XO, Kitty (ovvero ma perché ho guardato questa serie?)

“Non si tratta solo di un ragazzo. Sono pronta ad iniziare a sperimentare nuove cose. Voglio un’avventura tutta mia”.

Lo ammetto, non so ancora perché ho deciso, durante un fine settimana di fine primavera, di frustrarmi da sola con questa serie. E ammetto pure che non volevo scrivere questa recensione, perché, quando incappi in uno scivolone simile, non vuoi nemmeno perdere tempo per buttare giù qualche riga in merito. Ma, alla fine, complici le altre socie del blog, ho deciso di intraprendere quest’avventura con una rubrica dal titolo “Ma anche no!” (suggerito da Lor), per cui questa che segue non sarà una vera e propria recensione, ma una sorta di messa in guardia, come Gandalf che urla al resto della compagnia dell’anello “Fuggite, sciocchi!“. E, se non volete fuggire, ma siete in preda alla mia stessa malsana curiosità, allora ecco di seguito qualche avvertimento.

Partiamo dal presupposto che no, non è un vero K-drama, ma un’operazione furba che attinge dai cliché dell’universo dramoso coreano (soprattutto da drama in stile Boys Over Flowers e The Heirs) e da certe serie americane teen e young adult (alla Sex Education), con una spruzzata di etichetta politically correct alla Netflix. Tentiamo anche di chiarire il concetto che ci sono una serie di errori cronologici (perché, se la madre di Kitty aveva 16 anni nel 1993 e non aveva ancora conosciuto il futuro marito, non si spiegano come hanno fatto le figlie maggiori a nascere nel 1990), burocratico-temporali (perché l’anno scolastico in Corea inizia a marzo e non a settembre), meteorologico-naturali (perché la fioritura dei ciliegi non dura tutto l’anno, Chuseok è in autunno e in inverno fa freddo a Seoul, spesso nevica pure). E, infine, sì, la serie è made in USA e lo si nota da una serie di castronerie sparse e poco deferenti nei confronti della cultura altrui.

Chiariti i primi concetti, arriviamo a recensire velocemente questo pastiche di Netflix, che è come quelle pagine che tentano di sfruttare il fenomeno coreano del momento per banalizzarlo. Kitty Song Covey (Anna Cathcart), ragazza americana con madre di origini coreane, vola in una scuola esclusiva di Seoul per il suo terzo anno di liceo, la stessa scuola frequentata dalla madre da adolescente e dal suo fidanzato epistolare Dae (Choi Min-young, il fratellino minore del protagonista di 25 21), conosciuto anni prima durante una vacanza in famiglia. Ovviamente, Kitty non si preoccupa di imparare in modo quanto meno decente la lingua coreana, né di seguire il programma delle scuole coreane, convinta che la sua preparazione da high school americana sia perfettamente a norma anche per i competitivi licei asiatici, andando inevitabilmente male (e, con ogni probabilità, questa è la parte più veritiera e razionale di tutto il drama). Però, il suo grande amore è incastrato in un finto fidanzamento con Yuri (Gia Kim), figlia di un miliardario chabeol a capo di una catena di hotel e della preside della scuola Ji-na (interpretata da Kim Yun-jin, l’ispettrice di Money Heist Korea che è stata anche uno dei volti di Lost), anche ex migliore amica della madre e, probabilmente, detentrice di un terribile segreto. E Kitty si perde a rincorrere il suo amore e un po’ anche a rincorrere se stessa e i ricordi di sua madre. Praticamente, in sei mesi di scuola combina più di quanto una persona possa fare in 30 anni.

Ma la domanda è: chi sarà, alla fine, il suo vero amore? Sì, perché dal grande amore per Dae, passerà presto alla ricerca di un ragazzo qualsiasi per ricevere, durante una serata inaspettatamente alcoolica, il suo primo vero bacio, per tornare, poi, di nuovo a struggersi per Dae, ma a litigare con un botta-e-risposta da flirt amoroso con il suo migliore amico Min-ho (Lee Sang-heon), per tornare, nuovamente dal suo grande amore Dae, ma iniziando a percepire una certa attrazione per la terribile e affascinante Yuri… Insomma, gira la testa vorticosamente in questo ballo amoroso di Kitty e ci si confonde presto (a lei piace lui, che sta con lei, che piace all’altra lei, che piace all’altro lui). Sembra la canzone Mon Amour di Annalisa che ci sta tormentando in questo inizio d’estate. E, alla fine, non si capisce proprio nulla.

La serie è carina e scorre in modo gradevole, se non fosse che è un po’ too much e ha la pretesa di essere un k-drama, quando, in realtà, è quanto di più lontano possibile da quella soave lentezza e quel pudore caloroso dei sentimenti, che ci hanno insegnato le serie asiatiche. Inoltre, pretende di rileggere una cultura da cui è piuttosto lontana, perché non basta appendere un lucchetto a Seoul alla Namsan Tower e indossare maglie abbinate di coppia (tutte cose che chiaramente i personaggi di questo drama fanno per far capire quanto sono innamorati), né serve ascoltare a tutto volume le Blackpink mentre si esce dalle boutique più costose, dopo una sessione di shopping sfrenato e rosa shocking, per comprendere una cultura e una società, che, onestamente, sono state prese un po’ sotto gamba. In definitiva, è un passatempo se non si ha voglia di guardare qualcosa che non faccia riflettere troppo, giusto per spegnere il cervello per un po’ (come è capitato a me, schiacciata in un periodo sofferente e gravoso dal punto di vista lavorativo ed emotivo) e si ha una giornata di noia e di tedio da superare, anche perché permette di beccare una OST infarcita di K-Pop a caso. Però, non è un tributo ai K-Drama, come si credeva all’inizio, ma solo una rivisitazione, di qualità piuttosto scadente e poco brillante, di cose già viste e riviste. Per cui, se si è amanti del genere, meglio guardare Dramaworld come tributo al mondo dramoso che spezza giustamente la continuità seriale oppure tornare ai classici drama.

Per me è una serie da sufficienza stentata e guadagnata solo per simpatia o per incoraggiamento ad attori giovani e ancora poco noti, ma è anche una serie sconsigliabile, una perdita di tempo con contenuti davvero di poca caratura. Tranne Min-ho: ebbene, quel ragazzo prende la sufficienza piena e anche qualcosa di più (con un voto che sarebbe stato più alto, se solo avessero avuto la decenza di scrivergli più parti), perché è l’unico personaggio più autenticamente dramoso nell’incarnare la sua Red Flag, antipatico, scostante, scorbutico e narcisista quanto basta, lo si adora appena entra in scena. Per cui, visto che Netflix ha deciso di piagarci con una seconda stagione, mi auguro che la seconda stagione riparta da lui. O, meglio, che sia direttamente lui. Per me potrebbero anche chiamarla XO, Minho.

Piccola postilla: la serie TV si basa su un personaggio secondario della serie di libri di To All The Boys, scritti da Jenny Han e trasposti in film da Netflix (con la trilogia di Tutte le volte che ho scritto Ti Amo, P.S. Ti amo ancora e Tua per sempre). Nel particolare, Kitty è la sorella minore della protagonista, Lara Jean Covey, interpretata da Lana Condor. Però, la serie spin-off non è uscita dalla penna e dall’inventiva di Jenny Han, ma è solo frutto del marketing di Netflix.

Altra piccola postilla: ad un certo punto, in un cameo d’eccezione compare Ok Taec-yeon (il super cattivo di Vincenzo), nel ruolo di un noto attore e idol, proprietario di una riserva presso cui la scuola di Kitty va in gita. Ecco, forse questi cinque minuti potrebbero valere la visione (ma, se amate già quest’attore, non guardatelo doppiato)

Consigliato: NO, o, in minima e limitata parte, con le dovute contromisure già introdotte sopra, e, comunque, mai consigliato se non siete pratici del mondo dramoso asiatico, se avete visto poco o nulla di drama provenienti dall’Estremo Oriente e siete curiosi di approcciarvi al genere, perché non è il metodo giusto, ma solo una visione che potrebbe destabilizzarvi e fornirvi un’idea diversa; se, invece, siete già a un livello PRO e volete prendervi una pausa, se non altro per riderci sopra, allora potete procedere alla visione senza problema. Poi, però, mi dite quante incongruenze e stonature avete trovato all’interno, perché pare che aumentino ad ogni visione.

Captain-in-Freckles

La collina dei papaveri

La poesia della bellezza dei disegni dello Studio Ghibli trova l’incanto di una storia intima, delicata, che ci trasporterà direttamente nel Giappone degli anni Sessanta, circa dieci anni dopo la fine della Guerra di Corea, in un paese in piena rinascita anche se ancora segnato dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalle bombe atomiche e dall’occupazione americana terminata nel 1952.

Un racconto ricco di sentimenti quello di Goro Miyazaki, figlio di Hayao Miyazaki, alla seconda prova di regia dopo “I racconti di Terramare”, di cui vi consigliamo il nostro articolo nel blog.

Se potessi raccontarvi cosa ho provato quando ho visto la prima volta questo anime scriverei all’infinito. Mi sono innamorata da subito della storia, dei due protagonisti e della stupenda colonna sonora di Satoshi Takebe e dei brani portanti cantati da Aoi Teshima.

Yokohama 1963, Umi Matsuzaki, ogni mattina, si alza presto e si reca in giardino ad ammainare le bandiere di segnalazione marittima che venivano viste dal padre quando la sua nave tornava in porto, prima che morisse in guerra.  Umi è una liceale che vive con la nonna e i fratelli più piccoli sulla “Collina dei papaveri” in una casa ricavata da un ex ospedale. La casa funge anche da pensione e ospita anche altre tre ragazze. Il padre di Umi è morto durante la guerra di Corea quando la sua nave urtò una mina, mentre la madre è docente universitaria negli Stati Uniti ed è spesso fuori per lavoro.

Shun Kazama è un ragazzo liceale che ogni mattina osserva dal rimorchiatore del padre adottivo le bandiere issate sulla collina dei papaveri e ne rimane a tal punto affascinato da dedicare una poesia pubblicata sul giornale della scuola.

Shun e Umi si incontrano a scuola la prima volta durante una protesta studentesca, a primo acchito Umi non ha una impressione positiva di Shun, poi, pian piano, iniziando a collaborare come copista al giornale della scuola di cui Shun è responsabile, inizia a stringere amicizia con lui e con i suoi amici del club di letteratura. Nel frattempo, a scuola iniziano delle accese discussioni in merito alla eventuale demolizione del “Quartier Latin”, un vecchio edificio storico fatiscente dove si incontrano e si riuniscono i club scolastici. L’edificio ha un valore affettivo per i ragazzi del liceo e, anche se il Giappone si sta modernizzando e la dirigenza scolastica preme per la demolizione della struttura, i ragazzi lottano per mantenerla, per salvaguardarla e per proteggerne il valore storico; proprio per questo, si rendono disponibili a ristrutturare l’edificio. Durante i lavori di pulizia e ristrutturazione del palazzo Umi e Shun passano molto tempo insieme, si conoscono meglio, parlano e iniziano a provare dei sentimenti di affetto l’un l’altra.

Improvvisamente, però, un giorno, Umi racconta a Shun di suo padre, di come è morto e gli mostra una fotografia, Shun resta attonito e sbalordito perché la foto mostrata da Umi è la stessa che ha anche lui. Il ragazzo inizia a fare delle ricerche per scoprire la verità e capisce che probabilmente il padre di Umi è anche suo padre. Shun, infatti, è stato affidato da neonato ai genitori adottivi. Sarà davvero così?

Shun, per questo motivo, anche se prova affetto, inizia ad allontanarsi da Umi, ad avere nei suoi confronti un atteggiamento distaccato per non farsi coinvolgere in sentimenti non giusti, visto che i due potrebbero essere fratello e sorella. Umi che non conosce il motivo per cui viene allontanata dal ragazzo, ne accetta le condizioni anche se in cuor suo ne soffre immensamente.

