Happiness (ovvero della felicità alla fine del mondo)

“Il nostro futuro arriva con così tante diverse opzioni”.

Secondo qualsiasi dizionario, il termine “felicità” indica uno stato d’animo tipico di chi è sereno, non turbato da preoccupazioni diversificate e che, pertanto, può godere del suo stato d’animo, in una situazione di pieno appagamento e soddisfazione, producendo diversi sentimenti che vanno dalla gioia, alla lietezza, alla tranquilla pacatezza anche solo di un singolo momento. Ma il termine “felicità” è anche uno dei più usati e abusati al mondo: normative e costituzioni inseriscono, talvolta, la ricerca della felicità nel catalogo dei diritti da garantire all’individuo (“the pursuit of happiness” della Costituzione USA) e si attivano perché sia effettivamente raggiunta, identificandola, quindi, in un senso di benessere omnicomprensivo della parte materiale e di quella più immateriale, connessa allo stato mentale ed emotivo. E pare che di felicità visibile ce ne sia ben poca in questo drama horror/thriller dal titolo quasi antitetico, il primo a trattare veramente la pandemia da COVID-19, gravando la mano con l’invenzione di un’altra nuova (e più grave) epidemia, che mette in discussione ogni cosa, dal concetto di felicità nella sua materializzazione più estrema, al senso di umanità, per trasformare gli esseri umani in vere e proprie creature mostruose.

Yoon Sae-bom (Han Hyo-joo, la vera Action Queen già vista in Pirates e in W – Two Worlds Apart e qui al massimo del suo splendore, perché, diciamolo, tutte quante vorremmo essere come lei, belle, forti e coraggiose anche in tuta da ginnastica) è una giovane e risoluta agente della KP-SOU (l’unità speciale anti-terrorismo), che sta facendo velocemente carriera per le sue abilità. Un giorno, trova l’opportunità di acquistare a buon prezzo un appartamento in un complesso residenziale nuovo, ma, visto che le probabilità di accedervi aumentano se dimostra di essere pronta a formare una famiglia, con un privilegio per giovani nubendi, propone al migliore amico di sempre, il detective di polizia Jung Yi-hyun (Park Hyung-sik, il Re nascosto di Hwarang, visto anche in The Heirs, Soundtrack #1 e Relumino – Two Lights, che con questo drama ha sancito il ritorno dal suo periodo obbligatorio di leva), di sposarsi con un matrimonio di convenienza. I due, in realtà, si sono già conosciuti ai tempi del liceo, quando Yi-hyun, giovane promessa del baseball, aveva tentato di sfogare la sua frustrazione salendo sul tetto della scuola e Sae-bom, che tornava a frequentare le lezioni dopo una lunga malattia, salì decisa sul tetto per salvargli la vita, buttandolo giù o, meglio, dandogli il coraggio di buttarsi per affrontare davvero la vita. Sembra che nulla possa mettersi di traverso a questa giovane coppia di sposi, che sono troppo amici e troppo timidi per dichiarare il loro amore reciproco, ma che hanno una complicità intensa ed esclusiva. Se non fosse che Sae-bom, durante un’esercitazione, viene in contatto con un infetto di una nuova misteriosa epidemia e il suo capo, il colonnello Han Tae-seok (interpretato da Jo Woo-jin, il segretario plenipotenziario di tutto in Goblin, visto anche in NarcoSaints, qui straordinaria e fredda macchina da guerra paragonabile a Chishiya di Alice in Borderland e al Lee Eun-hyuk di Sweet Home), temendo per la sua incolumità, la costringe ad una quarantena. La nuova epidemia, infatti, sembra far perdere il senno alle persone che ne vengono contagiate, trasformandole in creature a metà tra gli zombie e i vampiri, desiderose di sangue umano e pronte a contagiare gli altri con un solo morso. Perlopiù, sembra che la nuova malattia sia causata dalla diffusione di un farmaco, dal nome futuristico Next, usato inizialmente come integratore per combattere diversi malesseri, compreso gli effetti della recente pandemia. Non siamo ancora usciti del tutto dal COVID-19, le persone vanno in giro indossando mascherine e si razionalizzano gli spazi negli ascensori. Sae-bom, dopo un periodo in ospedale, passa il resto del suo isolamento vigilato nella nuova casa e cerca di conoscere i vicini (personalmente, mai fare questo tentativo), che sono una massa informe di cattiveria e di ipocrisia e che qualificano la propria importanza a seconda del piano occupato e a seconda del costo dell’appartamento. In una vera e propria divisione della società, pari solo a quella de Il condominio di J.G. Ballard, ai piani alti si trovano gli appartamenti dei più ricchi, che impediscono a quelli dei piani bassi di usare uno dei due ascensori e gradiscono tenere chiusa la porta tra il quinto e il sesto piano per evitare massificazioni, così come vietano l’utilizzo di alcune strutture agli inquilini considerati più “poveri” (come la palestra e il campo da golf). Il caso vuole, però, che, a causa della scoperta di un infetto pericoloso nel condominio e del propagarsi della nuova malattia, la zona venga messa sotto un severo regime di lockdown e Sae-bom e Yi-hyun, accompagnato dal fidato collega Kim Jung-guk (Joon Hyuk-lee di Mystic Pop-up Bar), si trovino incastrati nel loro nuovo condominio a convivere a stretto giro sia con infetti in continuo aumento, che con i pericolosi e deliranti vicini, che, passo passo, perdono la sanità mentale peggio degli infetti. Forse anche perché “A volte, gli umani sono coraggiosi e, altre volte, sono codardi; gli esseri umani sono così ardui da capire“.

Avete presente quelle scene folli da saccheggio dei supermercati che ci sono rimaste impresse negli occhi? Ecco, con l’aggravante che, in questo caso, la logica del saccheggio non si ferma solo agli scaffali dei negozi, ma invade anche le abitazioni private di persone colpevoli di avere in casa più provviste di altri e, quindi, “costrette” a condividere. Il tutto condito da un blocco ad elettricità, acqua corrente e internet e da un cordone militare pronto a sparare nel caso di tentativi di fuga. Qui Happiness affonda le radici in una sferzante critica sociale e politica, da un lato, ai metodi di intervento per arginare la propagazione del contagio, ma anche alla sperimentazione scientifica e all’incuria farmaceutica e alle loro conseguenze negative, dall’altro, a come la società sprofonda nel baratro infernale dell’irragionevolezza e dell’inquietudine per una perfidia malevola interna, che fa rompere il meccanismo di controllo delle sovrastrutture.

La composita umanità dell’edificio è quanto di più inumano possibile e, in ciò, il drama si distingue molto da altre serie simili, che partono da uno spunto post-apocalittico e distopico per analizzare la società. A differenza di un drama come Sweet Home, infatti, dove di fronte a cattivi psicopatici e alla trasformazione in mostri, campeggiano figure positive grandiose, capaci di atti di eroismo senza accorgersene, qui, invece, si è dato più spazio alla degenerazione morale e alla grettezza umana in situazioni di crisi, avvicinando la narrativa più allo stridore sociale di Parasite. La signora Oh Yeon-ok (interpretata da Bae Hae-sun, la capostaff di Hotel Del Luna) è una paranoica stizzosa e schizofreinica, che, investitasi da sola dell’onere del comando di tutti, persegue i suoi obiettivi di gloria (diventare rappresentante dei condomini), anche passando sul cadavere altrui. Il dottore Oh Ju-hyung (Baek Hyun-jin di Taxi Driver) è la grettezza fatta persona, non riesce a trovare mai redenzione, anche perché non la cerca affatto (quanto siamo stati contenti quando Sae-bom gli ha assestato un calcio ben centrato in una determinata zona?), e non fa altro che tramare contro tutti. L’avvocato Kook Hae-seong (Park Hyun-soo di Crash Landing on You e Interest of Love) è meschino, viscido e pavido e pensa solo a due cose, tradire la moglie e fare soldi. Woo Sang-hee (Moon Ye-won di One Ordinary Day) è una donna arrivista e spregiudicata che usa solo il suo corpo per ottenere qualcosa e ha sempre sete di denaro. Kim Seung-beom (Joo Jong-hyuk di Avvocata Woo) è un simulatore mellifluo, che gioca nel fomentare le liti. Go Se-kyu (Kim Young-woong di Vincenzo) e Jo Ji-hee (Lee Ji-ha, apparsa anche in Eve e Squid Game) sono la coppia che gestisce l’impresa di pulizie e la cui avidità diventa presto una brama accentuata di accaparrarsi i beni e le case altrui (proprio come in Parasite). Tra tanti personaggi gretti, però, vorrei far risaltare il bel rapporto fratello-sorella costruito dal binomio Na Soo-min (il compianto Na Chul) e Na Hyun-kyung (Hee Von-park), che non sono perfetti e litigano e si azzuffano a vicenda, ma che, nel momento del bisogno, ci sono sempre l’uno per l’altra e che dimostrano un’umanità che manca a tutti gli altri. E, poi, c’è la piccola Park Seo-yoo (interpretata da Song Ji-woo, già apparsa come guest star in diversi drama e di cui prevediamo una luminosa carriera futura).

Riusciranno Sae-bom e Yi-hyun a sopravvivere all’epidemia, ma, soprattutto, riusciranno a sopravvivere alla degenerazione del genere umano, al di là di qualsiasi contagio virale? Potranno mantenere la propria umanità e l’onestà che li caratterizza, nonostante il mondo intorno cada a pezzi? Non aggiungo volutamente altro, perché ogni singolo frammento di questo drama va guardato con estrema attenzione, quasi come se fossero tante storie ad incastro, e perché ogni singolo passo va compiuto con estrema cautela, come in una formazione e in un’elevazione verso l’altro, mentre la narrazione ci propone una serie di quesiti morali che rimangono impressi a fuoco.

