First Love – Tra malinconia e memorie involontarie

“Ogni momento è un pezzo insostituibile della nostra vita. Ma cosa succede se ci capita di perdere un pezzo importante?”.

Con questa frase, citata da uno dei protagonisti all’interno della serie, mi piacerebbe iniziare questo viaggio intimista nella storia di due persone comuni che hanno serbato nel loro cuore un ricordo o una serie di sensazioni che hanno trasformato le loro vite in qualcosa di incompiuto.

Questo viaggio è scandito in più linee temporali e in più di vent’anni di tempo; le emozioni che sembrano pure e romantiche, durante l’ adolescenza dei protagonisti, si perdono negli anni a seguire nella confusione di eventi che condizionano le loro esistenze, in dimenticanze e in sospiri, per poi trovarsi in un’altra linea temporale che sembrerebbe più concreta e realista dove vige una certa sterilità di sentimenti, ma resta quel senso di incompiutezza nella quale vivono e soffrono i due protagonisti.

Questa serie giapponese di nove episodi prodotta da Netflix è girata con un garbato gusto cinematografico dove i piani e le riprese impreziosiscono i momenti raccontati nel passato e nel presente. La storia inizia nel 2020 in periodo di Covid, tutto il mondo è chiuso in se stesso, in sospeso, in attesa di qualcosa, di qualche cambiamento, anche la vita di Yae Noguchi, interpretata da una meravigliosa Hikari Mitsushima, il personaggio che ho adorato maggiormente e al quale la Mitsushima è riuscita a dare grazia e incanto, riflette sulla caducità della vita, sul susseguirsi di fragili segni che la vita continua, ma con grandi sacrifici. La sua malinconica positività, però, contribuisce a delineare subito la sua personalità, non diversa da quella di vent’anni prima perché in fondo in lei è rimasta quella speranza che prima o poi qualcosa potrà migliorare. Yae avrebbe voluto fare la hostess, ha frequentato l’università, ma ha dovuto interrompere gli studi e durante gli episodi capiremo il motivo, adesso la ragazza si ritrova a condurre una vita modesta, è l’unica tassista donna che viaggia in una Sapporo spesso innevata, ma nel periodo Covid, come gli altri suoi colleghi uomini, fatica ad arrivare a fine mese perché nessuno chiama un taxi per andare a lavoro o in aeroporto.  Yae ha alle spalle un matrimonio fallito con un importante medico, ha un figlio adolescente, Tsuzuru che ha dovuto lasciare al marito perché non riesce a mantenerlo e a dargli la giusta istruzione coerente con quanto desidera la famiglia del marito. Nonostante tutto, la donna cerca di rendere quei momenti insieme al figlio come unici e sospirati, così come sospirata è stata sempre la sua esistenza.

Harumichi Namiki, interpretato da Takeru Satoh, è un sorvegliante notturno, nel suo passato ha avuto una brillante carriera militare come pilota d’aereo, ma, per una serie di motivi che non posso spoilerare, Harumichi si ritrova in una situazione esistenziale che non corrisponde a ciò che avrebbe desiderato, dalla realtà lavorativa alla sua situazione sentimentale; è, infatti, fidanzato con una ragazza che dovrebbe sposare a breve, alla quale vuole bene, ma di cui non ne è innamorato. Nella sua mente resta sempre costante il ricordo di quel suo primo amore perduto per una serie di incomprensioni che lo hanno sconvolto e disorientato, la sua esistenza ora sembra quasi una penitenza.

Cambiando linea temporale, ci troviamo alla fine degli anni Novanta, che mai dopo Twenty-Five Twenty-One e 20th Century Girl sono stati così tanto nostalgicamente richiamati come nell’ultimo periodo. Proprio alla fine degli anni Novanta ritroviamo, quindi, Harumichi (ora interpretato da Taisei Kito, una piacevole scoperta, ho apprezzato moltissimo la sua interpretazione) e Yae (ora interpretata da Rikako Yagi) alla fine della scuola superiore, tra primi batticuori e timidezze, si incontrano, si frequentano, si affezionano e decidono che il tempo dovrà essere per sempre loro.

Nella linea temporale del presente, però, sappiamo che i due protagonisti non sono insieme e, infatti, mentre la storia si snocciola pian piano, capiremo che ad un certo punto è accaduto qualcosa di molto grave che ha allontanato Yae e Harumichi, qualcosa che li ha separati per sempre e che li ha fatti percorrere altre strade ed ecco quel pezzo importante e insostituibile della vita che viene improvvisamente a mancare e che sconvolge gli equilibri.

Non posso anticiparvi altro della storia, ma non vi preoccupate perché Yae e Harumichi si rincontreranno nuovamente da adulti e… Le memorie involontarie, tanto care a Proust, agiscono nel momento in cui un odore, un sapore, un suono restituisce un ricordo completo nel suo valore soggettivo ed emotivo. In una serie di “epifanie” improvvise riemergono ricordi e verità, il cosiddetto tempo ritrovato che anche i nostri protagonisti riusciranno a vivere.

Il titolo della serie è ispirato alla canzone del 1999 “First Love” e a “Hatsukoi” del 2018 cantate entrambe dalla stella del J-Pop, Hikaru Utada, la colonna sonora, inoltre, è strepitosa e raccoglie brani di Cat Stevens, Joy Division, David Bowie e molti altri.

 Piccola chicca, sono perfettamente ricostruite le ambientazioni degli anni Novanta e personalmente mi sono emozionata nella scena in cui i due protagonisti sono in coda al botteghino per guardare Titanic al cinema. Vecchi tempi, grandi ricordi!

Memoru Grace

Because this is my First Life – Dopotutto questa vita è la prima e unica per tutti noi

“In fondo la vita delle persone è molto simile a quella degli altri. E’ tutto piuttosto ordinario. Bisogna prendersi cura del proprio taschino delle stelle. Anche in una vita ordinaria esistono momenti quando c’è qualcosa di scintillante nell’aria. Sarà uno di quei momenti che non devi perdere e che dovrai tenere con cura nel taschino delle stelle, così quando un giorno sarai stanca, stremata, potrai aprirlo, guardare le tue stelle e superare i momenti duri”.

“Because this is my first life” è una serie meravigliosa, perfetta che mi ha rubato il cuore dal primo episodio in avanti. Non si tratta di una storia piena di intrighi, scandali e sconvolgimenti, si tratta della storia di persone comuni, alla ricerca della loro vita o per lo meno nel tentativo di costruire la propria vita nel modo più sereno possibile. E qui, senza dirvi troppo, ma per cercare di comunicarvi ogni emozione che questo drama mi ha trasmesso, vi avverto che divido la trama in tre parti, non a causa di salti temporali o dimensionali perché la trama è lineare, ma per via della crescita che ogni personaggio ha durante i 16 episodi.

Prima parte: TEORIA DEL SENSO DI APPARTENENZA DI MASLOW

Nam See-he (interpretato da un meraviglioso Lee Min-ki, uno dei protagonisti di “My Liberation Notes”) è un informatico che lavora in un’azienda di progettazione e sviluppo web di proprietà del suo unico amico, Ma Sang-goo (interpretato da Park Byung-eun, “Oh My Baby”, “Eve”, “Kingdom”). La vita di See-he è un ricamo di ordinarietà, sicurezza e metodicità, nulla deve sfiorare o sconvolgere la sua esistenza statica, priva di emozioni, dove l’unica preoccupazione è pagare il mutuo dell’appartamento che ha acquistato e curare il suo gatto bianco, unico essere vivente che conosce l’affetto del nostro protagonista. See-he è difatti una persona misantropa che ha costruito attorno a sé un muro che ogni giorno viene fortificato. Per riuscire a pagare correttamente il mutuo, cerca disperatamente di affittare una stanza della sua casa, ma puntualmente è infastidito dai suoi affittuari e rescinde con facilità il contratto con loro.

Yoon Ji-ho (interpretata dalla bravissima Jung So-min, “Alchemy of Souls”, “Il suono del tuo cuore”) è una sceneggiatrice di drama che lavora sodo da più di tre anni senza staccare mai, sempre a fianco di una sceneggiatrice affermata che sfrutta le sue idee senza renderle il merito. Tornata a casa dopo tre mesi di duro lavoro, Ji-ho scopre che il fratello minore, con il quale divide l’appartamento, si è sposato e attende un figlio dalla moglie, così la nostra protagonista capisce di essere una nota stonata in quell’appartamento e decide di trovare una nuova sistemazione, ma le sue ristrettezze economiche la obbligano a farsi i conti. Consigliata da Won-seok (interpretato da Kim Min-seok, “I discendenti del sole”, “Doctors”), fidanzato della sua amica Ho-rang (interpretata da Kim Ga-eun, “I Hear your voice”), Ji-ho affitta una stanza della casa di See-he, convinta che il proprietario sia una donna. Lo stesso See-he è convinto che il nuovo affittuario sia un uomo ed è finalmente contento di come questo coinquilino si attenga alle sue regole, la raccolta differenziata, ricordare di mettere le crocchette nel piatto del gatto, mantenere la pulizia. Gli orari di lavoro diversi fanno sì che i due non si incontrino mai, ma dopo un po’ di tempo capita un giorno che i due si accorgano l’uno dell’altra e capiscono che vi è stato un quiproquo. Ji-ho lascia l’appartamento e cerca una nuova sistemazione, ma, una sera, dopo un avvenimento spiacevole che si sarebbe potuto trasformare in qualcosa di drammatico, Ji-ho si ritrova nei pressi della casa di See-he, in pantofole e con lo sguardo traumatizzato e confuso e gli chiede ospitalità solo per quella notte. See-he, capendo che è successo qualcosa alla ragazza, la ospita nella stanza che fino ad allora le era stata affittata.

