Kill Me Heal Me (ovvero di una, nessuna e centomila personalità da salvare)

“Tutti abbiamo diverse personalità che vivono in noi. Dentro di me ci sono alcune personalità che vogliono vivere e altre che vogliono morire. Vivo ogni giorno lottando con la mia parte che non vuole darsi per vinta”

Presentare questo drama non è semplice e non solo perché ha una scrittura perfetta, una recitazione di altissima levatura (su tutti il multiforme camaleonte del cinema coreano Ji Sung che interpreta con un fascino irresistibile ben sette personalità differenti), un registro narrativo che riesce ad intrecciare abilmente commedia (con siparietti davvero molto comici da risate con le lacrime agli occhi), dramma, sentimentale e crime, ma anche per la potenza dei messaggi narrati, che vanno dal problema delle personalità multiple alla tematica degli abusi sui minori, celando il suo significante proprio all’interno del titolo, quel “Kill Me Heal Me“, in cui sono accostate azioni che, ad una prima visione, sembrano ossimoriche e antitetiche, ma che acquisiscono una complementarietà nella loro discordanza e nella loro continuità. Così come sono complementari e continuative le anime dei protagonisti, che si conoscono e si ri-conoscono in diversi momenti della propria esistenza e che si scindono e si frantumano per salvarsi a vicenda.

Cha Do-hyun (interpretato dal bravissimo Ji Sung di Doctor John e The Devil Judge, che ha collezionato numerosi premi per questo drama) è il figlio naturale di un famoso magnate della finanza, finito in coma quando il figlio aveva solo sette anni a causa di un incendio presumibilmente doloso provocato nella dimora. A seguito di quest’evento traumatico, Cha Do-hyun ha iniziato a soffrire di una serie di disturbi psicologici che vanno dall’amnesia selettiva e dissociativa su tutti i ricordi del periodo infantile connesso all’incendio domestico, alla tendenza al suicidio e alla depressione post traumatica, al disturbo dissociativo della personalità, alla co-coscienza di diverse personalità nello stesso momento, alla gestione del dolore e della rabbia. A causa di un nuovo evento traumatico, le sue personalità, costantemente tenute a bada da tanta psicoterapia e analisi, riemergono durante la pubertà e, quasi trentenne, Cha Do-hyun è oramai un uomo scisso e frantumato in tanti piccoli pezzetti di sé. Accanto alla sua personalità dominante, un ragazzo schivo e riservato, di buon cuore e incapace di dire di no agli altri, coesistono nel suo corpo tante anime diverse. La prima personalità che emerge (anche perché è la seconda personalità del protagonista, sempre sul limite del crinale per sopprimere la personalità dominante) è Shin Se-gi, giovane violento e aggressivo, che veste una giacca di pelle e se ne va in giro di notte a sistemare ingiustizie e che rappresenta il vero meccanismo di controllo e di salvezza di Cha Do-hyun perché interviene sempre per proteggere quest’ultimo ovvero per consentigli di fuggire dal dolore, in quanto assorbe su di sé tutto il male subito. Un’altra personalità è quella di Perry Park, un arzillo ex marinaio ed ex veterano di guerra, ottimo compagno di bevute di mezza età che parla nel dialetto del Jeolla, usa un linguaggio politicamente scorretto e ha la passione per la costruzione di ordigni esplosivi e bombe casalinghe (perlopiù usate per la pesca illegale) e che rappresenta il legame di Cha Do-hyun con la famiglia di origine, per cui è carico di una potenza verbale contestataria e libera da filtri. Poi, ci sono le personalità di Ahn Yo-seob e Ahn Yo-na, due gemelli diciassettenni che si pongono all’antitesi l’uno dell’altra: mentre il fratello è un adolescente introverso e sofferente, dall’illimitata cultura umanistica e artistica e dagli istinti suicidi (come la definisce lo psichiatra di Cha Do-hyun, è la cosiddetta “personalità suicida”, di solito sempre presente in casi di personalità dissociative), la sorella è la tipica ragazzina poco studiosa, ossessionata da trucchi, ragazzi e idol di bell’aspetto e in piena lotta generazionale contro gli adulti, che insulta e deride, e viene fuori nei momenti in cui Cha Do-hyun è all’apice dello stress e della sofferenza mentale per salvarsi dalla tentazione del suicidio (ATTENZIONE: Yo-na è la personalità più simpatica e antipatica in assoluto, quella con cui andare ad un concerto dei BTS o prendere a ceffoni al tempo stesso, e Ji Sung è grandioso nel perdere la sua fisicità e la sua mascolinità per diventare in toto questa diciassettenne “rosa shocking” che perseguita il personaggio di Park Seo-joon perché è un “Oppa così affascinante”, per cui sono merito di Yo-na i tanti siparietti comici di cui è costellata la serie, ma anche gli inconsapevoli indizi sul suo passato raccolti dal protagonista). Infine, ci sono le personalità di Na-na e di Mister X: la prima è una bambina di sette anni, timorosa e timida, tende a nascondersi sempre dietro il suo enorme orso di peluche per comunicare con gli altri con disegni e messaggini dalle tinte pastello e rappresenta il passato infantile e traumatico di Cha Do-hyun, che ha assorbito su di sé il passato infantile e traumatico della protagonista femminile, celandolo dietro il nome del suo orso giocattolo, Na-na appunto (ATTENZIONE: in apparenza debole, la personalità di Na-na è una delle poche in grado di sostenere il fenomeno della co-coscienza di diverse personalità in contemporanea per comunicare con lo stesso protagonista ed è l’unica in grado di apparire nella dimensione onirica, ricostruendo gli scenari del passato); Mister X è il padre di Na-na ed è, per la verità, una personalità piuttosto silente e misteriosa, ma diventa la personalità omnisciente e superiore, in grado di comprendere sia la dimensione cosciente che quella del subconscio di Cha Do-hyun per fornire le risposte finali, ma anche la sicurezza e il coraggio.

Un giorno, Cha Do-hyun, richiamato in Corea dagli USA dove studia (e si cura dalle molteplici personalità) per assumere il proprio ruolo nell’azienda paterna, s’imbatte in Oh Ri-jin (la bravissima ed espressiva Hwang Jung-eum, protagonista di Mystic Pop Up Bar e She Was Pretty), una giovane psichiatra al primo anno di internato. Solo che, mentre la sua personalità dominante la incontra casualmente e ne rimane distante, la personalità violenta di Shin Se-gi la sceglie come il suo più grande amore (“7 gennaio 2015, ore 22 in punto. Ricorda questo giorno: è il momento esatto in cui mi sono innamorato di te“) e inizia a coinvolgerla nei suoi poco assennati e folli progetti, che la porteranno a conoscere in poco tempo tutto lo spettro delle personalità in cui si è scissa l’anima di Cha Do-hyun, che le chiede di assisterlo, di curarlo e, poi, di decidere se uccidere il mostro in cui si è trasformato o se salvarlo, perché è l’unica di cui tutte le sue personalità si possono fidare. Per la verità, anche Oh Ri-jin non ha uno spettro psicologico così limpido, visto che, a causa di un incendio accaduto nella sua vecchia casa, afferma di aver perduto tutti i ricordi della sua primissima infanzia, di cui sono rimasti solo degli incubi angoscianti (come la reclusione in una cantina buia e il senso di soffocamento) che nascondono la vita passata vissuta con un’altra identità e una connessione proprio con il passato del protagonista (e qui si apre un capitolo relativo agli abusi sui minori, che il drama tratta con una lucidità e una delicatezza tali, inserendo la tematica all’interno della storia d’amore e dei momenti ironici quasi senza farlo notare allo spettatore).

Poi, c’è Oh Ri-on (interpretato da Park Seo-joon, che all’epoca del drama non era ancora il famoso sex symbol di Hwarang e What’s Wrong with Secretary Kim?, ma che ha dimostrato con questo ruolo una maturità recitativa incredibile, preveggenza forse del suo tocco di classe in Itaewon Class). Oh Ri-on è il fratello gemello di Oh Ri-jin, con la quale ha una forte connessione quasi telepatica, ed è apparentemente un buono a nulla, un ragazzo svagato con la passione per i romanzi gialli, i fumetti, le notti in bianco e le collezioni di foto hard, mantenuto dai genitori e sempre pronto a fare “a botte” con la sorella. Nella realtà, Oh Ri-on nasconde un’altra identità, quella di Omega, uno scrittore di romanzi gialli che prende ispirazione dalla realtà e dalla cronaca nera, collabora con la polizia e ha un forte e freddo intuito nella risoluzione di crimini, per cui è l’unico a riuscire ad indagare sul passato di Cha Do-hyun e della sua famiglia. Inoltre, in una classifica sui fratelli migliori di sempre, Oh Ri-on può guadagnare il premio come il migliore in assoluto, perché ha scelto di essere il fratello di Oh Ri-jin già da piccolo, ha scelto di provare empatia con lei e di proteggerla per eliminare i suoi traumi dell’infanzia. Se Oh Ri-jin è diventata un’adulta responsabile e la sua personalità non si è frantumata come quella di Cha Do-hyun, una parte del merito è proprio di questo suo fratello gemello, che fratello non è, ma ha voluto interpretarne il ruolo: col passare degli episodi, si viene a scoprire che Oh Ri-jin è stata adottata e che tutto quello che sa della sua infanzia felice è stato costruito ad hoc dai suoi genitori adottivi e dal suo pestifero gemello, che un po’ la controlla e un po’ la rimbrotta, ma che non le ha mai fatto mancare il suo affetto e il suo appoggio, facendole superare il senso di colpa per essere al mondo.

