Pochi film d’animazione raccolgono quella grazia, quell’incanto misto tra fiaba e dramma, come solo “La Storia della Principessa Splendente” riesce a regalare allo spettatore. Diretto da Isao Takahata, compianto cofondatore dello Studio Ghibli, noto per la rara sensibilità con cui ha da sempre tratteggiato i suoi personaggi e le sue storie, il film è stato meritatamente candidato agli Oscar come miglior film d’animazione nel 2015.
La prima volta che ho visto “La Storia della Principessa Spendente” ne sono rimasta affascinata, eppure c’era qualcosa che mi sfuggiva, non nella storia, non nella caratterizzazione dei personaggi, era come una poesia di cui si vogliono sentire i versi mille volte perché si possa cogliere qualcosa di nuovo e di lirico ed in effetti è stato così, già con la seconda visione.
“La Storia della Principessa Splendente” raccoglie la tristezza intrinseca in ogni fiaba, il fascino della cultura giapponese, l’eleganza e la raffinatezza dei disegni, sembrano dipinti su rotolo della tradizione in cui i personaggi sono caratterizzati da pochi tratti, minuti, quasi dispersi in uno sfondo bianco.
Le vicende narrate nel film si ispirano ad un antico racconto giapponese, “Storia di un tagliatore di bambù” (Taketori monogatari), una leggenda che trova origine nell’ottavo secolo e da tradizione sembrerebbe essere la prima storia di finzione della cultura nipponica, così Isao Takahata ha dedicato sette anni di lavoro nella realizzazione di questo meraviglioso film a cui ha affidato la sua ultima testimonianza insieme all’affetto per la tradizione e alla speranza per il futuro, senza togliere minimamente quel tocco di poesia che accarezza il cuore anche nelle scene di cruda realtà, caratteristica a cui questo regista ci aveva già abituato in altre opere, tra cui il commovente, “Una tomba per le lucciole”.
Quale delicata complessità si cela dietro la narrazione di questa storia dove all’apparenza sembra quasi tutto immobile!
Un giorno di primavera un anziano tagliatore di bambù si accorge che dentro un fusto di bambù vi è una piccolissima creatura luminosa di sembianze umane, l’uomo mostra alla moglie la creatura che si trasforma in neonata. I due coniugi non avevano mai avuto figli per cui decidono di crescere questa bambina come fosse figlia loro, dandole il nome di Principessa.
La bambina cresce rapidamente, in pochissimo tempo impara a camminare, a parlare e ad aiutare i genitori nei lavori domestici e nei campi, integrandosi perfettamente con la società agraria in cui vive. In una sola stagione la sua crescita è talmente repentina che assume le sembianze di una bambina di dieci anni e in poco tempo già adolescente. Il tagliatore di bambù, che da sempre era convinto delle origini soprannaturali della figlia, ne ha la certezza quando ritrova dentro alcune canne di bambù delle pepite d’oro e capisce, quindi, che il Cielo gli ha affidato un compito molto importante. Abbandona i campi, acquista una residenza in città tra gli sfarzi della capitale perché il destino della figlia non è nei villaggi di campagna, ma nel lustro della città, nell’apprendere movimenti aggraziati e nobili che una giovane ragazza deve imparare per entrare in società. A Principessa viene imposto il nome di “Principessa Splendente” e la fama della sua bellezza, della sua raffinatezza si diffonde in tutto il Paese tanto che suscita l’interesse dei ministri di corte e persino dell’Imperatore che chiedono insistentemente la sua mano, ricevendo dalla ragazza sempre un costante rifiuto.
Principessa si sente smarrita in quella vita sontuosa e piena di ricchezza e cade presto in depressione non riuscendo a far capire nemmeno ai suoi genitori le sue esigenze e la sua tristezza. Quando si rende conto della sua reale natura soprannaturale e delle origini è consapevole di dover lasciare la Terra e tornare sulla Luna.
La storia è ricca di significati metaforici a partire dal concetto di Natura, tema tanto caro ai fondatori dello Studio Ghibli. La Principessa è scesa sulla terra sotto le sembianze umane per cercare la felicità che poteva provenire solo dal contatto con la terra, con la natura, con gli affetti semplici, senza cercare una vita artificiosa quale quella che le viene imposta in città.
“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna”, queste le parole di Tolstoj che si adattano molto al pensiero e al significato della storia. La nostalgia di cui soffre la nostra Principessa è dovuta al fatto che la sua vita terrena, la felicità terrena doveva essere quella in campagna, accanto ai genitori adottivi e a Sutemaru, chiamato “fratellone”, per cui la ragazza prova sentimenti che sono ricambiati, ma che non si possono realizzare.
L’opera di Isao Takahata è un inno al passato nostalgico, una critica e una riflessione sociale alle costrizioni che la vita impone, ad un benessere superfluo, ad una società che con la sua rapidità porta al logorio interiore, a perdere di vista l’essenza delle cose.
La grandezza del regista è anche quella di portare avanti un messaggio universale, un messaggio che sottolinea la grande modernità di questa storia. Le vicende, nell’ archetipo che solo la fiaba riesce a comunicare, richiamano la descrizione del comportamento umano, da sempre uguale. Il messaggio intrinseco alla narrazione è il raccontare l’umanità, la storia dell’uomo, che si contestualizza e si adatta alle esigenze del tempo, ma che resta uguale. Per questo i racconti popolari sono senza tempo, universali e riescono a parlare ad ogni generazione, anche a quelle del futuro.
Isao Takahata, con maestria, ha voluto lasciarci questo messaggio, nella sua opera più completa, più difficile, destinata ad essere riletta per la complessità dei passaggi, in disegni e tratti che sembrano semplici, essenziali, ma che colpiscono il cuore dello spettatore e lo trasportano in una dimensione senza tempo che è capace di raccontare le vicende di tutti i giorni, dal malessere interiore, al passaggio all’età adulta che spesso coincide con il riconoscimento del degrado attorno a noi, alla nostalgia di ciò che poteva essere facendo altre scelte, al dispiacere e al senso di colpa del tagliatore di bambù per aver sbagliato a capire i segni del Cielo ed essersi fatto trasportare dal benessere materiale, fino alla domanda che ci poniamo insieme alla protagonista: «Ma io come mai, a quale scopo ero discesa su questa terra?».
La Principessa Splendente che, mentre sale sulla Luna, lancia l’ultimo sguardo alla Terra, forse non ricorderà più niente di quella esperienza, ma la sua vita sarà intrisa di nostalgia a cui non riuscirà a dare una spiegazione, la mancanza di qualcosa che non si sa identificare, sensazione che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella propria vita quando ci accorgiamo di rimpiangere qualcosa che poteva essere diversa.
Piccolo consiglio: questo capolavoro di Isao Takahata presenta una colonna sonora meravigliosa, curata da Joe Hisaishi che merita davvero l’ascolto.
Il Florence Korea Film Fest è arrivato alla 21esima edizione, che, anche quest’anno, si è svolta in presenza e online dal 31 marzo al 7 aprile 2023 a Firenze, e che ha visto una grande attenzione a diversi aspetti del cinema coreano, dalle rassegne d’autore alla diffusione dei webtoon. Ecco le nostre impressioni.
Protagonista indiscusso della rassegna l’ammiraglio Yi Sun-sin, militare coreano rimasto impresso nella storia per le sue battaglie navali contro la flotta giapponese durante l’invasione del 1592-1598, a cui è stato dedicato il film di apertura, Hansan: Rising Dragon Redux, diretto da Kim Han-min e interpretato da Park Hae-il, sulla famosa battaglia di Hansan (evento di cui abbiamo parlato anche a proposito del Tongyeong Hansan Battle Festival), in cui ottenne la vittoria sul Giappone e, al tempo stesso, perse la vita. Il film, uno storico spettacolare di due ore e mezza ricco di effetti speciali, ricostruisce la battaglia e la vita dell’ammiraglio nel dettaglio, partendo proprio dal diario che l’ammiraglio stesso teneva per aggiornare gli eventi bellici e dalle minute di guerra cronicizzate all’epoca della battaglia. L’ammiraglio Yi Sun-sin è stato protagonista anche del film The Admiral – Roaring Currents, diretto dallo stesso regista e interpretato da Choi Min-sik (Old Boy), ma basato su fatti antecedenti alla battaglia di Hansan, più volte richiamato proprio per un senso di continuità.
L’ammiraglio è stato protagonista indiretto anche di due delle Masterclass offerte quest’anno dal Korea Film Fest: la masterclass dedicata a Manhwa e Webtoon (narrativa a fumetti di cui noi abbiamo parlato anche a proposito del secondo capitolo del nostro Piccolo breviario per orientarsi nel mondo seriale asiatico), che ha visto come ospiti gli illustratori Jeong Kyu-ah e Kim Woo-seop (grazie alla collaborazione del Busan Cultural Contents Complex e del Lucca Comics) e che è partita proprio a delle tavole dedicate all’ammiraglio; la masterclass di incontro con Kim Han-min e Park Hae-il, rispettivamente regista e attore protagonista di Hansan, che complice un blackout e un incidente del fonico, ma anche la capacità istrionica di Park Hae-il di dialogare col pubblico, sono riusciti a far divertire e ad appassionare. Park Hae-il, uno dei grandi ospiti di quest’anno, è stato anche protagonista di una retrospettiva cinematografica a lui dedicata e che ha visto la proiezione dei film Decision to Leave (diretto da Park Chan-wook e vincitore del Prix de la mise en scéne a Cannes), Paradise Murdered (diretto sempre da Kim Han-min), My Mother The Mermaid (diretto da Park Heung-shik e che, personalmente, ho trovato meraviglioso), Eungyo (il cult d’autore diretto da Jung Ji-woo) e Boomerang Family (diretto da Song Hae-sung e interpretato dalla splendida Gong Hyo-jin di When the Camellia Blooms).
La terza masterclass, connessa alla sezione K-Women, ovvero alle donne nel cinema coreano e alla loro crescente importanza per liberarsi dai canoni di una professione considerata troppo spesso “maschile”, si è svolta come un incontro con due registe sudcoreane, la veterana regista Yim Soon-rye, che al Festival ha presentato il suo lungometraggio The PointMen – La negoziazione (film di spionaggio/azione con Hyun Bin, l’amato Capitano Ri di Crash Landing on You), e la regista indipendente July Jung, che ha presentato il suo piccolo gioiello Next Sohee (film con la Bae Doona di The Silent Sea, pluricandidato ai prossimi premi Baeksang). Interessante come le due registe abbiano ripercorso non solo la loro carriera e i loro studi, ma anche la lotta e la fatica delle donne per emergere in questo mondo (nonostante, come ha ricordato Yim Soon-rye, la vera Katryn Bigelow della Corea del Sud, le scuole di cinema siano più frequentate da donne, ma non si sa cosa accada nel frattempo). Seguendo questo filo di lancio del cinema diretto e scritto da donne, la sezione K-Women, oltre ai due film già citati, ha presentato anche i lungometraggi: Waikiki Brothers (lavoro precedente di Yim Soon-rye), Jealously is My Middle Name (diretto da Park Chan-ok), A TourGuide (diretto da Kwak Eun-mi) e Gyeong-ah’s Daughter – Mother and Daughter (diretto da Kim Jung-eun e già candidato ai premi Baeksang).
