“Verrà quest’anno la neve
che insieme a te
contemplai?”
(Matsuo Basho)

Titolo originale: ゴールデンカムイ (Golden Kamuy)
Regia: Shigeaki Kubo
Sceneggiatura: Satoru Noda, Tsutomu Kurowa
Cast: Kento Yamazaki, Anna Yamada, Gordon Maeda, Yuma, Yamoto, Hiroshi Tachi, Asuka Kudo, Shuntaro Yanagi, Ryohei Otani, Arata Iura, Hiroyuki Ikeuchi, Hiroshi Tamaki, Taishi Nakagawa, Katsuya
Genere: storico, azione, avventura, western
Giappone 2024 – film + serie tv (9 episodi)
Neve. Neve bianca, brillante, abbacinante sotto il sole. Un manto ghiacciato e silenzioso che copre ogni cosa, umani, animali e segreti, in una terra misteriosa e quasi magica collocata in uno di quei confini del mondo che sembrano portali con altre dimensioni, così immobili in un tempo ignoto.
Fine periodo Meiji, l’era dei grandi cambiamenti, della modernizzazione e del nuovo impero giapponese, decadenza di una vecchia grandezza storica, apertura di un’altra non più sicura e quasi comandata egemonia sul suolo asiatico, costellata da innumerevoli guerre, che partono dall’intero del territorio nazionale per espandersi a centri concentrici sempre di più verso l’esterno, rompendo i confini e anche le certezze umane.
Ed è proprio questo il paesaggio – geografico e storico – che appare arcano, affascinante e, al tempo stesso, pericoloso – a fare da sfondo a “Golden Kamuy“, una delle saghe anime/manga più interessanti della recente produzione giapponese, di recente tradotta in film e serie live action, che sembra una semplice caccia al tesoro, ma che è una ricostruzione impeccabile del periodo e anche dell’animo del reduce giapponese dalle guerre imperialiste, un racconto che riesce a mescolare storia giapponese, dramma psicologico, studio geografico e antropologico con i toni del western leoniano (o, se si vuole, del tarantiniano “The Hateful Eight“, vista la presenza costante della neve), calibrando bene violenza, ironia e una pletora enorme di personaggi.
La recensione di seguito si riferisce, soprattutto, al live-action costituito dal film “Golden Kamuy” e dalla serie televisiva “Golden Kamuy: The Hunt of Prisoners in Hokkaido“, senza tralasciare l’anime basato sul manga di Satoru Noda, serializzato dal 2014 al 2022.
Le vicende si aprono all’indomani dell’esito della guerra russo-giapponese datata 1904-1905, che ha opposte le ambizioni di egemonia dell’impero zarista russo a quelle del rinnovato impero giapponese per il controllo della Manciuria, della Corea e del libero passaggio commerciale tra l’Oceano Pacifico e l’Artico, gestito dalla cittadina portuale di Port Arthur (oggi Lushunkou). L’assedio di Port Arthur fu una delle battaglie più lunghe e sanguinose della storia, iniziata il primo agosto 1904 e terminata il 2 gennaio 1905 con decine di migliaia di morti e di feriti e l’utilizzo di alcune armi ancora quasi sperimentali, che fecero, poi, la loro triste comparsa durante la Prima Guerra Mondiale (gas, cannoni di lunga gittata e bombe a mano, alternati a guerra di trincea e sanguinosi corpo a corpo). Tra gli episodi si distinse in particolare la battaglia per Quota 203, ovvero l’assedio giapponese per conquistare la fortezza russa collocata su una collina a doppio picco che dominava il porto, che è tuttora ricordata come uno dei momenti bellici più cruenti in assoluto, contando pochi sopravvissuti, numerosissimi feriti e mutilati a vita e ancora più numerosi soldati con traumi mentali e psicologici permanenti.
Saichi Sugimoto (interpretato da Kento Yamazaki di “Alice in Borderland 1, 2, 3“, “Theatre: A Love Story” e “The Door into Summer“) è un soldato semplice proveniente da famiglia poverissima e decaduta, ma tutti lo ricordano come “Sugimoto l’Immortale” per la sua particolare attitudine di sopravvivere sempre, in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione, persino agli eventi più drammatici della guerra russo-giapponese e dell’assedio di Port Arthur, uscito feroce e fisicamente indenne dalla crudeltà di Quota 203. Forse per via della leggenda che tutti hanno inconsapevolmente ricamato su di lui o forse è per via che il ritorno dalla guerra gli ha lasciato traumi ben celati nella sua mente, ma, in definitiva, anche Sugimoto crede di essere immortale, convinto che nessun pericolo può ucciderlo e totalmente sprezzante della morte.
“Mi rifiuto di gettarmi a terra e morire. Sopravviverò, non importa come” – “C’è un solo modo di non morire che ho imparato in guerra: non essere ucciso”.