Nel frattempo, nonostante tutti i lavori di riparazione e ristrutturazione, la sorte del Quartier Latin è messa nuovamente a dura prova perché la dirigenza ha optato comunque per la distruzione; per questo motivo, l’assemblea studentesca vota una piccola delegazione che possa recarsi a Tokyo per portare avanti le proprie ragioni. Nella delegazione vengono scelti anche Shun e Umi, i due sono costretti, quindi, a viaggiare insieme per Tokyo dove parleranno con la dirigenza. Qui vi è una delle parti più emozionanti perché il regista, dopo che ci ha presentato la città di Yokohama degli anni Sessanta in maniera impeccabile, ci fa emozionare nella Tokyo del 1963, ad un anno dalle storiche Olimpiadi del 1964, e la città ha già tutti i manifesti per la preparazione all’evento. Credo, infatti, che la ricerca storica e contestuale di questo anime lo rendono davvero molto apprezzabile.

Per Shun e Umi il viaggio a Tokyo diventa importante perché riveleranno l’un l’altra i propri sentimenti, ma resta sempre il dubbio del padre in comune. Qualche giorno dopo, il padre adottivo di Shun riesce a contattare Onodera, il capitano di una nave che conosce la verità e svelerà ai ragazzi una storia che non conoscevano.

Una storia delicata, poetica, romantica, un timido amore adolescenziale nato tra i banchi di scuola negli anni Sessanta, quando anche in Giappone le rivolte studentesche e l’attivismo iniziavano dappertutto per sfociare, poi, nel Sessantotto, così come in molti altri paesi del mondo.

Una piccola informazione storica, la nave dove era imbarcato il padre di Umi e dove ha trovato la morte era una Landing Ship Tank, “navi specializzate per le operazioni anfibie” utilizzate durante la Seconda guerra mondiale per gli sbarchi a Iwo Jima e Okinawa, ma anche per lo sbarco in Sicilia e in Normandia e riutilizzate durante la Guerra di Corea.

La collina dei papaveri” è l’adattamento cinematografico del manga di Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi del 1980.

Memoru Grace

The Good Bad Mother – Una pessima madre ideale (ovvero della memoria, del perdono e dell’amore alla fine del viaggio)

“La vita è una cosa così affascinante, di cui bisogna essere grati. Quando ti porta via qualcosa, te la restituisce con qualcos’altro”.

Se qualcuno mi dovesse chiedere a quale episodio di The Good Bad Mother ho iniziato a piangere, risponderei semplicemente “Sì”. Non c’è un inizio e nemmeno una fine all’onda di emozioni che questo drama riesce a scatenare tutte in una volta: si piange già al primo episodio, si piange all’ultimo episodio, ci si commuove diverse volte al dispiegarsi della storia, talvolta si singhiozza pure, talaltra si versano copiose lacrime silenti. Si rimane, alla fine, così, in quella dolce melanconica nostalgia dei ricordi e delle cose perdute e, cosa rara nel panorama dramoso asiatico, una volta conclusa la visione del drama, si vuole riniziare da capo, pervasi dalla commozione e circondati da personaggi che erano diventati oramai la propria famiglia, i propri vicini di casa, i compagni di un viaggio nel passato e nella variegata gamma di emozioni che ci rendono unici nel cammino, poveri e piccoli esseri umani con i nostri difetti e le nostre virtù, le nostre miserie e le nostre ricchezze. Onestamente, quando ci si avvicina al termine di questo percorso di 14 episodi, non si è nemmeno pronti a terminarlo, tanto i nostri bagagli sono ancora disfatti e il nostro carico emotivo è troppo pregnante. Non abbiamo ancora salutato gli amici, non siamo pronti ad aprire le porte del treno per mettere piede in terra, ci giriamo per un’ultima volta con un sorriso lento e fugace ad illuminarci il volto. The Good Bad Mother è un esempio di drama di rara perfezione, ma che non sa nemmeno di esserlo, tanto si avvicina al cuore degli spettatori in punta di piedi, umile, eppure altero nello stesso momento nella sua interezza e drammaticità narrativa, costituito da un caleidoscopio di fasi e momenti di vita che partono da quell’amore imperfetto nella sua perfezione che sta alla base del legame tra madre e figlio.

Si piange e ci si commuove, come si ride e si sorride, ci si arrabbia, si resta sgomenti, si ha paura, ci si mortifica, ci si allieta, si ripercorre il passato, ma non tutto in una volta, bensì in momenti diversi e sotto diversi punti di vista, si ama, si perdona, si chiede vendetta, si cerca una nuova occasione, si cade nel baratro dell’ira e della disperazione, si risale nella luce della speranza, si vive, in un attimo, tutta la bellezza umana.

Il titolo giustamente è un tributo all’assoluta protagonista femminile, la pessima e ideale madre, Jin Young-soon (una meravigliosa e incredibile Ra Mi-ran, già protagonista amata di Reply 1988), una donna rimasta presto vedova e con un bambino, proprietaria di una fattoria e di un allevamento di maiali che deve ancora prendere il decollo. Infatti, il marito (interpretato da Cho Jin Woong), mentre si trovava in pieno dissidio con la grossa compagnia Woobyeok per il possesso dei terreni della fattoria, è morto in circostanze misteriose, derubricate dalla procura come suicidio, e Young-soon si è trovata da sola ad affrontare i debiti, la gestione della fattoria, i vicini di terreno e gli abitanti del villaggio, che mal vedevano la costruzione di una porcilaia nella zona, e il dolore. Questa grande e sconosciuta piaga, che Young-soon si porta dietro come una ferita nascosta nell’anima, le dà la forza di rialzarsi, di lottare e di trasformarsi in quella madre inflessibile e dura che progetta per il figlio una vita di rivalsa, di studio e di successo, quasi come una risposta automatica a tutti gli abusi sofferti da lei e dal marito da parte dell’alta società. Il figlio, Choi Kang-ho, è un bambino intelligente e con una memoria prodigiosa, ma anche con una vita già costruita dalla sua pessima e ideale madre, che gli strappa i disegni, per mortificare le sue velleità artistiche, gli vieta di andare a pic-nic e a gite scolastiche, per paura di un incidente, gli impone ritmi serrati di studio, con poco cibo (perché mangiare tanto causa il sonno) e amicizie inesistenti (per evitare distrazioni). Choi Kang-ho, nella cerimonia del primo anno (per la verità, la cerimonia dei 100 giorni, secondo una tradizione orientale derivata dalla dottrina buddista), ha scelto, tra i tanti oggetti posti davanti dalla madre, un martelletto, ovunque simbolo di giustizia e di legge, e, quindi, secondo i calcoli materni, è destinato a diventare procuratore e a risolvere quelle ingiustizie che hanno portato alla morte il padre, senza alcuna possibilità di scendere a compromessi.

Ma ci sono cose che nemmeno la terribile Young-soon riesce a prevedere. Diventando grande, Choi Kang-ho (ora interpretato da Lee Do-hyun, attore che abbiamo amato molto in The Glory, Youth of May, Hotel Del Luna, 18 Again, Sweet Home, Melancholia… e che, insomma, non finiremo mai di recensire, perché, onestamente è uno degli attori più bravi del panorama sudcoreano) s’innamora della sua vecchia compagna di scuola Lee Mi-joo (interpretata da Ahn Eun-jin, la moglie dell’impiegato Kim in Kingdom), che lo supporta e lo sostiene indipendentemente da qualsiasi evento, perché sono destinati a fidarsi l’un l’altro, vivendo come reciproche spalle, e a credere sempre nelle proprie possibilità. Il loro amore è come una formula matematica, come una radice quadrata ricamata in una cravatta (10√2) e non conosce allontanamenti e rotture, perché, come per Mi-joo esiste solo Kang-ho, Kang-ho, potendo tornare a vivere, sceglierebbe sempre Mi-joo, anche inconsapevolmente.

Il fatto, però, è che lo spettatore impara a conoscere questi lati di Kang-ho solo col tempo e con gli innumerevoli flashback di cui è costellata la sceneggiatura, che sembra un album di famiglia pieno di foto, sfogliato durante una giornata di ricordi. Il Kang-ho che appare sulla scena, dopo averne seguito i primi passi durante l’infanzia e l’adolescenza, nei suoi dissidi con la madre e nel suo candido amore per Mi-joo, è un Kang-ho completamente diverso: diventato procuratore, ora è cinico, freddo, senza cuore e senza sorriso. Ignora le telefonate e le visite della madre, non torna più nel suo paese di campagna, ha interrotto qualsiasi legame con i vecchi amici (e con Mi-joo) ed è intento solo a costruirsi una solida posizione sociale e una carriera, tentando di farsi adottare legalmente dal boss della malefica Woobyeok, Song Woo-byeok (interpretato da Choi Moo-sung di Reply 1988) e di sposare Oh Ha-young (interpretata da Hong Bi-ra), figlia dell’ex procuratore, ora deputato e in corsa per diventare presidente Oh Tae-soo (straordinario Jung Woong-in, già visto in Vagabond, Chief of Staff e I Hear Your Voice, uno a cui i ruoli da cattivo vengono fuori molto bene). In tutto ciò, Kang-ho si reca dalla madre per farle conoscere la sua fidanzata e per tagliare per sempre i ponti con lei, rinnegando un nome e una famiglia che non si addicono più al suo nuovo percorso di vita. Se non fosse che, sulla strada del ritorno verso Seoul, Kang-ho rimane vittima di un terribile (e misterioso) incidente, in cui normalmente avrebbe dovuto perdere la vita. La terribile e severa madre è l’unica a correre al capezzale del figlio (mentre la potente famiglia della fidanzata apparentemente si eclissa) e, memore delle costrizioni a cui lo ha forzato in tutta la sua vita, prega perché possa riprendersi, in qualsiasi modo sia, perché la vita è molto più importante di qualsiasi carriera e di qualsiasi giustizia.

E Kang-ho si riprende. Lentamente, a piccoli e incerti passi, con minuscole conquiste della vita quotidiana. Kang-ho riapre gli occhi, abbandona l’ospedale immobilizzato in un letto, riesce a riacquistare l’uso della parola e la mobilità della parte superiore del corpo, inizia ad uscire da casa sulla sua sedia a rotelle. Solo che della sua mente brillante, che aveva fatto invidia a tutto il paese, non rimane quasi più nulla: i medici diagnosticano a Kang-ho una grave lesione cerebrale, che ha causato un ritardo cognitivo. Di fatto, Kang-ho ha un’età mentale di sette anni e come tale si comporta nella sua nuova seconda vita, più svagata, sognante e sensibile, più infantile e affettuosa della precedente, girando come un satellite intorno alla luce materna, mentre la madre, che ha sempre sofferto il suo passato comportamento nei confronti del figlio, vede questa nuova vita come una vera e propria nuova possibilità, un dono dal cielo sia per lei che per il figlio, che può aprire una nuova e radiosa esistenza, felice nell’ignorare gli spettri del passato e nell’anestetizzare i dolori di sempre. E qui i due attori protagonisti, madre e figlio, riescono a raggiungere dei vertici di intensità e di bravura che, già da soli, valgono la visione dell’intero drama (con uno sguardo di Lee Do-hyun, che da freddo e cinico nei primi episodi, si trasforma e si illumina in un personaggio che mi ha ricordato molto Forrest Gump). Sfido a non piangere quando la mente annebbiata di Kang-ho ricorda che, se mangia troppo, rischia di addormentarsi e non può studiare, mentre la madre gli chiede perdono e lo invita a mangiare tutto quello che vuole, oppure, quando Kang-ho inizia a camminare e la madre lo rivede piccolo, pronta ad accoglierlo tra le sue braccia, mentre il figlio è intento a compiere i suoi primi incerti passi nel mondo.

