come una fonte di sostentamento normale da parte di molti minori abbandonati, quasi in spregio alla propria dignità personale; il bullismo violento e arcigno che direziona un gruppo nei confronti di un soggetto avvertito come più debole.

In dieci episodi, apparentemente brevi (poco meno di un’ora ad episodio), il drama La giudice (소년 심판,  Sonyeon simpan) indaga sul mondo della criminalità minorile della Corea del Sud, fornendo una riflessione attuale che può essere applicata ovunque, in una società che corre disperatamente, ma che non ha il tempo per vedere e curare i propri figli. Minori abbandonati a se stessi e alle proprie pulsioni, non in grado di prendere decisioni sane, tendenti al male, che credono essere l’unica via possibile, corrotti moralmente, perché la stessa società, dopo averli voluti in questo modo, affonda il coltello in una ferita dell’anima che diventa irreparabile, quasi un punto di non ritorno. E la giustizia, in questa diatriba, si trova impotente nei mezzi e nelle decisioni: meccanica applicazione di norme, ma quasi non in grado di correggere l’abisso morale che si è creato e, di conseguenza, pericolosamente incapace di riabilitare e reintegrare i propri giovani, spingendoli in un vortice nero. Ogniqualvolta un giovane si trova di fronte alla decisione di compiere il bene o il male e sceglie, senza indugio, il male, magari reiterandolo e giustificandone la scelta, è un fallimento di tutta la società, che si è eclissata nel suo compito di educare: “I bambini non crescono da soli. Oggi sono stati puniti i bambini, ma il peso di questo crimine deve essere sentito allo stesso modo dai loro genitori e dai loro tutori. (…) Se i genitori non fanno un minimo sforzo, i figli non saranno mai in grado di cambiare“, ammonisce dal suo scranno la severa giudice protagonista, a cui due minori sbandati hanno ucciso in passato il figlio, solo per il gusto di vederne l’effetto, e scava nel profondo una riflessione che ci fa rabbrividire. Come fanno dei ragazzi così giovani a delinquere e a scegliere il male? Come possono, una volta intrapresa la strada della malvagità, perseverare in tal modo? E come è possibile che, improvvisamente, tutta la società, tutti gli adulti che avevano il compito di insegnare loro come agire nel mondo si sono dimenticati della loro presenza, si sono addormentati, come se non li conoscessero, lasciandoli soli nelle decisioni più importanti, in una falsa e ipocrita libertà, che ne è disinteresse morale? “Più a lungo vivono per strada, più soldi avranno bisogno. E più soccomberanno alla tentazione. I crimini giovanili non sono solo crimini che vengono commessi. Sono crimini che penetrano nella società“.

Postilla finale: l’attrice protagonista, Kim Hye-soo, è un vero monumento vivente al teatro in Corea del Sud, risultando una delle attrici più premiate di sempre (con ben 108 nominations e 56 premi collezionati, praticamente è la Meryl Streep di Seoul), ed è stata anche la mentore e il modello di diverse attrici più giovani che sono state alla sua scuola, tra cui Son Ye-jin e Han Ji-min.

Consigliato: con una certa parsimonia, perché è una visione che mette in crisi e svuota completamente, ma che fa riflettere, distruggendo quelle fittizie certezze con cui appaghiamo e nascondiamo la bassezza morale presente nella società, ma che, tuttavia, dovrebbe essere somministrata in dosi massicce in cineforum per studenti e anche per adulti.

Captain-in-Freckles

Mirai – Un inno delicato sull’affetto tra fratelli

“Mirai no mirai” lett. “Mirai del futuro”, diretto da uno dei registi più bravi della nuova generazione, Mamoru Hosoda, è un film d’animazione candidato all’Oscar nel 2019 e la candidatura è stata meritatissima così come anche gli apprezzamenti ricevuti in tutto il mondo.

