King the Land – Un sorriso sincero

Una tomba per le lucciole

Rapsodia in agosto

Quando c’era Marnie

Quando i ricordi di due persone si fondono insieme in un’estate magica, cosa succede? E se quelle due persone hanno tante cose in comune senza saperlo?

Quando c’era Marnie” è un film d’animazione del 2014 prodotto dallo Studio Ghibli e diretto da Hiromasa Yonebayashi (che noi abbiamo già conosciuto per aver parlato di “Arietty” e “Modest Heroes” che troverete nelle nostre recensioni).

La storia si ispira al romanzo di Joan G. Robinson, “Quando c’era Marnie”, mentre i disegni e le tematiche trattate sono quelle tipiche che abbiamo sempre apprezzato nei film di produzione Ghibli, ma quello che maggiormente incanta in questa storia è l’essere riusciti a creare quel rapporto di connessione di anime tra le due protagoniste del film.

Anna è una ragazzina di dodici anni, introversa, silenziosa, chiusa nel suo mondo di solitudine interiore, è rimasta orfana di genitori da bambina e ha perso anche la nonna che era ancora piccola, ora vive con la madre adottiva Yoriko a Sapporo con la quale ha un difficile rapporto causato anche dal fatto di aver scoperto che Yoriko percepisca un sussidio pubblico per l’adozione e che non glielo abbia mai detto. Yoriko, invece, lo ha tenuto nascosto ad Anna perché si sente sempre in difetto e in uno stato di continuo disagio nei confronti della ragazzina perché non è la sua madre naturale.

Su consiglio del medico, per combattere l’asma di cui soffre Anna e per cercare di farla staccare con la realtà apatica di tutti i giorni, Yoriko la manda a casa degli zii a trascorrere l’estate in un paesino marittimo di Kissakibetsu nell’Hokkaido. Gli zii sono gentili e premurosi con lei, ma Anna ha molte difficoltà a relazionarsi ed inserirsi nell’ambiente e nella comunità, così, durante la serata di Tanabata, scappa via dalla festa dopo un breve diverbio con una coetanea.

Sempre di più Anna si rifugia nel suo mondo e nel disegno, l’unica cosa che la fa rilassare uscendo di casa, contemplando il mare e la natura. Tra le mete di Anna vi è la grande villa disabitata dall’altra parte dell’acquitrino anche se una sera scorge delle luci accese dentro la casa ed intravede da dietro una finestra una ragazza dai capelli lunghi e biondi che le dice di chiamarsi Marnie. Le due ragazze stringono amicizia, Marnie si rivela un’amica dall’animo gentile, con la quale condividere segreti e riflessioni, una persona con la quale contemplare la solitudine della sera perché durante il giorno la villa sembra abbandonata, mentre sembra animarsi solo la sera. La loro amicizia diventerà davvero speciale, magica perché ad Anna sembra di conoscere Marnie da una vita.

Un giorno, però, mentre Anna si reca nei pressi della villa, vede che nella casa di Marnie si è trasferita una nuova famiglia; Marnie non c’è più, dove sarà finita? Avvicinandosi alla villa incontra una bambina di nome Sayaka, la figlia dei nuovi proprietari. Sayaka le chiede se è lei Marnie, Anna si sente sprofondare, come fa Sayaka a conoscere Marnie? La bambina le mostra un diario che ha ritrovato nella villa e che è scritto da una certa Marnie. Quando Anna apre il diario e inizia a sfogliarlo e a leggerne il contenuto, scopre alcune verità su Marnie, non un’amica immaginaria, ma qualcuno di molto più vicino a lei di quanto possa immaginare. Forse è per questo che le due anime si sono incontrate, tra loro vi è un rapporto atavico che va oltre la propria dimensione e realtà. Chi è Marnie e perché è così legata ad Anna?

L’estate di Anna è una stagione di formazione che aiuterà la ragazzina a superare i timori, le difficoltà della crescita e a trovare il suo ruolo nel mondo, a riappacificare il proprio animo con le persone e i ricordi, a tirare fuori il meglio di sé e a cercare nella propria sensibilità la ricchezza da donare agli altri. Anna è forse uno dei personaggi più introversi del meraviglioso panorama dello Studio Ghibli e ripercorreremo con lei ogni passo della sua lunga estate.

Non vi svelo il mistero di Marnie, ma vi invito a recuperare questo bellissimo capolavoro dello Studio Ghibli che nel 2016 è stato candidato agli Oscar come miglior film d’animazione. Amerete ogni personaggio del film e, alla fine, vorrete recuperare alcuni spezzoni per rendervi conto di quanta poesia è timidamente nascosta in questa storia che sembra sospesa tra due dimensioni.

Merita di essere ricordata la stupenda colonna sonora curata da Takatsugu Muramatsu che per Hiromasa Yonebayashi ha scritto anche le colonne sonore di “Modest Heroes” e “Mary e il fiore della strega”. All’interno della colonna sonora ricordiamo il brano “Fine on the Outsidecomposto e cantato dall’artista folk americana, nonché grande estimatrice dello Studio Ghibli, Priscilla Ahn e che funge da tema principale musicale del film.

Memoru Grace

Taxi Driver

Finland Papa – Un posto chiamato famiglia

Se qualcuno mi chiedesse dell’aurora boreale richiamerei in me quei pochi concetti scientifici studiati molti anni fa a scuola e cercherei di dare una spiegazione tecnica, anzi, no, se fosse qualcun altro a darla ne sarei più felice, non sono molto portata per le scienze, io rimarrei invece incantata davanti ad una fotografia dell’aurora boreale, di quelle belle da National Geographic, così come la nonna della protagonista di questo drama.

Finland Papa” è una serie che mi ha stupito, una serie delicata, a tratti surreale, ma con una dolcezza pari a quella di un abbraccio caldo di una persona cara o di una persona importante nella nostra vita, che purtroppo non possiamo più vedere. E’ un drama la cui funzione è espressamente quella terapeutica e curativa, perché i protagonisti della storia si aiuteranno a vicenda per venire a capo dei loro dispiaceri, delle loro amarezze o delle tristi esperienze vissute, per ritrovare quella finestra aperta sul mondo e non aver paura di affacciarsi.

Lee Yu-ri (Kim Bo-ra) è una giovane ragazza alla quale è da poco morta la nonna, la persona che amava di più nella sua vita, e, ora, nella sua solitudine, ciondola per casa, senza neanche curare se stessa, senza trovare un motivo valido per continuare a vivere. Un giorno decide di cercare un lavoro e si reca in un bar dove ha letto in un annuncio che cercano personale. Il bar si chiama “Finland Papa”, il proprietario è sconosciuto e misterioso, si fa chiamare “Papà”, ma comunica solo tramite messaggi via cellulare. Quando Yu-ri arriva al bar, trova tre persone dello staff che le offrono da mangiare e consumano il pasto con lei, solo alla fine scopre che il colloquio consisteva proprio in questo, tra le dieci regole da rispettare per chi lavora al “Finland Papa Cafe” la prima è quella di mangiare insieme, così viene spiegato alla ragazza dagli altri membri dello staff. Yu-ri ricorda allora le parole della nonna che le diceva sempre che il cibo aveva un sapore migliore quando viene mangiato in compagnia.

“Anche quando non ci sarò più, non mangiare da sola”.