Qualcosa accade nel cuore di See-he, percepisce che quella ragazza ha bisogno di un aiuto e così anche lui, decide quindi di proporre a Ji-ho un contratto matrimoniale finto, restando sempre nel loro mondo asettico, come solo due coinquilini estranei, ma che dividono lo stesso tetto. Si tratta solo di pura convenienza, Ji-ho ha bisogno di una casa e See-he ha bisogno di un’entrata in più per pagare il mutuo mensile. See-he taciterebbe i tormenti della sua famiglia che non capiscono il suo bisogno di estraniarsi dal mondo, non volersi impegnare con nessuno e restare nella sua confortevole vita ordinaria e sicura, Ji-ho d’altra parte taciterebbe le persone che continuano a chiederle quando si fidanza e si sposa e perché perde tempo ancora dietro ai suoi sogni da sceneggiatrice visto che non è riuscita ancora a sfondare. La ragazza accetta la proposta e i due si sposano, scioccando le famiglie e i pochi amici di entrambi.

Secondo la teoria di Maslow, la motivazione è come una spinta dettata dai bisogni che sono alla base del comportamento umano, al primo posto i bisogni fisiologici e la sicurezza come appagamento di uno stato di benessere, ma, sempre secondo la teoria, quando un umano raggiunge il bisogno, vuole raggiungere naturalmente il prossimo, ed ecco il bisogno di appartenenza. Il loro far finta di apparire agli occhi della società come una coppia normale, però, dovrebbe appagare anche questo bisogno, così  spiega chirurgicamente See-he alla stessa Ji-ho. Ma sarà davvero così e per quanto si possono ingannare gli altri? E se stessi?

Seconda parte: IL CUORE DI UNA PERSONA NON E’ QUALCOSA SU CUI SI POSSA LAVORARE

Mentre la vita del finto matrimonio procede in modo ordinario senza coinvolgimenti sentimentali, Ji-ho cerca di scoprire l’animo di See-he che a suo avviso porta nel suo cuore qualche macigno di emozioni che tenta di nascondere o qualche dispiacere o trauma che ha cercato di rimuovere vestendo con un manto di asetticità la propria vita. Nel tentativo di comprendere See-he, la ragazza inizia a provare dei sentimenti nei suoi confronti, anche se il tumulto delle sue emozioni è molto contrastato da se stessa e qui Jung So-min è veramente brava a comunicare allo spettatore questo processo particolare e delicato che avviene nel cuore del suo personaggio. La scelta della comodità e della ricerca di sicurezza che l’hanno portata ad accettare questo matrimonio, ora la sconvolge e la fa riflettere, anche perché capisce che See-he sembra non essere per nulla affezionato a lei e mantiene la stessa vita abituale di prima come se non fosse accaduto niente. Le famiglie dei due ragazzi, però, metteranno in qualche modo alla prova i sentimenti e forse qualcosa accadrà anche nel cuore di See-he che rielaborerà un antico ricordo rimasto come una cicatrice coperta da un vestito.

Nel frattempo, lo spettatore sarà coinvolto anche dalla storia dei personaggi secondari: Wong-seok e Ho-rang sono insieme da molti anni e convivono, ma Ho-rang, ormai stufa di questa situazione, vorrebbe essere sposata e dà inizio ad una crisi di coppia mettendo con le spalle al muro il fidanzato per prendere una decisione. Lo stesso Wong-seok, sembra, con la sua confusione, non capire lo stato di sconforto della fidanzata.  

Sang-goo, all’apparenza volubile, si strugge per un sentimento che non sembra essere corrisposto da parte dell’amica di Ji-ho, la fredda e distante Su-ji (interpretata da Esom) che, in realtà, veste anche lei una maschera per difendersi dagli altri e non rivelare la fragilità e la solitudine che vive in famiglia.

Ogni tentativo di cambiare l’altra persona è una sconfitta, il cuore è da comprendere, ma non è qualcosa su cui si possa lavorare, né uno scadenziario di sentimenti.

Terza parte: LA CAMERA 19

La scrittrice Doris Lessing firma un capolavoro narrativo con il racconto “La camera 19” e in questo drama, come d’incanto, questo racconto viene riscoperto da Ji-ho che lo aveva letto quando andava a scuola, ma che oggi, con gli occhi dei trent’anni, riesce a capirne il significato più introspettivo. Il merito del drama è proprio questo, da una situazione che potrebbe sembrare banale nasce una visione moderna di vita, di sentimenti, di ricerca di libertà. Come la protagonista della camera 19 della Lessing, Ji-ho che ha acquisito maggior sicurezza da questo finto matrimonio e da una serie di avvenimenti che si sono susseguiti, abbandona l’ordinarietà e cerca la propria libertà e indipendenza perché in cima alla piramide dei bisogni di Maslow incontriamo il bisogno di autorealizzazione, di trovare la propria identità. In Ji-ho avviene proprio questo.

Ognuno di noi, però, ha bisogno della propria camera 19, un vero e proprio rifugio dove trovare conforto, parlare con se stessi, ritagliarsi quello spazio di indipendenza anche solo per urlare o riflettere a voce alta senza passare per matti. E’ la poca fiducia nell’altro e il poco rispetto della camera 19 dell’altra persona che porta alla rottura di un sentimento, ad un abbandono improvviso, ad una serie di incomprensioni.

Finalmente See-he riuscirà a venire a capo della sua difficoltà sociale e a cercare Ji-ho che si è nel frattempo allontanata? Se si riesce a dare fiducia all’altro e ad avvicinarsi rispettandone i momenti di silenzio e di riflessione, nella camera 19 c’è anche uno spazio condivisibile con un’altra persona e anche con un gatto.

Ho apprezzato di questa serie i due protagonisti, le loro interpretazioni ti catturano già dalle prime scene, la loro chimica so che ha incantato moltissimi spettatori, tanto che nel drama “What’s Wrong with Secretary Kim” sono stati chiamati entrambi per un cameo dove interpretano in un flash back i genitori della protagonista.  

La storia raccontata non è una classica storia d’amore, ma una storia di comprensione e di stima che si trasforma pian piano e matura in qualcosa di più importante, partendo innanzitutto da se stessi, dal volersi bene e dall’accettazione delle proprie fragilità e diversità. Ji-ho, poi, ha il merito di scongelare il cuore del protagonista, non perché sia una persona passionale, anzi, la nostra protagonista, infatti, sembra sempre avere attorno a sé l’inadeguatezza e l’impaccio del primo appuntamento, ma è proprio questo che la rende unica, adorabile, apparentemente insicura, ma stabile e ferma nelle sue certezze e, grazie a questa unicità, scambiata e fraintesa erroneamente spesso come fragilità, finisce per vincere e abbattere il muro e la torre dove si è rifugiato See-he e finisce per farci innamorare di una storia meravigliosa. Perché la vita, anche quella che potrebbe sembrare ordinaria, ha dei momenti scintillanti da conservare nel taschino delle stelle, come spiega la madre di Ji-ho in una confidenza privata con la figlia e perché, dopotutto, questa vita, per tutti noi, è la nostra prima volta.

Memoru Grace

Alice in Borderland 2 (ovvero l’orrenda meraviglia della sopravvivenza)

“Che sia dall’altra parte del pianeta o proprio davanti ai propri occhi, finché uno è al sicuro, non importa quanti altri muoiono. Non è l’umanità?”

Se siete qui, è perché avete già guardato e amato la prima stagione di Alice in Borderland, di cui avevamo scritto tempo fa (e di cui vi consiglio di recuperare l’articolo, anche perché è privo di spoiler). Se siete qui, è perché o avete divorato la nuova stagione oppure siete in procinto, un po’ spaventati e un po’ intimiditi, di iniziare gli otto episodi che compongono la seconda stagione. Ma, soprattutto, se siete qui, è perché non avete alcun timore a disperdervi nei meandri del Borderland, luogo ignoto e utopia malevola, dove tutti gli esseri umani godono della medesima eguaglianza, sottoposti a partecipare a giochi criminali per sopravvivere, anche a costo di uccidere il prossimo.

*** ATTENZIONE SPOILER ****

Dove eravamo rimasti?

