“La via più chiara per penetrare nell’Universo passa per l’intrico di una foresta“.
(John Muir)

Titolo originale: 비밀의 숲 (Bimilui Soop); lett. “Secret Forest”
Regia: Ahn Gil-ho (prima stagione); Park Hyun-suk (seconda stagione)
Sceneggiatura: Lee Soo-yeon
Cast: Cho Seung-woo, Bae Doona, Lee Jun-hyuk, Yoo Jae-myung, Park Sung-geun, Shin Hae-sun, Lee Kyoo-hyung, Jeon Bae-su, Lee Kyoung-young, Yoon Se-ah, Tae In-ho, Choi Moo-sung, Jeon Hye-ji, Park Ji-hyeon, Lee Hae-young
Genere: legal / thriller / political / drama
Corea del Sud, 2017-2020 – drama (16+16 episodi – 2 stagioni)
John Muir è stato personaggio sui generis nel mondo filosofico e letterario a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Scrittore e naturalista, profondamente convinto che un rapporto “conservazionista” tra uomo e natura avrebbe fatto scoprire la via della verità, camminatore e pensatore solitario in mezzo ai grovigli boschivi, Muir vedeva la foresta come un nodo gordiano da capire e interpretare per arrivare a comprendere se stessi e l’universo, al di là di qualsiasi accettazione la società potesse avere nei suoi confronti. Ispirandosi a quell’introspezione solitaria alla Thoreau, Muir sapeva che sarebbe potuto diventare un uomo ricco e di successo, se si fosse comportato in un modo diverso, ma sapeva pure che la via per la giustizia e la verità è più complicata del previsto, rende umili, soli, silenziosi, eppure, al tempo stesso, così lietamente vaghi e nomadi in questo mancato riconoscimento con i dettami della società, consapevolmente e orgogliosamente “estranei”, come stranieri in un mondo a cui non si appartiene, ma di cui si conoscono i segreti.
Esistono, però, boschi e foreste che non sono così verdi e frondosi come quelli percorsi da Muir durante la sua vita, ma sanno di smog, di grigiore e di cemento, sono decorati da libri e documenti e tappezzati di diplomi e laurea. Eppure, sono altrettanto pericolosi e intricati di un bosco frondoso, più simili alla selva dantesca, oscuri e ingombri di segreti da togliere il fiato. E, soprattutto, si fondano sull’assunto che qualsiasi verità debba necessariamente rimanere sepolta, se si vuole raggiungere i vertici più alti del sistema.
Solo chi sa e accetta consapevolmente di essere un “estraneo” può riuscire a percorrere una foresta di segreti, senza rimanerne compromesso, superando quel muro di omertà costruito intorno. Solo una persona che non include i confini del pericolo all’interno di quelli più vasti di giusto e ingiusto può penetrare gli intrichi di una selva infernale.
Hwang Si-mok (Cho Seung-woo de “Il divorzista“) è un procuratore brillante e geniale, quanto atipico. La sua apparenza fredda, il suo volto privo di espressioni, il suo sguardo vitreo lo fanno apparire senza emozioni, algido e lontano dal mondo che lo circonda, dedito solo ai casi a lui affidati, deciso a percorrere la via della giustizia sopra ogni cosa, schietto e brutale nelle sue convinzioni anche di fronte ai superiori, perché nessuna logica di potere e nessun calcolo di carriera sembrano mai toccarlo in alcun modo.
Quell’apparenza fredda e apatica di Si-mok ha, in realtà, radici molto più profonde, sofferente durante l’infanzia e l’adolescenza di iperacusia, disturbo dell’udito caratterizzato da un’ipersensibilità patologica ai suoni ambientali normali, causata un’alterata elaborazione del segnale sonoro a livello del sistema nervoso centrale, che porta a gravi acufeni e alla percezione fastidiosa e dolorosa dei suoni, fino a scatti violenti di rabbia. Proprio a causa di questi ultimi, che diventavano eccessivi anche nei confronti delle persone intorno, durante l’adolescenza Si-mok è stato sottoposto ad un intervento chirurgico al cervello, che ha agito sulla sua amigdala, privandolo di qualsiasi percezione empatica.
“Vorrei che le persone indossassero un’etichetta per dire se sono cattive o se sono buone”.
