L’inverno è la stagione che più spinge l’essere umano all’introspezione, alla riflessione sulla condizione esistenziale, sulla solitudine e sull’essenza dell’effimero. In poesia, in letteratura e in arte, così come anche in epoca moderna nel cinema e in televisione, l’inverno è rappresentativo dell’animo umano che riflette la propria inquietudine interiore, ma necessario per trovare una consapevolezza del mondo che ci circonda e una consolazione nel fermarsi e riprendere le forze per continuare.
Uno degli archetipi più caratteristici dell’inverno in cui mi soffermo in questo articolo è quello del “viaggiatore nella neve”.
Se per Jung l’archetipo del viandante o viaggiatore (“Wanderer”) è il cercatore che vaga, intraprendendo un percorso al di là della vita e della morte, per trovare il midollo dell’esistenza stessa, la neve è insieme purezza del mondo, ma anche solitudine o senso di sfida alla resistenza umana.
Anche nella poesia e nell’arte giapponese il viaggiatore nella neve è una figura che attraversa un percorso, un viaggio: metafora della propria condizione interiore.
Proprio per questo motivo ho scelto, per un confronto artistico-letterario, un haiku di Matsuo Basho e un’opera di Katsushika Hokusai che meglio riflettono la sensazione e il mondo introspettivo del viaggiatore, per una presa di coscienza di una esperienza di trasformazione.
pioggia di primo inverno: sarò forse chiamato anch’io “viaggiatore”
(Matsuo Basho)
Matsuo Basho, uno dei più importanti esponenti giapponesi della poesia haiku, ci trasporta in un percorso invernale, tra la pioggia e la neve, in un vagare silenzioso, tra le meraviglie della Natura che solo un poeta più cogliere.
L’essere viaggiatore è un percorso di accettazione della propria esistenza umana, nelle fatiche del mondo, nella percezione della bellezza effimera, ma anche nella quiete e nella riservatezza di un rifugio contemplativo che solo la stagione invernale può donare.
Il poeta, che sarà forse chiamato anche lui “viaggiatore”, sottolinea il suo destino che è quello del pellegrino alla scoperta di una goccia di eternità, così difficile da carpire per l’essere umano, così transitoria e sfuggente alla vista umana.

“Il viaggiatore nella neve” di Katsushika Hokusai è una stampa ukiyo-e che raffigura un cavaliere sul suo cavallo, con alle spalle un accompagnatore, che si immergono nel bianco di un percorso innevato. Il cavaliere sembra essersi per un attimo fermato a contemplare i fiocchi di neve che scendono piano, armoniosi. Sembra che la stampa appartenga alla serie “Riflessi veritieri di poemi cinesi e giapponesi” e rappresenta il poeta cinese Su Shi (conosciuto in Giappone anche come Toba), famoso per i suoi componimenti dedicati alla neve e alla contemplazione della natura.
La bellezza che emana quest’opera è pura serenità, una connessione con la Natura e le sensazioni che l’uomo prova a contatto con essa. Gli alberi carichi di neve, le sfumature del colore del cielo, i dettagli del paesaggio e le tecniche di intaglio regalano all’opera un’armonia senza tempo. Agli occhi dello spettatore, il cavaliere è sempre in cammino. Torna anche qui la tematica del poeta eterno pellegrino che riflette nel viaggio il suo animo interiore.
Nell’opera di Hokusai il viaggiatore è simbolo di resilienza che affronta la stagione fredda per abituare l’animo umano alla perseveranza e alla costanza.
Hokusai in quest’opera riesce a fondere poesia e arte visiva rendendola un capolavoro senza tempo.
Paesaggio innevato e stato animo interiore rappresentano un connubio poetico e armonioso e l’espressione giapponese “Yukimi – 雪見”, ovvero “osservare la neve,” dimostra come la cultura giapponese si rapporta con l’esperienza di contemplazione della Natura, nel silenzio della neve che cade, estetica e poetica insieme.
La figura del viaggiatore nella neve, poi, è stata spesso di ispirazione a racconti, poesie, opere, film e anime.
Nel film del 1995 “Love Letter”, l’ambientazione è Hokkaido e la neve che accompagna la maggior parte delle scene del lungometraggio, è al centro della storia e trasmette con immagini indimenticabili l’estetica poetica della storia, raccontando di amore e perdita, di sogni e di futuro. Memorabile è la scena in montagna e del famoso urlo nel silenzio della neve.
Nel recente film del 2017, “Takara – La notte che ho nuotato” di Damien Manivel e Kohei Igarashi, in una notte d’inverno il piccolo Takara si alza e decide di saltare la scuola per recarsi in città a trovare il padre che lavora al mercato del pesce e che il bambino non vede mai a causa dei turni notturni. Durante la sua traversata notturna, nel rigido clima invernale, Takara affronterà, con la purezza e la spontaneità dell’infanzia, il percorso esistenziale della sua giovanissima vita, camminando da solo, riparandosi al meglio da una tormenta di neve.
Nel film anime del 2004, “Naruto: la Primavera nel Paese della Neve”, il Team 7 deve scortare un’attrice nel Paese della Neve, un paese con ninja esperti di tecniche di manipolazione del ghiaccio. Il film narra la storia di Yukie Kazahana, principessa del Paese.
Infine, uno dei romanzi più famosi della letteratura giapponese che ha ispirato molte opere, racconti, canzoni e film, “Il Paese delle Nevi” di Yasunari Kawabata, scritto a metà degli anni Trenta del Novecento e pubblicato nel 1947 e che valse il Nobel per la letteratura all’autore. Protagonista del romanzo è l’intellettuale Shimamura che da Tokyo intraprende un viaggio in treno verso il paese delle nevi, un remoto villaggio termale tra le montagne giapponesi, per trovare riposo e serenità. Il romanzo ha uno degli incipit più famosi della storia della letteratura e ha ispirato ambientazioni e storie:
“Usciti dalla lunga galleria di confine, si era già nel paese delle nevi. Il fondo della notte si tinse di bianco”.
Grazia