Da qui per la nostra protagonista inizia una svolta un po’ surreale della vita, si affezionerà al suo nuovo lavoro, al luogo, alle persone, ma restano molti aspetti strani e ancora senza spiegazione, il proprietario che non si fa mai vedere, alcune assonanze con degli episodi della sua vita, il nome d’arte che ogni membro dello staff deve scegliere per essere riconosciuto e richiamato dagli altri, c’è , però, una strana magia al Finland Papa, una magia che la ragazza avverte già dal primo momento e a cui vuole abbandonarsi.

Pian piano, dopo aver iniziato a lavorare assiduamente come part time al bar, Yu-ri, durante i pasti consumati insieme ai suoi nuovi colleghi, li conosce uno ad uno e capisce che non sono una famiglia, mentre a lei, a primo acchito, sembravano tre componenti della stessa famiglia, madre, padre e figlio. In realtà i tre si sono conosciuti sul lavoro, ma prima non si erano mai visti. Così, durante i pranzi o le cene, i quattro raccontano le proprie storie, a partire da Mari (Hwang Seok-jung, “Love Affairs in the Afternoon”), una donna che ha lasciato tempo prima la sua famiglia, una decisione dolorosa quella di allontanarsi, ma è stato l’unico modo per scongiurare la propria salvezza, è fuggita e ha trascorso del tempo alle Hawaii dove ha imparato la danza hula che ogni tanto cerca di insegnare ai colleghi perché la hula ha il potere di far abbandonare le tensioni del giorno e  far avvicinare ad un’armonia perfetta.

Kaka, invece, interpretato da Jung Min-sung (“Happiness”), è un uomo provato dalla malattia di suo figlio, un bambino che già da piccolo ha vissuto solo negli ospedali; Kaka vede lo sgretolarsi della sua famiglia d’origine e i cattivi rapporti con la moglie, oltre ad essere perseguitato dai creditori. La storia di Kaka è molto triste e subito cattura l’attenzione dei colleghi che cercano in tutti i modi di sostenerlo e di infondergli coraggio. Lavorando al bar e guadagnando uno stipendio, Kaka, inoltre, potrà estinguere i debiti e pagare tutte le spese dell’ospedale per il suo bambino.

L’ultimo componente dello staff è il giovane Toto (Jang Do-yoon ), più o meno coetaneo di Yu-ri, un ragazzo orfano che ha da sempre dei brutti rapporti con la sua famiglia adottiva. Toto è un vero asso in cucina e insegna anche agli altri la preparazione di piatti da inserire nel menu del bar.

Yu-ri capisce che ogni membro dello staff ha una storia triste alle spalle e ciò che viene richiesto dal proprietario del bar è quello di sedersi a tavola insieme, mangiare e raccontare le proprie vite per aiutarsi a vicenda, così, quando è il momento di Yu-ri, possiamo scoprire, tramite flash back, il suo passato.  La ragazza ha sempre vissuto con la nonna e con un padre non sempre presente, morto in circostanze drammatiche, da quel giorno, infatti, la vita della nonna era diventata sempre più triste. Nei ricordi raccontati da Yu-ri anche la presenza di due amici, Ji Yong-joon (Kim Joon-ho) e Baek Woo-hyun (Kim Woo-seok, “Bulgasal”, “The Forbidden Marriage”), ma soprattutto siamo testimoni della vicinanza con Woo-hyun da quando erano piccoli fino ad un momento in particolare in cui il ragazzo si è allontanato involontariamente dalla vita di Yu-ri, alla quale aveva promesso di starle accanto in ogni situazione spiacevole, così affezionato anche alla nonna, verso la quale non è mai stato avaro di complimenti ogni volta che era invitato a pranzo o a cena. A Yu-ri manca molto Woo-hyun, soprattutto in questo momento di grande prova e ripensa a come la nonna cercava di tirarla su di morale ogni qualvolta si rattristava e, avvicinatasi ad un poster di un’aurora boreale, sospirava alla nipote: “Quando sto passando un momento difficile sogno di essere in Finlandia. Solo pensarci mi fa stare meglio”.

Nel frattempo, al Finland Papa accadono delle cose importanti, i quattro membri dello staff sembrano una vera e propria famiglia e ognuno di loro, cercando di confortare l’altro, ritrova un proprio equilibrio interiore. Resta l’enigma del proprietario e qualcosa che non quadra perfettamente, sembra quasi di interpretare in una pièce teatrale un personaggio, ma è davvero così oppure è solo un sogno? C’è qualcuno dietro a questo progetto del Finland Papa? E se c’è qualcuno a che scopo ha progettato tutto questo? Per lo più ognuno dei membri dello staff è diverso dall’altro, proviene da situazioni diverse, da vite differenti, come mai adesso si sentono come in una famiglia? L’unica risposta è la capacità dei quattro di farsi forza e affrontare insieme ciò che è irrisolto per ognuno di loro. Tutti hanno in comune qualcosa legata ad un aspetto familiare, Kaka che si sente in colpa per il figlio malato, Mari che ha lasciato la propria famiglia, Toto che non si sente accettato dai genitori d’adozione e Yu-ri, alla quale non è rimasto più nessuno della sua famiglia d’origine, per ultima anche la nonna, con i suoi sogni strambi delle aurore boreali, è sparita in un soffio dalla sua vita.

Mi è piaciuta molto questa serie, mi è sembrata per certi aspetti un metateatro, inoltre l’idea di trovare una famiglia e di recuperare i propri sogni, di capire il potere del perdono, di non accumulare dispiaceri e serbarsene nel cuore per troppo tempo, sono tematiche validissime che scavano nell’animo umano. Così come mangiare insieme e non stare mai da soli.

“Ci siamo affezionati l’un l’altro mentre fingevamo di essere una famiglia?”.

Finland Papa è tutto questo, è famiglia, è un posto di conforto.

Piccola regressione sulle aurore boreali, se vi capita di recuperare questo drama, guardatelo fino alla fine, fino alle ultime scene. I Sami che vivono in Lapponia chiamano l’aurora “guovssahasat”, che significa “luce del mattino o “luce della sera”. Secondo una credenza degli antichi finlandesi, le aurore boreali erano considerate “spiriti dei defunti”. Solamente come mia interpretazione, la nonna della protagonista non ha mai abbandonato la nipote, anzi, credo che sia ormai un suo spirito guida. Se lo interpretate così come me, fatemelo sapere.

Memoru Grace

Ooku – Le stanze proibite

“Qualcuno ha qualcosa in contrario che io sia uno shogun donna?”