L’ultima masterclass (sicuramente la più attesa da parte di chi scrive, ma anche quella del tutto esaurito al teatro) è stata la lezione-intervista con Bong Joon-ho, pluripremiato (anche con l’Oscar) regista di Parasite e di tanti altri lavori. Assolutamente lontano da qualsiasi immagini divistica (“io non parlo di supereroi, ma di personaggi buffi“, ha affermato più volte), Bong Joon-ho non è solo alla mano, ma sembra una persona che si conosce da anni e con cui si è sempre conversato. Eppure, durante la masterclass abbiamo appreso che i suoi film preferiti sono stati Psycho di Alfred Hitchcock (“film in bianco e nero, guardato da una TV in bianco e nero, eppure vedevo quel rosso del sangue ovunque“) e Ladri di Biciclette di Vittorio De Sica (film visto all’età di 10 anni, quando gli venne regalata, dopo tante insistenze, la sua prima bicicletta, destinata ad essere rubata un mese più tardi). Bong Joon-ho ha letteralmente percorso tutta la sua carriera cinematografica, a partire da Barking Dogs Never Bite (con una Bae Doona che gli era rimasta impressa perché poco convenzionale), per continuare le pietre miliari del cinema coreano The Host (diventato così famoso che è stata dedicata una statua sul fiume Han alla sua creatura), Memorie di un assassino (dove ha ricordato la recitazione volutamente untuosa e destabilizzante di Park Hae-il), Mother (film toccante e drammatico, che è stato proiettato in una retrospettiva dedicata al regista), ma anche con i suoi cult coreno-americani Snowpiercer (ispirato ad una graphic novel con quel treno in mezzo al ghiaccio) e Okja (che ha fatto diventare vegetariane e/o vegane tante persone, tranne, a quanto pare, il regista stesso), per finire con il suo capolavoro assoluto Parasite. Tra la descrizione di come sorgono le sue sceneggiature (a partire dal disegno di uno storyboard), la fase creativa di un film (con tanti auguri per tutti gli studenti di cinema e teatro presenti, alcuni provenienti addirittura dalla Corea del Sud), la tecnica di inserimento delle musiche giuste all’interno del montaggio, la ricostruzione scenografica (tutto in modo meticoloso, come la casa stessa di Parasite), i significati metaforici disseminati qua e là, Bong Joon-ho trova modo per complimentarsi con la tradizione italiana cinematografica e per stimare la capacità di alcuni film di unire pubblico e critica, rifiutando l’etichetta d’autore, ma accettando volentieri quella di genere. Un momento a sé per fare i complimenti a Song Kang-ho, che non è solo il suo attore feticcio (compare in quattro film), ma è anche e soprattutto una fonte d’ispirazione in carne ed ossa e per annunciare il prossimo film, Mickey 17 (in uscita nel 2024).
Momenti topici delle masterclass sono stati: sentire Park Hae-il che paragona il regista Kim Han-min ad un Poltergeist (perché, quando arriva, salta sempre la luce); sapere che le riprese in Giordania di The Point Men si sono potute realizzare grazie al fatto che la Regina di Giordania è una fan di Hyun Bin; gli aneddoti di Bong Joon-ho (dalla ricerca di Gianni Morandi, al suo dialogo/non dialogo con Marco Bellocchio con cui è stato a pranzo a Cannes, a quanto ama fare impazzire i suoi attori sul set perché, semplicemente, non sa mai come va a finire un film fino alla fine – come Park Hae-il che non ha mai saputo se era colpevole o innocente sul set di Memorie di un assassino).
La sezione Orizzonti Coreani, sicuramente la più folta, ha visto la presentazione dei film: In Our Prime – Nel fiore dei nostri anni (di Park Dong-hoon e che, personalmente, consiglio), 6/45 (di Park Gyu-tae), Hunt (di e con Lee Jung-jae, che era stato ospite d’onore alla Korea Film Fest l’anno precedente), Walk Up – L’edificio senza ascensore (di Hong Sang-soo), The Roundup – L’arresto (di Lee Sang-yong), The Novelist’s Film – Il film della scrittrice (di Hong Sang-soo), Confession (di Yoon Jong-seok), Christmas Carol (di Kim Sung-soo), Remember (di Lee Il-hyung), Decibel (di Hwang In-ho), The Witch: Part 2 – The Other One (di Park Hoon-joong), Project Wolf Hunting (di Kim Hong-sun), oltre ai già citati Next Sohee e The Point Men.
La sezione Indipendent Korea, invece, accanto a titoli già citati come Gyeong-ah’s Daughter, A Tour Guide, Waikiki Brothers, Jealously is My Middle Name, sono state presentate anche le pellicole New Normal (di Jung Bum-shik), Through My Mid-Winter – Nel pieno del mio inverno (di Oh Seong-ho) e Next Door (di Yeom Ji-ho).
Tantissimi i cortometraggi presentati, per cui servirebbe un articolo a parte solo per questi: 29th Breath (di Kook Joong-yi); Absence (di Jung Da-hae); Bardo (di Jung Ji-hyun); Between the Nights (di Woo Je-seung); Blue, Dawn (di Jung Yoon-ah); Deadend (di Kim Kate Min-ju); Do or Die (di Kwon Soon-hyung); Down the Mountain (di Kim Joon); Family Toast (di Kim Jun-hyung); Father Fxxxer (di Kim Min-hoon); Follower (di Hong Uni); Headless (di Baek Bason), Hidden Road (di Kim Cheol-hwi); Holey Wood (di Kwon Soon-hyung); How to Get Lost in Your Room (di Park Jae-hyun); Hypertext Scenario Writing (di Park Jang-hee); I’m here (di Jeong Eun-uk); In the Dry System (di Kang Ji-hyo); Layers of Summer (di Paek Si-won); Light it up at 2 a.m. (di Yoo Jong-seok); Metamodernity (di Erick Oh); My Daddy is an Alien (di Park Ju-hee); Persona (di Moon Su-jin); Pyeongyang Neanmyeon (di Yoon Ju-hun); Red Mask KF94 (di Kim Min-ha); Salvar (di Ahn Sang-wook); Suffer (di Seo Ka-yeon); The Autumn Poem (di Park Chan-ho); The Corner (di Song Hee-sook); The House of Loss (di Jeon Jin-kyu); The Owners (di Jo Hee-young); The Stranger (di Song Won-chan); The Stranger (di Jung Ji-hye); The ThreeMen (di Lee Gun-hee); The Way Home (di Cha Eun-bin); Things That Disappear (di Kim Chang-soo); This Nor That (di Kim Kyung-rae); To My Unnie (di Kim Sin ho-san); Uh-Puh (di Park Dong-che); When You Grow Up (di Kim Eun-hee); Your Child (di Hong Seon-yeong).
Tutti in lacrime per il gran finale con la pellicola Life is Beautiful, diretto da Choi Kook-hee e interpretato da Yum Jung-ah e Ryu Seung-ryeong, road movie musicale onirico e toccante, che narra la storia di una donna, malata terminale, che chiede al marito di trovarle il suo primo amore di gioventù come suo ultimo regalo di compleanno e affronta a ritroso nel tempo un viaggio nella musica dagli anni ’70 agli anni 2000.
Vincitori della rassegna: come miglior film, si aggiudica il premio Next Sohee, mentre una menzione speciale da parte della giuria, presieduta dal regista americano Casey Kauffman, va a Through My Midwinter; il premio del pubblico in sala va, invece, a 6/45, mentre il film più visto e più cliccato su My Movies (con grande gioia della sottoscritta, tra l’altro) risulta essere In Our Prime.
Partito quasi come una scommessa nel 2002, da oltre vent’anno il palco del Florence Korea Film Fest è stato calcato da tantissime personalità del cinema e della cultura sudcoreane, personalità che, prima o dopo nel tempo, sono diventate celebri e hanno conquistato una serie di premi e di apprezzamenti critici in tutto il mondo e, a detta del direttore Riccardo Gelli, ci sono tutti i buoni propositi per incrementare masterclass, ospiti e iniziative, visto il successo delle ultime edizioni.
E, voi, siete stati incuriositi da qualche titolo proposto in quest’articolo?
“Ciò di cui hai bisogno è di una punizione. Una punizione legale se Dio è dalla tua parte, una punizione divina se Dio è dalla mia parte”
L’opaca vita trascorsa nell’oscurità, la divina tensione verso una luminosa vendetta. Lo sguardo triste eppure ferreo, il sorriso freddo e forzato. Quel Memento Mori tatuato sulla pelle, come le cicatrici perenni della protagonista. L’iscrizione dantesca che apre il suo Inferno, “Lasciate ogni speranza speranza voi ch’entrate“, che ci introduce nelle male bolge dove il pentimento è un lusso che non viene mai concesso e le punizioni sono terribili nella loro gloriosa inumanità, con un’applicazione perfetta della legge del contrappasso (“Occhio per occhio. Dente per dente. Osso per osso. Chiunque ferisca qualcun altro deve essere punito con la stessa pena. Non lo so, ma quest’idea mi piace” declama la protagonista quando enuncia la sua teoria della vendetta). Non c’è misericordia, né gloria per l’umanità che ha perso la luce e si oscurata da sola nelle tenebre, non c’è compassione per chi ha sbagliato, né può essere concesso un perdono che, del resto, non viene nemmeno ricercato: è una lenta e tortuosa strada che scende verso l’abisso della perdizione e che, al tempo stesso, ascende verso la sinistra luce della gloria, in una mistica della dannazione consapevole che diventa logica e tattica: “Sai cos’è il bello di non avere una religione? Il fatto che sai dove finirai quando sarai morto. All’inferno! […] Ho brindato alla mia eventuale corruzione e alla tua eventuale perdizione“, afferma la protagonista in faccia alla sua eterna nemica che l’ha condizionata, con la sua malvagità e i suoi atti commessi durante l’adolescenza, per tutta la vita. Un frammento di vita può distruggere tutta l’esistenza, un momento di violenza può dannare completamente l’anima.The Glory è un viaggio in un’anima ferita e distrutta, compromessa e martoriata da un evento passato che ha determinato la formazione della personalità della protagonista e il suo corpo segnato dalle cicatrici dei maltrattamenti e delle violenze subite da giovane non è altro che la raffigurazione delle ferite che gravano nel suo intimo e che hanno cambiato per sempre la sua vita.
Signore e signori, siamo di fronte ad uno di quei rari prodotti che possono essere definiti un capolavoro, perfetto in ogni suo minimo dettaglio, dallo script di Kim Eun-sook (meravigliosa autrice delle sceneggiature di Goblin, The King – Eternal Monarch e Descendants of the Sun), alla regia asciutta – quasi eastwoodiana – di Ahn Gil-ho (quel genio registico di Memories of the Alhambra e di Happiness), al chiaroscuro fiammingo della luce e della fotografia, alle allegorie disseminate ovunque. Per non parlare dell’interpretazione perfetta e sopra qualsiasi livello medio da parte di tutti gli attori: Song Hye-kyo (Descendants of the Sun, Encounter, Now We Are Breaking Up), probabilmente nel ruolo della vita per eccellenza, un corpo fatto solo di nervi e ferite, che, quasi senza trucco, indossa fieramente le sue rughe di espressione; Lee Do-hyun (Sweet Home, Melancholia, 18 Again, Youth of May), intelligente, determinato e fragile, calorosamente sorridente nel suo freddo calcolo; Lim Ji-yeon (Money Heist Korea – II parte), perfida e mefistofelica villain con tacchi verde veleno; Yum Hye-ran (Chocolate, When the Camellia Blooms, Alchemy of Souls), sofferente e imperiosa nel suo perenne martirio fisico e interiore; Jung Sung-il (Bad and Crazy,Our Blues), autorevole nella sua dignità ferita; Park Sung-hoon (Jelously Incarnate, Rich Man), una belva fuori dalla gabbia; Kim Hieora (Bad and Crazy, Beyond Evil), nella sua mistica di perdizione; Cha Joo-young (Again My Life, Wok of Love) e Kim Gun-woo (Fight for My Way, Record of Youth) nell’atroce e gregaria mancanza di personalità dagli risvolti conclusivi.
I simbolismi e le allegorie non sono solo disseminati ovunque per tutto il drama, ma sono presenti a grandi dosi nelle locandine che hanno annunciato le due parti, in cui è stata divisa la storia (e, pertanto, seguiremo la medesima divisione anche per la recensione presente).
PARTE PRIMA
La protagonista, con un lungo e lugubre abito nero (peraltro mai indossato durante il drama), che la copre come un drappeggio, siede da sola sotto un albero (l’albero della vita o meglio l’albero del bene e del male). Appesi ai rami una serie di oggetti, come indizi disseminati per comprendere i misteri presenti all’interno del drama: le iconiche scarpe col tacco di colore verde della nemica, dello stesso colore dell’invidia e del veleno; le sneackers da ginnastica che appartengono ad un passato criminale; la piastra rossa con cui la protagonista veniva torturata; un bisturi medico, possibile arma del suo boia; un orologio d’oro, come quello che il suo ex preside aveva ricevuto in regalo per espellerla; una matita blu del suo antico sogno di diventare architetto; una borsa shopping blu… In alto, un sole e una luna stilizzati, a simboleggiare i due opposti, che sembrano cuciti in una trama a metà tra l’arazzo e la tela dipinta ad olio. In basso, accanto alla protagonista che quasi incrocia le sue braccia in segno di chiusura, il gioco del Do, gli scacchi cinesi, che diventerà importante per la realizzazione del suo piano di vendetta. Tutti intorno sui rami dell’albero, fioriscono delle ipomoree, pianta rampicante anche nota come campanula o campanella o Morning Glory (gloria del mattino), perché i suoi fiori sbocciano di notte e inebriano del loro odore le primissime ore del mattino. Il colore bianco, con tocchi di rosato, a simboleggiare la purezza dell’animo ferito.
