Passano le giornate, il cielo diventa azzurro chiaro, poi blu, poi bianco per il troppo caldo, per perdersi in un turchese striato. Le città si svuotano, il ritmo rallenta, la mente vaga tra i ricordi di un tempo, quelli dell’infanzia, come nostra estate di vita, quelli di quando siamo cresciuti improvvisamente e ci siamo trovati a pensare a tutte quelle estati assolate e ai nostri giochi di bambini. L’estate è il periodo ideale per leggere manga e noi, che abbiamo un animo nostalgico, ve ne vogliamo consigliare due per queste giornate di rumoroso silenzio estivo.
“La strada dei fiori”
(Đường Hoa)
scritto e disegnato da Lâm Hoàng Trúc
edito da Toshokan
Trovare la strada di se stessi e della propria esistenza.
Perdersi e, poi, ritrovarsi e riperdersi ancora. Ma cosa succede se, ad un certo punto, ci si perde completamente in un vicolo cieco, sicuri di un futuro luminoso, che si concretizza in un presente incerto?
Trung si trova proprio in un vicolo cieco, bloccato tra i sogni dell’infanzia e la concretezza amara della vita. Figlio di contadini, ha sempre coltivato la sua passione per l’arte sin da piccolo, quando nessuno nel suo villaggio di campagna sapeva distinguere un’opera dal disegno dell’insegna di una fattoria. Disegnava ogni giorno, sin da bambino, anche con materiali scadenti, matite che si spezzavano e mezzi di fortuna. Disegnava e apprendeva, sognando ad occhi aperti che i suoi quadri potessero diventare realtà e che potessero prendere vita. Disegnava e migliorava se stesso, coglieva l’arte e la creava sul foglio. Crescendo, il suo talento era diventato sempre più visibile sia ai genitori, che tentavano di tassarsi per comprare materiali migliori per l’arte del figlio, che agli insegnanti, convinti che Trung potesse aspirare a successi futuri. Ed è così che Trung ha trascorso gli anni della sua adolescenza a sacrificarsi e ad apprendere, cercando di migliorare sempre di più la sua arte per essere ammesso, prima, al corso preparatorio e, poi, all’accademia di belle arti nazionale.
Solo che sono passati più di cinque anni da quando Trung ha lasciato il suo piccolo villaggio per la città e la sua famiglia per la sua carriera. Eppure Trung non è felice. O, meglio, non è più felice, perché, con la corsa per il successo, la sua arte si è inaridita, fissa e immobile in uno scoglio della vita, priva di qualsiasi ispirazione e Trung si trova sconfitto e avvilito, incapace di esprimere se stesso e la sua creatività, convinto di non avere più alcuna possibilità di andare avanti. E, così, torna improvvisamente nella sua campagna piena di fiori, deciso a lasciarsi scorrere addosso l’estate e, forse, anche la vita stessa. Abbandona in un angolo tele, album da disegno, pennelli e colori e si mette a fare il contadino, raccogliendo fiori nei campi dove lavorano i suoi genitori.
“Vorrei che la terra mi inghiottisse. (…) Perché sembra così triste, nonostante abbia superato l’esame? (…) La preparazione all’esame ha annientato la mia autostima. Per la prima volta, vedo chiaramente chi sono e cosa so fare. Non penso più di avere talento. I complimenti dei miei parenti mi lasciano perplesso. (…) Non so più nemmeno io cosa desidero. Sono pieno di rancore, ma anche di imbarazzo, cosa nuova per me, sono dare più un nome ai miei sentimenti”.
Visto che Trung si rifiuta inspiegabilmente di disegnare, la madre gli propone di prestare i suoi materiali costosi alla piccola Chi, una bambina vivace e sempre in movimento, che, nonostante sia circondata da una famiglia che non la capisce e le impone mille lavori tra la casa e i campi, si è autoconvinta di essere un’artista, pronta un giorno a raggiungere il successo. Più Trung non vuole avere nulla a che fare con il mondo dell’arte, più Chi lo cerca ovunque, usando le sue matite e i suoi pastelli, chiamandolo maestro e facendosi spiegare tutto. E Trung lentamente inizia a rivedere l’arte, insegnandola alla sua piccola allieva.