Arisu (interpretato da Kento Yamazaki di The Door Into Summer e Death Note), Usagi (Tao Tsuchiya di Erased), Ann (Ayaka Miyoshi di Dance with Me), Chishiya (Nijiro Murakami di Rurouni Kenshin: The Beginning), Kuina (Aya Asahina di Tokyo Alice e del prossimo Red Shoes) e Tatta (Yutaro Watanabe di Mars, Under the Miracle Cherry e Forget Me Not) erano fuggiti dallo stato grottesco della Spiaggia dopo il delirio seguito al gioco della Caccia alla Strega e dopo la morte del Cappellaio e avevano scoperto la presenza di diversi master del gioco infiltrati tra loro o, meglio, per usare la terminologia cara alla nuova stagione e ai master stessi, avevano scoperto dei “cittadini” del meraviglioso mondo di Bordeland. Questi ultimi rappresentano le figure del mazzo di carte da gioco e sono padroni di game appositi: se si vuole scoprire il mistero celato dal Borderland e tornare a casa, nel vecchio mondo, è necessario passare ad un altro livello e fronteggiare direttamente i “cittadini”, ovvero le figure dei Re, delle Regine e dei Fanti. Purtroppo, per alterne vicende (dovute alle incursioni del Re di Picche), i nostri vengono separati sin da subito e si ritrovano così in game diversi: Ann, in mezzo a popolazione ignota, paga del suo vantaggio, cerca indizi e prove che possano spiegare l’arcano del mondo; Arisu, Usagi, Kuina e Tatta ritrovano un redivivo Niragi (interpretato dal sempre grandioso Dori Sakurada di Perfect Crime, Caffè e Vaniglia e Good Morning Call) e formano una squadra per affrontare il Re di Fiori e il suo team; Chishiya, solitario e logico, partecipa in un carcere di massima sicurezza al game psicologico del Fante di Cuori; e, poi, ancora, Ann e Kuina, già da sole due power women non da poco, insieme ad affrontare il Fante di Picche; Arisu e Usagi, in compagnia di un bambino senza genitori, cercano di salvare mezza umanità nella perfida scacchiera della Regina di Picche; Chishiya, sempre solitario e (credetemi!) nei game più emotivamente provanti persino per una persona fredda e priva di emozioni come lui, dibatte sul valore della vita umana per fare entrare in contraddizione il Re di Quadri. Non posso raccontare tutti questi game nel dettaglio, ma posso dire chiaramente che il livello di scrittura è altissimo, superando addirittura quello della prima stagione e arrivando alla disanima di eguaglianza, valore umano e dispregio della vita di Squid Game. Ogni game fa capire che cos’è l’essere umano, nella peggiore, ma anche nella migliore delle ipotesi, cosa è disposto a perdere per sopravvivere e cosa può guadagnare nella vicinanza con gli altri, e distribuisce gli atti di eroismo spontanei proprio per eliminare le caratteristiche eroiche stesse, che non possono esistere in un mondo così perfidamente ed emotivamente umano, ma sopravvivono dentro ognuno di noi, a causa della nostra unicità. Ogni game acquisisce un valore a sé per le riflessioni che fa scaturire e che dovrebbero essere riportate pari pari, anche perché non si affronta più solo la genialità creativa dei master che possono mettere a dura prova la pazienza e il panico, ma si affrontano gli esseri umani celati dietro i master, con le loro paure, le loro grandezze e le loro debolezze, le loro contraddizioni e i loro ideali. Su tutti, due momenti che valgono il ricordo: il dialogo tra Arisu e il Re di Fiori (interpretato in modo magistrale da Tomohisa Yamashita, che recita per tutto il tempo senza vestiti) fa comprendere ad Arisu la capacità di ascoltare gli altri e rinunciare ad una parte di se stessi come qualità motrice di un leader e il valore della libertà; il quasi soliloquio di Chishiya a cui corrisponde, come su un palco teatrale, il quasi soliloquio del Re di Quadri (interpretato da Tsuyoshi Abe, che è diventato famoso negli anni 2000 per la versione giapponese – quella originale – del drama Boys Over Flowers) sul valore e il disvalore di giustizia ed eguaglianza e sull’espiazione come ultima fatale scelta di vita. I nostri personaggi crescono e maturano, mutano nelle proprie pretese, acquisiscono coraggio, umanità, compassione, comprendono che non è più solo una questione di sopravvivenza, ma di vita umana e, come tale, non è possibile compiere sempre e solo delle scelte egoistiche perché ogni singolo atto si riflette sugli altri. E solo in questo modo, tutti i personaggi che avevano rifiutato il mondo per trovarsi al loro margine decidono di uscire dal Borderland e di tornare nel consorzio umano con l’ultima fatale battaglia contro il Re di Picche e il game finale – diabolico nella sua mancanza di violenza vera e propria e nella sua perfidia psicologica – contro la Regina di Cuori, che si rivela essere Mira (interpretata da Riisa Naka di La ragazza che saltava nel tempo e Mothers in Love), la master infiltratasi precedentemente a fianco del Cappellaio.

Ma che cos’è per davvero il Bordeland? E che cos’è di riflesso la terra d’origine? Vale davvero la pena tornare dal Borderland per prendere di nuovo possesso della propria vita?

La seconda stagione di Alice in Borderland ci pone davanti ad interrogativi esistenziali e idealisti (quasi hegeliani, per la verità) che rimescolano le carte del giusto e dell’ingiusto, dell’equità e della pietà e scavano nel profondo, lasciando voragini che ognuno può colmare solo personalmente. L’autore fa un passo ulteriore rispetto alla prima stagione e “rompe” – metaforicamente – lo specchio: come nel seguito del romanzo di Lewis Carroll, Attraverso lo specchio (e quello che Alice vi trovò), pure Arisu oltrepassa lo specchio che separa realtà e illusione e che è, al tempo stesso, quella sottile patina che spartisce il livello inconscio, ego e super ego (arrivare all’ultimo game della Regina di Cuori per capire il reale significato di uno specchio che rimane impercettibile, eppure sempre presente in tutti gli episodi). D’altronde, accanto al protagonista, il cui nome, scritto in katakana (アリス), è identico alla trasposizione del nome inglese Alice, tutti i personaggi hanno rappresentato un elemento presente nei romanzi di Carroll: Usagi, che in giapponese significa “coniglio”, è appunto il Bianconiglio inseguito da Alice nel paese delle meraviglie; Mira, il cui nome ha molteplici e complessi significati in giapponese (tra cui verità e bellezza), ma che in altre lingue può essere tradotto anche come “regina” e come “specchio”, rappresenta la Regina Rossa; Ann, che è sempre vestita di bianco, è stata il contraltare di Mira per tutta la prima stagione e sostituisce il corrispondente inglese Ann (scritto in katakana アン), dal significato ebraico di “grazia”, al suo nome originale giapponese An, è la Regina Bianca; Kuina, che porta i capelli con i mille dreadlocks come se fossero tante gambe, tiene sempre in bocca un lecca lecca come se fosse una sigaretta e ha fatto una transizione fisica come un bruco che diventa una farfalla, è il Brucaliffo (che, non a caso, in inglese è Caterpillar, scritto in katakana come Kuina); Chishiya, con il suo sorrisetto ambiguo e lo sguardo distaccato, abituato ad apparire e scomparire quando vuole, inserito in società eppure al di fuori di essa, è il Gatto del Cheshire (che, non a caso, in katakana si avvicina alla pronuncia del nome Chishiya); Niragi, il cui nome in giapponese è una combinazione delle parole usagi, “coniglio”, e nira, “cipiglio”, ma che contiene anche il termine ni, “tre”, è la Lepre Marzolina (marzo è il terzo mese dell’anno)… E potremmo andare avanti fino all’infinito, con qualche caso di interpretazione ancora abbastanza arduo (come Aguni, detto Agni o Mori-chan, che dovrebbe essere il Bandersnacth, perlomeno a giudicare dal suo comportamento inizialmente ondivago e, infine, leale nei confronti di Arisu). Per gli appassionati di collegamenti e metafore, non sfuggirà il rimando al gioco degli scacchi e al croquet, dove non serve vincere, ma basta terminare tre infinite partite consecutive.

Postilla: occhi bene aperti nel finale poco prima dei titoli di coda, che riserva una sorpresa anche per un ipotetico seguito.

Consigliato: a tutti coloro che hanno amato Alice in Borderland (perché proseguire è d’obbligo) e che affrontano senza timore mondi distopici e alternativi, ritrovando, talvolta, anche un’altra versione di se stessi; a chi ha apprezzato i terribili giochi di Squid Game e, in generale, i drama intensi e adrenalinici; a chi vuole riflettere sul valore della vita umana, magari con il sorriso stravagante e amaro di Chishiya (che è il personaggio preferito di chi scrive).

Captain-in-Freckles

Kill Me Heal Me (ovvero di una, nessuna e centomila personalità da salvare)

“Tutti abbiamo diverse personalità che vivono in noi. Dentro di me ci sono alcune personalità che vogliono vivere e altre che vogliono morire. Vivo ogni giorno lottando con la mia parte che non vuole darsi per vinta”

Presentare questo drama non è semplice e non solo perché ha una scrittura perfetta, una recitazione di altissima levatura (su tutti il multiforme camaleonte del cinema coreano Ji Sung che interpreta con un fascino irresistibile ben sette personalità differenti), un registro narrativo che riesce ad intrecciare abilmente commedia (con siparietti davvero molto comici da risate con le lacrime agli occhi), dramma, sentimentale e crime, ma anche per la potenza dei messaggi narrati, che vanno dal problema delle personalità multiple alla tematica degli abusi sui minori, celando il suo significante proprio all’interno del titolo, quel “Kill Me Heal Me“, in cui sono accostate azioni che, ad una prima visione, sembrano ossimoriche e antitetiche, ma che acquisiscono una complementarietà nella loro discordanza e nella loro continuità. Così come sono complementari e continuative le anime dei protagonisti, che si conoscono e si ri-conoscono in diversi momenti della propria esistenza e che si scindono e si frantumano per salvarsi a vicenda.