Generalmente, tendo a divorare la lettura dei manga e la visione degli anime, ma ci sono pochi casi in cui questa voracità mi accade quando si tratta di una narrazione storica, tematica che preferisco centellinarmi a rilento, magari ricorrendo a mie ricerche personali per inquadrare per bene il contesto. Ooku – Le stanze proibite non mi ha dato il tempo, trasportandomi con garbo e prepotenza, nello stesso momento, in un’ucronia storica, una rilettura dell’epoca dello shogunato, che mi ha portato a parecchie riflessioni attuali, perché, nonostante l’ambientazione nel Giappone feudale, la sua storia può essere veramente accostata a quella di “Il diario di un’ancella“, il famoso romanzo di Margaret Atwood che ha ispirato anche una serie televisiva. Come nel libro citato, anche la narrazione di Ooku segue solennità rituali e note stridenti, che confliggono tra loro e incantano al tempo stesso, con la fissità di vesti che diventano maschere e di generi che diventano prigioni. Solo che, diversamente dalle ancelle costrette a concepire in una società dispotica e maschilista, in questo anime/manga giapponese accade un’inversione dei ruoli (o, perlomeno, dei ruoli affibbiati solitamente dalla tradizione, ci tengo a precisare), ovvero sono protagonisti di questa sfasatura temporale e narrativa uomini costretti a servire come concubini o come banche del seme in una società dominata da un matriarcato. Eppure, la cosa strana è che, nonostante tutto, malgrado qualsiasi predominio e/o autorevolezza imposta dal genere femminile, domina sempre un latente e celato maschilismo, che cova alla radice, sotto strati di noiosa inattività e colorato belletto.

Come introdotto, la materia non è assolutamente di facile trattazione e necessita di una breve premessa. L’anime/manga può essere classificato sia tra le narrazioni di genere storico che tra i cosiddetti josei, ovvero manga destinati prevalentemente ad un pubblico femminile adulto, contenente rappresentazioni più realistiche e argomenti più espliciti rispetto al classico shojo per ragazze. Per questo motivo, i josei possono affrontare tranquillamente tematiche storiche, prendendo per assodato una conoscenza di base solida, ma anche tematiche politiche, sociologiche ed etiche e, infine, possono avere contenuti sessuali, senza troppe censure, sfiorando, talvolta, il confine dello yaoi.

Ooku parte dal presupposto che, ad un certo punto storico del Giappone feudale (coincidente con la fine del periodo Azuchi-Momoyama e l’inizio del periodo Edo), una strana pestilenza (definita “vaiolo dalla faccia rossa”) decimò in modo considerevole la popolazione maschile, l’unica ad essere soggetta alla malattia. Con il tempo, ciò ridefinì completamente la società giapponese: visto che gli uomini erano diventati un quarto della popolazione femminile, tutte le mansioni e i lavori venivano svolti dalle donne, ritenute di costituzione più robusta, mentre la fragilità maschile veniva preservata per mantenere la perpetuazione della specie. L’istituto della famiglia decadde completamente e le donne si abituarono ad avere figli da sole, magari pagando il seme dei pochi uomini rimasti. Del resto, solo le donne potevano essere legittimate ad ereditare e a succedere alla diverse cariche anche ereditarie, divenendo feudatari, baroni e, infine, shogun, instaurando, di fatto, un matriarcato, seppur lasciando l’apparenza dei nomi maschili per ereditare. Mentre poche donne ricche potevano permettersi l’esclusiva di un marito (acquistato a peso d’oro) e la maggior parte delle donne ricorreva semplicemente a fecondatori e amanti occasionali, talvolta pescati dal quartiere dei piaceri di Yoshiwara, dove gli uomini usavano mettere in offerta le proprie prestazioni, solo la shogun poteva concedersi il lusso di mantenere un ooku (大奥, lett. “grandi interni” o, meglio, “le stanze proibite”), ovvero un harem di soli concubini uomini, a cui era vietato uscire dalle mura del palazzo di Edo ed avere relazioni con altre donne, in quanto proprietà personale della shogun.

Qui inizia la narrazione dell’anime, che può essere divisa per comodità in due parti: la prima, corrispondente al solo primo episodio, di fatto della durata di un film e narrante la storia dell’ooku all’epoca dell’ottavo shogun (bene o male, durante il XIX secolo), quando il matriarcato era già radicato da tempo; la seconda, corrispondente agli episodi dal 2 al 10 e costruito come una sorta di flashback (o, meglio, di lettura di vecchi registri), narranti come è stato creato lo shogunato femminile e l’ooku di concubini.

Nella prima parte, il protagonista assoluto è Mizuno, un giovane nemmeno ventenne, che decide di impiegarsi nell’ooku dello shogun, a causa dell’impossibilità di sposare la donna che ama. Quello che sembra un semplice lavoro, forse quasi monastico, diventa presto un incubo per Mizuno, costretto ad iniziare dalle posizioni più basse, ovvero a fare le pulizie, imprigionato in un mondo di soli uomini da cui non è possibile evadere e soggetto a bassezze e vessazioni da parte degli invidiosi compagni di harem. Una notte, per sfuggire ad una violenza sessuale di gruppo proprio da parte di altri concubini, sfodera la spada e tutta la sua competenza da mancato samurai per minacciare i suoi assalitori. Questo fatto lo mette particolarmente in luce e lo fa scegliere dal gran ciambellano dell’ooku per iniziare una scalata che lo porta nella casta dei guerrieri, prima, e, in quella dei gentiluomini di corte, dopo, con maggiore possibilità di essere scelto come amante dalla shogun. Nel frattempo, però, l’attuale shogun, Tokugawa Ietsugu, una bambina di soli sette anni, muore senza eredi e le subentra nella carica una lontana parente, Tokugawa Yoshimune, donna pratica e priva di fronzoli, che nota come l’ooku sia solo una spesa morta e un fardello, in quanto priva il mondo esterno di uomini forza lavoro e di ipotetici padri, e come, di fatto, all’interno dell’ooku si sia creata una vera e propria élite istituzionale dominante la politica del paese. Un’élite nelle mani di pochi scelti e fidati concubini, capeggiati proprio dal ciambellano di corte, che, di fatto, gestiscono i veri poteri politici e gli equilibri di corte e mantengono lo stallo tra i feudatari e la stasi dalle guerre fratricide. Al contempo, la shogun nota come il matriarcato sia, in realtà, un’entità fatiscente, legittimata dall’esigenza dovuta alla riduzione della popolazione maschile e da un carattere di transitorietà, tanto che ogni donna erede è costretta a cambiare il proprio nome con un corrispondente maschile, e mai, quindi, da una volontà di eguagliare le posizioni dei generi e la loro capacità anche giuridica. L’illusione del potere è data anche dal possesso dei concubini, che toglie materialmente uomini dal riequilibrio dei generi e stabilizza lo status quo, retto da questa piccola e nascosta oligarchia. Inaugurando una politica quasi di austerity e tagliando le cariche a chi non è degno della sua fiducia (compreso consigliere di corte corrotte e dispendiose e concubini giovani e di bell’aspetto, inviati nel mondo a procreare), la shogun entra in possesso dei vecchi registri per capire come si sia arrivati a questo punto.

Qui, inizia la seconda parte, che fa un salto indietro nel tempo al XVII secolo, ovvero all’epoca dello scoppio della pestilenza che, tra le illustri vittime, uccide anche il terzo shogun, Tokugawa Iemitsu. Per non fare avvertire alcun vuoto di potere e mantenere il dominio della famiglia dei Tokugawa, la sua nutrice Kasuga (personaggio, tra l’altro, storicamente esistito, colei che ha di fatto instaurato lo shogunato dei Tokugawa e ha costruito l’ooku dello shogun, donna controversa, tradizionalista e machiavellica, balia, ma soprattutto politica e statista, amata e odiata al contempo in tutti i libri di storia) lo sostituisce con la figlia illegittima Chie, a cui impone il nome paterno e vesti maschili. La ragazza cresce, perseverando l’illusione che le ha imposto la nutrice, per cui non può ricevere nessuno direttamente, ma solo dietro un paravento (o facendosi sostituire da un sosia) e finge di essere suo padre. Nella prospettiva di dare una degna discendenza maschile alla sua shogun sostituta, Kasuga inizia a pescare diversi uomini celibi, perlopiù ronin, ovvero guerrieri samurai senza possedimenti e senza signore feudale a cui prestare fedeltà, e a chiuderli nel suo ooku in qualità di ipotetici padri del futuro shogun (di fatto, sono i primi concubini che daranno il via alla tradizione consolidata).