Quando un faccendiere agli arresti domiciliari rimane vittima di un omicidio, apparentemente in seguito ad una rapina finita male presso la sua abitazione, Si-mok si trova chiamato a fare luce su un caso che sembra semplice, ma che, in realtà, rischia di far saltare in aria i più alti vertici della politica, della giustizia e dell’economia, compromessi in un complesso sistema di ricatti e di corruzione che persiste da tempo.
Si-mok è meticoloso, analitico, focalizzato sul suo lavoro, anche se considerato un “estraneo” all’interno di una procura di cui non condivide i metodi e gli inganni, uno “straniero” inviso a tutti, ma che sa non perdersi all’interno di quella “foresta di segreti” (non a caso il titolo originale), che è la società sudcoreana.
Ad aiutare Si-mok, che sembra non volersi fermare nelle indagini e continua a scavare nell’oscuro e nel torbido dell’élité di Seoul, viene inviata Han Yeo-jin (Bae Doona di “Kingdom” e di “The Silent Sea“), una poliziotta seria e silenziosa, il cui intuito supera di gran lunga quello dei colleghi e che soprattutto vive di una persistenza resiliente e testarda, incapace di farsi mettere da parte, eppure quasi invisibile nei suoi movimenti. Yeo-jin ama il suo lavoro, perché ama il senso di giustizia di cui è stato forgiato il suo carattere e non si lascia facilmente intimidire da nulla, né dal carattere anaffettivo e in apparenza privo di emozioni di Si-mok, né dai motteggi e dalle discriminazioni che le vengono continuamente indirizzate in polizia, né da qualsiasi minaccia possa incrociare la sua strada. Yeo-jin è abituata a lasciarsi scivolare addosso qualsiasi cosa nel suo silenzio, a rimboccarsi le maniche e ad andare avanti, affrontando a testa alta ogni evento.
“Qualunque cosa ti faccia paura, tieni gli occhi ben aperti e affrontala”.
Un piccolo caso che poteva finire dimenticato allarga una complessa trama di ricatti, riciclaggio, tangenti, abuso di potere e corruzione di pubblici ufficiali. Nel mondo di Si-mok, di Yeo-jin e della loro squadra speciale per le indagini, entrano ed escono tanti personaggi, amici, alleati temporanei, nemici, o forse casuali comparse in quell’attraversamento della foresta segreta di cui è aggrovigliata la società. Così: il procuratore capo Lee Chang-Jun (Yoo Jae-myung di “Itaewon Class” e “Vincenzo“), mentore e modello di Si-mok, ma anche al centro di un groviglio di segreti; il giovane procuratore Seo Dong-Jae (Lee Jun-hyuk di “Love Scout” e “Designated Survivor“), carrierista e arrivista, disponibile a qualsiasi compromesso, pur di emergere; la giovane procuratrice Young Eun-Soo (Shin Hae-sun di “The Art of Sarah” e “Welcome to Samdalri“), empatica, emotiva e priva della percezione del pericolo, ma anche colpita da un doloroso passato familiare; l’anziano procuratore Kang Won-Cheol (Park Sung-Geun di “Gyeongseong Creature 2” e “The Interest of Love“), che sembra non sopportare i metodi e la mancanza di reverenza di Si-mok, ma si troverà a doverlo sostenere; il procuratore Yoon Se-Won (Lee Kyoo-hyung di “All of Us Are Dead” e “Happiness“), freddo e risoluto, ma con fragilità nascoste.
Il drama “Stranger” è diventato un vero e proprio caso per la lucidità della trama (e delle sottotrame di cui è intarsiato) e per la grandiosità delle interpretazioni, quasi teatrali e shakespeariane, dove ogni personaggio è studiato a livello psicologico fino al millesimo. Detentore di altissimi ascolti in Corea e apprezzato in modo eguale da critica e pubblico, il drama registrò anche numerosi premi tra il 2017 e il 2018, tra cui il Baeksang Arts Awards a Cho Seung-woo come migliore attore protagonista e a Lee Soo-yeon come migliore sceneggiatura, e il Daesang (il prestigioso Grand Prize dei Baeksang).
Il successo di questo legal-thriller che sembrava pensato per contestare la corruzione presente negli alti vertici sudcoreani si trasmise velocemente anche all’estero, grazie anche alla distribuzione tramite la piattaforma Netflix con sottotitoli multilingue, tanto che il New York Times collocò “Stranger” tra i migliori prodotti televisivi dell’anno 2017, unica serie asiatica ad essere inserita in una classifica di eccellenza insieme a serie americane, ben prima dello scoppio della Korean Wave, della mania per “Squid Game” e dell’Oscar assegnato a “Parasite“.