Cha Do-hyun (interpretato dal bravissimo Ji Sung di Doctor John e The Devil Judge, che ha collezionato numerosi premi per questo drama) è il figlio naturale di un famoso magnate della finanza, finito in coma quando il figlio aveva solo sette anni a causa di un incendio presumibilmente doloso provocato nella dimora. A seguito di quest’evento traumatico, Cha Do-hyun ha iniziato a soffrire di una serie di disturbi psicologici che vanno dall’amnesia selettiva e dissociativa su tutti i ricordi del periodo infantile connesso all’incendio domestico, alla tendenza al suicidio e alla depressione post traumatica, al disturbo dissociativo della personalità, alla co-coscienza di diverse personalità nello stesso momento, alla gestione del dolore e della rabbia. A causa di un nuovo evento traumatico, le sue personalità, costantemente tenute a bada da tanta psicoterapia e analisi, riemergono durante la pubertà e, quasi trentenne, Cha Do-hyun è oramai un uomo scisso e frantumato in tanti piccoli pezzetti di sé. Accanto alla sua personalità dominante, un ragazzo schivo e riservato, di buon cuore e incapace di dire di no agli altri, coesistono nel suo corpo tante anime diverse. La prima personalità che emerge (anche perché è la seconda personalità del protagonista, sempre sul limite del crinale per sopprimere la personalità dominante) è Shin Se-gi, giovane violento e aggressivo, che veste una giacca di pelle e se ne va in giro di notte a sistemare ingiustizie e che rappresenta il vero meccanismo di controllo e di salvezza di Cha Do-hyun perché interviene sempre per proteggere quest’ultimo ovvero per consentigli di fuggire dal dolore, in quanto assorbe su di sé tutto il male subito. Un’altra personalità è quella di Perry Park, un arzillo ex marinaio ed ex veterano di guerra, ottimo compagno di bevute di mezza età che parla nel dialetto del Jeolla, usa un linguaggio politicamente scorretto e ha la passione per la costruzione di ordigni esplosivi e bombe casalinghe (perlopiù usate per la pesca illegale) e che rappresenta il legame di Cha Do-hyun con la famiglia di origine, per cui è carico di una potenza verbale contestataria e libera da filtri. Poi, ci sono le personalità di Ahn Yo-seob e Ahn Yo-na, due gemelli diciassettenni che si pongono all’antitesi l’uno dell’altra: mentre il fratello è un adolescente introverso e sofferente, dall’illimitata cultura umanistica e artistica e dagli istinti suicidi (come la definisce lo psichiatra di Cha Do-hyun, è la cosiddetta “personalità suicida”, di solito sempre presente in casi di personalità dissociative), la sorella è la tipica ragazzina poco studiosa, ossessionata da trucchi, ragazzi e idol di bell’aspetto e in piena lotta generazionale contro gli adulti, che insulta e deride, e viene fuori nei momenti in cui Cha Do-hyun è all’apice dello stress e della sofferenza mentale per salvarsi dalla tentazione del suicidio (ATTENZIONE: Yo-na è la personalità più simpatica e antipatica in assoluto, quella con cui andare ad un concerto dei BTS o prendere a ceffoni al tempo stesso, e Ji Sung è grandioso nel perdere la sua fisicità e la sua mascolinità per diventare in toto questa diciassettenne “rosa shocking” che perseguita il personaggio di Park Seo-joon perché è un “Oppa così affascinante”, per cui sono merito di Yo-na i tanti siparietti comici di cui è costellata la serie, ma anche gli inconsapevoli indizi sul suo passato raccolti dal protagonista). Infine, ci sono le personalità di Na-na e di Mister X: la prima è una bambina di sette anni, timorosa e timida, tende a nascondersi sempre dietro il suo enorme orso di peluche per comunicare con gli altri con disegni e messaggini dalle tinte pastello e rappresenta il passato infantile e traumatico di Cha Do-hyun, che ha assorbito su di sé il passato infantile e traumatico della protagonista femminile, celandolo dietro il nome del suo orso giocattolo, Na-na appunto (ATTENZIONE: in apparenza debole, la personalità di Na-na è una delle poche in grado di sostenere il fenomeno della co-coscienza di diverse personalità in contemporanea per comunicare con lo stesso protagonista ed è l’unica in grado di apparire nella dimensione onirica, ricostruendo gli scenari del passato); Mister X è il padre di Na-na ed è, per la verità, una personalità piuttosto silente e misteriosa, ma diventa la personalità omnisciente e superiore, in grado di comprendere sia la dimensione cosciente che quella del subconscio di Cha Do-hyun per fornire le risposte finali, ma anche la sicurezza e il coraggio.

Un giorno, Cha Do-hyun, richiamato in Corea dagli USA dove studia (e si cura dalle molteplici personalità) per assumere il proprio ruolo nell’azienda paterna, s’imbatte in Oh Ri-jin (la bravissima ed espressiva Hwang Jung-eum, protagonista di Mystic Pop Up Bar e She Was Pretty), una giovane psichiatra al primo anno di internato. Solo che, mentre la sua personalità dominante la incontra casualmente e ne rimane distante, la personalità violenta di Shin Se-gi la sceglie come il suo più grande amore (“7 gennaio 2015, ore 22 in punto. Ricorda questo giorno: è il momento esatto in cui mi sono innamorato di te“) e inizia a coinvolgerla nei suoi poco assennati e folli progetti, che la porteranno a conoscere in poco tempo tutto lo spettro delle personalità in cui si è scissa l’anima di Cha Do-hyun, che le chiede di assisterlo, di curarlo e, poi, di decidere se uccidere il mostro in cui si è trasformato o se salvarlo, perché è l’unica di cui tutte le sue personalità si possono fidare. Per la verità, anche Oh Ri-jin non ha uno spettro psicologico così limpido, visto che, a causa di un incendio accaduto nella sua vecchia casa, afferma di aver perduto tutti i ricordi della sua primissima infanzia, di cui sono rimasti solo degli incubi angoscianti (come la reclusione in una cantina buia e il senso di soffocamento) che nascondono la vita passata vissuta con un’altra identità e una connessione proprio con il passato del protagonista (e qui si apre un capitolo relativo agli abusi sui minori, che il drama tratta con una lucidità e una delicatezza tali, inserendo la tematica all’interno della storia d’amore e dei momenti ironici quasi senza farlo notare allo spettatore).

Poi, c’è Oh Ri-on (interpretato da Park Seo-joon, che all’epoca del drama non era ancora il famoso sex symbol di Hwarang e What’s Wrong with Secretary Kim?, ma che ha dimostrato con questo ruolo una maturità recitativa incredibile, preveggenza forse del suo tocco di classe in Itaewon Class). Oh Ri-on è il fratello gemello di Oh Ri-jin, con la quale ha una forte connessione quasi telepatica, ed è apparentemente un buono a nulla, un ragazzo svagato con la passione per i romanzi gialli, i fumetti, le notti in bianco e le collezioni di foto hard, mantenuto dai genitori e sempre pronto a fare “a botte” con la sorella. Nella realtà, Oh Ri-on nasconde un’altra identità, quella di Omega, uno scrittore di romanzi gialli che prende ispirazione dalla realtà e dalla cronaca nera, collabora con la polizia e ha un forte e freddo intuito nella risoluzione di crimini, per cui è l’unico a riuscire ad indagare sul passato di Cha Do-hyun e della sua famiglia. Inoltre, in una classifica sui fratelli migliori di sempre, Oh Ri-on può guadagnare il premio come il migliore in assoluto, perché ha scelto di essere il fratello di Oh Ri-jin già da piccolo, ha scelto di provare empatia con lei e di proteggerla per eliminare i suoi traumi dell’infanzia. Se Oh Ri-jin è diventata un’adulta responsabile e la sua personalità non si è frantumata come quella di Cha Do-hyun, una parte del merito è proprio di questo suo fratello gemello, che fratello non è, ma ha voluto interpretarne il ruolo: col passare degli episodi, si viene a scoprire che Oh Ri-jin è stata adottata e che tutto quello che sa della sua infanzia felice è stato costruito ad hoc dai suoi genitori adottivi e dal suo pestifero gemello, che un po’ la controlla e un po’ la rimbrotta, ma che non le ha mai fatto mancare il suo affetto e il suo appoggio, facendole superare il senso di colpa per essere al mondo.

Fuggo da questo difficile giorno che diventa un ritratto” dice il primo verso di una delle canzoni che ne costituiscono la colonna sonora e che rispetta all’unisono le sensazioni e i sentimenti dei protagonisti. Come accade a tutti i bambini che subiscono violenze e abusi, l’inconscio dei protagonisti racchiude la sensazione di aver commesso qualcosa di sbagliato per cui si viene giustamente puniti, e la profonda certezza di non meritare più alcun amore perché si è nati marci, siglati da un peccato invisibile e ancestrale che li ha resi malvagi e, quindi, degni della punizione da parte del proprio orco. “Tu non hai mai sbagliato, tu hai assolutamente il diritto di essere amata“, dice tra le lacrime Cha Do-hyun ad Oh Ri-ji quando apprende il filo che unisce i loro ricordi passati e le loro rimozioni, perché, laddove una ha sigillato la memoria, l’altro ha addossato su di sé i ricordi altrui per punirsi del senso di impotenza che gli impediva di intervenire e, in questo processo di rimozione e sostituzione, si è “frantumato”, scisso in tanti piccoli frammenti di sé, che ne rappresentano solo una ristretta angolazione, come un puzzle che deve essere ricomposto. Dunque, in quel “salvami” che Cha Do-hyun chiede a Oh Ri-jin sta celata anche l’offerta di aiuto nei suoi confronti, perché la salvezza di uno e la sua ricomposizione equivale alla restituzione del ricordo e della serenità dell’altra e perché la scissione stessa di uno ha rappresentato, in un preciso istante, la salvezza dell’altra.

La tematica della personalità multipla non è nuova nei drama coreani: è stata trattata molto bene in chiave action/crime (con tanta ironia) in Bad and Crazy, sotto un aspetto psicologico-traumatico in It’s Okay That’s Love e da un punto di vista più romantico e sognante in Hyde, Jekyll, Me, ma, a mio avviso, Kill Me Heal Me ingrana una marcia differente e ancora più elevata e, se fino al tredicesimo episodio, riesce a puntare sulla tematica della doppia personalità anche in modo leggero e divertente, dal quattordicesimo episodio scava nel profondo di un dramma che non è solo interiore e personale, ma diventa bi-univoco (in quanto connette i due protagonisti) e collettivo, al tempo stesso. Tutto ciò rende questo drama uno dei prodotti seriali migliori di sempre (e giustamente valutato tale anche dalla critica), che, a discapito di una storia potente e per nulla facile sia da trattare che da seguire, cuce con variopinta freschezza le personalità del protagonista che sono “Uno, Nessuno e Centomila”, che rappresentano il tutto e il niente, gli angoli più o meno oscuri dell’anima e i luminosi spiragli che diventano le ancore di salvezza interiori.

Una curiosità: nel 2015, agli MBC Awards curiosamente il drama ricevette ben due nomination come Best Couple, una per Ji Sung e Hwang Jung-eum e un’altra per Park Seo-joon e Ji Sung (nei panni della pestifera ragazzina Yo-na, naturalmente). A furor di popolo, vinse quest’ultima e i due attori sul palco regalarono un ultimo siparietto comico che è passato agli annali delle premiazioni (andate a recuperare il video per capire).

