«Sentii odore di bosco. Un bosco autunnale, verso sera.»

Titolo originale: 羊と鋼の森 – Hitsuji to Hagane no Mori (lett. A Forest of Sheep and Steel )
Regia: Kojiro Hashimoto
Sceneggiatura: Arisa Kaneko
Cast: Kento Yamazaki, Tomokazu Miura, Ryohei Suzuki, Mone Kamishiraishi, Moka Kamishiraishi, Keiko Horiuchi, Riisa Naka, Yuu Shirota, Yuki Morinaga, Hayato Sano, Ken Mitsuishi, Kazuko Yoshiyuki
Genere: drama /musicale /coming-of-age
Giappone, 2018 – film
Esistono odori e colori che arrivano lentamente per, poi, scoppiare nel profondo come una musica suonata a pianoforte. Talvolta, sono gli stessi suoni che descrivono e costruiscono immagini, spaziano nei recettori emotivi, fuggono realtà e rinverdiscono ricordi, cercano memorie che s’identificano nelle medesime condizioni e che fanno rivivere la stessa emozione, lo stesso odore, la stessa esperienza che il cervello comunica in quel momento. Talaltra, quegli stessi suono fanno rivivere momenti mai vissuti, perché costruiscono un dialogo emotivo ben più profondo e impalpabile, quello che si svolge tra la mente umana e la natura, dove le note sono parte di un linguaggio matematico molto più complicato che immerge suoni, colori e odori.
E’ una figura retorica usata in letteratura e anche un fenomeno neurologico che avviene nella mente umana e che prende il nome di sinestesia, una condizione percettiva unica per cui uno stimolo sensoriale o cognitivo attiva un’esperienza in un secondo canale in modo quasi automatico e, soprattutto, involontario, permettendo ai sensi e ai ricordi di unirsi insieme creando memorie che vanno al di là della cognizione normale. Chi è caratterizzato da questo fenomeno di ultra-percettività si ritrova ad avere una spiccata ed unica sensibilità, che, nello straniamento dalla realtà, lo porta ad immergersi in un mondo dove dimensione sensoriale e dimensione cognitiva si compenetrano e si fondono insieme, evocando una connessione più stretta con la natura e con tutti i fenomeni legati ad essa.
Ed è proprio questo il mondo in cui si muove Naoki Tomura (Kento Yamazaki della trilogia di “Alice in Borderland” e della saga di “Golden Kamuy“), un adolescente che vive in un piccolo paese dell’isola di Hokkaido dove gli inverni sono lunghi e freddi, ma gli autunni brevi portano, come in un attimo di sinestesia, l’odore unico della foresta. Tomura vive su di sé un conflitto silenzioso ideale-reale, di cui non riesce a mettere a parte nessuno, nemmeno della sua famiglia, tutti così intenti a continuare le loro vite ordinarie al margine della foresta, senza voler guardare cosa si nasconde dentro di essa. Tomura sa che la foresta lo osserva da dentro il suo inconscio e forse è proprio per questo che cerca un modo per connettersi con lei, per comprenderla e capirne il linguaggio con cui parla della natura.
Un giorno, mentre si trova solitario e al buio nella palestra della scuola, un accordatore, Soichiro Itadori (Tomokazu Miura di “Soul Mate” e “Beyond Goodbye“), arriva per sistemare il pianoforte usato per le esibizioni scolastiche: è solo un attimo di pensiero, percorso da lievi tocchi sui tasti di quel vecchio pianoforte, ma il mondo interiore di Tomura inizia a respirare e a vedere quella foresta che lo richiamava sin da piccolo. In quelle note, Tomura si rende conto che è nascosta tutta l’intensità della bellezza vera e naturale, selvaggia, sognante e illimitata, perché unica in grado di unire verità e bontà.
Col tempo, Tomura decide di intraprendere proprio quella strada, andando a frequentare una scuola per diventare accordatore e, poi, trovando lavoro nella sua stessa città natale presso uno studio di accordatori. Qui incontra l’esperto accordatore Shinji Yanagi (Ryohei Suzuki di “City Hunter“), metronomo perfetto sul lavoro e batterista di una band underground nel tempo libero, con cui condivide le giornate svolgendo il suo apprendistato per diventare accordatore, ma anche Mizuki Kitakawa (Keiko Horiuchi di “Their Marriage“), accordatrice professionista seria e organizzata, che cerca di supportarlo nelle sue crisi di fiducia, e Tadashi Akino (Ken Mitsuishi di “Sins of Kujo“), un ex pianista diventato accordatore dall’orecchio perfetto e dal carattere burbero.
Nonostante la musica sembri richiamarlo in tutti i modi e la visione della foresta con i suoi colori e il suo odore sembra fornirgli la certezza che quella scelta sia la sua strada, il percorso per diventare accordatore non sarà facile e Tomura sperimenterà ansia, delusione, tristezza, sindrome dell’impostore e senso di non accettazione in famiglia, incapace di comprendere sia la sua scelta, che le sue speculazioni spirituali.