Poi, però, si avvicina il Tết Nguyên Ðán (nome che in Vietnam, dove è ambientata la storia, danno al capodanno che inaugura l’anno lunisolare), e per la famiglia di Trung è l’evento più importante dell’anno, perché i fiori raccolti nel campo devono essere venduti per decorare le case. E, mentre Trung lavora alacremente all’attività dei genitori e Chi si iscrive al suo primo concorso artistico, arriva Mai, che si chiama come il fiore ocra con cui si fanno i decori per la festa, la ragazza che Trung amava, ma con cui non è riuscito a condividere la sua crisi e il suo senso di inadeguatezza e di fallimento.
“Di notte i giovani continuano a sognare”.
I sogni e le speranze, le aspirazioni che ci portiamo dietro durante la crescita e che coltiviamo silenziosamente e gioiosamente, come chimere che dovranno prendere il volo e, poi, la durezza di perdere quella gioia di vivere, una volta diventati adulti, e tornare a casa sconfitti. La prima opera di Lâm Hoàng Trúc, giovane autrice vietnamita, che personalmente adoro, è in parte autobiografica, modellata sulla sua storia personale di artista e sulla sua perdita di fiducia in se stessa, ma in parte è anche universale, perché, messi di lato i pennelli e le matite, quel ragazzo che torna insoddisfatto e ferito dal mondo adulto, che lo ha umiliato e lo ha privato della fantasia rappresenta tutti noi, in quella fase di amarezza dopo la crescita, quel momento cupo da cui solo i ricordi dell’eterna estate dell’infanzia ci possono salvare. Una tematica molto vicina, in questa dimensione dell’interiorizzazione delle aspirazioni future, a quella presente nell’altro grande manga della stessa autrice, “Estate infinita“. In due momenti formativi diversi, mentre quest’ultimo è ambientato ancora in quella fase positiva che si nutre di sogni e di speranze dell’adolescenza, “La strada dei fiori” arriva nel punto in cui i sogni crollano, eppure vorrebbero continuare a persistere, e la routine del mondo adulto non ha ancora occupato con il suo adattamento quel vuoto lasciato. Eppure, è proprio in questa fase intermedia che è necessario costruirsi una propria strada in solitaria e percorrerla con forza e coraggio per ritrovare se stessi.
“Non conosco il futuro e non so dove andare. Sono sommerso dalla paura, eppure… Se c’è qualcosa che devo capire è me stesso. Ho bisogno di disegnare”.
Andare oltre, viaggiare, disegnare per se stessi: è questo ciò a cui arriva Trung, lasciandosi alle spalle le preoccupazioni e la frustrazione che lo avevano accompagnato durante gli studi e capendo che ha bisogno di tornare a quel nucleo essenziale da cui il suo sogno era partito e che parte dalla comprensione di sé, con quel finale efficacissimo, fatto di vignette orizzontali, stese su due pagine e quasi mute, di cieli spalmati e ampi all’orizzonte e di frasi tronche, lasciate a metà come i pensieri, in una tecnica che contraddistingue il lavoro di questa autrice, dove la parola diventa rara ed essenziale, anche se carica di riflessioni e di meditazione, in quel “show, don’t tell”, dove il lettore rimane incantato allo stesso passo dei protagonisti e, come loro, impara a costruire un futuro migliore e a non mollare le proprie speranze.
“Vivi per quello in cui credi!”.
“Il paese di sabbia e di scaglie azzurre”
(Aoi Uroko to Suna no Machi – 青い鱗と砂の街)
scritto e disegnato da Youko Komori
edito da J-Pop
Il rumore del mare
Tokiko è una ragazzina che, alla fine della primavera, si trasferisce insieme al padre a casa della nonna, in una piccola città di mare. Gli adulti non le hanno dato molte spiegazioni, ma un periodo di difficoltà familiare ha separato i componenti e li ha resi silenziosi e schivi. Da quando la mamma è andata via, Tokiko ha iniziato a conoscere meglio il padre e ha capito che nella nuova vita che si stanno creando in questo nuovo paese, ha forse più bisogno lui di trovare qualcuno che lo ascolti. Eppure, la ragazzina è stata nel paese della nonna quando aveva quattro anni e ricorda di aver rischiato di annegare in mare, poi, una creatura, forse una sirena, l’ha salvata e l’ha riportata a riva.