Fuggo da questo difficile giorno che diventa un ritratto” dice il primo verso di una delle canzoni che ne costituiscono la colonna sonora e che rispetta all’unisono le sensazioni e i sentimenti dei protagonisti. Come accade a tutti i bambini che subiscono violenze e abusi, l’inconscio dei protagonisti racchiude la sensazione di aver commesso qualcosa di sbagliato per cui si viene giustamente puniti, e la profonda certezza di non meritare più alcun amore perché si è nati marci, siglati da un peccato invisibile e ancestrale che li ha resi malvagi e, quindi, degni della punizione da parte del proprio orco. “Tu non hai mai sbagliato, tu hai assolutamente il diritto di essere amata“, dice tra le lacrime Cha Do-hyun ad Oh Ri-ji quando apprende il filo che unisce i loro ricordi passati e le loro rimozioni, perché, laddove una ha sigillato la memoria, l’altro ha addossato su di sé i ricordi altrui per punirsi del senso di impotenza che gli impediva di intervenire e, in questo processo di rimozione e sostituzione, si è “frantumato”, scisso in tanti piccoli frammenti di sé, che ne rappresentano solo una ristretta angolazione, come un puzzle che deve essere ricomposto. Dunque, in quel “salvami” che Cha Do-hyun chiede a Oh Ri-jin sta celata anche l’offerta di aiuto nei suoi confronti, perché la salvezza di uno e la sua ricomposizione equivale alla restituzione del ricordo e della serenità dell’altra e perché la scissione stessa di uno ha rappresentato, in un preciso istante, la salvezza dell’altra.

La tematica della personalità multipla non è nuova nei drama coreani: è stata trattata molto bene in chiave action/crime (con tanta ironia) in Bad and Crazy, sotto un aspetto psicologico-traumatico in It’s Okay That’s Love e da un punto di vista più romantico e sognante in Hyde, Jekyll, Me, ma, a mio avviso, Kill Me Heal Me ingrana una marcia differente e ancora più elevata e, se fino al tredicesimo episodio, riesce a puntare sulla tematica della doppia personalità anche in modo leggero e divertente, dal quattordicesimo episodio scava nel profondo di un dramma che non è solo interiore e personale, ma diventa bi-univoco (in quanto connette i due protagonisti) e collettivo, al tempo stesso. Tutto ciò rende questo drama uno dei prodotti seriali migliori di sempre (e giustamente valutato tale anche dalla critica), che, a discapito di una storia potente e per nulla facile sia da trattare che da seguire, cuce con variopinta freschezza le personalità del protagonista che sono “Uno, Nessuno e Centomila”, che rappresentano il tutto e il niente, gli angoli più o meno oscuri dell’anima e i luminosi spiragli che diventano le ancore di salvezza interiori.

Una curiosità: nel 2015, agli MBC Awards curiosamente il drama ricevette ben due nomination come Best Couple, una per Ji Sung e Hwang Jung-eum e un’altra per Park Seo-joon e Ji Sung (nei panni della pestifera ragazzina Yo-na, naturalmente). A furor di popolo, vinse quest’ultima e i due attori sul palco regalarono un ultimo siparietto comico che è passato agli annali delle premiazioni (andate a recuperare il video per capire).

Consigliato: a tutti coloro che non cercano la solita commedia romantica, né il mattone psicologico d’autore, ma che possono trovare un connubio perfetto in questo prodotto unico nel suo genere; a chi non si spaventa per le molteplici trasformazioni di quel mattatore istrionico di Ji Sung; a chi sa ridere e piangere nello stesso momento.

AVVERTENZA: il drama, pur trattando un tema forte, non ha alcun contenuto esplicito e/o violento, ma, anzi, è recitato con la lentezza enfatica orientale più caratteristica dei vecchi drama, per cui va apprezzato lentamente, come un romanzo.

Captain-in-Freckles

A Year-End Medley

Esistono molti film natalizi, ma pochi ambientati a Capodanno, per cui nel vasto panorama di film da vedere in questo periodo, ho scelto “A Year-End Medley”.

A Year-End Medley” è un film ambientato nel periodo tra Natale e Capodanno ed è un intreccio di storie, un vero e proprio film corale e romantico, una boccata d’aria fresca da respirare come segno augurante per iniziare l’anno nuovo con un po’ di speranza e, perché no, anche con qualche sorriso che non guasta mai.

Nell’Hotel Emross si svolgono le vicende principali dei protagonisti. So-jin (interpretata da Han Ji-min, “One Spring Night”, “Our Bues”, “Two Lights”, “Rooftop Prince”) è la direttrice dell’albergo che deve organizzare per Capodanno il matrimonio del suo miglior amico, Seung-hyo (interpretato da Kim Young-kwang), ma che solo da poco ha capito di provare un sentimento d’affetto per lui e vive le giornate di preparazione al matrimonio con grande rimpianto per non esser stata capace di rivelare i propri sentimenti al suo amico .

Anche il fratello minore di So-jin ha una cotta per una sua compagna di classe, ma è troppo timido e impacciato per farsi avanti, fino a quando qualcosa o qualcuno lo spingerà a parlarle.

Nel frattempo, il proprietario dell’albergo Emross , Yon-jin (interpretato da Lee Dong-wook, “Bad & Crazy”, “Goblin”, “Scent of a Woman”) è una persona sola che vive di lavoro e di stress, ma, che in un momento inaspettato, conosce la giovane I-yeong (interpretata da Won Jin-ah, “Just Between Lovers”, “Hellbound”), una ragazza timida e sognatrice, impiegata a tempo determinato come donna delle pulizie nell’hotel. I due scopriranno molte affinità tra di loro, ma i loro mondi sono molto lontani e una eventuale relazione potrebbe essere difficile e contrastata da diverse persone. Potranno mai trovare una certa serenità?

Una delle mie storie preferite, poi, è quella di Jae-yong (interpretato da Kang Ha-neul, “Moon Lovers”, “Pirates”, “When the Camellia Blooms”) che, lasciato dalla fidanzata e depresso per una vita piena di fallimenti, decide di farla finita e di suicidarsi lanciandosi dall’ ultimo piano dell’hotel. Jae-yong rappresenta un po’ quei sentimenti malinconici e tristi della fine dell’anno e dell’inizio di un nuovo anno, un salto nel buio che potrebbe far rivivere le solite delusioni abituali. Improvvisamente, però, per lui arriva qualcosa di imprevedibile, anzi, per essere precisi, una voce, quella del servizio sveglia mattutina, una voce pacata, serena che gli infonde coraggio e buonumore. La voce è quella dell’addetta al servizio sveglia, Soo-yeon (interpretata da Yoona). Davvero un piccolo gioiellino questa storia!

Altre storie si incastrano nel frattempo nella vita del nostro Hotel Emross, come quella della madre della sposa di Seung-hyo che riconosce nel portiere dell’albergo una sua vecchia fiamma di gioventù o il chirurgo Jin-ho (interpretato da Lee Jin-wook, “Sweet Home”, “Bulgasal”) che colleziona mille appuntamenti al buio dove viene puntualmente scaricato. Ci chiederemo, infatti, come mai faccia di tutto per rendersi impacciato agli appuntamenti oppure, forse, nasconde qualche segreto. Chissà!

Infine, ospiti dell’albergo anche il cantante I-kang (interpretato da Seo Kang-joon, “When the Weather is fine”) e il suo manager Sang-hoon (interpretato da Lee Kwang-soo, “Hwarang”, ”It’s Okay, That’s Love”, “Il suono del tuo cuore”) che è preoccupato di perdere il contratto con I-kang per via della proposta lavorativa di un’agenzia più famosa. Non perdetevi le canzoni interpretate da Seo Kang-joon, mi raccomando.

Dal regista di “My Sassy Girl”, Kwak Jae-yong, un film divertente, incantevole e romantico che riuscirà a regalarvi un paio di ore di svago e di serenità in attesa del nuovo anno.

Memoru Grace

If it Snows on Christmas – Ogni stella ha la propria storia

If it snows on Christmas” è un film sudcoreano del 1998 ed è il tipico film di Natale da guardare in una atmosfera tranquilla e pacata, seduti sul divano, con una tazza di tè caldo e una copertina. E’ una storia molto delicata di sentimenti coltivati fin dall’infanzia e che restano tali e quali per dodici anni, in attesa che l’altra persona si accorga di provare le stesse emozioni.

