Miss Hammurabi – Storie di umanità e giustizia

La storia più interessante mai raccontata è quella alla fine della giornata, quando in piccoli frammenti di riposo ripensiamo a ciò che è successo durante il giorno o che abbiamo visto accadere agli altri. “Miss Hammurabi” è una storia raccontata la sera, quando mettiamo da parte tutte le tensioni e riflettiamo a quei visi incrociati durante la giornata in una corsa in metropolitana, in coda ferma al semaforo, al bar in pausa pranzo o al supermercato, mentre rientriamo involontariamente nella conversazione di due persone che attendono il loro turno alla cassa e si appoggiano al carrello, stanchi.

Miss Hammurabi” è la storia di piccole storie di umanità viste dagli occhi dei protagonisti, giudici del 44esimo Dipartimento degli Affari Civili presso il Distretto Centrale di Seoul ed è una riflessione costante e una critica alle condizioni e alle difficoltà delle persone di fronte al sistema legale.

La serie è, infatti, un legal drama del 2018 scritto da Moon Yoo-seok, giudice della Corte distrettuale orientale di Seoul che si è ispirato, per il suo omonimo romanzo, a fatti e avvenimenti reali vissuti o visti durante la sua carriera in tribunale.

Ho adorato “Miss Hammurabi” per le tematiche, i personaggi principali, i personaggi di contorno che restano nel cuore con le loro storie comuni così meravigliosamente umane, in balìa tra un passato che vogliono ricordare e uno che vorrebbero dimenticare, così come ogni essere umano. Non pensate di ritrovarvi in una serie giudiziaria piena di immagini d’azione o colpi di scena, si tratta, invece, di entrare nel cuore dei protagonisti, nei loro pensieri, nel loro vivere la professione con integrità e serietà, anche attraverso le scartoffie, i faldoni che esplodono di carte decennali e in noiosissimi grafici.

Park Chao Reum (la bravissima Go Ara di “Dodosolsollalasol”, “Hwarang”) è una giudice al suo primo mandato, insicura, ma decisa a voler compiere bene il suo lavoro che sente come missione, ha un animo nobile e con coraggio affronta ogni situazione, soprattutto quando capisce che sta avvenendo un’ingiustizia nei confronti dei più deboli, ma, a causa di tutto ciò, presto, in tribunale le affibbieranno il nome di “Miss Hammurabi”, nel tentativo di offenderla.

Chao Reum, però, ha un dono: l’empatia; si lascia coinvolgere dalle storie delle persone che incontra nel suo lavoro, dalla madre che ha perso il figlio per un caso di malasanità e che di conseguenza nessuno le ha fatto giustizia, alla collega, che, giudice come lei, è costretta dal suo capo giudice senior, nonché responsabile, a lavorare per più di dodici ore al giorno e che, a causa di questo stress e delle maldicenze che sopporta quotidianamente, sta male a lavoro e ha un aborto spontaneo. Questo caso drammatico cerca di essere coperto da molti giudici, ma per Chao Reum diventa, invece, una problematica molto importante da dover affrontare e prendere dei provvedimenti nei confronti dei colleghi senior che costringono ad orari di lavoro disumani. Da qui, in poi, la nostra protagonista verrà segnalata come ostacolo nella vita del tribunale e tacciata di misandria.

Accanto a Chao Reum ci sarà il giudice capo Han Se Sang (Sung Dong-iI di “My Girlfriend is a Gumiho”, “Hwarang”, “Jirisan“), uomo burbero e sarcastico, sempre accigliato, soprattutto verso gli altri colleghi senior nei confronti dei quali non risparmia mai la sua ironia. Ho adorato il giudice Han, un vero e proprio “battitore libero”, irascibile, ma dal cuore d’oro a cui è dedicato meritatamente il finale della serie.

L’altro collega di Chao Reum è l’inflessibile e riservato Im Ba-reun (Kim Myung Soo, L degli “Infinite” e visto in “Meow, ragazzo segreto”, “Angel’s Last Mission: Love”, “One More Time” e premiato all’ “Asia Artist Awards” proprio per “Miss Hammurabi”), a lui è affidata tutta la parte più riflessiva della serie, i monologhi, soprattutto serali, e, da appassionato di lettura, ci riserva delle citazioni meravigliose di alcuni capolavori della letteratura da “Il buio oltre la siepe” di cui legge un capitolo ogni mattina sulla metro, ad “Anna Karenina” o alla bellissima citazione della filastrocca antica anglosassone “Who Killed Cock Robin”, archetipo della giustizia e dell’assassinio che, personalmente, non sentivo da una vita.

Il giudice Han, in quanto senior e diretto responsabile dei due giudici “minori”, farà da vero e proprio mentore per i due giovani giudici.

 “Le persone più forti e anche quelle più pericolose in tribunale siamo noi, i giudici”, così spiega più volte per far capire come ogni decisione debba essere presa cautamente e dopo tanto studio e analisi.

Chao Reum che vive con l’anziana nonna che lavora ancora al mercato (interpretata da Kim Young-ok  la nonna per eccellenza in numerosi drama, uno tra tutti “Hometown Cha Cha Cha”) ha una situazione familiare piuttosto difficile, il padre è venuto a mancare in circostanze drammatiche lasciando la famiglia benestante piena di debiti, la madre caduta in depressione soffre di disturbi di memoria che la portano ad una demenza precoce, la figlia è consapevole di sparire ogni giorno di più dalla memoria di sua madre e ciò la rattrista molto, l’unica cosa che ha potuto fare è stata studiare e superare la timidezza e l’ansia sociale di cui soffriva quando frequentava le scuole superiori. Im Ba-reun, infatti, aveva conosciuto così la sua attuale collega di lavoro, il ragazzo da allora ha sempre pensato a lei, che, improvvisamente sparita ai tempi del liceo, si ripresenta nella vita di Ba-reun con un altro carattere e modo di affrontare la vita e la società.

Chao Reum è diventata giudice per proteggere se stessa perché ha riconosciuto le sue fragilità e le sue insicurezze: “Quando ho cominciato a guardare sempre di più i demoni nelle persone, sono stata in grado di vedere più chiaramente il demone che vive dentro di me. Quegli stessi delitti dei criminali che giudico. Quante volte avrei potuto finire nella stessa tentazione!”.

Ci si può vendicare del mondo? Si può diventare giudice per capire le situazioni delle persone, viverle, soffrire con loro?

Le persone coinvolte nei casi parlano alla protagonista con i loro sguardi, i loro gesti, le lacrime nascoste. La persona diventata senzatetto perché qualcuno gli ha rubato il deposito, l’impiegata molestata sessualmente dal suo superiore, il direttore che si è tolto la vita a causa dei debiti.  Tutte queste voci inquietano l’animo della ragazza perché tutte quelle voci potevano essere la sua.

Im Ba-reun, invece, è diventato giudice per trovare quella sicurezza economica che è da sempre mancata a casa sua, la madre nella sua vita ha lavorato moltissimo, barcamenandosi in diversi tipi di lavori, il padre ha risentito di una delusione  e di un fallimento lavorativo e adesso non fa altro che cercare di aiutare le persone, cosa che il figlio non riesce a sopportare e che per diversi fraintendimenti prova del rancore nei confronti del genitore, ma pian piano le loro incomprensioni saranno risolte tra loro. Ba-reun è un personaggio che cresce molto nella storia, innamorato della collega che conosce fin dai tempi del liceo, non la condivide in moltissime prese di posizione, ma alla fine si ricrede, la appoggia, la supporta anche nell’affrontare i dissidi finali causati dalla lobby di giudici corrotti.

Plauso anche per altri due personaggi importanti, la segretaria Lee Do-yeon (interpretata da Lee Elijah, “Chief of Staff”) una ragazza bella e misteriosa dalla vita segreta fuori dall’ufficio e della quale si innamora il giudice Jun Bo-wang (Ryu Deok Hwan), amico di Im Ba-reun.

Miss Hammurabi ha il potere di affascinare anche grazie ai diversi spunti di riflessione che ci propone. Fino a quanto arriva l’estensione del potere dei giudici? Quanto i media influiscono sui processi e sulla vita delle persone coinvolte in un processo? I compromessi assicurano la giustizia? Quanto la nostra società che forza i più deboli nella fossa della disperazione si prende la responsabilità?

Il solo crimine di cui spesso gli imputati sono colpevoli è quello di essere deboli. Ci sono persone che riescono a superare le giornate solo da ubriachi”.

Due casi mi hanno colpito molto, il processo per la richiesta del diritto all’oblio di una foto e il conseguente dovere di essere dimenticati e il caso del toluene nella colla, episodio ispirato agli sforzi nella vita reale del giudice Shim Wan e del pastore Myung Sung-jin che hanno lavorato duramente per risolvere la crisi di abuso di inalanti soprattutto tra i giovanissimi capendo che la loro dipendenza da inalazione della colla era causata dalla profonda solitudine di cui soffrivano ragazzi disagiati e dimenticati dalla società.

Menzione a parte per la meravigliosa colonna sonora di questo drama con dei brani emozionanti, “Someday, Somehow” di U-mb5 (feat. Hodge), “Like we just meet” di Hwang Seon Ho e molti altri.

Miss Hammurabi vi farà commuovere, vi condurrà per mano nella vita delle persone e vi farà scoprire l’importanza della fiducia e dell’amicizia:

“Quando non puoi fermare la pioggia dal cadere su qualcuno, dovresti stare sotto la pioggia al suo fianco.”

Consiglio questo drama perché è un piccolo capolavoro di umanità!

Memoru Grace

Fujii Kaze – Love Will Serve All Stadium Live

“I looked at the world without me from above”

Ci sono pochi artisti che possono fregiarsi del titolo di “sacerdoti del rock” per il carisma innato che li distingue e per l’energia che emanano sul palco. Anni fa, quando vidi in concerto Nick Cave and The Bad Seeds, capii il perché questo titolo quasi mistico, queste movenze magnetiche e questo rapporto vibrante e unico con il pubblico sono una caratteristica rara e propria solo di alcuni artisti. Ebbene, quando ho conosciuto la voce e la musica di Fujii Kaze, ho avuto gli stessi brividi che sentii con Nick Cave.