Moon Dong-eun (Jung Ji-so di Parasite) è una ragazza povera, con una famiglia inesistente, ma con il sogno di realizzarsi grazie agli studi. La sua apparente fragilità nei confronti dei compagni di scuola ricchi e violenti la rende la vittima perfetta per il loro bullismo. In particolare, se la prende con lei la banda di bulli capitanata da Park Yeom-jin (Shin Ye-eun di Meow – Ragazzo Speciale), che la sottopongono ad una serie di abusi e di sevizie, bruciature con piastra compresa. Quando Dong-eun ha il coraggio di ribellarsi e di denunciare i fatti, insegnanti e personale scolastico la ignorano, mentre sua madre (interpretata da un’agghiacciante e bravissima Park Ji-a, attrice che proviene dal cinema d’autore di Kim Ki-duk e che raramente sceglie ruoli televisivi) accetta di buon grado dei soldi per far ritirare da scuola la figlia minorenne a causa di “incompatibilità ambientale”. Dong-eun si allontana dalla madre e giura che concentrerà la sua vita solo sulla sua vendetta nei confronti di chi l’ha fatta soffrire: “Non progetto di diventare una persona migliore. Divento una persona peggiore giorno dopo giorno“. Diventata adulta (e interpretata da Song Hye-kyo), dopo anni di privazioni e di lavori umili, riesce a diplomarsi e ad andare all’università per diventare insegnante elementare, ma s’imbatte casualmente in Joo Yeo-jeong (Lee Do-hyun), giovane studente di medicina ed erede di un’enorme fondazione ospedaliera, ma con problemi di adattamento e di depressione, dovuti a segreti sofferti di un passato violento. Yeo-jeong insegna a Dong-eun il gioco del Do, ovvero la strategia e la pianificazione, che la aiuteranno nel tempo a progettare la sua vendetta. Anni dopo, infatti, Dong-eun fa una serie di scelte oculate per avvicinarsi ai suoi ex carnefici, destinati a diventare le sue vittime: si trasferisce nella stessa città, ottiene un posto di insegnante nella scuola della figlia di Park Yeom-jin (ora interpretata da Lim Ji-yeon) e finisce per giocare a Do con suo marito, Ha Do-yeon (Jung Sung-il). Ma, soprattutto, diventa un incubo per tutti i suoi ex compagni di scuola: il ricco e prepotente Jeon Jae-joon (Park Sung-hoon), lo spacciatore Kim Gun-woo (Son Myeong-oh), l’hostess Choi Ye-jeong (Cha Joo-young), l’artista Lee Sa-ra (Kim Hieora). Nel suo piano, trova un’imprevedibile assistente, Kang Hyun-nam (Yeom Hye-ran), una domestica che subisce maltrattamenti da parte del marito e che ha deciso di dare un futuro migliore alla figlia grazie all’aiuto di questa misteriosa signora quasi vicina di casa: è lei che raccoglie materialmente tutte le informazioni di cui Dong-eun ha bisogno per invischiare nella sua trama di ricatti e di minacce i suoi nemici e per metterli, lentamente, gli uni contro gli altri. Hyun-nam, però, non è l’unico aiuto inaspettato che arriva dal cielo a Dong-eun. Sulla strada, ricompare di nuovo Joo Yeo-jeong, ora chirurgo estetico con una carriera ben avviata, che, nonostante sia stato abbandonato anni prima senza spiegazioni, le offre il suo supporto e la sua amicizia: “Non ho bisogno di un principe, ma di un boia che danzi con la spada insieme a me“, gli dice Dong-eun quasi per allontanarlo; “Sarò il tuo esecutore sotto il tuo comando reale. Ti mostrerò la mia danza selvaggia con la spada“, le risponde Yeo-jeong, mettendosi al suo servizio come un vassallo con un signore feudale.
PARTE II
Inferno dantesco come se fosse ritratto da un’acquaforte di Doré: la selva infernale in cui si smarrisce Dante ricopre tutta la parte destra della locandina, dove si infittisce la vegetazione, mentre sul fondo si intravedono un lago (l’Acheronte?) e una montagna (il Purgatorio che simboleggia il raggiungimento della salvezza?). Una luce di taglio che proviene dall’alto da sinistra sembra il giudizio divino che illumina appena i volti dei protagonisti. I personaggi sono quasi tutti ritratti in gruppi da due (forse per come si incroceranno i loro destini nel momento più estremo?), tranne Kang Hyun-nam, che è da sola in mezzo al folto dell’oscurità con le palme, simbolo del suo martirio continuo, che cingono la sua figura. Solo i tre esecutori della vendetta sono vestiti di chiaro (che diventa bianco per la protagonista, al contrario del nero della prima locandina). Gli sguardi di Hyun-nam e Yeo-jeong sono rivolti verso Dong-eun, che guarda fissa davanti a sé. Jae-joon e Gun-woo sbucano dal buio della selva come le belve che Dante incontra prima di imbattersi in Virgilio (tra l’altro, Jae-joon veste uno spolverino di pelle, mentre la giacca maculata di Gun-woo sembra ricordare il vello della lonza dantesca). Sa-ra e Ye-jeong, pur essendo vicine e vestite del medesimo blu, non si guardano nemmeno (prefigurazione di un’inimicizia tra i vecchi carnefici che si profilerà sempre di più con l’avanzare degli episodi), ma una tiene una mano sulla spalla dell’altra (influenza sul reciproco destino). Yeom-jin, unica vestita di un pallido arancione con un abito lungo, un colore associato alla nobiltà e alla regalità in Oriente, guarda frontalmente come Dong-eun, ma cerca il conforto della mano del marito Do-yeon, che sembra, però, sfuggirle, unico a vestire di nero e ad osservare con sguardo severo, come il giudice Minosse quando seleziona le anime per l’Inferno. In fondo, arrampicato sul tronco di un albero, un serpente come diabolico tentatore dell’Eden (serpente che farà la sua reale apparizione in una delle scene più forti e più inquietanti della seconda parte). I fiori Morning Glory sono disseminati ovunque, in macchie chiarissime di colore che vanno dal bianco all’azzurro pallido.
From now on, every single day will be a nightmare. They’ll be provocative and terrifying. You can’t stop me or make me disappear. I’m planning on becoming a very old rumor of yours. Ovvero: è iniziata la reale vendetta di Dong-eun, fredda, spietata, contorta, eppure così razionale e logica, implacabile nel non sporcarsi mai le mani del sangue nemico, ma nel prevedere sempre e costantemente le mosse altrui. Come un generale in battaglia, Dong-eun mette in atto i precetti di Sun Tzu e agisce contro i suoi avversari non tanto distruggendoli direttamente, ma portandoli all’autodistruzione e/o alla reciproca distruzione. E qui non posso rivelare altro, perché qualsiasi narrazione sarebbe spoiler e perché The Glory è un drama che va visto e divorato, episodio dopo episodio, con una tensione quasi inebriante. L’unico spoiler che posso fornire è l’immagine seguente (da capire solo dopo la visione):
Ma che cos’è, dunque, la Gloria? E, soprattutto, esiste veramente una Gloria? Una riflessione viene fornita dal personaggio di Park Sang-im (interpretata da Kim Jung-young, già vista in One Spring Night, Eve e Do You Like Brahms?), quando pensa alla morte violenta e senza motivo del marito, un uomo buono che aveva deciso di applicarsi a salvare il prossimo nella professione medica. Non esiste gloria nel preservare la bontà, non esiste riconoscimento su questa terra. Però, non esiste alcuna gloria nemmeno nell’affondare il coltello nel petto altrui, se non una profonda e convinta decadenza. L’unica gloria è nella ricerca delle proprie ragioni e della giustizia, nel ristabilite la bilancia e l’equilibrio dei torti (qui in un’etica del tutto confuciana) per cui non agisci, se non vuoi subire, ma il crimine commesso si ritorce contro, come una punizione divina e karmatica. La gloria sta nel ristabilire gli equilibri con la desistenza e la tattica, agendo senza agire, colpendo senza ferire, e nel capire appieno che ogni azione provoca reazioni incontrollabili. Ma la gloria sta anche e soprattutto in noi stessi.
La storia o, meglio, le storie narrate dal drama (perché al caso della protagonista se ne intrecciano altri di crudo e violento bullismo) possono sembrare esagerate, ma, nella realtà, il bullismo scolastico è diventato una problematica molto seria in Corea del Sud, tanto che le istituzioni hanno più volte ordinato l’instaurazione di commissioni ad hoc per studiare e prevenire il fenomeno, scrivendo tanti report che contengono casi e storie ancora più violente e terribili di ciò che viene narrato in questo drama. Le campagne per la prevenzione della violenza scolastica sono molte, ma non sono ancora sufficienti per contenere un atteggiamento fomentato da una società fortemente spaccata e con divari segnati tra ricchi e poveri o tra persone di famiglie storiche e persone di famiglie non altolocate. Lo strumento cybernetico pare aver incentivato la propagazione del fenomeno, fomentando il cd. cyberbullism e altri atteggiamenti negativi e abusivi della personalità psicologica altrui, spostandosi dalle scuole ad altri ambienti. Di cyberbullism sono stati vittime anche personaggi noti, come la cantante Sulli, che, anni fa, coinvolta in una spirale depressiva dopo aver subito attacchi in rete e critiche di ogni tipo, si è tolta la vita ancora giovanissima. Scuola ed esercito, però, sembrano gli ambienti dove spaccature sociali e prevaricazioni si sono insediate di più nelle dinamiche violente tra gli studenti e storie come quella ritratta in The Glory (o, nel caso dell’esercito, in D.P.) sono spesso dirompenti nel denunciare diversi casi e portarli alla cronaca per evitarne la ripetizione. Dal 1995, sul territorio sudcoreano opera la Foundation for Preventing Youth Violence, aperta da Kim Jong-ki, padre di un ragazzo vittima di bullismo che si è tolto la vita a soli 16 anni. Il 2 agosto 2019, la sua fondazione ha vinto il Ramon Magsaysay Award, l’equivalente del Nobel per la Pace in Asia (per la descrizione del suo operato e del suo riconoscimento, leggete qui). E noi ci auguriamo che il suo lavoro possa scuotere le fondamenta della società sudcoreana, sconfiggendo una piaga che nessuna società dovrebbe avere.
Curiosità 1: mentre le scene di nudo (un quasi full frontal dell’attrice Cha Joo-young) sono state ricostruite utilizzando la computer grafica e il green screen – perché in Corea del Sud è proibito mostrare ad orari televisivi scene allusive -, il serpente che appare nell’inquietante frammento già citato è stato reale e ha recitato con i protagonisti sul set; tuttavia, il drama ha ricevuto una censura per i minori di 16 anni su tutti i servizi streaming.
Curiosità 2: il daltonismo – di cui è affetto uno dei personaggi del drama e la figlia dell’antagonista – è una patologia congenita che porta alla confusione, all’insensibilità e alla scarsa sensibilità ai colori e, solitamente, colpisce gli uomini, ma in qualche raro caso può colpire anche le donne (solo l’1%); infatti, visto che il daltonismo si lega al cromosoma X (e mai al cromosoma Y), perché un uomo ne sia affetto, basta che il suo cromosoma X contenga l’allele del daltonismo, una donna con la medesima patologia deve avere entrambi i cromosomi X con l’allele del daltonismo, per cui è necessario che nasca da madre portatrice sana e padre daltonico. Questa rara condizione, praticamente, lo rende un test genetico valido quasi al 100% sulla paternità.
Consigliato: a chi non teme scene pulp e gore, né le storie di vendetta; a chi vuole fare una sacra discesa nel baratro per risalirne e liberarsi completamente; a chi, soprattutto, ha deciso di vedere una nuova immagine di Song Hye-kyo, bella nella sua naturalezza e nella sua sofferenza, ma anche una maschera drammatica nella sua immobilità.
Fin dall’ antichità, in tutte le culture, la montagna è sempre stata il simbolo dell’elevazione al cielo, il coraggio e la speranza del superamento degli ostacoli rappresentata dal raggiungimento della vetta, da dove finalmente si potrà vedere il mondo da un altro punto di vista ed essere più vicini possibili al cielo, quasi a conservarne uno spicchio. Dopo aver superato e affrontato un gran numero di fatiche e pericoli, arrivare in cima è una conquista, è l’ascensione dal basso verso l’alto che porta a far tremare le ginocchia perché si sta scalando un gigante, senza volerlo ferire, ma solo per scoprire e conquistare un piccolissimo pezzo di mistero dell’universo.