Consigliato: a tutti coloro che non cercano la solita commedia romantica, né il mattone psicologico d’autore, ma che possono trovare un connubio perfetto in questo prodotto unico nel suo genere; a chi non si spaventa per le molteplici trasformazioni di quel mattatore istrionico di Ji Sung; a chi sa ridere e piangere nello stesso momento.

AVVERTENZA: il drama, pur trattando un tema forte, non ha alcun contenuto esplicito e/o violento, ma, anzi, è recitato con la lentezza enfatica orientale più caratteristica dei vecchi drama, per cui va apprezzato lentamente, come un romanzo.

Captain-in-Freckles

Le campane di Nagasaki

Per la rubrica di dicembre ho pensato di raccontarvi una piccola, meravigliosa storia di Natale, una storia vera che sa di miracolo e di fede.

Il 9 agosto del 1945 venne sganciata la seconda bomba atomica sulla città portuale di Nagasaki dove morirono all’istante quarantamila persone. Takashi Nagai, chirurgo e radiologo sopravvissuto all’ esplosione, di cui parleremo in modo più approfondito in un futuro articolo, si dedicò anima e corpo alla cura dei malati e dei superstiti. Nagai, che si era convertito al cristianesimo anni prima, perse la moglie nell’esplosione dell’atomica , ma testimoniò fino alla fine dei suoi giorni la sua fede ed è proprio dalle sue testimonianze che apprendiamo questa bellissima storia.

Urakami è il quartiere nord della città di Nagasaki, dal XVII secolo, quando iniziarono le persecuzioni dei cristiani, i fedeli, chiamati “Cristiani Nascosti”, trovarono rifugio proprio a Urakami che nel 1945 fu tristemente l’epicentro dell’esplosione della bomba atomica. La cattedrale di Santa Maria Immacolata, costruita con mattoni rossi, fu completamente distrutta. Nella cattedrale si trovavano due campane, una grossa e una piccola, ogni giorno la campana più grossa suonava l’Angelus, mentre quella piccola suonava solo nelle giornate festive.

Nei mesi seguenti la devastazione, il signor Tagawa che quando era giovane aveva aiutato a montare le campane sulla torre della chiesa, scoprì la campana più piccola sotto le frane dei mattoni rossi, era intatta, mentre la campana più grande era spaccata.

Il 24 dicembre del 1945 il signor Ichitaro Yamada insieme a Takashi Nagai e ad altri fedeli si diressero verso la cattedrale, si inginocchiarono, recitarono il rosario pregando che la campana seppellita in mezzo ai mattoni potesse nuovamente essere sospesa e suonare nella veglia di Natale. Alla cupola del campanile venne fissata una trave con un paranco, i fedeli afferrarono la catena:

Padre Nostro che sei nei Cieli…”

Tirarono la catena e si fermarono.

“Sia santificato il Tuo Nome…”

Tesero nuovamente la catena.

“Venga il Tuo Regno…”

“Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”.

La campana si mosse, si alzò nell’aria.

Takashi Nagai raccontò: “Nel momento in cui il sole coricandosi sulla collina di Inasa tinge di scarlatto quel mucchio di macerie che fu il campanile, la campana mostra la sua forma elegante. La guardo rapito, incapace di muovermi”.

In lontananza, altre campane suonarono sopra le terre deserte e bruciate, una speranza sopra un campo di strage e desolazione. Anche la campana di Urakami iniziò a suonare l’Angelus e dalle capanne vicine, i cristiani uscirono correndo verso il suono, quasi a respirare quel miracolo inaspettato.

Dappertutto persone inginocchiate iniziarono a pregare mischiando le loro voci con il suono della campana.

“E il Verbo si è fatto carne…”

Il suono delle campane di Urakami coprì il silenzio e il deserto apocalittico, si elevò così in preghiera la speranza dei fedeli, quei cristiani che finalmente potevano abbandonare il loro dolore al suono della veglia di Natale.

“Nemmeno una bomba atomica può far tacere le campane di Dio”, scrisse nel 1951 Takashi Nagai.

Un piccolo meraviglioso miracolo arriva nel momento inaspettato in una catena infinita di fede!

Memoru Grace

Note bibliografiche:

  • Takashi Nagai, “Il rosario di Nagasaki”, ed. Fede & Cultura, 2020
  • Takashi Nagai, “Le campane di Nagasaki”, Luni Editrice, 2019

Alla scoperta di Babbo Natale

Io lo so che tu arriverai / e con te i doni porterai / così Natale più bello sarà / se starai accanto a me…

La leggenda narra che, quando ero molto piccola, appena sentivo le note di questa sigla e vedevo le prime immagini degli gnomi in mezzo alla neve, mi emozionavo immediatamente. La leggenda narra pure che, qualche anno più tardi, quando sono diventata una bambina rompente e consapevole di me, chiedevo in continuazione alla sorella maggiore di cantarmi la sigla, che avevo imparato a memoria, sognando di andare un giorno al Polo Nord per conoscere personalmente Babbo Natale. Ero talmente fissata che, un Natale, mio padre fu costretto ad indossare l’enorme costume rosso e bianco di Babbo Natale per portare i doni a casa sotto l’albero (ed io quasi svenni per l’emozione). Tutto ciò è per dire quanto questo cartone animato, complici le molteplici repliche mandate in onda in TV ogni Natale, sia diventato una pietra miliare della mia infanzia, una sicurezza natalizia come lo sceneggiato fantasy Fantaghirò.

Purtroppo, oggi, dopo tutti questi anni, ricordo poco della trama di Alla scoperta di Babbo Natale, se non la gioia di vedere le dinamiche tra i piccoli gnomi in preparazione dei regali natalizi, per cui mi sono dovuta recuperare i 23 episodi (che potete trovare qua e là su YouTube, come un calendario dell’avvento) e ho trovato che narrano una fiaba meravigliosa, di quelle che vorremmo sentire ancora prima di andare a dormire.

La storia è ambientata in uno sperduto villaggio lappone del Polo Nord, abitato dai Tonto (nella versione italiana tradotti con il termine più finnico Balbalock), che non sono dei comuni abitanti della Lapponia, ma dei piccoli gnomi che aiutano Babbo Natale a preparare i regali da consegnare ai numerosi bambini terrestri nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Tra questi, emerge Uffo, una sorta di maggiordomo tuttofare munito di cappello rosso a punta, che è il braccio destro fidato di Babbo Natale e che porta con sé, nelle sue numerose avventure, la sua nipotina Elisa. La piccola Elisa, con le sue trecce bionde e il suo sguardo incantato e meravigliato del mondo, è la vera eroina della storia, che accompagna lo spettatore in mezzo a bufere di neve, gite in slittino, passaggi magici, renne e un mondo così splendidamente natalizio, che persino Dickens e Tolkien insieme ne sarebbero stati fieri. La vera missione di Elisa, infatti, è portare la magia del Natale un po’ ovunque, tra gli gnomi Tonto della Lapponia, ma anche tra tutti gli abitanti della terra nel cartone animato e, infine, nelle vite degli spettatori, che, forse presi dai preparativi di pranzi e cene natalizie e dalla missione di trovare il regalo giusto, spesso perdono il vero messaggio delle feste di Natale, dell’accoglienza e della compassione nei confronti del prossimo, del donare gioia per riceverne a propria volta. Elisa è un po’ la James Stewart che urla “Buon Natale, Bedford Falls” per le strade innevate di una città addormentata e, forse, è per questo motivo che ci piace guardare le sue avventure in questo periodo dell’anno.

Alla scoperta di Babbo Natale (in originale: 森のトントたち, Mori no Tonto Tachi, letteralmente Il villaggio degli gnomi Tonto) è un anime disegnato da Yoshiaki Yoshida, scritto da Yoshiaki Yoshida e Sugihara Megumi e prodotto dalla casa anime Zuiyo con l’obiettivo di riprendere e rimaneggiare diverse leggende nordiche in attesa del Natale. Trasmesso per la prima volta dalla leggendaria Fuji TV nel 1984, è approdato in Italia due anni dopo sui canali Mediaset per essere ritrasmesso e riprogrammato ininterrottamente fino al 1999. Di recente, è tornato sui canali satellitari e sul digitale terrestre, per cui recuperarlo risulta facilissimo e piacevole in questo periodo.

Consigliato: a tutti coloro che vogliono vivere la magia del Natale, in modo innocente e spensierato, come un tuffo nell’infanzia; e, se non avete visto questa serie d’animazione da bambini, allora è arrivato il momento giusto per recuperarla. Magari, in attesa che arrivi la nostra letterina al Polo Nord.

Captain-in-Freckles

I’ll Go to You When the Weather is Nice – Trovare la forza dalla solitudine

“Ci sono cose che puoi vedere più chiaramente quando sei solo”.

Voglio iniziare così, con una delle frasi più rappresentative di questo drama, una delle storie più intimiste che abbia mai visto.

Spesso la confusione di fuori e il continuo susseguirsi di richieste e di risposte coprono il rumore dentro di noi, un rumore caratterizzato da ferite emotive, dal vuoto, dalla mancanza, dalla consapevolezza di urlare dentro noi stessi e di non avere il tempo di ascoltarci. I due protagonisti della storia cercano di allontanarsi dalla confusione di fuori per vivere in una dimensione sospesa, quasi ovattata, le loro anime si incontrano, si fanno compagnia, si aiutano e poi si allontanano perché prima devono ritrovare se stessi, devono trascorrere tutto l’inverno dei loro cuori per raggiungere i colori. L’ambientazione della storia aiuta moltissimo ad entrare nell’animo dei personaggi, la neve, le stalattiti di ghiaccio davanti casa, la caldaia che non funziona, una coltre di lana che cerca di scaldare dal freddo che non va via, ma che entra dentro le ossa, in silenzio, come i segreti che appartengono alle vite dei protagonisti.