Nel suo percorso farà anche alcuni incontri che diventeranno parte del suo percorso di formazione, ma anche della sua vita emotiva, portandolo a sedimentare il ruolo della musica nel contatto con la natura e con le vite degli altri: così, l’incontro con Kazune Sakura (Mone Kamishiraishi di “An Incurable Case of Love” e “Rikuoh“) e Yuni Sakura (Moka Kamishiraishi, vincitrice del premio come Best Newcomer proprio per questo ruolo), due sorelle adolescenti che sono diventate pianiste da competizione in giovane età e che soffrono del confronto reciproco e della sua negazione; Takashi Minami (Yuki Morinaga, anche nel cast di “Alice in Borderland“), un ex bambino pianista in depressione dopo la scomparsa dei genitori, per cui ha deciso di tagliare fuori dalla sua vita la musica; Masato Kamijyo (Yuu Shirota di “Plastic Beauty“), un pianista da pianobar esigente, perfezionista e mai soddisfatto, che fa fatica ad accettare i cambiamenti.
Lentamente, nel suo percorso formativo e nella sua graduale accettazione della sinestesia che lo accompagna nella vita, Tomura inizia a comprendere se stesso e anche gli altri, ad assolversi nella sua mancanza di fiducia e a perdonare quella carenza di sensibilità che ravvisava nella sua famiglia d’origine, fino a rivedere se stesso nella sguardo sperduto della nonna (interpretata dalla bravissima Kazuko Yoshiyuki), che, silenziosa, sul calare del crepuscolo, portava con sé una sedia per stare comoda a guardare e ascoltare la foresta e il suo impercettibile dialogo con l’animo umano, quel dialogo fatto di suoni, di silenzi, di odori, di immagini e di vento. Quel dialogo che per Tomura è soprattutto una sinestesia di emozioni.
“Forse, dopotutto, non avevo imboccato la strada sbagliata. Anche se ci è voluto del tempo, anche se ci sono state delle deviazioni, questa era esattamente la strada giusta per me.”
Il film “A Forest of Wool and Steel” è tratto dal romanzo “Un bosco di pecore e acciaio” (Hitsuji to hagane no mori) di Natsu Miyashita, vero caso editoriale in tutto il mondo, tradotto e pubblicato anche in Italia nel 2018 per Mondadori. Il romanzo porta con sé una forte componente filosofico-meditativa e uno stile unico, quasi lirico, scritto come se fosse una melodia a piano, intenso nella comprensione delle idee universali nascoste dietro le piccole cose. L’intento dell’opera, trasmesso perfettamente anche dalla pellicola, è quello di trasmettere cosa sia la vera bellezza, non quella precostruita che risponde ai canoni di un’estetica fredda e scultorea, quanto quella che scaturisce dalla natura in sé, dove bello e giusto si fondono nella bontà della connessione primigenia tra uomo e natura, rappresentata anche dagli elementi della lana e dell’acciaio, nascosti nel titolo e che servono per creare i martelletti delle corde del pianoforte. Sono proprio quelle estremità delle corde di uno strumento costruito dall’uomo per celebrare la bellezza della melodia, costituiti dagli elementi grezzi della natura, a fornire un ponte invisibile di connessione tra il mondo umano e quello naturale, tra la realtà fattuale e fenomenica e quella spirituale dove vaga l’anima. Del resto, come viene ricordato all’interno dell’opera, gli ideogrammi giapponesi utilizzati per le parole “bello” e “buono” derivano dall’ideogramma utilizzato per la parola “pecora”, quasi a legittimare quella connessione tra la bellezza e la bontà con il suo fondamento naturale primigenio.
Si tratta di un rovesciamento spirituale e quasi shinto-buddista dell’etichetta derivante dal greco antico del “kalòs kai agathòs” che descriveva l’eroe omerico: nella foresta – quasi luogo bettelheimiano dove l’anima si perde per crescere e ritrovare se stessa – esiste già la bellezza e la bontà, ma non quelle a cui il mondo reale ci ha abituato, quanto la loro potenza soffice e resistente della lana e dell’acciaio. L’anima che cerca la sua formazione va, anzitutto, in cerca del nucleo primigenio della bellezza, che risulta unita e inscindibile dalla bontà, per comprenderne quel concetto che sta alla base e che permette di andare oltre, recependo in sé la comunicazione con la natura (che avviene tramite la musica) e al tempo stesso contenendo quel concetto di bellezza che caratterizza tutti gli elementi naturali.
In questo modo, la musica, così come percepita dal protagonista del romanzo/film, trascendendo quel ruolo fisso assegnato dalla “Critica del giudizio” di Kant, perché, pur preferendo “giocare con le sensazioni fisiche del suono”, a scapito dei concetti dell’intelletto, non cerca solo il godimento dei sensi, ma la purezza di una riflessione alta e duratura sulla bellezza, che diventa salvifica non solo per l’anima, ma anche per il suo ruolo all’interno del mondo, conservando la purezza assegnata dalla natura. A questo punto, la musica di Tomura va a recuperare un rapporto “idealista”, concretizzando quel “riflesso dell’infinito”, di cui la aveva investita il filosofo tedesco Schelling, unica arte capace di rappresentare il tempo, il ritmo, l’inconscio umano, ma anche la natura del divino.
Postilla finale: la colonna sonora contiene brani di Joe Hisaishi (di cui l’ending theme “The Dream of the Lambs”), Nobuyuki Tsujii e Hiroko Sebu. Oltre a Mozart, Ravel, Debussy, Chopin, Beethoven e altri grandi della musica classica, ovviamente.
Laura
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