Pioggia di ricordi

“Quella notte, una volta che avevo lasciato le sorellone e mi ero infilata nel letto, all’improvviso simili ricordi sconnessi dei tempi della quinta elementare vennero a riemergere uno dopo l’altro nel mio cuore. Sul nostro cane domestico, chiamato Gon, sul festival di atletica, sull’essermi terrorizzata con i manga di Umezu Kazuo, sulla passione per i temperamatite elettrici: mi ricordavo vividamente persino di cose di così poco conto. Ed era proprio come un film che occupava la mia testa, e finiva col sopraffare la me stessa reale”.

Pioggia di ricordi” o “Only Yesterday”, per chi lo conoscesse con il titolo internazionale, è, forse, il film più intimista dello Studio Ghibli, dove alla regia si riconosce il tocco delicato e sensibile del compianto Isao Takahata.

Prima di addentraci nella trama del film è doveroso dire che il soggetto è basato sul manga di Hotaru Okamoto e Yuko Tone, ma, a differenza del manga, che si concentra sul piano temporale dell’infanzia della protagonista, il Maestro Takahata decide di alternare presente e passato e i due piani sono definiti dalla tecnica usata, dai colori e dai tratti del disegno e, anche per questo, il film è decisamente un capolavoro.

Il passato della protagonista è tratteggiato da colori pastello, sfondi sfumati come sono i ricordi rivisti nella memoria di Taeko Okajima, la giovane donna protagonista dell’anime, i disegni sembrano quasi abbozzati e in alcuni tratti sembrano incompleti, semplici, delicati, sempre per comunicare le immagini che la memoria può proiettare dopo molti anni dall’avvenimento che si vuole ricordare. Il regista, inoltre, con questa tecnica si avvicina a quello che è il manga originale che racconta i ricordi d’infanzia della ragazza. Nel presente, invece, la tecnica cambia e ci si accorge dello stacco temporale dallo stile più diretto, realistico, nitido, anche se il regista ci regala degli sfondi, rappresentati dalla natura e dai panorami, a dir poco meravigliosi.

La dimensione presente è realistica, anche attraverso i dubbi di Taeko, la voglia di rivivere alcuni momenti passati per capire il proprio presente e dare speranza ad un futuro dove cerca di ritagliare un piccolo ruolo per sé. La dimensione del passato è fortemente legata all’infanzia e al ricordo e anche le immagini in molti aspetti sembrano surreali. Passato e presente si intrecciano in un alternarsi magico che incanterà lo spettatore e, per finire, colori e musiche riempiranno i momenti di silenzio o i monologhi della protagonista.

Il film è del 1991, ma la storia è ambientata nel 1982, Taeko è una ventisettenne che abita a Tokyo da sola in un piccolo appartamento e lavora come impiegata in un’azienda. Decide di trascorrere le sue vacanze estive in campagna, come l’anno precedente, presso la famiglia del cognato, impegnandosi nella raccolta del cartamo, cercando, quindi, di staccare completamente con i ritmi frenetici della realtà cittadina alla ricerca della quiete e della semplicità della campagna. Durante il viaggio di notte in treno verso Yamagata, Taeko inizia anche a viaggiare con i ricordi e a rivivere la propria infanzia, quando nel 1966 frequentava le scuole elementari e le sue compagne andavano tutte in vacanza fuori città. La famiglia di Taeko, legata alle tradizioni, costituisce buona parte dei ricordi della ragazza, dalla condivisione della sensazione di assaggiare per la prima volta l’ananas, tanto attesa da tutti che lascia, però, quasi una delusione tranne che per Taeko stessa che adora sperimentare nuovi cibi e raccogliere esperienze, ai problemi con la matematica, all’importanza di togliere le scarpe all’entrata in casa e, accanto a lei, tutti i problemi e le crisi delle ragazzine che crescono, l’adolescenza, le amicizie, il primo ciclo mestruale, le minigonne, le canzoni esportate dall’estero, i Beatles e quello sguardo di una generazione testimone del cambiamento della società, di una modernità che è sempre più presente e pressante. D’improvviso la Taeko di quasi trent’anni decide per le sue vacanze di cercare di fuggire in campagna e abbandonare la città, la vita frenetica, la modernità, perché solo in quell’ambiente, nel contatto con la natura, con la terra potrà fare i conti con se stessa, con il suo passato, con i suoi sogni, le sue aspettative. La velocità della città, infatti, rallenta la conversazione con il suo io, con la consapevolezza di sé, mentre lo stacco delle ferie in campagna la aiuterà a viaggiare esteriormente e interiormente per scoprire cosa le manca, come essere protagonista della propria vita e superare quella crisi esistenziale che tanto la sta opprimendo.

All’arrivo in stazione Taeko scopre che è venuta a prenderla il cugino di suo cognato, Toshio, che conosce poco, ma che le farà da guida durante i giorni di ferie in campagna e lì, insieme alla natura, al lavoro manuale sfiancante, alle persone che le dimostreranno affetto e amicizia, alla genuinità e al valore delle piccole cose, al vento della sera che la ricondurrà ai ricordi passati, Taeko si innamorerà completamente dell’ambiente che la circonda, della serenità che riuscirà ad acquisire giorno dopo giorno, dell’importanza di Toshio che pian piano occuperà un posto nel suo cuore.

La crisi della protagonista di “Pioggia di ricordi” è la crisi di una persona comune, perché Taeko non è un’eroina, è una giovane donna comune che nella sua ordinarietà custodisce invece un patrimonio di emozioni e di ricordi che le permettono di fare da scudo contro ogni tipo di tristezza e le danno la forza, anche grazie al cambiamento d’ambientazione, per reagire e per riflettere su delle scelte importanti della vita. Taeko tornerà in città o resterà in campagna? Per lei si è trattato solo di una vacanza o di una scelta di vita?

Pioggia di ricordi” è un romanzo di formazione, un Bildungsroman, dedicato alle donne, all’emancipazione femminile, perché alle volte la più grande battaglia è quella dentro noi stesse, all’accettazione di noi stesse e all’immagine più fedele possibile della nostra personalità da mostrare al mondo esterno.

Alcune informazioni in merito alla scelta musicale del film: la colonna sonora, composta da Katsu Hoshi, ospita diverse canzoni folk per dare l’idea e l’immagine della vita agreste, del mondo contadino e rurale.  “Frunzuliță Lemn Adus Cântec De Nuntă”, canzone rumena scritta da Gheorghe Zamfir, la “Danza Ungherese n. 5” di Brahms, i brani di Márta Sebestyén, compositrice ungherese di musiche folk insieme al suo gruppo, i Muzsikás. La Sebestyén si è fatta conoscere nel panorama musicale internazionale per aver partecipato con un brano alla colonna sonora del film “Il paziente inglese”. Tra i molti brani della colonna sonora anche una canzone folk italiana, “Stornelli”, tratta dall’album “Italie Eternelle – Chant & Danses”.

Piccola curiosità, il regista Isao Takahata si recò personalmente con il suo staff nelle campagne di Yamagata e si interessò alla raccolta dei cartami, parlò con i contadini in merito al lavoro e alle loro attività, il tutto per cercare di rendere il più credibile e realistico possibile il suo lungometraggio, perché Takahata  è sempre riuscito a inserire nelle sue opere il desiderio di descrivere con accuratezza e costanza i dettagli della realtà, ma con una empatia stupenda nei confronti dei suoi personaggi (“Storia della Principessa Splendente”, “Una tomba per le lucciole”), regalando loro alcune scene dove la fantasia dona consolazione e splendore all’ anima.

In “Pioggia di ricordi” una delle scene più emozionanti è quella del ricordo del primo amore di Taeko, nella conversazione tra la protagonista adolescente e il ragazzino che prova interesse per lei: “Tra i giorni di pioggia e i giorni nuvolosi e il sereno, cos’è che ti piace di più?”. “I nuvolosi”. “Lo stesso io!”.

Profondità e dolcezza, una scena delicata, gli sguardi di due ragazzi timidi, il primo amore. Taeko che vola sulle nuvole salendo una scala soffice e immergendosi nel cielo, una scena metaforica che racconta il primo amore, il primo batticuore. Magistrale la regia di Takahata che in pochi minuti rende perfetta l’idea di amore agli occhi di noi spettatori e consacra questo film tra i capolavori dell’animazione mondiale.

Memoru Grace

Bloodhounds (ovvero della lealtà e dell’amicizia)

“To be able to understand one another, even after a short conversation. That’s important.”

Voi direte che è il solito drama action-crime, tutto testosterone, botte e risse e che, quindi, è la solita visione trita e ritrita, a cui certo cinema e certa TV ci hanno abituato da decenni. Oppure direte che è la solita trama noir in regime di vendetta, che tanto piace ad Est, con macabre scene di sangue, uccisioni a go-go, un tessuto criminale che avvicina Seoul a Sin City e la classica parabola dell’eroe puro e buono che cerca di eliminare i mali della società. Nulla di errato ad affermare che tutti gli ingredienti predetti siano presenti anche in Bloodhounds, perché, in effetti, è un action-crime con muscoli, pugni, armi, sangue e i peggiori criminali di Seoul, che un po’ mi ha richiamato quei film di kung fu con Bruce Lee che mio nonno mi faceva sorbire da piccola (sì, sono cresciuta a suon di western e gangster movie di ogni tipo). Ma non è solo questo o, meglio, l’action è solo un pretesto, perché la storia mira a qualcosa di molto più elevato, come la ricostruzione della quiete familiare, dei piccoli legami di affetto che uniscono le persone, del comprendersi l’un l’altro, senza nemmeno doversi parlare, del coraggio e della lealtà, del discernere la possibilità di fare buone azioni dal marcire orribile a cui porta il male. E, soprattutto, tratta la storia di una grande amicizia, un legame di fratellanza e di cameratismo che unisce i due protagonisti dal primo all’ultimo momento anche nell’affrontare insieme il male, perché “non dobbiamo mai separarci, insieme siamo invincibili“. Sono una piccola e coesa “Band of Brothers” questa coppia di amici, nell’accezione più shakespeariana del termine, la stessa che porta lo spettatore a schierarsi immediatamente dalla loro parte e che si allarga a macchia d’olio, coinvolgendo, uno ad uno, tutti i personaggi del drama in cerca di giustizia.

Pieno periodo Covid-19. Kim Gun-woo (interpretato da Woo Do-hwan, la Spada Indistruttibile di The King Eternal Monarch e My Country) è un ragazzo di 25 anni, ex marine, boxer determinato nel tempo libero, capace di fare qualsiasi lavoro umile e manuale per aiutare la madre (Yoon Yu-seon, storica attrice di drama, vista anche in My Girlfriend Is a Gumiho, Weighlifting Fairy Kim Bok-joo, Tomorrow, Avvocata Woo e tanti altri), che gestisce un piccolo ristorante, ma che è piena di debiti. Gli autori ci fanno conoscere Gun-woo in modo molto abile alla fermata del bus, mentre ferma un ubriaco molesto dall’ingresso senza mascherina e difende il conducente dalle minacce: pochi momenti in cui Gun-woo evita tutte le mosse dell’ubriaco contro di lui e gli blocca le braccia, mentre si prodiga in continue scuse, per, poi, salire sul bus e glissare con umiltà gli applausi a lui indirizzati, e già il suo sorriso timido e i suoi occhi buoni ci entrano nel cuore, come raramente un personaggio riesce a fare. Poi, c’è Hong Woo-jin (interpretato da Lee Sang-yi, il second lead di Hometown Cha-Cha-Cha e Youth of May), con cui lo spettatore fa la conoscenza in modo poco convenzionale: guantoni, bite per proteggere i denti e spavalderia, si presenta sul ring come sfidante di un match contro Gun-woo e va direttamente al tappeto. Però, non servono parole per costruire legami che possono diventare perenni: al termine del match, Gun-woo e Woo-jin si conoscono, chiacchierano, si dividono il pranzo (in un posto economico), scoprono di essere stati entrambi marine, si confidano i propri problemi, le ansie, le delusioni della vita e i desideri e capiscono di essere quasi fratelli. L’uno calmo e di poche parole, ma saldi principi, l’altro estroverso e chiacchierone, ma dal cuore d’oro.

Quando Gun-woo si trova in difficoltà per il prestito che la madre ha contratto involontariamente con degli strozzini e viene picchiato, sfregiato e minacciato, sarà l’amico Woo-jin a risollevarlo e, insieme a lui, a cercare un modo per guadagnare i soldi del prestito. L’occasione si presenta con le sembianze di Choi Tae-ho (il monumentale Heo Jun-ho, visto in Designated Surviror: 60 Days e Kingdom, ma anche superbo cattivo in Why Her?), apparentemente un anziano e pacato libraio in sedia a rotelle, che cerca una guardia del corpo per protegge le nipote Hyun-ju (Kim Sae-ron, già apparsa da bimba in Fashion King) nelle sue investigazioni su una banda malvagia che inganna commercianti e strozzini con tassi di interesse inarrivabili. Solo che il signor Choi ha alle spalle un passato criminale, a capo di traffici loschi e di prestiti non autorizzati, ma contraddistinto da un suo codice etico, per cui i bisognosi hanno diritto a prestiti senza interesse (e, talvolta, anche senza alcuna restituzione, soprattutto quando si tratta di prestiti per motivi di salute). Naturalmente, la banda criminale a cui dà la caccia Hyun-ju, capeggiata dal perfido Kim Myeong-gil (Park Sung-woong, Snowdrop, Man To Man, Unlock My Boss), è anche la stessa che ha fatto del male alla famiglia di Gun-woo e, al tempo stesso, è legata al passato del signor Choi. Non solo, perché gli affari di Myeong-gil in tempi di pandemia sono andati così bene da ricattare politici e amministratori per ottenere le concessioni giuste a costruire un casinò in un hotel di lusso. L’unico ostacolo sembra rappresentato da Hong Min-beom (un grandissimo Choi Si-won dei Super Junior, già interprete in She Was Pretty e Work Later, Drink Now), chabeol erede della famiglia proprietaria degli hotel.