Mok Hae- won (interpretata dalla bravissima Park Min Young, “What’s wrong with Secretary Kim”, “Healer”) è una violoncellista che, dopo una serie di eventi sfortunati, lascia il lavoro a Seoul e torna nel paese dove ha trascorso parte della sua adolescenza, Bookhyun, nella provincia di Gangwon, dove la zia materna gestisce una pensione. A Bookhyun la vita scorre lenta e nella stagione invernale tutto è coperto immensamente da neve, i colori predominanti sono quelli freddi e anche la stessa Hae-won, appena arrivata, cerca di adeguarsi a quel ritmo decisamente meno stressante di quello che ha lasciato in città. A Bookhuyn rincontra un suo compagno di scuola superiore, Im Eun-seop (interpretato da un intenso Seo Kang-joon, “A Year-End Medley”) dallo sguardo malinconico e timido e dal carattere introverso, di poche parole, ma dall’indole gentile. Eun- seop è il proprietario della piccola libreria “Goodnight Bookstore”, aperta fino a tardi dove si può accompagnare la lettura dei libri ad una tazza di caffè caldo soprattutto durante gli eventi del gruppo di lettura, a cui partecipa una cerchia ristretta di lettori della comunità di Bookhuyn, tra cui la stessa Hae-won che inizierà presto a lavorare part time presso la libreria.

Nessuno sa che Eun-seop ha uno spasmodico amore per i libri che lo porta a curare un blog che ogni sera viene aggiornato con una frase tratta da un romanzo o da una poesia, si rivolge spesso ad una certa Irene, sua musa ispiratrice e trasmette tutto il suo prezioso mondo interiore in questi piccoli momenti di raccolta.

L’anima triste e ferita di Hae-won si avvicina all’anima solitaria e riflessiva di Eun-seop, entrambi si capiscono, non servono parole, si riconoscono come persone pacate che hanno un tramestio di emozioni dentro di loro.

“Mi sono innamorato di te per i tuoi occhi che avevano il colore della sera prima della tempesta”.

Eun-seop e Hae-won toccano il buio interiore dentro la propria anima, da una parte, l’inquietudine di lui e la voglia di sparire per stare da solo e, dall’altra, un terribile segreto del passato che lascia l’angoscia nel cuore di lei e che coinvolge la madre e la zia.  

Il drama tocca delle tematiche molto importanti, la violenza domestica, l’adozione, la depressione, l’ansia sociale, il tutto sempre scandito dalla nostalgica lentezza che riempie l’atmosfera, senza essere pesante e senza mai banalizzare, è compito dello spettatore cogliere tutti i piccoli e preziosi momenti che regala questa storia, come l’amore per i libri e la musica. La chimica tra i due attori che interpretano i protagonisti vi affascinerà a tal punto da immergervi completamente nei loro sguardi dal primo all’ultimo episodio. I personaggi secondari sono di una bravura incredibile, a partire dalla madre (Jin Hui-gyeong) e dalla zia (Moon Jeong-Hee di “Pandora” e “Vagabond”), a Lee Bong-ryun di “Hometown cha-cha-cha” e “Sweet Home”, all’incredibile Lee Jae Wook (“DoDoSolSolLaLaSol”, “Alchemy of Souls”, “Memories of the Alhambra”) che brilla anche in questo ruolo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Lee Do-woo, che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano, “I’ll go to you when the weather is nice” è una storia di tenacia per combattere e vincere le proprie paure, per rimarginare le ferite dell’anima causate da ricordi dolorosi e per ricercare la felicità e il proprio equilibrio interiore.

Perché, come per i protagonisti, la solitudine è la vera forza motrice dei malinconici che si preparano ad affrontare la vita e a superare il freddo per poi incontrarsi di nuovo in uno spicchio di luce primaverile.

Memoru Grace

Money Heist: Korea – Joint Economic Area

In tutto il mondo La Casa di Carta è stato un fenomeno che ha diviso e ha destabilizzato, da una parte, perché ha cambiato i canoni della serialità e, dall’altra, perché in una serie apparentemente action ha inserito la tematica sociale e politica, oltre che ha portato all’attenzione un universo seriale non USA-centrico. Così, è stata il modello principale per il remake coreano Money Heist: Korea – Joint Economic Area. Ma quanto è stata veramente valida questa visione, divisa in due parti e caricata da Netflix in due momenti diversi? Con molta probabilità il pubblico lo ha accettato in modo diverso a seconda che abbia visto o meno la versione spagnola che lo ha ispirato (e a seconda anche delle critiche a seguito). Da ex spettatrice dell’originale iberico, ho cercato di scindere perfettamente a metà la mia visione e il mio giudizio e mi sono trovata davanti a diversi punti critici e non apprezzati nella prima parte, forse troppo tributaria al suo modello spagnolo, e di fronte a spunti interessanti e molto apprezzati nella seconda parte, che finalmente prende il volo da sé, creando una narrativa completamente diversa e ristrutturando le dinamiche tra i personaggi sulla base della particolare situazione coreana, con la divisione tra le due Coree e il tentativo dell’unione monetaria.

Pertanto, ecco una recensione comparato o, ancora meglio, le mie impressioni a caldo, buttate giù quasi in crudo post visione. Pronti ad entrare alla Zecca sul confine tra le due Coree?

Part 1

Part 2

Riassumi Money Heist con una frase: Parcere subiectis et debellare superbos

Prima impressione: Inizio la visione e.. un attimo. Dov’è finito il recap, il dove eravamo rimasti negli episodi precedenti, etc? Con la quantità di drama che vedo, sei mesi di attesa tra la prima e la seconda parte equivalgono a circa una cinquantina di recuperi. Poi, dopo la prima destabilizzazione, mi riprendo: il professore, travisato, scappava dalla polizia e il capitano Cha, nel frattempo, con il suo background da spia nordcoreana, si è mangiato la foglia e ha capito la sua identità. Belli questi flashback inseriti all’interno sulla vecchia vita di Cha (Lost, hai fatto scuola), solo che un personaggio che mi era piaciuto molto nella prima parte è stata lasciato un po’ così, senza altro approfondimento e a metà tra la vita, il coma e la ripresa repentina (i coreani hanno i tempi di ripresa dal coma più veloci del mondo). Ma non importa, perché, intanto, ingrana, ingrana molto bene e, finalmente, sento l’hype che aleggiava solo nel sesto episodio.

Ma cosa diavolo sta succedendo alla Zecca? La situazione non si è solo scaldata, ma è diventata incendiaria, con un infiltrato delle forze armate (uno di quelli abituati nelle missioni di esfiltrazione, ma anche senza scrupoli a fare carneficine), gli ostaggi sobillati e pronti alla rivolta e all’evasione, il dubbio di un traditore all’interno del gruppo dei rapinatori, le ansie e le paure dei rapinatori stessi (grazie, Rio, per aver reso umano un personaggio e averci fatto capire che non c’è nulla di sbagliato ad avere paura), gli imprevisti e le crisi, il taglio netto di elettricità e comunicazioni… Insomma, succede di tutto, ma adrenalina e progettualità sono calibrate con un equilibrio incredibile e, soprattutto, con l’originalità che mancava alla prima parte, rimescolando tutte le carte in gioco, tutte le azioni e le peculiarità prima disseminate un po’ ovunque e, soprattutto, alzando l’asticella del pregio di questa serie.

I PERSONAGGI

Tra gli ostaggi, si nota (e molto, direi) Anne, la figlia dell’ambasciatore, quasi pretesto per un salvacondotto nella prima parte e destinata a rimanere un personaggio appannato e abbozzato, se avessero seguito la linea spagnola. Invece, questa Anne è colei che intenta la ribellione, ma che capisce anche su di sé cosa voglia dire la discriminazione (quel sentirsi rifiutata e relegata dagli altri ostaggi in quanto ricca) e, infine, è l’unica a comprendere veramente il messaggio che i rapinatori vogliono dare al mondo (Stoccolma non conta, perché, più che comprendere il messaggio, agisce solo per amore di Denver) e all’establishment politico coreano, in particolare, con una maturità che la candiderebbe già a seguire le orme del padre.

Stoccolma ha avuto il suo momento già nella prima parte, per cui qui è un personaggio un po’ più in secondo piano (tranne quando imbraccia il fucile per salvare senza esitazione Denver e quando fa quel discorso sulle cose che non ha mai potuto scegliere nella propria vita e, finalmente, fa venire fuori un po’ di carattere).

Sul Direttore non voglio infierire (bravissimo l’attore, per carità), ma guardate fino a dopo i titoli di coda, come nei film della Marvel.

Non avevo promosso Rio nella prima parte, perché un ragazzino indeciso e poco maturo, né carne né pesce, non convinto nemmeno di se stesso. Invece, lo promuovo a pieni voti in questa seconda parte proprio per aver rappresentato l’umanità e la crescita di un giovane uomo, la scarica di adrenalina, lo spirito di sacrificio, il primo innamoramento, ma anche le paure, i timori e, perché no, i pregiudizi (sudcoreani vs. nordcoreani).

Denver, stavolta, lo si vede di meno rispetto alla prima parte, ma non importa, perché avevo già apprezzato il suo personaggio prima. Solo che in questa seconda parte manca la sua risata sonora e cristallina, sostituita dalla sua commozione e dal suo piano. E vi avverto: quando piange Denver, piangete anche voi dietro.

Mosca ha bisogno di poche battute per darci un pezzo teatrale e, come nel suo omologo spagnolo, si fa amare anche per questo suo fare da minatore uscito da un romanzo.