Anzitutto, che cos’è la felicità? E come si guadagna un sorriso che sembra un raggio di sole? Ma, soprattutto, è vero che dietro ogni sorriso è nascosto uno sprazzo di felicità oppure è vero il contrario? Quante volte cerchiamo la felicità, come una chimera, e persistiamo in ogni singolo secondo della nostra esistenza per afferrarla in un piccolo effimero momento, che, poi, si rivela essere solo uno stato di benessere più o meno transitorio, un appagamento momentaneo o uno sprazzo di soddisfazione. Dopo una lunga malattia o dopo un lungo periodo di grave stasi (come quello causato dalla pandemia di COVID-19), il primo augurio che viene fatto è “Sii felice“, quasi come se fosse necessario e obbligatorio raggiungere uno stato emotivo, della cui definizione non siamo nemmeno sicuri. Talvolta, confondiamo il concetto di felicità con quello che la società ci impone: si è felici quando si ha un lavoro stabile, una vita sentimentale certa, una vita sociale soddisfacente e una casa, un luogo di fissa dimora dove poter incidere il nostro io, quasi un marchio di valore nel mondo. Poi, ci troviamo ad avere tutte queste cose e non ci sentiamo ugualmente felici, come in corsa per avere sempre di più, per affermare la nostra impronta e, ove questo non risulta sufficiente, per avere quello che hanno gli altri, perché, se gli altri appaiono felici ai nostri occhi, anche solo per un frammento di nulla che pare illuminare il loro sguardo, allora lo bramiamo immediatamente e ce ne impossessiamo con una fame endemica come quella di mostruose creature. E, in tutto ciò, non abbiamo ancora compreso cos’è il vero concetto di felicità. Come la protagonista, anche noi tendiamo a cercare la felicità nello stato che viene imposto e condiviso, ma, alla fine, non ne siamo appagati e, solo quando stiamo per perdere ciò che ci è realmente caro, ne comprendiamo il suo valore e riusciamo a scioglierci, ma anche a lottare con le unghie e con i denti per mantenere i propri affetti. Allora, la felicità diventa semplicemente quel senso di limpida e pacata continuità di vivere vicino a chi si ama, senza porsi altri dubbi.

Happiness (해피니스) è un drama di genere fantasy/horror composto da 12 episodi, che ha ottenuto un consenso unanime da pubblico e critica, raggiungendo traguardi elevatissimi, ed è considerata una delle opere più riuscite nella narrativa da apocalisse zombie, di cui i sudcoreani sono maestri (Train to Busan, Alive). Come gli altri titoli dello stesso genere, usa l’espediente horror per introdurre una serie di argomenti critici sulle disparità sociali, sull’economia e sulla politica, applicabili sicuramente al contesto in patria (il possesso e la proprietà di una casa sono considerate in Corea del Sud un importante status di valutazione sociale), ma adattabili anche in altre realtà. A differenza degli altri titoli, però, ha osato sollevare un problema molto attuale, non solo ispirandosi, ma facendo chiaro riferimento alla situazione pandemica odierna per lanciare anche un messaggio di speranza per il futuro. In tutto ciò, la sceneggiatura riesce a mantenere un equilibrio raro tra colpi di scena, momenti di stasi, drammaticità, battute e scene più leggere, costruendo due (ma anche tre, perché io ho adorato il colonnello) personaggi principali che rimangono nel cuore anche per la loro empatia e la loro profondità d’animo.

Inoltre, introduce un concetto che forse spesso ci dimentichiamo, quello di non vivere la malattia come una colpa: “Non è un crimine essersi ammalati“, afferma più volte Yi-hyun per rammentare che dietro ogni maschera di malattia è celato un essere umano, che ha il diritto di essere protetto e curato, senza essere derubricato ad un semplice numero in un’agghiacciante statistica di morti e contagiati. La malattia è una linea sottile che percorre tutto il drama e non solo riferendosi alla scelta di raccontare lo scoppio di un’epidemia, ma come filo conduttore che ha infuso il superpotere della consapevolezza e, paradossalmente, della resistenza di fronte alla nuova epidemia: Sae-bom è stata malata durante la sua adolescenza, tanto da dover saltare degli anni di scuola per recuperare più avanti; la piccola Seo-yoo soffre di una malattia non meglio specificata che la costringe a non frequentare la scuola e a studiare da casa; la moglie del detective Kim Jung-guk, che rimane invisibile e muta per tutto il drama, se non nelle citazioni del marito, ha superato un cancro e lotta contro la possibilità della recidiva. Si tratta di una chiave di lettura particolare e interessante, quanto mai comprensibile in un periodo come quello che stiamo vivendo e che, fornita all’indomani della fine della pandemia, dovrebbe infondere una maggiore consapevolezza per affrontare il futuro e per apprezzare la vita in ogni singolo giorno che ci viene dato. Frammenti rari di felicità strappati lungo i bordi.

Pertanto, mi sento di concludere con le parole che sono state poste in epigrafe al drama: The world is a bit different from how it was before COVID-19, but thanks to that, we learned how precious an ordinary day can be. Smile when you see people’s faces without masks on and take a deep breath as you look up at the blue skies. I hope your afternoon is filled with happiness.

Consigliato: a chi ama il genere thriller/horror/fantasy post-apocalittico, epidemico e distopico, ma senza troppi e inutili bagni di sangue; a chi ama la coppia Han Hyo-joo e Park Hyung-sik sullo schermo (basta solo guardare due fotogrammi per capire quanto sono perfetti insieme); a chi cerca un drama diverso dal solito romance, ma che porti ad una profonda riflessione su innumerevoli argomenti; a chi ha compreso il valore di una singola giornata di sole in mezzo alle nubi del temporale.

Postilla: in aggiunta al drama, merita un recupero a sé anche la OST, che è un mix perfetto di pop, rock, techno, elettronica, indie, classica e synt e che contiene una meravigliosa canzone di Isaac Hong.

Captain-in-Freckles

Toma Ikuta – La sfida del kabuki

Prima di parlarvi di questo documentario socio-culturale presente nel catalogo Netflix, vorrei fare un passo indietro per raccontarvi rapidamente le origini del teatro kabuki. Il Kabuki ( 歌舞伎)nasce in Giappone all’inizio del XVII secolo e da principio faceva riferimento alle danze eseguite sulle rive del fiume Kamo a Kyoto da danzatrici guidate da Izumo no Okuni, sacerdotessa, considerata la vera e propria fondatrice del teatro kabuki. All’inizio il kabuki era recitato solo da donne, ma a causa delle proibizioni di natura morale, fu, presto, interpretato solo da uomini che recitavano anche le parti femminili, anzi, i ruoli femminili nel teatro kabuki hanno un nome specifico, onnagata. Fin dalle origini il kabuki aveva dei forti legami con il teatro dei burattini, lo rivelano anche le forme espressive. La parola Kabuki è formata da tre ideogrammi, 歌 ka (il canto), 舞 bu (la danza) e 伎 ki (l’abilità). Le opere rappresentate, infatti, sono di solito drammatiche e spesso ispirate a fatti reali, la recitazione è accompagnata da passi specifici di danza.

All’inizio le rappresentazioni erano eseguite su delle piattaforme esterne senza riparo, poi pian piano furono costruite delle strutture complete, nacquero infatti degli elementi collegati solamente al teatro kabuki, l’hanamichi, ad esempio, cioè il “cammino dei fiori”, una passerella dove gli attori camminano prima di presentarsi, è solo alla fine del Settecento, invece, l’innovazione scenica del palcoscenico girevole con la possibilità di regalare allo spettatore sempre più cambi di scena.

Nel bellissimo documentario di Netflix “Toma Ikuta – La sfida del kabuki” ho imparato anch’io ad apprezzare la preparazione che porta alla realizzazione di un’opera kabuki, così complessa, studiata, dove gli attori privano se stessi della loro fisicità e individualità per assumerne un’altra e calarsi in personaggi lontani da loro stessi.

Toma Ikuta, classe 1984, nasce ad Hokkaidō e ha iniziato la sua carriera, come idol da Johnny’s & Associates. Poi, si è concentrato sulla carriera di attore interpretando dei personaggi che lo hanno fatto conoscere al pubblico, come “No Longer Human” e “Hanamizuki” per il quale è stato premiato ai Blue Ribbon Awards, mentre nel 2020 è diventato famoso per la serie “If Talking Paid” premiata ai Tokyo Drama Awards, oltre ad arricchire anche una carriera teatrale fiorente, “Grease”, “West Side Story”, ”Stand By Me”, “Mama Loves Mambo”.

Qui, come direbbe qualcuno, la domanda nasce spontanea: cosa porterebbe un attore famoso per il cinema e per le serie tv a dedicarsi al teatro del kabuki? Credo, mi permetto di scriverlo, che nella vita di un artista sperimentare nuove forme di arte e recitazione possa solo più che arricchire l’esperienza e migliorare. Nel caso di Toma Ikuta è stato sicuramente così, ma, oltre a tutto ciò, la sua scelta è stata spinta anche da un fattore emotivo.

Toma Ikuta e Matsuya Onoe, famoso attore di Kabuki, sono stati compagni di scuola e grandi amici fin dall’infanzia, il padre di Matsuya Onoe è stato un grande attore di kabuki ed è scomparso da poco, lasciando un vuoto sia nella vita del figlio che in quella di Toma Ikuta, che gli era molto legato come fosse suo padre.