Kun, è un bambino di quattro anni che, come tutti i fratelli maggiori, deve affrontare l’arrivo di un nuovo membro della famiglia, nel suo caso, una sorellina, chiamata dai genitori, Mirai, che in giapponese significa “futuro”. All’inizio Kun ha tante aspettative, pensa, infatti, che la sorellina possa essere una nuova compagna di giochi, ma quando viene richiamato dai genitori e dagli adulti che gli ricordano che la sorella è appena neonata e non può giocarci, Kun si isola e inizia a provare gelosia per questa nuova creatura che, non solo gli ha portato via l’amore di mamma e papà, ma che lo ha privato dell’attenzione da parte di tutti. Nessuno più pensa a Kun, a nessuno interessa dedicargli del tempo, ormai è nata Mirai e i genitori non hanno che occhi per lei.

Ad un tratto succede qualcosa, forse una magia o un salto temporale, molto caro al regista Mamoru Hosoda che ci aveva già incantati con “Wolf Children” e “The Boy and the Beast”.

Cosa accade al piccolo Kun? In un viaggio al di là del tempo e delle dimensioni spazio-temporali, Kun intraprende un percorso introspettivo e ricco di simboli e di metafore dove si imbatte in una persona che crede di conoscere e che infatti si rivela essere proprio Mirai, ormai quattordicenne che diventerà la sua guida aiutandolo a conoscersi e ad accettare se stesso. In questo viaggio inimmaginabile, Kun cercherà di affrontare le paure di ogni bambino e, oserei dire, anche di ogni adulto che ricorda di essere stato bambino: perdersi e non ricordare più la strada di casa, non riuscire più a rammentare il viso e i nomi dei genitori, sentirsi inadeguato in ogni situazione soprattutto quando gli adulti chiedono di comportarsi bene e dimostrare di essere “il grande di casa” e di dare il buon esempio ai più piccoli.

Cosa si richiede ai bambini come Kun e a tutti quelli a cui nasce un fratello o una sorella? Crescere in fretta.  Kun ne è consapevole e ne ha paura, la sua paura che è rappresentata dal treno che conduce alla “Terra dei Bambini soli”, l’inferno per i bambini che vengono trovati soli in stazione. Un incubo all’interno del sogno.

Mirai, però, si rivela come la chiave della sua salvezza, anzi, solo la Mirai del futuro aiuterà Kun alla scoperta della cooperazione tra fratelli e a riconoscere l’affetto e la fiducia che li possa legare.

In questo lungo percorso metaforico Kun conoscerà i genitori da bambini e capirà che anche loro hanno dovuto affrontare diverse difficoltà. Sarà, poi, affascinato dalla figura carismatica del bisnonno che gli darà le direttive per vivere e vincere ogni timore. Parenti e persone del passato interverranno nel viaggio del bambino così come la famiglia del futuro e, nel frattempo, l’elemento sempre uguale che osserva la ciclicità delle generazioni è rappresentato dall’albero secolare in giardino.

Il viaggio di Kun è un viaggio da cui si esce svuotati, ma consapevoli di aver acquisito nuove conoscenze e di aver appreso il valore dell’affetto e dell’unione tra fratelli, la vera ricchezza che il bambino capirà nonostante la giovanissima età.

Nessuno vuole dimenticare o escludere Kun dalla propria vita, i genitori continuano a volergli bene e d’altra parte, quando rivedrete il film o lo recupererete per la prima volta, potrete far caso che le prime sequenze del film presentano Kun nei suoi primi giorni di vita con i genitori che lo accudiscono e gli dedicano moltissimo tempo, perché anche Kun era ed è sempre stato desiderato da entrambi i genitori solo che non lo ricorda perché ancora bambino.

Un film dedicato ai fratelli e alle sorelle maggiori, alle loro paure, al loro timore di sentirsi da soli, abbandonati e inadeguati di fronte alla società che pretende da loro comprensione e maturità.

Un film dedicato ai fratelli e alle sorelle minori che, nonostante tutto, hanno da sempre preso per scontato la presenza dei fratelli e delle sorelle maggiori e non hanno mai dubitato del loro amore.

Un film dedicato ai genitori che ricordano di essere stati bambini e di aver pensato come bambini anche nelle piccole gelosie e insicurezze e difatti non esiste un manuale per diventare genitori, ma esiste il ricordo di essere stati bambini.