La ricerca sarà lunga e meticolosa, con momenti di adrenalina e suspence disseminati ovunque, attimi di gioia e di dolore che si mischiano tra loro, di sorrisi e di lacrime che vanno all’unisono, ma soprattutto di fratellanza e familiarità. In una società triste e sofferente, dove i forti sembrano aver prevaricato i più deboli, è proprio dal basso, dal cuore di due anonimi pugili, che parte la rivolta: “Quello che dico è che possiamo superare qualsiasi difficoltà con un cuore buono“, afferma il signor Choi alla sua piccola e scomposta famiglia elettiva per infondere loro coraggio e rispondere alle avversità, disegnando dei confini netti tra Bene e Male. E, d’altronde, Gun-woo sa già discernere cosa vuol dire agire per la giustizia, la lealtà e le persone amate e sa che i sogni si realizzano solo mettendo davanti la propria volontà e la propria passione e, soprattutto, imparando a non calpestare nessuno e mantenendo incorrotto il proprio cuore: “This is the kind of person I want to be. A person who shows that dreams can come true if you have a strong will and undying passion”.

Bloodhounds (사냥개들, Sanyanggaedeul) è un drama breve, ma molto intenso, ispirato al webtoon omonimo, scritto e illustrato da Jeong Chan e riadattato per la TV da Kim Joo-hwan, anche noto come Jason Kim, ovvero colui che ha creato Midnight Runners (e la meravigliosa amicizia/inimicizia tra Park Seo-joon e Kang Ha-neul). Sia in patria che all’estero ha riscosso un successo che forse non ci si aspettava (anche per la mancanza totale di romance e love story), una scelta felice che dà finalmente a due grandi attori come Woo Do-hwan e Lee Sang-yi un ruolo da mattatori liberi e che, al tempo stesso, usando il pretesto di un action-crime quasi ipnotico e ben sceneggiato anche con inserti humour, traccia una critica netta della società nel periodo durante la pandemia (ma anche post). La Seoul notturna e corrotta che fa da sfondo alla storia non è altro che lo scenario odierno, in cui ci siamo mossi e continuiamo a muoverci, dove spesso gli equilibri della società sono stati destabilizzati e una crisi economica silente e inaspettata, proprio perché connessa agli effetti di una pandemia difficile da debellare, ha creato profondi squilibri e una nuova larga fascia di povertà. In questo senso, Bloodhounds si è rivelato una delle storie più moderne e attuali raccontate finora dall’Hallyu coreano e una di quelle con meno cliché e meno fissità, oltre che con un coraggio narrativo che, in parte, lo avvicina al drama Taxi Driver. Unica pecca: l’uscita di scena un po’ affrettata e non prevista del personaggio di Lee Sae-ron, arrestata in guida in stato di ebbrezza durante le riprese e, quindi, sostituita in modo un po’ illogico nel cast. In compenso, il drama scorre celermente con un climax continuo, che ci avvicina sempre di più all’animo dei personaggi e alla loro sete di giustizia.

AVVERTENZE: non è una visione semplice, perché è corredata da molte scene violente, nonostante non ci sia alcuna apoteosi kitsch di sangue, né momenti macabri, visto che tutto è ben misurato e finalizzato.

Postilla: se adorate, come la sottoscritta, le bromance, una trattazione a parte merita anche l’amicizia tra Hwang Yang-jun (Lee Hae-young, già visto in The Glory) e Lee Doo-young (Ryu Soo-young, anche nel cast di Queen Maker), il braccio destro e il braccio sinistro del signor Choi o, meglio, i suoi due fidati “coltelli” che lo hanno accompagnato in tutta la sua parabola di vita a metà tra il criminale e il giustiziere. Pochi attimi di questi due che avrebbero bisogno già di una serie prequel a sé (ed io sarei la prima sponsor, in questo caso).

Consigliato: a chi cerca una storia, che non abbia nulla di romantico, ma molto di coraggio, lealtà e amicizia; a chi ha bisogno di eroi quasi della porta accanto, capaci di meravigliarsi e di commuoversi tra loro, mostrando le proprie debolezze in modo genuino; a chi sa che, alla fine, dopo tutto, i cattivi vengono sempre sconfitti ed è disposto anche a prendersi pugni in faccia per realizzare un mondo più equo e più giusto; a chi comprende cosa vuol dire per davvero essere fratelli anche se non di sangue e non tradisce mai i veri amici.

Captain-in-Freckles

Delivery Man – Taxi per fantasmi

“Ho capito molte cose da quando è morta mia madre. Il mondo è molto più di ciò che vedono i miei occhi e ci sono verità che sono invisibili all’occhio umano”.

Si dice che siamo immersi nel mistero della vita e anche in quello della morte, credenti o non, ma il mistero dell’esistenza tocca tutti dal principio alla fine. La nostra vita è un susseguirsi di avvenimenti che capitano a noi o ad altri, ma nei quali siamo immersi dall’alba alla notte così che ogni giorno che si apre davanti a noi possa sembrare una piccola simulazione della nostra stessa esistenza.

La vita è un susseguirsi di momenti in cui siamo protagonisti o in cui siamo spettatori, spesso inermi davanti ad evidenti decisioni altrui o a fatti che ci sfuggono di mano e di cui non siamo consapevoli pienamente, oppure, semplicemente, fatti che non abbiamo nemmeno percepito e che ci hanno oltrepassato così come dei fantasmi, perché è di fantasmi che parla questo drama.

Ho scelto di vedere “Delivery Man” in un momento in cui avevo bisogno di percepire il forte impatto tra vita e morte, in uno di quei momenti dove senti di dover accorgerti delle due verità dell’esistenza umana anche solo per confortare qualcuno che te lo richiede e perché come diceva Seneca, “Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire”.

“Delivery man” è la storia del giovane tassista Seo Young-min (Yoon Chan-young, visto in “All Of Us Are Dead”, la cui interpretazione mi ha colpito molto come il suo sguardo malinconico e dolcissimo) che eredita il taxi della madre dopo la sua morte. La scomparsa prematura della madre, a causa di uno strano incidente stradale di cui ancora la polizia sta investigando, ha lasciato Young-min solo, a vivere il ricordo e il lutto nella sua piccola quotidianità, ha accantonato gli studi per il concorso di polizia e ha preso in mano la situazione economica familiare perché ora è rimasto con la nonna anziana e malata e con il mutuo di una casa che non è stato ancora pagato. Decide, quindi, di continuare il lavoro della madre come tassista, economizza ogni cosa e il suo unico valore aggiunto sono gli amici tassisti della madre che gli infondono coraggio e forza ogni giorno. Avrei da aggiungere molto sugli amici tassisti, personaggi davvero incredibili, di forte umanità, a partire dalla tassista Lee Eun-soo (Jo Mi-nyeo) che porta sempre con sé sul taxi la mamma malata di Alzheimer per non farla smarrire; il suo caso viene ricordato dai giornali e, neanche a dirvelo, mi ha lasciato da subito commossa.

Young-min, però, non sa di avere un dono, vedere i fantasmi, ma lo scopre presto quando nel suo taxi entra Kang Ji-hyun (interpretata da Bang Min-ah delle “Girl’s Day”), il fantasma di una giovane donna che ha perso la memoria, ma che ha qualcosa in comune con il ragazzo. Ji-hyun, infatti, scopre presto di non riuscire a lasciare il taxi di Young-min, ma non riesce a capire o a ricordare cosa possa legarla a quel ragazzo. Non ha memoria, non ha un ben che minimo ricordo di come possa essere morta, quali siano stati i suoi ultimi minuti di vita. Da quando, però Ji-hyun è entrata nel taxi, nessuno più riesce a stare in macchina per un’intera corsa perché sembra che, pur non riuscendo a vedere il fantasma, le persone percepiscano qualcosa di soprannaturale e iniziano ad andare in ansia. Young-min non può permettersi di allentare i ritmi di lavoro e di andare in perdita, ha ancora molti debiti da pagare per la casa, per cui, i due, dopo un iniziale approccio di malintesi, arrivano a prendere un accordo: iniziare un servizio di taxi solo per fantasmi, realizzando i loro ultimi desideri, risolvendo qualcosa che hanno lasciato in sospeso così che i fantasmi possano riuscire a ripagare il favore.

Gli episodi si svolgono in modo molto divertente, tra battute, qui pro quo, ma anche tanta commozione. Per ogni episodio, infatti, viene presentata una storia diversa, storie di persone morte prematuramente, prima di terminare un lavoro o dare un ultimo abbraccio ai propri cari, così come è successo al nostro stesso protagonista Young-min che non ha potuto riabbracciare la sua mamma negli ultimi momenti prima che lei morisse. Ogni fantasma racconta la propria storia e i due ragazzi riescono a risolvere ogni richiesta, a farsi ripagare in qualche modo e a dare pace ai fantasmi.  Filo conduttore in comune con tutti gli episodi è la ricerca del colpevole della morte della madre di Young-min, di una serie di altri omicidi che pian piano vengono alla luce e del mistero di Jin-hyun. Come mai la ragazza non ricorda niente della sua vita mentre tutti gli altri fantasmi hanno dei ricordi precisi e nitidi?

Tanti altri personaggi arricchiscono la storia di questo drama, la nonna Park Bun-ja (Park Hye-jin), incantevole e generosa, la capo infermiera del Daehun Hospital e Do Gyu-min (Kim Min-seok di “Because this is My First Life”), medico del Daehun Hospital che ha cercato di salvare la vita alla madre del protagonista.

Tutto sembra lineare, ma non tutto lo è, gli ultimi episodi sono, poi, una sinergia di mistero, thriller, ma anche di tante emozioni, perché, nel frattempo, Young -min e Ji-hyun proveranno l’uno per l’altra un sentimento d’affetto che crescerà fino a risolvere l’ultimo mistero con tanti colpi di scena e soprattutto tanta voglia di vivere.  Un fantasma e un umano, una improbabile coppia che ritrova la forza della vita, alla ricerca della verità. Cosa dire poi di quella mancanza che resta nel cuore del protagonista e perchè tra tutti i fantasmi non riesce a vedere proprio sua madre, ad instaurare un contatto con lei?

Una storia incredibile di fantasmi, ma anche di realtà, spesso crudeli e un avvicinarsi alla dimensione della morte in modo sempre delicato, con un tocco di rara sensibilità e con un occhio al significato dell’esistenza e al mistero di quelle verità così invisibili all’ occhio umano.

Memoru Grace

Demon Slayer: The Swordsmith Village Arc

Con Demon Slayer abbiamo visto che esiste un Giappone dei primi decenni del XX secolo, popolato da demoni di ogni tipo e variopinti cacciatori che sbloccano poteri e kata di respirazione. Ricordate come erano usciti stremati Tanjiro e i suoi amici dopo la lotta contro la Sesta Luna Crescente nell’Entertainment District Arc? Per non parlare di come erano già sopravvissuti prima per miracolo allo scontro mortale sul treno nel Mugen Train Arc? Ebbene, riprendiamo adesso il viaggio e l’addestramento per diventare un ammazzademoni verso il villaggio dei forgiatori di katana.

L’opening dello Swordsmith Village Arc, l’arco narrativo ambientato nel villaggio dei forgiatori di katana, è cantato dalla band giapponese alternative rock Man With A Mission, cinque pazzi di Shibuya noti in patria perché appaiono al pubblico sempre e solo indossando delle maschere da lupo (un po’ come Inosuke con la testa di cinghiale), accompagnati dalla voce della giovane milet (tutto in minuscolo), artista nippocanadese già reputata la nuova LiSA, che è salita alla ribalta durante le Olimpiadi di Tokyo 2020 (o, meglio, 2021) per aver eseguito in apertura la cover de L’Hymne à l’amour di Edith Piaf. La canzone, Kizuna no Kazei, è un inno alla ripresa della vita, del coraggio e della forza, nonostante l’oscurità del mondo che ci circonda e nonostante il dolore che dimora nell’animo. Basta prendere quel fuoco nascosto in un cuore scatenato per illuminare il cammino e per far sorgere quel “miracolo nato dagli intrecci umani” (vedi ep. 3×11), che è, in fondo, quel legame di amicizia e di fraternità presente in questo arco narrativo di Demon Slayer.

E, allora, vediamo l’evolversi della storia, episodio per episodio. ATTENZIONE: spoiler!