Con la sua esperienza da reduce, le urla degli amici morti in battaglia ancora nella mente, la promessa di provvedere alla vedova di un suo commilitone e amico d’infanzia, rimasta cieca, e una vecchia divisa logora, parte per il freddo inverno di Hokkaido con l’intenzione di dragare i fiumi per trovare l’oro, fino a quando non sente una leggenda inquietante su un uomo che aveva rubato l’antico tesoro degli Ainu, tonnellate di oro che gli indigeni di Hokkaido avevano messo da parte per scacciare i giapponesi dall’isola. Dopo aver rubato il tesoro Ainu, il ladro aveva provveduto a nasconderlo in un luogo segretissimo, che non aveva rivelato a nessuno, nonostante gli interrogatori e le torture da parte dell’esercito giapponese che lo aveva catturato, salvo costruire segretamente una mappa per ritrovare il suo segreto. Ma, come in tutte le leggende con un fondo di crudeltà, anche la mappa non è certamente di facile reperibilità: l’uomo, rinchiuso nella prigione di massima sicurezza di Abashiri, quella dove i giapponesi detenevano i criminali più pericolosi, ma anche gli oppositori politici più temuti, aveva provveduto a tatuare la mappa sulla pelle di 24 altri detenuti, riuscendo, infine, a farli evadere in massa dalla prigione. Solo chi possiede tutti i disegni e sa come metterli insieme può trovare il tesoro.
L’impresa sembra perfetta per la logica di Sugimoto, che, del resto, si crede sempre immortale, anche quando deve affrontare senza armi un orso enorme e viene salvato, quasi per caso, dalla giovane Ainu con gli occhi azzurri Asirpa (Anna Yamada di “Faceless“). Asirpa è legatissima alle sue radici Ainu, convinta praticante delle tradizioni del suo popolo, profondamente connessa alla natura e a tutto ciò che la circonda. Quando ascolta da Sugimoto la storia del tesoro Ainu e capisce che il padre (Arata Iura, attore feticcio di Hirokazu Kore’eda, apparso anche in “After Life” e “Makanai“) è morto proprio per questo, tradito da un amico che lo ha privato dell’oro e lo ha consegnato ai giapponesi, decide di unirsi a Sugimoto alla ricerca della mappa che li porterà al tesoro, a patto che nessuno degli evasi tatuati venga ucciso per questo motivo. E, lentamente, con tutte le incomprensioni e insofferenze iniziali, Sugimoto e Asirpa iniziano a collaborare in squadra, affezionandosi l’uno all’altra con un sentimento di amicizia e di complicità reciproca e leale.
“Quando penso che nel mondo che Asirpa si aspetta di vedere ci sono anch’io, mi sembra di essere perdonato da tutto e mi sento salvato”.
Lungo la strada questa coppia stranamente assortita s’imbatte in Yoshitake Shiraishi (Yuma Yamoto), uno degli evasi tatuati, criminale, truffatore, ma soprattutto maestro della fuga e dedito al patteggiamento, che promette di aiutare in cambio di una quota sul tesoro, scovando gli altri evasi tatuati per ricostruire la mappa. Del resto, tutti gli evasi possono essere disponibili a collaborare con Sugimoto e Asirpa, che si limitano semplicemente a riportare i disegni dei loro tatuaggi su carta, e sfuggire al tempo stesso ad altri cercatori, che vogliono la loro morte.
“Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames” / “A cosa tu non spingi i cuori mortali, esecranda fame dell’oro”
(Virgilio, Eneide, libro III)
Non c’è nulla che può contaminare la bellezza e la purezza della neve di Hokkaido se non l’oro, che genera quella fame ansiosa e spasmodica, che fa perdere qualsiasi umanità e qualsiasi sensibilità. Tutt’al più se si tratta di un oro maledetto, guadagnato sul sangue dell’indipendenza Ainu e rincorso sul sangue di altre vittime.
Infatti, la notizia del tesoro Ainu si è diffusa rapidamente tra gli sfollati di un esercito giapponese indebitato e bramoso di ricchezze. Su tutti, Tokushiro Tsurumi (un irriconoscibile Hiroshi Tamaki di “Water Boys“), primo tenente, capo di plotone e comandante della Settima Divisione, veterano della guerra russo-giapponese a cui è sopravvissuto malamente e con ferite irreparabili (ha una piastra sulla testa per riparargli il cervello, visto che una parte della scatola cranica è saltata) e nessuno sa come faccia a vivere, nonostante abbia ormai un livello di psicosi e di schizofrenia di difficile rappresentazione. Ufficialmente, Tsurumi vuole portare i soldi al governo giapponese indebitato, fedele all’ideologia della nuova classe oligarchica generatasi dopo Meiji. In realtà, è irrimediabilmente offeso dal mancato mantenimento delle promesse del governo nei confronti dei veterani e vuole per sé tutto l’oro, con l’obiettivo di condurre una guerra civile. Nei suoi progetti è assistito da: Genjiro Tanigaki (Ryohei Otani di “Miss Sherlock“), un cacciatore matagi, che, però, col tempo rinsavisce dalla follia di Tsurumi; Hajime Tsukishima (Asuka Kudo di “Burn the House Down“), stoico e freddo esecutore, ma manipolato mentalmente da Tsurumi; Otonoshin Koito (Taishi Nakagawa di “Burn the House Down” e “Eye Love You“), viziato e di ricca famiglia, ma eccellente nel combattimento e nella spada; Kohei Nikaido (Shuntarō Yanagi di “Alice in Borderland 1” e “Zombie 100“), completamente pazzo e nemico giurato di Sugimoto, anche a costo di perdere continuamente parti del suo corpo; e, infine, Hyakunosuke Ogata (Gordon Maeda di “366 Days“), cecchino lucido e impeccabile, battitore libero scettico e per nulla dedito alla lealtà, disponibile ad allearsi con chiunque, pur di ottenere una quota dell’oro.