Lee Song-hee (interpretata da Kim Hyun-joo, vista in “Hellbound”) fin da piccola è stata cresciuta dal padre, un violinista che le ha lasciato in eredità un costosissimo e rarissimo Stradivari. Son-hee è da sempre stata innamorata del suo compagno di infanzia, Soo-an (interpretato dal compianto Park Yong-ha) e quando erano piccoli nutrivano una passione per l’osservazione delle stelle e raccoglievano informazioni sulla storia di ogni stella e costellazione.

Dopo il trasferimento di Soo-an, i due ragazzi si perdono di vista, ma il ricordo del compagno di infanzia è rimasto indelebile in Son-hee che desidererebbe incontrarlo nuovamente dopo dodici anni, visto che, come dodici anni prima, Giove raggiunge i Gemelli il 24 dicembre e in questa occasione di solito i desideri vengono realizzati.

Un giorno, Song-hee, che nel frattempo è diventata insegnante d’asilo, si reca al centro commerciale vicino casa per alcuni acquisti e mentre è pensierosa sulle scale mobili, improvvisamente, sulla scala parallela alla sua, intravede Soo-an. La ragazza corre per fermarlo e non appena lo raggiunge i due si salutano affettuosamente come se non fosse trascorso tanto tempo; c’è, però, qualcosa di diverso in Soo-an, non è più quel ragazzino spensierato e sorridente che ricordava Song-hee, è diventato un giovane avvocato in carriera, sempre impegnato e dall’aria snob. Mentre Song-hee cerca di ricordare al suo vecchio compagno di infanzia i tempi passati, si presenta loro una ragazza che abbraccia Soo-an e che non è altro che la sua fidanzata, Yu Jeong. Soo-an, dopo le presentazioni formali, rivela a Song-hee che in realtà, insieme alla sua fidanzata, la stavano cercando perché sapevano dello Stradivari lasciatole in eredità e volevano chiederle se fosse possibile acquistarlo a qualsiasi prezzo perché sarebbe stato un regalo di fidanzamento che Soo-an avrebbe fatto a Yu jeong che è una violinista, ex studentessa del padre di Song-hee.

In un primo momento, Song-hee, presa dal rancore e dalla delusione, rifiuta la proposta, poi accetta solamente se Soo-an le dedicherà una settimana solo per lei, come ai vecchi tempi. Il ragazzo è colpito dalla strana e imbarazzante proposta di Song-hee, ma per cercare di accontentare la fidanzata che desidera assolutamente quello Stradivari, accetta.

Song-hee e Soo-an avranno una settimana da dedicare a loro stessi, ogni giorno organizzeranno un appuntamento, all’inizio impacciati, soprattutto lei, poi diventano improvvisamente quei due ragazzini che dodici anni prima si erano confidati i loro sogni e le loro aspettative mentre Giove raggiungeva i Gemelli la sera della Vigilia di Natale. Molto romantica la scena dell’appuntamento all’Osservatorio, vero e proprio punto focale della storia, quando Song-hee racconta la storia di ogni stella così come Sun-an la ricordava. Per il nostro protagonista la settimana diventa piena di dubbi e domande in merito alla sua vita, alle scelte fatte e ad un sentimento che sta scoprendo piano piano e che forse era da sempre stato nascosto nel suo cuore.  Soo-an, però, è prossimo alle nozze…

Cosa accadrà ai due ragazzi alla fine della settimana? Sarà complice la neve o saranno protagoniste le stelle, ma l’infanzia, soprattutto quella vissuta felicemente, non si dimentica in un battito di ciglia.

Vi consiglio questo film perché è stato il mio primo film sudcoreano visto tanti anni fa, perché la storia è romantica, perché le ambientazioni di fine anni Novanta vi riporteranno malinconicamente indietro nel tempo e perché ognuno di noi ha bisogno di sognare, perlomeno a Natale, e se poi è l’anno in cui Giove incontra i Gemelli possiamo esprimere anche un desiderio!

Memoru Grace

Le campane di Nagasaki

Per la rubrica di dicembre ho pensato di raccontarvi una piccola, meravigliosa storia di Natale, una storia vera che sa di miracolo e di fede.

Il 9 agosto del 1945 venne sganciata la seconda bomba atomica sulla città portuale di Nagasaki dove morirono all’istante quarantamila persone. Takashi Nagai, chirurgo e radiologo sopravvissuto all’ esplosione, di cui parleremo in modo più approfondito in un futuro articolo, si dedicò anima e corpo alla cura dei malati e dei superstiti. Nagai, che si era convertito al cristianesimo anni prima, perse la moglie nell’esplosione dell’atomica , ma testimoniò fino alla fine dei suoi giorni la sua fede ed è proprio dalle sue testimonianze che apprendiamo questa bellissima storia.

Urakami è il quartiere nord della città di Nagasaki, dal XVII secolo, quando iniziarono le persecuzioni dei cristiani, i fedeli, chiamati “Cristiani Nascosti”, trovarono rifugio proprio a Urakami che nel 1945 fu tristemente l’epicentro dell’esplosione della bomba atomica. La cattedrale di Santa Maria Immacolata, costruita con mattoni rossi, fu completamente distrutta. Nella cattedrale si trovavano due campane, una grossa e una piccola, ogni giorno la campana più grossa suonava l’Angelus, mentre quella piccola suonava solo nelle giornate festive.

Nei mesi seguenti la devastazione, il signor Tagawa che quando era giovane aveva aiutato a montare le campane sulla torre della chiesa, scoprì la campana più piccola sotto le frane dei mattoni rossi, era intatta, mentre la campana più grande era spaccata.

Il 24 dicembre del 1945 il signor Ichitaro Yamada insieme a Takashi Nagai e ad altri fedeli si diressero verso la cattedrale, si inginocchiarono, recitarono il rosario pregando che la campana seppellita in mezzo ai mattoni potesse nuovamente essere sospesa e suonare nella veglia di Natale. Alla cupola del campanile venne fissata una trave con un paranco, i fedeli afferrarono la catena:

Padre Nostro che sei nei Cieli…”

Tirarono la catena e si fermarono.

“Sia santificato il Tuo Nome…”

Tesero nuovamente la catena.

“Venga il Tuo Regno…”

“Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”.

La campana si mosse, si alzò nell’aria.

Takashi Nagai raccontò: “Nel momento in cui il sole coricandosi sulla collina di Inasa tinge di scarlatto quel mucchio di macerie che fu il campanile, la campana mostra la sua forma elegante. La guardo rapito, incapace di muovermi”.

In lontananza, altre campane suonarono sopra le terre deserte e bruciate, una speranza sopra un campo di strage e desolazione. Anche la campana di Urakami iniziò a suonare l’Angelus e dalle capanne vicine, i cristiani uscirono correndo verso il suono, quasi a respirare quel miracolo inaspettato.

Dappertutto persone inginocchiate iniziarono a pregare mischiando le loro voci con il suono della campana.

“E il Verbo si è fatto carne…”

Il suono delle campane di Urakami coprì il silenzio e il deserto apocalittico, si elevò così in preghiera la speranza dei fedeli, quei cristiani che finalmente potevano abbandonare il loro dolore al suono della veglia di Natale.

“Nemmeno una bomba atomica può far tacere le campane di Dio”, scrisse nel 1951 Takashi Nagai.

Un piccolo meraviglioso miracolo arriva nel momento inaspettato in una catena infinita di fede!

Memoru Grace

Note bibliografiche:

  • Takashi Nagai, “Il rosario di Nagasaki”, ed. Fede & Cultura, 2020
  • Takashi Nagai, “Le campane di Nagasaki”, Luni Editrice, 2019

Alla scoperta di Babbo Natale

Io lo so che tu arriverai / e con te i doni porterai / così Natale più bello sarà / se starai accanto a me…

La leggenda narra che, quando ero molto piccola, appena sentivo le note di questa sigla e vedevo le prime immagini degli gnomi in mezzo alla neve, mi emozionavo immediatamente. La leggenda narra pure che, qualche anno più tardi, quando sono diventata una bambina rompente e consapevole di me, chiedevo in continuazione alla sorella maggiore di cantarmi la sigla, che avevo imparato a memoria, sognando di andare un giorno al Polo Nord per conoscere personalmente Babbo Natale. Ero talmente fissata che, un Natale, mio padre fu costretto ad indossare l’enorme costume rosso e bianco di Babbo Natale per portare i doni a casa sotto l’albero (ed io quasi svenni per l’emozione). Tutto ciò è per dire quanto questo cartone animato, complici le molteplici repliche mandate in onda in TV ogni Natale, sia diventato una pietra miliare della mia infanzia, una sicurezza natalizia come lo sceneggiato fantasy Fantaghirò.