La sfida del kabuki per Toma Ikuta nasce soprattutto dall’amicizia e da un legame affettivo e di stima con la famiglia di Matsuya Onoe. Avrà non molti giorni per imparare questa forma di arte, farla propria e testimoniarla sul palco davanti al pubblico. Il documentario ci presenta giorno per giorno la preparazione, le fatiche, dimenticare quasi di essere un attore per imparare dal nuovo qualcosa di totalmente diverso, imparare passi di danza, vestire e truccarsi da solo, il kesho (la cerimonia di trucco e vestizione nel kabuki hanno un’importanza incredibile).

Camminata, angolatura, posa…

Percepire di essere supportato dagli altri attori e dal personale del teatro fa sì che Toma riesca a superare i propri blocchi emotivi, veri e propri nemici di un attore e ad acquisire le espressioni tipiche del kabuki. Una delle sfide più grandi è il “Roppo”, l’andamento e la corsa che deve fare un attore sul palco in contemporanea a dei movimenti esagerati di piedi e mani. Movimento e tecnica drammatici ispirati a quello dei samurai alla fine del 17esimo secolo. Altra sfida è imparare il tachimawari, la tecnica di combattimento all’interno della rappresentazione.

Nel kabuki l’attore diventa il polo di attrazione di tutto, per cui deve essere capace di muoversi bene sul palco e avere una bella voce, affascinando così il pubblico.

Toma Ikuta durante le prove si confessa dicendo che alla fine di ogni giornata si sente svuotato, ma, nello stesso tempo, già dalla prima volta che ha camminato su quel palco con i passi tipici del kabuki, ha sentito un impeto mai provato prima, come se facesse parte del suo DNA di giapponese. Il kabuki, infatti, gli ha fatto apprezzare di più il suo Paese, la sua Terra e tutti gli attori di kabuki che nei secoli hanno tramandato questa forma d’arte. L’attore di kabuki è come un samurai che non si arrende alla sfida e supera i suoi limiti, così Toma riesce a vincere anche la sua sfida e a superare le sue stesse aspettative. La rappresentazione finale a teatro ha, infatti, grande successo.

Le parole del suo amico Matsuya Onoe ne sono la testimonianza: “Coinvolgere il mio amico Toma fin da piccolo era il mio sogno. Toma amava molto mio padre e lo stimava. Lo spettacolo era in onore di mio padre (…). A mia madre è piaciuto lo spettacolo e questa era una cosa che non vedevo da un po’ (…)”.

Per Toma Ikuta e Matsuya Onoe questa sfida è stata un’esplosione emotiva da brividi, è così importante porsi delle sfide nella vita e questa esperienza ne ha rimarcato il significato: il teatro è vita.

Personalmente è stato così emozionante e motivante vedere come due amici siano riusciti a realizzare il proprio sogno a distanza di molti anni coinvolgendo le vite delle persone a loro care e facendo rivivere la memoria di un altro attore che ha dedicato la sua esistenza all’ arte del kabuki. Un documentario assolutamente da recuperare e apprezzare per poter immergersi in un mondo artistico lontano dalla nostra idea di teatro, ma così affascinante da volerne capire la sensibilità e la nobiltà artistica.

Memoru Grace

Move to Heaven (ovvero della dolce melancolia dei ricordi per riscoprire se stessi)

“Anche se non puoi più vedere qualcuno, non significa che non è più con te. Fino a quando rimane il ricordo, non se ne andrà mai veramente”.

Raramente si raggiunge una perfezione narrativa e una sensibilità come quelle mostrate da questo piccolo e conciso drama, un gioiello di 10 episodi, ognuno quasi un capitolo a sé stante, che diventano, insieme, tanti piccoli pezzi di puzzle per costituire un unico e autentico saggio sulle emozioni umane, sulla capacità di superare i propri traumi e le tristezze con la potenza salvifica del ricordo che entra nelle vite dei protagonisti come riscoperta di se stessi e della propria umanità, talvolta sopita, rinchiusa quasi nello scantinato del nostro inconscio, celata dietro una complessa facciata di fredda amarezza per timore di mostrare le proprie insicurezze e le proprie debolezze. Al contrario, come si impara in questa storia, non c’è nulla di più forte e di più bello dell’animo umano, che scende dalla sua posizione arroccata e mostra la propria splendida fragilità, nella sua compassione verso gli altri e nella capacità di emozionarsi, piangere, crollare e, poi, risollevarsi, ma anche nel suo potere di guarire gli altri e di auto-guarirsi, di fare tesoro delle proprie memorie e delle proprie tristezze per costruire un futuro luminoso, che non dà mai per scontato nulla.

Han Jeong-woo (un meraviglioso Ji Jin-hee, il presidente ad interim protagonista di Designated Survivor: 60 Days, che, già da solo, con un timido e melanconico sorriso e con un cenno di approvazione, riesce a farci piangere anche le lacrime che non sapevamo di avere) è un professionista della pulizia del trauma: la sua agenzia di pulizie, dal nome quasi metaforico “Move to Heaven”, interviene quando è morta una persona per guardare, catalogare e riordinare (“pulire”, appunto) i suoi ricordi materiali, al fine di custodire e conservare il ricordo inteso come la memoria stessa del defunto agli occhi dei suoi affetti, più o meno vicini o familiari. Il suo lavoro consiste in una “pulizia del trauma” che è anche superamento del lutto: con profondo rispetto, Han Jeong-woo entra in punta di piedi in una stanza, si inchina, prega e domanda all’anima del defunto il permesso di avvicinarsi e prendere in mano i suoi ricordi, con la missione non solo di aiutare nel trauma i suoi cari, ma anche e soprattutto di alleggerire la sua anima (leggasi: la sua memoria) ad andare oltre. Nel suo particolare lavoro, Jeong-woo è coadiuvato dal figlio ventenne Geu-ru, che si trova nello spettro autistico (bravissimo Tang Jun-sang, il soldato nordcoreano diciassettenne in Crash Landing on You, anche protagonista di Badminton Club) e con cui è spesso solito comunicare nella lingua dei segni. Un giorno, Han Jeong-woo, già malato di cuore, muore improvvisamente e lascia la tutela provvisoria del figlio (sei mesi con valutazione finale) al fratellastro Cho Sang-gu (Lee Je-hoon, l’incredibile protagonista di Taxi Driver), con cui in passato ha avuto delle incomprensioni non risolte. Cho Sang-gu è esattamente l’antitesi del fratello: è un ex pugile da bisca clandestina abituato a scommettere contro se stesso, beve, fuma, è sarcastico e irriverente e, soprattutto, è appena uscito dalla prigione. Le condizioni del testamento di Jeong-woo sono numerose e prevedono che Cho Sang-gu lavori presso la “Move to Heaven” sotto la direzione di Geu-ru, che viva con lui e si adatti ad ogni sua più piccola azione, compreso dormire in una tenda da campeggio in sala o non potersi sedere al tavolo per mangiare, perché Geu-ru rispetta ancora tutte le ritualità che aveva con il padre e, ogni giorno, prepara per lui il letto, la divisa da lavoro e la colazione, ma soprattutto segue tutte le azioni del padre nella “pulizia del trauma”. La convivenza zio-nipote inizialmente non è idilliaca, anche perché Sang-gu è abituato a nascondere se stesso dietro una maschera di falsa arroganza e di spavalda durezza, mentre Geu-ru accetta controvoglia una figura che pare distante dal modello di comprensione emotiva del padre. Del resto, però, si ricorda che “papà diceva che una persona è buona solo se ha la capacità di comprendere gli altri” e, poco per volta, inizia ad affezionarsi a quello zio strambo e un po’ irascibile, che, nel profondo, non sopporta le ingiustizie e si spende in prima persona per gli altri, ma che non riesce a sopportare l’onere dei ringraziamenti.

Tanti i personaggi che ruotano intorno a questa piccola famiglia e al suo progetto di liberare i ricordi e le anime, su cui aleggia sempre la presenza di Jeong-woo (che appare in flashback per tutto il drama): la vicina di casa e migliore amica Yoon Na-mu (Hong Seung-hee, la nipote del protagonista di Navillera), che si chiama come un albero, “la seconda cosa più bella e gentile del mondo” secondo Geu-ru, iperprotettiva, ipersensibile e anche ipersuscettibile (il suo “caratteraccio” ci regala dei siparietti impagabili con Sang-gu); l’avvocato e azionista della “Move to Heaven” Oh Yoon-chang (Im Won-hee, caratterista d’eccezione della TV coreana, già visto in Chief of Staff, You’re All Surrounded, Strong Girl Bong Soon, Wok of Love, Crazy Love e tanti altri drama), che sorveglia Sang-gu perché diffida del suo comportamento esemplare e che, alla fine, è il primo a commuoversi di fronte al sincero attaccamento che si costruisce tra zio e nipote; il camionista Park Joo-taek (Lee Moon-sik, uno dei veterani del cinema coreano, abituato ad impreziosire di recente diversi drama con un suo cameo, in primis in Healer), profugo nordcoreano aiutato dal Jeong-woo e collaboratore della “Move to Heaven”; e tanti altri.