Tra di essi, appare, controvoglia, il giovane Arikoto, uno dei personaggi maschili più belli e meglio costruiti in generale negli anime/manga. Arikoto è erede di una famiglia nobile, ma, sin dalla più tenera età, avvertendo un afflato spirituale e un’esigenza di aiutare il prossimo, ha convertito la sua vita a diventare monaco buddista. In qualità di priore del monastero, si reca per un’ambasceria dallo shogun e qui viene notato da Kasuga per i suoi lineamenti aggraziati, quasi femminei, l’eleganza, la gentilezza e l’enorme cultura, tutte caratteristiche che avrebbero potuto colpire una shogun poco più che adolescente e ribelle. Di fatto, Arikoto viene minacciato e costretto a rimanere nell’ooku (pena la morte delle persone a lui vicino) e ad abiurare i propri voti (o, come afferma lui stesso, a rigettare la sua “tonsura”) e, così, scopre il grande inganno della shogun sostituta. Arikoto, però, ha la capacità della comprensione e del perdono: nonostante le umiliazioni a cui è costretto, accetta tutte le sofferenze, persino la più grande, quella di non portare avanti la propria missione come religioso, e decide che la sua vera vocazione sarà salvare anche solo una vita, quella della giovane shogun, apparentemente arcigna e selvaggia, incastrata in un ruolo maschile e in un nome che odia, ma, nella realtà, sofferente e percorsa da una continua tristezza. Avviene così, a lenti passi, con parole di umanità che la shogun non aveva mai sentito, come un abbraccio per consolarla di un aborto subito in passato e il tempo speso per ascoltarla parlare o per sentire insieme il manto soffice e caldo di un gattino, che Arikoto e Iemitsu si avvicinano e si scelgono, innamorandosi l’uno dell’altra con un sentimento così forte e omnicomprensivo da superare il giogo della vita nell’ooku. Iemitsu accetta il suo ruolo e, lentamente, si priva degli abiti maschili che le hanno imposto per esprimere se stessa in vesti femminili e concedersi il lusso di cambiare opinione. Arikoto accetta di accompagnarla, stando un passo dietro di lei, eppure sempre al suo fianco, in una vita che sembra scorrere sempre identica giorno dopo giorno, nella fissità di una prigione dorata, conscio che la sua esistenza vale per supportare Iemitsu. Ma non è la sola cosa che Arikoto è costretto ad accettare: non essendo in grado di dare figli a Iemitsu, accetta che vengano affiancati alla sua amata altri concubini e questi ultimi siano i padri dei suoi figli, così come accetta di crescere i bambini come se fossero figli propri e dimostra tutta la sua compassione e la sua misericordia nel prestare soccorso ai disagi e alle malattie altrui, rischiando anche la propria vita. Ed è quando chiede a Iemitsu di essere dispensato dai suoi doveri coniugali, ma di rimanerle accanto come confidente e come consigliere, che si nota quanto sia salito agli occhi di Iemitsu nel suo continuo amore e nel suo spirito di abnegazione e come quest’ultima non possa sostituire nessuno ad Arikoto, che considererà sempre il suo unico amore.

Storicamente, è vero che il Periodo degli Stati Belligeranti si è concluso con la fortificazione dello shogunato e della figura dello shogun, carica di fatto gestita dalla famiglia Tokugawa, che viveva nella fortezza di Edo, l’antica Tokyo, abbastanza vicino alla capitale Kyoto per mantenere i contatti con la corte imperiale e abbastanza lontano da gestire la sua influenza per riorganizzare i samurai. Così, come è vero che il terzo shogun Tokugawa Iemitsu riunì a sé i ronin privi di signoria per sedare le lotte per il potere tra i feudatari, coadiuvato in tutto ciò dalla nobile Kasuga, figlia di un nobile decaduto, che aveva divorziato per fare da nutrice al futuro shogun o, meglio, per avere la possibilità di formare la sua educazione militare e politica. Altra verità è proprio la creazione dell’ooku, le cosiddette stanze proibite, un harem creato dalla nobile Kasuga come proprietà esclusiva dello shogun e che, secondo la leggenda, contava anche 3000 concubine. Tendenzialmente, se, come ci dimostra l’anime, gli shogun e i samurai donne avessero cambiato il proprio nome in versione maschile e i concubini uomini avessero assunto nomi femminili, non c’è nulla di diverso da quello che la storia del Giappone feudale ci ha trasmesso. Ho trovato incredibile quest’attenzione al dettaglio e questa trasposizione fedele, con un espediente tecnico, peraltro confermato all’interno della narrazione dell’anime, che doveva servire a ingannare contemporanei stranieri e posteri giapponesi.

E, allora, che cosa può sembrare così stridente all’interno di quest’anime, se, di fatto, un ooku di concubine è realmente esistito? Forse che scardinare i generi come sono stati adoperati nella storia può scuotere la mente del lettore/spettatore? Nessuno rimane allibito quando la storia ci trasmette grandi figure maschili, guerrieri e regnanti o anche studiosi, con una o più spose e magari un nutrito gruppo di concubine. Tutti quanti, quasi in automatico, pensiamo che è normale, che la storia è andata così e che la strada per l’emancipazione femminile è stata lunga. Ma come mai restiamo impressionati se vediamo la storia di una donna da sola al potere, circondata da concubini uomini? Perché viene questo senso di fastidio, come forgiato nei secoli da un’imposizione quasi automatica di ruoli, di cui non riusciamo a liberarci nemmeno quando ci sforziamo? Non è facile liberarsi da tutti questi preconcetti che la nostra mente si è formata anche a livello ancestrale, quasi idola fori baconiani, perché, lo ammetto, pur con tutto il femminismo di cui mi sono sempre vantata, persino io sono rimasta quasi rintonata da note stridule, come camminare a piedi nudi sui vetri. E tutto ciò mi ha mosso la mia riflessione su uno scardinamento dei ruoli, per cui esiste sempre continuamente una severa e latente opposizione.

Tutt’al più, nell’anime/manga, viene inserita l’esigenza di mantenere la riproduzione e, quindi, la specie, nell’offerta di seme per le donne e la cosa quasi scandalizza, mentre è sempre sembrato normale che una donna garantisse la discendenza ad un uomo, come se fosse obbligata a diventare una macchina di riproduzione, e nessuno si rende conto che, in entrambi i casi, alla base sussiste sempre una strumentalizzazione del corpo femminile. Se la storia ci ha trasmesso la figura di consorti e concubine, in cui l’amore veniva sostituito dalla riconoscenza di diventare madri di futuri sovrani o personaggi importati per gli eventi storici perché uomini, anche la visione dell’anime ci restituisce la figura di una donna (la shogun) e di più donne costrette a mantenere e a perpetrare la specie e, pertanto, private di una vita e della possibilità di avere un amore per adempiere al ruolo di essere madri. Come riflette la shogun Tokugawa Iemitsu: “Non ho fatto nulla di diverso da quello che hanno fatto le altre donne che sono venute prima di me, costrette a sposarsi per dare una discendenza ai sovrani; perché, alla fine, è sempre la donna a soffrire“.