Purtroppo, oggi, dopo tutti questi anni, ricordo poco della trama di Alla scoperta di Babbo Natale, se non la gioia di vedere le dinamiche tra i piccoli gnomi in preparazione dei regali natalizi, per cui mi sono dovuta recuperare i 23 episodi (che potete trovare qua e là su YouTube, come un calendario dell’avvento) e ho trovato che narrano una fiaba meravigliosa, di quelle che vorremmo sentire ancora prima di andare a dormire.

La storia è ambientata in uno sperduto villaggio lappone del Polo Nord, abitato dai Tonto (nella versione italiana tradotti con il termine più finnico Balbalock), che non sono dei comuni abitanti della Lapponia, ma dei piccoli gnomi che aiutano Babbo Natale a preparare i regali da consegnare ai numerosi bambini terrestri nella notte tra il 24 e il 25 dicembre. Tra questi, emerge Uffo, una sorta di maggiordomo tuttofare munito di cappello rosso a punta, che è il braccio destro fidato di Babbo Natale e che porta con sé, nelle sue numerose avventure, la sua nipotina Elisa. La piccola Elisa, con le sue trecce bionde e il suo sguardo incantato e meravigliato del mondo, è la vera eroina della storia, che accompagna lo spettatore in mezzo a bufere di neve, gite in slittino, passaggi magici, renne e un mondo così splendidamente natalizio, che persino Dickens e Tolkien insieme ne sarebbero stati fieri. La vera missione di Elisa, infatti, è portare la magia del Natale un po’ ovunque, tra gli gnomi Tonto della Lapponia, ma anche tra tutti gli abitanti della terra nel cartone animato e, infine, nelle vite degli spettatori, che, forse presi dai preparativi di pranzi e cene natalizie e dalla missione di trovare il regalo giusto, spesso perdono il vero messaggio delle feste di Natale, dell’accoglienza e della compassione nei confronti del prossimo, del donare gioia per riceverne a propria volta. Elisa è un po’ la James Stewart che urla “Buon Natale, Bedford Falls” per le strade innevate di una città addormentata e, forse, è per questo motivo che ci piace guardare le sue avventure in questo periodo dell’anno.

Alla scoperta di Babbo Natale (in originale: 森のトントたち, Mori no Tonto Tachi, letteralmente Il villaggio degli gnomi Tonto) è un anime disegnato da Yoshiaki Yoshida, scritto da Yoshiaki Yoshida e Sugihara Megumi e prodotto dalla casa anime Zuiyo con l’obiettivo di riprendere e rimaneggiare diverse leggende nordiche in attesa del Natale. Trasmesso per la prima volta dalla leggendaria Fuji TV nel 1984, è approdato in Italia due anni dopo sui canali Mediaset per essere ritrasmesso e riprogrammato ininterrottamente fino al 1999. Di recente, è tornato sui canali satellitari e sul digitale terrestre, per cui recuperarlo risulta facilissimo e piacevole in questo periodo.

Consigliato: a tutti coloro che vogliono vivere la magia del Natale, in modo innocente e spensierato, come un tuffo nell’infanzia; e, se non avete visto questa serie d’animazione da bambini, allora è arrivato il momento giusto per recuperarla. Magari, in attesa che arrivi la nostra letterina al Polo Nord.

Captain-in-Freckles

I’ll Go to You When the Weather is Nice – Trovare la forza dalla solitudine

“Ci sono cose che puoi vedere più chiaramente quando sei solo”.

Voglio iniziare così, con una delle frasi più rappresentative di questo drama, una delle storie più intimiste che abbia mai visto.

Spesso la confusione di fuori e il continuo susseguirsi di richieste e di risposte coprono il rumore dentro di noi, un rumore caratterizzato da ferite emotive, dal vuoto, dalla mancanza, dalla consapevolezza di urlare dentro noi stessi e di non avere il tempo di ascoltarci. I due protagonisti della storia cercano di allontanarsi dalla confusione di fuori per vivere in una dimensione sospesa, quasi ovattata, le loro anime si incontrano, si fanno compagnia, si aiutano e poi si allontanano perché prima devono ritrovare se stessi, devono trascorrere tutto l’inverno dei loro cuori per raggiungere i colori. L’ambientazione della storia aiuta moltissimo ad entrare nell’animo dei personaggi, la neve, le stalattiti di ghiaccio davanti casa, la caldaia che non funziona, una coltre di lana che cerca di scaldare dal freddo che non va via, ma che entra dentro le ossa, in silenzio, come i segreti che appartengono alle vite dei protagonisti.

Mok Hae- won (interpretata dalla bravissima Park Min Young, “What’s wrong with Secretary Kim”, “Healer”) è una violoncellista che, dopo una serie di eventi sfortunati, lascia il lavoro a Seoul e torna nel paese dove ha trascorso parte della sua adolescenza, Bookhyun, nella provincia di Gangwon, dove la zia materna gestisce una pensione. A Bookhyun la vita scorre lenta e nella stagione invernale tutto è coperto immensamente da neve, i colori predominanti sono quelli freddi e anche la stessa Hae-won, appena arrivata, cerca di adeguarsi a quel ritmo decisamente meno stressante di quello che ha lasciato in città. A Bookhuyn rincontra un suo compagno di scuola superiore, Im Eun-seop (interpretato da un intenso Seo Kang-joon, “A Year-End Medley”) dallo sguardo malinconico e timido e dal carattere introverso, di poche parole, ma dall’indole gentile. Eun- seop è il proprietario della piccola libreria “Goodnight Bookstore”, aperta fino a tardi dove si può accompagnare la lettura dei libri ad una tazza di caffè caldo soprattutto durante gli eventi del gruppo di lettura, a cui partecipa una cerchia ristretta di lettori della comunità di Bookhuyn, tra cui la stessa Hae-won che inizierà presto a lavorare part time presso la libreria.

Nessuno sa che Eun-seop ha uno spasmodico amore per i libri che lo porta a curare un blog che ogni sera viene aggiornato con una frase tratta da un romanzo o da una poesia, si rivolge spesso ad una certa Irene, sua musa ispiratrice e trasmette tutto il suo prezioso mondo interiore in questi piccoli momenti di raccolta.

L’anima triste e ferita di Hae-won si avvicina all’anima solitaria e riflessiva di Eun-seop, entrambi si capiscono, non servono parole, si riconoscono come persone pacate che hanno un tramestio di emozioni dentro di loro.

“Mi sono innamorato di te per i tuoi occhi che avevano il colore della sera prima della tempesta”.

Eun-seop e Hae-won toccano il buio interiore dentro la propria anima, da una parte, l’inquietudine di lui e la voglia di sparire per stare da solo e, dall’altra, un terribile segreto del passato che lascia l’angoscia nel cuore di lei e che coinvolge la madre e la zia.  

Il drama tocca delle tematiche molto importanti, la violenza domestica, l’adozione, la depressione, l’ansia sociale, il tutto sempre scandito dalla nostalgica lentezza che riempie l’atmosfera, senza essere pesante e senza mai banalizzare, è compito dello spettatore cogliere tutti i piccoli e preziosi momenti che regala questa storia, come l’amore per i libri e la musica. La chimica tra i due attori che interpretano i protagonisti vi affascinerà a tal punto da immergervi completamente nei loro sguardi dal primo all’ultimo episodio. I personaggi secondari sono di una bravura incredibile, a partire dalla madre (Jin Hui-gyeong) e dalla zia (Moon Jeong-Hee di “Pandora” e “Vagabond”), a Lee Bong-ryun di “Hometown cha-cha-cha” e “Sweet Home”, all’incredibile Lee Jae Wook (“DoDoSolSolLaLaSol”, “Alchemy of Souls”, “Memories of the Alhambra”) che brilla anche in questo ruolo.

Tratto dall’omonimo romanzo di Lee Do-woo, che purtroppo non è mai stato tradotto in italiano, “I’ll go to you when the weather is nice” è una storia di tenacia per combattere e vincere le proprie paure, per rimarginare le ferite dell’anima causate da ricordi dolorosi e per ricercare la felicità e il proprio equilibrio interiore.

Perché, come per i protagonisti, la solitudine è la vera forza motrice dei malinconici che si preparano ad affrontare la vita e a superare il freddo per poi incontrarsi di nuovo in uno spicchio di luce primaverile.

Memoru Grace

Money Heist: Korea – Joint Economic Area

In tutto il mondo La Casa di Carta è stato un fenomeno che ha diviso e ha destabilizzato, da una parte, perché ha cambiato i canoni della serialità e, dall’altra, perché in una serie apparentemente action ha inserito la tematica sociale e politica, oltre che ha portato all’attenzione un universo seriale non USA-centrico. Così, è stata il modello principale per il remake coreano Money Heist: Korea – Joint Economic Area. Ma quanto è stata veramente valida questa visione, divisa in due parti e caricata da Netflix in due momenti diversi? Con molta probabilità il pubblico lo ha accettato in modo diverso a seconda che abbia visto o meno la versione spagnola che lo ha ispirato (e a seconda anche delle critiche a seguito). Da ex spettatrice dell’originale iberico, ho cercato di scindere perfettamente a metà la mia visione e il mio giudizio e mi sono trovata davanti a diversi punti critici e non apprezzati nella prima parte, forse troppo tributaria al suo modello spagnolo, e di fronte a spunti interessanti e molto apprezzati nella seconda parte, che finalmente prende il volo da sé, creando una narrativa completamente diversa e ristrutturando le dinamiche tra i personaggi sulla base della particolare situazione coreana, con la divisione tra le due Coree e il tentativo dell’unione monetaria.