Per questo motivo Tokiko, appena può, va da sola verso il mare e lì resta in silenzio, seduta ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli, il colore dell’acqua che muta a seconda del tempo e della stagione, pensando costantemente a quel giorno di quando era piccola e a cosa la lega a quel luogo. Un pomeriggio, mentre cammina sulla spiaggia, incontra un ragazzino solitario di nome Narumi con il quale instaura subito un rapporto particolare perché gli ricorda qualcuno e perché, come lei, è attratto dal mare, si siede sulla sabbia e pensa, perdendosi con lo sguardo verso l’orizzonte, come se stesse aspettando qualcuno.
Nel frattempo, Tokiko inizia la scuola e ambientarsi nella nuova realtà non è facile, i compagni sono curiosi del motivo per cui si sia trasferita da Tokyo al loro piccolo paese quasi dimenticato e iniziano a confabulare strane storie legate a Tokiko, per fortuna, però, Narumi frequenta la stessa scuola e in qualche modo riesce ad aiutare la ragazza ad inserirsi nel gruppo di coetanei.
Tra Narumi e Tokiko, invece, nasce un’amicizia pura, matura, nonostante la giovane età, entrambi soffrono di malinconia e si sostengono a vicenda. Narumi viene a conoscenza della storia di Tokiko, della forte depressione che accompagna le sue giornate, della nostalgia della madre e Tokiko apprende la triste storia di Narumi e del fratello portato via dal mare, per questo motivo, Narumi, ogni giorno, scorge l’orizzonte per vedere se il corpo di suo fratello possa tornare a riva.
Entrambi i ragazzi, solitari e schivi, troveranno il coraggio di parlare a se stessi e tra di loro, confermando di sentire dentro di sé un vuoto che ogni tanto sembra soffocarli:
“Gli altri non riescono a vedere il posto triste, oscuro e profondo che abbiamo dentro di noi. Quel posto è simile al mare di notte. Hai mai visto il mare di notte? Quando spariscono i confini tra il cielo e l’acqua è tutto nero e viscoso e fa un po’ paura”.
Il paese, intanto, viene investito dalla luce dell’estate e tutti gli abitanti e i bambini vengono coinvolti nell’organizzazione delle feste marine, soprattutto in quella del 24 luglio dedicata alla divinità del mare e alle sirene che abitano il mondo marino.
La magia dell’estate, le leggende del mare e di un tunnel vietato da attraversare, così come i segreti degli adulti che abitano il paese, mettono in moto la curiosità dei ragazzi, soprattutto di Tokiko e Narumi che in cuor loro stanno attendendo delle risposte che nessuno è mai riuscito a fornire.
Qui, la storia di Yoko Komori si confonde meravigliosamente tra realtà e mondo onirico, visto dagli occhi dei bambini e percepito con il loro cuore puro. Esistono davvero le sirene? Perché esistono le cose tristi? Perché quando siamo consapevoli della mancanza, attendiamo che qualcosa possa cambiare?
“Il paese di sabbia e di scaglie azzurre”, è un manga che mi ha davvero emozionata (mi ha ricordato per alcuni aspetti “Children of the Sea” di Daisuke Igarashi), l’ho letto quasi tutto d’un fiato in una mia pausa pranzo solitaria da lavoro, agli inizi di agosto, quando tutti sono in ferie, e così sono riuscita ancor meglio a percepire anch’io quel rumore lontano, in questa storia di incredibile profondità in cui una lacrima è estesa come il mare, una giornata estiva è lunga quanto una stagione, una scaglia azzurra è simbolo di speranza e due occhi che guardano l’orizzonte si infrangono e si ritirano come flutti del mare, riposando il pensiero e cercando di sopravvivere al mondo esterno e al proprio mondo interiore.
“Anche in futuro le cose brutte e tristi continueranno a venirmi incontro come le onde, ancora e ancora, però, con le mie mani potrò ricostruire qualsiasi cosa. Perché questo è il paese di sabbia”.
Laura (per “La strada dei fiori”) e Grazia (per “Il paese di sabbia e di scaglie azzurre”)