Young-soon inizia a costruire, passo passo, un nuovo legame con questo suo figlio gentile e infantile e tenta di istruirlo alla gestione della fattoria e della vita di ogni giorno, perché il figlio sia capace e indipendente anche quando lei non ci sarà più, mentre lo rieduca (letteralmente e anche in modo molto brusco) a riprendere tutta la mobilità, compreso quella delle gambe. Finalmente, si lascia andare da quella posizione arroccata e falsamente priva di dolore che l’aveva sostenuta durante la giovinezza e accetta questo suo nuovo figlio così com’è, con i suoi giochi all’aperto insieme ai due figli gemelli di Mi-joo (momenti che rimangono nel cuore quelli delle corse in sedia a rotelle con i due bambini) e il suo addestramento della maialina domestica Leonessa, con il sorriso perenne e le canzoni della buona notte. “C’è un detto: Una madre può sostituire qualsiasi cosa in questo mondo. Ma nulla può sostituire una madre” e Young-soon diventa nuovamente madre di quel figlio che sta rivivendo l’infanzia e che si attacca sempre di più a lei come a una montagna di cui non vuole mollare la presa. Finalmente, Young-soon si lascia andare a dimostrare tutto l’amore che, prima, aveva dovuto tenere nascosto, ma che, in realtà, è stata la vera linfa che ha nutrito la sua vita. E impara a conoscere anche quel figlio, che si era allontanato da lei durante gli anni di procuratore e i suoi terribili segreti. “La vera vendetta è dimenticare completamente ogni cosa, anche le ragioni per cui si cercava vendetta, e vivere una buona vita. Essere felici è la vera vendetta“, sostiene la madre quando capisce come la sua sete di giustizia per quello che era successo al marito abbia condizionato sempre la vita e le scelte del figlio.

Solo che Kang-ho è sempre stato volitivo e aveva appreso fino in fondo la lezione materna, perché “anche se i nostri corpi possono essere separati, il mio cuore rimarrà sempre qui, nei ricordi vissuti con mia mamma e mio papà“. E, in questo momento della trama dramedy, l’abilità di regista e sceneggiatore riprendono in mano quegli indizi crime e thriller disseminati qua e là e che riportano all’oscuro passato di Kang-ho e al dolore vissuto.

I maiali non sono mai stati animali sporchi, ma gli esseri umani, forse per la loro incredibile somiglianza, li hanno costretti a vivere in gabbie minuscole e stare vicini al proprio cibo e ai propri rifiuti, negando loro qualsiasi libertà e trasformando il loro odore corporeo in un olezzo che ha allontanato gli umani stessi – spiega la madre al figlio, come vera e propria metafora della società e delle sue ingiustizie. “Ma sai perché i maiali si rotolano? Visto che la loro testa è pesante e li costringe a guardare verso il basso, non possono vedere le stelle. Per cui si girano“.

Parafrasando la frase di Oscar Wilde, siamo tutti nel vicolo oscuro, ma alcuni di noi guardano le stelle. Viviamo come i maiali, limitati e costretti da chi si considera superiore a noi ad angusti e sporchi spazi, conviviamo con il nostro stesso lercio, nel fango del dolore e delle privazioni. La nostra testa pesa su un corpo incapace di muoversi. Eppure, aspiriamo a vedere le stelle, ad elevarci, ad uscire dal baratro in cui siamo stati precipitati. Aspiriamo alla giustizia, a veder brillare la lealtà dei nostri valori, alla considerazione, all’affetto. Cerchiamo di raggiungere la luce, ma non perché irraggiungibile, ma perché sappiamo che è la nostra naturale aspirazione. Viviamo come incastonati tra la memoria e la dimenticanza, in un oblio che è anche un riaccendersi di ricordi mai sopiti e di affetti rinnovati. Viaggiamo a metà strada tra la rabbia e l’amore, la vendetta e il perdono, dimidiati e perfetti noi stessi nella nostra imperfezione. Afferriamo la felicità e rischiamo di perdere ad ogni passo. Ci amiamo e non ci comprendiamo e ci esauriamo nel viaggio della nostra vita.

Una delle grandezze di questo drama consiste anche nel panorama umano che circonda le vite di Young-soon e Kang-ho, quel pittoresco piccolo villaggio di campagna e i suoi abitanti, che si contrappongono nella loro purezza e nella loro ingenuità alla malizia degli altolocati rappresentanti della società borghese di Seoul. Sono unici i dialoghi e le interazioni continue tra la riservata Jung Gum-ja (interpretata da Kang Mal-geum), donna abbandonata dal marito e madre di Mi-joo, inconsapevolmente migliore amica e confidente di Young-soon, la nervosa Park Sung-ae (interpretata da Seo Yi-sook di Start-Up e Do Do Sol Sol La La Sol), madre di un figlio ladro e convinta di essere continuamente punita dal mondo, e Song Yong-rak (interpretato da Kim Won-hae di Youth of May e The Law Cafè), il capo del villaggio che vanta la quantità zero di criminalità, ma che è sposato con una misteriosa donna con il volto perennemente ricoperto da una maschera di bellezza (interpretata da Park Bo-kyung). Così come sono unici i battibecchi dei due ipotetici e poco credibili killer che si trasformano in contadini (interpretati da Choi Sun-jin e Park Cheon) con il vecchio e involontario amico di Kang-ho, Bang Sam-sik (interpretato da un Yoo In-soo di Alchemy of Souls e All of Us Are Dead in splendida e istrionica forma), ladro poco furbo, pauroso e molto gentiluomo, che è uno dei personaggi più straordinari di questa serie.

Si tratta di piccoli ingredienti di umanità che impreziosiscono e gratificano il valore di questo drama, che si propone di raccontare una storia per narrare, in realtà, diverse storie di vita umana, di scalate sociali e di cadute, di amori profondi, come quello di una madre per suo figlio, ma anche quello di un figlio per un genitore che non ha mai potuto conoscere, che rischiano spesso di rimanere inespressi, in un estremo pudore di sentimenti.

Insomma, forse si è notato che considero questo drama uno dei lavori migliori di quest’anno 2023 e, al tempo stesso, uno dei drama più belli, più intensamente recitati e più gradevolmente scritti di sempre, una pietra miliare destinata ad entrare nelle agende di qualsiasi appassionato di drama (e non solo), un 10 e lode che consiglio di recuperare praticamente a tutti. Perché viviamo tutti così nel vicolo oscuro, ma siamo destinati a girarci per rimirare la bellezza delle stelle in cielo e cancellare, così, la bruttura dal nostro animo, forse tornando un po’ più gentili e spensierati, come i bambini quando fanno pace tra loro e vedono i sogni camminare al proprio fianco.

Consigliato sempre a tutti, con un giusto quantitativo di fazzoletti a portata di mano, che diventeranno rotoli di carta agli episodi 7, 8, 13 e 14 (vi avverto), ma che, nonostante tutto, sarete lieti di aver consumato.

Captain-in-Freckles

Piccolo breviario per orientarsi nel mondo seriale asiatico: il principio di imitazione, emulazione e diffusione

Rieccoci tornati a cercare delle linee guida per orientarci nel panorama delle serie made in Asia con un terzo capitolo. Abbiamo visto che cosa sono i drama e come sono sorti (capitolo 1) e il fumetto all’origine del drama (capitolo 2) e, in tutto ciò, abbiamo scoperto come, partendo dal Giappone, la tendenza si sia diffusa via via in tutto l’Estremo Oriente, pur con caratteristiche diverse fra loro, per raggiungere l’apice, negli ultimi due decenni, in Corea del Sud. Tant’è che spesso le idee (e le trame) si diffondono da un paese all’altro in poco tempo. O, meglio, quando un’idea di un format tv proveniente da uno Stato viene particolarmente apprezzata, immediatamente si tenterà di ricalcare qualcosa di simile in un altro Stato, che essa sia uno show, un reality o un drama, e, talvolta, la nuova idea può essere talmente ben sviluppata da soppiantare quella originaria. Ricordo che in letteratura si parlava di qualcosa di simile con il principio di imitatio ac aemulatio (ovvero di imitazione ed emulazione). Qui, possiamo parlare del principio di imitazione, emulazione e diffusione, perché questo circolo messo in moto nell’universo dei drama va oltre il concetto del semplice remake.

Sappiamo tutti che il remake è, di fatto, un rifacimento di un vecchio copione, già andato in scena, magari con il passare degli anni o, spesso, anche spostandosi da un paese all’altro per cambiarne personaggi e ambientazione (vedi quello che è successo con alcune sceneggiature di Muccino riadattate in USA). E sappiamo pure che è una tecnica che rischia spesso di diventare pericolosa, perché spostare nel tempo e nello spazio la stessa storia già sfruttata può svuotare di significato la storia in sé e creare un prodotto poco originale, anche perché poco confacente alle corde degli spettatori di un determinato paese. Però, ve lo assicuro, in Estremo Oriente, sanno come muovere le carte del remake, proprio sulla base di questa sottile linea tra imitazione ed emulazione, per cui, senza fare una banale copiatura, creano dal nulla una nuova storia, con una semplice ispirazione di fondo. Ed è per questo motivo che, certe volte, ci sembra di trovare somiglianze disseminate qua e là in drama diversi, eppure tutti di un certo valore.

Prendendo per assodato che la prima fonte d’ispirazione sono sempre i manga/manhwa o i webtoon, una storia illustrata a fumetti può aver fornito non una, ma innumerevoli ispirazioni in diversi paesi. Un caso, ad esempio, è fornito da Hana Yori Dango (花より男子), ovvero Dango anziché fiori, che, detto così, potrebbe non rammentarvi nulla, a meno che, tra gli anni ’90 e gli anni 2000, non siate stati degli appassionati lettori di manga. Il primo albo del manga, illustrato da Yoko Kamio, uscì in Giappone nel 1992 e proseguì le sue pubblicazioni fino al 2003, ottenendo un vero e proprio successo di critica e pubblico. Tant’è che, quasi dieci anni più tardi, nel 2002, arrivò anche in Italia, edito da Planet Manga di Panini Comics e ben inserito in quel filone manga shojo (ovvero manga per ragazze) che, all’epoca, sembrava iniziare ad andare forte anche tra le adolescenti italiane. E qui, in effetti, mi inserisco anch’io, visto che, in quel periodo, uno dei miei passatempi era acquistare manga con i miei risparmi e visto che, avendo collezionato tutto Marmalade Boy proprio in quegli anni, ero sempre super attenta a tutte le uscite shojo, che potevano incuriosirmi. Tra queste, le avventure di Tsukushi Makino, ragazza povera, ma intelligente e fortemente determinata ad affrontare i ricchi bulletti di una scuola esclusiva, mi interessavano parecchio. Così, due anni dopo, nel 2004, tentai di recuperare la serie anime ispirata al manga, che, però, in Italia fu tradotta nel tragico Mille emozioni tra le pagine del destino per Marie-Yvonne, portando Planet Manga a rinominare gli albi come Mille Emozioni e il nostro doppiaggio a chiamare la buona Tsukushi Makino come Marie-Yvonne Tudor, senza alcuna spiegazione. Tra l’altro, in Italia ignoravano beatamente tutti che Hana Yori Dango fosse diventato un vero e proprio caso in patria con un film live action del 1995 e ben due serie live action Hana Yori Dango del 2005 e Hana Yori Dango 2 del 2007, seguite da un film finale Hana Yori Dango Final del 2008, che introduce una svolta giallo-rosa alla storia. Ignoravamo pure che tutto questo grande successo giapponese aveva pervaso anche Taiwan, tanto da aver girato ben tre serie (dal 2001 al 2003) che si ispiravano alla storia di Hana Yori Dango, con la differenza di ambientarla a Taipei e tra studenti universitari e di aver trasformato i quattro bulletti ricchi e viziati con cui la protagonista ha a che fare nei componenti di una boy band denominata F4. Si tratta del drama Liu xing hua yuan (流星花園), che divenne noto a livello internazionale con il titolo Meteor Garder, e dei suoi sequel, Meteor Garden II e Meteor Rain. Il drama divenne un successo in tutta l’Asia, superando anche la versione giapponese, anche perché quell’introduzione pop era perfettamente in sintonia con le trasformazioni che stavano avvenendo nel mondo musicale e i protagonisti componenti della band F4 erano, a tutti gli effetti, dei veri e propri cantanti, componenti della band JVKV, autori anche della sigla di apertura e di quella di chiusura. Inoltre, il drama fu esportato in tutta l’Asia dove raggiunse picchi di share altissimi (nelle Filippine, arrivò quasi al 50% di share, che, per intenderci, da noi non lo fa più nessuno almeno dai tempi di Fantastico).