L’essere umano è catalizzato dalla forza della montagna e ne assorbe pian piano la spiritualità emanata in ogni angolo.
Quando ho iniziato a guardare Jirisan, drama sudcoreano del 2021, sono stata da subito attratta, non solo dalla meravigliosa fotografia e dalle immagini naturalistiche, ma proprio dalla forza che ogni personaggio, dai protagonisti ai secondari e persino alle comparse, riusciva a trasmettere e a vivere nel contatto con la montagna.
In questa storia tutti i personaggi, sia chi agisce nel bene sia chi agisce nel male, sono catturati dal potere ipnotico della montagna e sembra che, quindi, agiscano sotto effetto della montagna stessa.
Una piccolissima premessa prima di addentraci nella storia di questo drama che sembra in ogni episodio un’escursione per sentieri impervi dove cercare la via di uscita o di espiazione.Il monte Jiri è una delle tre montagne sacre della Corea, visitato ogni anno da migliaia di escursionisti e turisti, nel 1967 venne fondato il Parco Nazionale di Jirisan, il più antico e vasto parco del Paese, gestito da un team specializzato di ranger che ogni giorno dedicano la loro esistenza a proteggere e preservare le persone e il parco stesso. Il drama è un omaggio alla passione, alla costanza, alla perseveranza di chi fa questo lavoro che non è una professione, ma una vera e propria missione.
Con un prologo iniziale del meraviglioso cameo di Ryu Seung-ryong, la storia inizia nel 2018, dove troviamo la protagonista, Seo Yi-kang (interpretata da Jun Ji-hyun, “Kingdom”) soprannominata dai colleghi “dio fantasma della montagna” o “diavolo Seo“, la miglior ranger del parco, conosce la montagna, ma la teme perché ogni giorno ne mette in risalto la profondità e le pericolosità nascoste. A Seo Yi-kang viene affiancato Kang Hyun -jo (interpretato da Joo Ji-hoon, “Kingdom”), un ex tenente militare che, per qualche motivo, il cui dettaglio lo si viene a scoprire lungo la storia, ha deciso di diventare un ranger dopo aver vissuto un incidente sulla montagna.
La visione “cinica” del mondo e dell’esistenza di Seo Yi-kang si confronta con la visione spirituale di Kang Hyun-jo il quale ha un segreto da custodire che, però, per una estrema stima nei confronti della sua collega, deciderà di confidarglielo: si tratta della sua facoltà di vedere i luoghi dove sono avvenuti o avverranno eventi tragici o nefasti sulla montagna. Questa facoltà extrasensoriale è stata acquisita soprattutto dopo l’incidente che lo ha coinvolto qualche tempo prima, così ha deciso di usare questo dono per cercare di salvare o far salvare più vite possibili. Seo Yi-kang, all’inizio è scettica e non vuole credere al collega visionario, ma poi, dopo una serie di prove, decide di dargli fiducia. I due affronteranno diversi pericoli per cercare di risolvere alcune situazioni decisamente drammatiche come il salvataggio di escursionisti dispersi o riuscire a far evitare suicidi a persone che decidono di raggiungere il monte per togliersi la vita. Seo Yi-kang è istintiva, decisa, introversa e gelosa della sua solitudine, Hyun-jo rappresenta, invece, l’empatia, la consapevolezza di possedere qualcosa di importante che dovrebbe aiutare gli altri. Entrambi riflettono la luce della montagna, la ricerca del cielo, solo dopo essere riusciti a resistere alle fatiche, alle paure, anche quelle più ataviche, come quella dell’ignoto.
Insieme ai due protagonisti, un team di professionisti ranger (e, permettetemi di aggiungere, un cast di attori meravigliosi): Jo Dae-jin (Sung Dong-il di “Hwarang”, “My Girlfriend is a Gumiho”, “ If You Wish Upon Me”) capo della sede di Haedong del parco; Jung Goo-young ( Oh Jung-se di “ It’s Okay to Not Be Okay” e “When the Camellia Blooms” che ci regalerà un’altra meravigliosa prova interpretativa), ranger pratico e sensibile; Park Il-hae (Jo Han -cheol, di “Hometown Cha cha cha”, “The Law Cafè”, “Romance is a Bonus Book”), caposquadra diligente e determinato; la dolce e gentile impiegata amministrativa Lee Yang-sun (Joo Min-kyung, “Something in the Rain”, “One Spring Night”) e la giovane ranger alle prime armi Lee Da-won (Go Min-si di “ Love Alarm”, “Youth of May”, “Sweet Home”), che si affeziona alla protagonista, stimandola e prendendola come esempio e modello.
La scena improvvisamente, poi, si sposta a due anni dopo, nel 2020, dove vediamo la nostra Yi-kang tornare al parco, dopo un periodo di assenza, per indagare su alcuni segni apparsi nei luoghi di ritrovamento di escursionisti dispersi, segni che appartengono ad un codice conosciuto solo da lei stessa e da Hyun-jo. Qualcosa, però, è successo nei due anni precedenti, un incidente che ha reso Yi-kang paraplegica e costretta sulla sedia a rotelle e Hyun-jo in coma.
Nei sedici episodi in cui è strutturato il drama avremo modo di scoprire che sulla montagna sono avvenuti diversi omicidi che forse hanno un collegamento tra loro e i due protagonisti si erano avvicinati ad una soluzione, ma qualcosa ha stravolto le loro vite. Cosa potrà essere accaduto? Perché Hyun-jo è in coma? C’è un pericolo sulla montagna che sta cercando di sconvolgere l’esistenza di molte persone che hanno vissuto o che hanno avuto a che fare con Jirisan e c’è anche un fantasma, avvistato da qualche escursionista, un fantasma che vuole comunicare qualcosa.
Ho trovato questo drama meraviglioso, dal potere mistico e soprannaturale, con una visione introspettiva decisamente apprezzabile così come la regia impeccabile di Lee Eung-bok (“Goblin”) e la sceneggiatura di Kim Eun-hee (“Kingdom”, “Signal”). Mi sono persa nella fotografia e in alcuni particolari che rendevano le immagini liriche, come le fronde degli alberi che diventavano dorate per la luce filtrata dall’alto e la singola foglia che si muoveva al procedere dei passi dei ranger e che rendeva l’idea di tensione e di attesa.
La colonna sonora è bellissima e raccoglie dei brani che accompagnano le scene più importanti del drama a partire dal tema principale, la meravigliosa “Yours” di Jin dei BTS, a “Memories” di Gaho, “Little Garden” di Taeyeon, “Always With You” di Paul Kim, “In color” di Lee So Ra e molte altre.
Una volta finita la visione del drama, vi consiglio di riguardare nuovamente il prologo perché lì troverete il cuore del significato della storia. Poche righe con un messaggio toccante e profondo: “La montagna per alcuni è stata una terra di speranza che custodisce gli spiriti dei loro cari. Per altri è stata una malvagia terra di morte e di profondo dolore. Nonostante ciò molte persone portano le proprie storie per scalare questa montagna, ma non tutti tornano con la speranza nel cuore. Questo posto resta un confine. Il confine tra la dirompente speranza e la grave devastazione. Tra la vita e la morte, dove coesistono l’inizio e l’odore del sangue. Jirisan è la terra tra questo mondo e il prossimo”.
Jirisan simboleggia la forza, il rispetto e la perseveranza, la salita sulla montagna è un’esperienza spirituale, ma la discesa non è da sottovalutare, si può perdere in discesa la speranza che si è riusciti appena a raccogliere ed è una questione di scelta, di resistenza e di fede.
“If you win, you live. If you lose, you die. If you don’t fight, you can’t win”.
Se siete qui, non solo il titolo Attack on Titan (in Italia noto come L’attacco dei Giganti, in Giappone – e non solo – come Shingeki no kyojin, originale 進撃の巨人) non vi è nuovo, ma in un certo momento della vostra vita siete entrati nel gorgo degli 89 episodi (e oltre) di questa meravigliosa e immaginifica opera visiva di Hajime Isayama, valutata in modo quasi unanime come uno dei manga/anime migliori degli ultimi tempi. E, una volta entrati nel gorgo, non siete più riusciti ad uscirne indenni. Perché Attack on Titan è così: una prova di sopravvivenza, claustrofobica e vertiginosa come saltare sui tetti con i dispositivi di manovra dei protagonisti, inebriante e cupa, sofferente e intima nel suo fracasso interiore. Insieme ad Eren avete promesso che avreste sterminato tutti i giganti, insieme ad Armin avete tentato di esplorare il mondo in mezzo ai libri, insieme a Mikasa vi siete legati alla nostalgia del passato con una sciarpa rossa, insieme ad Erwin e al Corpo di Ricerca avete offerto i vostri cuori. Siete caduti e vi siete rialzati, avete pianto amici e stimato nemici, avete provato forti dolori, ma avete puntato su un futuro meraviglioso, quella ricerca del mondo fuori le mura, nella convinzione che esista qualcosa al di fuori di quell’instabile e infernale Paradiso, avete cercato il mare, come la promessa di una speranza, dove acqua e cielo di congiungono sulla linea dell’orizzonte.
Avete pianto per le prime tre stagioni, di cui abbiamo già parlato nell’articolo Attack on Titan – recensione senza spoiler, e adesso siete andati oltre il mare per affrontare la quarta stagione e avvicinarvi all’epilogo finale. Se avete già letto il manga e per voi il mondo di Isayama non ha più segreti, allora date un’occhiata al nostro commento finale nell’articolo Attack on Titan – recensione con spoiler. Se, invece, state guardando o avete appena guardato la quarta stagione, ma state attendendo ancora il gran finale, allora prendete un respiro di sollievo e preparatevi con il teaser giusto:
La quarta stagione è concettualmente divisa in 4 parti, di cui solo le prime tre sono state trasmesse dal 2021 al 2023 in streaming in tutto il mondo (la quarta parte, probabilmente costituita da un film, andrà in onda per la fine del 2023 e ci troverà pronti a commentarla). Quello che accomuna tutti gli episodi della quarta stagione è il salto temporale: sono passati esattamente 4 anni da quando Eren è entrato nella cantina del padre e ha letto tutti i suoi appunti, da quando Hanji e Levi hanno comandato lo sterminio di tutti i giganti sull’isola e i nostri eroi sono riusciti a raggiungere il mare. Quattro anni dallo sguardo di Eren che guarda l’orizzonte in modo triste e malinconico, quasi prefigurazione degli eventi che accadranno, mentre i suoi amici si divertono a vedere il mare per la prima volta. Un gap temporale che viene colmato con flashback disseminati all’interno di tutta la quarta stagione per farci capire cosa è accaduta nell’animo di Eren, tanto da farlo trasformare.
La prima parte si apre anche in un luogo ignoto per lo spettatore, anche se sempre citato come incubo per i protagonisti. Si tratta del famigerato Stato di Marley, che, dopo aver subito una brutta sconfitta da parte dell’esercito di Erwin (finale della terza stagione), è stato costretto alla ritirata, ma si è trovato in guerra con tutti gli Stati confinanti che hanno messo in dubbio la sua supremazia militare e hanno sperimentato armi anti-gigante. Qui conosciamo le giovani leve eldiane dell’esercito marleyano: la riservata Zofia, l’intelligente Udo, il sensibile Falco e la temeraria Gabi (personaggio che, volente o nolente, amore od odio, ci rimarrà impresso fino alla fine). Qui ritroviamo anche Zeke Jaeger, lo stratega dell’esercito marleyano, possessore del Gigante Bestia, e Reiner Braun con il suo Gigante Corazzato, che, per la verità, è sempre turbato e quasi sull’orlo del suicidio. Qui conosciamo anche la signorina Pieck, possessore del Gigante Carro (ve lo dico, in una manciata di episodi, è diventata immediatamente uno dei miei personaggi preferiti, con la sua grazia e la sua pragmaticità) e Pokko, il nuovo possessore del Gigante Mascella (Ymir, ci mancherai). Solo che nel centro di Marley, camuffato tra i soldati che hanno subito ferite e danni psicologici, privo di una gamba e guercio da un occhio, con i capelli lunghi e la barba, quasi come un barbone, ritroviamo anche un Eren Yaeger irriconoscibile e in missione volontaria, deciso ad iniziare una guerra tutta sua contro chi ha sempre oppresso il suo popolo. Solo che Eren non è più il ragazzino privo di esperienza e con tanto entusiasmo di anni prima: è diventato saggio, cupo, quasi ieratico, introverso e crudele. Non capiamo da subito la sua trasformazione, ma iniziamo ad essere trasportati nella sua mente, quando, ferito e pronto a trasformarsi in gigante, stringe la mano ad un terrorizzato Reiner, sussurrando, come se fosse una preghiera imperdonabile: “Vedi, Reiner? Io sono proprio come te”. Sappiamo che è iniziata la guerra di Eren, come ci anticipa My War, l’opening marziale e quasi caotica, con immagini che ci richiamano momenti tristi della storia mondiale, con un bianco e nero documentaristico, spezzato dai colori delle bombe.