Mirai è un film d’animazione dello Studio Chizu che vale la pena recuperare per riflettere, anche dopo molto tempo, sull’importanza degli affetti familiari e sulla paura di crescere fin dai primi anni di vita che va superata anche grazie alle generazioni passate e alla cooperazione tra fratelli che, anche se diversi, riusciranno a trovare un modo di incontrarsi anche in altre eventuali dimensioni.

Memoru Grace

L’avventura di Rilakkuma al parco dei divertimenti – Le piccole cose belle

Non posso nascondervi la mia felicità nel sapere che era prossima una nuova stagione di Rilakkuma e, con un certo senso di malinconia e affetto, ricordo che sul blog il mio primo articolo per la rubrica delle serie è stato proprio “Rilakkuma e Kaoru”.

La particolarità di questa stagione è che non si tratta semplicemente di un sequel, ma di un nuovo capitolo a sé stante perché, oltre al cambio di sceneggiatori, l’ambientazione e il contesto della storia sono completamente diversi. Nella prima stagione la storia è ambientata quasi sempre nell’appartamento di Kaoru, nel suo ufficio e, anche nelle scene girate negli esterni, la storia puntava sempre a centrare le sfere di interesse della vita della protagonista, persino il picnic con i suoi morbidi amici diventava un’esperienza totalmente personale. In questa nuova storia, invece, tutto è ambientato all’esterno o meglio dire in un parco di divertimenti a tema dolci, il Nakasugi Land, frequentato da tantissime persone, dove è difficile essere da soli, ma non impossibile ed è proprio su questo punto che ancora una volta questa bellissima serie ci vuole far riflettere.

Inoltre, in “Rilakkuma e Kaoru” la storia era ambientata lungo un anno di tempo e insieme ai protagonisti eravamo spettatori dello scorrere delle stagioni, mentre questa nuova avventura è ambientata in un solo giorno, quasi a concentrare tutto quanto nell’attimo, simbolo del divertimento rappresentato dal parco scelto dai nostri amici per trascorrere la giornata, ma anche per scorgere in un soffio le vite di altre persone che animeranno la storia, a differenza della prima stagione stavolta, infatti, il racconto diventa corale.

Addentriamoci, quindi, in questa nuova avventura.

Kaoru e i suoi morbidi amici, il tenero e pigro orso Rilakkuma, l’orsetto di media taglia Korilakkuma, il pulcino Kiiroitori, insieme al vicino Tokio, decidono di trascorrere una giornata in un parco di divertimenti che sta per chiudere i battenti per sempre, nonostante i diversi tentativi di rilanciarlo con nuove attrazioni e spettacoli. Per una serie di incomprensioni, disguidi e di una borsa dimenticata su un pullman, i nostri amici si troveranno separati e, prima di rincontrarsi, si imbatteranno in nuovi personaggi che racconteranno le loro storie, ogni nuova conoscenza arricchirà il mondo introspettivo dei protagonisti. Conosceremo così anche noi la giovanissima e geniale Emiri, imbattibile nei videogiochi, già un asso a livello internazionale, ma in realtà una ragazzina timida e desiderosa di far amicizia, Rilakkuma diventerà subito il suo preferito e lo coinvolgerà in un sacco di avventure. Conosceremo, poi, alcuni dipendenti del parco, come il timoroso e imbranato clown che nutre un sentimento d’amore per la idol che dovrà esibirsi al parco dei divertimenti, ma che non ha il coraggio di dichiararsi e confessa le sue paure a Kaoru, c’è l’allegro meccanico  Eiji, talmente appassionato alla sua professione, che coinvolgerà i nostri amici all’interno del segreto che il parco nasconde ed infine la giovane Suzune, affannata per il troppo lavoro e responsabilità e che dovrà decidere cosa fare nella sua vita una volta che il parco chiuderà i battenti. Tanti personaggi che custodiscono nel loro cuore solitario preoccupazioni e timori, ma che in un giorno come altri si incontreranno e condivideranno una avventura indimenticabile, perché la quotidianità non è per forza banalità.