Tokyo non è la Tokyo iberica, vi avviso. Anche in questa seconda parte, non c’è la Tokyo dal fascino ribelle e selvaggio della versione spagnola, sparatutto, irriverente e pronta a fare baldoria. Manca la Tokyo che si rifiuta di comprendere se non col cuore e con la passione e che, talvolta, manderesti a quel paese, perché questa Tokyo, con il suo passato militare nordcoreano e i precedenti criminali, è una Tokyo compassata, fredda, metodica, una macchina da guerra in perfetta sintonia con Berlino (non fatevi ingannare dalle apparenze, perché loro due sono i due alfieri sulla scacchiera del Professore). Quando incontra Seoul, personaggio di pura invenzione della versione coreana e che ringrazio tanto per quest’idea, diventa una vera bomba atomica (la steadycam da videogioco di Tokyo e Seoul durante la liberazione del bambino già da sola è uno dei momenti più belli di tutto il drama).

Berlino!!! Non c’è bisogno che dica oltre su di lui, perché avevo già adorato il suo personaggio e la sua interpretazione nella prima parte. In questa seconda parte, raggiunge vertici di altissimo splendore, giganteggia come una fiera feroce a caccia del pasto e, soprattutto, non dà mai punti di riferimento, destabilizzando completamente lo spettatore. Ma attenzione! Non è il Berlino spagnolo: la sua freddezza qui è una lama di coltello ben affilata, non una pennellata compiaciuta di tempera, e usa a suo favore anche tutti i propri punti deboli, a cominciare dalla malattia e dai traumi del suo passato. Inoltre, questo Berlino manca del narcisismo egocentrico del suo omologo e, pur nella sua freddezza calcolatrice, rimane istrionico.

Nairobi non è male, ma è tuttora il personaggio rimasto un po’ in ombra. Non si mette a capo di nessun matriarcato e le manca l’allegria che la fa cantare mentre lavorano le presse, però, al tempo stesso, è una madre sofferente ed empatica che si autogiudica e si autocondanna (forse, più somigliante alla Nairobi spagnola delle ultime stagioni e della seconda rapina). Prevedo un ipotetico sviluppo più avanti.

Oslo ed Helsinki, pur rimanendo personaggi minori, si sono rivelati due orsi buoni e col cuore di marzapane (soprattutto Oslo, nonostante la sua piccola mole di 200 Kg).

Il Professore? Posso dire che, a mio parere, è più freddo e più cinico del suo omologo spagnolo? Un paio di volte, stava pure per tradire i suoi ferrei principi di non uccidere e stavo storcendo il naso. Meno male che, alla fine, il suo piano è andato in porto, anche grazie all’enorme lealtà della sua squadra. Dal punto di vista emotivo, mi ha ancora lasciata in dubbio se davvero provi affetto o meno per l’ispettrice (che qui migliora rispetto alla prima parte, anche se, ancora una volta, non mi ha fatto impazzire). Però, quell’incontro tra loro non somiglia un po’ ad una scena di Crash Landing on You?

Cosa ti è piaciuto? Ok; non cantano mai Bella Ciao (ve lo devo dire), ma non per questo il messaggio rivoluzionario non rimane intatto. Anzi, politicamente, l’ho trovato di una portata maggiore rispetto all’omologo spagnolo, che, dopo la prima verve anti-capitalista e di critica alla società, si è andato a perdere in una deriva anarcoide piuttosto infruttuosa e destrutturante (che mi ha portato a chiedere il motivo della seconda deleteria rapina). Qui, invece, già il fatto che la Zecca si trovi in una zona di nessuno, a metà tra le due Coree, che è quasi una promessa di riunificazione, gestita, però, da politici corrotti pone l’accento su tante altre tematiche su cui riflettere. Si sente intatta la sofferenza di un popolo diviso, ma anche di un popolo (quello nordcoreano) condannato ad una feroce dittatura e di un altro (quello sudcoreano) che ha assaggiato in passato l’amarezza di un regime non democratico e che ogni giorno deve fare i conti con una classe burocratica troppo invischiata nel passato.

In conclusione: serie promossa. Non è la mia preferita, ma, dalla prima parte, si fa un salto di qualità in avanti e si va a superare in originalità il precedente spagnolo. Per cui vale la pena sorbirsi i primi sei episodi per arrivare alla bellezza di questi ultimi.

Il tenente Colombo

“Al mondo esistono tre categorie di uomini: quelli che pensano giusto, quelli che pensano sbagliato e quelli che pensano come me”.

Esiste una serie talmente longeva che conta i primi episodi nel 1968 e gli ultimi nel 2003. Esiste una storia gialla talmente fresca e frizzante, che lo spettatore non si rende quasi conto dell’efferatezza dei crimini commessi durante la visione. Esiste una trama talmente lineare e schematica, che è impossibile non seguire con apparente semplicità per farsi sbalordire sul finale. E, infine, esiste un detective talmente buffo e goffo, che quasi non sembra nemmeno un detective, ma così ingenuo e quasi innocuo che è rimasto nella mente e nel cuore di tutti. Perché, seriamente, sfido a ignorare l’esistenza del tenente Colombo e del suo impermeabile stropicciato e allacciato male, con il colletto per metà rovesciato, le macchie di caffè versate inconsapevolmente e quella falsa e gentile sfrontatezza, a tratti imbarazzante, delle sue domande insistenti.

Il tenente Colombo, magistralmente interpretato da Peter Falk, è così: gli si potrebbe applicare l’etichetta “L’abito non fa il monaco” per come la sua prima apparenza riesca ad ingannare tutti. Di primo acchito, sembra quasi un clochard o, perlomeno, uno che ha passato la notte a riposare su una panchina del parco, con gli abiti non stirati trovati in un pacco di beneficienza, e tutti i criminali lo sottovalutano. E, persino, la seconda impressione non sortisce un buon effetto: Colombo se va in giro per la stanza senza nemmeno capire quello che è successo, guarda tutto senza far capire che sta indagando, parla a vanvera delle cose più piccole e disparate, che non sembrano avere nulla in comune con il caso da risolvere, si mostra solo e privo di una squadra e, soprattutto, pone un sacco di domande. Insistente, con un occhio chiuso e uno semi-aperto, con il viso leggermente storto e la postura un po’ ingobbita, con le mani dietro la schiena o a fargli da poggiamento e quasi sorpreso, come di una meraviglia innocente e infantile, nell’ascoltare il suo interlocutore, che sembra canzonarlo, convinto della sua poca intelligenza. Colombo non sembra coraggioso, odia le armi e non ne porta con sé, soffre di claustrofobia, di vertigini e di mal di mare, non ama mettersi in pericolo, si rifiuta di prendere l’aereo e ama la buona tavola, fatta di cibi semplici e genuini, come le sue uova sode o un panino da poco conto, preparato con cura dalla moglie come pranzo al sacco. Colombo afferma di essere un fumatore incallito, ma ha sempre in mano un vecchio sigaro smozzicato di infima qualità (e che, probabilmente, non fumerà mai). Colombo parla solo di musica lirica, delle sue origini italiane e di sua moglie (“Devo ricordarlo di dirlo a mia moglie” è uno dei suoi tormentoni storici, perché la signora Colombo sembra depositaria di tutti i racconti del detective). Colombo sembra accettare qualsiasi cosa gli venga propinata, qualsiasi alibi, qualsiasi ricostruzione con un candore pari a quello dell’angelo Clarence nel film “La vita è meravigliosa” e sorride inerme al criminale di turno che lo vuole beffare. Poi, mentre se ne sta per andare dopo le sue investigazioni poco accurate, gira sui tacchi e con lo stesso innocente sguardo di prima esclama: “Ah, un’ultima cosa…“.

Il criminale ancora non lo sa, ma quella frase corrisponde alla fine del suo mondo. Perché Colombo è il detective più anti-detective che esista solo in apparenza: dietro il suo aspetto trasandato, grigio e sgualcito, si nasconde un abile e acuto giocatore di scacchi con un elevato quoziente intellettivo, un ragno mortale che tesse la sua tela invisibile e fa crollare la sua preda in contraddizione. Mentre va in giro a toccare oggetti a caso, riesce a cogliere tutti gli indizi con un solo sguardo; mentre il criminale crede di beffarlo, è lui a prendersene gioco per vedere fino a che punto arriva la sua bugia. Colombo è il falso mediocre, che, sotto mentite spoglie, cela uno stratega in assetto di guerra, uno a cui nessuno può sfuggire (anche perché, come afferma spesso, “non esiste il delitto perfetto, è un’illusione“) e che dipana ogni matassa muovendosi a passi lenti e poco fermi, come in un ragtime, vincendo due volte: la prima, come detective nel risolvere il caso; la seconda, come umile contro i superbi che amano le prevaricazioni, nel rovesciare completamente qualsiasi apparenza.

Forse è proprio per questo motivo che Colombo, quando ero piccola, era il mio eroe personale. Quando quella serata la televisione programmava le avventure del piccolo e buffo detective in impermeabile, mio nonno mi chiamava per tempo o, meglio, me lo ricordava già nel pomeriggio ed io facevo di tutto per guardarlo, affrontando le immani pubblicità che falcidiavano il programma e rimanendo sveglia fino a tardi. Mi divertivo, spremevo le meningi, ripetevo le frasi e le camminate di ispezione per la stanza del detective e, con lui o come lui, cercavo di risolvere il caso. Colombo è stato una delle prime menti investigative, insieme alla signora Jessica Fletcher (protagonista de “La signora in giallo“), di cui mi sono intellettivamente innamorata. Molto prima di fare la conoscenza letteraria di Sherlock Holmes, Hercule Poirot e Miss Marple, esistevano quelle serate che una bambina con le trecce passava a fingere di incastrare criminali e prepotenti, come faceva il detective Colombo. Come diceva sempre mio nonno, mentre si appassionava alla visione, “Colombo è uno che non te lo mangi mica così”, perché “quando chiude l’occhio, sa cosa farà del suo nemico”.