Come anticipato, ogni episodio presenta una storia a sé, un incontro della “Move to Heaven” con la pulizia del ricordo di un defunto, un’immersione completa per conoscere l’anima della persona da aiutare e di coloro che stavano/stanno attorno, un piccolo caso da ricostruire e da eviscerare: quasi con il metodo dell’investigazione giallistica, Geu-ru mette in pratica i metodi di suo padre per cercare di “sentire” le anime dei defunti e i loro sentimenti e per metterli in contatto, anche solo per un frammento di ricordo, con coloro che possono conservarne la memoria, facendosi portavoce di messaggi che vanno dritti al cuore. Ogni episodio è una vera e propria catarsi sia per lo spettatore che per i protagonisti e, nella comprensione del prossimo e dei suoi traumi, aiuta a comprendere se stessi e a superare il proprio trauma interiore. Tutti gli episodi, infatti, tessono finemente una tela che porta dritti al cuore di Sang-gu, che non ha mai superato l’incomprensione con un fratello avvertito come distante e troppo perfetto, da cui si è sentito rifiutato, ma che ha sempre vissuto anche nell’auto-punizione di sé per l’incidente accaduto al suo ex allievo di pugilato (interpretato dal Lee Jae-wook di Alchemy of Souls, Alchemy of Souls: Light and Shadow e Do Do Sol Sol La La Sol, che riuscirà a farvi piangere per almeno 60 minuti di fila). Tutti gli episodi costruiscono anche il percorso formativo di Geu-ru, perché quei mesi di convivenza con suo zio sono stati concepiti dal padre come il suo personale processo di auto-guarigione e di superamento del lutto, l’impressione di una memoria che non svanirà mai, ma che aiuterà a proseguire la propria vita. “Ognuno è responsabile della propria vita” è l’insegnamento finale che lascia il padre e che Geu-ru comprende piano piano, aiutando i clienti della “Move to Heaven” e lo zio e scoprendo che la sua responsabilità consiste in un’umanità e una sensibilità che il mondo sembra negare.

Move to Heaven” o, meglio, “Move to Heaven: I am a Keepsake Organizer” (무브 투 헤븐: 나는 유품정리사입니다; Mubeu tu hebeun: Naneun Yupumjeongnisaimnida) è un drama del 2021 prodotto da Netflix e ispirato al saggio “Things Left Behind” di Kim Sae-byul, ex professionista della “pulizia del trauma” appunto, che, in qualche modo, ha raccontato le sue esperienze nella rimozione del lutto e nella preservazione del ricordo dei defunti. Il libro, così come l’adattamento televisivo, in patria sono stati un successo unanime di pubblico e critica e hanno regalato ai protagonisti (su tutti Lee Je-hoon), allo sceneggiatore (Yoon Ji-ryeon) e al regista (Kim Sung-ho) diversi prestigiosi premi (tra cui gli Asian Content Awards, gli Asian Academy Creative Awards, i Blue Dragon Awards, i Director’s Cut Awards). Tang Jun-sang ha vinto l’APAN Award nel 2022 come migliore attore esordiente e siamo convinti che sia il primo di una lunga serie di successi per questo giovanissimo interprete.

Consigliato: a tutti coloro che sanno dare importanza ai ricordi e alle persone che non ci sono più, perché sanno che la potenza delle memorie del passato dà una nuova vita nel futuro e perché solo il ricordo può aiutare a guarire noi stessi e a riscoprire la nostra forza d’animo.

Captain-in-Freckles

Le avventure della dolce Kati

Nel grande progetto World Masterpiece Theater, “Le avventure della dolce Kati” è un anime giapponese molto particolare perché trae ispirazione da un romanzo pubblicato nel 1936 dall’autrice finlandese Auni Nuolivaara, purtroppo da noi ancora poco conosciuta e tradotta. Si tratta di una storia di formazione e di crescita di una bambina, Kati, e attorno a lei, la Storia, quella dei primi anni del Novecento, la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione russa.

Kati è una bambina di sei anni, orfana di padre, la cui madre è stata costretta a lasciare la Finlandia per andare a lavorare in Germania come cameriera. La bambina resta con i nonni in campagna, la vita lì scorre tranquilla, ma la povertà e la penuria diventano sempre più terribili da affrontare, soprattutto tre anni dopo, con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando Germania e Finlandia sono su fronti opposti e le comunicazioni diventano sempre più complesse. Non arrivano più notizie da parte della madre e anche quei pochi risparmi che inviava loro dal suo lavoro in Germania mancano, per questo Kati, che ormai ha nove anni, decide di aiutare la famiglia impiegandosi come mandriana presso le fattorie di alcuni possidenti della zona, sempre in compagnia del suo fedele cane bassotto Giona che la aiuterà nel suo mestiere di guardiana.

Nel frattempo, la Storia va avanti e la guerra inghiotte l’Europa, ma nel piccolo mondo di Kati impegnarsi a sopravvivere è ciò che conta, così la bambina impara nuove attività come filare la canapa, tosare le pecore e si avvicina ai racconti, quelli piacevolmente ascoltati perché narrati da Gunilla, la vecchia cantastorie. Pian piano la bambina impara a leggere e a scrivere da autodidatta e questa sarà la sua prima e vera conquista così come la scoperta di Kalevala, il famoso poema epico finlandese, la cui lettura così difficile la impegnerà tanto da allenare la sua costanza e la sua pazienza e il conseguente desiderio di migliorare e studiare soprattutto nelle malinconiche e fredde sere d’inverno. Dopo tante fatiche e l’incontro con persone positive e negative, piccolo spicchio di umanità dalle quali Kati imparerà molto e forgerà il proprio carattere, la vera e propria svolta sarà andare a lavorare a Turku da una donna con un bambino molto piccolo che ha bisogno di una bambinaia. La giovane donna mostrerà il suo carattere generoso nei confronti di Kati e manderà finalmente a scuola la bambina che inizierà a primeggiare anche facendo capo a tutto il suo impegno e all’istruzione che negli anni precedenti aveva conservato come suo piccolo bagaglio culturale da autodidatta.

Sullo sfondo delle vicende di Kati, i capovolgimenti della Storia, la nascita di un sentimento indipendentista finlandese, la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa che decreta la fine del protettorato russo sul Paese e il passaggio di Lenin in Finlandia.

Kati è una ragazzina coscienziosa, decisa e incredibilmente consapevole delle fatiche e delle ristrettezze della vita e rappresenta la costanza che viene premiata perché la nostra protagonista alla fine della storia, della sua storia personale, narrata nella trama dell’anime, risulta vincente, ritrova la madre e diventerà da adulta una apprezzata scrittrice di romanzi per l’infanzia.

Un anime da recuperare, datato 1984, con una colonna sonora originale curata da Hideki Fuyuki ispirata alle opere di Jean Sibelius, uno dei più grandi compositori finlandesi di musica classica, all’interno dell’anime si trovano, infatti, degli stralci di alcuni brani di Sibelius come “Finlandia” che è diventato simbolo della lotta per l’indipendenza del popolo finlandese.

Memoru Grace

Silent – Le parole in un mondo senza suono

Quanto sono importanti le parole? A cosa servono? Il suono delle parole ci proietta in un mondo tutto nostro, ma anche il silenzio delle parole ci riporta al significato della vita.

Tsumugi Aoba (Kamaguchi Haruna) e So Sakura (Meguro Ren) si sono conosciuti al liceo e da subito hanno trovato degli interessi in comune, soprattutto nella musica, collezionisti di cd e amanti di concerti, hanno una vera e propria passione per i testi delle canzoni, le imparano, le scrivono, le imprimono nei loro ricordi. Tsumugi Aoba e So Sakura sono due anime sensibili, la loro è una affinità elettiva e, difatti, l’iniziale amicizia si trasforma in un affetto più grande.

Improvvisamente, però, accade qualcosa alla fine del liceo, qualcosa che separa definitivamente i due ragazzi, qualcosa che Tsumugi Aoba non riesce a spiegarsi, a trovare una ragione: da un giorno all’altro So la lascia, senza motivo, senza preavviso e ripensamento. Tsumugi è distrutta e devastata emotivamente perché credeva di aver trovato la sua anima gemella.

Otto anni dopo, la nostra protagonista vive a Tokyo, lavora in un grande negozio di musica che è rimasta la sua vera e costante passione, è fidanzata con un compagno di liceo, Minato Togawa ( Ouji Suzuka)  e ogni tanto ripensa ancora a So e a cosa lo abbia portato a rompere la loro relazione senza un vero motivo. Il destino, però, fa rincontrare Tsumugi e So, un giorno come un altro, un giorno che segnerà il riaccendersi dei sentimenti che non erano mai stati cacciati dal loro cuore. Tsumugi scopre, però, qualcosa che ha segnato la vita di So e capisce cosa abbia portato il ragazzo a troncare la loro relazione. So Sakura dall’età di diciotto anni ha perso l’udito, ha sviluppato una sordità neurosensoriale bilaterale e si è chiuso al mondo, lavora da casa come correttore di bozze perché l’importanza delle parole è sempre rimasta nel cuore del ragazzo e frequenta un numero limitato di persone tra cui la sua famiglia e Nana Momono (Kaho di “First Love”), una ragazza sordomuta che gli è stata a fianco e gli ha insegnato la lingua dei segni.

Dopo il primo incontro Tsumugi e So capiscono di provare ancora l’una per l’altro un sentimento di affetto e un’affinità che non è facile nascondere, il problema, però, è la sordità di So, soprattutto da parte del ragazzo che si sente sempre in inferiorità, mentre, invece, Tsumugi si iscrive ad un corso di lingua dei segni per imparare il più velocemente possibile e comunicare con So nel modo più naturale e sereno, senza ricorrere a scrivere intere conversazioni e fargliele leggere attendendo una risposta. D’altra parte So è sempre in lotta con se stesso per la sua accettazione e rivela alla ragazza che è ormai abituato a non sentire le voci delle altre persone, ma non poter sentire quella di Tsumugi è l’unica cosa che non può accettare ed è per questo che è sparito dalla sua vita senza fornire una ragione, quasi facendosi odiare pur di non farsi ricercare mai più.

Riuscirà Tsumugi ad abbattere il vero muro tra di loro rappresentato dalla accettazione della situazione e a convincere So a credere nei suoi sentimenti e a rivelarli, vista ormai la corazza protettiva che si è costruito?

“Quando diventerà difficile esprimersi a parole andrà bene fare silenzio e piangere. Anch’io farò silenzio e ti consolerò con piccole pacche sulla schiena”, è questa una delle dichiarazioni più intime ed emozionanti che la protagonista confessa in un bellissimo dialogo tutto con la lingua dei segni.