Ancora una volta in questa serie slice of life, girata come la prima con la tecnica dello stop motion, il messaggio forte è quello di cogliere gli aspetti positivi di ogni giorno, la gioia delle piccole cose e fermarci un attimo a pensare e a cercare un angolo tutto per noi, solo per rilassarci, perché ce lo meritiamo.  Non sono i grandi colpi di scena, ma quei piccoli dettagli, quei gesti, quei sorrisi che scaldano le nostre anime nel momento migliore e, spesso, anche dai piccoli inconvenienti come una borsa dimenticata sul pullman iniziano le più grandi avventure!

Memoru Grace

The Law Cafe (ovvero la meravigliosa complicità di supportarsi a vicenda)

“Avere delle persone dalla tua parte può essere una consolazione sufficiente per aiutare gli altri a risollevarsi. Perché è un sentimento così contagioso da rimarginare le ferite”.

CI sono dei drama che fanno bene alla salute fisica e mentale, perché sanno divertire, far sognare, emozionare, insegnare e confortare allo stesso tempo: producono, insomma, i cosiddetti ormoni della felicità, come se mangiassimo cioccolata, passeggiando in una tiepida e colorata giornata primaverile/autunnale accanto alla persona amata dopo aver superato un’importante prova d’esame, con le note della nostra colonna sonora preferita in testa. La visione di The Law Cafè, che attendevo da tempo non solo per la presenza di Lee Seung-gi e la sua reunion con Lee Se-young dopo A Korean Odyssey, invia al cervello tutti quei neurotrasmettitori che fanno incrementare la felicità o che, quanto meno, scacciano le tenebre della depressione: nei primi episodi, le zuffe tra i due protagonisti (vedere gli assalti di lei alla pacifica tranquillità casalinga di lui per credere) e le loro confidenze ad una fittizia videocamera – con tanto di fumettino animato di incoraggiamento – aumentano la serotonina del buon umore; la loro alleanza, la vittoria delle cause in tribunale e il mini concerto rock alimentano la dopamina che dà un senso di piacevole euforia; la complicità di un piccolo gruppo che lotta contro le prevaricazioni dei grandi e la sicurezza della vittoria dà un’impennata all’adrenalina della forza; lo sguardo di lui, carezzevole e timido, con gli occhi abbassati e la fossetta sotto il labbro, e gli occhi che divagano di lei, mentre sente una sottile e piacevole fitta al cuore (o le farfalle nello stomaco), ci riportano la dolcezza del primo amore e della feniletilamina della gioia; l’unione di coppia e il reciproco supporto appaga perfettamente l’ossitocina che regola l’ormone dell’amore; il finale con la risoluzione di tutti i problemi – mai da soli, ma sempre insieme – riduce l’ansia e lo stress della vita quotidiana, appianando i livelli di gaba, l’ormone della serenità. Tutto questo viene prodotto dai 16 episodi di questo drama, che, con una sceneggiatura brillante e coinvolgente e un’apparente leggerezza di narrazione, unisce commedia romantica, legal drama, introspezione psicologica e, a tratti, anche elementi inaspettati da thriller e da action, senza mai perdere il filo e costruendo personaggi straordinari, che sono andati oltre le mie aspettative.

Kim Yu-ri (Lee Se-young, protagonista di The Red Sleeve e Doctor John) è talmente adorabile e carina che, da piccola, ha vinto pure un concorso di bellezza, se non fosse per il suo carattere passionale e irascibile, che si infiamma facilmente ogni volta che s’imbatte in ingiustizie e prevaricazioni e che, agli occhi di tutti, la rende lunatica ed esuberante. Quasi rispondendo alla sua esigenza di appianare l’ingiustizia e di stare dalla parte dei deboli, abbandona il suo lavoro come avvocato in un importante studio legale per inseguire il suo sogno: aprire una graziosa caffetteria in periferia che comprenda al suo interno un piccolo ufficio di consulenza legale, così da prestare la propria abilità di avvocato a tutti coloro che chiedono pareri legali, ma che spesso non hanno i soldi (e, talvolta, nemmeno il coraggio) di assumere un legale: “In base alla mia esperienza, so che la vita può essere molto difficile. E, quando ti abbatte, hai improvvisamente bisogno di qualcosa di cui non ti sei mai curato prima. Hai bisogno della legge. Ne hai un bisogno disperato”.