Non solo: come ho anticipato all’inizio di questo articolo, l’harem maschile, col tempo, si trasforma in una casta, nata a cerchi concentrici e gerarchizzati intorno alla figura di una shogun a cui rimane solo un potere formale. I fatti che aprono la narrazione dell’anime, ovvero l’arrivo del giovane concubino Mizuno, mostrano un ooku settario, dominato da alcuni uomini che hanno imposto una logica di gradi e di gruppi non solo per decidere chi può avvicinarsi alla shogun come futuro consorte e padre dei suoi figli, ma, di fatto, anche chi può entrare nella sua sfera di influenza. In questo mondo dove dominano le donne, sono le donne stesse ad autoannullarsi, vietando alle altre donne l’ingresso nell’ooku, e a depositare il potere nelle mani di pochi e selezionati uomini, separati dal resto della società maschile. Di fatto, la gestione che si va a creare è frutto di un doppio squilibrio: quello iniziale dell’inversione dei ruoli tradizionali e quello di eliminare la disponibilità maschile esterna e la presenza femminile interna. Ciò non fa altro che radicalizzare il potere di alcuni uomini per svuotare quello delle donne, seppure conquistato con nomi e panni maschili e in nome di un’emergenza “sanitaria”, trasformando l’ucronia di Ooku in un autoritarismo oligarchico, ancora più arcigno rispetto a quello tramandatoci dalla storia.

Ché, poi, per quale motivo una donna che raggiunge il potere debba fingersi un uomo è uno degli interrogativi che rimangono ancora nella società odierna, ogni volta che una donna si priva delle proprie caratteristiche per spersonalizzarsi in una non-identità, quasi giustificando il proprio potere in nome di una necessità momentanea, come se fosse una sostituta di una entità maschile assente e addirittura non esistente.

L’autrice di Ooku, Fumi Yoshinaga, è una delle più quotate e apprezzate mangaka del genere josei, premiata proprio per Ooku con numerosi riconoscimenti e ben valorizzata dalla critica sia per le sue opere seriali che per i one-shot (manga consistenti in un unico tankobon), sia, infine, per le sue incursioni anche nel genere yaoi/BL. La sua opera è considerata a tutti gli effetti un esempio di sociologia del genere, che, lentamente, sta scardinando e sovvertendo i canoni dei manga, aprendo una seria riflessione sul femminismo.

Postilla: esistono anche un film del 2010 (noto anche come The Lady Shogun and Her Men) e un drama del 2012, entrambi diretti da Fuminori Kaneko, entrambi dei gioiellini da recuperare.

Consigliato: sia agli amanti di anime/manga, che a chi ha poca dimestichezza con il genere, ma che, tuttavia, nutre una profonda passione per la storia, la riflessione e lo studio della società e ha voglia di vedere uno scenario ucronico mai affrontato, che è l’altra faccia della medaglia di forti storie femministe già raccontate.

Captain-in-Freckles

Blue Dragon Series Awards: Seconda Edizione

Ed eccoci alla seconda edizione dei Blue Dragon Series Awards, i premi creati nel 2022 dalla rivista Sports Chosun, dedicati alle serie televisive e varietà prodotti esclusivamente in Corea. L’anno scorso ve ne abbiamo parlato qui (cliccate sopra). Le premiazioni di quest’anno si sono tenute il 19 luglio 2023 al Paradise City di Incheon, presentati da Im Yoon-ah e Jun Hyun-moon. Andiamo a scoprire insieme i vincitori, scorrendo anche tutte le nomination (che sono state annunciate il 26 giugno). Non perdete i video e le foto sorpresa che abbiamo disseminato qua e là nell’articolo.

Miglior Drama

  • The Glory (2023)
  • Bargain (2022)
  • Narco Saints (2022)
  • Weak Hero Class1 (2022)
  • Big Bet (2022-23)
    • WINNER: Big Bet: La grande scommessa

Miglior Attore

  • Jin Sun Kyu in Bargain (2022)
  • Ha Jung Woo in Narco Saints (2022)
  • Doh Kyung Soo in Bad Prosecutor (2022)
  • Choi Min Sik in Big Bet (2022-23)
  • Lee Sung Min in Shadow Detective (2022)
    • WINNER: Ha Jung Woo in Narco Saints

Miglior Attrice

  • Jeon Yeo Been in Glitch (2022)
  • Song Hye Kyo in The Glory (2023)
  • Jung Ryeo Won in May It Please The Court (2022)
  • Bae Suzy in Anna (2022)
  • Kim Seo Hyung in Recipe for Farewell (2022)
    • WINNER: Bae Suzy in Anna

Miglior Attore Non Protagonista

  • Park Sung Hoon in The Glory (2023)
  • Jang Ryul in Bargain (2022)
  • Jo Woo Jin in Narco Saints (2022)
  • Kim Jun Han in Anna (2022)
  • Lee Dong Hwi in Big Bet (2022-23)
    • WINNER: Lee Dong Hwi in Big Bet

Miglior Attrice Non Protagonista

  • Lim Ji Yeon in The Glory (2023)
  • Lee Elijah in Decoy (2023)
  • Jung Eun Chae in Anna (2022)
  • Kim Joo Ryung in Big Bet (2022-23)
  • Kyung Soo Jin in Shadow Detective (2022)
    • WINNER: Lim Ji Yeon in The Glory

Miglior Attore Esordiente

  • Kim Ki Hae in Duty After School (2023)
  • Moon Sang Min in Duty After School (2023)
  • Cha Eun Woo in Island (2022-23)
  • Park Ji Hoon in Weak Hero Class 1 (2022)
  • Bae In Hyuk in Cheer Up (2022)
    • WINNER: Park Ji Hoon in Weak Hero Class 1

Miglior Attrice Esordiente

  • Shin Ye Eun in Revenge of Others (2022)
  • Cha Joo Young in The Glory (2022-23)
  • Kwon Eun Bin in Duty After School (2023)
  • Han Ji Hyun in Cheer Up (2022)
  • Ahn Hee Yeon (Hani) in Hit The Spot (2022-23)
    • WINNER: Shin Ye Eun in Revenge of Others

Miglior Varietà

  • SNL Korea 3
  • Siren: Survive the Island
  • PLAYou Level Up
  • Bloody Game 2
  • EXchange 2
    • WINNER: Siren: Survive the Island

Miglior Presentatore

  • Shin Dong Yup | SNL Korea 3
  • Lee Kwang Soo | The Zone: Survival Mission
  • Hwang Jae Sung | The Time Hotel
  • Hong Suk Chun | Me(a)rry Queer
  • Yoo Jae Suk | PLAYou Level Up
    • WINNER: Yoo Jae Suk | PLAYou Level Up