Ep. 3×01 – Il sogno di qualcuno

Il terribile Muzan riunisce le Lune crescenti demoniache (l’ultima volta non era andata proprio benissimo, eh) per redarguirle e raccomandare che il loro compito è trovare il giglio ragno blu (oltre che sterminare i suoi eterni nemici e l’umanità, ma questi sono dettagli). Tra le creature grottesche, ritroviamo lo stra-odiato Akaza e un demone che sappiamo già quanto diventerà importante (anche perché ha il marchio della Prima Luna stampato nell’occhio). Ma la nostra attenzione giustamente si deve spostare a Tanjiro, che, nonostante due mesi di coma, si risveglia, viene accolto da Kanao, Inosuke e tutti gli altri e si rimette in sesto. Solo che, ancora una volta, la sua spada è fuori uso e, ancora una volta, il suo misterioso forgiatore lo insulta via lettera. Per cui Tanjiro decide di raggiungerlo nel villaggio dei forgiatori di katana (che ha pure le terme, cosa che fa aspirare anche ad una vacanza gradevole). Naturalmente, il suo forgiatore è misteriosamente sparito e Tanjiro non potrà godere un tranquillo weekend termale come chiunque altro (quando mai?). Però, in compenso, s’imbatte in ben due Pilastri: l’adorabile Mitsuki Kanroji, Pilastro dell’Amore, e l’apatico Muichiro Tokito, Pilastro della Nebbia.

Ep. 3×02 – Yoriichi Modello Zero

Il nostro Tanjiro, che ovviamente non sa farsi gli affari suoi, interviene nella lite tra Tokito e un piccolo forgiatore, relativa ad una inquietante bambola meccanica risalente all’era Sengoku (che, per la cronaca, va dal 1467 al 1603) e che somiglia ad una presenza vista da Tanjiro in sogno (e non solo). Forse un ricordo atavico degli antenati? Infatti, Muichiro Tokito, Pilastro della Nebbia, non è solo un giovane e brillante spadaccino e cacciatore di demoni, ma è praticamente privo di empatia ed emotivamente senza vita. Insomma, non una persona con cui stringere amicizia facilmente. Grazie a lui, però, impariamo gli insulti più educati e altisonanti della saga (tipo: “Ti conviene fare seppuku rituale!“). In definitiva, Tanjiro incassa insulti e botte (come sempre), ma anche la stima e la simpatia dei forgiatori, compreso quel bambino terribile che ha difeso e che, per ricompensarlo, lo fa esercitare contro l’inquietante spadaccino meccanico (a scapito di tre giorni senza cibo, acqua e sonno, naturalmente). Ma, in tutto questo, troverà quasi per caso una spada leggendaria. P.S.: Tanjiro litiga anche con un infamissimo corvo parlante.

Ep. 3×03 – La katana di più di trecento anni fa

La situazione sembra abbastanza idilliaca al villaggio dei forgiatori di katana per Tanjiro, che conosce finalmente il suo forgiatore e lo convince a sistemare la spada ritrovata, tenta di dare lezioni di empatia a Tokito (“rendere felici gli altri mi fa stare bene“) e fa le trecce a sua sorella Nezuko. Ovviamente, non riesce ad incassare l’amicizia di Genya, fratello minore del Pilastro del Vento, ma pare che nessuno gli sia particolarmente simpatico. La situazione idilliaca non può continuare e, così, dal nulla, arrivano ben due Lune Crescenti demoniache (Gyokko e Hantengu, rispettivamente la Quinta e la Quarta Luna), che dimostrano capacità diverse rispetto ai demoni affrontati precedentemente. Hantengu, ad esempio, si sdoppia e si quadruplica ogni volta che gli tagliano una testa. Onestamente, non mi aspettavo che si entrasse da subito nella battaglia. Preferivo gioire insieme a Nezuko per le trecce nuove.

Ep. 3×04 – Grazie, Tokito-kun

Qui la situazione sta iniziando a diventare un po’ confusa con Nezuko che si trasforma in demone per difendere il fratello, Tanjiro che fa la danza Kagura del Dio del Fuoco, una delle parti del demone che vola e porta via Tanjiro, Genya che non dovrebbe nemmeno essere vivo e, invece, spara come in un western (ma da quando usano le pistole?)… E, poi, c’è Tokito, che torna indietro per salvare il bambino forgiatore e ripensa alle parole di Tanjiro sull’empatia e cerca di ricordare un passato di cui non ha più memoria.

Ep. 3×05 – La katana incandescente

Succedono una serie di eventi, come sempre durante le battaglie infinite, che durano una sola notte equivalente a 10 anni di crescita dei personaggi. Anzitutto, Tokito stermina una serie di demoni e difende due forgiatori di katana nel bosco per, poi, imbattersi (ufficialmente) in Gyokko, la Quinta Luna Crescente, che ha bocca e occhi al posto sbagliato della faccia ed esce dai vasi come un cobra incantatore. Non solo, perché ha anche un pessimo senso della body art e costruisce “opere d’arte” con i cadaveri di coloro che ha assassinato e lancia aghi avvelenati per bloccare i suoi contendenti. Per Tokito, il duello è più un viaggio alla ricerca dell’empatia e dei ricordi mancanti, cosa che lo porta a schermare gli altri col proprio corpo.

Intanto, Kanroji, che è tornata indietro non appena ha sentito l’allarme del villaggio, tira fuori la sua strana e flessuosa katana, una lama rosa e flessibile che si muove come una frusta (ma taglia di netto come una spada). Non si sa il numero preciso di demoni che questa meravigliosa donna riesce ad uccidere in poco tempo, né quante vite umane salva nel giro di una sola rotazione di polso. Però, assistiamo subito non solo alla sua enorme abilità, ma anche alla respirazione dell’amore e al suo primo kata (anche se vedremo presto tutti gli altri nel corso degli episodi), quello del dolore del primo innamoramento, che miete più vittime di un’ascia (e non lo avrei mai pensato!). Naturalmente, questa adorabile creatura con le trecce rosa e una grande femminilità ha anche una forza sovrumana. Non mi stupisce che sia un modello per Nezuko.

INTERMEZZO – Nel frattempo, Tanjro, che, nonostante le botte prese, è sempre rimasto miracolosamente vivo. tira fuori un’altra delle sue abilità inaspettate, la lama incandescente, ovvero la sua katana nera diventa rossa e prende fuoco grazie al contatto con il sangue demoniaco della sorella Nezuko. Forte della sua respirazione, della Danza del Fuoco del Dio Kagura e della nuova katana di fiamme, Tanjiro inizia a decapitare i demoni in cui si è scomposto Hantengu, la Quarta Luna Crescente, e che rappresentano le emozioni umane. In tutto ciò, Hantengu (o, meglio, la legioni di demoni che lo compone) ricocnosce un’abilità e un potere già visto in uno spadaccino di secoli prima. Forse si tratta di quei ricordi che Tanjiro continua a sognare e che non appartengono al suo passato? Si tratta di un suo avo o di una sua vita precedente?

Ep. 3×06 – Perché non diventi un Pilastro?

Mentre Tokito è stato rinchiuso da Gyokko in una sorta di anfora acquosa/nebbiosa impenetrabile dalle lame e che toglie il respiro (cosa che non mi garba per niente, perché ho già versato parecchie lacrime nella stagione precedente), Tanjiro con la sua spada di fuoco e Nezuko con i suoi artigli sterminano in continuazione la legione demoniaca, alla ricerca del corpo centrale da decapitare, in realtà un demone minuscolo, ma resistente alle lame, che rappresenta (giustamente) la codardia. In tutto ciò, sono aiutati da Genya, che vuole diventare un Pilastro a tutti i costi. Solo che Genya è anche diventato un demone, trasformato dal sangue avvelenato durante la battaglia. Non che la cosa sia di grande importanza, per la verità, visto che diventare un demone solitamente peggiora il carattere delle persone, ma Genya aveva già un brutto carattere da umano, per cui nulla di particolarmente gravoso. Il suo obiettivo rimane quello di sconfiggere i demoni, non tanto per la pace sulla terra, quanto per essere stimato dal fratello Sanemi, diventato Pilastro del Vento. Da qui una serie di flashback molto apprezzati sul triste passato dei due fratelli e sui traumi mai superato da Genya.

Ep. 3×07 – Un nemico crudele

Questo episodio è un po’ confuso e pieno di action, per cui vediamo di riassumere per gradi. Mentre Genya e Nezuko tengono a freno i demoni delle emozioni umane di cui è composto Hantengu, Tanjiro tenta di tagliare la testa al piccolo demone della codardia che costituisce il corpo centrale, ma sempre senza successo. Ad un certo punto, quello che era il demone dell’ira assorbe in sé i demoni delle altre emozioni (in una scena un po’ macabra per cui si fanno a pezzi fra loro) e si trasforma nel demone dell’odio, un giovane insolente che sparge intorno a sé terrore e intimidazione, si fa proteggere da un gigantesco drago di legno a più teste (una sorta di idra) e accusa Tanjiro e amici di essere crudeli, senza cuore e senza umanità perché si mettono contro i più deboli e i più piccoli, come il minuscolo demone della codardia. Sorry, what? Cioè: un demone di una legione che costituisce una Luna Crescente diabolica e che negli anni ha divorato centinaia di esseri umani per puro piacere accusa gli altri di crudeltà? Quando, giustamente, Tanjiro gli fa notare l’incoerenza, il demone si difende, dicendo che, comunque, loro non conoscevano nessuno degli umani di cui si era nutrito in passato, né erano loro parenti. Ripeto: sorry, what? Veramente, se Tanjiro non fosse già così capace con la katana, entrerei in battaglia direttamente io per quanto mi irrita questo mostro.

Ma c’è di peggio, ovvero Gyokko che ha incastrato Tokito. Primo, non sono pronta per un’altra morte illustre dopo Rengoku; secondo, non ho ancora avuto modo di conoscere bene Tokito; terzo, Gyokko è una delle Lune demoniache che peggio sopporto, anche per un senso dell’umorismo orrendo. Però, mentre Tokito sembra arrendersi alla morte, inizia a vedere Tanjiro che gli dà parole di incoraggiamento (mai pronunciate, per la verità, ma pare che abbia una celata devozione per il nostro eroe), parole che si fondono con gli insegnamenti del padre. E, allora, sì, adesso inizia a piacermi la situazione, perché, conoscendo l’anime, so che il prossimo episodio sarà, di fatti, un flashback nella vita passata di Tokito e che, forse, riacquisterà sia la memoria che la vita.

Ep. 3xo8 – Il “Mu” di Muichiro

Infatti, Tokito, vedendo il piccolo forgiatore lottare contro un mostro con le sembianze di un pesce carnivoro e notando che viene ferito a morte, riacquista tutta la padronanza di sé, rompe l’ampolla indistruttibile, si toglie gli aghetti velenosi che ha sul corpo e impugna la spada per eliminare i demoni. Solo che, nel frattempo, Gyokko è andato nella baita per vedere quale segreto celano i forgiatori di katana. Qui scopre il forgiatore di Tanjiro alle prese con la katana centenaria, quasi commosso per la bellezza dell’arma e, con grande stupore del demone, il forgiatore non lo degna di uno sguardo: lo colpisce in tutti i modi, lo frusta, picchia chi è vicino a lui, distrugge tutto, manda a fuoco la casa, distrugge pure la maschera del forgiatore e quello rimane inamovibile a lavorare sulla lama. In una lotta di pazienza e di perseveranza, ha sicuramente vinto il forgiatore. Ovviamente, Gyokko è arrabbiatissimo, ma, nel frattempo, Muichiro Tokito si è risvegliato e si fa trovare pronto ad affrontare Gyokko, anche perché ha riacquistato in pieno i suoi ricordi. E, con una serie di lunghissimi flashback, conosciamo l’infanzia del Pilastro, la morte dei suoi genitori per un banale incidente e soprattutto il fratello gemello, che lo contrasta e lo opprime, ma che, in fondo, cerca solo di proteggerlo: sa che Muichiro è un “bambino speciale”, con un aspetto apatico e sognante solo di facciata, ma, in realtà, con una rabbia repressa che sfocia in scoppi di collera quasi incosciente e poteri fuori dalla norma. Iniziamo a spiegarci una serie di cose, come la sua prima uccisione di un demone e il suo allenamento prodigio, ma anche il suo attaccamento agli affetti, che non riesce a dimostrare.

Ep. 3×09 – Il Pilastro della Nebbia, Tokito Muichiro

Remember that boiling anger. […] Even if I lose my memories, my body will remember that anger that will not leave me until I die. It’s why I trained so hard that I vomited blood to destroy demons. And more… to eradicate them!

E questo è il tanto atteso episodio dedicato solo ed esclusivamente al Pilastro della Nebbia. Tokito Muichiro sembra non sentire gli effetti degli aghetti illuminati e della mancata respirazione nell’ampolla e combatte in modo incredibile contro Gyokko. Assistiamo alla Respirazione della Nebbia e all’utilizzo di ben 7 kata e – per la prima volta nel corso della visione dell’anime – vediamo anche come viene sbloccato un Demon Slayer Mark, un marchio a forma di voglia che conferisce maggior potere e forza all’ammazzademoni che lo acquisisce, di solito, in condizione di pericolo mortale. Torna, inoltre, quell’ironia sottile e cattiva di Tokito verso il demone (tipo: “credevo che stessi facendo un monologo con te stesso e non volevo interromperti”), che lo accompagna durante tutto il duello, fino alla decapitazione di Gyokko. Addio, Quinta Luca Crescente! Non mi mancherai affatto.