Fujii Kaze (secondo la dizione giapponese, in cui il cognome viene sempre prima), per la verità, non si è mai autodefinito con queste vesti sacerdotali, presentandosi anzi come un ragazzo venticinquenne piuttosto timido e gentile, illuminato perennemente da un sorriso educato e accompagnato spesso dalla sorella. Solo che, quando sale su un palco e indossa le vesti tradizionali di un antico Giappone con quelle sfumature rosse e bianche e inizia a muovere le mani quasi come una danza impercettibile, ipnotizza e coinvolge allo stesso momento, quasi ascendendo in un’altra dimensione. E si diverte, al tempo stesso, per l’energia e il calore con cui avvolge i suoi ospiti, quasi come se fossimo di fronte ad una lezione di un’antica arte marziale. Tutto questo si vede in modo così netto e chiaro in Love All Serve All – Stadium Live, concerto avvenuto ad ottobre 2022 al Panasonic Stadium Suita di Osaka, che ha attratto 70.000 spettatori e che, fortunatamente, Netflix ha deciso di inserire nel proprio catalogo da qualche tempo. Tra l’altro, ottimo mese per i concerti in Asia quell’ottobre 2022, dicono.

Ma, prima di parlare dell’esperienza sensoriale che si vive guardando sul palco Fujii Kaze, è necessario presentare quest’artista con qualche dettaglio sul suo debutto e sulla sua musica (e i link diretti ai suoi album su Spotify).

Il “samurai non ortodosso”, come viene definito in Giappone, è un musicista, cantante, cantautore, polistrumentista, che in patria ha avuto da subito la fama di genio musicale. Formatosi da bambino quasi da solo, ascoltando musica classica, jazz, pop ed enka (una forma tradizionale giapponese), Kaze ha imparato presto a suonare il piano, la chitarra, il sassofono, l’electrone (un organo elettrico elaborato dalla Yamaha sulla base dell’antica spinetta). Poi, ha iniziato caricando a 12 anni i suoi video e le sue composizioni su YouTube, realizzando in poco tempo oltre 30 milioni di visualizzazioni e diventando immediatamente un personaggio noto in rete. Tuttavia, ha rinunciato alla fama certa del piccolo prodigio per dedicarsi agli studi (diplomandosi al liceo e, poi, al conservatorio) e si è eclissato dalla rete fino a quando non è tornato con la potenza delle sue composizioni e della sua musica nel 2019, rilasciando due singoli digitali. Nel maggio 2020, in piena quarantena da COVID-19, è uscito il suo primo album studio, Help Ever Hurt Never, che è diventato immediatamente un caso in patria, facendogli guadagnare il primo posto della Billboard Japan Chart e facendolo diventare la prima persona di nazionalità giapponese a ottenere il titolo di Artist on the Rise più cliccato su YouTube. Fama cybernetica che viene aumentata quando Kaze, il 4 settembre 2021, decide di fare una diretta live gratuita del suo concerto al Nissan Stadium di Kanagawa sul suo canale YouTube (diretta seguita, in contemporanea, da 180.000 persone). Il 22 marzo 2022, esce il suo secondo album, Love All Serve All, che viene preannunciato, ancora una volta, con un Listening Party sul suo canale YouTube e che, ancora una volta, raggiunge il primo posto della Billboard Japan Chart.

Sono stati molti i generi a cui i critici hanno tentato di accostarlo, ma, principalmente, la musica di Fujii Kaze rimane ancora unica nel suo non-genere, una commistione di suoni occidentali e antiche reminiscenze orientali, graffiante come il rock, fresca come il pop, calda come il soul, malinconica come il blues e, al tempo stesso, travolgente come la dance, ma con una prosodia vocale quasi in metrica tipica dei tradizionali enka, ryūkōka, min’yō (con tanto di impiego di strumenti tradizionali come il shamisen) e del kayōkyoku popolare. Il tutto condito con una base fondamentale di jazz. Come direbbe Memoru Grace, è riuscito a rendere carezzevole e vellutata la marziale lingua giapponese. Ma, quindi, quale magia cela la musica di Fujii Kaze? Seguiamo passo passo il concerto per scoprirlo.

Nello stile del suo personaggio, Fujii Kaze entra in scena “apparendo”, quasi materializzandosi sul palco nella sua statica posizione da meditazione buddista, serio e riflessivo, con lo sguardo altrove, vestito con uno yukata bianco da samurai riadattato, mentre la musica va in crescendo, mischiando blues, swing e rock’n’roll: parte Nan-Nan, una delle hit più note e amate dell’artista giapponese, che viene seguita da quel mix di indie-rock e blues di Damn (con l’ingresso in scena di un folto gruppo di ballo, rigorosamente in yukata, come se dovessero esibirsi tutti con la katana). L’atmosfera iniziata in modo così acceso si placa improvvisamente quando sul palco arriva un musicista di hichiriki, uno strumento tradizionale giapponese molto simile al nostrano oboe, che introduce la techno di Hademo-Ne-Yo, il cui testo tratta la tematica del vegetarianesimo e della salvaguardia della natura, ripresa dalla successiva Garden, una ballata che è una vera e propria poesia alla natura. Il blues torna per mischiarsi con un più moderno J-Pop (molto simile al più noto K-Pop) nella successiva Yaba, per lasciare, poi, lo spazio alla performance solo acustica di Yasashisa, un inno alla gentilezza (“I got killed by kindness“, afferma e mi sembra una frase così personalmente applicabile), che la voce catalizzante di Fujii Kaze accompagna con la chitarra, conducendo da sola la musica e trasportando gli spettatori in un’atmosfera di pacatezza e di riflessione. Giusto in tempo per sconvolgerli e rimestarli con tre delle tracce più catalizzanti e ipnotiche dell’artista giapponese: Grace, Kaerou e Sayonara Baby (e qui Kaze ci stordisce con la sua gestualità, mentre la musica vaga dal dance, al jazz al rock, con un ritmo coinvolgente e con la sua domanda “What was the colour of happiness?” in testa). Poi, la band si riposa, Kaze no: mentre le luci si spengono, lascia il palco principale e va da solo al centro di un palco secondario, sospeso come un ponte sul pubblico, per sedersi saldo al suo pianoforte a coda e dedicarsi a virtuosismi musicali che già da soli valgono il recupero e che lasciano senza parole. Si tratta del suo interludio a piano, una delle sue parti preferite, che serve per far prendere fiato agli artisti che lo accompagnano e a dividere a metà il suo show. Sempre solo sul palco, inizia Lonely Rhapsody, una vera e propria rapsodia di musica classica sull’eguaglianza e il rispetto tra gli uomini (il suo adagio “Io e te siamo uguali” quasi sussurrato tra i tasti neri e bianchi rimane impresso), seguita da Soredewa (Bye for Now), altra melodia di sola voce e piano, forse una delle canzoni più belle in assoluto del suo repertorio, che si erge nella sua visione dall’alto dell’umanità con l’obiettivo di superare l’oscurità. Intanto, torna silenziosamente la band, prende posto e attacca a suonare un rock blues classico di Seishun-Sick, al termine del quale Fujii Kaze ci delizia di un altro interludio musicale con un assolo di sax. E, mentre lo spettatore si chiede dove vada a prendere l’energia quest’artista e quale strumento prenderà stavolta, la musica della band continua da sola, le luci e i veli colorati ci confondono, Kaze sparisce per riapparire con uno yukata rosso fuoco: è la volta del jazz della famosissima Shinunoga-E-Wa (I’d rather die), sicuramente, complice anche l’inaspettato successo virale su TikTok, la sua traccia più nota e cantata. Siamo nel momento più caldo e scatenato del concerto, in cui si inserisce giustamente Mo-Eh-Yo (Ignite), una ballata rock stile anni ’70, che viene seguita dalla dance di Kirari e di Matsuri (Festival), in cui suoni occidentali e techno si alternano a strumenti e caratteristiche tipiche della tradizione musicale giapponese, per cui è normale trovare un sintetizzatore accanto allo shamisen e al koto (due strumenti tradizionali a corde), una batteria accanto ad un taiko (il tamburo gigantesco che abbiamo visto in diversi anime/manga), ma anche una chitarra elettrica a fianco ad una crew di ballo funky e termini inglesi mischiati con quelli del dialetto di Okayama, la prefettura dove è nato Kaze. Nell’intenzione di Fujii Kaze, stiamo accendendo le lanterne di Obon o stiamo celebrando la notte di Tanabata (per cui vi rimando ai link degli articoli in cui abbiamo parlato di queste due feste tradizionali giapponesi per capire cosa avviene sul palco). I colori, la vivacità e i rumori festosi lasciano spazio, infine, al momento del commiato con Tabiji (Journey) e Fujii Kaze saluta il suo pubblico, ribadendo la reciproca eguaglianza e condivisione perché su questa terra “siamo tutti quanti in viaggio continuo“.

Tra giugno e luglio 2023, Fujii Kaze sarà impegnato per il Fujii Kaze and the piano Asia Tour 2023, un tour solo vocals e piano che lo porterà a Seoul, Bangkok, Jakarta, Kuala Lumpur, Taipei and Hong Kong. Nella speranza che, presto, le sue mete lo portino anche in Europa, concludo, lasciandovi con il trailer d’annuncio del suo tour di solo piano.

Ho volutamente disseminato questo articolo di numerosi link diretti alle canzoni e ai video musicali di Fujii Kaze, perché potete scegliere di leggere questo testo o, semplicemente, di ascoltarlo per avvicinarvi di più ad un artista che farà parlare ancora molto di sé con la sua musica. Buon ascolto e buon viaggio nella dimensione di un jazz che scavalca gli oceani!

P.S.: ogni album di Fujii Kaze è stato accompagnato da un album cover, che contiene tracce di altri artisti reinterpretate in chiave jazz con l’accompagnamento del piano (si tratta di Help Ever Hurt Cover e Love All Cover All, di cui vi lascio i link Spotify, e se volete recuperare una versione di Overprotected che Britney Spears non avrebbe mai cantato, vale la pena l’ascolto). Plus: ogni album di Fujii Kaze (sia quelli studio che quelli cover) contengono 11 tracce, mentre ogni concerto si ferma a 17 pezzi. Lascio a voi l’interpretazione.