Miglior Presentatrice

  • Joo Hyun Young | SNL Korea 3
  • Girls’ Generation’s Yuri | The Zone: Survival Mission
  • Lee Eun Ji | Love Alarm Clap! Clap! Clap!
  • Jang Do Yeon | Change Days 2
  • Girl’s Day’s Yura | EXchange 2
    • WINNER: Joo Hyun Young | SNL Korea 3

Miglior Presentatore Esordiente

  • Nam Hyun Woo | SNL Korea 3
  • WEi’s Kim Yo Han | Love Catcher in Bali
  • Lee Yi Kyung | Zero-sum Game
  • DEX | Bloody Game 2
  • GOT7’s BamBam | EXchange 2
    • WINNER: DEX | Bloody Game 2

Miglior Presentatrice Esordiente

  • Kim Ah Young | SNL Korea 3
  • Gabee | Love Catcher in Bali
  • Chuu | Love Alarm Clap! Clap! Clap!
  • KARA’s Heo Young Ji | Change Days 2
  • Park Ji Min | Bloody Game 2
    • WINNER: Kim Ah Young | SNL Korea 3

OST Popularity Awards: DKZ’s Jaechan – Our Season

Why Not Award: Choi Hyun Wook – Weak Hero Class S1

Popularity Star Awards (TIRTIR Popularity Awards): ASTRO’s Cha Eun Woo, DKZ’s Jaechan, Lee Kwang Soo, Kim Yeon Koung

Daesang (Grand Prize) Award: Song Hye Kyo – The Glory

E, se volete rivivere le emozioni del red carpet, vi lasciamo di seguito il link dell’arrivo delle star e dei loro saluti al pubblico. Enjoy!

Memoru Grace & Miss Lor & Captain-in-Freckles

Once Upon A Small Town (ovvero ricordi futuri di infanzia)

I genuinely feel like everyone in this village is my family.
No one grows up alone, you know?

Pensiamoci bene: è esistita per ognuno di noi quell’infanzia infinita, quella che ricordiamo come un’unica lunga estate, perché c’è sempre sole durante l’infanzia e ci sono giornate lunghissime, accompagnate dal frinire dei grilli e dal gioco all’aperto, dall’odore della palla appena comprata e dalle ore di stasi pomeridiane, quando gli adulti riposano o sono al lavoro e il mondo è solo dei bambini. Per tutti, poi, è esistita quell’ultima e grande infanzia, quella che possiamo definire con la I maiuscola, l’ultimo momento in cui ci siamo resi conto di essere bambini e sapevamo di camminare sul crinale per diventare adulti. Il cambiamento era proprio lì a due passi, ad attenderci dietro l’angolo come una macchia oscura e informe, eppure, ben sapendolo, lo abbiamo ignorato o, perlomeno, ce ne siamo dimenticati per quei lunghi tre mesi estivi, che segnavano la fine della nostra età d’oro. E, allora, abbiamo giocato ancora più forte, abbiamo urlato con più convinzione, siamo andati in esplorazione sfidando il caldo e l’immutata solitudine, ci siamo costruiti un nostro mondo, inaccessibile a tutti, se non a quei piccoli e selezionati nobili del nostro castello, e, poi, abbiamo sigillato tutto, nei nostri ricordi, dove andiamo, di tanto in tanto, a pescarli come vecchie polaroid ingiallite. Se ricordate, abbiamo tutti avuto quell’ultima grande infanzia di gioco e di benessere, persi nel nostro mondo e convinti a non ritornare più, perché sapevamo che, finita l’estate, ci avrebbe aspettato il doveroso procedere della crescita. Per questo motivo, ricordiamo quella grande estate d’infanzia molto bene, come l’estate più bella, e tendiamo a fondere tutti i ricordi infantili precedenti in quel momento.

Questo è ciò che accade anche ad Ahn Ja-young e Han Ji-yul, che si conoscono da bambini e si incontrano ogni estate, quando Han Ji-yul va a trascorrere le vacanze in campagna nella casa dei nonni, e che si aspettano ogni anno, fino all’ultima grande estate della loro infanzia, quella in cui sanno che devono costruire una propria realtà in cui rifugiarsi e da proteggere dal mondo adulto. Solo che, con la naturalezza che hanno i bambini, mentre trascorrono insieme la loro ultima estate di gioco e confidano l’una con l’altro le proprie paure, i propri segreti e i sogni sul proprio futuro, non si scambiano mai il nome. Perché per i bambini è superfluo avere un nome, una sovrastruttura imposta da adulti che non ha nulla a che fare con il proprio mondo. La brusca frattura che li separerà per portarli nell’età adulta è già avvenuta e la crescita è dietro l’angolo: mentre Ahn Ja-young, che vive con la nonna, inizia a prendersi sempre più responsabilità delle persone del villaggio, Han Ji-yul rimane improvvisamente orfano di entrambi i genitori e viene catapultato nella grande città ad affrontare il proprio futuro.

Passano gli anni, Han Ji-yul (ora interpretato da Cho Yoong-woo, Oasis, School 2021) è diventato un abile veterinario in una clinica di Seoul per animali domestici, quando riceve una chiamata d’emergenza da parte del nonno, veterinario di animali di allevamento nel villaggio di campagna dove trascorreva le estati della sua infanzia, e si reca di corsa per prestare il proprio aiuto. Nella realtà, il nonno e la nonna hanno deciso di andare a fare un lungo viaggio intorno al mondo e, senza dire nulla al nipote, hanno preparato tutto per “incastrarlo” presso la loro clinica veterinaria di campagna per tutta l’estate. Non si capiscono le reali motivazioni che hanno portato i nonni ad agire in modo così sconsiderato e poco leale, ma, con il procedere degli episodi, iniziamo a conoscere un po’ meglio Han Ji-yul, che, a dispetto della sua brillante carriera lavorativa, non ha mai un sorriso in volto o, meglio, dalla morte dei genitori non ha mai sorriso, rinchiuso in una depressione e in una tristezza apatica per cui vive solo per il suo lavoro. Il suo arrivo in campagna genera subito un certo scompiglio, non solo perché snob, altezzoso e superbo, poco abituato a gestire animali di allevamento e di grossa taglia e per nulla aduso a comunicare con la gente semplice del villaggio, ma anche perché, per una serie di fraintendimenti, viene prontamente arrestato da Ahn Ja-young (Joy delle Red Velvet), poliziotta della piccola comunità.

Ahn Ja-young è diventata una ragazza gentile, empatica, ottimista, pronta ad aiutare il prossimo e impicciona, praticamente il contrario della riservatezza guardinga di Han Ji-yul e questa diversità di caratteri li porta spesso ad incontrarsi e a scontrarsi, con lo sfondo di una comunità di campagna dove tutti si fanno gli affari di tutti e dove anche i loro battibecchi iniziali e la loro successiva amicizia vengono letti e riletti al microscopio, magari durante una serata di festa improvvisata per la nascita di un vitellino o per un buon raccolto o durante una sessione di preparazione del kimchi da parte delle ajumma del villaggio, guidate dalla capo villaggio Jang Sae-ryon (Baek Ji-won, l’avvocata AD dello studio legale di Avvocata Woo, anche apparsa in Melancholia, Encounter e Mad for Each Other). E, mentre Ahn Ja-young tenta di proteggersi dalle frecciatine delle donne del villaggio e Han Ji-yul cerca di integrarsi e di contare i giorni che lo separano alla fine dell’estate e, quindi, della vacanza dei nonni, i due finiscono per avvicinarsi, diventare amici, scoprire il legame in quelle estati di gioco mai dimenticate (complice un libro) e, lentamente, innamorarsi. Ma, come in tutti i drama romantici, anche qui c’è un second lead di tutto rispetto, Sang-hyun (Baek Sung-chul, Inspector Koo), uno che conosce la protagonista sin dall’infanzia e che è sempre rimasto pazientemente in attesa che la sua amicizia si trasformasse in qualcosa di diverso. E, infine, esiste anche l’amico imbranato, quello che si trova involontariamente ad essere aiutante per caso del protagonista e che strappa al pubblico così tanti sorrisi da chiederci perché non gli abbiano affidato più battute: il veterinario collega di città Choi Yun-hyeong (interpretato dal compianto Na Chul, visto in Happiness e Vincenzo e rimasto impresso per il suo ruolo grandioso in Weak Hero Class 1).