Adesso avete capito di cosa stiamo parlando?

Nel 2008, in Corea del Sud, iniziarono ad elaborare una sceneggiatura vagamente ispirata al manga giapponese e al drama taiwanese e il 5 gennaio 2009 andò in onda il primo episodio di Kkotboda namja (꽃보다 남자), ovvero Boys Over Flowers, traducendo il senso dell’espressione che dà il titolo al manga giapponese e che indica la preferenza per cose materiali su quelle più artistiche e spirituali. Boys Over Flowers non è un semplice k-drama, ma un pilastro del genere, che in 25 episodi lanciò la carriera di Lee Min-ho (con tanto di premio Baeksang come miglior attore emergente) e totalizzò picchi di share irraggiungibili, entrando di diritto nel gotha dei drama. Sì, rivisto come adesso ci si accorge che Lee Min-ho ha una permanente esagerata e indossa la pelliccia, che lui e i suoi amici della gang F4 hanno atteggiamenti stereotipati e che tutta la serie è costellata da tanti di quei cliché da risultare superflua persino la scena madre dello schiaffeggiamento col kimchi, ma, suvvia, siamo solo nel 2009, che, in Corea del Sud, corrisponde circa al nostro 1984, per cui va bene anche così. Perché quel drama, che non era un semplice remake, visto che tentava di unire manga, drama giapponese e drama taiwanese, è diventato, a sua volta, fulcro del principio di imitazione ed emulazione per altri drama e per la loro diffusione. Così, nel 2018, nella Cina popolare è stato prodotto il drama Liu xing hua yuan ( 流星花园), ovvero Meteor Garden, che si ispira direttamente solo alla prima stagione del drama omonimo di Taiwan (anche per l’ambientazione universitaria, ma senza boyband), pur introducendo elementi chiave del manga giapponese e del drama coreano, come certe caratterizzazioni dei personaggi. Curioso il fatto che diverse cose, reputate troppo violente o rischiose per la politica comunista cinese, siano state edulcorate e cambiate, mentre sia stato introdotto l’elemento del gioco d’azzardo (come vera fonte di reddito degli F4), che in Corea è stato censurato. In ogni caso, anche questa nuova versione ha ottenuto un enorme successo, visto che è riuscita ad arrivare dove, prima, i prodotti del mondo capitalista asiatico non potevano: come il Vietnam, ad esempio, che oggi è uno dei più grandi fruitori di drama, provenienti, anzitutto, dalla Cina. Per cui, in questo giro dell’Asia, non poteva di certo mancare la versione in stile lakorn thailandese, F4 Thailand (หัวใจรักสี่ดวงดาว), che, prodotta tra il 2021 e il 2022, ha dichiarato di ispirarsi sia a Meteor Garden, entrambe le versioni, che a Boys Over Flowes, senza dimenticare il manga. Praticamente, hanno creato un franchise che nemmeno la Marvel sarebbe riuscita.

Ma questo è solo un esempio di come i generi, le storie, gli script, che sono particolarmente apprezzati, si possano spostare in tutta l’Asia, pur adattandosi a contesti diversi.

Mentre scrivevo la recensione di Start-Up, ad esempio, mi è capitato di leggere che ne era stata creata una versione propria nelle Filippine, non nuovi a questi remake e, talvolta, ai remake dei remake, visto che, avendo sempre raccolto un ampio pubblico intorno alle telenovelas sudamericane, sono riusciti a fare anche dei remake misti in un principio di imitazione, emulazione e diffusione portato al parossismo estremo. E, così, hanno trovato una versione filippina anche Full House, My Love from the Star, A World of Married Couple, fino ad arrivare a Descendants of the Sun, script che ha trovato molto successo in tutta l’Asia, tanto da guadagnarsi pure una versione birmana e una vietnamita. Oltre ad una versione cinese, ovviamente, considerata prima ispiratrice dal punto di vista politico. E non solo, perché pure uno dei più grandi fornitori di idee d’ispirazione, il Giappone, si è trovato a rimaneggiare una versione patria del sudcoreano Itaewon Class, dal titolo Roppongi Class (anche se non con grandi risultati), mentre l’altro grosso fornitore di idee, la Corea del Sud, è partita da un’ispirazione giapponese per l’ottimo risultato di Love Affairs in the Afternoon.

E così via. Ci vorrebbe uno spazio a sé solo per citare tutti i remake e i remake dei remake e i rimaneggiamenti che vanno avanti per tutta l’Asia e come facciano ad adattarsi così perfettamente alle diverse realtà – certo, talvolta in modo più felice e talaltra no. Resta fermo, però, che un remake non va mai ad escludere la fonte originale e credo che questo sia uno dei punti fondamentali da considerare e a cui spesso non siamo abituati, presi da una cultura dove un remake made in Hollywood tende spesso ad oscurare la prima versione. Qui si tratta di ispirazione ben dichiarata e, quando si decide per un rimaneggiamento simile, è un vero e proprio tributo all’arte della prima opera che, molto spesso, aiuta un popolo ad avvicinarsi ancora di più alla serie originale, prima ancora che al suo remake.

Un esempio è costituito da Flower of Evil versione indiana. Infatti, l’India è stato forse uno dei paesi asiatici più restii ad avvicinarsi al mondo dramoso e, se oggi i k-dramas e i j-dramas stanno iniziando ad avere un certo successo anche lì, in parte è dovuto alla decisione di creare dei remake di alcune serie, nonostante il prodotto finale ancora non risulti proprio così gradevole. Ma Lee Joong-ki, che è un signore e che del principio di imitazione, emulazione e diffusione ha capito tutto, ha supportato talmente tanto i suoi colleghi indiani sul set di Flower of Evil da spronare lo share del remake in India (e, ovviamente, anche quello della sua serie originale).

D’altronde, quando ci si trova davanti qualcuno che s’ispira al proprio lavoro, non si può fare altro che esserne lieti e sentirsi valorizzati, perché essere d’ispirazione significa diventare un modello a cui rifarsi e da citare come fonte. Certo, questo sempre quando il rimaneggiamento viene fatto con stima e rispetto, come anche Lee Joong-ki approverebbe. Per le mere copiature, non vale nemmeno spendere due parole. Ma questa è un’altra storia.

Captain-in-Freckles

La Biblioteca sopra le nuvole e altre meraviglie architettoniche in Giappone

Il Giappone custodisce opere d’arte, luoghi meravigliosi, paesaggi stupendi, edifici storici e moderni, ma è anche un Paese che offre numerosi progetti architettonici e idee originali e innovative.

Pensiamo ad esempio alla Tokyo Tower, nel distretto di Shiba-Koen, una torre di osservazione, la seconda struttura più alta del Giappone che per il design si ispirarono alla Torre Eiffel di Parigi ed è di qualche metro più alta. La Tokyo Tower, che è apparsa da sfondo in diversi film e anime, venne inaugurata nel 1958 e fu dipinta con i colori internazionali dell’arancione e del bianco.

Negli ultimi anni le biblioteche sono state da ispirazione per gli architetti che hanno concentrato idee, fantasia e ricerca per realizzare qualcosa di unico e particolare.

La “Biblioteca sopra le nuvole” (Yusuhara Kumo no Ue”), è un esempio di biblioteca nata dal progetto del famoso architetto giapponese Kengo Kuma, del 2017. Il design a cui si ispira è l’albero della conoscenza e la forma di albero è data dalle travi portanti che vanno al soffitto. Il concetto dietro a questa struttura è il contatto tra uomo e natura, l’armonia nell’incontro e nella manifestazione della natura nella vita dell’essere umano. D’altra parte, la città di Yusuhara, nella prefettura di Kōchi, sull’isola di Shikoku è molto particolare, è circondata da montagne e molte costruzioni sono caratteristiche in legno, per questo motivo Yusuhara stessa viene definita la “città sopra le montagne”, proprio per questa atmosfera incantata e sospesa.

Al piano terra della biblioteca è presente una caffetteria per rendere più amichevole e confortante l’ambiente.

Vi lascio il link ufficiale della bellissima biblioteca di Yusuhara se volete immergervi virtualmente nell’atmosfera magica dove il tempo sembra essersi fermato e il cielo sembra così vicino: http://www.town.yusuhara.kochi.jp/kanko/kuma-kengo/eng/town-library.html

L’architettura di Kengo Kuma è ospite quest’anno alla Biennale Architettura di Venezia dal 14 maggio al 26 novembre dove viene presentata la mostra “Kengo Kuma – onomatopoeia architecture”, se vi capita di passare da lì sarà sicuramente una bella esperienza conoscere le idee e i progetti di uno degli architetti più famosi al mondo.

Continuando nel nostro cammino tra le nuove bellezze architettoniche ci fermiamo a Kanazawa, sull’isola di Honshu dove spicca per modernità la biblioteca Umimirai, progettata da Kazumi Kudo, Hiroshi Horiba Architects e Coelacanth K&H Architects. La particolarità di questa biblioteca è la presenza di un’unica sala, tranquilla, dove la luce è la componente fondamentale e il fine è quello di trasmettere serenità a chi trascorrerà molte ore immerso nello studio e nella lettura. La superficie della facciata esterna, infatti, è composta da 6000 piccole aperture che incentivano la luce naturale a filtrare in tutto l’edificio in modo che possa dare l’idea di un luogo familiare, amichevole, anche le aperture sul tetto e il moderno sistema di riscaldamento e raffreddamento a pavimento radiante rendono la biblioteca, anche per il clima, un luogo consono allo studio, alla socialità e al relax.  

Anche qui vi lascio il link del sito web della biblioteca di Kanazawa: https://www2.lib.kanazawa.ishikawa.jp/en/guide/index_03.html

Lasciamo un attimo le biblioteche per conoscere un esempio unico in Giappone, la Akasaka Palace, uno dei pochissimi e rari edifici antichi in stile europeo rimasti a Tokyo, nonché il suo edificio principale è unico esempio di stile neo-barocco presente nel Paese. All’inizio il palazzo era stato  costruito in origine come palazzo imperiale nel 1909, oggi è diventato luogo di visite ufficiali diplomatiche. Dal 2009 è Tesoro Nazionale del Giappone. L’ispirazione per la costruzione di questo edificio fu il Wilhelmshöhe Palace di Kassel, cittadina tedesca della Assia settentrionale. All’esterno sono bellissimi anche i Giardini.

Infine, per terminare il nostro viaggio ci fermiamo alla Cattedrale di Santa Maria progettata e ideata dall’architetto e urbanista Kenzo Tange, realizzata nel 1964, basata sulla struttura gotica in legno distrutta durante il secondo conflitto mondiale. La cattedrale di Santa Maria è consacrata alla Madonna ed è sede dell’arcidiocesi, è stata costruita prendendo come modello la cattedrale di San Francisco, la pianta è a forma di croce, da cui partono otto parabole iperboliche e sopra l’ingresso principale l’organo costruito nel 2004 su progetto di Lorenzo Ghielmi. Nel 2007 è stata ristrutturata.

Memoru Grace

Love Affairs in the Afternoon

Si può vivere un amore anche se ci si sente in colpa? Si può cercare la propria felicità con la consapevolezza di rischiare di far soffrire gli altri?