Captain-in-Freckles

Flavors of Youth – Il sapore dei ricordi

Definirei questo anime un crescendo di emozioni. Nato come coproduzione tra lo studio di animazione cinese Haoliners Animation League e quello giapponese CoMix Wave Films (studio famoso per le produzioni delle opere di Makoto Shinkai), potete trovare questo film d’animazione direttamente tradotto e doppiato nel catalogo Netflix.

Il punto di forza di “Flavors of Youth” è la sceneggiatura, l’intreccio dei tre episodi che compongono il film, tutti ambientati in Cina e di una intensità emotiva tale che ripenserete alle storie anche a distanza di giorni. Tre storie brevi, all’ apparenza semplici, ma piene di significati e sensazioni anche legate al sapore di una pietanza, ad un sentimento, al ricordo e agli affetti, alla percezione del tempo che passa, in comune quel valore intimista e introspettivo a cui spesso il cinema d’Oriente ci ha abituati e che apprezziamo molto.

Alla regia dei tre episodi, tre registi differenti: Li Haoling, Yoshitaka Takeuchi (collaboratore dello stesso Makoto Shinkai) e Jiaoshou Yi Xiaoxing .

Il primo episodio dal titolo, “Gli spaghetti di Riso” ci presenta un giovane ragazzo di nome Xiao Ming che, trasferitosi a Pechino, rimpiange quei sapori tipici delle pietanze del suo paese natale, quegli spaghetti di riso con le verdure di stagione e le sensazioni trasmesse da quel piatto, la nostalgia di casa, sentimento dolce e nobile con il quale ancora si nutre cercando di ingannare la tristezza. Ora, invece, anche la sua lingua è diventata insensibile e non avverte il gusto di ciò che mangia da quando si è trasferito. Un viaggio nei ricordi attraverso la percezione dei sapori che non è altro che un ritorno a casa.

Il secondo episodio, dal titolo “Una piccola sfilata di moda”, ci regala una storia che ci farà riflettere molto. E’ la storia di due sorelle di Canton, rimaste orfane di genitori, Yi Lin, la maggiore, è una modella internazionale, Lulu, invece, è la minore, va ancora a scuola e ha una passione per il confezionamento dei vestiti. Entrambe vivono insieme e Yi Lin sa di essere l’unica fonte di mantenimento per la sorellina; la crisi avviene quando la sorella maggiore comprende che la sua carriera di modella è quasi sul finire perché nel frattempo il mondo della moda ricerca ragazze sempre più giovani e lei dovrà farsi i conti con il tempo che passa, con la responsabilità della sorella che frequenta ancora la scuola e con un mondo dove l’eterna giovinezza impone schemi rigidi e crudeli.

Personalmente questo secondo episodio mi ha commosso molto, il rapporto tra sorelle, la personalità di Yi Lin così diversa a casa rispetto a quello che mostra esternamente.

Il terzo episodio si intitola “Amore a Shanghai”, è decisamente la storia più romantica tra le tre e ci narra del sentimento d’amore tra Xiao Yu e Rimo.

Durante un trasloco il protagonista Rimo ritrova in uno scatolone una vecchia musicassetta dei tempi della scuola. Rimo e Xiao Yu, il suo primo amore, incidevano messaggi in questa cassetta, poi in qualche modo la vita li ha separati, adesso, però, Rimo capisce che in quella cassetta potrebbe esserci ancora un vecchio messaggio mai ascoltato, inciso dalla ragazza. Il tempo farà riemergere quei sentimenti rimasti sepolti dalla quotidianità e, attraverso il ricordo, farà riaffiorare delle emozioni, segnali esistenziali che ognuno di noi avverte in alcuni periodi della vita.

I tre episodi condividono la tematica della giovinezza vista e rappresentata in modo differente. Nel primo episodio il sapore degli spaghetti di riso regala un ricordo dell’infanzia quando tutto era più semplice, impreziosito dalla dolce presenza della nonna. Nel secondo episodio la giovinezza è vista in modo conflittuale perché si pone quasi come unica via di accesso ad un mondo dove si possa contare realmente, ma, poiché la giovinezza dura poco, è facile venire estromessi e dimenticati. La giovinezza fino a quanto è un valore aggiunto? Nel terzo episodio, invece, i ricordi di scuola rappresentano la giovinezza di due ragazzi e l’immancabile sospiro che se solo si potesse tornare indietro ci si comporterebbe diversamente. Da più giovani siamo più avventati e facciamo scelte di cui ci potremmo pentire, ma se si potesse rivivere quell’ attimo, nel ricordo, e poter cambiare qualcosa?

Un film d’animazione che non deluderà assolutamente, la brevità delle storie faciliteranno la visione, ma vi riempiranno di emozioni come il sapore di una antica ricetta.

Memoru Grace

Tale of the Nine-Tailed: Discesa agli Inferi e Ritorno

Può un uomo acquisire maggior fascino mentre, contuso e ferito, gronda sangue purpureo da una pelle diafana e luminosa? Lee Dong-Wook decisamente può!

Se non mi credete, avrete uno dei tanti buoni motivi per iniziare la visione di “Tale of the Nine Tailed“, il drama che lo vede assoluto e indimenticabile protagonista. 

Questa serie (16 episodi disponibili su Viki) ha tutte le carte in regola per soddisfare gli amanti del genere fantasy, ma in realtà è molto di più: mitologia, leggende e amori impossibili tra umani e esseri sovrannaturali si intrecciano in una storia ricca di colpi di scena che difficilmente vi annoierà, e dove non mancherà anche un tocco di leggerezza e po’ di sano divertimento.

LEE DONG-WOOK (Goblin, Scent of a Woman, Bad and Crazy) interpreta Lee Yeon, un GUMIHO (creatura leggendaria della mitologia orientale meglio conosciuta come “Volpe a Nove Code”) che oltre ad essere una divinità molto potente, un tempo era anche il Guardiano del Monte Baekdudaegan.

Tuttavia, dopo aver conosciuto e perso in maniera tragica il suo vero amore – un’umana comune – decide di lasciare il suo ruolo per cercare la donna che ama e che prima o poi si reincarnerà. 

Durante i seicento anni passati in questa costante ricerca, e dovendo pagare il prezzo di questa sua decisione, si mette al servizio dell’Ufficio Immigrazione dell’Aldilà di Taluipa, uccidendo per suo conto tutti gli esseri sovrannaturali che agiscono per il male e che albergano sulla terra.

E così arriviamo ai giorni nostri, dove incontriamo la protagonista femminile Nam Ji Ah (interpretata da JO BO-AH), una tenace produttrice televisiva determinata a dimostrare al mondo come i mostri che si annidano nei miti urbani e nelle antiche leggende siano, di fatto, reali.
Dotata di nervi d’acciaio, Ji Ah è alla costante ricerca di argomenti insoliti (e a volte molto pericolosi) da poter mostrare nel suo programma ed è proprio durante una di queste sue “battute di caccia” che si imbatte nell’irresistibilmente affascinante e incredibilmente intelligente Lee Yeon.
Convinta che in lui ci sia molto di più di quel che appare, farà di tutto per scoprire la verità.
Anche se il legame fra il nostro Gumiho e la produttrice televisiva è facilmente intuibile, mi fermo qui per non spoilerarvi altri dettagli di una serie che va vista ed assaporata in ogni suo aspetto.

Come si è intuito prima, Lee Dong Wook interpreta magnificamente un main lead intelligente e generoso, votato al sacrificio in nome dell’amore e che non perde mai la battuta neanche quando viene ferito e tradito. Un mix irresistibile di dolcezza e risolutezza che lo rendono davvero UNICO!

Tuttavia è bene chiarire fin da subito come “Tale” non sia un drama esente da difetti: la devastante presenza scenica del nostro Gumiho così carismatico e passionale, è la punta di diamante ma allo stesso tempo quella “spina nel fianco” che ne mette in evidenza alcuni limiti, soprattutto nei confronti della protagonista femminile.
Jo Bo-ah – che abbiamo molto apprezzato in altri ruoli (su tutti “Military Prosecutor Doberman“) – ci regala un’interpretazione che in alcuni momenti è apparsa un po’ spenta e priva di pathos, soprattutto nelle scene in cui recita da sola. Sicuramente per il suo personaggio era stato previsto un certo “sangue freddo”, ma questa compostezza rimane un po’ troppo nell’aria.
E’ chiaro che il confronto con un tale male lead sarebbe stato difficile per qualunque attrice, ma sulla costruzione di questo ruolo forse si poteva fare qualcosa di più. 

Dove però TALE si distingue, lo fa raggiungendo livelli qualitativi altissimi:

– La serie  è curata in ogni minimo dettaglio, a partire dalle ambientazioni e dalle splendide scenografie, con un girato luminosissimo e a tratti sfolgorante, che mette in risalto in particolare il COLORE ROSSO degli ombrelli, del sangue e delle ferite e il ROSA che ritroviamo nelle stoffe di sontuosi abiti d’epoca, sulle labbra della protagonista e nei bellissimi fiori che incorniciano la scena.
Una ricostruzione minuziosa degli ambienti che lascia davvero senza parole.

– Il cast è di assoluto livello e i personaggi secondari sono ben caratterizzati. Spicca su tutti KIM BUM (Boys Over Flowers) che interpreta Lee Rang, fratellastro del protagonista (e legato a lui da un rapporto di amore e odio), metà Volpe e metà Uomo, sempre in lotta con se stesso e con i propri scheletri.
Si sono fatti molto apprezzare anche HWANG HEE nel ruolo di un veterinario che può comunicare con gli animali, fedele servitore e amico di Lee Yeon  e AHN GIL-KANG (attore notissimo per i numerosi ruoli di supporto) in quello del Guardiano del Fiume Semdo.