Once Upon A Small Town (어쩌다 전원일기, noto anche come Accidental Country Diary o, in italiano, L’amore lontano dalla città) è una piccola produzione felice marcata Kakao TV e approdata su Netflix, che ha avuto un successo imprevisto. Basato sull’omonimo webtoon, il drama ha il pregio di presentarsi in modo fresco, senza grandi dilemmi né drammi, con personaggi piuttosto lineari e con una dinamica quasi da romanzo austeniano, dove lei è perfettamente immersa nel suo piccolo ambiente di campagna e cerca il vero amore e lui evita l’umanità, che trova fastidiosa e ridicola, e dove tutti si conoscono e si urtano quasi piacevolmente a vicenda come se tutti quanti vivessero in un piccolo villaggio inglese.

Non è il solo rimando letterario inglese che mi è venuto in mentre guardando il drama: il trasferimento di un veterinario dalla città in campagna per occuparsi di animali di grossa taglia e muoversi tra strade accidentate solo in bicicletta mi ha fatto venire in mente anche i racconti di James Herriot, come il suo romanzo Creature grandi e piccole (All Creatures Great and Small), che scoprii quasi per caso tanti anni fa in biblioteca e che riuscì a mettermi di buonumore e a darmi un senso di pace. Un po’ come questo drama, iniziato a guardare quasi senza pretese per riprendermi da visioni pesanti e cercare una lieve ondata di ottimismo e di gentilezza. Perché la vera unicità di questo prodotto è una narrazione gentile e pacata, che non scade mai in alcuna bruttura e che ti fa perdonare anche interpreti inizialmente un po’ ingessati e non eccezionali, ma che, con il procedere degli episodi, sanno donare quella timidezza di un nuovo sentimento che sboccia.

Però, siccome siamo in Corea del Sud e secondo i cliché dei drama tutti i personaggi si sono conosciuti in qualche modo da bambini, ecco che anche qui i protagonisti si sono incontrati e hanno giocato ai tempi di quell’ultima infanzia felice, quella che ha dato loro i ricordi e gli ultimi attimi di spensieratezza a cui fare affidamento per il futuro. Emblematico è il momento in cui si riconoscono e, consci della loro età d’oro, decidono di darsi appuntamento lontano dagli sguardi di tutti per giocare, nel vero senso della parola, arrampicandosi, correndo, saltando sui sassi, fischiando sui fili d’erba e ridendo, come quando erano bambini. Entrambi i protagonisti, insieme, crescono e capiscono se stessi, cosa sono e cosa vogliono essere nella vita, superano quella linea di confine tra infanzia ed età adulta, ma, questa volta, ricchi dei ricordi e delle meraviglie infantili che decidono di portare con sé per il resto della propria vita.

Infine, la fuga dalla città in cerca di una dimensione più ingenua e umile e anche in cerca di se stessi è una tematica affrontata spesso nei k-drama (vedi Hometown Cha-Cha-Cha, ma anche The Good Bad Mother), che ci propongono spesso una dicotomia tra quel mondo caotico e senza cuore cittadino e la purezza dei sentimenti della campagna, dove i ricordi sono custoditi dagli anziani e il futuro è nelle mani di un’infanzia che riesce a comprendere il passato.

Consigliato: a tutti e, in particolar modo, in estate, perché abbiamo bisogno di spezzare la routine della quotidianità e di fuggire, metaforicamente, dal rumore cittadino, per rifugiarci nella nostra infanzia, nella nostra lunga giornata estiva senza preoccupazioni né imposizioni, recuperare i ricordi e sdraiarci all’ombra di un albero con un buon libro o esercitarci a lanciare sassi nei fiumi, giocare, come quell’ultima estate in cui improvvisamente siamo diventati grandi.

Captain-in-Freckles

One Day Off – Un viaggio in solitaria alla ricerca di umanità

“C’è stata un’ondata di nomadi in Francia alla fine XIX secolo. Hanno lasciato il lavoro, la famiglia e si sono persino persi mentre andavano in giro. Questa condizione, soprannominata dromomania, turismo patologico e voglia di viaggiare, si diffuse in Europa come un’epidemia e quelli che si mettevano in viaggio venivano chiamati “viaggiatori pazzi”. Era davvero la follia ad alimentare quei viaggi? O è stata la paura di impazzire a farli partire? “

Con questa frase, che rappresenta il focus del drama, si aprono otto intensi episodi interpretati da una meravigliosa Lee Na-young (“Romance is a Bonus Book”), in una storia che resterà per sempre nel cuore, in cui mi sono rispecchiata moltissimo perché la capacità di questa bravissima attrice è di portarti con sé nella vita ordinaria di Park Ha-kyung, protagonista della storia, una donna comune, insegnante di lettere al liceo che trascorre le giornate sempre nello stesso modo, tra gli impegni del lavoro e della scuola. Spesso, però, la vita, seppur tranquilla, ci presenta degli ostacoli di cui non riusciamo a raccontare o a confrontarci con gli altri, situazioni che possono sembrare banali, ma che ci fanno stare in tensione, in ansia, oppure ci fanno ricordare di essere soli, di non riuscire a comunicare a nessuno il nostro stato di disagio emotivo, per cui tentiamo di trovare qualche sfogo, una via di uscita che ci permetta di staccare dal nostro iter quotidiano e di fare una piccola follia che possa darci l’opportunità di ritrovare la forza di vivere e di continuare.

Park Ha-kyung quando vuole staccare da tutto, quando desidera sparire dalla sua vita, dall’ordinarietà, scompare per un giorno, si mette in viaggio da sola, per mete diverse, non troppo lontane, raggiungibili quasi sempre con autobus o treni, senza strafare, ma solo per camminare, mangiare qualcosa e sentire il giorno scorrere in modo diverso, riuscire a sentire l’essenza della giornata e ricaricarsi, scoprire nuovi volti, immergersi, pur rimanendo sola, in una immensa e infinita marea di umanità.

“Quando desidero scomparire, faccio gite di un giorno. Cammino, mangio e lascio vagare la mente”.

