Uno degli artisti figurativi più importati del XX secolo coreano è stato spesso tenuto lontano dagli edifici istituzionali, forse per quell’antico pregiudizio che, fino a 20-30 anni fa, credeva ancora inconciliabili la fede cristiana con la tradizione coreana. Quando nel 2014 si sono aperte, per la prima volta, le porte del Museo nazionale di Seoul per una retrospettiva su Kim Ki-chang, in arte Unbo, per celebrare il centenario della sua nascita, l’accoglienza del pubblico e del mondo artistico è stata tale da garantire ormai un posto speciale alle opere di questo artista complesso, che ha saputo re-inventare l’arte di Joseon, attualizzandola e applicandola in chiave allegorica e religiosa per esprimere se stesso, ma anche le sofferenze del popolo coreano.
Kim Ki-chang nacque in una famiglia cristiana devota di carpentieri e artigiani il 18 febbraio 1914 (secondo alcune fonti, nel 1913) nel distretto di Gyeongseong, che diventerà, poi, Seoul, ai margini dell’impero giapponese. Intorno all’età di sette/otto anni, una forte febbre tifoidea gli tolse completamente l’udito, mutando la sua vita per sempre e rinchiudendolo nel silenzio.
Eppure, è proprio quel silenzio, che, col tempo, inizia a diventare una fortezze preziosa per l’artista, motivo di forza, di resilienza e di determinazione, nonostante una società poco aperta alla disabilità e un periodo storico particolarmente arduo. Infatti, per uscire dal silenzio ed esprimere se stesso, anche senza parole, iniziò ad avvicinarsi al mondo dell’arte già da giovanissimo, studiando con Kim Eun-ho, uno degli artisti più importanti dell’ultimo periodo Joseon, tanto da aver ritratto l’imperatore Gojong e l’imperatore Sunjong. Dal maestro Kim Eun-ho, il giovane Kim Ki-chang imparò l’idang. le tecniche pittoriche tradizionali coreane, l’hynagtosaek, l’uso del colore locale coreano per le scene idilliache, ma anche la tecnica paesaggistica e quella ritrattistica. Con il maestro Kim Eun-ho, però, si avvicinò lentamente anche alle nuove tecniche pittoriche moderne provenienti dal Giappone, che prevedevano un utilizzo contestuale di inchiostro e colore e una focalizzazione migliore sulle figure umane, che mischiava il realismo pittorico ad un tratto particolarmente gentile e soffuso soprattutto nei confronti di alcuni soggetti (cd. inmunhwa).

Ancora diciottenne, dopo anni di studio, Kim Ki-chang fu, così, ammesso al Chōson Art Exhibition, dove vinse nel 1931 il primo premio per la categoria sulla pittura orientale con l’opera “Pansang domu” (판상도무, 板上跳舞), che ritraeva il gioco tradizionale coreano del neolttwigi or nol-ttwigi. Da quel momento, il suo nome divenne uno dei più famosi tra gli artisti coreani del periodo e, nonostante i forti controlli giapponesi e la censura politica su qualsiasi opera artistica, Kim Ki-chang vinse diversi premi anche negli anni successivi, fino a meritare il titolo di “artista raccomandato” nel 1942.

Gli anni tra la fine della Seconda Guerra Mondiale – con il contestuale ritorno all’indipendenza coreana – e lo scoppio della Guerra di Corea segnarono anche una frattura nella carriera di Kim Ki-chang, una cesura indelebile che lo portò a riconsiderare il suo percorso artistico e le sue tecniche pittoriche, associando l’arte ad un nuovo modo di esprimere le proprie emozioni e i propri sentimenti. Dopo il matrimonio con la pittrice Park Re-hyun, considerata ancora oggi una degli artisti più importanti della pittura moderna coreana, nel 1946, Kim Ki-chang iniziò a rivedere il suo stile e a modernizzarlo, pur facendo rimanere inalterate le caratteristiche della tradizione coreana: il suo colore divenne sempre più acquoso e quasi trasparente, le pennellate minimizzate e quasi stilizzate, le ombre chiare e luminose, le forme semplificate, quasi semi-astratte, in una nuova visione che eleva la realtà alla dimensione dei concetti nella loro spiritualità, mentre la tela rimase di seta, come la tradizione coreana vuole, soffusa, quasi evanescente.
La Guerra di Corea si inserì in quest’evoluzione artistica del pittore, che, al tempo stesso, continuava a richiamarsi alla sua fede cristiana per rapportarsi col mondo e per superare quell’angoscia del male inspiegabile inserito in tutti gli atti umani. I fatti della guerra fratricida gli lasciarono un’impressione tragica e profonda: le innumerevoli uccisioni, le divisioni di famiglie in territori destinati a non incontrarsi, le violenze, le persecuzioni perpetrate in Corea del Nord verso i cristiani, il dolore persistente di un popolo che non aveva smesso di soffrire rimasero impressi nel suo animo sensibile, come una ferita aperta.
E fu così che la fede di Kim Ki-chang divenne più forte, tanto da tradursi in arte. Nacque, in questo periodo, la sua monumentale opera “Vita di Gesù“, un ciclo di 30 opere pittoriche raffiguranti gli episodi più significativi dei vangeli, ma rileggendo la tematica sacra in chiave coreana. Le opere, infatti, sono ambientate in epoca Joseon, mentre Gesù è raffigurato con i paramenti di uno studioso confuciano dell’epoca, attualizzando, così, il cristianesimo alla tradizione coreana. Liberandosi dalla lente occidentale e introducendo elementi tipici della sua cultura, Kim Ki-chang rende la storia di Gesù universale, esprimendo la sua missione di cristiano verso la società in cui vive, comunicando all’occhio di chi guarda le sue opere come se fossero rappresentazioni sceniche. Nascosti nei volti dei soggetti dipinti, infatti, possono esserci persone comuni, che lottano contro le avversità quotidiane e che condividono il medesimo messaggio cristiano.
Qui scatta la seconda parte del messaggio di Kim Ki-chang, ovvero il parallelismo tra la tematica cristiana e le sofferenze del popolo coreano. Come egli stesso scrisse nei suoi diari, la Guerra di Corea era stata “una nuova Passione, un nuovo Calvario“, condiviso da tutto il popolo coreano, senza distinzione di barriere geopolitiche e ideologiche, una sofferenza che ha rinnovato quella vissuta in croce da Gesù. Ed è in questo modo che le sue opere, in qualità di “agnello sordo di Dio“, devono essere lette e interpretate, come se quella sofferenza fosse diffusa sui volti di tutti i personaggi protagonisti delle storie evangeliche.
Vi lascio qui alcune immagini delle sue opere relative al ciclo de “Vita di Gesù“:









I progetti di Kim Ki-chang continuarono fino alla sua morta, avvenuta nel 2001, rinnovando profondamente l’arte coreana, ma anche rendendola orgogliosa delle sue tradizioni. In questo senso, vanno, ad esempio, i cicli pittorici “Babo sansu” e “Cheongrok sansu“, che hanno cercato di modernizzare e attualizzare il minhwa, il racconto popolare coreano, e la serie munjado di lettere dipinte, che riprende la tradizionale pittura ad inchiostro di ideogrammi (cd. calligrafia orientale), facendola diventare allegorica.
Laura