Love Affairs in the Afternoon” è un drama che scava nei meandri più profondi della psiche umana, dalla ricerca della felicità, alle turbolenze dell’anima, dall’appagamento egoistico, all’agonia tra il desiderio umano e l’esistenza, fino al senso di colpa, quello che induce a volte a prendere anche delle decisioni estreme.  

“Inferno o Paradiso? Salvezza o agonia? “, questo è il dubbio esistenziale che i protagonisti, così come noi spettatori, ci poniamo di fronte all’ andamento della storia.

Son Jin-eun (un’intensa Park Ha-sun, “Centro di assistenza alla nascita”, “The Veil”) trascorre tutto il suo tempo sola in casa a leggere ed esce solo per un lavoro part time presso il supermercato vicino. Ogni giorno attende l’arrivo del marito che, indifferente alle timide richieste di attenzione della moglie da tre anni a questa parte, quando torna a casa, si estranea solo per stare in compagnia dei due pappagallini che i due coniugi hanno chiamato Fede e Amore (non è a caso la scelta dei due nomi perché diventerà allegoria del sentimento all’interno della narrazione). Jin Chang-gook (Jung Sang-hoon, “Big Forest”, “Decibel”) è un marito che sembra disinteressarsi della vita della moglie anche quando lei cerca disperatamente di comunicargli il proprio disagio.

Un giorno Jin-eun si imbatte nella vicina di casa, Choi Soo-ah (la bravissima Ye Ji-won, “Dodosolsollalasol”), una casalinga elegante, algida, dedita alla famiglia e alle due figlie, che, però, ha un segreto, la sua frustrazione esistenziale per aver scelto di sposare un marito ricco, ma insensibile nei suoi confronti, che la porta a tradirlo, per punirlo. Ji-eun, all’inizio, è alquanto sconcertata dal comportamento di Soo-ah e il suo pregiudizio si fa subito notare nei confronti della donna, ma, per una serie di motivi, le due iniziano a parlare e diventano confidenti di qualcosa che le accomuna, il malessere interiore e la solitudine. Soo-ah cerca di suggerire alla ragazza di non spegnersi perché la sua vita finora è stata come una rosa che fa di tutto per appassire.

Accade così che, silenziosamente, nella vita di Ji-eun entra il timido Jung-woo (Lee Sang-yeob, “Eve”, “Once Again”) incontrato più volte al supermercato e in una particolare situazione che li ha fatti avvicinare. Jung-woo, insegnante di biologia, si trova anche lui in una condizione familiare fragile, ha finito un dottorato negli Stati Uniti, dove capiremo che si è sposato con una collega solo per aiutarla a superare una situazione delicata, la moglie è rimasta per tre anni negli USA a completare i suoi studi e solo ora che è rientrata in Corea del Sud, Jung-woo ha capito di non provare amore per lei, ma solo affetto e stima.

Inizia così la relazione tra Ji-eun e Jung-woo, quasi in contemporanea alla fuga dalla gabbia del pappagallino Amore, volato via e cercato dalla ragazza per tutto il bosco vicino. Come il vilucchio, fiore rampicante fotografato da Jung-woo, il cui significato è “insinuato lentamente e profondamente”, così il sentimento tra Ji-eun e Jung-woo diventa sempre più profondo, si capiscono, riconoscono la loro solitudine, cercano di comprendere la propria mancanza, il proprio stato di disagio.  Così come il vilucchio, le cui radici si insinuano a fondo nel terreno e i germogli derivano da lì, anche il loro amore si ramifica e cerca di estendersi nelle loro esistenze, ma anche il vilucchio ha un non so che di solitario, di nascosto come i loro incontri, timidi, silenziosi, passeggiando tra gli alberi del bosco vicino, attorniati dalla natura, dai silenzi e dalla musica del fruscio degli alberi che Ji-eun registra per condividere con se stessa quei momenti nella sua solitudine.

“Ho visto la vera me, la me come un fiore di vilucchio, la me come una bolla di sapone, la me come una bambola e la me che è stupidamente felice”. “Come se l’aria risvegliasse ogni cellula del mio corpo”.

La storia tra Ji-eun e Jung-woo è di una incantevole delicatezza lirica, le atmosfere attorno a loro, come il cammino serale in un percorso illuminato dal brillio delle lucciole o un pomeriggio insieme al cinema, attimi rubati per stringersi la mano nel buio della sala, ci immergono nei pensieri dei due protagonisti, con i quali entriamo in empatia e cerchiamo di accompagnarli nel loro viaggio emotivo, nel crescendo di un dramma che li metterà di fronte a dubbi, difficoltà e sensi di colpa.

“Menti alla tua famiglia, ferisci le persone che hai intorno. Perdi persino gli amici e alla fine ti lasci cadere in una palude oscura. L’infedeltà è un amore imperdonabile. Non ci ho mai nemmeno pensato, non poteva essere la mia storia, ma poi ho iniziato ad avere paura. Mi sento persa in un labirinto senza uscita, ma non sono così coraggiosa da perdere tutto e gettarmi tra le fiamme come una falena. Mi volterò e uscirò da quella palude prima di cadere più a fondo. Signore, ti prego, non tentarmi”, così afferma la protagonista all’inizio della storia, ma poi, come il secondo pappagallino, Fede, che si lascia morire dopo la fuga di Amore, la cima del dirupo non sembra così lontana, la destinazione finale.

Un mormorio nella pioggia e le parole che da sempre avrebbe voluto ascoltare: “Voglio invecchiare con te”.  Delle semplici parole o un gesto gentile, un accenno di sorriso, il trovare il proprio porto sicuro la sera quando, al rientro a casa, ci si vuole scrollare di dosso il carico di una giornata, aspetti quotidiani, comuni che spesso vengono ignorati e creano un clima di incomunicabilità all’interno di una coppia, mentre Ji-eun e Jung-woo si ritrovano così vicini, ma così disperatamente lontani. Non si possono rinnegare i sentimenti, la comprensione di due anime tristi e sole, ma la vita chiede il suo scotto soprattutto quando sono coinvolte altre persone ed entrambi arriveranno al punto di sacrificare se stessi in due modi differenti.

Liberamente ispirato alla serie giapponese “Hirugao” del 2014, “Love affairs in the afternoon” si sofferma su una tematica così difficile in modo delicato incentrandosi soprattutto sull’analisi psicologica e sui dialoghi interiori della protagonista, una meravigliosa Park Ha-sun, sulla complicità raggiunta anche solo da uno sguardo rubato che entrambi gli attori riescono a trasmettere e a condividere con uno spettatore che resterà incantato dalla loro storia e soffrirà con loro. Una delle particolarità che impreziosisce questa serie è il cercare di capire il punto di vista dei personaggi dai principali ai secondari, senza condannare né le loro scelte, né le loro azioni, dal marito di Ji-eun che apprezzeremo maggiormente nell’ultima parte soprattutto per alcune scelte mature che porteranno ad una certa soluzione, alla moglie di Jung-woo, che, personalmente, ho tollerato un po’ di meno, ma in ogni modo reagisce da donna ferita. La vicina Soo-ah che, durante la storia, rincontrerà un amore di gioventù, l’artista Ha-Yoon (Jo Dong-hyuk) e sarà spinta ad abbandonare il tetto coniugale senza, però, voler lasciare le sue amate figlie iniziando un conflitto estenuante con il marito per l’affidamento delle bambine. Menzione speciale alla figlia maggiore interpretata dalla giovanissima attrice Shin Soo-yeon della quale avevo apprezzato l’interpretazione in “Melancolia”. La figlia di Soo-ah è così matura che tenta di capire i genitori, in particolar modo il malessere della madre causato dall’ anaffettività del padre.

Altra menzione speciale va alla sempre meravigliosa Kim Mi-kyung (già adorata in “Healer”, “It’s okay to not be okay”, “Go Back Couple” e molti altri drama) che qui interpreta la tenerissima suocera di Ji-eun, per la quale mi sono davvero commossa e anche la protagonista ne è affezionata e si sente in colpa nei suoi confronti.

Particolare rilievo la bellissima colonna sonora di “Love Affairs in the Afternoon”, sobria, elegante, soffusa che rende bene l’intimità dei sentimenti dei personaggi e la scelta di inserire, in alcuni momenti più drammatici e lirici, “Le Secret” di Daniel Faure, per cui gli amanti della musica classica possono restare incantati.

 Questa serie, seppur malinconica, lenta e in un continuo climax ascendente di dramma, lascia un messaggio di speranza e vi stupirà fino alla fine. Il messaggio è affidato alle parole della poesia di Park No-hae pronunciate dalla protagonista Ji-eun: “Mentre percorri una strada buia, non disperare se non vedi nessuna stella, perché quella più luminosa non è ancora arrivata”.

Memoru Grace

Hunt – Il senso di colpa, il tradimento e la redenzione

Am I your mark? Are you tailing me now?

Siamo negli anni ’80, in una Corea ancora più divisa di quanto non si possa immaginare, ai più ignota nei suoi meandri di violenza politica e corruzione, celata da un perbenismo tipico da Guerra Fredda. Siamo in mezzo ad un buio labirinto di agenti e di spie, dove è difficile capire chi siano davvero i buoni e chi i cattivi, tanto i confini sono sfumati, ma è difficile capire anche da che parte si cela la verità, vittima di un continuo gioco di strategia e dissimulazione, una linea sottile che i personaggi attraversano più volte, fino a camminare sottilmente come su un filo di lana. Difficile riassumere in poche righe il film thriller Hunt, opera prima come regista di Lee Jung-jae (il noto e amato protagonista di Squid Game e di Chief of Staff), che prende in mano una storia di spionaggio e di azione, con fatti storici veri, per ergere come su un palcoscenico i suoi due (o anche tre) personaggi, che recitano come in una tragedia greca, soffrendo per sé e colpendosi a vicenda in una continua espiazione dal senso di colpa che li affligge, una perenne punizione per atti da loro commessi in passato. Infatti, quella che sembra, a prima vista, una lotta tra spie e che riecheggia i toni di John Le Carrè (primo su tutti, il suo famoso romanzo La Talpa), con una partita a scacchi in cui lo stesso spettatore non sa che posizione prendere e a chi credere, verso metà narrazione si spezza per diventare un dramma più interiore, corredato dalle angosce passate, dalla certezza di aver commesso il male e dalla volontà (talvolta, distorta) di ripararne i suoi effetti. Ed è proprio in questa destabilizzazione che risiede la grandezza di questo film, giustamente premiato dal pubblico e da numerosi premi in patria, anche perché la sofferenza dei due agenti protagonisti è un comune sentire che affligge il popolo sudcoreano degli anni della dittatura. Ma, prima di proseguire con la recensione, è necessario un piccolo antefatto storico.

Nel 1979, dopo l’assassinio del Presidente sudcoreano Park Chung-hee, che aveva retto la Casa Blu in modo autoritario per ben 18 anni, si verificò un vuoto di potere, che portò ad una serie di guerre interne tra politici, militari e servizi segreti deviati. Mentre la popolazione credeva in un ritorno delle libertà e della democrazia, nel dicembre dello stesso anno, prese il potere con un colpo di stato il generale Chun Doo-hwan. L’anno dopo, nel 1980, in seguito al regime oppressivo e violento a cui la popolazione era soggetta continuamente dopo il colpo di stato, la città di Gwangju insorse: il 18 maggio, donne, uomini, bambini e tantissimi giovani (perlopiù studenti universitari, riuniti della cosiddetta Gwangju Uprising, un movimento di richiesta dei diritti e delle libertà) scesero in piazza per manifestare contro il governo e, dopo una strenua resistenza durata fino al 27 maggio, subirono una durissima repressione da parte delle truppe militari inviate dal governo (fatto narrato con dovizia dal drama Youth of May). Di fatto, Gwangju fu messa sotto assedio militare con innumerevoli vittime e numerosi arresti e deportazioni (le stime ufficiali dell’epoca provenienti dal governo sudcoreano registrarono un numero di quasi 200 morti, mentre la stampa estera parlò di circa 2000 persone trucidate dall’esercito e dalla polizia, senza contare coloro che morirono per le torture e i maltrattamenti subiti in carcere). Dopo il massacro di Gwangju e dopo l’elezione di Chun Doo-hwan che ne legittimava la presidenza (settembre 1980), la stretta del governo divenne ancora più ferrea: gli oppositori politici venivano spesso accusati di essere comunisti o in combutta con il regime della Corea del Nord per giustificare arresti contrari a qualsiasi diritto e trattamenti disumani. In un clima di crescente odio interno, anche i rapporti con il Nord divennero sempre più arcigni, portando a diverse introduzioni (reciproche) di spie all’interno del comparto istituzionale. Nel 1983, la guerra tra spie sudcoreane e nordcoreane raggiunse l’apice, quando, prima, il pilota nordcoreano Lee Wong-pyung, con una virata impensabile, sviò i controlli, raggiunse la Corea del Sud e defezionò dalla patria per consegnare spontaneamente informazioni ai sudcoreani e, infine, quando agenti nordcoreani, con ipotetica collusione di agenti sudcoreani, attentarono alla vita del Presidente sudcoreano in visita a Rangoon (nell’attentato, persero la vita 21 persone e ne furono ferite 46, mentre il Presidente rimase illeso).