Il suo giorno di riposo è il sabato e, per ciascuno degli otto episodi, Park Ha-kyung ci porterà con sé nel suo ricco mondo interiore e nello stato d’animo diverso per ogni meta che poi non saranno mai gite dettagliatamente organizzate, ma un puro vagare discreto per sbloccare la mente, come nel primo episodio, quando la camminata in mezzo al bosco riesce a rasserenare l’animo più di una seduta o di un ritiro o nel secondo episodio, ”Sogni e dolore gocciolanti”, quando si reca per la prima volta a Gunsan e la sensazione di nostalgia rende tutto piacevole, lì va a trovare una sua ex allieva (interpretata da Han Ye-ri di “Minari”) che si è trasferita aprendo una sua bottega d’arte alternativa e Ha-kyung capisce che la sua alunna ha bisogno di conferme e di supporto. Simpatica l’entrata della protagonista nel negozio particolare di fiori a Gunsan dove acquista la gipsofila gialla il cui significato è “continua così”. L’atmosfera all’interno della bottega d’arte che chiede ospitalità ad una caffetteria con lettura tarocchi è un’esperienza surreale dove, però, Ha-kyung intuisce il dolore  della sua giovane alunna e cerca di rendere quella giornata un valore aggiunto per ricaricare di fiducia la ragazza, senza farlo capire, Ha -kyung non è una chiacchierona, non disperde consigli, ma è una brava ascoltatrice, come qualcuno le dirà in un altro episodio, lo intuiamo dai suoi modi di fare, dalla sua gentilezza e discrezione e dallo stupore che prova ad ogni angolo del suo viaggio, per qualsiasi soffio di umanità che soffre o che sta vivendo un periodo di profonda incertezza.

Le gite raccontate in questo drama hanno la capacità di affrontare l’incertezza che proviamo ogni giorno in ogni cosa e quel clima di felicità illusoria che si sfalda in poco tempo nella società che viviamo e respiriamo quotidianamente. Può davvero aiutare se stessi scomparire per un solo giorno, per vagare senza uno scopo o un fine preciso?

“I pazzi viaggiatori sembrano nascere e scomparire con l’alba del 20° secolo. Hanno trovato qualche cura miracolosa? O non c’era niente di sbagliato per cominciare? L’inizio dell’umanità arrivò con un gruppo di nomadi. Il problema è che vogliamo sempre un posto nuovo e una volta raggiunto quel luogo, c’è un’incessante ricerca di un altro. Siamo destinati a perderci con il costante vagare”.

Mentre Park Ha-kyung si interroga costantemente sulla propria esigenza delle sue brevi gite dei sabati, capita anche di dover restare nella propria città a causa delle cattive condizioni metereologiche, per cui anche l’uscire da casa e camminare per le strade che conosce, ma a cui non si fa mai caso, può sembrare un viaggio. Si rifugia in un piccolo museo per ripararsi dalla pioggia e lì incontra un piccolo gruppetto di studenti accompagnati da un collega insegnante d’arte che rivaluta in modo differente, perché lontana dalla scuola e con il quale scambia considerazioni e riflessioni sulle nuove generazioni, su come poter accompagnare il loro percorso di crescita con dei consigli che abbiano un senso duraturo.

Tra i miei episodi preferiti vi è quello ambientato a Busan durante la rassegna dei film per il festival del cinema dove Ha-kyung vivrà un vero e proprio Meta-Romance con il personaggio interpretato da Koo Kyo-hwa (“D.P.”, “Kingdom”, “Avvocata Woo”) alla scoperta del romanticismo o forse della fantascienza romantica tra la visione del “Le Voyage Dans La Lune” e le riflessioni serali, scomparendo prima l’una poi l’altro come se fossero incastrati in due dimensioni diverse  e, negli attimi di incontro, parlando di amore e di come sia un concetto difficile per la società moderna per la paura di rovinare le relazioni e il dubitare sempre di se stessi, anche se la vita, in realtà, è sbagliarsi.  E, così, in un film senza fine, forse si rincontreranno ancora o forse è solo per un attimo che le loro strade si sono incrociate.

Altro viaggio indimenticabile è quello nei suoi ricordi d’infanzia a Sokcho, l’unica vera vacanza fatta con la famiglia dove Ha-kyung, dopo aver riflettuto sulle scelte fatte dagli adulti quando era piccola, quando i genitori e le persone di quella generazione hanno sfidato la tempesta facendo diversi sacrifici, rapporta la sua esperienza e la sua esistenza di adesso che ha raggiunto l’età che avevano i genitori in quel periodo. Cosa è cambiato? Cosa è successo? Ci sono lotte per ogni generazione, anche silenziose, quasi invisibili, ma non è mai facile vivere. Qui, sulla via del ritorno, incontra, alla stazione degli autobus, due coniugi anziani che attendono con lei il bus, il marito interpretato dall’immenso Park In-hwan (“Navillera”) inizia a criticare la politica del paese e il welfare, a voce altissima, quasi per avere testimoni della sua sofferenza e infelicità causata dall’appartenere ad una generazione che non viene più ascoltata, mentre le nuove stanno deteriorando la società e Ha-kyung verrà coinvolta in un discorso che non avrebbe mai voluto sostenere, ma invano. Quando poi sul bus ascolta i discorsi dei due coniugi a telefono con i nipotini si rasserena nuovamente, capisce lo stato d’animo dei due anziani, empatizza, e, all’arrivo alla stazione di casa, si avvicina a loro per chiedere perdono del suo eventuale comportamento irrispettoso. I due la guardano con tenerezza, le danno alcuni biscottini preparati per i nipoti e la signora le dice di non scusarsi perché tanto entrambi erano preoccupati nello stesso modo per il Paese, cambia solo il modo di agire.  Una prova meravigliosa di discussione e confronto tra generazioni!

Merita molto anche l’episodio ambientato al planetario dove alcune ore prima, in un ristorante vicino, la nostra protagonista ha riconosciuto la sua fumettista preferita, autrice de “Il canguro danzante” interpretata dalla bravissima Gil Hae-yeon (“Something in the Rain”, “One Spring Night”, “The Silent Sea”), a lei Ha-kyung confida che i suoi fumetti le hanno fatto una gran compagnia, l’hanno confortata e le sono stati d’aiuto in un momento in cui si sentiva sola e non capita e, ancora adesso, colleziona tutti i suoi fumetti.

Tanti altri personaggi e visi incontrati nelle gite dei sabati di Ha-kyung, interpretati da attori che donano alla storia una preziosa armonia, da Shim Eun Kyung (“The Journalist”), con un bellissimo ruolo nell’ultimo capitolo del drama, a Park Se-wan, da Cho Hyun-chul (“Hotel del Luna”, “D.P.”) a Seo Hyun-woo (“Flower of Evil”, “Adamas”) alla cantautrice Sunwoo Jung-a. Meravigliosa ost da ascoltare in un pomeriggio di pioggia o sulla strada per andare a lavoro.

Consiglio di recuperare questo drama che, seppur breve, comunica moltissimo al cuore dello spettatore e ci richiama ad un debito che abbiamo tutti quanti con noi stessi, “Resistere, vivere, non impazzire”.

“Credo ancora che viaggiare sia il paradiso degli sciocchi. Non è molto divertente o significativo. Dopo aver vagato senza meta, ci sono solo fugaci momenti di lucidità, ma è questo che lo rende divertente. Quindi se hai voglia di sparire, fallo. Se sei solo, in un posto strano, e non ti senti molto coraggioso, allora fallo durare solo un giorno. Se puoi camminare, mangiare e lasciar vagare la mente, starai bene comunque”.

Memoru Grace