In 16 episodi, che vanno dall’introduzione Al di là del mare, che ci porta per la prima volta a Marley tra le trincee di guerra e nel ghetto in cui vivono gli Eldiani (con tanto di fascia identificativa sul braccio), fino a Cielo e Terra, che ci fa temere per tutto, compresa la vita di Levi Ackerman (ma lui resiste o sarei andata da Isayama a fare un bel discorsetto in merito e, se non conoscete la mia passione per questo personaggio, potete recuperare il suo elogio in Levi’s Supremacy), si concentrano tantissimi avvenimenti che portano avanti e indietro nel tempo per destabilizzare completamente lo spettatore. Tanti momenti esaltanti (come l’arrivo a Marley dei Demoni di Paradise guidati da Mikasa Ackerman, bellissima nel suo nuovo taglio di capelli e la divisa total black, letale contro uomini e giganti con la sua sciarpa rossa avvolta intorno al collo, profondamente sofferente per il cambiamento di Eren, che non riesce a capire o, meglio, che teme di capire troppo). Tante le lacrime (da Armin che piange perché, complice la guerra, ha dovuto sterminare persone innocenti, alle ultime parole di Sasha, l’amica che tutti avremmo voluto sempre al nostro fianco, a Niccolò che non è un guerriero, ma supera qualsiasi divisione etnica e razziale con il suo amore e, personalmente, è diventato il mio eroe dal punto di vista umano). Tante le rabbie (la piccola Gabi, cresciuta nell’odio, l’infame Floch – trovatemi un personaggio anime più odioso di lui e del suo ciuffo rosso -, Zeke, che raggiunge sempre vertici di altissimo e personale odio, fino alla sua spilungona ancella). Tanti i timori e i dubbi, che non ci fanno più distinguere i buoni dai cattivi e si riflettono nell’ending Shock…
La seconda parte è ancora più concentrata, ma ancora più destabilizzante. Mentre lo scenario è tornato ad essere quello dell’isola di Paradis, dove Eren sta mettendo in atto il suo ultimo atto, aiutando (o forse no) il fratello maggiore Zeke, e la linea del tempo sembra quasi continuativa, luogo e tempo, improvvisamente, si annullano per farci conoscere quello che è sembra stato il personaggio principale della storia di Eldia, sebbene rimasto quasi muto: la fondatrice Ymir, schiava condannata alla morte e salvatasi con la sua trasfigurazione in gigante, anima incastrata in vita dall’obbedienza ad un re che non l’amava e in morte dal suo ignoto peccato originale, progenitrice del popolo di Eldia e unica abitante della dimensione della Coordinata. Il suo urlo di dolore si riflette nella caduta consapevole di Eren, anche lui trasfigurato nella sua missione e nella sua dannazione salvifica, un corpo inumano sulla terra con un’anima che risiede ormai in un’altra dimensione, come ci dimostra l’opening quasi urlata Rumbling, uno dei pezzi più drammatici che ci ha regalato questa serie.
Al di fuori della dimensione della Coordinata, dove i due fratelli si confrontano e viaggiano nei ricordi di un “futuro passato” per decifrare i pensieri del padre, ma soprattutto per decifrare se stessi (“Io sono sempre stato così, Zeke“, dice Eren al fratello maggiore, lasciandolo di stucco per il suo piano), nel mondo reale: Hanji recupera (letteralmente) i pezzi di Levi, che nessuno sa come possa essere sopravvissuto dall’esplosione, ma, ricucito, bendato e infermo, non ha ancora perso la voglia di lottare e di riprendersi la vita in mano (per la cronaca, voi due siete sempre stati la mia ship preferita, nonostante ci abbiate impiegato vent’anni per NON dirvi nulla a vicenda, se non la vostra dimostrazione di stima reciproca e quel tentato “Ma perché non abbandoniamo tutti e rimaniamo a vivere nei boschi?“, ma non importa); Pieck (con un coraggio da vendere, mantenuto con compostezza ed eleganza), prima, inganna Eren e gli Yaegeristi per salvare i bambini e, poi, guida la guerra con un’intelligenza tattica da fare invidia a molti; Mikasa e Armin devono compiere una scelta, ovvero se stare con l’amico di sempre o se mettersi contro di lui e, ancor di più, se stare con il popolo eldiano contro l’umanità o salvare l’umanità e condannare il proprio popolo, e Connie deve capire se vale la pena uccidere un innocente per un’esigua possibilità di salvezza. Mentre tutti si preparano a morire con convinzione, ma anche a cambiare costantemente fazione, Annie improvvisamente si sveglia. Così, dopo decine di episodi e oltre quattro anni di coma, senza quasi preavviso e quando ormai avevamo perso le speranze, decide di “scongelarsi” letteralmente e di farci ricordare che grande personaggio è sempre stato, con la sua forza nel corpo minuto, la sua ostinazione e il suo costante affetto per il padre, introversa, eppure disponibile ad ammettere senza imbarazzo le sue paure, perché è umana e non riesce a contenere le proprie emozioni con la freddezza di Mikasa e, quando è costretta a combattere, afferma sempre che la sua vera indole sarebbe quella di fuggire. Questa umanità e questa grandezza nel delirio più atroce emergono e ci aiutano ad avvicinarci ai personaggi, anche a quelli minori, a vivere e a soffrire con loro: con Dot Pyxis, condannato dal vino avvelenato, ma guida della resistenza fino alla fine; con Magath e Shadis, due nemici che si stimano e si alleano per un bene più grande; con Nile del Corpo di Gendarmeria, che pensa alle sue bambine che renderà orfane fino alla fine; con la famiglia di Sasha, che conosce il valore della vita, anche se non ha mai combattuto sul campo. Umanità e grandezza, che emergono nei momenti più impensabili, in quelli in cui vorremo stare tranquilli a non pensare, senza essere costretti a prendere scelte, ma che, alla fine, costituisce il vero discrimine per l’eroismo: come dice Jean, che non a torto è uno dei miei personaggi preferiti in assoluto e anche uno dei personaggi con la migliore evoluzione in tutta la storia, “Avrei voluto stare seduto su quel letto con le mani sulle orecchie per non sentire… Invece, ho tolto le mani e non potevo più nascondermi“.
La scelta, l’umanità, il dolore. Mikasa si toglie la sua sciarpa rossa, affronta da sola anche gli ex compagni d’arme, uccide senza pietà per salvare i piani genocidi degli Yaegeristi, rinuncia al proprio amore terreno, per preservarne la sua purezza. Torna indietro nel tempo: i suoi ricordi coprono quel gap temporale di quei quattro anni che i flashback non ci avevano ancora mostrato. Nella nuova missione a cui sa di essere destinata (uccidere Eren), custodisce le sue memorie e inizia a comprenderlo. “Il mondo è un posto crudele, ma è anche un posto bellissimo“, aveva detto Mikasa già dalla prima stagione. “Il mondo è ancora crudele, ma io continuo ad amarti“, sembra farle eco Eren nelle sue memorie. L’ending Akuma no ko (A Child of Evil) è uno dei pezzi più struggenti che sentirete mai nella vostra vita.
Questa confluenza tra passato e futuro coincide con la chiusura della seconda parte e l’apertura della terza parte, due soli episodi lunghi (88 e 89), che è anche possibile unire insieme, come in un film sotto il titolo I capitoli finali. Mikasa ricorda quando un anno prima hanno partecipato alla Conferenza di Pace ed Eren, dopo che sembrava aver aperto il proprio cuore e aver offerto la propria amicizia, era sparito per nascondersi a Marley ed iniziare ad attivare il suo terribile piano. Ovvero: ricorda il turbamento di Eren, la sua angoscia in crescita giorno per giorno, come se recuperasse antichi e atavici ricordi che non sapeva di possedere, il suo incupirsi ed isolarsi, la sua consapevolezza di dover cambiare il mondo, il suo odio triste e cieco. Mikasa ricorda com’è cambiato Eren già anni prima, quando aveva dichiarato che non voleva che i suoi amici ereditassero il suo Gigante, perché li amava più di se stesso e perché non era giusto un sistema che costringe i figli a divorare i propri genitori. Ricorda la sua disperazione giorno per giorno, il suo tentativo di estirpare l’umanità dalla sua anima in un’aporia ascetica e inquietante, il suo viaggio di non ritorno per l’oscurità, la sua aspirazione per la libertà: “Se gli altri vogliono rubarmi la libertà, io ruberò, invece, la loro libertà“. Ma è possibile valutare in qualche modo la libertà? A cosa siamo disposti ad arrivare per preservare la nostra libertà? Qual è il valore della vita umana? Come può un popolo costretto ad una cattività fisica e morale riprendersi la propria libertà?
L’inarrestabile Boato della Terra, la marcia dei Giganti Colossali che miete vittime in modo indiscriminato, continua e, nella sua spiegazione sulla libertà, Eren lascia ai suoi compagni la facoltà di decidere di se stessi e del proprio destino, liberi di ucciderlo per fermarlo. E i suoi vecchi amici fanno una scelta e si elevano nella loro libertà di salvare il resto dell’umanità, anche coloro che avevano condannato il proprio popolo. La OST Under the Tree che segue tutto l’andamento del film finale mette i brividi in questa elevazione morale e spirituale degli ultimi combattenti per l’umanità.
In tutta questa drammaticità e dopo innumerevoli colpi di scena, c’è un momento in cui, se non ammettete di aver pianto, allora mentite: Hanji, magnifica e immensa comandante di fronte ai Giganti Colossali, pronta a raggiungere il paradiso degli eroi con il suo scherno e la sua vivacità; Levi, che per la prima volta per salutarla, offre il suo cuore alla causa (seguendo il famoso motto di Erwin, “Offrite i vostri cuori“). Se non avete pianto in questo momento, mentite spudoratamente.
Abbiamo appreso nelle prima lezione che cosa sono i drama (per cui vi consigliamo di riprendere in mano il primo capitolo della nostra guida galattica come una bussola per orientarsi) e abbiamo notato l’originalità e l’unicità di questo prodotto seriale del mondo asiatico, che, bene o male, pur con diversi contenuti ed elementi essenziali, di cui parleremo più avanti, si è diffuso con un effetto domino, come il principio dei vasi comunicanti in fisica. Ma, nella realtà, come nasce un drama? Sicuramente, da un progetto, da un cast solido e collaborativo con attori di qualità, da una regia capace di coordinare tante anime, dalla chiarezza espositiva degli sceneggiatori e da tutti gli elementi tecnici che riescono a coesistere in perfetta armonia. Se la “magia” che ci ha portato nel mondo seriale asiatico consistesse solo in questa macchina ben oleata, peraltro presente per qualsiasi set cinematografico e seriale in tutto il mondo, sarebbe ben minima la differenza e la peculiarità con le altre serie occidentali. Vogliamo andare oltre, vogliamo arrivare all’idea che sta alla base della storia e che, molto spesso, è delineata in un fumetto. Ebbene sì, perché il fumetto in Oriente non è una lettura per bambini, come molto spesso si è abituati a declinare, ma un vero e proprio genere narrativo con una letteratura e una ricostruzione storica di fondo.