La narrazione inizia proprio qui, nel 1983, quando l’agente capo dell’unità estera dei servizi di sicurezza Park Pyong-ho (interpretato proprio da Lee Jung-jae) e l’agente capo dell’unità interna dei servizi di sicurezza Kim Jung-do (interpretato da Jung Woo-sung, attore di action drammatici come Steel Rain e Illang) vengono avvertiti dalla CIA di un probabile attentato ai danni del Presidente sudcoreano a Washington D.C., probabilmente organizzato dalla Corea del Nord con la complicità di una spia interna. Nonostante i due siano costretti a collaborare per scongiurare il verificarsi dell’evento e per trovare la talpa che compromette la stabilità del paese (denominata Donglim, così come John Le Carré denomina la sua talpa Karla), non scorre buon sangue né tra le due unità, né tra i due agenti. Mentre Park Pyong-ho è cinico, nervoso e irascibile e agisce con l’arma del ricatto, scovando tutte le carte con cui può tenere in pugno i politici più influenti (ancora una volta Lee Jung-jae si conferma “la vipera” della politica), Kim Jung-do è un integerrimo e freddo difensore dell’autorità e del potere e non si fa problemi a usare la tortura sulle persone che deve interrogare. Per questo motivo, le loro indagini sembrano procedere su due binari separati e confliggenti: l’analisi e la raccolta di foto e documenti di Park Pyong-ho, l’escussione di testi (non volontari) per avere confessioni di Kim Jung-do. Mentre il primo non approva i metodi del secondo, ricordando come in passato non abbia esitato ad utilizzarli anche su di lui e sugli agenti della sua unità (sospettati di tramare contro il governo), il secondo è convinto che la fuga di notizie provenga proprio dal primo, che sospetta di essere in combutta con i nordcoreani forse anche per le sue missioni passate con diversi informatori. Quella che doveva essere una pacata collaborazione, dunque, si trasforma nel tentativo di screditarsi a vicenda per annullare il proprio rivale dalle istituzioni. O, forse, per annullare e nascondere qualcosa di più profondo e personale.

Entrambi, infatti, celano dei segreti, che, a loro volta, celano delle colpe. Park Pyong-ho fa da tutore a Jo Yoo-jeong (interpretata da Go Youn-jung, la Naksu della seconda parte di Alchemy of Souls, anche vista in Sweet Home), una ragazza universitaria coinvolta dai movimenti giovanili studenteschi di opposizione al regime (gli stessi del Gwangju Uprising), con la quale ha un rapporto paterno difficile. Jo Yoo-jeong, infatti, è figlia di Cho Won-sik (cameo straordinario di Lee Sung-min, premio Baeksang per Reborn Rich e Misaeng), un suo ex informatore nordcoreano, della cui morte sul campo si sente responsabile e che tenta di espiare con la cura della figlia (e anche con il cambio di documenti per celarne la nazionalità). D’altro canto, Kim Jung-do non ha mai superato il trauma del massacro di Gwangju, a cui ha preso parte attivamente come militare, e, sentendosi responsabile di innumerevoli morti, si auto-punisce scendendo nel baratro della polizia politica, convinto che oramai è inutile qualsiasi redenzione e che l’unica via è l’abbruttimento morale (un po’ lo stesso ragionamento del protagonista di Peppermint Candy).

In un barlume di ragionevolezza, però, Kim Jung-do inizia a nutrire sentimenti critici nei confronti del governo che ha sempre servito e quasi idolatrato e, da persona priva di mezze misure e incapace di scendere a compromessi, passa nettamente dall’altra parte, mettendosi a capo di un gruppo segreto che mira a destabilizzare il regime e ad eliminare il Presidente. Mentre mantiene la sua maschera di freddezza e di risolutezza quasi militare nel portare avanti i propri doveri con lo Stato, inizia a prendere contatti all’estero per trovare sostegno e simpatia al suo piccolo gruppo di congiurati. Col tempo, però, è costretto a constatare l’indifferenza di tutti nei confronti della causa democratica sudcoreana, perché un regime autoritario era visto come la soluzione migliore per frenare l’avanzata comunista nella penisola (e in Asia). A quel punto, mentre matura la decisione suprema di sacrificarsi per la causa e per espiare le sue colpe, inizia a provare simpatia per Donglim, la famigerata talpa che passa informazioni segrete ai nordcoreani, e per i suoi tentativi di assassinare il Presidente.

Solo che – SPOILER (ma neanche più di tanto, perché lo si capisce già a metà film) – Donglim è anche il suo acerrimo nemico Park Pyong-ho. E, anch’egli, vive in un muro di sensi di colpa per il suo passato, per aver venduto diversi suoi compagni nordcoreani ai sudcoreani (e, viceversa, diversi agenti di squadra sudcoreani ai nordcoreani), per aver commesso crimini e atrocità nel tentativo di preservare la sua posizione e per aver costruito un castello di bugie, inaccessibile pure alla giovane Jo Yoo-jeong, l’unica famiglia che gli rimane, pur privo del coraggio di rivelarle il suo affetto paterno.

E, così, in questo inseguimento quasi titanico (che mi ha ricordato Heat – La Sfida), i due si incontrano e si scontrano, si rivelano e si alleano, ognuno per una finalità esterna diversa e per uno scopo interiore ancora più differente, salvo, poi, ritrovarsi nuovamente su due fronti opposti nel loro tentativo estremo di cercare l’assoluzione ai crimini: Park Pyong-ho, umiliato nella scoperta della propria umanità e nella difesa di valori e concetti universali come la vita umana, e Kim Jung-do, elevato nel fanatismo di una missione che reputa quasi divina per il raggiungimento di un fine supremo. L’uno, che ha vissuto una vita di eterno compromesso, si rifiuta di usare la violenza perché contraria alla dignità umana e alla libertà, nella speranza di un mondo migliore privo di ostilità. L’altro, che ha blindato per una vita le proprie emozioni e ha sempre rifiutato i compromessi, accoglie l’annullamento dei propri principi e accetta di venire a patti con l’idea di assassinio per liberare l’umanità. Entrambi sono convinti che solo un loro estremo ed ultimo atto sacrificale può portare ad un miglioramento generale, che diventa anche riscatto personale. Entrambi due volti diversi della stessa sofferenza, dell’auto-immolazione per il futuro, eppure ancora troppo legati dagli spettri del proprio passato per permettersi di andare avanti. Fino alla tragedia estrema, che si consuma – diversamente dalla storia reale – in Thailandia.

Hunt è un film di spionaggio e un dramma politico ed esistenziale come non ne vedevo da anni, coraggioso e poetico al tempo stesso, dove l’azione lascia spazio alle riflessioni personali, isolando talvolta il personaggio con il suo “pubblico”, e dove la mimica delle espressioni sottintende dei veri e propri monologhi interiori. In questo senso, mi sento di promuovere in toto questo primo esperimento registico di Lee Jung-jae (a cui imputo solo la colpa di non aver osato di più nella parte dell’attentato finale), che spero continui sulla buona strada. Vero che ci sono già tanti film, libri e drama che narrano il periodo dittatoriale sudcoreano e l’estremizzazione degli anni ’80 e che diverse storie si soffermano, magari anche solo con un accenno, al massacro di Gwangju, ma, diversamente da quello che ha scritto certa critica, credo che non sia mai abbastanza sottolineare in modo costante le brutture e le atrocità che può compiere un regime e che cosa vuol dire aspirare alla libertà. Ogni opera in grado di suscitare queste emozioni e queste riflessioni è un’opera valida di essere vista, analizzata e diffusa, perché, per citare Antigone, insegna “lo splendore della disobbedienza“: è pericoloso farlo, ma sarebbe peggio non farlo.

Consigliato perché è una storia spy-thriller con ritmo incalzante e che lascia col fiato sospeso fino all’ultimo minuto, perché indugia a riflettere sui valori di libertà e di dignità umana, ma anche su cosa significa il senso di colpa storico che hanno vissuto (e ho ragione di credere che vivano ancora) molti uomini, perché analizza un periodo storico che è ancora ignoto in Occidente e perché è recitato come un pezzo di teatro classico. E, se non bastasse questo, vi fornisco altri motivi in più. Accanto al prezioso cameo di Lee Sung-min, si trovano numerosi altri camei d’eccezione – tutti interpretati per pura amicizia nei confronti di Lee Jung-jae: il pilota disertore nordcoreano Lee, interpretato da Hwang Jung-min (il mefistofelico pastore Jeon di Narco-Saints); l’incarcerato e torturato imprenditore Choi, interpretato da Yoo Jae-myung (il cattivo di Itaewon Class, ma anche l’avvocato idealista di Vincenzo); il leale agente dei servizi segreti Jang, interpretato da Heo Sung-tae (il prigioniero ex malavitoso di Squid Game, ma anche il project manager della missione sulla luna di The Silent Sea), i tre agenti dell’unità di Tokyo, interpretati da Park Sung-woong (protagonista omnipresente nel mondo dramoso da Snowdrop, a The Smile Has Left Your Eyes, a Rugal, a Man To Man), Jo Woo-jin (il caratterista d’eccezione ritrovato in Goblin, Narco-Saints, ma anche Happiness e Mr. Sunshine), Kim Nam-gil (il demone ammazzademoni di Island e il prete action di The Fiery Priest), e Ju Ji-hoon (il superprotagonista di Jirisan, Kingdom e Hyena). Direi che Lee Jung-jae ha un’ottima scelta di amici!

Captain-in-Freckles

Your Name

“Scusa! Non è che ci siamo già incontrati?”
“L’ho pensato anch’io!”
“Qual è…il tuo nome?”

Quando nel 2016 uscì al cinema “Your Name”, ne fummo tutti affascinati, ammaliati, ma anche destabilizzati come i due protagonisti dell’anime. Ricordo di essere uscita dalla sala del cinema in silenzio, in un clima quasi sommesso, silenzioso, così come gli altri spettatori con i quali avevo condiviso quei 107 minuti di capolavoro che non era ancora chiaro per alcuni aspetti, ma che saremmo rimasti di nuovo tutti in sala per riguardarlo.

Nel 2016 il regista Makoto Shinkai ci ha regalato questo gioiello di animazione, ma la caratteristica più interessante è che lo spettatore si trova nello stesso luogo, nella stessa condizione di spaesamento, perso in una dimensione tra l’onirico e il reale e con lo stesso flusso di pensieri dei due protagonisti. Questo è il vero punto di forza di “Your Name”!

Nel 2010, Mitsuha Miyamizu è una ragazza liceale che vive nella piccola città di montagna di Itomori e abita in un tempio insieme all’anziana nonna sacerdotessa Hitoha e alla sorellina Yotsuha. Il padre è il sindaco del paese, ma la ragazza non si sente compresa da suo padre e ha spesso dei battibecchi con lui.