Silent” è una storia ben costruita, parte piano piano, ma con una rara delicatezza che fa emozionare ad ogni sguardo, ad ogni gesto, in una mano sfiorata, nei lunghi silenzi o nelle lacrime nascoste quasi inghiottite, gli ultimi episodi, infine, sono pura poesia. Il lungo dialogo tra i due ragazzi con la lingua dei segni, davanti alla lavagna di quella che era stata la loro aula del liceo e dove era nato il loro sentimento d’amore e i ricordi della loro adolescenza sono davvero toccanti.

“A che servono le parole? Perché sono nate? Perché continuano ad esistere? Perché esistono tante lingue diverse sullo stesso pianeta? A seconda delle persone con le quali vogliamo comunicare e a seconda di quei sentimenti, la forma delle nostre parole cambierà. La ragione per la quale le parole sono nate è per connettersi con la persona che si ama”.

Un lungo percorso di formazione emotiva e di guarigione porterà i due protagonisti a confrontarsi con la vita e a scegliere di amarsi accettando prima se stessi, senza annullare le loro personalità, perché anche se i caratteri sono diversi o i pensieri non sono sempre condivisi, esisterà quella voce che solo il cuore sa ascoltare e quelle parole che connettono le anime.

“Non ricordo la tua voce né posso più sentirla, ma sono contento di poter vedere le tue parole”.

Memoru Grace

Bloody Heart – Le scelte di un re

Che cos’è la tirannia? In alcune situazioni la tirannia può essere giustificata? La politica e il buon governo possono evitare il potere assoluto di una sola persona o di pochi? Tutte queste domande che si sovraffollano nella nostra mente mentre guardiamo questo drama, fanno sì che “Bloody Heart” sia uno dei migliori storici degli ultimi anni.

Quasi mai un sorriso, una scena ironica o una battuta, si tratta un drama realistico, serio, intransigente in ogni sua tematica, dalla trama ai personaggi che per molti aspetti mi hanno ricordato alcuni dei personaggi shakespeariani più drammatici, fanno seguito una fotografia e dei costumi davvero meravigliosi e una colonna sonora che accompagna le scene in modo impeccabile, insomma, siamo di fronte ad una serie da dieci e lode.

Bloody Heart” non è solo una serie storica, ma principalmente è una serie politica, una vera e propria scuola di politica e ne siamo consapevoli già dal primissimo episodio, non facile che, però, ci lascia incuriositi e, più va avanti, più le dinamiche, magistralmente tratteggiate e intessute in un ordito di intrighi e congiure, ci immergono in una dimensione dove l’equilibrio tra cuore e ragione, tra giusto e sbagliato, tra vendetta per il passato e speranza per il futuro, vacilla a causa delle decisioni e delle scelte intraprese dai personaggi. Le scelte e le azioni compromettono l’andamento della storia e la vita delle persone, comportando conseguenze opposte.

Ambientato in un immaginario tardo periodo Joseon, Lee Tae, un incredibile Lee Joon (“The Silent Sea”, “Bulgasal”) è un re succeduto al padre che crede che ogni azione sia giustificabile ai fini di un obiettivo soprattutto motivato dalla vendetta nei confronti di chi ha contribuito al dramma della sua famiglia e a determinati risvolti che hanno cambiato il destino di persone a lui care. Lee Tae è deciso a governare come un monarca assoluto e a rafforzare l’autorità reale, per questo è contrapposto dal primo ministro di sinistra Park Kye-won, il talentuoso Jang Hyuk (“Fated to Love You”, “Wok of Love”). Il ministro Park è carismatico, intelligente, scaltro ed è un abile politico capace di convogliare a sé ministri e studiosi poiché, testimone in precedenza della tirannia di un re, era riuscito a capo di un’organizzazione a sconfiggere e a detronizzare il sovrano, il suo obiettivo è infatti quello di “creare un re saggio”, è lui il vero “king maker” della storia e fa di tutto per evitare e sconfiggere autoritarismo e tirannia.

“Il potere conferito ad una persona inadatta non fa altro che far cadere la tirannia sopra di noi”, questa è una delle massime del ministro Park.

Inizia così il conflitto con il giovane re Lee Tae che sente le insidie del primo ministro tali da soffocare il suo operato appena cominciato, si sente oppresso e cerca costantemente l’alleanza di poche persone di fiducia, spesso, però, mostra un’indole suscettibile, ombrosa e diffidente. A mio parere è stato bravissimo Lee Joon a mostrare questi aspetti del carattere del personaggio, tra sguardi ai limiti dell’ira o stanchezza e senso di abbandono mostrati dalle perenni occhiaie e gestualità, così come anche la sua postura quasi mai dritta, nonostante gli abiti regali ed elegantissimi che indossa. Un re solo, che non dorme mai, sempre in preda a paure, tormenti e visioni e che cerca un rifugio e  lo trova in  Yoo Jung, una meravigliosa Kang Han-na (“Designated Survivor – 60 days”, “Just Between Lovers”), donna intelligente, colta, la cui famiglia vicina ai Sarim, intellettuali e studiosi neo-confuciani, è stata giustiziata anni prima per via delle scelte e delle azioni del sovrano precedente, padre di Lee Tae.  L’intelligenza della giovane era stata già riconosciuta dai suoi genitori fin dai primi anni di vita:

“Sarebbe diventata facilmente un ministro se fosse nata maschio, tuttavia meglio che sia nata femmina”, così si esprime il padre nel descrivere la figlia ad altri studiosi suoi amici.

La famiglia di Yoo Jung è stata vittima di ingiustizia e la ragazza è l’unica superstite, salvata dallo stesso Lee Tae per il quale prova affetto ed è questo uno dei motivi per cui Lee Tae sentendo, invece, questa colpa di famiglia addosso, causata dalle scelte del suo predecessore, crede che l’autorità reale possa evitare alcuni errori. Le strade di Lee Tae e Yoo Jung si incrociano nuovamente per una serie di cause intenzionali non dei due protagonisti, ma dettate dalla storia e dalla politica e lo stesso giovane re cerca, invano, di non introdurre la ragazza negli affari e nelle scelte della politica di palazzo, la sua stima e la sua fiducia in Yoo Jung sono infinite, il suo amore per lei lo fa ridiscutere continuamente sulle sue scelte e riconoscere i suoi limiti:

“Per un essere umano incapace come me, essere innamorato è un lusso”

Così come riconosce l’intelligenza e la saggezza della ragazza:

“Una donna che vede e sa le cose che io trascuro”.

Yoo Jung è, però, uno spirito libero, cresciuta in un ambiente intellettuale che non tradirebbe mai i suoi ideali e i suoi principi e il suo senso di libertà e di giustizia non possono venir meno neanche a confronto con l’affetto provato per il sovrano di cui diventa consorte, ma che è la prima ad essergli antagonista nel momento in cui lo vede cedere alla tentazione di tirannia.

Ho apprezzato della sceneggiatura la capacità di tratteggiare dei personaggi unici, potenti, dai principali ai secondari, senza mai sbavature o cliché, si tratta di interpretazioni magistrali dove tutti sono protagonisti e antagonisti, non esistono personaggi totalmente positivi (ognuno di loro presenta un lato oscuro) o totalmente negativi, anzi, per ognuno di loro, durante la visione, sono riuscita a comprendere le azioni e i ragionamenti. Il ministro Park con la sua fermezza e seriosità in lotta contro la tirannide che minaccia il governo; la fedeltà di Yoo Jung ai suoi ideali; la fragilità dell’io del giovane sovrano nella continua ricerca di un suo modo di vedere il mondo; la Regina vedova ( Park Ji-yeon, “Life”), provata dalle scelte che altri hanno compiuto nella sua vita, non padrona nemmeno dei suoi sentimenti nei confronti del ministro Park, si muove anche lei verso decisioni che portano a drammatiche conseguenze; l’eunuco Jung Ui-Kyun (Ha Do-kwon) grato alla famiglia del re, consiglia il giovane sovrano anche a prendere delle risoluzioni estreme; lo sciamano fedele ai principi di chi lo ha cresciuto, si perde in un gioco più pericoloso di lui; la dolcissima serva Ddong-geum ( Yoon Seo-A, “Soundtrack#1”), per la quale ho versato tante lacrime e così molti altri personaggi.

Con la raffinatezza e il fascino di un prezioso arazzo, la storia di “Bloody Heart” ci trasmette emozioni e colpi di scena fino all’ultimo episodio e ci lascia con delle parole dalla saggezza universale:

“Si dice che debba esserci una spada appesa sopra la testa per sentire tutto il peso del trono”.

Memoru Grace

Piccolo breviario per orientarsi nel mondo seriale asiatico: che cosa sono i drama?

Se siete qui, è perché probabilmente avete iniziato a divorare drama asiatici in modo inspiegabile e volete conoscerne il motivo. O, forse, li divorate già da tempo e non sapete definirne l’attrazione. O, con ancora più probabilità siete incuriositi da un mondo che vi affascina e che quasi temete, come aprire al buio un vecchio atlante per esserne risucchiati dalle sue pagine e portati in mezzo a luoghi misteriosi e a colori e sapori ignoti. Non c’è nulla da temere. Vi guideremo per mano in giro per l’Estremo Oriente come si fa con un piccolo breviario turistico tascabile. Iniziamo dalla prima lezione: che cosa sono i drama?