Pertanto, ecco una recensione comparato o, ancora meglio, le mie impressioni a caldo, buttate giù quasi in crudo post visione. Pronti ad entrare alla Zecca sul confine tra le due Coree?

Part 1

Part 2

Riassumi Money Heist con una frase: Parcere subiectis et debellare superbos

Prima impressione: Inizio la visione e.. un attimo. Dov’è finito il recap, il dove eravamo rimasti negli episodi precedenti, etc? Con la quantità di drama che vedo, sei mesi di attesa tra la prima e la seconda parte equivalgono a circa una cinquantina di recuperi. Poi, dopo la prima destabilizzazione, mi riprendo: il professore, travisato, scappava dalla polizia e il capitano Cha, nel frattempo, con il suo background da spia nordcoreana, si è mangiato la foglia e ha capito la sua identità. Belli questi flashback inseriti all’interno sulla vecchia vita di Cha (Lost, hai fatto scuola), solo che un personaggio che mi era piaciuto molto nella prima parte è stata lasciato un po’ così, senza altro approfondimento e a metà tra la vita, il coma e la ripresa repentina (i coreani hanno i tempi di ripresa dal coma più veloci del mondo). Ma non importa, perché, intanto, ingrana, ingrana molto bene e, finalmente, sento l’hype che aleggiava solo nel sesto episodio.

Ma cosa diavolo sta succedendo alla Zecca? La situazione non si è solo scaldata, ma è diventata incendiaria, con un infiltrato delle forze armate (uno di quelli abituati nelle missioni di esfiltrazione, ma anche senza scrupoli a fare carneficine), gli ostaggi sobillati e pronti alla rivolta e all’evasione, il dubbio di un traditore all’interno del gruppo dei rapinatori, le ansie e le paure dei rapinatori stessi (grazie, Rio, per aver reso umano un personaggio e averci fatto capire che non c’è nulla di sbagliato ad avere paura), gli imprevisti e le crisi, il taglio netto di elettricità e comunicazioni… Insomma, succede di tutto, ma adrenalina e progettualità sono calibrate con un equilibrio incredibile e, soprattutto, con l’originalità che mancava alla prima parte, rimescolando tutte le carte in gioco, tutte le azioni e le peculiarità prima disseminate un po’ ovunque e, soprattutto, alzando l’asticella del pregio di questa serie.

I PERSONAGGI

Tra gli ostaggi, si nota (e molto, direi) Anne, la figlia dell’ambasciatore, quasi pretesto per un salvacondotto nella prima parte e destinata a rimanere un personaggio appannato e abbozzato, se avessero seguito la linea spagnola. Invece, questa Anne è colei che intenta la ribellione, ma che capisce anche su di sé cosa voglia dire la discriminazione (quel sentirsi rifiutata e relegata dagli altri ostaggi in quanto ricca) e, infine, è l’unica a comprendere veramente il messaggio che i rapinatori vogliono dare al mondo (Stoccolma non conta, perché, più che comprendere il messaggio, agisce solo per amore di Denver) e all’establishment politico coreano, in particolare, con una maturità che la candiderebbe già a seguire le orme del padre.

Stoccolma ha avuto il suo momento già nella prima parte, per cui qui è un personaggio un po’ più in secondo piano (tranne quando imbraccia il fucile per salvare senza esitazione Denver e quando fa quel discorso sulle cose che non ha mai potuto scegliere nella propria vita e, finalmente, fa venire fuori un po’ di carattere).

Sul Direttore non voglio infierire (bravissimo l’attore, per carità), ma guardate fino a dopo i titoli di coda, come nei film della Marvel.

Non avevo promosso Rio nella prima parte, perché un ragazzino indeciso e poco maturo, né carne né pesce, non convinto nemmeno di se stesso. Invece, lo promuovo a pieni voti in questa seconda parte proprio per aver rappresentato l’umanità e la crescita di un giovane uomo, la scarica di adrenalina, lo spirito di sacrificio, il primo innamoramento, ma anche le paure, i timori e, perché no, i pregiudizi (sudcoreani vs. nordcoreani).

Denver, stavolta, lo si vede di meno rispetto alla prima parte, ma non importa, perché avevo già apprezzato il suo personaggio prima. Solo che in questa seconda parte manca la sua risata sonora e cristallina, sostituita dalla sua commozione e dal suo piano. E vi avverto: quando piange Denver, piangete anche voi dietro.

Mosca ha bisogno di poche battute per darci un pezzo teatrale e, come nel suo omologo spagnolo, si fa amare anche per questo suo fare da minatore uscito da un romanzo.

Tokyo non è la Tokyo iberica, vi avviso. Anche in questa seconda parte, non c’è la Tokyo dal fascino ribelle e selvaggio della versione spagnola, sparatutto, irriverente e pronta a fare baldoria. Manca la Tokyo che si rifiuta di comprendere se non col cuore e con la passione e che, talvolta, manderesti a quel paese, perché questa Tokyo, con il suo passato militare nordcoreano e i precedenti criminali, è una Tokyo compassata, fredda, metodica, una macchina da guerra in perfetta sintonia con Berlino (non fatevi ingannare dalle apparenze, perché loro due sono i due alfieri sulla scacchiera del Professore). Quando incontra Seoul, personaggio di pura invenzione della versione coreana e che ringrazio tanto per quest’idea, diventa una vera bomba atomica (la steadycam da videogioco di Tokyo e Seoul durante la liberazione del bambino già da sola è uno dei momenti più belli di tutto il drama).

Berlino!!! Non c’è bisogno che dica oltre su di lui, perché avevo già adorato il suo personaggio e la sua interpretazione nella prima parte. In questa seconda parte, raggiunge vertici di altissimo splendore, giganteggia come una fiera feroce a caccia del pasto e, soprattutto, non dà mai punti di riferimento, destabilizzando completamente lo spettatore. Ma attenzione! Non è il Berlino spagnolo: la sua freddezza qui è una lama di coltello ben affilata, non una pennellata compiaciuta di tempera, e usa a suo favore anche tutti i propri punti deboli, a cominciare dalla malattia e dai traumi del suo passato. Inoltre, questo Berlino manca del narcisismo egocentrico del suo omologo e, pur nella sua freddezza calcolatrice, rimane istrionico.

Nairobi non è male, ma è tuttora il personaggio rimasto un po’ in ombra. Non si mette a capo di nessun matriarcato e le manca l’allegria che la fa cantare mentre lavorano le presse, però, al tempo stesso, è una madre sofferente ed empatica che si autogiudica e si autocondanna (forse, più somigliante alla Nairobi spagnola delle ultime stagioni e della seconda rapina). Prevedo un ipotetico sviluppo più avanti.

Oslo ed Helsinki, pur rimanendo personaggi minori, si sono rivelati due orsi buoni e col cuore di marzapane (soprattutto Oslo, nonostante la sua piccola mole di 200 Kg).

Il Professore? Posso dire che, a mio parere, è più freddo e più cinico del suo omologo spagnolo? Un paio di volte, stava pure per tradire i suoi ferrei principi di non uccidere e stavo storcendo il naso. Meno male che, alla fine, il suo piano è andato in porto, anche grazie all’enorme lealtà della sua squadra. Dal punto di vista emotivo, mi ha ancora lasciata in dubbio se davvero provi affetto o meno per l’ispettrice (che qui migliora rispetto alla prima parte, anche se, ancora una volta, non mi ha fatto impazzire). Però, quell’incontro tra loro non somiglia un po’ ad una scena di Crash Landing on You?

Cosa ti è piaciuto? Ok; non cantano mai Bella Ciao (ve lo devo dire), ma non per questo il messaggio rivoluzionario non rimane intatto. Anzi, politicamente, l’ho trovato di una portata maggiore rispetto all’omologo spagnolo, che, dopo la prima verve anti-capitalista e di critica alla società, si è andato a perdere in una deriva anarcoide piuttosto infruttuosa e destrutturante (che mi ha portato a chiedere il motivo della seconda deleteria rapina). Qui, invece, già il fatto che la Zecca si trovi in una zona di nessuno, a metà tra le due Coree, che è quasi una promessa di riunificazione, gestita, però, da politici corrotti pone l’accento su tante altre tematiche su cui riflettere. Si sente intatta la sofferenza di un popolo diviso, ma anche di un popolo (quello nordcoreano) condannato ad una feroce dittatura e di un altro (quello sudcoreano) che ha assaggiato in passato l’amarezza di un regime non democratico e che ogni giorno deve fare i conti con una classe burocratica troppo invischiata nel passato.