L’enorme ondata di consenso per questo drama e l’affetto nutrito dagli spettatori per il procuratore Si-mok, che forse non ha empatia, ma sa che verità e giustizia devono essere messi sempre al primo posto, e per la detective Yeo-jin, che sa completare con il suo intuito empatico tutto ciò che manca a Si-mok, hanno portato la produzione a prmuovere una seconda stagione tre anni dopo, un piccolo faro per la televisione coreana durante le severe regolamentazioni dovute alla diffusione del Covid-19.
La seconda stagione vede i due partner di indagini lontani fisicamente, seppur in una impercettibile connessione mentale che rende il loro rapporto di amicizia e di stima unico: Yeo-jin ha fatto carriera e, dopo i fatti della prima stagione, è stata apparentemente premiata con una promozione presso la National Police Agency, ma è di fatto incatenata ad un lavoro noioso dietro la scrivania, mentre qualsiasi sua indagine viene bloccata; Si-mok è stato elogiato per la sua onesta e per aver scoperchiato il sistema corruttivo alla base del governo e della magistratura, ma è stato forzatamente spostato per un’apparente logica di protezione e relegato in una piccola procura di provincia a gestire casi insignificanti.
Fino a quando un incidente che ha portato alla morte di un giovane, sbalzato dalle onde del mare in tempesta mentre sulla spiaggia scattava foto con gli amici, non intralcia casualmente il cammino di Si-mok e si incrocia con una foto trovata per caso sui social da Yeo-jin e, poi, tempestivamente eliminata dalla rete.
Un altro caso in apparenza insignificante e anonimo, di cui nessuno sembra volersi preoccupare, eppure nella mente di Si-mok ci sono alcuni elementi sospesi che lo portano ad iniziare una nuova indagine ad incastro, come se nuovi elementi si presentassero casualmente davanti ai suoi occhi, chiedendo di essere presi in considerazione, incrociando persino l’indagine portata avanti da Seo Dong-Jae, che sembra aver sostituito la brama di gloria e di denaro con il desiderio di trovare la verità, improbabile alleato di Si-mok e Yeo-jin.
E più il cerchio si allarga, più le indagini salgono di livello, andando, ancora una volta, a confliggere con alcuni alti vertici dell’amministrazione statale, che nascondono segreti impossibili da rivelare. Stavolta, lo scontro con gli alti vertici è rappresentato dal capo della Procura Generale Woo Tae-Ha (Choi Moo-sung di “The Good Bad Mother” e “Come fiori sulla sabbia“) e dal capo della Polizia nazionale Choi Bit (Jeon Hye-Jin di “Hunt“) e da quegli intrichi che hanno costruito nella loro carriere.
Volutamente, questa recensione lascerà in sospeso la trama di entrambe le stagioni di questo drama sia per evitare il pericolo dello spoiler, sia perché non si tratta di eventi semplici da raccontare, visto che l’impressione dello spettatore è quella di immergersi completamente, fino a trovarsi catturati da rami invisibili di una folta foresta di segreti.
Come Dante nella selva oscura, anche Si-mok – e, con lui, lo stesso spettatore – deve discendere nell’inferno non solo della società, ma dei singoli cuori degli uomini che incontra e nei loro più oscuri e indicibili segreti, fino a riemergere lentamente per arrampicarsi sul monte del purgatorio, trascinato da una forza di inerzia che non gli permette di affondare nemmeno un momento non tanto per aspirare al paradiso, giacché quello è quasi del tutto invisibile in questo mondo, quanto per conservare intatta la fiamma della speranza, l’unica cosa più vicina all’infinito che possa palesarsi quando si perseguono verità e giustizia. L’unica grande emozione che riempie del deficit di empatia in cui il mondo lo ha condannato, esercitandosi a recuperare, grazie ai disegni di Yeo-jin, quel lieve sorriso che vuol dire “ho fatto del bene”.
«Inseguire con determinazione la verità e marciare verso la giustizia sono processi che non hanno mai fine. Fermarsi, anche solo per un istante, significa fallire. Percorrere la strada del cambiamento è come avere due aghi nei piedi e un filo invisibile che ti segue, senza mai poterti fermare a prendere fiato. Un barlume di speranza è meglio della disperazione totale, e sapendo questo, noi proseguiamo risoluti. Ancora una volta.»
Laura
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