La fame dell’oro getta bramosie e fondamenta di progetti di ricchezza anche in alcuni ex detenuti tatuati, che, decisi a sopravvivere agli intenti criminosi di Tsurumi, cercano di allearsi intorno alla figura ieratica dell’anziano e carismatico Toshizō Hijikata (Hiroshi Taichi di “The Parades“), che appare come un samurai di un’altra epoca, ma che è, in realtà, un prigioniero politico detenuto a vita ad Abashiri e che riesce a convogliare a sé alcuni pericolosi detenuti per far fronte ad un unico progetto, pur rimanendo nei confronti di Sugimoto con un doppio legame di avversario con stima.
L’utilizzo di questa figura è una delle intuizioni più felici dell’intera saga e anche uno dei rimandi storici nascosti più saggi: Toshizō Hijikata non è un nome a caso nella storia giapponese, ma identifica lo spadaccino del periodo Bakumatsu (gli anni finali dello Shogunato, poco prima dello splendore Meiji) e vice-comandante dell’organizzazione Shinsengumi, le forze speciali di polizia di Kyoto nei complicati anni della transizione e della modernizzazione, anche noto come il “comandante del demonio”, autore del colpo di Stato dell’agosto 1863 e anima della Guerra Boshin, che segnò la fine dello Shogunato e il ritorno del potere centralizzato nelle mani dell’Imperatore, ma anche l’inizio della trasformazione dell’arcaico Giappone dei samurai contro la nuova élite giapponese, fondata su una cerchia aristocratica rinnovata, fortemente ideologizzata e con mire egemoniche nei confronti dei territori circostanti.
“Non so molto di Dio. L’unico mondo a cui sono interessato è questo”.
Nella figura di Hijikata, così come in quella di Tsurumi sono racchiuse due anime di un nascosto decadentismo giapponese destinato al fallimento, legato ad una vecchia epoca o al travisamento di quella contemporanea, due anime che, in qualche modo, si ribellano e non accettano il cambiamento, cercando di contrapporsi in modo anarcoide al un nuovo potere, che si è stabilito su una ideologia amorale e sulla costruzione di una società capitalista, utilizzando le medesime armi pericolose derivanti da ideologie e soldi e venendo, dunque, ingoiate da queste.
Anche Sugimoto rappresenta un Giappone decadente che non si riconosce più in nulla, ma, al contrario dei suoi avversari, si radica unicamente nel potere dei ricordi e della memoria, rimettendosi a quanto di buono può essere rimasto del passato e reinventandosi giorno dopo giorno nel presente e nel futuro. Forse proprio per le sue esperienze traumatiche di un’infanzia povera e da reietto e di una giovinezza stritolata dalla guerra, Sugimoto non ha tributi nei confronti della vecchia epoca, né rancori per essere stato tradito dalla nuova, ma vive solo per se stesso e per coloro che gli mostrano, di volta in volta, lealtà, fiducia e umanità, sentendosi senza patria e senza famiglia. Per Sugimoto, vivere è incontrare storie e culture diverse, senza opposizione, comprendendo racconti altrui e assumendoli nella memoria. Ed è in questo modo che riesce ad entrare in contatto con gli usi e i costumi Ainu (ritratti davvero in modo magistrale) con semplicità e senza alcun senso di superiorità, libero, nonostante il suo passato bellico, da istanze e rivendicazioni nazionaliste e politiche.
P.S.: per avvicinarsi alla cultura Ainu, vi invitiamo a leggere l’approfondimento “L’antologia di Yukie Chiri e la cultura Ainu“.
Laura
Come suona la recensione?

Attendevo da tempo questa recensione e non vedevo l’ora di leggerla. 🙂 Ho apprezzato moltissimo la ricostruzione storica e il passaggio importante tra le due epoche, la presentazione dei personaggi mi è piaciuta e non era assolutamente facile ricostruire tutto e introdurre i tantissimi personaggi della storia. Ho adorato la tua descrizione finale di Sugimoto rappresentante del Giappone decandente che “si radica unicamente nel potere dei ricordi e della memoria, rimettendosi a quanto di buono può essere rimasto del passato e reinventandosi giorno dopo giorno nel presente e nel futuro“.
Credo, poi, che Asirpa sia uno dei personaggi, insieme a Sugimoto, che più resta nel cuore alla fine della storia.
Lo metto volentieri tra i miei prossimi recuperi. Grazie
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Grazie di cuore a te che hai apprezzato!
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