– Lee Dong-Wook è indubbianente il protagonista indiscusso di una serie che gli calza a pennello come un abito fatto su misura; e finalmente in un ruolo che mette in mostra le innumerevoli doti di questo attore, valorizzandone anche la particolare bellezza e la naturale raffinata comicità (che tanto ci ha ricordato un certo Jonnhy Deep – cit. di Captain-in-Freckles).
Il suo Gumiho è intelligente e generoso, caratteristiche che lo rendono un leader assertivo, con un irresistibile mix di dolcezza e risolutezza; ma sa essere anche implacabile quando svolge il ruolo di cacciatore o deve difendere chi ama.
Questo affascinante dualismo è reso perfettamente dal suo OMBRELLO ROSSO.
Il rosso non a caso è un colore molto potente nella cultura coreana, che ha la funzione di allontanare gli spiriti maligni.
Il Gumiho non lo utilzza solo per riparare la sua amata dalla pioggia  (e come emblema di quel romanticismo a cui molti drama ci hanno abituati), ma anche come un’arma letale con cui combatte i propri nemici e gli spiriti avversi.

– I costumi, soprattutto gli Hanbok d’epoca, sono splendidi e rifiniti in ogni dettaglio. Non potrete che ammirarli indossati dal protagonista maschile, perché gli donano tanto quanto i completi stirati di tutto punto che utilizza nelle scene contemporanee e con cui combatte rimanendo elegantemente impeccabile (un dettaglio che mi ha strappato tutte le volte un sorriso!).

– E prima di concludere non si può non segnalare la particolare opening in stile cartoon – che ho trovato davvero notevole –  a cui fa seguito una delle OST più belle mai sentite finora (cliccate sul link)!
Prima su tutte la magnifica ballad “I’ll be There” di Shownu dei Monsta X (citati anche in una scena con la loro “Newton” e che grazie a questo drama ho iniziato davvero a apprezzare), per proseguire con l’altrettanto splendida “Blue Moon” di Kim Jong Wan (Nell), a cui si aggiungono “Moonchild Ballad” di Lyn e “The Fox’s Wedding Day“.

Anche se questo accostamento potrebbe far inorridire qualcuno, non posso salutarvi senza ribadire che se, come me, amate Il Signore degli Anelli, la Mitologia Greca, Harry Potter e Indiana Jones, allora “Tale of The Nine Tailed” sarà un drama perfetto anche per voi!

Claudia (Fatina Blu di Attraversamento Fatine)

In Our Prime: Nel fiore dei nostri anni – Bach e la matematica

“Nella domanda sbagliata puoi trovare la risposta giusta”.

Ci sono piccoli film virtuosi che rimangono impressi già dalle primissime immagini e dai primi suoni alla mente dello spettatore che ha immediatamente l’idea di entrare in contatto diretto con la storia e con i suoi personaggi. In Our Prime – Nel fiore dei nostri anni (이상한 나라의 수학자) crea una connessione talmente diretta con lo spettatore che ci si sente avvolti da un’atmosfera di numeri e di note musicali senza nemmeno accorgersene. Bach, ma anche Chopin e diversi pezzi famosissimi di musica classica si intersecano così bene nella spiegazione di complessi ragionamenti matematici, aprono e chiudono il film, lo spezzano con interludi al pianoforte, accompagnano qualsiasi ragionamento muto, superando le parole per soffermarsi sull’importanza dei dialoghi silenti, dati da un solo cenno e da uno sguardo degli occhi.

Il giovane Han Ji-woo (interpretato da Kim Dong-hwi, protagonista anche di Chistmas Carol e Missing) si ritrova quasi per caso in un liceo frequentato da compagni altolocati e intelligenti, continuamente umiliato da insegnanti che non lo valorizzano e che sono già certi di un suo fallimento futuro e gli addossano la colpa anche di atti che non ha mai commesso. Convinto di non poter andare all’università, ma determinato a tentarci in ogni caso, anche per soddisfare un desiderio della madre, che mette di lato ogni soldo dei suoi innumerevoli lavori per il figlio, Ji-woo tenta di studiare da solo la matematica, ma senza successo, fino a quando non si imbatte nel burbero e arcigno Lee Hak-sung (Choi Min-sik, il grande protagonista di Old Boy), il guardiano e custode della scuola, che, però, è segretamente un genio matematico. Nella sua guardiola ombrosa, Hak-sung, che sembra invisibile a tutta la popolazione scolastica (e, in questa caratterizzazione, mi ha ricordato molto la protagonista del romanzo francese L’eleganza del riccio), si rivela un fine conoscitore delle arti, della letteratura, della filosofia, della musica e, appunto, della matematica, per cui offre il suo aiuto a Ji-woo, dandogli delle lezioni extra alla chiusura della scuola. Le lezioni sono uno spettacolo di visività, suono ed equazioni (“Io suono delle note e tu mi darai la soluzione all’algoritmo“) e mettono in luce il talento matematico di Ji-woo, un diamante grezzo con una genialità intrinseca che solo Hak-sung riesce a far emergere. Il gruppo viene completato da Park Bo-ram (interpretata da Jo Yun-seo, protagonista anche di The Night Owl), compagna di classe di Ji-woo, talento musicale, ma limitata dalle costrizioni sociali di una famiglia di alta borghesia.

Solo che la genialità matematica non è l’unico segreto che Hak-sung nasconde: il dimesso guardiano scolastico è, in realtà, un grande matematico nordcoreano, fuggito tanti anni prima approfittando di una gara di calcolo e ora in incognito sotto falso nome. Il passato, però, talvolta riemerge nei modi più strani e solo la sua completa comprensione dà la possibilità di chiarire del tutto una serie di azioni e di guardare avanti verso il futuro. Perché la vita è così, misteriosa e logica al tempo stesso come un algoritmo in base neperiana o come una sinfonia di Bach dove i tasti neri predominano sui tasti bianchi.

In Our Prime è un tributo alla matematica e alla musica classica, ma è anche una lenta e coinvolgente riflessione su se stessi, sulle proprie capacità, sulla libertà e sulla forza dei legami reciproci, perché quell’amicizia e quella stima diventano qualcosa che sa abbattere i muri e che sa donare fierezza alle menti dei personaggi. Del resto, come afferma Hak-sung, “il procedimento di risoluzione di un problema è molto più importante della risoluzione stessa” ed è in tutto quel procedimento che sta la formazione di Ji-woo, che scopre le sue forze, ma anche la ri-formazione di Hak-sung, che acquisisce il coraggio di uscire dal suo rifugio per affrontare il mondo.

Piccolo gioiello da recuperare e giustamente apprezzato dalla critica, che ho scoperto al Florence Film Fest del 2023, il film è una visione consigliatissima, che lascia lo spettatore a metà tra le lacrime e le risate, dove si sorride anche con tristezza e si piange per l’emozione e numeri e note si mischiano nella stessa malinconica onda. Da segnalare, all’interno, il cameo di Park Byeong-eun nel ruolo del professore di liceo di Ji-woo (attore già visto e apprezzato in Eve, Oh My Baby, Because This is My First Life, Kingdom) e del giovane talento Tang Jun-sang (il giovane militare di Crash Landing on You e protagonista di Move to Heaven e Badminton Club), che già da solo riempie lo schermo.

Captain-in-Freckles

Seasons of Blossom

Ci sono dei momenti nella vita in cui ci sentiamo di non appartenere a questo mondo, a quello che gli altri vogliono vedere da noi, alle alte aspettative delle persone a cui teniamo, a quell’idea che noi vorremmo dare agli altri, alla ricerca infinita della perfezione, oppure esistono semplicemente alcuni momenti nella vita di ognuno di noi in cui riusciamo a percepire il senso di vuoto e di buio che ci impedisce di toccare il contorno degli oggetti e ci fa perdere il senso di equilibrio, la sensazione tattile, ci ritroviamo con un groppo in gola, incapaci di respirare.

Seasons of Blossom” tocca un argomento molto forte e difficile da affrontare, ma lo tratteggia con una delicatezza incredibile, nella ricostruzione delle sensazioni, delle emozioni, delle percezioni dei personaggi, in un momento difficile della crescita, l’adolescenza. Attenzione, però, perché non si tratta di una serie dove la tematica unica è l’adolescenza, la tematica principale è quella della vita con le difficoltà e le prove che ci riserva ogni giorno e la struttura narrativa, infatti, è divisa in due spazi temporali, quello del passato e quello del presente, anche se, in questa recensione, ho voluto dividere la trama  in stagione del passato, stagione del presente e stagione dei ricordi, una stagione che va a propendere per una speranza futura, sistemando nel presente ciò che si può rimediare, senza dimenticare quel che abbiamo compreso dal passato e, soprattutto, senza rinnegare il passato stesso e i ricordi.

LA STAGIONE DEL PASSATO – Ciò che poteva essere

Quando pensiamo al passato gli attribuiamo spesso delle colpe o incolpiamo noi stessi per non aver fatto abbastanza o perché abbiamo preso determinate decisioni di cui abbiamo pagato le conseguenze nel futuro.

Ha So Mang (So Ju Yeon, “Dr. Romantic 2”, “ Lovestruck in the City”) è una studentessa del Liceo Seoyeon, timida, riservata che non riesce facilmente a fare amicizia con i suoi coetanei e, da appassionata di pittura e disegno, si rifugia spesso nel laboratorio di arte, quando non c’è nessuno, solo per trovare un angolo tutto per sé, non essere costretta alla socialità, ma nascondersi nei suoi sogni in un mondo pieno di tempere e colori, non teme la solitudine, ma cerca di isolare il suo talento per ritrovare se stessa. Un giorno, mentre So Mang è impegnata in un’opera artistica, entra furtivamente in laboratorio Lee Ha Min (Seo Ji-hoon, “Meow, ragazzo segreto”), uno dei ragazzi più apprezzati del liceo, capoclasse, gentile e affabile con tutti e ispirazione per i suoi compagni che tentano di imitarlo e di aspirare ai suoi voti che con tanto impegno raccoglie meritatamente per entrare presto alla facoltà di medicina. Nell’ aula di arte, però, So Mang non riconosce lo stesso Ha Min visto tutti i giorni a scuola, che forse non si è mai accorto di lei nemmeno come compagna di classe, non sa il suo nome, appartiene ad una élite a cui So Mang è timorosa anche solo a pensare. Ha Min è diverso, non è la stessa persona che vede tutti i giorni, è una persona stanca di indossare la maschera che tutti conoscono. In quel laboratorio mostra qualcosa di sé che gli altri non hanno mai visto in lui, la passione per l’arte, una passione in comune per entrambi i ragazzi che li farà avvicinare e innamorare e, anche se le persone ignoreranno la loro relazione, i due ragazzi scopriranno che correre insieme in un giorno di pioggia può abbattere il muro della malinconia e della tristezza.