Taki Tachibana è un ragazzo liceale che vive a Tokyo e svolge un lavoro part time presso il ristorante “Il giardino delle Parole” (piccola curiosità, il nome del ristorante è un omaggio al titolo di un’opera precedente di Shinkai).

C’è qualcosa che accomuna Mitsuha con Taki, in alcuni giorni dell’anno i due si scambiano, cioè si svegliano l’uno nel corpo dell’altra. Una volta presa coscienza di questo strano caso, i due ragazzi cercano di comunicare tra loro tramite messaggi scritti su carta o dei memo e promemoria sul cellulare; ormai abituati a questi scambi sempre più frequenti iniziano ad intervenire ognuno nella vita dell’altro. Taki viene aiutato da Mitsuha ad organizzare il primo appuntamento con la collega di lavoro, Miki Okudera della quale è innamorato, mentre Taki aiuta Mitsuha a interagire meglio con gli altri a scuola.

Il giorno dell’appuntamento di Taki, però, Mitsuha sente un senso di oppressione e scoppia a piangere perché capisce di essersi innamorata del ragazzo e di provare gelosia nel pensare all’appuntamento. Inoltre la ragazza ha raccontato a Taki di una cometa che passerà vicino al Giappone proprio quel giorno che coincide con l’appuntamento e con la festa dell’autunno del suo paese. Taki, però, non comprende bene cosa voglia dire Mitsuha perché in quel periodo non sono previste comete. La sera della festa, Taki cerca di telefonare invano a Mitsuha e qualche giorno dopo, consapevole di non riuscire più ad avere contatti con la ragazza né di riuscire a scambiarsi i corpi, decide di intraprendere un viaggio verso il paese di Mitsuha, non conoscendone nemmeno il nome, ma, chiedendo informazioni durante il viaggio alle persone che incontra e mostrando dei disegni del luogo, finalmente, riesce a trovare un ristoratore originario di Itomori che gli racconta che tre anni prima, durante la festa del paese, un frammento della cometa Tiamat, che era passata vicino alla Terra, era precipitato e aveva colpito proprio la zona di Itomori uccidendo diverse persone. Taki fa delle ricerche in una biblioteca vicina e scopre che tra le persone uccise dal frammento della cometa, precipitato sulla Terra, c’è anche Mitsuha.

Disperato e consapevole, ormai, del fatto che ci sono sempre stati tre anni di differenza da ogni loro scambio, cerca una soluzione per ingannare il tempo e ritornare in un momento in cui poter avere contatto con Mitsuha, ma qui, non vado avanti con la trama, perché altrimenti vi spoilererei tutto. Vale la pena seguire da qui in poi tutti i movimenti e i ragionamenti del protagonista che, vi confesso, sono alquanto difficili da capire a prima visione, con una seconda visione, invece, ci si riesce meglio a connettere con la storia e con i pensieri di Taki. Una cosa, però, ve la devo anticipare, questo anime va percepito la prima volta, va intuito in ogni particolare durante una seconda visione, ma liberatevi da ogni idea di tempo e di dimensione, seguite solo il filo rosso che lega i due protagonisti, la vera chiave di lettura della storia. Ricordate solo che il santuario di Itomori, dove Mitsuha vive con la sorellina e la nonna e dove vengono consacrati i riti, è dedicato al dio Musubi, il cui significato riporta ai legami, all’intrecciare i fili.

“Musubi è il vecchio modo con cui chiamavamo il Dio locale. Questa parola ha un significato profondo. Intrecciare i fili è Musubi, i legami tra le persone sono Musubi. Lo scorrere del tempo è Musubi. Tutti questi sono i poteri della divinità, ecco perché le corde intrecciate che noi creiamo sono una delle forme del Dio stesso e rappresentano il flusso del tempo. Convergono e prendono forma, si intrecciano e si aggrovigliano. A volte si sciolgono, a volte si spezzano per poi legarsi nuovamente; questo è Musubi: questo è il tempo“.

Momento più romantico dell’anime è la scena del crepuscolo, quando tutto sembra sfumare, quando due anime si incontrano, quando possiamo incontrare anche qualcosa di non umano, ma dobbiamo ricordare chi abbiamo visto in questo crepuscolo, nel particolare, i due protagonisti decidono di scriversi i rispettivi nomi uno sulla mano dell’altro, per non dimenticare, ma…

Your Name” vanta di molte “interpretazioni”, ad iniziare dal nome, perché è così importante? E’ l’identificazione di ognuno, è un ritrovare l’altro, è incidere i propri sentimenti nel nome di un’altra persona. Il nome è anche il ricordo.

La stella cometa nell’anime è detta Tiamat e il suo nome discende dalla mitologia babilonese. Tiamat era la madre di tutto il cosmo, la dea degli oceani e dell’acque salate, ma anche il simbolo del caos primordiale. La cometa nell’anime porta caos e morte nella vita dei protagonisti.

Nel tentativo di riconnettersi con Mitsuha, Taki beve del kuchikamizake, preparato dalla ragazza e lasciato come offerta, solo così potrà ricongiungersi al corpo di Mitsuha per poter evitare la morte causata dalla caduta della cometa. Il kuchikamizake è un tipo di alcolico a base di riso prodotto dalla fermentazione innescata dalla saliva umana, una delle prime bevande alcoliche giapponesi, veniva prodotto in particolar modo solo durante le cerimonie nei templi shintoisti.

Your Name” è la storia di due destini che si incrociano, uniti da un unico filo rosso, che affronta tempo e spazio, un sogno condiviso, una continua ricerca della propria anima affine che, da qualche parte, sta cercando il contatto.

“Quel giorno in cui sono cadute le stelle: è stato come…” (Taki)

“…come una visione dentro un sogno, niente meno di questo”. (Mitsuha)

Memoru Grace

Black Knight

Viviamo tutti così, trasformando il nostro dolore in brama?

Questo connubio tra Netflix e la produzione dell’Hallyu sudcoreano sta creando nuovo materiale di qualità, che, se anche non è propriamente definibile come k-drama, tenta l’unione tra la tradizione televisiva sudcoreana, quella occidentale (soprattutto, made in USA) e il cinema d’autore, andando a sviluppare tematiche e generi spesso non molto esplorati dai drama. L’ultimo esperimento in tal senso è Black Knight, che vede campeggiare alla grande un Kim Woo-bin (The Heirs, Our Blues) in splendida forma, affiancato da Kang Yoo-seok (Beyond Evil, Paybak), Esom (Taxi Driver, Because This is My First Life), Roh Yoon-seo (Our Blues, Crash course in romance, 20th Century Girl), Lee Sung-wook (Extraordinary Attorney Woo, Forecasting Love and Weather, The Silent Sea), Song Seung-heon (Black), Nam Kyung-eup (Hotel Del Luna, Crash Landing on You), Kim Eui-sung (Taxi Driver, W:Two World Apart, Memories of the Alhambra), Yoo Yeon-soo (Peppermint Candy), Jin Kyung (Extraordinary Attorney Woo, Melancholia). Drama breve di soli sei episodi di genere sci-fi distopico e post-apocalittico, mi ha tenuto incollata, gioco forza, per una visione – quasi maratona. Ed ecco il risultato di questa visione quasi in una mini-intervista con le impressioni a caldo.

SOTTOTITOLO AL DRAMA: Mad Max meets Dune meets Orwell meets Korea

IMPRESSIONI A CALDO: Premetto che non sono una neofita del genere e, ogni qual volta, mi imbatto in tematiche di questo tipo (sci-fi, distopico, epidemico, post-apocalittico, ucronico), mi ci butto a pesce, come nella lettura dei racconti di fantascienza di Philip K. Dyck. Detto questo, già l’incipit di una catastrofe provocata da una cometa che ha sterminato una parte consistente della popolazione e ha condannato la parte rimanente ad una vita di adattamento e di stenti mi ha portato immediatamente ad iniziarlo e a farmi divorare i primi due episodi in un’unica tornata. Peccato che, andando avanti con la visione, quell’afflato di novità venisse a mancare e ad ergersi in modo pericolante (al quinto episodio, mi è anche calata la palpebra, non so se per la stanchezza o per l’incomprensione con il drama). Le tematiche c’erano tutte, buone e costruttive: l’inquinamento, un possibile scenario apocalittico a cui l’uomo può andare incontro, la manipolazione genetica, la soggezione medica, la divisione in caste sociali che portano ad una guerra fratricida di poveri contro ricchi (o, anche, più comunemente, poveri contro poveri), la dittatura politica e la corruzione, il delirio dell’uomo unico al potere che plasma a sua immagine e somiglianza le istituzioni e il disegno di un mondo perfetto che, alla fine, è quanto di più sconvolgente e drammatico possa esistere per la libertà umana. Ecco, tante e buone tematiche, ma forse troppe per soli sei episodi, nemmeno molto lunghi, e condannati a restringersi per la presenza di una miriade di scene di azione, che sono andate e penalizzare la sceneggiatura. Un buon tentativo di esperimento, ma troppo ambizioso e con troppo materiale, che rischia di creare solo troppa confusione. Personalmente, ho preferito l’esperimento sci-fi di The Silent Sea, più conciso e ristretto nella sua narrazione.

PERSONAGGIO PREFERITO: Sarebbe banale dire 5-8 (Kim Woo-bin), ma il mio preferito è stato sicuramente il suo corriere che sembra un po’ Mad Max e un po’ Paul Atreides in Dune (con la sua maschera d’ossigeno e la sua spavalderia in grado di condurre una guerra santa), granitico e integerrimo fino alla fine, coerente con il genere. Al tempo stesso, amo sempre tanto la recitazione di Esom, che è riuscita a caratterizzare molto bene il suo personaggio, donna d’acciaio e sofferente, e, conoscendo la sua bravura interpretativa, avrei voluto più parti con lei, rimasta sullo sfondo e penalizzata da una sceneggiatura che sembra aver tagliato dei pezzi. Però, al di là dei due protagonisti, chi ho veramente amato è il Nonno Tick Tack, interpretato da Kim Eui-dong, perché, appena entra in scena, sai già che è quel personaggio secondario, che, nella realtà, tira le fila di tutto e che, probabilmente, è la mente nascosta di ogni cosa. Ecco, è perfettamente coerente con la sua pacatezza e la sua intelligenza interpretativa e, pur in poche battute, è riuscito a rendere il suo personaggio quella nota che tutti gli amanti del sci-fi adorano. Sawol, invece, pur non essendomi dispiaciuto come personaggio, non è stato in grado di muovere la mia empatia da spettatrice, forse perché, onestamente, la sua parte in stile Hunger Games sulla competizione per diventare corriere è stata troppo lunga (e, personalmente, anche non del tutto efficiente per la trama), mentre non si capisce per davvero il motivo della sua mutazione.

PERSONAGGIO ODIATO: Oh beh, di personaggi odiosi ce ne sono parecchi, così tanti che non si è nemmeno in grado di scegliere subito, però, solamente per sottolineare la bravura dell’attore, do la palma del personaggio più odioso e più odiato a Ryu-seok. Song Seung-heon ha studiato così bene certe interpretazioni alla William Hurt (in 1984) o alla Ian Mc Kellen (in V per Vendetta), che diventa immediatamente un fanatico in preda al delirio, l’unico davvero capace di trasformare il proprio dolore in brama, convinto di plasmare l’umanità e, quindi, anche se stesso, di cui è vittima e carnefice. Si tratta di un personaggio, che da solo meriterebbe uno spin-off per capire come ha fatto ad arrivare a questo punto o, meglio, come può un essere umano qualunque arrivare a quel punto, disponibile a fare la selezione della specie, ammantandosi di alti e inesistenti ideali. In questo, il suo cattivo metteva i brividi.