Che ci crediate o meno, se vi siete avvicinati al mondo dei prodotti seriali asiatici e avete apprezzato la loro particolarità rispetto al mondo seriale occidentale, dovete ringraziare un misterioso e mascherato motociclista in bianco che si muoveva come giustiziere solitario per le strade di una spettrale Tokyo. Tutto, infatti, ha avuto origine con Gekko Kamen (正義を愛する者 – 月光仮面 Seigi wo Ai Suru Mono – Gekkō Kamen), anime del 1972 che noi abbiamo conosciuto anche come Moon Mask Rider e che, tuttora, rimane un prodotto di nicchia tra gli appassionati della serialità orientale. O, meglio, tutto ha avuto origine quattordici anni prima, nel 1958, quando sull’onda del successo del cinema d’autore giapponese (con in testa il grande Akira Kurosawa, che aveva avuto il coraggio di rivoluzionare i canoni portando sugli schermi una drammaticità più fisica e una mimica prorompente nella sua fissità teatrale, ma anche di parlare per la prima volta di storie così tipicamente ed emotivamente orientali, per cui vi rimandiamo al nostro articolo Komorebi – Luce tra le foglie), e sul desiderio di imitare la serialità made in USA (che, all’epoca, spopolava con i supereroi dei fumetti), la TV giapponese propose un film ridotto in tanti piccoli episodi (per l’esattezza, 130) con uno spirito vigilante che avrebbe potuto concorrere contro Batman e Superman insieme, ma con un’etica e un senso del dovere e della sconfitta da Rashomon. Nacque, così, l’eroe Gekko Kamen, che, da una parte, diede vita al genere fantascientifico del tokusatsu (特撮), ovvero quella fantascienza nipponica costituita da una trama semplice ed effetti speciali elementari (un po’ come i film di kaiju in stile Godzilla che, proprio in quegli anni, si diffondevano in tutto il mondo, per cui vi consigliamo di recuperare il nostro articolo su Godzilla – La trilogia anime sci-fi), mentre, dall’altra parte, sancì l’inizio della serialità televisiva giapponese. Per distinguere la peculiarità nipponica dalla serialità occidentale (statunitense e britannica, in particolare), si fece ricorso al termine traslato dall’inglese drama, che in giapponese diventava dorama (ドラマ) o terebi dorama (テレビドラマ), nella sua accezione più pura, più teatrale e più greca della parola, derivante dal verbo greco drao (δράω), ovvero “fare”, “mettere in azione”. Si trattava, quindi, di una messa in scena di una storia, ovvero un intreccio narrativo con interazioni tra i diversi personaggi, che si dispiega in una lunghezza diversa rispetto a quella di un film, che può assumere la forma di una vera e propria serie televisiva, anche lunga, o di una miniserie di poche puntate. Col tempo e con il successo della cultura giapponese nel mondo, dovuto anche all’esportazione di manga e anime, il format del dorama ha iniziato ad assumere dei connotati sempre più particolareggiati e distinti e a fornire una linea-guida per tutto il panorama asiatico. Pur essendoci una diversità di generi nelle storie messe in scena nei dorama, generalmente è stato possibile distinguere il renzoku, che ha avuto più successo in tutto l’Estremo Oriente, come un format seriale di 11/12 episodi di circa 45 minuti (massimo un’ora) l’uno, trasmessi di sera, dall’asadora, un mini-format di massimo 15 minuti ad episodio, ma di molte puntate (anche più di 100), da guardare generalmente al mattino, magari come una breve pausa: mentre il secondo tendeva ad essere più scanzonato, divertente e brioso, tipicamente caratterizzato da argomenti leggeri e comici (avete presente i programmi e i mini-episodes che interpretava Rossana nell’anime omonimo?), il renzoku narrava, invece, una storia più complessa, con una tematica storica, familiare, d’azione o di fantasia (talvolta, rifacimento di un manga e/o di un anime e, per questo motivo, chiamata anche live action), oppure una tematica sobria sulla storia delle relazioni umane tra due o più personaggi, amori compresi (slice-of-life).

Quest’ultima tendenza divenne fondamentale in Corea del Sud già negli anni ’80 – per incrementare in modo incredibile negli anni ’90 e negli anni 2000 – , costituendo la vera fonte di ispirazione dei drama coreani (한국드라마), oramai internazionalmente noti come K-dramas. La storia della passione coreana per le narrazioni, in realtà, è antica e ha trovato la prima drammatizzazione verbale con l’avvento della radio tra gli anni ’20 e gli anni ’30 del XX secolo. Tuttavia, la scoperta della narrazione televisiva sudcoreana e l’inizio del suo enorme successo, che oggi ha compromesso il predominio statunitense, ha una data storica: si tratta del 1997, anno in cui la moneta nazionale coreana (il won) si svalutò in modo gravissimo, sulla base della crisi del Fondo Monetario Internazionale (una crisi ben tratteggiata anche nel film Peppermint Candy e che aleggia pure nel capolavoro cinematografico Parasite), mentre il governo della giovane democrazia sudcoreana ricorse al potenziamento di arti e cultura di massa, costruendo il cosiddetto Hallyu (한류), l’onda coreana che ha diffuso in tutta l’Asia e nel resto del mondo canzoni, film e prodotti seriali. Questi ultimi – i drama, appunto – iniziarono a distinguersi dalla loro fonte d’ispirazione giapponese per una costruzione più vertente sulle dinamiche dei personaggi e sulle loro storie d’amore, per una periodizzazione e una lunghezza differenti degli episodi (16, 20, 24 o 30 episodi di più di un’ora l’uno), per il ricorso alla coralità tipica della tradizione coreana e per una certa ripetizione di alcuni canoni prefissati (tra cui, un certo pudore nella narrazione della storia d’amore). Secondo uno studio dell’Università di Vienna, il successo dei drama coreani si deve in parte anche alla trasmissione dei cosiddetti valori confuciani o, meglio, di valori tradizionali, che – ahimé – in Occidente hanno perso quota negli ultimi decenni, ma di cui probabilmente si sente l’esigenza come di un ossigeno vitale: il rispetto per gli anziani, per i genitori e per la famiglia, la pietà filiale e la dimensione emotiva e intima degli affetti, la moralità dei comportamenti senza che sia eccessiva rigidità, la timidezza calorosa dei sentimenti. Nonostante i generi diversi delle storie trattate e la differente catalogazione tra drama lunghi e giornalieri (molto più simili alle telenovelas di tradizione latino-americana) e drama brevi e serali (il classico format orientale tanto amato), tutti i prodotti seriali sudcoreani hanno in comune un inghippo narrativo di partenza che metterebbe in ansia anche gli sceneggiatori più bravi: le riprese devono avvenire in un tempo piuttosto esiguo e molto a ridosso delle trasmissioni o, meglio, quasi in contemporanea. Solitamente, infatti, solo i primi episodi vengono girati prima della messa in onda e non esiste una sceneggiatura definitiva, perché i copioni in terra di Seoul sono come le scale di Hogwarts, possono variare a seconda delle opinioni degli spettatori e a seconda dello share delle reti. Per questo motivo, troviamo drama di inaspettati 12 episodi e drama di lunghezza eccessiva che supera i 20 episodi (e, che, guardate un po’ il caso di Alchemy of Souls e Alchemy of Souls: Light and Shadow, sono spesso i drama più amati e di maggior successo). Se si pensa a quali ritmi serrati e a quali pressioni possono essere sottoposti gli attori anche nello studio a memoria delle proprie parti, il nostro apprezzamento per questo genere di serialità made in South Korea e per la bravura dei suoi interpreti dovrà innalzarsi ancora di più.

Quel 1997 della crisi economica e dell’inizio dell’Hallyu, però, è coinciso anche con la trasmissione in Cina del drama coreano What is Love? (사랑이 뭐길래), una serie “brevissima” datata 1991 e composta da 55 episodi, che ebbe un successo notevole in tutto l’Estremo Oriente, tanto da dare origine ad un remake a Taiwan con lo stesso titolo nel 2012. Vista dopo molto tempo, What is Love? soffre di una prolissità narrativa e di una lentenzza incredibili, ma ha il merito di essere diventato il punto di partenza per la produzione seriale del resto dell’Asia (Giappone compreso, che, di recente, ha rimodellato il suo format seriale, ispirandosi molto al drama coreano, senza perdere la sua veste tipica del manga). E, così, arriviamo alla diffusione dello stesso format (o quasi) in altri paesi asiatici.

Cina e Taiwan sono stati forse i primi Stati dove non solo il k-drama e il dorama ebbero un successo notevole, ma dove iniziarono immediatamente ad imitare il format, pur infarcendolo di caratteristiche proprie. In Cina, sin dagli anni ’90 (ma con maggior decisione dagli anni 2000), ha preso piede il C-drama (中国电视连续剧), che, a differenza del drama coreano e del dorama giapponese, conta di molti più episodi, di una trama tipicamente fantasy-romance che strizza l’occhio al period drama e all’ambientazione della dinastia Qing, di effetti speciali e azione che rimandano al genere wuxia (per intenderci, quello del noto film da Oscar La tigre e il dragone) e di un certo controllo da parte della censura governativa sulla celebrazione dei valori del socialismo cinese (perché, in presenza di una propaganda fredda o anche assente, si rischia la riduzione o la cancellazione dalle reti, come è accaduto alla serie storica Yanxi Palace). Taiwan, al contrario, ha preferito virare su trame più brillanti e più moderne, producendo T-drama o TW-drama (台灣電視劇) molto più simili al prototipo giapponese e coreano, con una grande attenzione alla storia d’amore e alla crescita dei personaggi, pur senza toccare troppo tematiche sociali e/o politiche (tipicamente tratteggiate e affrontate, invece, dagli omologhi giapponesi e coreani) e con una cura nei confronti del pubblico molto giovane (motivo per cui i drama prodotti da Taiwan privilegiano spesso tematiche adolescenziali e scolastiche e fanno ricorso ad attori molto giovani e ad idol in voga tra gli adolescenti). Risentendo in parte dell’influenza di Hong Kong, diversi drama di Taiwan prodotti per un pubblico più adulto preferiscono una tematica crime e thriller.