Ha Min, però, ha in sé un lato oscuro, un lato che nessuno conosce perché il ragazzo lo riesce a camuffare e a nascondere agli occhi delle persone. Ha Min soffre del male di vivere.

“L’estate a volte mi fa sentire come se affogassi”, confida un giorno a So Mang.   

Presto i due ragazzi per una serie di circostanze, decisioni e scelte di altri saranno costretti ad allontanarsi e tutto ciò allargherà la faglia nel cuore di Ha Min che, una volta che aveva conosciuto la possibilità di ritrovare se stesso, dovrà rinnegarla per continuare ad essere quello che gli altri si aspettano da lui, ma stavolta riuscire a tenere il ritmo non sarà semplice e verrà inghiottito da un vortice di dolore e senso di abbandono.

LA STAGIONE DEL PRESENTE – La speranza di migliorare

“Continuo a tornare a quel tempo. Se potessi rivederti, questa volta non lascerei andare la tua mano”, pensa So Mang quando anni dopo torna al liceo Seoyeon come insegnante tirocinante.  Con So Mang sono tornati i ricordi che per altri sono sfumati e vedere nel corridoio Lee Jae Min (Kim Min Kyu) che sorprendentemente somiglia ad Ha Min la fa sobbalzare. Jae Min è un ragazzo gentile, sorridente, ma sembra serbare nel suo cuore un dolore che anche lui non riesce ad esprimere, forse per questo So Mang trova tanta somiglianza tra i due ragazzi. Tra i corridoi del liceo si incrociano le storie di altri ragazzi, Yoon Bo Min (Kang Hye Won) studentessa modello, capoclasse, sempre con la testa sulle spalle, una ragazza riflessiva e impegnata a scuola e nelle attività culturali e sportive. Kan Sun Hee (Oh Yoo Jin), amica di Bo Min, sempre pronta ad aiutare l’amica e chiunque si trovi difficoltà, amica d’infanzia di Jae Min per il quale prova un affetto che crede non sia corrisposto e Choi Jin Young (Yoon Hyun Soo), nerd, appassionato campione di videogiochi, dal carattere schivo che si ritroverà a collaborare con Bo Min in un accordo segreto.

La vita dei ragazzi del liceo Seoyeon nella stagione presente non è priva di difficoltà, le loro storie ci faranno pensare, ma ci regaleranno anche un sorriso come segno di speranza per il futuro. La stessa So Mang scoprirà grazie a Jae Min alcune verità che cercava.

LA STAGIONE DEI RICORDI – Recuperare il tempo insieme in una dimensione onirica

“In quel momento una sciocca speranza mi attraversò la mente. Nel posto in cui custodivamo i nostri ricordi, potevi esserci tu ad aspettarmi”.

Penso che una delle cose più difficili da fare nella propria vita sia proprio perdonare se stessi, soprattutto se ci sentiamo in colpa per qualcosa o per non aver fatto abbastanza per qualcuno. So Mang sceglie di fare il tirocinio nel suo vecchio liceo per recuperare quel tempo perduto che non ha potuto trascorrere con Ha Min che, nell’ estate seguente il loro incontro, si è tolto la vita, quella vita invidiata da tutti, ma che in un attimo di crollo emotivo, di cui si erano accorti in molti, era stata disprezzata, calpestata e abbandonata. Ha Min che aveva allontanato So Mang, quasi per non farla inghiottire dal suo stesso male di vivere, ma che forse era andato a cercarla nelle ultime ore della sua vita in quel tentativo di raggiungere la sua unica luce, quell’ isola di speranza che aveva letto il suo io più intimo e che lo aveva compreso senza chiedere spiegazioni. Eppure, un messaggio non letto, una chiamata senza risposta, un ritardo normale, può trascinare con sé un dolore infinito e un atto estremo nell’ oscurità dell’anima.

Un amore che nasce e continua nel tempo, che per la protagonista non smetterà mai di esistere e che, in una dimensione onirica, riuscirà a rincontrare e a chiedergli: “Ti sei mai pentito?”.  Un contatto che serve a So Mang per perdonare se stessa, per far sì che il ricordo di Ha Min non sparisca, per rielaborare il lutto e per trovare la forza di continuare.

Alcuni la chiamano depressione, per altri è male di vivere e, anche se non vi si soffre quotidianamente, ognuno di noi ha avuto almeno un episodio nella propria vita e non serve vergognarsene, serve accettare se stessi, ritrovare la forza, non rinnegare i propri sogni e trovare una persona cara disposta a correre con te sotto la pioggia, dopo una giornata calda d’estate che ci ha travolti di spossatezza infinita.

Tratto da un webtoon, “Seasons of Blossom” è una storia commovente, intimista, dolorosa, una storia di crescita che vi catturerà e che per alcuni tocchi mi ha ricordato “L’attimo fuggente”. Consigliatissimo!

Memoru Grace

Suzume: una porta socchiusa sull’Altrove

A volte, il viaggio più lungo è la distanza tra due persone

Di solito, passano sempre tre anni esatti tra un’uscita di un capolavoro di Makoto Shinkai e un’altra. Tre anni sofferti e vissuti nell’oblio di nuove informazioni e nel tentativo di riuscire a spiegare e ad interpretare la pellicola precedente, quando, improvvisamente, arriva un’altra pellicola e il buon Sensei è riuscito a confondere nuovamente tutte le nostre certezze, con una storia all’apparenza semplice, ma che riesce a scavare nel più profondo dell’animo umano. Ma i veri fan non demordono praticamente mai e, anche stavolta, con una melodia quasi sussurrata in testa (che vi proponiamo qui di seguito), siamo andate al cinema alla prima di Suzume (すずめの戸締まり Suzume no Tojimari) e siamo uscite quasi in silenzio.

Pronti per un’intervista doppia sulle nostre opinioni?

TRAMA: Un giorno, prima di andare a scuola, l’adolescente Suzume si imbatte per caso nel misterioso Sota, che cerca monumenti in rovina e porte abbandonate. Incuriosita dall’attività del giovane, Suzume si reca da sola alle rovine e apre una porta che le fa vedere uno scenario meraviglioso, come di un mondo lontano e vicino al tempo stesso. Solo che la terra si scuote, una strana creatura esce dalla porta e Suzume fugge lasciando la porta aperta e scatenando una serie di eventi complessi, che la porteranno in giro per il Giappone per tentare di salvare tutti dai terremoti, ma anche per ritrovare se stessa. Dal sud al nord del paese, dall’esterno all’interno delle proprie emozioni, fino ad un posto ignoto, l’Altrove, in cui forse in un determinato momento della sua vita si è smarrita la stessa Suzume.

CHE SENSAZIONE TI HA TRASMESSO QUESTO FILM?

Memoru Grace

Come ogni film di Makoto Shinkai, anche Suzume mi ha fatto perdere in una dimensione onirica e ho tentato per ogni scena di ricordare tutti i particolari perché ero quasi certa che sarebbero stati importantissimi per la soluzione finale, poi, tra una musica, un’emozione, una sorpresa, ti ritrovi a ripensare per i giorni seguenti a quel qualcosa che era così visibile eppure così magico che non lo hai percepito del tutto. Per me questa è la grandezza di Makoto Shinkai, leggere in chiavi diverse le sue opere e capire sempre qualcosa di più.

Captain-in-Freckles

Un senso di estasi onirica, senza sapere più se ci si trovava tra sogno e realtà. Come la maggior parte dei film di Makoto Shinkai, non credo di averlo capito del tutto fino alla fine. O, meglio, come sempre, ho avuto la sensazione di capire tutto per, poi, essere destabilizzata ad un terzo del film, ri-destabilizzata a metà e trovare l’appagamento finale.

L’ELEMENTO O L’EMOZIONE RICORRENTE NEL FILM?

Memoru Grace

Per me ciò che ricorre maggiormente nel film è l’infanzia e proprio per questa tematica, insieme a delle grandi figure femminili, questa ultima opera di Makoto Shinkai si avvicina al mondo dello Studio Ghibli. Ho percepito gli elementi dell’infanzia in moltissime scene e particolari: la sediolina (ricordo della madre della protagonista e tramite tra le due dimensioni), il Luna Park, i ricordi sfumati di Suzume piccola, i due bambini incontrati durante il viaggio, il gatto, la storia stessa che è quasi una “caccia al tesoro” per ritrovare se stessi, i propri ricordi, un affetto nascosto così delicatamente nei meandri della mente.

Captain-in-Freckles

Il legame col passato che diventa futuro e presente, al tempo stesso: tre dimensioni che si perdono e si fondono insieme. Il viaggio come momento di crescita, il sogno e l’illusione come un’altra realtà, forse più vera, più interiore, da afferrare e custodire. Ci sono, poi, oggetti piccoli, all’apparenza quasi insignificanti, forse rotti o consunti, che mi hanno ricordato un po’ il filo rosso di Your Name: la persistenza del ricordo, ma anche la possibilità attiva affidata a noi stessi, quell’aggrapparsi alla vita quasi al di fuori di essa, che permette di salvarci. Suzume dice che non ha paura della morte e, in effetti, non ha paura nemmeno di smarrirsi nell’Altrove, perché sa che ha quella forza enorme di venirsi incontro da sola e di salvarsi.

PERSONAGGI

Memoru Grace

Come ho detto prima, ho apprezzato moltissimo le tante figure femminili del film, aiutanti della protagonista, così come la figura del misterioso Sota che mi ha affascinato fino alla fine. Suzume, finalmente una protagonista femminile per un’opera di Makoto Shinkai che aveva in precedenza presentato altre bellissime figure femminili, ma stavolta la storia è vista direttamente dagli occhi della ragazza. Un plauso per la zia della protagonista con la quale ho personalmente empatizzato per tutta la storia perché anche per lei non è stato facile crescere una bambina che aveva appena perso la madre e dedicarle i migliori anni della sua giovinezza. impeccabili le psicologie dei personaggi come solo questo regista riesce a regalare per ogni storia.