Il problema è che il suo nuovo padrone di casa si rivela essere Kim Jung-ho (Lee Seung-gi, che potete recuperare anche in Vagabond, My Girlfriend is a Gumiho, You’re All Surrounded e diversi show televisivi), un suo ex compagno di scuola e di università, iperintelligente e con una memoria eidetica, collega di notti insonni di studio sui codici e quasi migliore amico o quasi finto fidanzato, fino a quando non ha deciso di evitarla e di sparire completamente dalla sua vita. Jung-ho è un ex brillante procuratore, che, improvvisamente, è entrato in conflitto con il padre procuratore capo del tribunale, si è licenziato (con uno di quei licenziamenti scenici alla Jerry Maguaire e alla Bridget Jones) e ha abbandonato la sua vita precedente, decidendo di trascorrere le sue giornate in tuta e ciabatte (look casual, tradizionale e vintage, per parafrasare le sue parole), portando a spasso il cane, giocando a carte con le vicine di casa, prendendo il sole in una mini piscina per bambini e scrivendo, di notte, un ignoto e misterioso webtoon: “Ma è per questo motivo che te ne stai seduto con i pantaloni della tuta sul tetto a non fare nulla?“, lo ammonisce Yu-ri; “Sì, non fare nulla è la cosa migliore della vita per tutti”, risponde Jung-ho a sostegno delle proprie idee contro quella piccola libellula mutante che è la sua nuova inquilina, mentre le impone un contratto capestro di non ingerenza nella sua vita personale.

Ma perché Jung-ho non solo ha evitato continuamente di incontrare Yu-ri, ma quasi si autoesclude dalla vita? Il fatto è che, come confessa lui stesso al termine del primo episodio al pubblico di spettatori in un artificio quasi da metateatro, è innamorato di Yu-ri almeno da 17 anni, ovvero da quando l’ha conosciuta a scuola e ne è diventato subito il confidente e migliore amico, ma sa che non può confessarle i suoi sentimenti, perché ha scoperto che l’azienda della sua famiglia è responsabile dell’incidente di lavoro in cui anni prima ha perso la vita il padre di Yu-ri (la vera molla che l’ha spinta a studiare Giurisprudenza). O, meglio, non solo non ha il coraggio di essere chiaro con lei, ma non si sente assolutamente degno, gravato del peso di un peccato che sente di aver preso in eredità dal padre, procuratore corrotto, dal nonno, cinico e duro chabeol, e dallo zio, il vero super cattivo di questa storia, uno di quegli spietati schizofrenici paranoici che uccidono ridendo in falsetto, interpretato magistralmente da Jo Han-chul (il barista cantante di Hometown Cha-cha-cha, l’avvocato – poi, procuratore – di Vincenzo e il detective di Healer, che finalmente si è messo in luce con una parte tutta sua). “Non credo che siamo fatti l’uno per l’altra. (…) Quando sto con te, mi odio. (…) Ogni volta che sto con te, divento un codardo. (…) Scusami per averti amato quando non lo meritavo affatto“, confessa Jung-ho a Yu-ri, quando le spiega quello che ha sempre provato per tutti questi anni.

D’altro canto, alla ritrosia e all’ipersensibilità di Jung-ho fa da contraltare una Yu-ri, che, quando scopre i propri sentimenti, decide di essere diretta al massimo, come solo una donna moderna può fare (“io sono un’avanguardia“, sostiene spesso), presentando immediatamente la situazione, la sua attrazione per lui e la sua volontà di iniziare una relazione, anche e nonostante i dubbi che potrebbe porsi ripensando al risentimento e alla rabbia che l’hanno animata per tutti quegli anni: “Odiarti mi ha fatto molto male. (…) Il risentimento che mi sono portata dietro, il senso di colpa che hai ereditato. Liberiamocene insieme“.