L’origine del fumetto in Asia deriva da raffigurazioni umoristiche, quasi satiriche, contenute in alcune pubblicazioni giapponesi del XVIII secolo, come Manga hyakujo (漫画百女) di Aikawa Minwa, tradotto come “Il taccuino di un centinaio di donne“, raffigurante una serie di scene di vita e di attività quotidiana di diverse donne di corte. Per essere precisi, però, la traduzione che ricaviamo del titolo è a sua volta derivante dalla sua trasposizione in lingua inglese “The Sketchbook of One HundredWomen” che l’ha internazionalizzata e resa nota al pubblico di diversi Stati. Letteralmente, quei primi due kanji 漫画 corrispondenti alla parola manga, appunto, indicano una narrazione (漫) in ozio (画), ovvero una storia senza scopo o, meglio, una storia narrata per divertimento e per pura ricreazione, senza aspirare ad un fine didascalico o pedagogico, e, come tale, si riferiva ad un genere di narrazione pittorica già diffusa e consolidata nella cultura giapponese addirittura dal VIII secolo (N.B.: il primo manga fu scritto in epoca Heinan, 784-1185 d.C., nonostante non fosse ancora usato il termine manga). Il successo delle raffigurazioni di Aikawa Minwa e di altri influì sulla decisione di diversi artisti di ukiyo-e (un genere di stampa artistica giapponese, per cui vi rimandiamo alla lettura dell’articolo L’ukiyo-e, lo stile amato da Van Gogh), tra cui il famosissimo Katsushika Hokusai, l’artista della celeberrima onda, che un po’ raffigura questa ondata di cultura asiatica che ci ha piacevolmente invaso. Grazie alla notorietà della sua raccolta di dipinti e stampe, i famosi Hokusai Manga, la parola si è diffusa rapidamente in tutto il mondo per indicare principalmente raffigurazioni artistiche provenienti dal Giappone (e, successivamente, dal resto dell’Estremo Oriente), che avevano lo scopo di narrare una storia. Questa funzionalità è diventata principale, tanto da sopprimere le altre caratteristiche con l’avvento della pop culture e, in particolare, con l’aspirazione ad imitare le mode provenienti dagli Stati Uniti. Fu in questo senso che, nel 1946, all’indomani della conclusione della Seconda Guerra Mondiale, il fumettista giapponese Osamu Tezuka (che, a questo punto, possiamo definire manga-ka, ovvero un disegnatore di manga), ispirandosi alla dolcezza delle raffigurazioni viste nei film d’animazione e nei corti di Walt Disney, diede vita a Kimba, il leone bianco (in originale: ジャングル大帝, Jungle Taitei), che presto raggiunse un successo talmente clamoroso da venire trasposto nel 1965 in un anime (アニメ), ovvero in una serie animata, che approdò, sebbene con un certo ritardo, anche nelle reti televisive italiane.
Avete notato qualcosa di strano? Sì, siamo in pieno periodo Akira Kurosawa, film di mostri kaiju in stile Godzilla e inizio della serialità dramosa con Gekko Kannen. E, siccome le coincidenze non esistono, possiamo segnare che è proprio quel periodo, che va dagli anni ’50 agli anni ’70 e che segna il boom dell’esportazione della cultura pop giapponese, che, al tempo stesso, dà avvio ad una tradizione diffusa. Perché dal Giappone, per il solito principio dell’imitazione e dell’emulazione dei modelli in tutta l’Asia, il modello della storia a fumetti narrata dai manga si trasmette ovunque. In Cina, negli anni ’80, nacquero i mànhuà (漫画) o liánhuánhuà (连环画), storie a fumetti contenute in piccoli libri tascabili, particolarmente promossi dal governo cinese guidato da Deng Xiaoping anche come mossa politica nel tentativo di liberarsi dalla restrizione della rivoluzione culturale di Mao Zedong e di incentivare il benessere del popolo. In Indonesia, arrivò il CERGAM (acronimo per CERita, storia, e GAMbar, immagine), influenzato dal coacervo di culture e di religioni presenti sul territorio e molto simile alle strisce umoristiche europee; nelle Filippine, arrivarono i komics, che tentavano di coniugare la tradizione orientale del manga con quella dei comics americani; in Thailandia, si delinearono i THAI comics (หนังสือการ์ตูนไทย), fondati sulle caratteristiche delle vecchie raffigurazioni tradizionali e sulla narrazione tipica thailandese, ma con la contaminazione della cultura pop giapponese.
In Corea, la tradizione del manga era arrivata ben prima della diffusione asiatica in parte per l’occupazione giapponese (1909-1945) e in parte per una tradizione figurativa millenaria che portava ad affiancare (o, addirittura, a sostituire) diversi testi divulgativi con immagini, in modo da renderli più comprensibili per un popolo illetterato. Così, i canoni buddisti venivano incisi e divulgati in manifesti figurativi, ma anche le notizie provenienti dagli uffici governativi e i contenuti delle norme erano oggetto di stilizzazioni figurative per, poi, venire affissi e resi noti alla popolazione. Questa tradizione era così ben consolidata che, quando, nel XIX secolo, sorsero i primi giornali, spesso gli articoli erano accompagnati da vignette e raffigurazioni per facilitarne la comprensione da parte dei lettori e rendere le notizie accessibili anche a chi non era in grado di leggere tutto il giornale. Le vignette si fusero presto con la verve satirica di alcune testate giornalistiche e con l’intento di critica sociale per iniziare a creare storie proprie, che, dopo il contatto giapponese, fecero sorgere una propria tradizione di manhwa (만화) o manpilhwa (만필화). Tra gli anni ’50 e gli anni ’90 del XX secolo, si diffusero con una rapidità notevole in tutta la Corea del Sud i manhwabang (만화방), non delle vere e proprie fumetterie, ma dei negozi che noleggiavano i fumetti (se avete visto il drama 25 21, sapete bene di cosa sto parlando) e che incrementarono notevolmente il genere della narrativa a fumetto in tutto il paese. Una vera e propria narrativa, perché i manhwa non si proponevano più di essere solo satirici o di contenere brevi e rapide vignette, ma, ad imitazione degli omologhi giapponesi, costruivano delle vere e proprie storie, che potevano essere una fonte di ispirazione anche per film e per prodotti seriali vari, dagli anime ai drama.
E così, in effetti, fu. Con il successo contemporaneo del genere, sia Giappone che Corea del Sud iniziarono a scoprire la potenzialità delle storie contenute negli albi a fumetti per i prodotti da trasmettere in tv. Se i giapponesi, inizialmente, preferirono le trasposizioni d’animazione, creando una successiva produzione di una serie televisiva quasi come se fosse una reinterpretazione in live action dell’anime, i coreani sfruttarono subito l’idea dei manga e dei manhwa per ricavarne drama che divennero un successo in tutta l’Asia, costituendo, così, una nuova moda. Per esempio, la serie cult Full House, che lanciò la carriera di artisti come Rain e Song Hye-kyo, è basata sull’omonimo manhwa, scritto e disegnato da Won Soo-hyeon. Con l’aumento del successo dei drama asiatici, manga e manhwa divennero lo spunto iniziale, la cosiddetta idea di partenza, per la creazione di storie originali, fresche e ricche di dinamiche tra personaggi, che avevano due meriti: anzitutto, sapevano distinguersi dal format occidentale, creando qualcosa di originale; in secondo luogo, potevano contare, perlomeno in patria, ma anche negli altri paesi asiatici, su una certa notorietà, perché il pubblico, che già aveva letto e conosceva la storia contenuta nel fumetto, era più invogliato a guardarne il drama. Per questo motivo, ogni drama poteva partire su una fetta di audience più o meno certa, cosa che garantiva una costante produzione continua e incentivava a produrre altri drama ispirati a fumetti; e così via.
Con la nascita di internet e la diffusione dei contenuti multimediali in rete, anche il fumetto ha iniziato a cambiare alcune caratteristiche per diventare immediato e cogliere l’opportunità dell’eliminazione delle barriere per viaggiare con più velocità. Ancora una volta, i coreani, sfruttando la loro propensione netizen, hanno riadattato il proprio repertorio manhwa in versione cibernetica, dando avvio al cosiddetto webtoon, ovvero un fumetto, con le medesime caratteristiche grafiche di manga e manhwa, ma che può essere letto direttamente dai dispositivi elettronici, senza pagine da sfogliare e, soprattutto, riducendo i costi di acquisto. Ci sono tantissime app che contengono vere e proprie banche dati di fumetti e, come le tv in streaming, offrono l’opportunità ai lettori di accedere ai propri contenuti talvolta gratuitamente e talvolta dietro il pagamento di una quota in abbonamento. In questo senso, le app Webtoons e Manta Comics presentano i cataloghi più completi e interessanti (e anche meno costosi), che vi consiglio di consultare, ma le banche dati di webtoon e le possibilità di leggerli aumentano ogni giorno. Ogni nuovo webtoon caricato è un’ipotetica idea per la creazione di un drama e chi è entrato in quel loop da tempo sa già che scorrere la banca dati di una di queste app è un avviso su ipotetici e futuri titoli di serie televisive, ma anche una possibilità per leggere fumetti a cui si sono ispirate serie tv già viste, forse anche solo per trovare diversità e somiglianze.
Come dice Jo Seok, protagonista del drama Il suono del tuo cuore, ma, soprattutto, egli stesso fumettista e disegnatore di webtoon (vi ricordo che il suo fumetto, a cui è ispirato il drama, è il più longevo di sempre in Corea del Sud), i creatori di webtoon sono le vere star, perché con le loro idee sono in grado di donare e realizzare sogni ai propri lettori. E forse non solo a loro.
La felicità è il significato e lo scopo della vita, l’intero scopo e il fine ultimo dell’esistenza umana. (Aristotele, Etica Nicomachea)
Dare un appuntamento a noi stessi, per noi stessi, perché dovremmo imparare a volerci bene, senza appositamente doverci ritagliare del tempo, ma afferrandolo, come uno scampolo prezioso di felicità che è uno degli scopi principali della nostra esistenza. Ho trovato “Meet Yourself”, drama cinese del 2023, un capolavoro nelle sue tematiche, nel suo ritmo lento, nei colori che si confondono con la natura e con gli splendidi paesaggi dello Yunnan, nei rapporti umani e nella scoperta della felicità che altro non è che musica per l’anima. Mi è piaciuto tutto di questo drama, una colonna sonora meravigliosa, una fotografia stupenda da film, la tematica del lavoro e della scelta del lavoro che possa venire incontro alla propria salute mentale e fisica e che mai, dopo il periodo del Covid-19, se ne è parlato così tanto e con rilevanza in tutto il mondo. Un nuovo modo di concepire il lavoro o un nuovo modo di cercare se stessi senza che il lavoro possa soffocarci e annullarci a tal punto di non aver rispetto per la nostra esistenza e tranquillità.
La storia inizia a Pechino dove Xu Hong Dou (interpretata da Liu Yi Fei conosciuta per “Mulan“, film del 2020 prodotto dalla Disney e per il film “For Love or Money” con Rain) è una ragazza che ha studiato e ha trovato lavoro nel settore alberghiero e qui ha lavorato per molti anni nella grande città senza mai dedicare del tempo a se stessa o a coltivare i propri hobby; non ha molti amici né un affetto, la sua famiglia abita lontana e la giornata di Xu Hong Du inizia e termina sempre nello stesso modo, nel grigiore di una monotonia che spegne ogni tipo di relazionalità con il mondo se non solamente con quello del lavoro e ancor più grave con se stessa. Xu Hong Dou non ha mai tempo per stessa, per migliorare la sua casa che è solo un posto dove tornare a dormire, rischia anche di mangiare cibo scaduto la sera, tanto non ha cura della sua salute e della sua vita. Un giorno, però, tartassata da una gastrite perenne, decide di andare a fare insieme alla sua unica amica Chen Nanxing (Wu Qian), detta Nan Nan, un check-up medico che ha sempre posticipato per via del poco tempo. Entrambe le ragazze sono state inghiottite dalla vita frenetica della grande città e, pur essendo grandi amiche fin dai tempi dell’università, non riescono quasi mai ad incontrarsi per trascorrere un po’ di tempo insieme in risate, in ricordi o in sogni. Il giorno del check-up, però, sconvolge la vita delle due ragazze: a Xu Hong Dou viene confermata una forte gastrite, ma a Nan Nan viene diagnosticata una brutta malattia che le lascia poche speranze di vita. Da qui in poi, di fronte alla fragilità e alla caducità della vita, Xu Hong Dou e Nan Nan ripercorrono le loro esistenze con un incredibile rimpianto per le cose mai fatte, per le tante privazioni che si sono imposte, per i ripensamenti e un lasciare a domani ciò che poteva essere fatto prima. Quanti sogni, quanti viaggi, quante risate mancate! La sicurezza apparente di uno stile di vita standard urbano vacilla di fronte al maremoto che si scatena nel cuore di una persona che scopre la propria fragilità. “Il lavoro è la vita finché non sei morto”, riflette a voce alta Nan Nan di fronte all’amica attonita e senza parole. E ancora: “Ti faranno lavorare fino alla morte e poi ti rimpiazzeranno”. Gli ultimi giorni di vita di Nan Nan sono pieni di amarezza, ma poi, improvvisamente, quasi per spronare l’amica inghiottita da un turbinio di angosce, le rivela quello che sarà il suo volere: “Quando non ci sarò più, afferra la felicità per entrambe”.