Captain-in-Freckles

La protagonista è stata sicuramente il mio personaggio preferito, ben tratteggiata e valorizzata nel suo percorso di crescita, visto che tutto il film è affidato a lei (che dà anche il titolo alla pellicola). Mi ha ricordato la protagonista di Weathering with You, sempre di Makoto Shinkai, ma con un’evoluzione ulteriore, che la fa avvicinare di più a quelle inarrivabili eroine femminili dello Studio Ghibli. Anche il protagonista maschile, Sota, mi è sembrato uscito dallo Studio Ghibli: ho trovato nel suo modo misterioso di portare avanti la sua missione una somiglianza incredibile con il mago protagonista de Il castello errante di Howl. Pure diversi elementi magici (la sedia, così come il fuoco), che da elementi si trasformano in veri e propri personaggi, mi hanno ricordato quella dimensione magica e interiore di Howl. Suzume, inoltre, incontra una serie di personaggi lungo il cammino, che sembrano quasi delle tappe della sua stessa esistenza (la coetanea in motorino, la giovane madre single che riflette sulla sua infanzia, etc.). Menzione speciale per la zia quarantenne, che l’ha cresciuta, facendole da madre e che, personalmente, shippavo con l’amico del protagonista, durante l’ultimo meraviglioso viaggio a bordo di una decappottabile rotta.

FORMAZIONE, MAGIA O RICORDO?

Memoru Grace

Suzume è una storia di formazione che parte dall’adolescenza per cercare la propria infanzia attraverso una dimensione magica che ha privato del ricordo la protagonista. Ancora una volta l’elemento della dimensione spazio-temporale fa da grande protagonista, ma Suzume è una ragazza che ha bisogno di affetto e lo vuole trovare al di là della situazione presente, sa che è stata prescelta per qualcosa di grande e grazie a questa missione riuscirà anche a comprendere quella “mancanza” che sente e di cui soffre quotidianamente. Ritrovare un ricordo è la vera missione della protagonista e, attraverso una porta magica, l’Altrove le darà questa possibilità!

Captain-in-Freckles

Si tratta sicuramente di una storia di formazione che utilizza l’espediente della magia per scavare nel ricordo per guardare al futuro. In questo senso, perciò, tutti questi tre elementi sono presenti. In particolare, la formazione, che è una crescita e una costruzione del proprio io, fatta passo per passo e mattone su mattone, avviene proprio attraverso il ricordo o, meglio, in cerca di quel ricordo perduto, che da solo può aiutare a capire il presente e palesare il futuro. Allora, la magia, a questo punto, rimane sì un elemento importante, ma molto meno magico di quanto non si possa credere. Per Makoto Shinkai, la magia è quasi casualità, non tanto una caratteristica peculiare, quanto uno strumento che tutti quanti possiamo trovare in noi stessi, se solo siamo in grado di leggere correttamente i segni. In tutto ciò, il film diventa un viaggio psicologico, a cui tutti gli elementi descritti concorrono.

Abbiamo cercato di non fare spoiler, perché questo film vale assolutamente il recupero, per cui vi consigliamo quanto prima la visione di questa pellicola, l’ascolto della sua colonna sonora e magari un magico viaggio in mezzo a luoghi stra-noti per ritrovare il luogo più nascosto e più ambito: noi stessi.

Postilla finale: il film è uno dei più grandi successi di botteghino del regista, in particolare in Estremo Oriente (avendo registrato incassi da record in Giappone, Cina e Corea del Sud), anche perché sono tratteggiati fatti ed eventi realmente accaduti e che hanno avuto una eco incredibile in tutta l’Asia, come il terremoto con successivo maremoto di Tohoku, avvenuto l’11 marzo 2011, con una magnitudo superiore al nono grado della scala Richter e onde anomale che superarono i 40 metri. Si tratta di uno dei terremoti più devastanti della storia dell’umanità e che ha avuto conseguenze terribili anche per le infrastrutture energetiche (si ricorda, per esempio, il disastro della centrale nucleare di Fukushima). Ad oggi, il numero ufficiale è di 15 703 morti accertati, 5 314 feriti e 4 647 dispersi.

Memoru Grace & Captain-in-Freckles

59th Baeksang Arts Awards

il 28 aprile 2023, si è svolta all’Incheon Paradise City di Incheon (vicino a Seoul) la 59esima edizione dei Baeksang Arts Awards, una delle premiazioni più importanti dell’Hallyu cinematografico e televisivo sudcoreano. Ancora una volta la cerimonia è stata presentata da Shin Dong-yup, Bae Suzy e Park Bo-gum, ormai veterani del palco dei Baeksang. Noi abbiamo seguito la manifestazione per voi. Ecco candidature, vincitori e un po’ di news al riguardo.

Miglior Film: Next Sohee; The Night Owl; Hansan: Rising Dragon; Hunt; Decision to Leave. WINNER: The Night Owl

Migliore Regia: Kim Han-min per Hansan: Rising Dragon; Park Chan-wook per Decision to Leave; Ahn Tae-jin per The Night Owl; Lee Jung-jae per Hunt; Jung Ju-ry (July) per Next Sohee. WINNER: Park Chan-wook (Decision to Leave)

Migliore Regia Esordiente: Kim Se-in per The Apartment with Two Women; Park Yi-woong per The Girl on a Bulldozer; Ahn Tae-jin per The Night Owl; Lee Sang-yong per The Roundup; Lee Jung-jae per Hunt. WINNER: Ahn Tae-jin (The Night Owl)

Migliore Attore Protagonista di un Film: Ma Dong-seok per The Roundup; Ryu Jun-yeol per The Night Owl; Park Hae-il per Decision to Leave; Song Kang-ho per Broker – Le buone stelle; Jung Woo-sung per Hunt. WINNER: Ryu Jun-yeol (The Night Owl)

Migliore Attrice Protagonista di un Film: Bae Doona per Next Sohee; Yang Mal-bok per The Apartment with Two Women; Yum Jung-ah per Life is Beautiful; Jeon Do-yeon per Kill Boksoon; Tang Wei per Decision to Leave. WINNER: Tang Wei (Decision to Leave)

Migliore Attore Non Protagonista di un Film: Kang Ki-young per The Point Men; Kim Sung-cheol per The Night Owl; Park Ji-hwan per The Roundup; Byun Yo-han per Hansan: Rising Dragon; Im Si-wan per Emergency Declaration. WINNER: Byun Yo-han (Hansan: Rising Dragon)

Migliore Attrice Non Protagonista di un Film: Park Se-wan per 6/45; Bae Doona per Broker – Le buone stelle; Ahn Eun-jin per The Night Owl; Yum Jung-ah per Alienoid; Lee Yeon per Kill Boksom. WINNER: Park Se-wan (6/45)

Migliore Attore Esordiente in un Film: No Jae-won per Missing Yoon; Park Jin-young per Christmas Carol; Byeon Woo-seok per 20th Century Girl; Seo In-guk per Project Wolf Hunting; Ong Seong-wu per Life is Beautiful. WINNER: Park Jin-young (Christmas Carol)

Migliore Attrice Esordiente in un Film: Go Youn-jung per Hunt; Kim Si-eun per Next Sohee; Kim Hye-yoon per The Girl on a Bulldozer; Lee Ji-eun (IU) per Broker – Le buone stelle; Ha Yoon-kyung per Gyeong-ah’s Daughter. WINNER: Kim Si-eun (Next Sohee)

Migliore sceneggiatura da cinema: Park Gyu-tae per 6/45; Lee Jung-jae e Jo Seung-hee per Hunt; Park Chan-wook e Jeong Seo-kyeing per Decision to Leave; Jung Ju-ri (July) per Next Sohee; Ahn Tae-jin e Hyun Kyu-ri per The Night Owl. WINNER: Jung Ju-ri (Next Sohee)

Migliore tecnica per cinema: Ryu Seong-hee per la scenografia di Decision to Leave; Lee Mo-gae per la fotografia di Hunt; Jeong Seong-jin e Jeong Chul-min per gli effetti speciali di Hansan: Rising Dragon; Cho Young-wook per la colonna sonora di Decision to Leave; Hong Seung-cheol per le luci di The Night Owl. WINNER: Lee Mo-gae (Hunt)

Miglior Drama TV: My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; The Glory; Our Blues – Vite intrecciate; Avvocata Woo; Little Women. WINNER: The Glory

Miglior Regia TV: Kim Kyu-tae per Our Blues -Vite intrecciate ; Kim Seok-yoon per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Kim Hee-won per Little Women; Yoo In-shik per Avvocata Woo; Lee Joo-young per Anna. WINNER: Yoo In-shik (Avvocata Woo)

Gran Premio per la Televisione (Daesang): Park Eun-bin (Avvocata Woo)

Migliore Attore Protagonista in un Drama: Son Suk-ku per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Lee Byung-hun per Our Blues – Vite intrecciate; Lee Sung-min per Reborn Rich; Jung Kyung-ho per Crash Course in Romance – Corso accellerato sull’amore; Choi Min-sik per Big Bet: La Grande Scommessa. WINNER: Lee Sung-min (Reborn Rich)

Migliore Attrice Protagonista in un Drama: Kim Ji-won per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Kim Hye-soo per Under the Queen’s Umbrella; Park Eun-bin per Avvocata Woo; Song Hye-kyo per The Glory; Bae Suzy per Anna. WINNER: Song Hye-kyo (The Glory)

Migliore Attore Non Protagonista in un Drama: Kang Ki-young per Avvocata Woo; Kim Do-hyun per Reborn Rich; Kim Jun-han per Anna; Park Sung-hoon per The Glory; Jo Woo-jin per Narcosantos. WINNER: Jo Woo-jin (Narcosantos)

Migliore Attrice Non Protagonista in un Drama: Kim Shin-rok per Reborn Rich; Yeom Hye-ran per The Glory; Lee El per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Lim Ji-yeon per The Glory; Jung Eun-chae per Anna. WINNER: Lim Ji-yeon (The Glory)

Migliore Attore Esordiente in un Drama: Kim Gun-woo per The Glory; Kim Min-ho per New Recruit; Moon Sang-min per Under the Queen’s Umbrella; Joo Jong-hyuk per Avvocata Woo; Hong Kyung per Weak Hero Class 1. WINNER: Moon Sang-min (Under the Queen’s Umbrella)