Hong Kong, in questa panoramica, rappresenta un caso a sé, anche per la situazione geo-politica che ha sempre vissuto e che le ha permesso di godere, per un certo tempo, di una libertà espressiva piuttosto illimitata, ma anche di una posizione quasi di congiungimento tra influenze asiatiche diverse e tra influenze occidentali (americane, ma anche europee). Per questi motivi, l’HK-drama (香港電視劇) è rimasto più legato alla narrazione cinematografica e a trame sociali, politiche, economiche, melo o crime (un po’ nello stile del film Infernal Affairs, che tanto ha ispirato The Departed di Martin Scorsese) e, soprattutto, si distingue sia dalla narrazione più naif di Taiwan che da quella più epica della Cina, senza dimenticare la passione di fondo per le arti marziali. La produzione televisiva di Hong Kong è di tutto rispetto e ha piattaforme proprie dove è possibile trovare una ricchezza unica a partire dagli anni ’80 e, guarda caso, anche una serie di fonti d’ispirazione – più o meno dichiarate – per diversi film o serie statunitensi. Una particolarità: mentre i C-drama e i T-drama sono prevalementemente recitati in cinese mandarino, tutti i programmi televisivi prodotti ad Hong Kong sono girati in cinese cantonese con l’intenzione di inviare un messaggio di cultura unica con una precisa regione della Cina.

Negli altri Stati asiatici, ormai la passione per il drama e il dorama è diventata tale da produrne delle fotocopie (in Vietnam, ad esempio, esiste l’abitudine di guardare ogni singolo k-drama per rifarlo in modo più o meno identico con propri attori e con risultati variabili). Tuttavia, è il caso di segnalare due Stati dove la narrazione dei drama è entrata in modo prepotente, tanto da scardinare e rivoluzionare le attitudini seriali pregresse, che eppure avevano una storia e una tradizione a sé. Un caso è quello delle Filippine, dove esisteva già una narrazione seriale propria, le cosiddette teleseryes, nate già negli anni ’40 e somiglianti alle telenovelas latino-americane e alle soap operas statunitensi ed europee per il carico di pathos e di melodrammaticità e per la tendenza ad andare avanti all’infinito nella narrazione, costruendo pure delle vere e proprie genealogie. Tra gli anni ’80 e gli anni ’90, sull’onda del successo delle telenovelas latino-americane, le serie filippine hanno avuto un certo incremento di popolarità, venendo esportate negli Stati Uniti e, in qualche caso, anche in Europa. In Oriente, inoltre, riuscirono a ritagliarsi un ruolo da tramite e da ponte con la serialità sudamericana, fornendo dei veri e propri remake di serie argentine, messicane, colombiane e brasiliane da portare in tutta l’Asia (famosa è stata la versione filippina della serie colombiana Yo soy Betty la fea, che, negli Stati Uniti, ha dato vita ad Ugly Betty). Negli ultimi anni, però, il successo di una serialità differente proveniente dal continente asiatico e l’abbassamento di popolarità del genere soap, ha portato le produzioni televisive filippine ad invertire rotta per dedicarsi, stavolta, a remake di serie sudcoreane e giapponesi o alla stesura di nuove sceneggiature che si ispirano proprio al genere del drama, tanto da far sorgere il cosiddetto P-drama.

Il secondo caso è quello della Thailandia, da sempre patria di un genere seriale tutto suo, detto lakorn (ละคร), di fatto delle serie che sono quasi a metà strada tra la narrazione orientale, la serialità occidentale e le soap latino-americane. I lakorn, nati già negli anni ’50, si sono caratterizzati per una serie di tematiche passionali e melodrammatiche e per una certa lentezza narrativa e recitativa, come le soap latino-americane, ma per una dimensione compiuta della storia con un finale ben definito in una manciata di episodi, come i drama orientali. Al contrario, però, delle produzioni giapponesi e coreane, ogni episodio di un lakorn thailandese può arrivare anche ad una durata superiore alle due ore, rendendo, di fatto, la serie un composto di diversi film, mentre il controllo da parte della censura è ancora più forte e stigmatizzante, soprattutto in riferimento ad alcune tematiche e all’uso della nudità. Tuttavia, il successo del format dramoso ha in parte ridefinito i parametri del lakorn tradizionale, che tende oggi ad avere una narrazione più brillante e scattante, anche con tematiche e storie molto attuali, e ha influito notevolmente sul genere BL (Boys’ Love), di cui la Thailandia è oggi il più grande produttore ed esportatore. Si tratta di un sottogenere dramoso da sempre presente in manga, webtoon e lightnovel orientali (e non solo), creato solitamente da una penna femminile e destinato ad un pubblico femminile, ma narrante la storia d’amore tra una o più coppie esclusivamente maschili (senza, tuttavia, che siano necessariamente tratteggiate scene cariche di omoerotismo). Giacché la Thailandia è da sempre il paese delle contraddizioni, la stretta censura che colpisce lakorn e prodotti cinematografici non sembra introdursi nei meandri dei BL, che, invece, hanno prosperato più liberamente e che hanno potuto introdurre tutti quei parametri caratteristici di drama e dorama e amati proprio da tutti i dramisti del mondo. Grazie a questa ridefinizione dei canoni, entrata attraverso la porta dei BL, oggi è possibile trovare anche dei veri e propri THAI-drama che si ispirano ai prototipi giapponesi e coreani, pur mantenendo caratteristiche proprie, che, in qualche modo, li collegano agli storici lakorn.

Possiamo affermare che dal lontano 1958 ad oggi il drama ha rivoluzionato e cambiato notevolmente tutto il panorama seriale asiatico. Sembra, infatti, che il successo del format abbia invaso tutto il continente, trovando solo una certa opposizione in India, ma, di recente, il principio di emulazione e imitazione del remake pare aver colpito anche le sponde indiane. Ma questa è un’altra storia.

Captain-in-Freckles

I fantastici viaggi di Fiorellino

La storia de “I fantastici viaggi di Fiorellino” ha tutti gli ingredienti più importanti di un anime degli anni ’80, ma in realtà la giovanissima Fiorellino (in originale Honey Honey) nasce come manga ideato, scritto, illustrato e pubblicato sulla rivista Ribon tra il 1966 e il 1967 da Hideko Mizuno, classe 1939, tra le primissime donne mangaka ed esempio per moltissime future illustratrici.

Nel 1981 il manga viene adattato in una serie anime di 29 episodi e in Italia è sbarcato nel 1983 e replicato anche su molte emittenti televisive locali.

La storia di Fiorellino è ambientata nella Vienna dell’Impero Asburgico dove la nostra protagonista è una ragazza che lavora come cameriera in un albergo dove tra gli ospiti vi è la terribile principessa Florence (o in alcune traduzioni, Flora). Florence promette di diventare moglie di colui che le riporterà un anello prezioso, il famosissimo “Sorriso dell’Amazzone”, dopo che lei lo avrà infilato in un pesce fritto e gettato dalla finestra. Il problema è che nel momento in cui getta dalla finestra il pesce, Lili, la gattina di Fiorellino, inghiotte l’anello. Da lì a poco si apre la caccia al gatto, tutti i pretendenti di Florence iniziano a cercare disperatamente Lili per recuperare l’anello e la giovane Fiorellino, disperata, per evitare che facciano del male alla sua gattina, è costretta a fuggire via. (E qui vi dico la verità, quando ero piccola avevo una paura folle di questi pretendenti che volevano uccidere la povera gattina!)

Fiorellino e Lili iniziano a fuggire per tutto il mondo sempre inseguiti da tutti, a bordo di una mongolfiera arrivano a Parigi, poi New York, Oslo, Londra, Tokyo e Gibilterra e, nel loro viaggio avventuroso, Fiorellino si innamora del misterioso ladro gentiluomo Fenice, anche lui alla ricerca dell’agognato anello.

Come finisce la storia? Nel migliore delle tradizioni, perché Fiorellino non è una storia ispirata ad un romanzo con i relativi momenti di dramma e tormenti, ma ha la leggerezza di una commedia, lo stile romantico di un romanzo d’appendice, con dei dialoghi spumeggianti e colpi di scena quasi surreali.

La vicenda, che sembra essere ambientata nei primi decenni del Novecento, ci dona alcune immagini di un mondo, seppur semi realistico, ma che non esiste più e ci lascia un sorriso malinconico e una voglia di viaggiare per il mondo con la fantasia insieme alla nostra Fiorellino.

Alcune piccole chicche: conosciamo all’ inizio Fiorellino come una ragazza orfana che si chiama così perché è stata ritrovata da bambina in un prato di fiori con tante api (e qui si spiega anche il nome Honey Honey che viene scelto in altre edizioni dell’anime) , ad un certo punto, però, qualcosa cambia nella vita della nostra protagonista, forse ritroverà qualcuno di famiglia che la aiuterà e, credetemi, senza fare spoiler, anche la terribile principessa Florence dovrà mettere in conto un cambiamento molto importante nella sua esistenza. Mai disconoscere l’importanza di una voglia sul piede! 😊

Cos’altro aggiungere? Ero molto piccola quando guardavo questo cartone animato, ma è da sempre uno dei miei preferiti e, poi, vogliamo parlare delle due sigle italiane dell’anime? La prima s’intitola “La ballata di Fiorellino” ed era cantata da “I Cavalieri del Re” e il testo e la musica curati da Riccardo Zama, questa sigla è andata avanti dagli inizi degli anni ’80 fino al 1996, poi dal ’96 in avanti, Cristina D’Avena ci ha regalato un’altra sigla con la musica di Enzo Draghi e il testo di Alessandra Valeri Manera.