In conclusione: serie promossa. Non è la mia preferita, ma, dalla prima parte, si fa un salto di qualità in avanti e si va a superare in originalità il precedente spagnolo. Per cui vale la pena sorbirsi i primi sei episodi per arrivare alla bellezza di questi ultimi.

Il tenente Colombo

“Al mondo esistono tre categorie di uomini: quelli che pensano giusto, quelli che pensano sbagliato e quelli che pensano come me”.

Esiste una serie talmente longeva che conta i primi episodi nel 1968 e gli ultimi nel 2003. Esiste una storia gialla talmente fresca e frizzante, che lo spettatore non si rende quasi conto dell’efferatezza dei crimini commessi durante la visione. Esiste una trama talmente lineare e schematica, che è impossibile non seguire con apparente semplicità per farsi sbalordire sul finale. E, infine, esiste un detective talmente buffo e goffo, che quasi non sembra nemmeno un detective, ma così ingenuo e quasi innocuo che è rimasto nella mente e nel cuore di tutti. Perché, seriamente, sfido a ignorare l’esistenza del tenente Colombo e del suo impermeabile stropicciato e allacciato male, con il colletto per metà rovesciato, le macchie di caffè versate inconsapevolmente e quella falsa e gentile sfrontatezza, a tratti imbarazzante, delle sue domande insistenti.

Il tenente Colombo, magistralmente interpretato da Peter Falk, è così: gli si potrebbe applicare l’etichetta “L’abito non fa il monaco” per come la sua prima apparenza riesca ad ingannare tutti. Di primo acchito, sembra quasi un clochard o, perlomeno, uno che ha passato la notte a riposare su una panchina del parco, con gli abiti non stirati trovati in un pacco di beneficienza, e tutti i criminali lo sottovalutano. E, persino, la seconda impressione non sortisce un buon effetto: Colombo se va in giro per la stanza senza nemmeno capire quello che è successo, guarda tutto senza far capire che sta indagando, parla a vanvera delle cose più piccole e disparate, che non sembrano avere nulla in comune con il caso da risolvere, si mostra solo e privo di una squadra e, soprattutto, pone un sacco di domande. Insistente, con un occhio chiuso e uno semi-aperto, con il viso leggermente storto e la postura un po’ ingobbita, con le mani dietro la schiena o a fargli da poggiamento e quasi sorpreso, come di una meraviglia innocente e infantile, nell’ascoltare il suo interlocutore, che sembra canzonarlo, convinto della sua poca intelligenza. Colombo non sembra coraggioso, odia le armi e non ne porta con sé, soffre di claustrofobia, di vertigini e di mal di mare, non ama mettersi in pericolo, si rifiuta di prendere l’aereo e ama la buona tavola, fatta di cibi semplici e genuini, come le sue uova sode o un panino da poco conto, preparato con cura dalla moglie come pranzo al sacco. Colombo afferma di essere un fumatore incallito, ma ha sempre in mano un vecchio sigaro smozzicato di infima qualità (e che, probabilmente, non fumerà mai). Colombo parla solo di musica lirica, delle sue origini italiane e di sua moglie (“Devo ricordarlo di dirlo a mia moglie” è uno dei suoi tormentoni storici, perché la signora Colombo sembra depositaria di tutti i racconti del detective). Colombo sembra accettare qualsiasi cosa gli venga propinata, qualsiasi alibi, qualsiasi ricostruzione con un candore pari a quello dell’angelo Clarence nel film “La vita è meravigliosa” e sorride inerme al criminale di turno che lo vuole beffare. Poi, mentre se ne sta per andare dopo le sue investigazioni poco accurate, gira sui tacchi e con lo stesso innocente sguardo di prima esclama: “Ah, un’ultima cosa…“.

Il criminale ancora non lo sa, ma quella frase corrisponde alla fine del suo mondo. Perché Colombo è il detective più anti-detective che esista solo in apparenza: dietro il suo aspetto trasandato, grigio e sgualcito, si nasconde un abile e acuto giocatore di scacchi con un elevato quoziente intellettivo, un ragno mortale che tesse la sua tela invisibile e fa crollare la sua preda in contraddizione. Mentre va in giro a toccare oggetti a caso, riesce a cogliere tutti gli indizi con un solo sguardo; mentre il criminale crede di beffarlo, è lui a prendersene gioco per vedere fino a che punto arriva la sua bugia. Colombo è il falso mediocre, che, sotto mentite spoglie, cela uno stratega in assetto di guerra, uno a cui nessuno può sfuggire (anche perché, come afferma spesso, “non esiste il delitto perfetto, è un’illusione“) e che dipana ogni matassa muovendosi a passi lenti e poco fermi, come in un ragtime, vincendo due volte: la prima, come detective nel risolvere il caso; la seconda, come umile contro i superbi che amano le prevaricazioni, nel rovesciare completamente qualsiasi apparenza.

Forse è proprio per questo motivo che Colombo, quando ero piccola, era il mio eroe personale. Quando quella serata la televisione programmava le avventure del piccolo e buffo detective in impermeabile, mio nonno mi chiamava per tempo o, meglio, me lo ricordava già nel pomeriggio ed io facevo di tutto per guardarlo, affrontando le immani pubblicità che falcidiavano il programma e rimanendo sveglia fino a tardi. Mi divertivo, spremevo le meningi, ripetevo le frasi e le camminate di ispezione per la stanza del detective e, con lui o come lui, cercavo di risolvere il caso. Colombo è stato una delle prime menti investigative, insieme alla signora Jessica Fletcher (protagonista de “La signora in giallo“), di cui mi sono intellettivamente innamorata. Molto prima di fare la conoscenza letteraria di Sherlock Holmes, Hercule Poirot e Miss Marple, esistevano quelle serate che una bambina con le trecce passava a fingere di incastrare criminali e prepotenti, come faceva il detective Colombo. Come diceva sempre mio nonno, mentre si appassionava alla visione, “Colombo è uno che non te lo mangi mica così”, perché “quando chiude l’occhio, sa cosa farà del suo nemico”.

O, forse, Colombo era il mio eroe personale perché ammiravo le sue avventure in compagnia di mio nonno, così come guardavo con lui i film western e l’accoppiata vincente Bud Spencer e Terence Hill. Ma questa è un’altra storia.

La serie di Colombo (in originale Columbo) conta 11 stagioni per un totale di 69 episodi (comprensivi degli episodi speciali fuori stagione), una marea di guest star famose (Leslie Nielsen, Ben Gazzara, Johnny Cash, Ray Milland, Eddie Albert, Leonard Nimoy, Vincent Price, Martin Landau, Faye Dunaway, Dick Van Dyke, Rod Steiger, José Ferrer, Anne Baxter e persino il Ricardo Montalban dell’Ira di Khan), innumerevoli registi di prestigio (Steven Spielberg, Leo Penn, John Cassavetes e, persino, lo stesso Peter Falk), doppiatori speciali (come Ferruccio Amendola, voce italiana del detective nel film per la televisione Riscatto per un uomo morto) e persino un monumento dedicato (a Budapest, per omaggiare le origini ungheresi – e non italiane, nonostante quello che si possa pensare – di Peter Falk). Inoltre, Colombo conta pure una serie spin-off dedicata a Mrs. Colombo, la moglie del tenente, mai apparsa nella serie principale e interpretata per questa chicca rimasta inedita in Italia da Kate Mulgrew, diventata nota, anni dopo, per aver impersonato il Capitano Kathryn Janeway in Star Trek Voyager.

Piccola postilla: si ignora il vero nome di battesimo del tenente Colombo (che, quando gli viene posta la domanda, afferma solo di chiamarsi Tenente), così come si ignora il nome del suo cane (che il detective chiama semplicemente Cane); secondo una ricostruzione più o meno attenta ad un suo vecchio documento sbiadito, alcuni credono che si possa chiamare Frank.

Consigliato: a tutti, perché, se non avete mai visto un singolo frammento di questa storica serie, mi dispiace molto per la vostra infanzia, per cui urge un recupero, anche per sapere che non sono gli uomini grandiosi e apparentemente forti a reggere il mondo, ma un piccolo omino medio in impermeabile che si fischietta da solo la sigla iniziale e che insegna con saggezza che la prevaricazione e la prepotenza pagano sempre.

Captain-in-Freckles

Detective Conan – Piccoli Sherlock Holmes crescono

“Quando si tratta di logica e deduzioni, non esistono né vincitori né vinti. Cerca di impararlo, se vuoi diventare un detective. L’unica a vincere è sempre la verità”.

