“In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia”.
(Cesare Pavese, “La casa in collina”)

Titolo originale: 자유의 언덕 (Ja-yu-ui eondeok); lett. “La collina della libertà”
Scritto e diretto da Hong Sang-soo
Cast: Ryo Kase, Moon So-ri, Seo Young-hwa, Yoon Yeo-jeong, Kim Ui-seong, Jung Eun-chae, Jeong Yong-jin, Ki Joo-bong, Na Hye-jin, Lee Min-woo, Hahm Sung-won
Genere: drama / comedy / slice-of-life / life /indie
Corea del Sud, 2014 – film
L’estate è costituita da tante giornate e da tenti tempi messi insieme, come una stagione della vita che ne contiene molte, con giorni affollati di sole e di persone e altri silenziosi e lenti, giornate cupe di malinconia assolata e altre piovose, ma che sanno fondersi con parole e pensieri di altre menti. Che la si ami o la si odi, l’estate è una stagione che sa unire e isolare al tempo stesso, perché riesce a donare momenti di incontro e dialogo anche casuali ed altri di tempo lento e riflessivo, che scorre noioso e apatico, ma, trascendendo il pensiero, rimane il porto sicuro per tutto il resto dell’anno.
Forse è per questo motivo che l’estate è la stagione migliore per la vacanza, che non indica per forza uno spostamento in qualche luogo di villeggiatura, quasi ad accontentare un’idea di periodi feriali di solo viaggio e sosta forzosamente rilassante e consumistica, perché coincide con il concetto etimologico della pausa, del vuoto casuale tra due o più periodi di tempo, che possono essere due momenti dello stesso anno e della stessa routine o due momenti di vita.
La vacanza che diventa – pavesianamente – uno stacco, quasi un voluto letargo, una calma, una pace e una transizione per riscoprire se stessi e lasciarsi alle spalle tutto un certo passato con il suo carico di errori, di delusioni, di tristezze e di affanni, ma anche con il suo carico di volti noti e meno noti, per cercare una nuova dimensione e, talvolta, anche un nuovo contesto sociale.
Come un protagonista di Pavese, anche il personaggio principale del film “La collina della libertà” decide di prendersi uno stacco più o meno lungo un’estate, di abbandonare i luoghi noti della sua vita routinaria, per scoprire luoghi non noti, appartenenti al ricordo e all’anima di qualcuno conosciuto un tempo, quasi alla ricerca del proprio futuro in un passato altrui. Ed è con questa idea che Mori (interpretato da Ryo Kase, noto anche per le grosse produzioni cinematografiche “Lettere da Iwo Jima” e “Silence“), insegnante trentenne giapponese rimasto senza lavoro, ma con aspirazioni da scrittore, decide di lasciare il Giappone per passare un’estate in Corea. Il suo obiettivo è chiaro quanto vago: cercare Kwon (interpretata da Seo Young-hwa), una ragazza coreana conosciuta diversi anni prima e di cui si è innamorato. Armato solo di buona volontà e di pochi riferimenti personali sulla ragazza in questione, Mori arriva a Seoul e decide di stabilirsi nella zona di Bukchon, che, per chi conosce Seoul, è famosa per il suo Hanok Village, le sue abitazioni tradizionali, l’atmosfera tranquilla e pacata e le sue numerosissime caffetterie. Sapendo che Kwon vive in una casa tradizionale di Bukchon e non trovandola in loco, si va a stabilire nella guesthouse vicina, costruita all’interno di un hanok tradizionale, convinto che, prima o poi, uscendo ogni giorno per la sua passeggiata perlustrativa sarebbe riuscito ad incontrare Kwon.
“Quello che so è che sei la persona migliore che ho conosciuto. Ora spero che tu stia bene e che sia felice”.
Ed è con quest’idea romantica, ma alquanto strampalata della ricerca di un suo vecchio amore che Mori fa amicizia con la proprietaria della guesthouse, Gu-ok (interpretata dal premio Oscar Youn Yuh-jung), severa e signorile nelle sue regole, ma anche comprensiva e intuitiva con il protagonista, e con il nipote Sang-won (interpretato da Kim Eui-sung di “Taxi Driver“), una sorta di adolescente sociopatico fuori età che vede in Mori l’unico grande amico con cui confidarsi.