COMMENTI SPARSI: Come ho già detto, è stata una bella occasione, ma parzialmente sprecata. Tuttavia, voglio soffermarmi su un punto. Kim Woo-bin, dopo il cancro contro cui ha lottato e da cui è riemerso perfettamente guarito, ha posto due condizioni per le riprese di questo drama: anzitutto, tutte le scene d’azione che lo vedevano coinvolto dovevano essere girate senza stunt, per far notare che un cancro non ferma nessuno dal riprendere la propria capacità fisica; in secondo luogo, tutte le scene che prevedevano il fumo dovevano essere girate in computer grafica, perché la salute è sempre importante e una caricatura interpretativa non può rischiare di comprometterla. E già solo per questo motivo, do un punto in più al drama.

Laura

Narcosaints (ovvero andata e ritorno a Babilonia)

Che senso ha vivere soltanto per sopravvivere?

Qualche tempo fa, nel mezzo dei miei studi e delle mie sudate carte, dicevo che mi sentivo offesa dal mondo e dalla sua cruda realtà come Simon Bolivar in esilio a Curaçao. E, se qualcuno mi avesse chiesto a quale ignoto posto del mondo stessi facendo riferimento, sarebbe partito un lungo racconto sui possedimenti coloniali olandesi nelle Americhe, il fascino delle terre abitate dagli indigeni aruachi, i colori delle isole caraibiche, dalle alte canne da zucchero, il cielo color zaffiro e la moltitudine inspiegabile di lingue e di culture che si mischiano in una cacofonica e allegra Babele. E da qui sarebbe partita una naturale digressione su quello che è lo Stato più piccolo dell’America latina e che, propriamente, non è nemmeno latino, visto il suo passato olandese e, per una breve, ma considerevole durata di tempo, anche inglese: il Suriname o Republiek Suriname, ex Guyana olandese. Uno Stato minuscolo con una popolazione di poco più di 540.000 abitanti, tutti di etnia e lingua talmente differenti da aver trasformato il piccolo stato tropicale in un microcosmo variegato: i creoli discendenti degli Europei convivono a fianco di una folta comunità hindi arrivata all’inizio del ‘900, della comunità javanese arrivata nell’800, di etnie indigene varie, di ex schiavi africani, di immigrati provenienti dal Brasile e dagli altri Paesi dell’America latina, di mediorientali di cultura araba e, infine, di numerose e diversificate comunità cinesi (mandarini, cantonesi, hakka) e coreane. Ed è qui che parte in modo imprevedibile, eppure così veritiero la storia di Narco-Saints, a districarsi tra comunità etnico-linguistiche differenti, nel mezzo di guerre di mafia, contrabbando, narcotraffico e corruzione con più colpi di scena di un’inventiva hollywoodiana. Solo che è necessario chiarire da subito che qui di inventato c’è davvero poco. Anche perché, nonostante le sue piccole dimensioni, il Suriname si difende bene tra gli Stati più corrotti del mondo.

Non c’è niente di male a sognare di possedere una casa e ad avere una certa sicurezza finanziaria, tanto da poter garantire un futuro migliore per sé e per i propri figli – pensa Kang In-gu (interpretato da Ha Jung-woo, non un attore a caso, ma uno che ha conquistato i festival europei del cinema con The Handmaiden e il teatro con Aspettando Godot, Otello e molti altri lavori). E, naturalmente, non si può diventare ricchi con un semplice lavoro di meccanico, neppure se si riparano le auto della vicina base militare americana, a cui rifornisce, in modi non prettamente chiari, anche cibo e divertimenti vari (comprensivi di nuraebang, ovvero karaoke privati). Per questo motivo, si fa convincere da un vecchio amico ad imbarcarsi per il Suriname per trattare il commercio di pesce (le mante, più comunemente note come razze), sviando le regole ferree della pesca in Corea del Sud. Solo che, approdato in Suriname, incappa in una serie di incidenti e incomprensioni (anche linguistiche) con il cartello cinese e quello sudamericano e, accusato erroneamente di essere coinvolto nel traffico di droga, finisce in prigione. I suoi appelli di innocenza all’ambasciata sudcoreana hanno solo l’effetto di richiamare l’attenzione di Choi Chang-ho (sempre immenso Park Hae-soo, il Berlino di Money Heist: Korea e l’amico-nemico del protagonista in Squid Game), agente capo dei servizi segreti sudcoreani, che, da tempo, cerca di incastrare un pericoloso e inavvicinabile compatriota, emigrato in Suriname e ora a capo di un cartello di traffico di stupefacenti che è difficile incastrare: il pastore d’anime Jeon Yo-hwan (interpretato da un mefistofelico Hwang Jung-min, altra presenza importantissima del cinema, interprete della versione sudcoreana di Man in Love). Chang-ho convince In-gu a fingersi un intermediario commerciale interessato ad espandere il mercato della cocaina, portandola in Asia (dove, fino ai primi anni 2000, arrivava solo eroina) e a mettersi in contatto con il pastore, che dirige la sua impresa come un’opera di bene e la sua comunità come una vera e propria setta (ergo, preparatevi a scene di sottilissima violenza psicologica, come l’educazione degli adepti alla setta). Naturalmente, il contatto non è facile, né idilliaco, anche perché non solo il pastore sembra essere sbucato dall’inferno, eppure ergersi come ammantato da luce divina, ma anche perché è sempre circondato dal suo braccio destro, l’iroso e svitato Byeon Ki-tae (interpretato da Jo Woo-jin, che, dopo tanti ruoli secondari – compreso Goblin -, con questa serie si è aggiudicato il Baeksang come migliore attore non protagonista di un drama), e dal suo braccio sinistro, l’avvocato segalino David Julio Park (interpretato da Yoo Yeon-seok, il terribile samurai di Mr. Sunshine). Il compito di In-gu è di convincere il pastore a trafugare un certo quantitativo di droga nei polli destinati alla Corea, supportato dal socio con base in Brasile (interpretato sempre da Park Hae-soo, ma con brillantina sui capelli, camicie sgargianti e parlata sguaiata, un momento da non perdere anche per ilarità). Le cose, però, non vanno proprio secondo i piani (complice il pericoloso boss cinese Chen Jin – interpretato da Chang Chen, ovvero il dr. Yueh di Dune – uno che va in giro ad ammazzare gente col machete e che barrica Chinatown in qualsiasi momento), anche perché, da un parte, i servizi segreti americani fanno pressione per un cambio della missione, e, dall’altra parte, si diffonde la notizia nella setta della presenza di un ipotetico traditore (con tanto di momenti di panico per il nostro In-gu). Solo che, anche quando tutti vogliono ritirarsi dalla missione, saranno proprio la caparbietà e la determinatezza di In-gu a costituire la determinante chiave, perché “Non bisogna fermarsi, finché non si raggiunge l’obiettivo“.

In-gu è uno di quegli esempi di ostinata e muta resilienza del popolo coreano, abituato a lavorare e anche a soffrire, ad essere sradicato dalla sua terra e piantato altrove e, quindi, ancora più attaccato al proprio obiettivo e alle proprie radici, che solitamente coincidono nella preservazione e nella realizzazione della propria famiglia. Nessuna minaccia e nessuna preoccupazione possono turbare quest’uomo mite con gli occhiali e le camicie smorte, che sembra uscito direttamente da un romanzo di Graham Greene. In-gu è una nota grigio-scura in mezzo ad uno sfondo chiassoso di colori assolati, un uomo medio dalle capacità nascoste e mai in evidenza, che, anche quando può compiere gesta eroiche, non si veste mai del ruolo di eroe: “Quello che per te puzza come pesce, per me odora di soldi“. In-gu è il contraltare perfetto del pastore Jeon, uno che diffonde una diabolica empatia sia sui suoi sottoposti che sullo spettatore e che si autoinveste del ruolo di divinità: “La maggior parte delle persone vogliono credere in cose che non esistono nemmeno. (…) Ed è per questo motivo che Dio ha creato la cocaina. Le persone vanno pazze per le droghe“. L’uno è il lato opposto della medaglia dell’altro, così simili, eppure così differenti. Come risponde In-gu al pastore Jeon, che gli sottolinea la loro somiglianza nella comune ossessione per il denaro: “Quale albero ha le radici più salde se non l’albero dei soldi? Ma, dopo le tempeste, diventa difficile che si tenga in piedi“. E, allora, intervengono le sicurezze valoriali e familiari, che non solo sono lontane dal mondo del pastore, ma sono state da lui abusate e violate nella loro purezza, falsificandole come base di una religione di facciata. A questo punto, Paramaribo, la capitale del Suriname in cui è ambientata l’azione, diventa una Babilonia, in cui sia In-gu che il pastore Jeon si recano in cerca di fortuna e di gloria e, apparentemente, si perdono in una tentazione continua che mira a sviarli dalle intenzioni iniziali: la differenza tra i due è trovare la strada del ritorno, in base a quella sentinella interna che veglia sulle proprie reali credenze.

Sono tante le tematiche alla base di questa serie, che non è propriamente un k-drama, ma che, nella sua somiglianza con le serie di matrice occidentale, inserisce diverse critiche alla società sudcoreana e alla sua fame di evoluzione materiale, basata unicamente sulla capacità del potere e del denaro e sull’avvilimento dei legami affettivi e della dignità, considerati come delle debolezze. In particolare, emergono delle critiche puntuali e graffianti nei confronti della crescita economica sproporzionata e selvaggia degli anni ’90 e della sua caduta precipitosa dopo la crisi economica del Fondo Monetario Internazionale (la stessa tratteggiata magistralmente nel film Parasite), che, in un clima in cui valore personale e successo economico sono andati a coincidere, ha portato all’abbruttimento violento dell’aspetto umano. Un’altra critica feroce è rivolta al pericoloso ambiente delle sette religiose in Corea del Sud, che ha fatto leva spesso sulla povertà e la voglia di elevarsi delle persone, un fenomeno su cui hanno indagato anche numerose ricerche (tra tutti, si cita anche il documentario Fede e Menzogne su alcuni sedicenti pastori religiosi e sulle loro truffe).

Ultima postilla. La serie, che in originale si chiama semplicemente Surinam (수리남), ma che è nota internazionalmente come Narco-Saints o The Accidental Narcos (e, in Italia, come Narcosantos) vanta un primato unico, ovvero quello di essere stata boicottata proprio in Suriname e di aver guadagnato una denuncia da parte del Ministro degli Affari Esteri surinamese (nei confronti dei produttori della serie e della distribuzione di Netflix) per la cattiva immagine che veniva fornita del Paese e per le falsità celate all’interno della storia. Però, pare che, nonostante l’ispirazione proveniente dallo statunitense Narcos, la storia narrata da Narco-Saints sia, in realtà, ispirata ad un fatto reale, quello di un truffatore sudcoreano, Jo Bong-haeing, che, ricercato in patria per frode, emigrò in terra surinamese nel 1994, avviando una proficua attività di traffico di droga, che, all’epoca, conquistò anche il suolo europeo. Per il resto, vogliamo credere che ci sia stato un anonimo e pacato In-gu.

Consigliato: a tutti coloro che vogliono rileggere una storia di cronaca altrimenti ignota in modo lucido e quasi documentaristico; a tutti coloro che cercano un crime completo, serio e pulito, senza le sbavature a cui ci hanno abituato le serie americane; a chi vuole conoscere meglio alcuni attori, forse non troppo adoperati nel mondo dramoso o vuole capire perché Jo Woo-jin ha vinto il Baeksang (non posso fare spoiler, ma sappiate che è stato un premio meritatissimo); a tutti i fan di Park Hae-soo, perché, credetemi, la sua interpretazione vale la pena. Piccolo consiglio: la serie è presente sia in versione sottotitolata che in versione doppiata e, malgrado il doppiaggio sia ben fatto, se volete apprezzare quel variegato substrato di culture e di babele linguistica che è il Suriname, allora, guardatelo in lingua originale (o nelle lingue originali adoperate).

Captain-in-Freckles