All’uscita dei film con protagonista la giovane Enola Holmes, fracassone marcato Netflix e derivante dalla saga di libri young adult di Nancy Springer, quelli della mia generazione sono rimasti perplessi per diversi motivi: anzitutto, una sorella minore e totalmente inventata di Sherlock Holmes non si era mai vista nemmeno negli apocrifi più inquietanti (e nemmeno quel genio di Moffat è stato perdonato del tutto per questo svarione familiare sul Canone); in secondo luogo, ci sono errori storici talmente gravi sull’età vittoriana e sul movimento delle suffragette da spingere ad inviare gratuitamente all’autrice un buon libro di storia dell’epoca; in terzo luogo, quella petulante e tutto-fare diciassettenne investigatrice sembra più concretizzare il canone fandom di una qualsiasi “Mary Sue” (ovvero un vero e proprio cliché letterario derivato dal fandom di Star Trek e relativo a una protagonista giovanissima con abilità e caratteristiche fuori dal comune e del tutto inaspettate, apparentemente priva di evoluzione psicologica). Ma, soprattutto, quelli della mia generazione storcono il naso, perché sanno che esiste un solo adolescente con le abilità di Sherlock Holmes, un diciassettenne occhialuto e di bassa statura che, sognando di emulare le gesta del detective britannico, ci ha fatto compagnia durante la nostra infanzia negli anni ’90 e risponde al nome di Shinichi Kudo e al soprannome di Detective Conan.

Per la verità, Shinichi non è così basso e così infantile come appare. Studente liceale, coltiva da tempo la sua passione investigativa e collabora in modo saltuario con la polizia, mettendo a frutto la sua deduzione logica, le sue abilità intellettive e mentali e la sua perspicacia. Solo che, un giorno, mentre si trova ad un parco dei divertimenti insieme all’amica di sempre, Ran, si imbatte in un’organizzazione criminosa e diventa testimone di un delitto. I criminali lo rapiscono (anche perché il nostro non ha una grande mobilità e rimane piantato a pensare senza rendersi conto del mondo circostante) e lo avvelenano con una misteriosa sostanza per eliminarlo. Se non fosse che Shinichi non muore affatto, ma cambia fisionomia e il suo corpo ringiovanisce di ben 10 anni. Così, su consiglio del professor Hiroshi Agasa, specie di inventore e scienziato nerd che pare uscito da Ritorno al futuro, inventa l’identità di Conan Edogawa (palese omaggio allo scrittore Arthur Conan Doyle, creatore di Sherlock Holmes, e ad Edogawa Ranpo, famoso scrittore giapponese di gialli e creatore del detective Kagoro Akechi) e, come tale, diventa un bambino prodigio con il cervello superiore di un computer e la maturità e la saggezza di un adulto. Perché, anche come ragazzo di 17 anni, il nostro Shinichi era una mente fuori dal comune: intelligente, arguto, dotato di una formidabile memoria eidetica e di un certo humor sarcastico, snob, sicuro delle proprie capacità superiori, narcisista e megalomane, ma, al tempo stesso, timido e riservato, quasi imbarazzato, quando si parla di sentimenti ed emozioni, come quando la sua migliore amica Ran tenta di dichiararsi.

E, così, di caso in caso, di storia in storia, Conan si muove insieme a Ran e al professore per cercare di risolvere tutti i gialli e i crimini che si palesano davanti e per sbrogliare la matassa dei super-cattivi, quell’Organizzazione nera, i cui membri portano nomignoli di super alcoolici e che gestisce, di fatto, tutti i traffici più loschi del paese, compreso la sostanza che ha agito sulla trasformazione di Conan. Ogni caso si conclude con una vera e propria deduzione logica, ma anche con una riflessione profonda di Conan sulle tragedie umane in cui si imbatte e i suoi insegnamenti che ne derivano sono sempre catartici sul valore di giustizia e ingiustizia (“A volte, l’ingiustizia può sembrare una tragedia e suscitare il desiderio di vendetta. Ma la vendetta è fonte di dolore e non di giustizia“). Risolvendo crimini, il piccolo e intelligente detective si imbatterà nel famigerato ladro Arsenio Lupin, creato dalla penna di Maurice LeBlanc e protagonista dell’anime Lupin III, in un crossover diventato iconico.

Una curiosità dovuta sui nomi dei personaggi, perché in quest’anime nulla è stato lasciato al caso. Oltre all’omaggio palese fatto ad Arthur Conan Doyle e ad Edogawa Ranpo con lo pseudonimo del protagonista, ricordiamo che la migliore amica di Conan, Ran Mori deve il suo nome alla pronuncia giapponese di Maurice LeBlanc. Ancora, il professor Hiroshi Agasa, mentore di Conan, si rimanda alla deformazione del nome proprio di Agatha Christie. Infine, la scienziata Shiho Miyano, creatrice del misterioso veleno che ha “rimpicciolito” Conan e soprannominata Sherry, deriva il suo nome dalla pronuncia giapponese di Sherlock Holmes. Più complessa è la spiegazione del nome attribuito alla sua seconda identità, Ai Haibara, dove Ai potrebbe stare per la pronuncia inglese di I, iniziale di Irene Adler (la truffatrice avventuriera che Sherlock Holmes considera l’unica Donna, con la maiuscola) o per una delle iniziali di V. I. Warshawski, detective creata dalla penna di Sara Paretsky, mentre Haibara si riferisce a Cordelia Gray, protagonista dei romanzi thriller di P.D. James, in quanto il nome è composto dal kanji hai (灰), che significa grigio cenere. E tutto ciò la dice lunga sulle paranoie del creatore di quest’anime.

Detective Conan (名探偵コナン Meitantei Konan) è un manga scritto da Gosho Aoyama e pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Sunday a partire dal 1994 e serializzato in anime due anni più tardi. La pubblicazione è tuttora in corso, così come la messa in onda delle sue avventure anime, arrivando, al momento, a 1065 episodi e rendendolo uno degli anime più lunghi e continuativi di sempre. Detective Conan conta anche di 25 film anime, 18 OAV, 4 film in live action (cioè con attori in carne e ossa), 3 manga tratti dai film, 4 colonne sonore diverse (tutte composte da Katsuo Ono) e 24 videogiochi. Numeri che ci fanno rendere conto della sua longevità.

Postilla finale: il grande scrittore giapponese Edogawa Ranpo, di cui si è detto, rispondeva al secolo al nome di Hirai Taro e fu anche critico letterario e traduttore dei romanzi di Arthur Conan Doyle e di Maurice LeBlanc; il suo nome d’arte non è altro che la translitterazione in romanji (pronuncia giapponese scritta in caratteri dell’alfabeto latino) del nome di Edgar Allan Poe, grande scrittore americano di racconti gialli e del terrore a cui è attribuita la paternità del primo detective letterario, il francese Auguste Dupin, investigatore protagonista dei racconti I delitti della Rue Morgue e La lettera trafugata e ispiratore delle figure di Sherlock Holmes ed Hercule Poirot. Ma questa è un’altra storia.

Consigliato: a tutti, amanti del giallo e dei giochi in stile Cluedo o meno, perché questo piccolo grande detective è quanto di più vicino a Sherlock Holmes possa essere stato creato e, non me ne vogliano gli altri emuli, ma è talmente dotato di calma, coscienza e attenzione e “non è questo che predica il vecchio Sherlock Holmes?” (cit.)

Captain-in-Freckles

When the Camellia Blooms (ovvero del meraviglioso miracolo umano e della ricerca della felicità)

I miracoli non esistono. Sono i piccoli eroi nascosti dentro di noi che lavorano insieme. […] I piccoli atti di gentilezza fatti da persone semplici: è il risultato di tutte le buone azioni che hai fatto. Solo questo è già un miracolo. […] Si può diventare il miracolo di qualcuno?

Tempo fa, sono stata attirata da questo drama per diversi motivi: l’ondata di premi di cui aveva fatto incetta in Corea del Sud (compreso i prestigiosi Baeksang), quel breve teaser un po’ onirico e quasi un po’ fumettistico che Netflix aveva caricato come presentazione, la sicurezza interpretativa di Kang Ha-neul, Gong Hyo-jin e Oh Jung-se (di cui ero già certa) e, infine, il fatto che lo script fosse di Lim Sang-choon, di cui avevo apprezzato l’abilità in It’s Okay to Not Be Okay. Tuttavia, avevo quasi sottovalutato il potenziale e la finezza di questo prodotto, che si presenta falsamente come una commedia romantica, ma che è molto (ma molto) di più. Infatti, anzitutto, When the Camellia Blooms è fondamentalmente un thriller, con una serie di casi che si dipanano nelle investigazioni per scoprire un unico colpevole, il serial killer che funesta da anni il piccolo e lieto paesino di Ongsan, fittizia cittadina dove comandano solo le ajumma, che sgranocchiano snack e spettegolano davanti alla porta di casa, con il fazzoletto in testa e i pantaloni fiorati. In secondo luogo, è una grande e complessa commedia umana (per prendere in prestito i termini di Balzac), ovvero una rappresentazione di tanti piccoli esseri umani e delle loro complesse e minuscole realtà, talvolta interiormente ricche, talvolta meschine e grette, ma tutte così semplicemente e splendidamente umane da divenire uniche e speciali di per sé, così vicine a noi stessi e ai nostri pensieri. Inoltre, il drama è una grande parabola di crescita, caduta, ri-crescita e speranza, una ricerca di se stessi per superare le proprie debolezze e ritrovare le proprie forze e le proprie sicurezze, per fermarsi, puntare i piedi e porre finalmente fine al vortice di disperazione e di depressione in cui, talvolta, ci si sente avvolti ed iniziare ad afferrare la propria felicità.