POSTILLA: cameo speciale nei ricordi di Tokito sul periodo dell’allenamento di Rengoku, il Pilastro del Fuoco, che manca sempre molto.

Ep. 3×10 – Il Pilastro dell’Amore, Kanroji Mitsuri

Is it okay for a girl to be this strong? I still worry that someone may ask that, as though I’m not human. In my fear, I was suppressing my strength. But not anymore. Leave this to me. I will protect everyone.

E arriva anche il momento dell’episodio dedicato alla meravigliosa Kanroji Mitsuri, il Pilastro dell’Amore, che onestamente avevamo perso per strada mentre salvava da sola un intero villaggio da innumerevoli demoni, ma, adesso che Tanjiro e compagni sono in difficoltà con la versione da demone dell’odio di Hantengu, appare in modo provvidenziale. Non è solo un’abile spadaccina con la sua lama-frusta, ma ha anche una forza sovrumana, che sembra impensabile in una ragazza così aggraziata. Kanroji non si fa intimidire dall’odio del demone (anche perché diffonde amore) ed è pronta a salvare Tanjiro, Genya e Nezuko e a consentire loro di uccidere il demone. Mentre Kanroji taglia le teste dell’idra con facilità e salti acrobatici, partono i flashback del suo passato, da bambina amata dai genitori, ma in possesso di una super forza e di una super fame (tanto da battere un’intera squadra di lottatori di sumo), al cruccio dei suoi capelli rosa durante l’adolescenza, al venire rifiutata come ipotetica moglie perché troppo forte e poco femminile, al suo tentativo di farsi accettare e farsi amare dagli altri, rendendosi quasi invisibile. Fino alla decisione finale, prima di accettare la proposta di matrimonio, che fa capire a Kanroji che l’unica e vera felicità proviene dall’accettare se stessa e amarsi così com’è, forzuta e con i capelli rosa, gioiosa e affettuosa con gli altri, ma soprattutto senza cambiare e sopprimere la sua vera natura. Una donna forte perché sa essere se stessa, amarsi e capirsi senza porsi problemi e, di riflesso, sa amare e comprendere gli altri.

POSTILLA: cameo speciale di Obanai Iguro, il Pilastro del Serpente, che ha regalato le parigine verdi indossate da Kanroji. Io ci vedo una ship.

Ep. 3×11 – I legami che ci uniscono: alba e aurora

La fuga del piccolo demone della codardia continua, così come continua l’inseguimento dei nostri. Tanjiro, che ha risorse extra rispetto a qualsiasi essere umano, si getta sul demone, ma non riesce ad avere la forza di contrapporsi e quello si ingigantisce per diventare di dimensioni enormi e fuggire nuovamente. Siamo sul finire della notte e sul crinale delle prime timide ore di luce: il demone deve agire in tempo, prima di essere bruciato dai raggi del sole, per cui si lancia all’inseguimento di tre malcapitati destinati ad essere il suo pasto; anche Tanjiro deve agire in tempo, prima che il sole bruci del tutto la sua amata sorella Nezuko. Al che accadono una serie di cose: Kanroji continua a tenere impegnato il demone dalle teste dell’idra; Genya spara come un forsennato ché sembra Clint Eastwood; Tokito Muichiro, che sembrava morto per il veleno degli aghetti, si trascina e lancia a Tanjiro la spada centenaria (nonostante il forgiatore non abbia ancora finito di molarla); Nezuko respinge il fratello che voleva coprirla e proteggerla dal sole e lo getta nella mischia contro il demone. Con le lacrime agli occhi, perché sa della morte certa della sorella, Tanjiro va dal demone e lo decapita definitivamente (o, meglio, prima decapita il corpo grande e, poi, quello piccolo, che era inserito dentro come una matrioska). Poi, accade l’impensabile: Nezuko sopravvive! Non solo, perché, parafrasando il lancio del film Ninotchka negli anni ’30, Nezuko parla e ride come se fosse Greta Garbo. Per la verità, dice poche battute ed è rimasta molto infantile, ma è fresca come una rosa nonostante i raggi del sole, riuscendo così nell’intento che era mancato al capo dei demoni Muzan. Tutti si abbracciano, contenti e vittoriosi, e possono tornare a casa.

Beh, non sono proprio tutti contenti. Muzan, con le sue sembianze da bambino di Omen Il Presagio, come lo abbiamo visto ultimamente, è arrabbiatissimo, anche perché ha capito che non ha più bisogno del giglio ragno blu per sopravvivere al sole, ma direttamente di Nezuko. Visto la sua rabbia atroce, assassina persone a caso che gli capitano sotto mano, mentre ricorda il passato o, meglio, come una medicina particolare di un dottore ciarlatano lo abbia fatto diventare un demone, invece di guarirlo dall’infermità. Sappiamo già che nella prossima stagione tornerà più cattivo di prima e la cosa non fa certo piacere.

E, quindi, vi lascio con il trailer del prossimo arco narrativo, Hashira Training Arc, dove faremo la conoscenza di tutti i Pilastri degli Ammazzademoni.

Piccolo particolare: no, Genya non è diventato un demone, mi sbagliavo; anche se non ho ancora capito cosa sia diventato realmente, perché aveva occhi privi di pupilla e fuori dalle orbite, i capelli da Super Sayan e ha combattuto per 20 ore con un buco in mezzo al corpo. Tutto bene anche così.

Captain-in-Freckles

One Piece – All’arrembaggio!

È un veliero di pirati
Veramente scatenati
Una ciurma irresistibile

Arrivavo a casa da scuola, affamata per il dispendio di energie che implica lo studio, come tutti i ragazzini che si applicano molto sui libri e quasi recalcitranti a tornare nel mondo reale. Mi apprestavo a pranzare e accendevo la TV (perché la televisione quando si mangiava era un must sempre, non c’erano all’epoca troppe paturnie e limitazioni sulle ore da trascorrere davanti alla TV o, perlomeno, per me non ce ne erano). Partiva prima il suono delle immagini per uno strano principio delle televisioni d’inizio anni 2000 che hanno vissuto quel meraviglioso passaggio dall’analogico al satellitare e che ignoravano anche il cosiddetto digitale terrestre. Partiva la voce di Cristina D’Avena. Poi, le immagini arrivavano di colpo, assolate e coloratissime, in netto contrasto con le televisioni anni ’80 e ’90.

C’è un ragazzo capitano
Che nel cuore è un veterano
Il pirata più temibile

Ecco che appariva il pirata più temibile, secondo la sigla, ma meno temuto di sempre: un tizio lungo e molleggiato, i cui arti si tiravano da soli come elastici o come quel giocattolo che, almeno una volta, a tutti sarà capitato di comprare in cartoleria per portarlo come regalo di compleanno dell’ultimo minuto. Giravo il mio piatto per non dare le spalle alla TV. I miei occhi si fissavano sul cappello di paglia di Monkey D Rufy e il suo sorriso sghembo mentre guardava l’orizzonte. La musica continuava con l’attacco di Giorgio Vanni.

L’equipaggio è già sul ponte
E il vascello leva l’ancora
Salpa verso l’avventura
Senza un’onda di paura
E non perde mai la bussola

“Ma non sei troppo grande per guardare cartoni e film con i pirati, Laura?”, chiedeva mia madre, sempre, più o meno, la stessa domanda, perché l’età mi aveva rovinato i gusti, secondo lei, e da principesse e pollyanne ero passata inspiegabilmente ad una ciurma sghangherata e riottosa, un gruppo colorato e strambo, che non ce ne era nemmeno uno normale. Ma, diciamo la verità, esiste davvero un’età in cui ci si può stancare di pirati? Sono eterni come i cowboy dei film western, crescono e non crescono con noi; combinano rivolte, vengono alle mani, sono difficilmente gestibili, eppure ci piacciono; si uccidono ripetutamente tra loro, eppure non muoiono.

Ciurma! Andiamo tutti all’arrembaggio, forza
Vediamo adesso chi ha coraggio
Niente, è più importante del tesoro ma
Chissà dove sarà
Un solo grido
Ciurma! C’è un bastimento di corsari
Forza! Noi siamo i re dei sette mari
Niente potrà fermarci, adesso siamo qua
Avanti che si va
Un solo grido

Ancora adesso, quando sento questo ritornello, ricordo a voce alta quei momenti, forse gli ultimi di un prolungato senso infantile per l’avventura, che mi portavano a solcare i sette mari con il re dei pirati e la sua nave. E canto. Canto a squarciagola dentro di me, ripensando sempre che sono diventata grande perché non mi sono arruolata insieme all’aspirante Re dei Pirati e alla sua ciurma del Cappello di Paglia in cerca di un tesoro. Perché Monkey D. Rufy, il nostro pirata protagonista, non è nemmeno un vero e proprio pirata, ma, più che altro, uno che crede di esserlo e si impegna con tutto se stesso per dimostrarlo. Quasi una figura donchischiottesca di sognatore, Monkey D. Rufy ha due caratteristiche che lo rendono unico: la prima è meramente fisica e riguarda la sua capacità di allungarsi e modellarsi come la gomma per aver ingerito, ancora giovane, il cosiddetto Frutto del Diavolo; l’altra, molto più connaturata alla sua mente e al suo spettro emotivo, è quella di non rendersi assolutamente conto di quello che fa, né del pericolo in cui può andare ad incorrere, esuberante come un bambino alla sua prima ginkana. Forte del suo corpo di gomma e della sua incoscienza, decide di andare a cercare il leggendario tesoro One Piece, bottino di una vita del pirata Gol D. Roger, che lo farebbe diventare il Re dei Pirati. Per questo motivo, recluta un equipaggio che nessun sano di mente avrebbe mai reclutato (perlomeno, mai tutti in una volta): c’è la ladra scaltra e agile, Nami, con il suo tatuaggio e la sua chioma rossa; ci sono il forte spadaccino Roronoa Zoro, con la sua cicatrice all’occhio e una spada a tre lame che sembra un’ascia, e il cecchino-inventore dalla mira infallibile, ma dalle variegate fobie, Usop; c’è l’elegante Sanji, con la sigaretta in bocca e il ciuffo biondo, che deriva da una famiglia di killer, ma aspira a diventare cuoco sulle navi (e che è anche la cotta più o meno segreta praticamente di tutti i personaggi femminili); c’è Nico Robin, la misteriosa archeologa assassina, con caschetto nero da femme fatale anni ’20; ci sono il carpentiere Franky, un cyborg colossale, il mezzo uomo/mezzo scheletro Brook, che vorrebbe diventare un musicista, e il mezzo uomo /mezzo pesce Jinbae, che fa da timoniere proprio perché è l’unico ad avere senso dell’orientamento; e, infine, c’è Tony Tony Chopper (nella versione anime italiana ribattezzato Renny Renny Chopper), una minuscola renna antropomorfa e parlante (a causa di ingestione da Frutto del Diavolo), che fa da medico di bordo e che non ci stupisce pensare sia anche l’essere più razionale di questa nave. Perché di razionalità in Monkey D. Rufy, il cui personaggio è basato sempre sull’archetipo orientale del Re Scimmia (o Scimmiotto), ce ne è proprio poca; in compenso, di follia ce ne è parecchia ed è forse uno dei motivi per cui, alla fine, tutti riescono ad affezionarsi al suo progetto e a rischiare letteralmente la vita per il tesoro One Piece, in un mondo che pullula non solo di pirati, corsari e criminali di ogni sorta, ma anche di politici corrotti, famiglie detentrici di ogni potere, cartelli di creature aliene e sanguinarie e dominato dal cosiddetto Governo Mondiale, una sorta di ordine generale che controlla, in una vera e propria distopia, i governi e le menti di tutte le popolazioni.

Per parafrasare le parole del più famoso pirata cinematografico di sempre, Jack Sparrow, che cos’è una nave, se non un sinonimo di libertà? Ed è qui che si inserisce, quasi inconsapevolmente, il lavoro rivoluzionario e libertario di Monkey D. Rufy, che vuole a tutti i costi quel tesoro, tanto da non percepire un minimo di rispetto per le gerarchie e da mettersi contro ai governi di circa 180 Stati, diventando, così, in modo quasi del tutto consapevole, il paladino della libertà e della lotta contro la dittatura mondiale, tanto da assurgere ad emblema della lotta clandestina per la liberazione portata avanti dall’Armata Rivoluzionaria.

Più il viaggio dei nostri va avanti, più aumentano le avventure, più si destabilizza l’ordine mondiale, più le persone iniziano a credere nella propria libertà, mentre la taglia sulla testa di Monkey D. Rufy sale vertiginosamente, rendendolo, effettivamente, una leggenda. Ma attenzione: perché non si tratta, comunque, di una semplice sommatoria di avventure marinaresche con cui trovare una piacevole mezzora di distacco dagli impegni. Mokey D. Rufy, infatti, è, anzitutto, una persona a cui il frutto misterioso ha conferito alcuni poteri che deve ancora scoprire ed è, soprattutto, un ragazzo che medita di crescere e di divertirsi in modo spensierato, ma che lungo il cammino conoscerà la gloria, l’angoscia e l’ambizione. Quest’ultima acquisisce un concetto a sé, in quanto forza misteriosa ed eclettica, latente in ciascun essere umano e disponibile a mettersi in gioco nei momenti più critici. Nel momento in cui Monkey D Rufy scopre di avere ambizioni e di poterle usare solo crescendo interiormente e mettendosi alla prova non solo per se stesso e i suoi amici, ma anche per l’umanità.