Dopo alcuni giorni dalla morte dell’amica, Xu Hong Dou presenta le sue dimissioni a lavoro e decide di fermarsi, di prendersi uno stop da tutta quella confusione, di andare via per tre mesi, là dove Nan Nan le aveva sempre chiesto di fare una vacanza, nello Yunnan.
La ragazza si ritrova catapultata in una realtà lontanissima da quella di Pechino, decide infatti di trascorrere i tre mesi nel villaggio di Yun Miao, vicino a Dali, nella provincia dello Yunnan, nella ricerca di serenità e di tranquillità. E qui, così come la protagonista, anch’io sono rimasta rapita dalla bellezza dello Yunnan, il cui nome significa “a sud delle nuvole”; una provincia che anche Marco Polo nel suo “Il Milione” aveva apprezzato con entusiasmo per la diversità culturale e biologica. Lo Yunnan, che confina con Vietnam, Laos, Birmania, Tibet e a nord con la provincia del Sichuan, presenta la maggior concentrazione di etnie locali di più di venticinque nazionalità diverse e questo non fa altro che renderla una delle meraviglie da scoprire nel mondo.
A Yun Miao, Xu Hong Dou abbandona il fardello di sofferenza che l’ha accompagnata negli ultimi anni per dare a se stessa la possibilità di far riposare la propria mente, risiede nella You Feng Courtyard, una vecchia cascina con porte e finestre di legno divisa in diversi appartamenti, qui tutto è riposante, dai fiori che circondano il vicolo che porta all’alloggio, al cortile immerso in una vegetazione incantevole, al suo appartamento pieno di ninnoli e coperte colorate dei colori del luogo, ai campi e alle risaie in lontananza. La ragazza trascorre il suo tempo in veranda a leggere tutti i libri che non era riuscita a leggere prima, a mangiare lentamente, senza dover correre, a dormire tantissimo per poter staccare completamente con la realtà precedente, a scattare foto e a passeggiare e perdersi per i vicoli del paese contemplando le sculture in legno, i ricami, la tintura dei tessuti a mano, vera forma di sostentamento economico per i cittadini. Yun Miao è un villaggio molto caratteristico, ma piccolo e il tempo scorre piano, però, Xu Hong Dou si accorge che insieme a lei altre persone potrebbero aver fatto la sua stessa scelta, Da Mai, scrittore con il blocco artistico e che ha ricevuto diverse critiche da parte dei suoi lettori, la ricca e malinconica Lin Na, Hu Youyu, il musicista in crisi con se stesso e con il suo futuro ed infine c’è Xie Zhiyao (Li Xian, “Go Go Squid”) che ha lasciato la grande città dove aveva un lavoro redditizio ed è tornato al suo paese d’origine dove vive con l’anziana nonna Xie (la bravissima attrice ottantenne, Wu Yanshu, una pietra miliare per la storia). Xie Zhiyao è tornato per avviare un’attività turistica e far conoscere meglio Yun Miao poiché c’è tutta un’eredità culturale da preservare, ma da rendere nota al pubblico. Tutta la comunità lavora con Xie Zhiyao e presto anche la stessa Xu Hong Dou si farà coinvolgere per dare lustro a questo villaggio che ha il merito di aiutare a riacquistare serenità. I tre mesi scorrono veloci e, quando Xu Hong Dou sarà prossima a lasciare il villaggio, nuovi dubbi si contrapporranno nella mente della ragazza, così come anche un nuovo sentimento che pian pian è nato nei confronti di Xie Zhiyao.
“Meet Yourself” per me è stato una scoperta, un comfort drama, una di quelle storie che, oltre ad affascinarti e a catturarti già a primo episodio, è catartica e a cui mi sono molto rispecchiata mentre la guardavo. Riflettere sul valore dei giorni, sul tempo da trascorrere con se stessi, sui rapporti importanti tra genitori e figli e tra sorelle (alcune delle scene tra la protagonista e la sorella e i genitori sono delle vere perle, la complicità della famiglia e l’appoggiare le decisioni di uno dei componenti, non facendogli mancare il proprio supporto è tra le immagini più belle del drama), così come il rapporto tra Xu Hong Dou e i genitori dell’amica che trascorrono insieme delle giornate per vivere il lutto e superare con forza e dignità i momenti più tristi nel ricordo degli attimi più preziosi insieme alla cara Nan Nan. Piccole storie di solitudini e di anime ferite. Infine, c’è quel piccolo villaggio nello Yunnan che diventa lo scopo di tre mesi di vita della protagonista e, chissà, forse anche del suo futuro.
Ciò che non va mai preso per scontato è che siamo tutti importanti e dovremmo imparare a fissare dei piccoli appuntamenti con noi stessi, perché non siamo degli ingranaggi da sostituire per l’usura del tempo che passa.
Quante volte ci è capitato di provare nostalgia per un avvenimento del nostro passato, per un ricordo che nel momento in cui avveniva non ci sembrava così importante e non avremmo mai pensato che ci potesse mancare così tanto con lo scorrere del tempo!
“La casa tra le onde” è un anime giapponese del 2022 diretto da Hiroyasu Ishida, che si era già fatto notare al pubblico per la regia di “Penguin Highway”. Personalmente, ho trovato “La casa tra le onde” un anime ancora più profondo e perfetto, un viaggio di formazione e di crescita nel mondo interiore dei protagonisti che devono fronteggiare un oceano di paure, di rimpianti e di fatiche per affrontare lo scorrere del tempo, quello che si vorrebbe cristallizzare e fermare in un preciso momento della vita. La tematica della crescita è sempre stata tanto cara a molti autori e rivederla anche nei film di animazione incentiva ancora di più il desiderio di tratteggiarla sempre da diverse angolature perché è uno dei momenti più importanti dell’esistenza umana: crescere ed accorgersi che niente e nessuno è immortale accanto a noi, come purtroppo anche i nostri affetti. E’ questo il vero supplizio dell’essere umano e, nel momento in cui ci si accorge di tutto ciò, lasciamo la nostra infanzia alle spalle e ci scontriamo con la realtà degli adulti che sarà anche la nostra da lì a pochi anni a venire.
In un giorno d’estate, Kosuke e Natsume, insieme ad altri compagni di scuola elementare, si ritrovano a giocare presso un vecchio complesso residenziale che dovrà essere demolito da lì a poco. Improvvisamente, però, accade qualcosa di soprannaturale, qualcosa di incomprensibile: a causa di una pioggia torrenziale, il condominio si ritrova alla deriva tra le onde e i bambini dovranno cercare di mettersi in salvo e trovare la strada per tornare a casa. Accadranno strani fenomeni all’interno del condominio e ogni prova che i ragazzi dovranno affrontare li riporterà a dei vecchi ricordi di quando erano piccoli, a delle situazioni rimaste interrotte, incomprensioni di cui non si è mai avuta una soluzione, in una dimensione onirica e fantastica tra ricordo, nostalgia e rielaborazione del ricordo stesso.
La presenza di un ragazzino di nome Noppo all’interno della casa è un altro elemento misterioso. Chi sarà mai? Perché si trovava già in quel condominio disabitato prima dell’inondazione?
Per Natsume e Kosuke quel condominio rappresenta i loro giorni felici d’infanzia quando i bambini andavano a trovare il nonno di Natsume e stavano bene, in una dimensione felice. Qui è il nodo di tutta la trama del film.
Da quando iniziamo a provare nostalgia? Forse da quando iniziamo a capire che le cose e le persone attorno a noi non sono immortali?
“Odio dire addio alle persone a cui voglio bene. Sarebbe meglio sparire e basta!”, questo è quanto afferma la protagonista dell’anime in una sentita e commovente confidenza dove trapela la disperata sofferenza per la mancanza di qualcuno, nel suo caso, il nonno.
La nostalgia è il rimpianto, ma è anche “un ritorno a casa” e, in questo bellissimo anime, ogni elemento è importante: la casa (il sentimento di nostalgia), le onde (metafora dello scontrarsi con le difficoltà da superare), il bambino misterioso (per mia licenza, permettetemi, mi ha un po’ fatto pensare al “Piccolo Principe”) ed infine l’estate (stagione felice, ma la stagione che mette più in risalto il complesso salto evolutivo nella crescita umana).
“La casa tra le onde” è il racconto di un viaggio tra spazio e tempo, nel passaggio di età dall’infanzia all’adolescenza, è la difficoltà a scontarsi con la dura realtà e il cercare ancora l’appiglio a quella fantasia che ci ha accompagnati fin da bambini, per sopravvivere.
Il ricordo è un viaggio nell’oceano che non è altro che il nostro inconscio.
“Credi che rivelare la verità possa portare a qualcosa di buono? Piagnucolare e lamentarsi non faranno cambiare nulla. (…) Non si può cambiare niente senza il potere”.
Prendete la teoria di Machiavelli, quella spesso travisata e abusata da discorsi pseudo-politici e pseudo-sociali ed eclissata nel brocardo “Il fine giustifica i mezzi“. Poi, epuratela da tutte le valenze negative di cui la società l’ha caricata e arrivate al cuore del problema, ovvero la creazione di una politica teorica avulsa da morale per rimanere quanto più oggettiva e super partes possibile. Infine, inseritela nel contesto attuale sudcoreano (e non solo, perché la teorica d’esempio è applicabile ovunque), che guarda ancora le ferite di un passato autoritario e non democratico e che viene periodicamente scosso da terremoti corruttivo-politici, abusi di potere, creazioni concupiscenti di sfere di influenza economico-sociale e criminalità altolocata. Mischiate tutti questi elementi e fondeteli per, poi, versarli in uno stampo di umana imperfezione e perfetta glacialità e forgiare un personaggio, che positivo non è, ma si carica dell’amoralità politica machiavelliana per lottare contro la stessa, usa e abusa del potere per regolare il discrimine presente nella società politica e, nel negare la morale, assurge un’etica dello Stato al di sopra di se stesso.
Già non appena scorrono le immagini della sigla iniziale e la fotografia in bianco e nero da cronaca viene interrotta da una colata di oro fuso che avvolge totalmente l’impeccabile protagonista, mentre si allaccia i polsini della camicia, siamo certi di non trovarci davanti ad una persona comune, così come sappiamo di non avere a che fare con il classico drama romance: lui è Jang Tae-jun (l’ottimo Lee Jung-jae, non un attore a caso, ma il protagonista pluripremiato di Squid Game), capo di gabinetto del deputato Song Hee-seop (un Kim Kap-soo – Sweet Home e Designated Survivor: 60 Days – istrionico e mefistofelico al tempo stesso), ma tutti nei palazzi del potere lo conoscono con il soprannome “La Vipera”, perché sanno che il veleno di Tae-jun è letale e che non molla mai un obiettivo fino a quando non riesce a raggiungerlo, senza farsi problemi dei cadaveri che potrebbe calpestare. Lo conosciamo, glaciale e mellifluo, mentre complotta contro lo stesso partito di appartenenza di Song Hee-seop, per compromettere la carriera altrui e far diventare il deputato per cui lavora Ministro della Giustizia. Un solo obiettivo, tante scacchiere: con colpi magistrali da abile statista, abbatte in un attimo il vecchio ministro, reo di essere stato coinvolto in uno scandalo di abuso di potere, e inizia la scalata ai piani alti, come una macchina da guerra mostruosa, rendendo orgoglioso il proprio staff, che dirige e amalgama in modo affiatato, e il deputato, di cui ha, lentamente, costruito la carriera. Perché, come afferma Jang Tae-jun senza scrupolo, tutti i mezzi sono leciti per arrivare alla propria meta e a chiunque lo rimproveri per la scaltrezza senza cuore risponde: “Questo è ciò in cui credo come Capo dello Staff“.