Migliore Attrice Esordiente in un Drama: Kim Hieora per The Glory; Roh Yoon-seo per Crash Course in Romance – Corso accelerato sull’amore; Lee Kyung-seong per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Joo Hyun-young per Avvocata Woo; Ha Yoon-kyung per Avvocata Woo. WINNER: Roh Yoon-seo (Crash Course in Romance)

Migliore Sceneggiatura di Drama: Kim Eun-sook per The Glory; Moon Ji-won per Avvocata Woo; Park Hae-young per My Liberation Notes – Il diario della mia libertà; Jeong Seo-kyung per Little Women; Hong Jung-eun e Hong Mi-ran (sorelle Hong) per Alchemy of Souls e Alchemy of Souls: Light and Shadow. WINNER: Park Hae-young (My Liberation Notes)

Migliore Tecnica in un Drama o in un programam TV: Noh Young-sim per la colonna sonora di Avvocata Woo; Ryu Seong-hee per la scenografia di Little Women; Song Nak-hoon, Jo Jin-hyeon e Hwang In-woo per la fotografia di Inkigayo; Hwang Jin-hye per gli effetti speciali in Avvocata Woo; Jang Jong-kyung per la fotografia in The Glory. WINNER: Ryu Seong-hee (Little Women)

Migliore Programma TV di intrattenimento: Earth Article; Psick Show – terza stagione; Physical: 100; EXchange – seconda stagione; SNL Korea 3. WINNER: Psick Show

Miglior Programma TV a scopo educativo o Documentario: National Investigation Headquarters; In the Name of God: A Holy Betrayal; Your Literacy Skills +; Adult Kim Jang-ha; Hidden Earth: 3 Billion Years on the Korean Peninsula. WINNER: Adult Kim Jang-ha

Miglior Performer maschile in un varietà TV: Kian84; Kim Kyung-wook; Kim Jong-kook; Jun Hyun-moo; Hwang Je-sung. WINNER: Kim Jong-kook

Miglior Performer femminile in un varietà TV: Kim Min-kyung; Park Se-mi; Lee Soo-ji; Lee Eun-jin; Joo Hyun-young. WINNER: Lee Eun-jin

Miglior Recitazione Teatrale: Ha Ji-seong (Teenage Dick)

TikTok Baeksang 2023 Popularity Award: IU & Park Jin-young

Per recuperare lo show:

Vi lasciamo con alcuni momenti fotografici della cerimonia. Enjoy!

Captain-in-Freckles & Memoru Grace & Miss Lor

Porco Rosso – Il cielo e la libertà

“Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale”

In questo 25 aprile, non a caso scrivo questa recensione di un film d’animazione famosissimo e spettacolare con, in apertura, una citazione che è considerata uno dei momenti più politici del cinema di Hayao Miyazaki, ma anche un vero inno alla libertà, personale e di pensiero, l’indipendenza intellettuale da qualsiasi forma di costrizione e da qualsiasi regime. Perché Porco Rosso (紅の豚 Kurenai no buta) è così: un volo continuo tra i cieli non in cerca della libertà, ma in sua continua e devota testimonianza, una rottura dai legami e dalle autorità intellettuali. Quando nel 1992, uscì nelle sale cinematografiche questo capolavoro, dopo uno strano passaggio di produzione e distribuzione (per cui era stata chiesta al Maestro Miyazaki solo la produzione di un mediometraggio destinato unicamente all’intrattenimento sui voli internazionali della Japan Airlines), nessuno pensava che contenesse un vero e proprio manifesto delle idee politiche dell’autore e una quasi identificazione tra i destini simili di Giappone e Italia durante gli anni ’20-’40, Stati oppressi da regimi autoritari che hanno frenato le aspirazioni di libertà. Eppure, in circa un anno di lavoro e di disegni, Miyazaki è riuscito a creare qualcosa di epocale, che unisce la sua visuale fantastica e fiabesca alla grande e drammatica storia, con quel tocco di steampunk che non manca mai alle sue opere e che è diventato quasi un marchio di fabbrica.

Il protagonista, Marco Pagot, è un abile aviatore della Regia Aeronautica italiana che si è distinto particolarmente per le sue missioni pericolose durante la Prima Guerra Mondiale. In una di queste, è sopravvissuto per miracolo a morte certa, ma, dopo un’esperienza premorte, quasi frutto di un incantesimo ignoto, si è risvegliato con le sembianze di un maiale. Intanto, sono passati gli anni, in Italia il fascismo si è insediato saldamente e Marco si è messo in proprio come cacciatore di taglie dei contrabbandieri dell’aria, che insegue con il suo idrovolante monoplano rosso di tipo Savoia S.21 (o S.21 “Folgore”, dopo aver montato l’omonimo motore), che lui chiama affettuosamente Porco Rosso. Alle abilità di Marco sono interessati sia i pirati dell’aria, che, per fronteggiarlo, hanno ingaggiato Donald Curtis, asso dell’aviazione statunitense, brillante ed esuberante avventuriero, sia i fascisti, che vogliono riportare Marco tra i propri ranghi. Intanto, Marco si muove dal suo covo segreto sulla costa dalmata, alle isole dell’Adriatico dove si trova il club di Gina, sua vecchia fiamma con cui non si è mai potuto dichiarare a causa del suo aspetto mostruoso, a Milano per far riparare il suo idrovolante dall’officina del signor Piccolo, dove vive Fio, la nipote diciassettenne che è un provetto meccanico e che accetta Marco al di là di qualsiasi aspetto. “Quando ti guardo, mi viene da pensare che l’umanità non sia poi tutta da buttare“, le confessa Marco, le cui sembianze sembrano tornare umane sotto lo sguardo amorevole di Fio, perché la ragazza condivide con lui l’ansia di libertà, ma aggiungendo anche quell’ingrediente di speranza verso il futuro che le disillusioni di Marco avevano rimosso.

Il cielo, così come il mare, diventano teatro di scontri pirateschi quasi salgariani in un piccolo e fiabesco ambiente dove ognuno, a modo suo, cerca di mantenere la propria libertà, quel concetto astratto e bistrattato, tanto conclamato da regimi e guerre di ogni tipo, ma così difficile da raggiungere. Una guerra illusoria e le false promesse hanno tolto a Marco qualsiasi innocenza (la sua trasformazione in maiale), ma l’amore per una prospettiva futura condivisa ne può decretare la liberazione. Se la libertà non arriva da sola, allora Marco (così come gli altri personaggi) decidono di riprendersela e, una volta conquistata, di mantenerla. Una liberazione che è preservazione della propria indipendenza e speranza per il futuro.

Guest star d’eccellenza: Arturo Ferrarin, ex compagno d’arme di Marco e ancora suo amico, che lo avvisa del fatto che i fascisti siano alla sua ricerca e tenta, in qualche modo, di ripararlo. Si tratta di un personaggio esistito realmente, celebre aviatore e militare italiano, eroe della Prima Guerra Mondiale e famoso per il raid aereo Roma-Tokyo nel 1920 (100 ore di volo con scalo e tappe in Cina – 3 – e in India – 2) e per l’impresa Roma-Brasile (49 ore di volo consecutive senza scalo) a bordo di un idrovolante Savoia-Marchetti S-64 molto simile a quello guidato da Marco Pagot nel film.

Ma il citazionismo non finisce qui, perché, nonostante il protagonista del film di Miyazaki sia immaginario, il suo nome non lo è: il suo nome, infatti, è un omaggio diretto a Nino e Toni Pagot, fumettisti e disegnatori italiani, creatori del celebre Calimero e di Grisù il draghetto, ma anche a Marco e Gina Pagot, figli di Nino e ideatori di Il fiuto di Sherlock Holmes, serie d’animazione diretta da Hayao Miyazaki e coprodotta con lo Studio Pagot (per la RAI).

Altra guest star d’eccezione sono gli aerei o, meglio, gli idrovolanti italiani, tradizione celebrata più avanti da Miyazaki anche nel film Si Alza il Vento. Idrovolanti costruiti sul Lago di Varese, presso la fabbrica di Sesto e stanziati all’idroscalo della Schiranna, o presso i Cantieri Riuniti dell’Adriatico, dove lavoravano ingegneri che, poi, confluirono all’Agusta. Esemplari famosi, come quello della trasvolata di Italo Balbo, compaiono in questo film come preziosi camei d’autore e per chi è amante di questi citazionismi dell’aria da parte di Miyazaki è sempre cosa buona e giusta una visita presso il Museo di Volandia a Somma Lombardo (VA), vicino all’aeroporto Malpensa-Milano. Del resto, gli aerei per Miyazaki sono sempre stati metafora di concetti elevati: strumento di conoscenza e di liberazione, impiegato malamente dai governi come strumento di guerra e di costrizione, Miyazaki li libera dai legami dei regimi e li fa volare in alto nei cieli per riportarli al loro scopo originario, ovvero la libertà di conoscere e di comprendere le proprie idee.

E a chiunque voglia limitare i vostri orizzonti ricordate sempre che “un maiale che non vola è solo un maiale“. Buona liberazione!

Captain-in-Freckles

Connect (ovvero un uomo e il suo occhio)

“Forse qualche volta esistono delle cose buone in questo modo infernale”

Talvolta, ci capita di svegliarci e di trovarci in un incubo. Capita di notte, quando tutto lo stress accumulato durante la giornata si sfoga in un immaginario distruttivo di frustrazione; capita dopo un periodo brutto, quando non riusciamo a trovare mai una vera luce che ci illumini il cammino; capita sempre, quando ci sentiamo soli, incompresi, come estranei e alieni al mondo intorno, da cui fuggiamo perché non percepiamo alcuna empatia. Ci sembra di essere accecati, come a vagare di notte in un quadro di Füssli, e non riusciamo volontariamente a trovare una strada, fino a quando, ad un certo punto, non decidiamo di uscire dalle nostre tenebre che ci oscurano la mente e di riprenderci la luce, ridiventando di nuovo noi stessi, composti in ogni nostro più piccolo elemento, con gli occhi aperti per affrontare il mondo. E, allora, diversità o meno, senso di alienazione o non riconoscimento con l’umanità, non ci nascondiamo più, perché sappiamo di poter fare la differenza, anche se in minime cose, e usciamo finalmente da un incubo che sembrava di essere eterno. Parafrasando dal titolo dell’autore francese Céline, il drama Connect è un eterno viaggio nel cuore della notte, sospeso a metà tra l’invincibilità e lo splendore umani e le tenebre di un incubo che ne raffigura il Male. E, tanto per mettere in chiaro il concetto sin da subito, questo non è un drama per tutti, per cui è necessario evitare la visione se non si ha un cuore fermo e saldo e una bassa impressionabilità all’orrore.