Sarà questo carattere così genuino e spensierato e il suo romanzo di continua formazione in viaggio che hanno portato la maggior parte degli spettatori ad adorare il personaggio di Monkey D. Rufy, tuttora uno dei più amati di sempre, quasi alla pari di Goku in Dragonball. Pensare che, all’epoca del lancio, il suo creatore, Eiichirō Oda, credeva solo di divertirsi, ispirandosi in parte alla serie a fumetti Vicky Il Vichingo e, invece, ha messo in discussione per intero tutto il mondo anime, creando personaggi deboli e forti al tempo stesso, con una leggerissima linea di confine tracciata tra bene e male. Ad oggi è il quarto mangaka preferito dai giapponesi (e non solo) e, praticamente, può vivere di rendita grazie ai suoi pirati dei sette mari.

One Piece (ワンピース Wan Pīsu), che in Italia ha preso inizialmente il nome di One Piece – All’arrembaggio! (dall’urlo famoso dei pirati sulla nave), ha visto la luce come manga nel 1997, pubblicato sulla rivista Weekly Shonen Jump, diventando, col tempo, il manga ad aver venduto di più in tutto il mondo (ben 500 milioni di copie fino al 2022), sorprendendo qualsiasi statistica da guinness dei primati. La versione anime è stata creata due anni dopo il lancio, nel 1999, ed è approdata in Italia nel 2001 insieme ai tankobon del manga. Oggi conta 20 stagioni (per un totale di 1068 episodi, ma la produzione è ancora in corso e gli ultimi episodi di cui abbiamo il conteggio sono dell’estate 2023), 2 OAV, 15 film d’animazione, 2 cortometraggi in 3D, 13 special, uno spin-off, videogiochi, oltre ad un innumerevole e variegato merchandising. Il successo è stato talmente tanto che diversi marchi internazionali hanno usato l’immagine di Monkey D Rufy nei proprio prodotti (dalla Mattel alla Fanta, da Gucci alla Nissan, da Mc Donald’s alla Seiko), mentre nella Tokyo Tower è stato allestito un parco a tema One Piece, con tanto di pubblicità disseminata per tutta la città, compresi i mezzi pubblici. Oggi siamo in attesa della serie live action prodotta da Netflix per la fine del 2023.

Il successo ha portato Monkey D Rufy ad incontrare Goku in un epico episodio crossover One Piece – Dragon Ball, che non si può perdere. Ma questa è un’altra storia.

Consigliato: per chi vuole viaggiare per i sette mari delle fantasia e dell’immaginazione, aspirando alla libertà, perché una nave è sicuramente una chiglia con una prua, una poppa e delle vele, ma è soprattutto la libertà e non si mai piccoli né grandi per assaporare il vento della libertà.

Captain-in-Freckles

Bo-ra! Deborah – True to Love

Dicono che scrivere una sceneggiatura drammatica sia davvero difficile, ma scrivere una commedia che possa piacere a tutti è una missione quasi sempre impossibile.

Bo-ra! Deborah” è una commedia in 14 episodi che cerca di farci sorridere da subito, nonostante diverse situazioni presentate che ci fanno pensare, merito anche degli interpreti, tutti molto bravi, e della protagonista Bo-ra, in arte Deborah (Yoo In-na, “Goblin”, “Snowdrop”) in stato di grazia, che per alcuni episodi regge la storia in un vero e proprio “One Woman Show”.

Ho voluto guardare questo drama per tuffarmi in una commedia, dopo diverse serie impegnative che mi hanno provato emotivamente, forse è questo l’errore che commettiamo tutti quando ci avviciniamo ad una commedia, vogliamo trovare la perfezione, quell’opera che ci fa distrarre e a cui dare il merito di aver recuperato la felicità che ci è mancata negli ultimi tempi. In effetti, si tratta di un drama che ci strappa diversi sorrisi, ci regala delle gag encomiabili, alcune ai limiti dell’imbarazzo, altre intelligentemente inserite per smorzare dei toni che sarebbero diventati troppo seriosi, ma non si tratta di una sceneggiatura perfetta, anzi ha ricevuto anche delle critiche per via di alcune battute ritenute non molto delicate anche se credo che gli sceneggiatori non avessero alcuna intenzione di ferire la suscettibilità e la sensibilità, soprattutto di un pubblico europeo.

Dopo questa lunga premessa, addentriamoci nella storia perché vale la pena capire che il merito di questo drama è presentarci un personaggio femminile protagonista della propria vita, della propria carriera, dei propri sentimenti, quando si rende conto di non essere più giovanissima, ma una donna tra i trenta e i quarant’anni che crede di aver raggiunto un certo successo, una certa sicurezza  e di essersi imposta nella società; ad un tratto, però, avviene qualcosa che fa vacillare il vaso, uno strappo, una sensazione di fragilità emotiva.

Chi si nasconde dietro lo pseudonimo di Deborah? Una scrittrice, una consulente d’amore, una specialista di sentimenti, ma è davvero così Deborah, oppure dovremmo chiamarla Bo-ra?

Deborah, così sicura a dare consigli via radio, a scrivere nei suoi libri riflessioni sulle relazioni umane e sentimentali, ad essere l’influencer invidiata da tutti, ha un cruccio che la rende inquieta e insicura: come mai il suo fidanzato storico Noh Joo-wan (Hwang Chan-sung dei 2PM e che abbiamo visto in “So I Married the Anti-Fan”) non le abbia ancora chiesto di sposarla? Perché sta impiegando così tanto tempo prima di parlare di matrimonio? Solitamente darebbe dei consigli ai suoi ascoltatori, ma non è così brava a dare consigli a se stessa perché crede che la situazione possa risolversi da un momento all’altro.

Non avviene, però, tutto quel che si aspetta, anzi, mentre l’editore Han Sang-jin (Joo Sang-wook, “Alchemy of Souls”) la corteggia per scrivere un nuovo libro che possa portare successo a lei e alla casa editrice Jinri, Bo-ra scopre il tradimento del suo fidanzato con una ragazza molto più giovane e, per di più, a tutto questo è testimone  Lee Soo-hyuk (Yoon Hyun-min, “My Holo Love”), vicepresidente e pianificatore editoriale, nonché miglior amico di  Sang-jin che con Bo-ra ha avuto fin da subito dei battibecchi e che non vorrebbe seguire il suo libro.

Bo-ra, imbarazzata e senza parole, si rinchiude nella depressione e nella autocommiserazione e, mentre il fidanzato senza cuore le rinfaccia di non stare bene con lei, la ragazza cerca disperatamente di vendicarsi. Non vi racconto altro perché i primi episodi sono davvero esilaranti e raggiungono il culmine della commedia nel quarto episodio intitolato “Crazier than Joker”, dove la nostra protagonista tiene un monologo stupendo da ubriaca, sconvolgendo il pubblico per le sue dichiarazioni. Da qui in poi Yoo In-na è davvero irraggiungibile, in alcune scene sembra di vederla in un teatro mentre focalizza tutta l’attenzione del pubblico.

Pian piano, poi, la storia si svolge diversamente da quanto ci si possa aspettare, il tentativo iniziale di riconquistare l’ex fidanzato si fa sempre più flebile e anche la stessa Bo-ra non riesce a rendersene conto, si apre per lei una nuova porta, quella della riflessione, quella del dedicare del tempo a se stessa e, in questo lungo cammino per riprendere in mano la vita e riaffacciarsi alla società, la meta ultima è riconquistare fiducia in se stessi. E’ qui che Bo-ra trova il sostegno di Soo-hyuk, con il quale non era partito bene il suo rapporto professionale, ma che, come persona estranea alla sua vita precedente, può darle dei consigli spontanei non dettati da legami di amicizia o convenzione. I due protagonisti così non si accorgono che il loro rapporto di sostegno l’uno dell’altra è meglio di una seduta di psiconalisi.

Considera la separazione come un comune raffreddore”, è uno dei consigli di Soo-hyuk.

Ecco, per me questa è la parte più significativa e autentica del drama, trovare sostegno, non rinnegando le proprie debolezze e analizzando l’un l’altro i propri errori. Anche Soo-hyuk, infatti, persona intelligente e sensibile, mostra un lato di carattere non sempre lineare, anzi, con la sua ex fidanzata si è mostrato spesso distaccato e quasi anaffettivo in eterna difficoltà ad ammettere di amare, ma quando apprende che la ex fidanzata dovrà sposarsi con un altro ragazzo ha un momento di tristezza e depressione e qui sarà la stessa Bo-ra a cercare di curare il suo “raffreddore”.

L’amicizia a piccoli passi può diventare qualcosa di più, ma prima il sostegno, la stima e la complicità e, come dicono i due protagonisti trovare qualcosa in comune per cui lottare e farsi forza, essere amici come “Fox Mulder e Dana Scully” (per gli appassionati della serie cult X-Files una citazione che emoziona) oppure come “Leonardo Di Caprio e Kate Winslet”, essere la spalla dell’altro.

A questo punto uno degli interrogativi che ci si pone è “Cos’è in definitiva l’amore?”

E’ il desiderio di essere amati, è il non prendere mai per scontato l’altra persona, è il continuo confronto nella ricerca di sostegno, di credibilità, perché la stima è il primo passo per una relazione serena.

Tanti altri personaggi da ricordare in questo drama a partire dalla migliore amica di Bo-ra, la simpatica Lee Yoo-jeong (Park So-jin del gruppo Girl’s Day) che da tempo ha problemi di incomunicabilità con il marito; la sorella minore della protagonista, Bo-Mi (interpretata da Kim Ye-ji) che inizia una relazione con un ragazzo appena tornato dalla leva militare Yang Jin-ho ( Koo Jun-hoe, in arte Ju-ne, membro del gruppo musicale iKon), i loro incontri clandestini e di nascosto dalla sorella mi hanno fatto sorridere; la capodirettrice di una rivista di moda Seo Su-jin (Song Min-ji) ed ex moglie di Sang-jin, il suo personaggio, invece, mi ha lasciato una profonda tristezza .

Bo-ra! Deborah” è una rom-com vivace, incredibilmente recitata bene con dialoghi arguti e degli interpreti a cui affezionarsi, una commedia che scalda il cuore e che ci pone davanti, mai in modo banale, un argomento senza tempo, l’amore.

Memoru Grace

XO, Kitty (ovvero ma perché ho guardato questa serie?)

“Non si tratta solo di un ragazzo. Sono pronta ad iniziare a sperimentare nuove cose. Voglio un’avventura tutta mia”.

Lo ammetto, non so ancora perché ho deciso, durante un fine settimana di fine primavera, di frustrarmi da sola con questa serie. E ammetto pure che non volevo scrivere questa recensione, perché, quando incappi in uno scivolone simile, non vuoi nemmeno perdere tempo per buttare giù qualche riga in merito. Ma, alla fine, complici le altre socie del blog, ho deciso di intraprendere quest’avventura con una rubrica dal titolo “Ma anche no!” (suggerito da Lor), per cui questa che segue non sarà una vera e propria recensione, ma una sorta di messa in guardia, come Gandalf che urla al resto della compagnia dell’anello “Fuggite, sciocchi!“. E, se non volete fuggire, ma siete in preda alla mia stessa malsana curiosità, allora ecco di seguito qualche avvertimento.

Partiamo dal presupposto che no, non è un vero K-drama, ma un’operazione furba che attinge dai cliché dell’universo dramoso coreano (soprattutto da drama in stile Boys Over Flowers e The Heirs) e da certe serie americane teen e young adult (alla Sex Education), con una spruzzata di etichetta politically correct alla Netflix. Tentiamo anche di chiarire il concetto che ci sono una serie di errori cronologici (perché, se la madre di Kitty aveva 16 anni nel 1993 e non aveva ancora conosciuto il futuro marito, non si spiegano come hanno fatto le figlie maggiori a nascere nel 1990), burocratico-temporali (perché l’anno scolastico in Corea inizia a marzo e non a settembre), meteorologico-naturali (perché la fioritura dei ciliegi non dura tutto l’anno, Chuseok è in autunno e in inverno fa freddo a Seoul, spesso nevica pure). E, infine, sì, la serie è made in USA e lo si nota da una serie di castronerie sparse e poco deferenti nei confronti della cultura altrui.