In mezzo alle colline del Bukchon Hanok Village in estate, tra i suoi hanok tradizionali e il kimchi collocato fuori dalla porta, camminando per quelle strade in eterna salita e discesa e per le sue scalinate sotto gli acquazzoni improvvisi estivi, Mori s’imbatte nella caffetteria “Jiyugaoka”, ovvero “la collina della libertà”, gestita da Young-sun (interpretata da Moon So-ri di “Queenmaker” e “Jeongnyeon – The Star is Born“), una ragazza in crisi col fidanzato. Dialogando con Young-sun, Mori scopre che Kwon è un’assidua frequentatrice di quella caffetteria, ma che, in effetti, è assente da diverso tempo, forse perché fuori in un viaggio all’estero. Visto che nessuno sa altre notizie di Kwon e non c’è modo di rintracciarla, Mori inizia ad aspettarla ogni giorno al locale, scrivendo un diario aggiornato dei suoi pensieri e delle sue attività di ogni giorno, in modo da lasciarlo in caffetteria per quando Kwon sarebbe tornata a casa. Anche se la pausa estiva di Mori si fosse conclusa senza incontrare la donna da lui amata in passato, sarebbe comunque rimasto il suo epistolario a narrarle tutte quelle emozioni e quei sentimenti altrimenti impossibili da condividere di persona.
“Sono venuto qui per stare qualche giorno… ma la luce nel cielo è così bella. Non importa se riuscirò a vederti o no, o se mi accetterai o meno. Voglio solo che tu sappia che mi piaci”.
Mentre Mori vaga tra gli hanok e le strade di Seoul e trascorre ore in caffetteria, accadono molte cose allo stesso Mori, a Young-sun, che condividono momenti di intimità e di vicinanza unici, ma anche a Gu-ok e a Sang-won e, infine, ai vari ospiti che si avvicendano tra la guesthouse e la caffetteria, ognuno proprietario di piccole minuscole storie personali, ognuno depositario di ricordi, di ansie, di paure e di speranze, ognuno un piccolo mondo a sé, che incontra il mondo di Mori, con cui si incrocia per un attimo, per, poi, proseguire oltre.
E, mentre le storie scorrono davanti agli occhi di Mori e dello spettatore, in un altro tempo nello stesso luogo, Kwon legge quel diario lasciato in una caffetteria, che sembra quasi un portale temporale.
La pellicola “La collina della libertà“, girata in lingua coreana, giapponese e inglese dal cineasta Hong Sang-soo, è un piccolo film indipendente dove la sceneggiatura e la freschezza di dialoghi mai banali riescono a rendere la dimensione temporale dell’estate di Mori come la fine dell’estate della vita di tutti quanti, in quelle giornate assolate che si spengono sempre prima e che diventano difficili da sopportare con l’afa, eppure così ricercate con la pioggia, che sembrano corrispondere a quegli ultimi momenti di giovinezza priva di responsabilità che ci concediamo prima di proseguire con la maturità della vita e che tornano cicliche durante la nostra esistenza a chiamarci in disparte per darci un attimo di tregua e ricordarci che, in fondo, esistono ancora dei sogni a cui dare vita, prima o poi, nel nostro futuro per farci fermare a scambiare una parola con occhi sconosciuti.
Il film, presentato alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica La Biennale di Venezia nel 2014 per la Sezione Orizzonti, si è aggiudicato il premio come Miglior Film e Film più apprezzato dalla Critica alla 34esima edizione del Korean Association of Film Critics Awards, oltre a numerose candidature tra i Chunsa Film Art Awards, gli Asian Film Awards, i Wildflower Film Awards, i Baeksang Arts Awards e i Buil Film Awards.
Piccola curiosità: il compositore della colonna sonora, Jeong Yong-jin, compare anche nel film tra gli ospiti della guesthouse dove alloggia il protagonista e i clienti della caffetteria “La collina della libertà”.
Laura
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