La storia narra la parabola di Ha Dong-soo (interpretato da un Jung Hae-in – D.P., Something in the Rain, Snowdrop, One Spring Night, A Piece of Your Mind -, che, più va avanti, più mi sembra Di Caprio in cerca di ruoli complessi per guadagnare un Oscar), dalle tenebre circostanti alla luce interiore. Ha Dong-soo è un ragazzo solitario, che vive ai margini della società, si muove nel buio e nella notte di una Seoul pietrificata e guadagna suonando la chitarra in piccoli video online, dove nasconde sempre il suo volto. Tutte queste precauzioni sono prese perché Dong-soo non è un comune essere umano: una qualche forma indefinita di evoluzione genetica ha trasformato il suo corpo, tanto da renderlo un Connect, ovvero un mutante le cui parti del corpo sono tutte “in connessione” fra loro. Per chiarire il concetto, se cade da un palazzo, le sue ossa si risistemano, permettendogli di guarire e non morire; se si brucia o si ferisce, la sua pelle si autorigenera; se gli viene tagliato un arto, questo genererà immediatamente tanti piccoli tentacoli per riattaccarsi al corpo (nel senso letterale della parola). Questa sua caratteristica lo qualifica come una rarità, un mostro per gli esseri umani, ma ipoteticamente una perfetta cavia da laboratorio per gli scienziati (cosa che mi ha ricordato molto il manga/anime Ajin) e merce preziosa per il contrabbando illegale di organi. “Ho sempre nascosto chi sono per tutta la vita, perché sono diverso“, afferma Dong-soo a Lee I-rang (Kim Hye-jun, la regina cattiva di Kingdom e la secondaria di Just Between Lovers), hacker misteriosa con i capelli per metà colorati, che interviene sempre per salvarlo dai pericoli e che, ogni volta, gli fornisce speranza: “Fortuna o destino, non deve finire così. Il futuro può essere cambiato“.

Le prime immagini del drama ci mostrano da subito come Dong-soo, braccato dai criminali della peggior specie, sia rapito dai trafficanti di organi, che gli espiantano un occhio. Forse le intenzioni erano ancora più gravi, viste le straordinarie capacità della vittima, ma Dong-soo si sveglia sul tavolo operatorio, si ricompone (letteralmente, con tanto di punti di sutura immaginari) e si libera dal medico contrabbandiere (con tanto di infarto di quest’ultimo); però, non riesce a trovare il suo occhio che è stato già “venduto” ad un altro soggetto. Nella ricerca del suo bulbo oculare e munito di benda, come i migliori pirati, Dong-soo inizia a ricevere una serie di messaggi telepatici dalle sinapsi dell’occhio che gli è stato rubato, cosa che gli permette di vedere cosa fa in contemporanea il detentore temporaneo dell’occhio. E, giacché, per un sillogismo automatico sulla criminalità, dai trafficanti di organi non si fanno mai operare persone normali, il nuovo detentore dell’occhio si rivela essere Oh Jin-seop (interpretato da Go Kyung-pyo, che era carino in Chicago Typewriter e Love Contract, ma adesso è diventato uno degli artefici dei miei incubi). Jin-seop, di giorno, è un impiegato modello e carrierista, perfettamente appagato da una relazione appassionata con una collega. Nel tempo libero, però, si trasforma in un serial killer, ma – badate bene – non un serial killer qualsiasi, bensì un fissato da brividi con la missione di trasformare l’omicidio in arte e ogni sua vittima in una scultura, con tanto di competenze scultoree e tassonomiche al tempo stesso. E, siccome questo talento non sembrava sufficiente, Jin-seop ha anche una passione per l’astrologia, l’esoterismo, la magia oscura e la simbologia, per cui, nel suo delirio di onnipotenza come nuova divinità demoniaca sulla terra, uccide, imbalsama, dipinge, assembla, crea una body art estrema con i corpi delle sue vittime e, poi, posta le foto online, dove un numero considerevole di seguaci ammira la sua perfezione artistica e la sua abilità, ma anche la simbologia che ogni opera nasconde. Mentre la polizia, capitanata dal detective Choi (Kim Roi-ha, uno degli attori feticcio di Bong Joon-ho, che lo ha diretto in Memorie di un assassino e Barking Dogs Never Bite), segue le tracce di questo psicopatico, ma sembra essere perennemente fuori strada, Dong-soo s’imbatte quasi casualmente in lui, seguendo i messaggi che arrivano dal suo occhio che chiede di tornare al suo proprietario originario.

Ovviamente non solo la ricerca è complessa perché i serial killer intelligenti sono bravi a far sparire le tracce e perché la polizia inizia a pensare che sia lui il vero colpevole, ma diventa ancora più ardua, quando Jin-seop si rende conto di lui e si qualifica come sua nemesi, un necessario alter ego complementare alla sua personalità mostruosa, che è destinato a superare: “Agli occhi del mondo, siamo entrambi dei mostri. […] Siamo come due poli opposti. Io voglio ascendere verso l’eterna bellezza, nonostante sia nato e abbia vissuto finora in modo insignificante. Tu sei nato al di fuori da un mondo che non ti accetta, ma, nonostante tutto, cerchi ancora disperatamente di esserne parte“. E l’inseguito diventa l’inseguitore.

L’eterno dissidio umano tra Bene e Male, tra luce e tenebre, ma soprattutto tra la parte migliore di noi e la parte più deplorevole e agghiacciante si consuma qui, in uno scontro serrato che diventa un dialogo muto tra i due opposti, ciò che l’umanità considera un mostro e che vuole salvare il mondo e ciò che proviene da un’umanità irreprensibile e che vuole annientarla. E, a questo punto, ci si chiede che cosa è davvero il mostro? In un modo un po’ meno filosofico e complesso degli interrogativi posti da Sweet Home, anche Connect introduce una serie di tematiche che diventano un’analisi della grandezza e della brutalità umana al tempo stesso, dove l’oscuro e la luce si confondono ed è facile scambiare per angeliche creature che non lo sono affatto, ma che aspirano solo alla fugace ed eterna perfezione della bellezza. Rimane, però, sempre aperto un quesito, come una piaga che ci sconvolge l’esistenza: se tutte le parti di noi sono legate, come in una connessione quasi cybernetica, questo significa che anche i nostri frammenti buoni e cattivi sono, a loro volta, connessi fra loro, in uno scambio continuo dove le differenze rischiano di dissolversi, se il libero arbitrio non viene esercitato per il bene. In quest’eterna connessione, dove Bene e Male stanno a guardarsi reciprocamente come a valutarsi da lontano in un duello alla Sergio Leone, la scelta estrema è rimessa all’essere umano e alla sua volontà, così come è rimessa a tutta l’umanità la capacità di accettare le differenze, che non sono una perdita o un ostacolo, ma costituiscono una ricchezza.

Non rivelerò cosa accadrà al serial killer, se verrà catturato e consegnato alla giustizia o meno, né cosa accadrà al nostro eroe e al suo occhio, nella loro reciproca ricerca, perché, una volta iniziato questo drama (e superate le prime angosce e le prime paure, da cui, tuttavia, non riuscirete a liberarvi del tutto fino alla fine), è necessario divorare gli episodi quasi di seguito, trasportati nell’immobilità notturna di questo eterno inseguimento tra le due metà opposte. Connect (커넥트) è un drama horror/crime/sci-fi ben sviluppato e diretto con esperienza dal regista giapponese Takashi Miike (uno che, dei film d’azione con ninja, Yakuza e katana, che tanto piacciono a Tarantino, ha creato dei casi cult in Asia), ispirato all’omonimo webtoon scritto e disegnato per la piattaforma Naver da Shin Dae-sung e prodotto da Studio Dragon e Disney+. Tuttavia, nonostante la bravura degli attori e il ritmo serrante mantenuto sempre in modo costante e piacevole, a mio avviso è un esperimento interessante, ma riuscito solo per metà. La serie, infatti, è molto intensa, ma troppo corta per i miei punti di vista: si tratta solo di 6 episodi, giusti per sviluppare e portare a compimento il caso del serial killer e la piccola parabola momentanea del protagonista, ma troppo pochi per concludere tutte le tematiche che sono state proposte in poco tempo e che non sono state più riprese (chi sono e da dove vengono i Connect, quanti sono, dove si nascondono, esiste un futuro per loro?). Tutt’al più che ci troviamo di fronte un Jung Hae-in in stato di grazia, duro, oscuro e senza sorriso come in D.P., motivato ad alzare l’asticella delle sue performance. Giacché non mi risulta che la serie sia stata rinnovata, né che sia stata mai contemplata una seconda stagione, il mio appello alla produzione è il seguente: serve un continuo subito! E non tanto per il finale (perché una conclusione c’è, abbastanza soddisfacente e senza cliffhanger), ma perché servono spiegazioni su troppi indizi disseminati a caso e perché tutti, in fondo, siamo un po’ dei Connect e ci siamo rivisti nel protagonista. Certo, magari non proprio nel suo occhio.

Consigliato: a chi non ha timore di horror, crime agghiaccianti, storie di serial killer, simbolismi esoterico-demoniaci e scene cruente (traffico di organi compreso); a chi vuole vedere Jung Hae-in in un ruolo diverso dal consueto, nonostante sa già che sentirà la mancanza del suo sorriso da orecchio ad orecchio; a chi ama i fumetti e le storie cupe e vuole spezzare il classico ritmo delle storie d’amore dramose (o forse no, perché su quel fronte questa serie potrebbe riservare delle inaspettate sorprese).

Captain-in-Freckles