Chiariti i primi concetti, arriviamo a recensire velocemente questo pastiche di Netflix, che è come quelle pagine che tentano di sfruttare il fenomeno coreano del momento per banalizzarlo. Kitty Song Covey (Anna Cathcart), ragazza americana con madre di origini coreane, vola in una scuola esclusiva di Seoul per il suo terzo anno di liceo, la stessa scuola frequentata dalla madre da adolescente e dal suo fidanzato epistolare Dae (Choi Min-young, il fratellino minore del protagonista di 25 21), conosciuto anni prima durante una vacanza in famiglia. Ovviamente, Kitty non si preoccupa di imparare in modo quanto meno decente la lingua coreana, né di seguire il programma delle scuole coreane, convinta che la sua preparazione da high school americana sia perfettamente a norma anche per i competitivi licei asiatici, andando inevitabilmente male (e, con ogni probabilità, questa è la parte più veritiera e razionale di tutto il drama). Però, il suo grande amore è incastrato in un finto fidanzamento con Yuri (Gia Kim), figlia di un miliardario chabeol a capo di una catena di hotel e della preside della scuola Ji-na (interpretata da Kim Yun-jin, l’ispettrice di Money Heist Korea che è stata anche uno dei volti di Lost), anche ex migliore amica della madre e, probabilmente, detentrice di un terribile segreto. E Kitty si perde a rincorrere il suo amore e un po’ anche a rincorrere se stessa e i ricordi di sua madre. Praticamente, in sei mesi di scuola combina più di quanto una persona possa fare in 30 anni.

Ma la domanda è: chi sarà, alla fine, il suo vero amore? Sì, perché dal grande amore per Dae, passerà presto alla ricerca di un ragazzo qualsiasi per ricevere, durante una serata inaspettatamente alcoolica, il suo primo vero bacio, per tornare, poi, di nuovo a struggersi per Dae, ma a litigare con un botta-e-risposta da flirt amoroso con il suo migliore amico Min-ho (Lee Sang-heon), per tornare, nuovamente dal suo grande amore Dae, ma iniziando a percepire una certa attrazione per la terribile e affascinante Yuri… Insomma, gira la testa vorticosamente in questo ballo amoroso di Kitty e ci si confonde presto (a lei piace lui, che sta con lei, che piace all’altra lei, che piace all’altro lui). Sembra la canzone Mon Amour di Annalisa che ci sta tormentando in questo inizio d’estate. E, alla fine, non si capisce proprio nulla.

La serie è carina e scorre in modo gradevole, se non fosse che è un po’ too much e ha la pretesa di essere un k-drama, quando, in realtà, è quanto di più lontano possibile da quella soave lentezza e quel pudore caloroso dei sentimenti, che ci hanno insegnato le serie asiatiche. Inoltre, pretende di rileggere una cultura da cui è piuttosto lontana, perché non basta appendere un lucchetto a Seoul alla Namsan Tower e indossare maglie abbinate di coppia (tutte cose che chiaramente i personaggi di questo drama fanno per far capire quanto sono innamorati), né serve ascoltare a tutto volume le Blackpink mentre si esce dalle boutique più costose, dopo una sessione di shopping sfrenato e rosa shocking, per comprendere una cultura e una società, che, onestamente, sono state prese un po’ sotto gamba. In definitiva, è un passatempo se non si ha voglia di guardare qualcosa che non faccia riflettere troppo, giusto per spegnere il cervello per un po’ (come è capitato a me, schiacciata in un periodo sofferente e gravoso dal punto di vista lavorativo ed emotivo) e si ha una giornata di noia e di tedio da superare, anche perché permette di beccare una OST infarcita di K-Pop a caso. Però, non è un tributo ai K-Drama, come si credeva all’inizio, ma solo una rivisitazione, di qualità piuttosto scadente e poco brillante, di cose già viste e riviste. Per cui, se si è amanti del genere, meglio guardare Dramaworld come tributo al mondo dramoso che spezza giustamente la continuità seriale oppure tornare ai classici drama.

Per me è una serie da sufficienza stentata e guadagnata solo per simpatia o per incoraggiamento ad attori giovani e ancora poco noti, ma è anche una serie sconsigliabile, una perdita di tempo con contenuti davvero di poca caratura. Tranne Min-ho: ebbene, quel ragazzo prende la sufficienza piena e anche qualcosa di più (con un voto che sarebbe stato più alto, se solo avessero avuto la decenza di scrivergli più parti), perché è l’unico personaggio più autenticamente dramoso nell’incarnare la sua Red Flag, antipatico, scostante, scorbutico e narcisista quanto basta, lo si adora appena entra in scena. Per cui, visto che Netflix ha deciso di piagarci con una seconda stagione, mi auguro che la seconda stagione riparta da lui. O, meglio, che sia direttamente lui. Per me potrebbero anche chiamarla XO, Minho.

Piccola postilla: la serie TV si basa su un personaggio secondario della serie di libri di To All The Boys, scritti da Jenny Han e trasposti in film da Netflix (con la trilogia di Tutte le volte che ho scritto Ti Amo, P.S. Ti amo ancora e Tua per sempre). Nel particolare, Kitty è la sorella minore della protagonista, Lara Jean Covey, interpretata da Lana Condor. Però, la serie spin-off non è uscita dalla penna e dall’inventiva di Jenny Han, ma è solo frutto del marketing di Netflix.

Altra piccola postilla: ad un certo punto, in un cameo d’eccezione compare Ok Taec-yeon (il super cattivo di Vincenzo), nel ruolo di un noto attore e idol, proprietario di una riserva presso cui la scuola di Kitty va in gita. Ecco, forse questi cinque minuti potrebbero valere la visione (ma, se amate già quest’attore, non guardatelo doppiato)

Consigliato: NO, o, in minima e limitata parte, con le dovute contromisure già introdotte sopra, e, comunque, mai consigliato se non siete pratici del mondo dramoso asiatico, se avete visto poco o nulla di drama provenienti dall’Estremo Oriente e siete curiosi di approcciarvi al genere, perché non è il metodo giusto, ma solo una visione che potrebbe destabilizzarvi e fornirvi un’idea diversa; se, invece, siete già a un livello PRO e volete prendervi una pausa, se non altro per riderci sopra, allora potete procedere alla visione senza problema. Poi, però, mi dite quante incongruenze e stonature avete trovato all’interno, perché pare che aumentino ad ogni visione.

Captain-in-Freckles

La collina dei papaveri

La poesia della bellezza dei disegni dello Studio Ghibli trova l’incanto di una storia intima, delicata, che ci trasporterà direttamente nel Giappone degli anni Sessanta, circa dieci anni dopo la fine della Guerra di Corea, in un paese in piena rinascita anche se ancora segnato dalla fine della Seconda guerra mondiale, dalle bombe atomiche e dall’occupazione americana terminata nel 1952.

Un racconto ricco di sentimenti quello di Goro Miyazaki, figlio di Hayao Miyazaki, alla seconda prova di regia dopo “I racconti di Terramare”, di cui vi consigliamo il nostro articolo nel blog.

Se potessi raccontarvi cosa ho provato quando ho visto la prima volta questo anime scriverei all’infinito. Mi sono innamorata da subito della storia, dei due protagonisti e della stupenda colonna sonora di Satoshi Takebe e dei brani portanti cantati da Aoi Teshima.

Yokohama 1963, Umi Matsuzaki, ogni mattina, si alza presto e si reca in giardino ad ammainare le bandiere di segnalazione marittima che venivano viste dal padre quando la sua nave tornava in porto, prima che morisse in guerra.  Umi è una liceale che vive con la nonna e i fratelli più piccoli sulla “Collina dei papaveri” in una casa ricavata da un ex ospedale. La casa funge anche da pensione e ospita anche altre tre ragazze. Il padre di Umi è morto durante la guerra di Corea quando la sua nave urtò una mina, mentre la madre è docente universitaria negli Stati Uniti ed è spesso fuori per lavoro.

Shun Kazama è un ragazzo liceale che ogni mattina osserva dal rimorchiatore del padre adottivo le bandiere issate sulla collina dei papaveri e ne rimane a tal punto affascinato da dedicare una poesia pubblicata sul giornale della scuola.

Shun e Umi si incontrano a scuola la prima volta durante una protesta studentesca, a primo acchito Umi non ha una impressione positiva di Shun, poi, pian piano, iniziando a collaborare come copista al giornale della scuola di cui Shun è responsabile, inizia a stringere amicizia con lui e con i suoi amici del club di letteratura. Nel frattempo, a scuola iniziano delle accese discussioni in merito alla eventuale demolizione del “Quartier Latin”, un vecchio edificio storico fatiscente dove si incontrano e si riuniscono i club scolastici. L’edificio ha un valore affettivo per i ragazzi del liceo e, anche se il Giappone si sta modernizzando e la dirigenza scolastica preme per la demolizione della struttura, i ragazzi lottano per mantenerla, per salvaguardarla e per proteggerne il valore storico; proprio per questo, si rendono disponibili a ristrutturare l’edificio. Durante i lavori di pulizia e ristrutturazione del palazzo Umi e Shun passano molto tempo insieme, si conoscono meglio, parlano e iniziano a provare dei sentimenti di affetto l’un l’altra.

Improvvisamente, però, un giorno, Umi racconta a Shun di suo padre, di come è morto e gli mostra una fotografia, Shun resta attonito e sbalordito perché la foto mostrata da Umi è la stessa che ha anche lui. Il ragazzo inizia a fare delle ricerche per scoprire la verità e capisce che probabilmente il padre di Umi è anche suo padre. Shun, infatti, è stato affidato da neonato ai genitori adottivi. Sarà davvero così?

Shun, per questo motivo, anche se prova affetto, inizia ad allontanarsi da Umi, ad avere nei suoi confronti un atteggiamento distaccato per non farsi coinvolgere in sentimenti non giusti, visto che i due potrebbero essere fratello e sorella. Umi che non conosce il motivo per cui viene allontanata dal ragazzo, ne accetta le condizioni anche se in cuor suo ne soffre immensamente.

Nel frattempo, nonostante tutti i lavori di riparazione e ristrutturazione, la sorte del Quartier Latin è messa nuovamente a dura prova perché la dirigenza ha optato comunque per la distruzione; per questo motivo, l’assemblea studentesca vota una piccola delegazione che possa recarsi a Tokyo per portare avanti le proprie ragioni. Nella delegazione vengono scelti anche Shun e Umi, i due sono costretti, quindi, a viaggiare insieme per Tokyo dove parleranno con la dirigenza. Qui vi è una delle parti più emozionanti perché il regista, dopo che ci ha presentato la città di Yokohama degli anni Sessanta in maniera impeccabile, ci fa emozionare nella Tokyo del 1963, ad un anno dalle storiche Olimpiadi del 1964, e la città ha già tutti i manifesti per la preparazione all’evento. Credo, infatti, che la ricerca storica e contestuale di questo anime lo rendono davvero molto apprezzabile.

Per Shun e Umi il viaggio a Tokyo diventa importante perché riveleranno l’un l’altra i propri sentimenti, ma resta sempre il dubbio del padre in comune. Qualche giorno dopo, il padre adottivo di Shun riesce a contattare Onodera, il capitano di una nave che conosce la verità e svelerà ai ragazzi una storia che non conoscevano.

Una storia delicata, poetica, romantica, un timido amore adolescenziale nato tra i banchi di scuola negli anni Sessanta, quando anche in Giappone le rivolte studentesche e l’attivismo iniziavano dappertutto per sfociare, poi, nel Sessantotto, così come in molti altri paesi del mondo.

Una piccola informazione storica, la nave dove era imbarcato il padre di Umi e dove ha trovato la morte era una Landing Ship Tank, “navi specializzate per le operazioni anfibie” utilizzate durante la Seconda guerra mondiale per gli sbarchi a Iwo Jima e Okinawa, ma anche per lo sbarco in Sicilia e in Normandia e riutilizzate durante la Guerra di Corea.

La collina dei papaveri” è l’adattamento cinematografico del manga di Tetsuro Sayama e Chizuru Takahashi del 1980.

Memoru Grace

The Good Bad Mother – Una pessima madre ideale (ovvero della memoria, del perdono e dell’amore alla fine del viaggio)

“La vita è una cosa così affascinante, di cui bisogna essere grati. Quando ti porta via qualcosa, te la restituisce con qualcos’altro”.

Se qualcuno mi dovesse chiedere a quale episodio di The Good Bad Mother ho iniziato a piangere, risponderei semplicemente “Sì”. Non c’è un inizio e nemmeno una fine all’onda di emozioni che questo drama riesce a scatenare tutte in una volta: si piange già al primo episodio, si piange all’ultimo episodio, ci si commuove diverse volte al dispiegarsi della storia, talvolta si singhiozza pure, talaltra si versano copiose lacrime silenti. Si rimane, alla fine, così, in quella dolce melanconica nostalgia dei ricordi e delle cose perdute e, cosa rara nel panorama dramoso asiatico, una volta conclusa la visione del drama, si vuole riniziare da capo, pervasi dalla commozione e circondati da personaggi che erano diventati oramai la propria famiglia, i propri vicini di casa, i compagni di un viaggio nel passato e nella variegata gamma di emozioni che ci rendono unici nel cammino, poveri e piccoli esseri umani con i nostri difetti e le nostre virtù, le nostre miserie e le nostre ricchezze. Onestamente, quando ci si avvicina al termine di questo percorso di 14 episodi, non si è nemmeno pronti a terminarlo, tanto i nostri bagagli sono ancora disfatti e il nostro carico emotivo è troppo pregnante. Non abbiamo ancora salutato gli amici, non siamo pronti ad aprire le porte del treno per mettere piede in terra, ci giriamo per un’ultima volta con un sorriso lento e fugace ad illuminarci il volto. The Good Bad Mother è un esempio di drama di rara perfezione, ma che non sa nemmeno di esserlo, tanto si avvicina al cuore degli spettatori in punta di piedi, umile, eppure altero nello stesso momento nella sua interezza e drammaticità narrativa, costituito da un caleidoscopio di fasi e momenti di vita che partono da quell’amore imperfetto nella sua perfezione che sta alla base del legame tra madre e figlio.