Se non fosse che questa prima facciata è solo una parte dell’obiettivo di Jang Tae-jun. Perché, come tutti sanno, la vipera non attacca mai in modo diretto, ma si nasconde tra le rocce e in luoghi impervi, sbuca fuori, quando meno te lo aspetti, e morde improvvisamente nel punto più scoperto e letale. E perché Jang Tae-jun ha delle profonde convinzioni e un’altissima etica di cosa dovrebbe essere la politica che “esiste per il bene delle persone” e sa che il deputato Song Hee-seop è quanto di più lontano possa esserci dal bene delle persone, per cui è necessario abbatterlo. Parte, dunque, per un obiettivo molto più recondito, che, col tempo, si trasforma in una fredda e cinica vendetta, la strada di Jang Tae-jun per ottenere potere (prima, come capo dello staff e, poi, come deputato) e per scoperchiare, passo passo, i mali di una politica putrida e malata. Il vero problema, secondo Tae-jun, è che “la nostra società è diventata immune e intollerante al dolore degli altri“.
Solo due persone conoscono parzialmente l’anima che Jang Tae-jun non mostra mai: il deputato Lee Seong-min (interpretato in modo commuovente da Jeong Jin-yeong, il detective di Bulgasal: Anime immortali), suo vecchio amico e collega ai tempi dell’accademia di polizia, politico idealista e indipendente, ma fragile nei confronti di un mondo che lo lacera nelle sue convinzioni e nei suoi ideali; la giovane deputata e portavoce del partito Kang Seon-yeong (interpretata dalla bravissima Shin Min-a, qui lontana dalla drammaticità intimista di Our Blues e dalla commedia romantica in stile Hometown Cha-Cha-Cha e My Girlfriend is a Gumiho), ex giornalista ed ex commentatrice politica, giurista brillante e coraggiosa nell’affrontare uno schieramento maschile ostile nei suoi confronti (“Devi, anzitutto, lavorare su te stessa, prima di aspettare di ricevere l’aiuto altrui” è il suo motto). Intorno, una squadra di collaboratori disciplinata come un esercito e agguerrita come un covo di vipere, tutti uniti per un medesimo e comune obiettivo che riscatta e riabilita la società stessa: la vice di Tae-jun, l’ex giornalista Yoon Hye-won (Lee Elijah, second lead in Fight for My Way), l’apprendista Han Do-kyeong (Kim Dong-jun, More Than Friends e Black), lo scova-notizie dei lavori sporchi Young Jong-yeol (Jo Bok-rae, Navillera e Pachinko), la fredda e dispotica team leader Lee Ji-eun (Park Hyo-joo), l’idealista e caparbio Go Seok-man (Im Won-hee, Move to Heaven).
Chief of Staff (보좌관 Bojwagwan) è un drama politico che mischia azione, thriller e legal, mantenendo una suspence altissima e un ritmo incalzante. A differenza di un drama come Designated Survivor: 60 Days, che potrebbe essere accostato per alcune somiglianze, però, in Chief of Staff nessuno si ferma mai un secondo nelle macchinazioni di guerra: è come essere costantemente in un campo minato, con in una mano “Il principe” di Machiavelli e in un’altra “L’arte della guerra” di Sun Tzu. Tae-jun è un pericoloso e mortale scacchista che gioca in prima persona per il bene degli altri (per i suoi affetti e i suoi ideali colpiti e mortalmente feriti in passato, in particolare) e che è impossibile abbattere (ve lo assicuro, perché tentano di farlo fuori – anche fisicamente – in tutti i modi, ma quest’uomo riuscirebbe a dirigere un esercito persino in coma) e che, soprattutto, non si rilassa mai, così come lo spettatore durante la visione. Il drama è andato in onda in Corea del Sud tra il 2019 e il 2020 in due parti per un totale di 20 episodi da più di un’ora l’uno, ma non è un prodotto di facile visione, per cui consiglio un episodio – massimo due episodi – a sera, anche perché la materia giuridica e politica è molto complessa da gestire e apprendere (vengono menzionate commissioni d’inchiesta, audit di stakeholders, elezioni di seggi suppletivi e di speaker parlamentari, procedimenti giudiziari, insomma non elementi di tutti i giorni, materie ostiche persino per chi, come la sottoscritta, ha alle spalle studi giuridici e politico-istituzionali). Però, vale la pena vederlo, soprattutto per chi ha osannato serie come la statunitense House of Cards, perché, al contrario di quest’ultima, non vuole spettacolarizzare la politica, rimanendo ancorati alla costruzione di personaggi atrocemente malvagi nella brama di potere, ma perché vuole occuparsene nel suo senso più elevato del termine. Esattamente, come avevo scritto nella recensione di Designated Survivor: 60 Days, citando la definizione di politica secondo il presidente Mu-jin, la politica deve mirare a costruire il bene e deve essere gestita dalla partecipazione del popolo. Solo che, in questo caso, il percorso è più contorto e moralmente meno virtuoso, ma, non per questo, il giro di boa non è gradito. D’altronde, come insegna Sun Tzu, “la guerra si fonda sull’inganno” e “quando muovi, sii rapido come il vento, maestoso come la foresta, avido come il fuoco, incrollabile come la montagna“. A meno che tu non sia Jang Tae-jun, ovviamente.
Consigliato: a chi cerca un drama diverso dalle classiche storie d’amore o dalla coralità paesana; a chi ha amato drammi e thriller politici e complessità sociologiche; a chi vuole vedere Lee Jung-jae e Shin Min-a in ruoli diversi dal solito; a chi, come Tae-jun, sa risorgere più volte senza mai abbattersi.
– Nel loro arsenale hanno già l’arma più potente che esista. – Ah sì, e qual è? – La devozione.
Correva l’anno 1983, quando si verificò in tutto il mondo uno strano e incendiario fenomeno extraterrestre: decine di dischi volanti si fermarono sulla Terra e, venendo in pace, cercarono di contattare gli umani per esporre il proprio modo di vivere, la propria cultura, le proprie credenze e iniziare una pacifica collaborazione verso l’evoluzione. O, perlomeno, questo è ciò che credevano gli umani, compreso gli spettatori di tutto il mondo che rimasero incollati davanti agli schermi televisivi per una miniserie concentrata di soli 2 episodi dal titolo V – Visitors e che si prometteva di espandere quegli incontri ravvicinati del terzo tipo a cui miriadi di serie e di film fantascientifici avevano abituato gli esseri umani. Oramai che navi di ogni tipo avevano preso il volo sopra i cieli all’inseguimento dell’Enterprise di Star Trek e che si erano illuminate le spade laser degli altri universi di Star Wars, occorreva dare un volto preciso e certo alle creature aliene con cui si veniva in contatto. Il fatto è che queste creature, dalle apparenti sembianze umane, si rivelarono presto degli umanoidi rettiliformi con una smania di potere e di conquista da annientare tutti i mondi.
Mentre il fenomeno si propagò in tutti i paesi (Italia compresa), grazie ad una felice e mai vista contemporaneità di trasmissione, che adesso nemmeno Sky riuscirebbe a riprodurre e dovuta in parte anche alla proliferazione delle reti private, i produttori della miniserie del 1983 replicarono il successo con una seconda miniserie di tre maxi episodi del 1984 dal titolo V – Visitors: The Final Battle e da una serie di 19 episodi del 1984-1985 chiamata semplicemente Visitors. E si diffuse il terrore di trovare volti umani che nascondevano malefici lucertoloni.
Le due miniserie e la serie televisiva hanno una trama continua che narra, prima, l’arrivo pacifico degli alieni, poi, la conquista e la sottomissione del pianeta terra e, infine, la resistenza e la liberazione in una lotta continua e grandiosa, che ricorda la liberazione dell’Europa dal nazi-fascismo. E, in effetti, la primissima fonte di ispirazione di questo progetto sci-fi fu proprio quella narrativa ucronica e distopica alla Philip K. Dyck (in primis il romanzo La svastica sul sole, che ha ispirato la recente serie The Man in the High Castle). Da questo punto di partenza, però, la serie si discosta per guardare non solo al futuro, ma anche ad una dimensione quasi metafisica della lotta tra il bene e il male. Gli alieni tentano l’invasione in diversi modi, tra cui anche quello di possedere gli esseri umani (come dei veri e propri demoni), tramutarli in creature simili agli zombie e creare un piano diabolico di sterminio della razza umana ai fini dell’evoluzione e della creazione di una nuova specie: “Ci stanno usando per accelerare la loro evoluzione“, affermano gli umani resistenti all’infiltrazione dei Visitors. Si rimane impressionati per la modernità di certi espedienti utilizzati all’interno: la perfidia degli alieni rettiliformi arriva ad usare vere e proprie armi di distruzione biologiche, come la “polvere rossa” che annienta immediatamente gli esseri umani, ma anche armi genetiche, come le bombe al DNA, che mischia quello estratto dagli esseri umani con quello degli alieni, fino alla fecondazione delle donne terrestri con creature ibride. Questo è il modus procedendi dei Visitors per progredire (“È possibile che i Visitatori lo abbiano fatto in tutto l’universo, consumando il meglio di ogni forma di vita che incontrano per creare una specie superiore e dominante“). Anche i temi motivazionali che incrementano i progetti dei Visitors sono di una modernità che, al giorno d’oggi, lascia sgomenti: gli alieni conquistano e impongono, lentamente, non solo uno status quo (con i loro vertici di potere, come in qualsiasi totalitarismo), ma anche un certo ordine di idee, che sembrerebbe pacifico e condivisibile, se non fosse uno strumento per anestetizzare il libero pensiero, portando gli umani dalla propria parte. Un esempio è dato quando i Visitors portano la propria “energia blu”, una fonte energetica pulita, che fa viaggiare nello spazio le astronavi, non inquina e può essere la vera risposta alle preoccupazioni del mondo, nascondendo il rapporto di sudditanza che ciò implica.
I personaggi sono tantissimi e non è possibile elencarli in poche righe senza dare una descrizione esaustiva. Però, merita una menzione a parte la super cattiva Diana (in originale Dn’a, con una chiara assonanza al DNA e, quindi, agli esperimenti di biogenetica a cui allude la serie), interpretata da Jane Badler, attrice e cantante statunitense, che, all’epoca, divenne una delle badass più amate della storia televisiva: tacchi a spillo, tuta militare, ciuffo fonato alla Farrah Fawcett, ape regina di un alveare composito di alieni e umani, resistente ai proiettili, cattiva fino al midollo e mangiatrice di topi vivi (in una delle scene diventate più iconiche di tutta la serie), sarà imitata tantissimo da altre attrici, ma mai con gli stessi risultati, compreso nella serie remake V, andata in onda tra il 2009 e il 2011.
Altre piccole curiosità: nella serie appare il personaggio di Willie, timido e ingenuo visitatore, che decide di aiutare gli esseri umani nella lotta contro gli alieni, interpretato da Robert Englund, che divenne, poi, famoso interpretando il temibile Freddie Kruger nel franchise di Nightmare; uno dei personaggi più amati e iconici fu la canaglia che, però, aiutava i buoni Ham Tyler, interpretato da Michael Ironside, che negli anni 2000 ha rivoluzionato la serialità internazionale creando serie come Breaking Bad e Vikings; la colonna sonora fu composta da Barry De Vorzon, che era già diventato famoso per aver musicato diversi film, tra cui il leggendario I guerrieri della notte, che, pochi anni prima, aveva rivoluzionato i canoni del cinema.
Cosa ci insegna il mondo orrido e fantascientifico dei Visitors? Ci insegna a temere di noi stessi, quando portiamo alle estreme conseguenze la devozione e il fanatismo per obiettivi che potrebbero sembrare buoni, ma che si rivelano inumani e pericolosi nel loro assolutismo. Ci insegna a credere nella libertà per lasciare un’impronta positiva nel mondo, ma anche che non è possibile categorizzare in un attimo buoni e cattivi (vedi la fazione della Quinta Colonna, resistenza interna ai Visitatori) e che è possibile trovare un modo di convivenza pacifico, se si parte da valori condivisi che lascino spazio all’individuo. Ma ci ha insegnato anche ad urlare forte: Signori, la Terra è nostra! Per cui cerchiamo di riprendercela e di trattarla bene.
Consigliato: a chi ama il genere sci-fi e la fantascienza di tutti i tipi, che richiede meno effetti speciali (o, meglio, computer di soli enormi bottoni colorati premuti a caso), ma una complessità e una maturazione di idee e di propositi; a chi è appassionato di serie vintage e vuole recuperare una perla rara che sembra sempre attuale; a chi, anche se non era nato all’epoca, rimane ancora estasiato nel trascorrere una maratona notturna lottando per il pianeta Terra. Sottoscritta compresa.