Memoru Grace

Vita da strega – Bewitched

Ricordo ancora che da piccola appena sentivo da camera mia la sigla di questo telefilm, correvo immediatamente in salotto e lì rimanevo catalizzata nel guardare le avventure della giovane strega Samantha.  

Vita da Strega”, il cui titolo originale è “Bewitched“, è una sitcom statunitense di otto stagioni, mandata in onda dall’ emittente ABC tra il 1964 e il 1972, ma che ancora adesso viene trasmessa molto spesso in tv in tutto il mondo perché sempre richiesta e amata e, cosa dire, sarà stato il fascino della protagonista, interpretata dalla adorabile Elizabeth Montgomery che solo muovendo il nasino spostava oggetti e faceva magie, o il cast stellare che arricchiva la trama oppure per via dell’ambientazione, ma questa serie ha creato una sua pagina di storia televisiva e piacevolmente ha accompagnato le ore pre-serali  e serali di molti spettatori.

La strega Samantha (Elizabeth Montgomery) incontra e si innamora di un mortale, Darrin Stephens. Quando i due si sposano, Darrin le chiede di non usare la magia, ma di vivere una vita normale, come se fosse una ragazza mortale, tra lavori di casa, passeggiate e shopping. Non sarà così, però, perché la famiglia di Samantha entrerà con allegra prepotenza nella vita di coppia dei due sposini, sconvolgendola e rendendo ogni giornata sorprendentemente bizzarra e il povero Darrin sarà spesso vittima di sortilegi e incantesimi anche se in ogni episodio tutto finisce bene e nel miglior lieto fine possibile.

Samantha, inoltre, cerca spesso di difendere il marito dagli scherzi di sua madre Endora, anche lei strega, ma dispettosa e manipolatrice, con la passione per i viaggi, splendidamente interpretata da Agnes Morehead. La strega Endora non vuole che la figlia si perda nella vita monotona della casalinga suburbana e fa di tutto per far separare la coppia.

Moltissimi personaggi secondari arricchiscono i 254 episodi di “Vita da strega”, a partire dallo zio Arthur (interpretato da Paul Lynde), fratello di Endora, eccentrico e scherzoso mago che per indispettire la sorella, si allea spesso con Darrin; la bizzarra e pasticciona zia Clara (interpretata da Marion Lorne che vinse nel 1968 un Emmy, purtroppo postumo, ritirato, quindi, dalla stessa Elizabeth Montgomery).  Il capo di Darrin, Larry Tate (David White) che per mandare avanti la sua agenzia pubblicitaria coglie spesso le idee di Darrin e i suggerimenti di Samantha ed infine i coniugi Kravitz, i vicini di casa, dove soprattutto Gladys Kravitz si presenta, ficcanaso e pettegola, alla porta di casa per cercare di cogliere sempre qualche curiosità e spesso è testimone delle magie di Samantha, ma non viene mai creduta.

Darrin Stephens, dall’aria stralunata e ingenua, invece, è stato interpretato dalla prima alla quinta stagione da Dick York e dalla sesta all’ottava stagione da Dick Sargent ed è ancora oggi ricordato come uno dei mariti più simpatici delle sit-com televisive.

Vita da Strega” è una serie che ha emozionato intere generazioni e ha ispirato molti film e serie, a partire da quello del 2005 con Nicole Kidman e Will Ferrell, scritto e diretto da Nora Ephron, ma anche tanti remake in molti Paesi del mondo, in Argentina, in Russia, nel Regno Unito e in Giappone. Esiste poi lo spin-off del 1977 intitolato “Tabitha” ed interpretato da Lisa Hartman, ispirato alla vita della figlia di Samatha e Darrin che conosciamo ancora piccolissima all’interno di “Vita da Strega” e che ha ereditato dalla mamma i poteri magici.

Piccole chicche: nel 1965, in un episodio de “I Flintstones”, Dick York ed Elizabeth Montgomery fecero la loro apparizione nei panni di Darrin e Samantha, nuovi vicini di casa, appena trasferiti. Nell’episodio pilota la voce fuori campo come narratore era quella dell’attore premio Oscar José Ferrer, non accreditata, ma solo per amicizia.

Come dimenticare la sigla di “Vita da Strega”? Le immagini a cartone animato furono create da Hanna-Barbera, mentre la musica fu affidata ad Howard Greenfield e Jack Keller.

Non so cosa dirvi, ma a continuare a parlarne, stasera mi è venuta voglia di riguardare nuovamente la serie e perdermi nell’ atmosfera magica!

Memoru Grace

Dottor Slump & Arale

“Dottor Slump, io non capisco come ancora non so, chi mi ha dato il nome Arale e quanti anni ho”

So che l’avete letta cantando, ma non volete ammetterlo, perché è matematicamente certo che abbiate beccato almeno un episodio di questa serie anime, anche solo facendo zapping e, attratti un po’ dai disegni e un po’ dal tono brioso, abbiate lasciato su quel canale per vedere qualcosa che è talmente assurdo, talmente comico e talmente grottesco da diventare difficile la descrizione. Ed è per questo motivo che nessuno di noi ammette immediatamente di aver visto Dottor Slump e Arale.

Allora, sciolgo il ghiaccio e confesso per prima: ho visto diverse volte questa serie e ho pure cantato a squarciagola il duetto tra Cristina D’Avena e Giorgio Vanni che costituisce la sigla iniziale. Anzi, spesso me lo ricanto da sola proprio per mettermi di buonumore, come quando da bambina trovavo le puntate mandate in onda in TV quasi per caso e senza un filo logico e consequenziale. Solo molti anni più tardi, mi sono resa conto che, in effetti, non esiste proprio un filo logico e consequenziale in questa serie. Per cui tentiamo di ricavare una trama, che sia tale, e di presentare i personaggi, che sono come tante macchiette su un palcoscenico comico.

Il protagonista di questa storia è uno scienziato e inventore strampalato e strambo di nome Senbee Norimimaki, detto Dr. Slump (dal termine inglese per indicare un disastro o un pasticcio), che vive nel villaggio di Pinguino e che ha un talento tutto suo per inventare prodotti inutili, imbarazzanti, inquietanti o che, in qualche modo, si rivelano poco utili per l’umanità, se non nella gradazione della bizzarìa. Tra le sue invenzioni, spicca, in particolare, Arale, una bambina robot che potrebbe avere tutte le potenzialità della sua omologa Nana (protagonista di Nana Supergirl), ma che, invece, si è guadagnata il nome di “pericolo pubblico”. Arale è ingenua, piena di energia, miope come una talpa, dotata di incredibile forza e spensierata come non mai: ha la capacità di farsi amica con tutti gli esseri più bizzarri che esistano, sia che essi siano alieni, sia che siano altre invenzioni del laboratorio del Dr. Slump, sia che siano esseri umani (o esseri antropomorfi) che vivono nella pittoresca comunità di Pinguino. Perlopiù, Arale ha un alto senso dei propri escrementi (sì, avete letto bene) e li lascia un po’ ovunque, facendo vergognare il famigerato pazzoide inventore, che si spaccia per il fratello maggiore. In tutto questo, interviene la signorina Midori (in italiano, tradotta anche come la signorina Florinda), che è l’insegnante di Arale e dei suoi buffi amici, ma anche l’amore segreto del Dr. Slump, che la corteggia timidamente da anni, senza avere il coraggio di rivelarsi. Certo, fino a quando Arale, che non ha filtri né sovrastrutture, non racconta in giro l’amore del fratello, causandogli una brutta figura dietro l’altra.

Come avrete capito, nulla è normale in questa serie anime stralunata. Nemmeno il fatto che, in realtà, si tratta di due serie diverse: una, quella originale, datata 1981 e composta da 243 episodi, trasposizione dell’anime di Akira Toriyama del 1979-1984; l’altra, quella che guardavo io, il remake del 1997, composto da 74 episodi, trasmesso e ri-programmato più volte dai canali Mediaset con il titolo What a Mess, Slump e Arale. Tuttavia, in Italia, negli anni ’80 furono trasmessi doppiati solo i primi 50 episodi della serie originale, mentre i restanti vennero doppiati solamente nel 2001, in coda alla ri-trasmissione della serie remake. Per questo motivo, esistono pure due sigle diverse: quella citata all’inizio dell’articolo e cantata da Cristina D’Avena e Giorgio Vanni è solo la seconda sigla, quella del remake del 1997, che ha colpevolmente fatto dimenticare la sigla del 1983 – divertentissima e, quindi, da recuperare su YouTube – cantata dai Rocking Horse. Un’altra cosa poco normale di quest’anime/manga è il fatto che sia difficile da catalogare nelle classiche etichette shojo (manga per un pubblico femminile) e shonen (manga per un pubblico maschile), tanto che, nel 1982, vinse il premio Shogakukan per entrambe le categorie. Dottor Slump e Arale ha avuto anche 10 film e diversi spin off, mentre i suoi personaggi si sono talvolta trasferiti in altre serie, facendo delle vere e proprie guest star: ciò è accaduto, ad esempio, in Dragon Ball e in One Piece. D’altronde, Akira Toriyama, il manga-ka che ha creato questa serie comica, non è altro che il padre del famosissimo e interminabile Dragon Ball. Non vi pare un motivo in più per vederlo?

Consigliato: a chi l’ha guardato durante l’infanzia e/o durante altri momenti della propria vita, magari anche solo casualmente, con uno zapping veloce in TV, ma è riuscito a recuperare il sorriso; a chi ha bisogno di ridere, di tanto in tanto, perché ridere non fa mai male e, anzi, è la medicina migliore che possa esistere per curare qualsiasi ferita. Certo, sempre che non abbiate una piccola Arale in casa.

Captain-in-Freckles