Si piange e ci si commuove, come si ride e si sorride, ci si arrabbia, si resta sgomenti, si ha paura, ci si mortifica, ci si allieta, si ripercorre il passato, ma non tutto in una volta, bensì in momenti diversi e sotto diversi punti di vista, si ama, si perdona, si chiede vendetta, si cerca una nuova occasione, si cade nel baratro dell’ira e della disperazione, si risale nella luce della speranza, si vive, in un attimo, tutta la bellezza umana.

Il titolo giustamente è un tributo all’assoluta protagonista femminile, la pessima e ideale madre, Jin Young-soon (una meravigliosa e incredibile Ra Mi-ran, già protagonista amata di Reply 1988), una donna rimasta presto vedova e con un bambino, proprietaria di una fattoria e di un allevamento di maiali che deve ancora prendere il decollo. Infatti, il marito (interpretato da Cho Jin Woong), mentre si trovava in pieno dissidio con la grossa compagnia Woobyeok per il possesso dei terreni della fattoria, è morto in circostanze misteriose, derubricate dalla procura come suicidio, e Young-soon si è trovata da sola ad affrontare i debiti, la gestione della fattoria, i vicini di terreno e gli abitanti del villaggio, che mal vedevano la costruzione di una porcilaia nella zona, e il dolore. Questa grande e sconosciuta piaga, che Young-soon si porta dietro come una ferita nascosta nell’anima, le dà la forza di rialzarsi, di lottare e di trasformarsi in quella madre inflessibile e dura che progetta per il figlio una vita di rivalsa, di studio e di successo, quasi come una risposta automatica a tutti gli abusi sofferti da lei e dal marito da parte dell’alta società. Il figlio, Choi Kang-ho, è un bambino intelligente e con una memoria prodigiosa, ma anche con una vita già costruita dalla sua pessima e ideale madre, che gli strappa i disegni, per mortificare le sue velleità artistiche, gli vieta di andare a pic-nic e a gite scolastiche, per paura di un incidente, gli impone ritmi serrati di studio, con poco cibo (perché mangiare tanto causa il sonno) e amicizie inesistenti (per evitare distrazioni). Choi Kang-ho, nella cerimonia del primo anno (per la verità, la cerimonia dei 100 giorni, secondo una tradizione orientale derivata dalla dottrina buddista), ha scelto, tra i tanti oggetti posti davanti dalla madre, un martelletto, ovunque simbolo di giustizia e di legge, e, quindi, secondo i calcoli materni, è destinato a diventare procuratore e a risolvere quelle ingiustizie che hanno portato alla morte il padre, senza alcuna possibilità di scendere a compromessi.

Ma ci sono cose che nemmeno la terribile Young-soon riesce a prevedere. Diventando grande, Choi Kang-ho (ora interpretato da Lee Do-hyun, attore che abbiamo amato molto in The Glory, Youth of May, Hotel Del Luna, 18 Again, Sweet Home, Melancholia… e che, insomma, non finiremo mai di recensire, perché, onestamente è uno degli attori più bravi del panorama sudcoreano) s’innamora della sua vecchia compagna di scuola Lee Mi-joo (interpretata da Ahn Eun-jin, la moglie dell’impiegato Kim in Kingdom), che lo supporta e lo sostiene indipendentemente da qualsiasi evento, perché sono destinati a fidarsi l’un l’altro, vivendo come reciproche spalle, e a credere sempre nelle proprie possibilità. Il loro amore è come una formula matematica, come una radice quadrata ricamata in una cravatta (10√2) e non conosce allontanamenti e rotture, perché, come per Mi-joo esiste solo Kang-ho, Kang-ho, potendo tornare a vivere, sceglierebbe sempre Mi-joo, anche inconsapevolmente.

Il fatto, però, è che lo spettatore impara a conoscere questi lati di Kang-ho solo col tempo e con gli innumerevoli flashback di cui è costellata la sceneggiatura, che sembra un album di famiglia pieno di foto, sfogliato durante una giornata di ricordi. Il Kang-ho che appare sulla scena, dopo averne seguito i primi passi durante l’infanzia e l’adolescenza, nei suoi dissidi con la madre e nel suo candido amore per Mi-joo, è un Kang-ho completamente diverso: diventato procuratore, ora è cinico, freddo, senza cuore e senza sorriso. Ignora le telefonate e le visite della madre, non torna più nel suo paese di campagna, ha interrotto qualsiasi legame con i vecchi amici (e con Mi-joo) ed è intento solo a costruirsi una solida posizione sociale e una carriera, tentando di farsi adottare legalmente dal boss della malefica Woobyeok, Song Woo-byeok (interpretato da Choi Moo-sung di Reply 1988) e di sposare Oh Ha-young (interpretata da Hong Bi-ra), figlia dell’ex procuratore, ora deputato e in corsa per diventare presidente Oh Tae-soo (straordinario Jung Woong-in, già visto in Vagabond, Chief of Staff e I Hear Your Voice, uno a cui i ruoli da cattivo vengono fuori molto bene). In tutto ciò, Kang-ho si reca dalla madre per farle conoscere la sua fidanzata e per tagliare per sempre i ponti con lei, rinnegando un nome e una famiglia che non si addicono più al suo nuovo percorso di vita. Se non fosse che, sulla strada del ritorno verso Seoul, Kang-ho rimane vittima di un terribile (e misterioso) incidente, in cui normalmente avrebbe dovuto perdere la vita. La terribile e severa madre è l’unica a correre al capezzale del figlio (mentre la potente famiglia della fidanzata apparentemente si eclissa) e, memore delle costrizioni a cui lo ha forzato in tutta la sua vita, prega perché possa riprendersi, in qualsiasi modo sia, perché la vita è molto più importante di qualsiasi carriera e di qualsiasi giustizia.

E Kang-ho si riprende. Lentamente, a piccoli e incerti passi, con minuscole conquiste della vita quotidiana. Kang-ho riapre gli occhi, abbandona l’ospedale immobilizzato in un letto, riesce a riacquistare l’uso della parola e la mobilità della parte superiore del corpo, inizia ad uscire da casa sulla sua sedia a rotelle. Solo che della sua mente brillante, che aveva fatto invidia a tutto il paese, non rimane quasi più nulla: i medici diagnosticano a Kang-ho una grave lesione cerebrale, che ha causato un ritardo cognitivo. Di fatto, Kang-ho ha un’età mentale di sette anni e come tale si comporta nella sua nuova seconda vita, più svagata, sognante e sensibile, più infantile e affettuosa della precedente, girando come un satellite intorno alla luce materna, mentre la madre, che ha sempre sofferto il suo passato comportamento nei confronti del figlio, vede questa nuova vita come una vera e propria nuova possibilità, un dono dal cielo sia per lei che per il figlio, che può aprire una nuova e radiosa esistenza, felice nell’ignorare gli spettri del passato e nell’anestetizzare i dolori di sempre. E qui i due attori protagonisti, madre e figlio, riescono a raggiungere dei vertici di intensità e di bravura che, già da soli, valgono la visione dell’intero drama (con uno sguardo di Lee Do-hyun, che da freddo e cinico nei primi episodi, si trasforma e si illumina in un personaggio che mi ha ricordato molto Forrest Gump). Sfido a non piangere quando la mente annebbiata di Kang-ho ricorda che, se mangia troppo, rischia di addormentarsi e non può studiare, mentre la madre gli chiede perdono e lo invita a mangiare tutto quello che vuole, oppure, quando Kang-ho inizia a camminare e la madre lo rivede piccolo, pronta ad accoglierlo tra le sue braccia, mentre il figlio è intento a compiere i suoi primi incerti passi nel mondo.

Young-soon inizia a costruire, passo passo, un nuovo legame con questo suo figlio gentile e infantile e tenta di istruirlo alla gestione della fattoria e della vita di ogni giorno, perché il figlio sia capace e indipendente anche quando lei non ci sarà più, mentre lo rieduca (letteralmente e anche in modo molto brusco) a riprendere tutta la mobilità, compreso quella delle gambe. Finalmente, si lascia andare da quella posizione arroccata e falsamente priva di dolore che l’aveva sostenuta durante la giovinezza e accetta questo suo nuovo figlio così com’è, con i suoi giochi all’aperto insieme ai due figli gemelli di Mi-joo (momenti che rimangono nel cuore quelli delle corse in sedia a rotelle con i due bambini) e il suo addestramento della maialina domestica Leonessa, con il sorriso perenne e le canzoni della buona notte. “C’è un detto: Una madre può sostituire qualsiasi cosa in questo mondo. Ma nulla può sostituire una madre” e Young-soon diventa nuovamente madre di quel figlio che sta rivivendo l’infanzia e che si attacca sempre di più a lei come a una montagna di cui non vuole mollare la presa. Finalmente, Young-soon si lascia andare a dimostrare tutto l’amore che, prima, aveva dovuto tenere nascosto, ma che, in realtà, è stata la vera linfa che ha nutrito la sua vita. E impara a conoscere anche quel figlio, che si era allontanato da lei durante gli anni di procuratore e i suoi terribili segreti. “La vera vendetta è dimenticare completamente ogni cosa, anche le ragioni per cui si cercava vendetta, e vivere una buona vita. Essere felici è la vera vendetta“, sostiene la madre quando capisce come la sua sete di giustizia per quello che era successo al marito abbia condizionato sempre la vita e le scelte del figlio.

Solo che Kang-ho è sempre stato volitivo e aveva appreso fino in fondo la lezione materna, perché “anche se i nostri corpi possono essere separati, il mio cuore rimarrà sempre qui, nei ricordi vissuti con mia mamma e mio papà“. E, in questo momento della trama dramedy, l’abilità di regista e sceneggiatore riprendono in mano quegli indizi crime e thriller disseminati qua e là e che riportano all’oscuro passato di Kang-ho e al dolore vissuto.

I maiali non sono mai stati animali sporchi, ma gli esseri umani, forse per la loro incredibile somiglianza, li hanno costretti a vivere in gabbie minuscole e stare vicini al proprio cibo e ai propri rifiuti, negando loro qualsiasi libertà e trasformando il loro odore corporeo in un olezzo che ha allontanato gli umani stessi – spiega la madre al figlio, come vera e propria metafora della società e delle sue ingiustizie. “Ma sai perché i maiali si rotolano? Visto che la loro testa è pesante e li costringe a guardare verso il basso, non possono vedere le stelle. Per cui si girano“.

Parafrasando la frase di Oscar Wilde, siamo tutti nel vicolo oscuro, ma alcuni di noi guardano le stelle. Viviamo come i maiali, limitati e costretti da chi si considera superiore a noi ad angusti e sporchi spazi, conviviamo con il nostro stesso lercio, nel fango del dolore e delle privazioni. La nostra testa pesa su un corpo incapace di muoversi. Eppure, aspiriamo a vedere le stelle, ad elevarci, ad uscire dal baratro in cui siamo stati precipitati. Aspiriamo alla giustizia, a veder brillare la lealtà dei nostri valori, alla considerazione, all’affetto. Cerchiamo di raggiungere la luce, ma non perché irraggiungibile, ma perché sappiamo che è la nostra naturale aspirazione. Viviamo come incastonati tra la memoria e la dimenticanza, in un oblio che è anche un riaccendersi di ricordi mai sopiti e di affetti rinnovati. Viaggiamo a metà strada tra la rabbia e l’amore, la vendetta e il perdono, dimidiati e perfetti noi stessi nella nostra imperfezione. Afferriamo la felicità e rischiamo di perdere ad ogni passo. Ci amiamo e non ci comprendiamo e ci esauriamo nel viaggio della nostra vita.

Una delle grandezze di questo drama consiste anche nel panorama umano che circonda le vite di Young-soon e Kang-ho, quel pittoresco piccolo villaggio di campagna e i suoi abitanti, che si contrappongono nella loro purezza e nella loro ingenuità alla malizia degli altolocati rappresentanti della società borghese di Seoul. Sono unici i dialoghi e le interazioni continue tra la riservata Jung Gum-ja (interpretata da Kang Mal-geum), donna abbandonata dal marito e madre di Mi-joo, inconsapevolmente migliore amica e confidente di Young-soon, la nervosa Park Sung-ae (interpretata da Seo Yi-sook di Start-Up e Do Do Sol Sol La La Sol), madre di un figlio ladro e convinta di essere continuamente punita dal mondo, e Song Yong-rak (interpretato da Kim Won-hae di Youth of May e The Law Cafè), il capo del villaggio che vanta la quantità zero di criminalità, ma che è sposato con una misteriosa donna con il volto perennemente ricoperto da una maschera di bellezza (interpretata da Park Bo-kyung). Così come sono unici i battibecchi dei due ipotetici e poco credibili killer che si trasformano in contadini (interpretati da Choi Sun-jin e Park Cheon) con il vecchio e involontario amico di Kang-ho, Bang Sam-sik (interpretato da un Yoo In-soo di Alchemy of Souls e All of Us Are Dead in splendida e istrionica forma), ladro poco furbo, pauroso e molto gentiluomo, che è uno dei personaggi più straordinari di questa serie.