O, forse, Colombo era il mio eroe personale perché ammiravo le sue avventure in compagnia di mio nonno, così come guardavo con lui i film western e l’accoppiata vincente Bud Spencer e Terence Hill. Ma questa è un’altra storia.

La serie di Colombo (in originale Columbo) conta 11 stagioni per un totale di 69 episodi (comprensivi degli episodi speciali fuori stagione), una marea di guest star famose (Leslie Nielsen, Ben Gazzara, Johnny Cash, Ray Milland, Eddie Albert, Leonard Nimoy, Vincent Price, Martin Landau, Faye Dunaway, Dick Van Dyke, Rod Steiger, José Ferrer, Anne Baxter e persino il Ricardo Montalban dell’Ira di Khan), innumerevoli registi di prestigio (Steven Spielberg, Leo Penn, John Cassavetes e, persino, lo stesso Peter Falk), doppiatori speciali (come Ferruccio Amendola, voce italiana del detective nel film per la televisione Riscatto per un uomo morto) e persino un monumento dedicato (a Budapest, per omaggiare le origini ungheresi – e non italiane, nonostante quello che si possa pensare – di Peter Falk). Inoltre, Colombo conta pure una serie spin-off dedicata a Mrs. Colombo, la moglie del tenente, mai apparsa nella serie principale e interpretata per questa chicca rimasta inedita in Italia da Kate Mulgrew, diventata nota, anni dopo, per aver impersonato il Capitano Kathryn Janeway in Star Trek Voyager.

Piccola postilla: si ignora il vero nome di battesimo del tenente Colombo (che, quando gli viene posta la domanda, afferma solo di chiamarsi Tenente), così come si ignora il nome del suo cane (che il detective chiama semplicemente Cane); secondo una ricostruzione più o meno attenta ad un suo vecchio documento sbiadito, alcuni credono che si possa chiamare Frank.

Consigliato: a tutti, perché, se non avete mai visto un singolo frammento di questa storica serie, mi dispiace molto per la vostra infanzia, per cui urge un recupero, anche per sapere che non sono gli uomini grandiosi e apparentemente forti a reggere il mondo, ma un piccolo omino medio in impermeabile che si fischietta da solo la sigla iniziale e che insegna con saggezza che la prevaricazione e la prepotenza pagano sempre.

Captain-in-Freckles

Detective Conan – Piccoli Sherlock Holmes crescono

“Quando si tratta di logica e deduzioni, non esistono né vincitori né vinti. Cerca di impararlo, se vuoi diventare un detective. L’unica a vincere è sempre la verità”.

All’uscita dei film con protagonista la giovane Enola Holmes, fracassone marcato Netflix e derivante dalla saga di libri young adult di Nancy Springer, quelli della mia generazione sono rimasti perplessi per diversi motivi: anzitutto, una sorella minore e totalmente inventata di Sherlock Holmes non si era mai vista nemmeno negli apocrifi più inquietanti (e nemmeno quel genio di Moffat è stato perdonato del tutto per questo svarione familiare sul Canone); in secondo luogo, ci sono errori storici talmente gravi sull’età vittoriana e sul movimento delle suffragette da spingere ad inviare gratuitamente all’autrice un buon libro di storia dell’epoca; in terzo luogo, quella petulante e tutto-fare diciassettenne investigatrice sembra più concretizzare il canone fandom di una qualsiasi “Mary Sue” (ovvero un vero e proprio cliché letterario derivato dal fandom di Star Trek e relativo a una protagonista giovanissima con abilità e caratteristiche fuori dal comune e del tutto inaspettate, apparentemente priva di evoluzione psicologica). Ma, soprattutto, quelli della mia generazione storcono il naso, perché sanno che esiste un solo adolescente con le abilità di Sherlock Holmes, un diciassettenne occhialuto e di bassa statura che, sognando di emulare le gesta del detective britannico, ci ha fatto compagnia durante la nostra infanzia negli anni ’90 e risponde al nome di Shinichi Kudo e al soprannome di Detective Conan.

Per la verità, Shinichi non è così basso e così infantile come appare. Studente liceale, coltiva da tempo la sua passione investigativa e collabora in modo saltuario con la polizia, mettendo a frutto la sua deduzione logica, le sue abilità intellettive e mentali e la sua perspicacia. Solo che, un giorno, mentre si trova ad un parco dei divertimenti insieme all’amica di sempre, Ran, si imbatte in un’organizzazione criminosa e diventa testimone di un delitto. I criminali lo rapiscono (anche perché il nostro non ha una grande mobilità e rimane piantato a pensare senza rendersi conto del mondo circostante) e lo avvelenano con una misteriosa sostanza per eliminarlo. Se non fosse che Shinichi non muore affatto, ma cambia fisionomia e il suo corpo ringiovanisce di ben 10 anni. Così, su consiglio del professor Hiroshi Agasa, specie di inventore e scienziato nerd che pare uscito da Ritorno al futuro, inventa l’identità di Conan Edogawa (palese omaggio allo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, e ad Edogawa Ranpo, famoso scrittore giapponese di gialli e creatore del detective Kagoro Akechi) e, come tale, diventa un bambino prodigio con il cervello superiore di un computer e la maturità e la saggezza di un adulto. Perché, anche come ragazzo di 17 anni, il nostro Shinichi era una mente fuori dal comune: intelligente, arguto, dotato di una formidabile memoria eidetica e di un certo humor sarcastico, snob, sicuro delle proprie capacità superiori, narcisista e megalomane, ma, al tempo stesso, timido e riservato, quasi imbarazzato, quando si parla di sentimenti ed emozioni, come quando la sua migliore amica Ran tenta di dichiararsi.

E, così, di caso in caso, di storia in storia, Conan si muove insieme a Ran e al professore per cercare di risolvere tutti i gialli e i crimini che si palesano davanti e per sbrogliare la matassa dei super-cattivi, quell’Organizzazione nera, i cui membri portano nomignoli di super alcoolici e che gestisce, di fatto, tutti i traffici più loschi del paese, compreso la sostanza che ha agito sulla trasformazione di Conan. Ogni caso si conclude con una vera e propria deduzione logica, ma anche con una riflessione profonda di Conan sulle tragedie umane in cui si imbatte e i suoi insegnamenti che ne derivano sono sempre catartici sul valore di giustizia e ingiustizia (“A volte, l’ingiustizia può sembrare una tragedia e suscitare il desiderio di vendetta. Ma la vendetta è fonte di dolore e non di giustizia“). Risolvendo crimini, il piccolo e intelligente detective si imbatterà nel famigerato ladro Arsenio Lupin, creato dalla penna di Maurice LeBlanc e protagonista dell’anime Lupin III, in un crossover diventato iconico.

Una curiosità dovuta sui nomi dei personaggi, perché in quest’anime nulla è stato lasciato al caso. Oltre all’omaggio palese fatto ad Arthur Conan Doyle e ad Edogawa Ranpo con lo pseudonimo del protagonista, ricordiamo che la migliore amica di Conan, Ran Mori deve il suo nome alla pronuncia giapponese di Maurice LeBlanc. Ancora, il professor Hiroshi Agasa, mentore di Conan, si rimanda alla deformazione del nome proprio di Agatha Christie. Infine, la scienziata Shiho Miyano, creatrice del misterioso veleno che ha “rimpicciolito” Conan e soprannominata Sherry, deriva il suo nome dalla pronuncia giapponese di Sherlock Holmes. Più complessa è la spiegazione del nome attribuito alla sua seconda identità, Ai Haibara, dove Ai potrebbe stare per la pronuncia inglese di I, iniziale di Irene Adler (la truffatrice avventuriera che Sherlock Holmes considera l’unica Donna, con la maiuscola) o per una delle iniziali di V. I. Warshawski, detective creata dalla penna di Sara Paretsky, mentre Haibara si riferisce a Cordelia Gray, protagonista dei romanzi thriller di P.D. James, in quanto il nome è composto dal kanji hai (灰), che significa grigio cenere. E tutto ciò la dice lunga sulle paranoie del creatore di quest’anime.

Detective Conan (名探偵コナン Meitantei Konan) è un manga scritto da Gosho Aoyama e pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Sunday a partire dal 1994 e serializzato in anime due anni più tardi. La pubblicazione è tuttora in corso, così come la messa in onda delle sue avventure anime, arrivando, al momento, a 1065 episodi e rendendolo uno degli anime più lunghi e continuativi di sempre. Detective Conan conta anche di 25 film anime, 18 OAV, 4 film in live action (cioè con attori in carne e ossa), 3 manga tratti dai film, 4 colonne sonore diverse (tutte composte da Katsuo Ono) e 24 videogiochi. Numeri che ci fanno rendere conto della sua longevità.

Postilla finale: il grande scrittore giapponese Edogawa Ranpo, di cui si è detto, rispondeva al secolo al nome di Hirai Taro e fu anche critico letterario e traduttore dei romanzi di Arthur Conan Doyle e di Maurice LeBlanc; il suo nome d’arte non è altro che la translitterazione in romanji (pronuncia giapponese scritta in caratteri dell’alfabeto latino) del nome di Edgar Allan Poe, grande scrittore americano di racconti gialli e del terrore a cui è attribuita la paternità del primo detective letterario, il francese Auguste Dupin, investigatore protagonista dei racconti I delitti della Rue Morgue e La lettera trafugata e ispiratore delle figure di Sherlock Holmes ed Hercule Poirot. Ma questa è un’altra storia.

Consigliato: a tutti, amanti del giallo e dei giochi in stile Cluedo o meno, perché questo piccolo grande detective è quanto di più vicino a Sherlock Holmes possa essere stato creato e, non me ne vogliano gli altri emuli, ma è talmente dotato di calma, coscienza e attenzione e “non è questo che predica il vecchio Sherlock Holmes?” (cit.)

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