Infine, naturalmente, When the Camellia Blooms è una delicata e avvolgente storia d’amore, senza i grandi cliché di cena notturne a base di ramyeon e fiocchi slacciati e senza atti enormi di personaggi di straordinaria bellezza e/o ricchezza: è una storia semplice, quasi quotidiana, di quelle che ti fanno venire voglia di sentire gridare alla porta di casa “Dong-baek-shi”, addobbando il balcone di luci fuori stagione, solo per avere la sicurezza di essere compreso da qualcuno vicino a te.

Oh Dong-baek (interpretata dalla bravissima Gong Hyo-jin di Pasta e It’s Okay That’s Love), il cui nome significa “camelia”, una madre single e apparentemente senza nessuno al mondo, si trasferisce con il bambino a Ongsan, cittadina in qualche modo significativa per lei, e decide di aprire un bar, a cui dà il nome, appunto, di “Camelia”. La vinta non è semplice per Dong-baek, che, dopo anni di residenza ad Ongsan, ha accumulato solo invidie e maldicenze: la sua condizione di donna non sposata e senza un uomo accanto, ma con un figlio a carico, viene ritenuta quasi come segno di un passato depravato e di un presente molto compromettente, che porta le donne di Ongsan ad ostracizzarla e a parlarle male, isolandola e deridendola. D’altro canto, gli uomini di Ongsan, oppressi da queste feroci mogli-drago, iniziano a frequentare di sera il bar di Dong-baek, dove possono bere superalcolici, godere di un po’ di pace dalle liti familiari, ma anche della bellezza e del sorriso genuino di Dong-baek, su cui nessun uomo veglia e che, quindi, è considerata la bellezza locale da custodire e rimirare in segreto, incapace, del resto, di crearsi una vita indipendente. In questa dialettica, Dong-baek è schiacciata e soffocata dalle donne che la ritengono un’incantatrice e dagli uomini che la svalutano e, pur mantenendo un atteggiamento serio e privo di scandali, viene mortificata nella sua intelligenza e nella sua sicurezza, in primis dallo stesso padrone di casa, il signor No Gyu-tae (interpretato da Oh Jung-se, il fratello autistico del protagonista di It’s Okay to Not Be Okay, attore di eccezionale bravura). Nessuno la chiama “signorina” (o, meglio, nessuno aggiunge al suo nome il classico suffisso onorifico “shi”) e nessuno la menziona per cognome: quasi come se fosse inesistente il suo nome è diventato ormai lo stesso del locale che gestisce, Camelia.

Naturalmente, nessuno, fino a quando un giorno non torna da Seoul l’agente Hwang Yong-sik (signore e signori, il premio Baeksang Kang Ha-neul, che non solo ha vinto tutti i premi esistenti in Corea del Sud per questo ruolo, ma che ha fatto innamorare tutte le donne già solo per il suo sorriso tutto denti e il suo grido gioioso “Dong-baek-shi”). Yong-sik è burrascoso, parla ad altissimo volume, non è particolarmente bello, né particolarmente intelligente, ma ha un elevato senso della giustizia e della distinzione tra bene e male. Inoltre, ha un sesto senso quasi cieco per scoprire i criminali: a dir la verità, nemmeno lui sa come procedere, ma, in qualche modo, riesce sempre a prendere il malvagio di turno e a far trionfare la giustizia. Imbranato ed empatico come il Mr. Deeds di Gary Cooper, torna a casa per unirsi al corpo di polizia locale e sogna di trovare la donna della sua vita, una vera principessa come Lady Diana. Con quest’idea in testa, entra in una libreria e vede Dong-baek tra i libri di inglese e lì rimane folgorato dalla visione della donna che amerà per sempre in uno degli incontri più teneri e goffi di sempre, che conquista il cuore dello spettatore da subito. Dong-baek non sa l’inglese (sta comprando un libro di Harry Potter per il figlio) e fa inconsapevolmente la parte dell’intellettuale, mentre Yong-sik tenta di comunicare con lei in un inglese stentato, nascondendosi dietro libri sulla maternità tenuti al contrario. Ma, soprattutto, Yong-sik inizia a chiamarla “signorina” e a parlarle con rispetto, apprezza l’educazione e la gentilezza di Dong-baek, si arrabbia contro tutti coloro che la considerano una poco di buono e allontana chiunque tenti avances pesanti nei suoi confronti. Inoltre, quando Dong-baek dice che vorrebbe lavorare ad un banco degli oggetti smarriti, perché i clienti, alla fine, ringraziano ogni volta che ritrovano il proprio oggetto, Yong-sik si commuove con una tenerezza e un’umanità uniche, che ci fanno capire quanto sia prezioso un uomo che sta al proprio fianco, commuovendosi e capendo le proprie emozioni.

E Dong-baek, con l’affetto di Yong-sik, che, all’inizio tenta di allontanare quasi come se non meritasse la felicità, si fortifica, perché non ha bisogno di crescere, ma di ritrovare l’amore per se stessa che non aveva mai avuto, perso in un’infanzia vissuta da orfana e in una giovinezza in cui si è sentita inadeguata. Si fortifica e acquisisce la capacità di credere in se stessa e nel proprio valore, di rispondere e di rovesciare gli eventi, di sorridere e di aspirare alla felicità: “Quello che è strano è che sorrido tanto in questi giorni. Non importa la situazione. Suppongo che dipenda dalle persone che ti circondano“. Inoltre, Dong-baek ha la resilienza della camelia che fiorisce d’inverno, sfidando le temperature più impervie e il ghiaccio, e la forza dell’ippopotamo: è rimasta apparentemente silente in tutti quegli anni di soprusi e di prevaricazioni come sotto il fango limaccioso di un fiume, ma ha segnato tutto in quaderni datati e vergati anno per anno, mese per mese e giorno per giorno. Per cui è difficile che qualcosa, nel frattempo, sia sfuggito al suo sguardo e al suo sorriso, fresco e genuino anche nelle avversità, qualità che nota anche lo psicopatico serial killer che inizia a perseguitare Dong-baek e le persone a lei vicino, quasi nel timore di essere giudicato da tanta nobile umanità.

Ci sarebbero ancora tante cose da scrivere su questo drama, sull’intrico thriller, che non delude e non inquieta, portato avanti con una sensibilità e una pacatezza da vecchio giallo di Agatha Christie, e sulla varietà dei personaggi (dalla meravigliosa coralità delle donne di Ongsan, che mi ha ricordato quella del villaggio nordcoreano in Crash Landing on You, alle diatribe coniugali tra No Gyu-tae e la moglie avvocata in carriera, Hong Ja-young, interpretata da Yeom Hye-ram di Chocolate, al rapporto con il figlio, interpretato dal piccolo prodigio Kim Kang-hoon, già visto in Kingdom e in Mouse, al second lead proveniente dal passato, interpretato da Kim Ji-seok di Kiss Sixth Sense). Però, mi voglio soffermare sulla figura di Jo Jung-sook (interpretata dalla bravissima Lee Jung-eun di Parasite e Our Blues), che entra sul palcoscenico, silente e impositiva al tempo stesso, con una dolcezza caparbia come solo una madre che ha sofferto può dare e che porta avanti il vero messaggio di speranza del drama. C’è un limite alle sofferenze e sta in noi, piccoli e testardi eroi di noi stessi, afferrare quello scampolo di speranza e trasformarlo in qualcosa di diverso, come un seme di camelia che fiorisce in pieno inverno, nonostante qualsiasi cattiva condizione sia stato sottoposto. La speranza e la coesione fanno nascere il miracolo, perché ognuno è il miracolo di se stesso e di altri e perché nessuno è un fallito quando si ritrova al proprio fianco amici che credono fortemente nelle proprie potenzialità (come avrebbe fatto dire Frank Capra ai propri personaggi nel film La vita è meravigliosa, film che viene in mente allo spettatore in una delle scene più significative del drama, quella della corsa in ospedale la notte di Natale, accompagnata dalle preghiere e dalle richieste di miracolo).

When the Camellia Blooms è un drama profondo che tocca l’animo e che ci fa diventare tutti un po’ più umili e un po’ più forti allo stesso tempo, fragili e splendenti nel nostro piccolo miracolo umano dell’esistenza. Come conclude il drama, in epigrafe: Un saluto a tutti voi, che siete i più forti, i più duri, i più splendidi e i più lodevoli del mondo e che fate ogni giorno i vostri miracoli superando gli ostacoli della vita.

Consigliato: a tutti coloro che cercano un miracolo natalizio e che forse lo hanno anche già trovato.

Captain-in-Freckles