Ed insieme andranno avanti, diventando non solo una coppia, ma un vero e proprio team, alimentato da amore, amicizia, stima reciproca, complicità e anche qualche sana litigata, che coinvolge immediatamente tutto il gruppo sociale che sta intorno a quel Law Cafe e che ha i medesimi obiettivi nella vita: la forza dei piccoli, che, uniti, sono in grado di far crollare i giganti – come l’azienda dello zio di Jung-ho, che, durante gli anni, si è macchiata di una serie di crimini mai perseguiti dalla legge – e che, insieme, diventano formidabili nella lotta contro le ingiustizie. Infatti, pur mantenendo lo stesso tono falsamente leggero e brillante, vengono affrontate una serie di tematiche anche piuttosto pesanti, come lo stalking, il bullismo (con sfoghi anche nei confronti della piaga del cyberbullismo), gli abusi sessuali a cui sono costrette persone di ambo i generi in diverse situazioni professionali e lavorative (con chiarissimo riferimento al movimento del Me Too e monologo femminista di Lee Seung-gi sul tema), la violenza della prevaricazione del consenso, le morti bianche e la mancanza di sicurezza sul lavoro, la condizione femminile e le ingiustizie nelle leggi di successione, i maltrattamenti sui minori e la cattiva gestione da parte dei servizi sociali, la reintegrazione in società degli ex detenuti, la facilità con cui si cade vittima di frodi, gli scandali sessuali in politica… Una serie di piccole cause con piccole comparse umane che avvicinano lo spettatore alle tematiche trattate e che fanno emozionare e condividere le medesime idee dei protagonisti, quasi in prima fila per lottare insieme in quella strampalata famiglia speciale del Law Cafè. Perché quella famiglia siamo tutti quanti quando ci rendiamo conto che solo insieme possiamo liberarci dai pesi e ottenere i risultati e che non è impossibile per un piccolo Davide con la fionda abbattere un colossale Golia davanti, se ci si supporta a vicenda e ci si unisce per la medesima causa. Ed è quello che insegnano i due protagonisti di questo drama, la coppia centrale che si guarda negli occhi con una meravigliosa complicità nel supportarsi (e, talvolta, anche sopportarsi) a vicenda e che contagia con la sua forza e la sua sintonia tutti coloro che stanno loro accanto, rivoluzionando il senso dell’affetto reciproco, che non deve essere un isolamento stucchevole, ma un’estensione di quella capacità protettiva come un ombrello durante un diluvio che, parafrasando le parole di Park Woo-jin, il cugino psichiatra di Jung-ho, interpretato da Kim Nam-hee (Sweet Home, Mr. Sunshine) e forse uno dei miei personaggi preferiti, magari non riparerà mai dalla pioggia, ma conta che sia retto da tutti insieme, perché è l’unione a risultare vincente.

Piccola postilla: come sempre Lee Seung-gi è abituato a regalarci una sua canzone in ogni drama in cui recita e questa volta ha inserito il meraviglioso pezzo live “Isn’t That Good?” con un’improvvisata rock band (la cosiddetta Eunha Band), composta da Ahn Dong-goo alle tastiere (visto già in Sweet Home e Our Beloved Summer e da tenere sott’occhio perché ha un fascino tutto suo), Kim Nam-hee al basso, Jo Bok-rae alla chitarra (il papà di Sunja in Pachinko) e il giovanissimo Kim Do-hoon alla batteria. Da non perdere la scena in cui attraversano le strisce pedonali in stile Beatles.

Consigliato: a tutti, perché sa unire legal drama e rom-com, romance e dramedy, brillanti dialoghi e casi interessanti e di importanza sociale e perché offre non solo spunti su cui riflettere, ma anche degli ottimi personaggi a cui ispirarsi; inoltre, la coppia protagonista è un chiaro esempio di legame sano, non abusivo, reciproco e complice a cui aspirare (per cui, ragazze, cercate sempre un ragazzo come Jung-ho, che vi lasci spazio, vi comprenda e vi supporti nelle vostre lotte, ma che soprattutto riesca a creare un rapporto di perfetta parità e di dialogo).

Captain-in-Freckles