Si tratta di piccoli ingredienti di umanità che impreziosiscono e gratificano il valore di questo drama, che si propone di raccontare una storia per narrare, in realtà, diverse storie di vita umana, di scalate sociali e di cadute, di amori profondi, come quello di una madre per suo figlio, ma anche quello di un figlio per un genitore che non ha mai potuto conoscere, che rischiano spesso di rimanere inespressi, in un estremo pudore di sentimenti.

Insomma, forse si è notato che considero questo drama uno dei lavori migliori di quest’anno 2023 e, al tempo stesso, uno dei drama più belli, più intensamente recitati e più gradevolmente scritti di sempre, una pietra miliare destinata ad entrare nelle agende di qualsiasi appassionato di drama (e non solo), un 10 e lode che consiglio di recuperare praticamente a tutti. Perché viviamo tutti così nel vicolo oscuro, ma siamo destinati a girarci per rimirare la bellezza delle stelle in cielo e cancellare, così, la bruttura dal nostro animo, forse tornando un po’ più gentili e spensierati, come i bambini quando fanno pace tra loro e vedono i sogni camminare al proprio fianco.

Consigliato sempre a tutti, con un giusto quantitativo di fazzoletti a portata di mano, che diventeranno rotoli di carta agli episodi 7, 8, 13 e 14 (vi avverto), ma che, nonostante tutto, sarete lieti di aver consumato.

Captain-in-Freckles

Piccolo breviario per orientarsi nel mondo seriale asiatico: il principio di imitazione, emulazione e diffusione

Rieccoci tornati a cercare delle linee guida per orientarci nel panorama delle serie made in Asia con un terzo capitolo. Abbiamo visto che cosa sono i drama e come sono sorti (capitolo 1) e il fumetto all’origine del drama (capitolo 2) e, in tutto ciò, abbiamo scoperto come, partendo dal Giappone, la tendenza si sia diffusa via via in tutto l’Estremo Oriente, pur con caratteristiche diverse fra loro, per raggiungere l’apice, negli ultimi due decenni, in Corea del Sud. Tant’è che spesso le idee (e le trame) si diffondono da un paese all’altro in poco tempo. O, meglio, quando un’idea di un format tv proveniente da uno Stato viene particolarmente apprezzata, immediatamente si tenterà di ricalcare qualcosa di simile in un altro Stato, che essa sia uno show, un reality o un drama, e, talvolta, la nuova idea può essere talmente ben sviluppata da soppiantare quella originaria. Ricordo che in letteratura si parlava di qualcosa di simile con il principio di imitatio ac aemulatio (ovvero di imitazione ed emulazione). Qui, possiamo parlare del principio di imitazione, emulazione e diffusione, perché questo circolo messo in moto nell’universo dei drama va oltre il concetto del semplice remake.

Sappiamo tutti che il remake è, di fatto, un rifacimento di un vecchio copione, già andato in scena, magari con il passare degli anni o, spesso, anche spostandosi da un paese all’altro per cambiarne personaggi e ambientazione (vedi quello che è successo con alcune sceneggiature di Muccino riadattate in USA). E sappiamo pure che è una tecnica che rischia spesso di diventare pericolosa, perché spostare nel tempo e nello spazio la stessa storia già sfruttata può svuotare di significato la storia in sé e creare un prodotto poco originale, anche perché poco confacente alle corde degli spettatori di un determinato paese. Però, ve lo assicuro, in Estremo Oriente, sanno come muovere le carte del remake, proprio sulla base di questa sottile linea tra imitazione ed emulazione, per cui, senza fare una banale copiatura, creano dal nulla una nuova storia, con una semplice ispirazione di fondo. Ed è per questo motivo che, certe volte, ci sembra di trovare somiglianze disseminate qua e là in drama diversi, eppure tutti di un certo valore.

Prendendo per assodato che la prima fonte d’ispirazione sono sempre i manga/manhwa o i webtoon, una storia illustrata a fumetti può aver fornito non una, ma innumerevoli ispirazioni in diversi paesi. Un caso, ad esempio, è fornito da Hana Yori Dango (花より男子), ovvero Dango anziché fiori, che, detto così, potrebbe non rammentarvi nulla, a meno che, tra gli anni ’90 e gli anni 2000, non siate stati degli appassionati lettori di manga. Il primo albo del manga, illustrato da Yoko Kamio, uscì in Giappone nel 1992 e proseguì le sue pubblicazioni fino al 2003, ottenendo un vero e proprio successo di critica e pubblico. Tant’è che, quasi dieci anni più tardi, nel 2002, arrivò anche in Italia, edito da Planet Manga di Panini Comics e ben inserito in quel filone manga shojo (ovvero manga per ragazze) che, all’epoca, sembrava iniziare ad andare forte anche tra le adolescenti italiane. E qui, in effetti, mi inserisco anch’io, visto che, in quel periodo, uno dei miei passatempi era acquistare manga con i miei risparmi e visto che, avendo collezionato tutto Marmalade Boy proprio in quegli anni, ero sempre super attenta a tutte le uscite shojo, che potevano incuriosirmi. Tra queste, le avventure di Tsukushi Makino, ragazza povera, ma intelligente e fortemente determinata ad affrontare i ricchi bulletti di una scuola esclusiva, mi interessavano parecchio. Così, due anni dopo, nel 2004, tentai di recuperare la serie anime ispirata al manga, che, però, in Italia fu tradotta nel tragico Mille emozioni tra le pagine del destino per Marie-Yvonne, portando Planet Manga a rinominare gli albi come Mille Emozioni e il nostro doppiaggio a chiamare la buona Tsukushi Makino come Marie-Yvonne Tudor, senza alcuna spiegazione. Tra l’altro, in Italia ignoravano beatamente tutti che Hana Yori Dango fosse diventato un vero e proprio caso in patria con un film live action del 1995 e ben due serie live action Hana Yori Dango del 2005 e Hana Yori Dango 2 del 2007, seguite da un film finale Hana Yori Dango Final del 2008, che introduce una svolta giallo-rosa alla storia. Ignoravamo pure che tutto questo grande successo giapponese aveva pervaso anche Taiwan, tanto da aver girato ben tre serie (dal 2001 al 2003) che si ispiravano alla storia di Hana Yori Dango, con la differenza di ambientarla a Taipei e tra studenti universitari e di aver trasformato i quattro bulletti ricchi e viziati con cui la protagonista ha a che fare nei componenti di una boy band denominata F4. Si tratta del drama Liu xing hua yuan (流星花園), che divenne noto a livello internazionale con il titolo Meteor Garder, e dei suoi sequel, Meteor Garden II e Meteor Rain. Il drama divenne un successo in tutta l’Asia, superando anche la versione giapponese, anche perché quell’introduzione pop era perfettamente in sintonia con le trasformazioni che stavano avvenendo nel mondo musicale e i protagonisti componenti della band F4 erano, a tutti gli effetti, dei veri e propri cantanti, componenti della band JVKV, autori anche della sigla di apertura e di quella di chiusura. Inoltre, il drama fu esportato in tutta l’Asia dove raggiunse picchi di share altissimi (nelle Filippine, arrivò quasi al 50% di share, che, per intenderci, da noi non lo fa più nessuno almeno dai tempi di Fantastico).

Adesso avete capito di cosa stiamo parlando?

Nel 2008, in Corea del Sud, iniziarono ad elaborare una sceneggiatura vagamente ispirata al manga giapponese e al drama taiwanese e il 5 gennaio 2009 andò in onda il primo episodio di Kkotboda namja (꽃보다 남자), ovvero Boys Over Flowers, traducendo il senso dell’espressione che dà il titolo al manga giapponese e che indica la preferenza per cose materiali su quelle più artistiche e spirituali. Boys Over Flowers non è un semplice k-drama, ma un pilastro del genere, che in 25 episodi lanciò la carriera di Lee Min-ho (con tanto di premio Baeksang come miglior attore emergente) e totalizzò picchi di share irraggiungibili, entrando di diritto nel gotha dei drama. Sì, rivisto come adesso ci si accorge che Lee Min-ho ha una permanente esagerata e indossa la pelliccia, che lui e i suoi amici della gang F4 hanno atteggiamenti stereotipati e che tutta la serie è costellata da tanti di quei cliché da risultare superflua persino la scena madre dello schiaffeggiamento col kimchi, ma, suvvia, siamo solo nel 2009, che, in Corea del Sud, corrisponde circa al nostro 1984, per cui va bene anche così. Perché quel drama, che non era un semplice remake, visto che tentava di unire manga, drama giapponese e drama taiwanese, è diventato, a sua volta, fulcro del principio di imitazione ed emulazione per altri drama e per la loro diffusione. Così, nel 2018, nella Cina popolare è stato prodotto il drama Liu xing hua yuan ( 流星花园), ovvero Meteor Garden, che si ispira direttamente solo alla prima stagione del drama omonimo di Taiwan (anche per l’ambientazione universitaria, ma senza boyband), pur introducendo elementi chiave del manga giapponese e del drama coreano, come certe caratterizzazioni dei personaggi. Curioso il fatto che diverse cose, reputate troppo violente o rischiose per la politica comunista cinese, siano state edulcorate e cambiate, mentre sia stato introdotto l’elemento del gioco d’azzardo (come vera fonte di reddito degli F4), che in Corea è stato censurato. In ogni caso, anche questa nuova versione ha ottenuto un enorme successo, visto che è riuscita ad arrivare dove, prima, i prodotti del mondo capitalista asiatico non potevano: come il Vietnam, ad esempio, che oggi è uno dei più grandi fruitori di drama, provenienti, anzitutto, dalla Cina. Per cui, in questo giro dell’Asia, non poteva di certo mancare la versione in stile lakorn thailandese, F4 Thailand (หัวใจรักสี่ดวงดาว), che, prodotta tra il 2021 e il 2022, ha dichiarato di ispirarsi sia a Meteor Garden, entrambe le versioni, che a Boys Over Flowes, senza dimenticare il manga. Praticamente, hanno creato un franchise che nemmeno la Marvel sarebbe riuscita.

Ma questo è solo un esempio di come i generi, le storie, gli script, che sono particolarmente apprezzati, si possano spostare in tutta l’Asia, pur adattandosi a contesti diversi.

Mentre scrivevo la recensione di Start-Up, ad esempio, mi è capitato di leggere che ne era stata creata una versione propria nelle Filippine, non nuovi a questi remake e, talvolta, ai remake dei remake, visto che, avendo sempre raccolto un ampio pubblico intorno alle telenovelas sudamericane, sono riusciti a fare anche dei remake misti in un principio di imitazione, emulazione e diffusione portato al parossismo estremo. E, così, hanno trovato una versione filippina anche Full House, My Love from the Star, A World of Married Couple, fino ad arrivare a Descendants of the Sun, script che ha trovato molto successo in tutta l’Asia, tanto da guadagnarsi pure una versione birmana e una vietnamita. Oltre ad una versione cinese, ovviamente, considerata prima ispiratrice dal punto di vista politico. E non solo, perché pure uno dei più grandi fornitori di idee d’ispirazione, il Giappone, si è trovato a rimaneggiare una versione patria del sudcoreano Itaewon Class, dal titolo Roppongi Class (anche se non con grandi risultati), mentre l’altro grosso fornitore di idee, la Corea del Sud, è partita da un’ispirazione giapponese per l’ottimo risultato di Love Affairs in the Afternoon.

E così via. Ci vorrebbe uno spazio a sé solo per citare tutti i remake e i remake dei remake e i rimaneggiamenti che vanno avanti per tutta l’Asia e come facciano ad adattarsi così perfettamente alle diverse realtà – certo, talvolta in modo più felice e talaltra no. Resta fermo, però, che un remake non va mai ad escludere la fonte originale e credo che questo sia uno dei punti fondamentali da considerare e a cui spesso non siamo abituati, presi da una cultura dove un remake made in Hollywood tende spesso ad oscurare la prima versione. Qui si tratta di ispirazione ben dichiarata e, quando si decide per un rimaneggiamento simile, è un vero e proprio tributo all’arte della prima opera che, molto spesso, aiuta un popolo ad avvicinarsi ancora di più alla serie originale, prima ancora che al suo remake.

Un esempio è costituito da Flower of Evil versione indiana. Infatti, l’India è stato forse uno dei paesi asiatici più restii ad avvicinarsi al mondo dramoso e, se oggi i k-dramas e i j-dramas stanno iniziando ad avere un certo successo anche lì, in parte è dovuto alla decisione di creare dei remake di alcune serie, nonostante il prodotto finale ancora non risulti proprio così gradevole. Ma Lee Joong-ki, che è un signore e che del principio di imitazione, emulazione e diffusione ha capito tutto, ha supportato talmente tanto i suoi colleghi indiani sul set di Flower of Evil da spronare lo share del remake in India (e, ovviamente, anche quello della sua serie originale).

D’altronde, quando ci si trova davanti qualcuno che s’ispira al proprio lavoro, non si può fare altro che esserne lieti e sentirsi valorizzati, perché essere d’ispirazione significa diventare un modello a cui rifarsi e da citare come fonte. Certo, questo sempre quando il rimaneggiamento viene fatto con stima e rispetto, come anche Lee Joong-ki approverebbe. Per le mere copiature, non vale nemmeno spendere due parole. Ma questa è un’altra storia.

Captain-in-Freckles