“Sembra che voglia piovere – mormori.
Che faremo se verrà a diluviare?
Apri appena gli occhi in modo che vi penetri un sottile spiraglio di luce, e osservi gli alberi di ginko di fronte all’Ufficio provinciale. Come se lì, in mezzo a quei rami, il vento stesse quasi per assumere una forma visibile. Come se le gocce di pioggia sospese nell’aria, trattenendo il respiro prima del tuffo, fossero sul punto di cadere con un tremito, scintillanti come gioielli.”
Sono queste le parole iniziali con cui inizia uno dei romanzi più belli e più sconvolgenti degli ultimi anni, la narrazione del dolore di una giovinezza perduta attraverso le memorie frammentarie di tante persone, costruite come un’antologia, in cui ogni racconto tramanda l’eco di quello precedente e prepara quello successivo, come un’unica voce sussurrata da fantasmi pronti a narrare il loro vissuto ad un lettore, che diventa quasi spettatore di una tragedia teatrale.
Si tratta del romanzo “Atti Umani” (in originale 소년이 온다), pubblicato nel 2014, ma tradotto in Italia (e in altri paesi qualche anno più tardi), un libro storico, che sembra presentarsi falsamente come un’inchiesta giornalistica fatta dalla stessa autrice per riesumare i ricordi delle vittime e dei sopravvissuti al massacro di Gwangju nel 1980, ma che si rivela un perfetto coro tragico, che, non appena si apre il sipario, si stacca “dagli atrii muscosi, dai fori cadenti” (per citare il Manzoni tragico con il bellissimo coro drammatico dell’atto III di “Adelchi“) per parlare con un’unica voce, in una polifonia del dolore da cui a tratti vengono fuori i singoli racconti.

Titolo: “Atti Umani”
Titolo originale: 소년이 온다
Autrice: Han Kang
Romanzo / documenti storici (2014)
Adelphi Editori, 2016
“Tornai a Gwangju per morire”.
Il ragazzo, 1980
“Quando una persona viva ne guarda una morta, accanto al corpo non potrebbe esserci anche l’anima del defunto?”
Narratore in seconda persona: è una voce lontana, eppure così vicina e partecipante con gli avvenimenti che si rivolge non tanto al lettore, quanto al protagonista di questo brano, apostrofato in modo continuo e ripetitivo con quel “tu”, come se gli venisse cantata un’ode. Questo “tu” corrisponde a Dong-ho, un ragazzo di 15 anni, che, in quei giorni terribili di maggio 1980, si trova coinvolto nell’organizzazione giovanile che manifesta contro il colpo di stato di Chun Doo-hwan. Forse non avrebbe mai pensato di essere un eroe o di essere considerato un sovversivo. Forse non pensava nemmeno di uscire per strada a manifestare, ma solo di andare a scuola, come ogni giorno. Eppure, si è trovato lì nel mezzo e ha condiviso le idee degli altri ragazzi e, reclamando la libertà, ha visto morire accanto a sé il suo migliore amico e tanti altri giovani. E, poi, si è trovato nella palestra della scuola a contare i morti e i feriti, annotando tutto su un registro fino al momento in cui i militari non hanno spezzato la sua giovane vita.
L’amico del ragazzo, 1980
“Se potessi chiudere gli occhi. Se potessi nascondermi nei sogni. O forse nei ricordi”.
Narratore in prima persona: è una voce priva di un corpo, un’anima che fluttua leggera, ma sta vicina alla sua vecchia veste, forse perché strappata da essa così prematuramente e così inaspettatamente o forse perché crede ancora di impossessarsene. Non ha un vero e proprio nome: si presenta a tratti, inizialmente solo con le sensazioni che questa sua anima solitaria e senza corpo prova nella sua nuova esistenza; poi, con i ricordi, quelli che fuggono ormai flebili alla sua memoria, quasi invisibili e trasparenti nel nuovo oblio. Sappiamo dai suoi frammenti di memoria, che vanno leggeri, senza che l’autore intervenga minimamente a mediare, che è l’amico di Dong-ho, il ragazzo protagonista del primo brano, è proprio quell’amico morto davanti agli occhi inermi di Dong-ho ed è anche l’anima che per prima, nel suo stato incorporeo e vago, riesce ad apprendere che anche l’amico è scomparso. Probabilmente, è la parte più lirica di tutto il romanzo.
La redattrice, 1985
“Dopo avervi perso, tutte le nostre ore sono declinate nella sera. Sera sono le nostre strade e le nostre case. In questa penombra che più non annotta né schiarisce, mangiamo, camminiamo e dormiamo”.
Narratore in terza persona (talmente omnisciente da conoscere e carpire ogni pensiero e ogni emozione dei protagonisti, anche quelle più sopite): come se fosse un vecchio canto o una ballata popolare, viene ricostruita la storia di Kim Eun-sook, di professione redattrice, sopravvissuta al massacro di Gwangju, ma detentrice di ferite invisibili che ne hanno lacerato l’animo. Kim Eun-sook era in quella palestra insieme a Dong-ho: annotava i morti e i vivi, contava le munizioni e i viveri, cercava di raccogliere documenti utili per far comprendere e tramandare. Sono trascorsi cinque anni da quando è sopravvissuta al massacro di coloro che, insieme a lei, hanno lottato per la libertà e pensa di essere divenuta anonima e invisibile, ma il regime non si è dimenticato di lei. Il brano segue il ritmo dei sette schiaffi ricevuti di Kim Eun-sook durante un interrogatorio con la polizia politica di Chun Doo-hwan: sette schiaffi da cui necessita proteggersi per resistere non solo alle domande, ma anche all’annullamento della propria identità; sette schiaffi, che hanno la funzione di una madeleine proustiana, in grado di scatenare ricordi, pensieri e riflessioni, cariche di speranza, di dolore e del senso di colpa tipico dei sopravvissuti. Ed è proprio dai suoi pensieri durante l’interrogatorio che apprendiamo la sorte di tutti quei personaggi conosciuti nel primo brano, insieme a Dong-ho e, quindi, di Dong-ho stesso, come se tutta l’idea del romanzo fosse scaturita dalla necessità di spiegare la morte prematura di Dong-ho. Ad un certo punto, prosa e poesia di mischiano e di fondono tra loro all’interno di questo pezzo, creando quasi una linea di scissione che percorre tutto il romanzo, suddiviso in ciò che è accaduto durante il periodo autoritario e ciò che è accaduto dopo.
“Dopo la tua morte, non ho potuto tenere un funerale, e così la mia vita è diventata un funerale. (…)
Dopo la tua morte, non potuto tenere un funerale, così questi occhi che un tempo di guardavano sono diventati un santuario.
Queste orecchie che un tempo ascoltavano la tua voce sono diventate un santuario.
Questi polmoni che un tempo inalavano il tuo respiro sono diventati un santuario. (…)
I fiori che sbocciano in primavera, i salici, le gocce di pioggia e i fiocchi di neve sono diventati un santuario.
Le mattine che annunciano ogni giorno, le sere che quotidianamente scuriscono sono diventate un santuario. (…)
Dopo la tua morte, non ho potuto tenere un funerale, così la mia vita è diventata un funerale.
Dopo che ti hanno avvolto in un telone cerato e portato via su un camion dell’immondizia.
Dopo che getti d’acqua scintillanti sono imperdonabilmente zampillati dalla fontana.
Ovunque ardono le luci dei santuari.
Nei fiori che sbocciano a primavera, nei fiocchi di neve. Nelle sere che chiudono ogni giorno. Sfavillii di candele, che bruciano in bottigliette vuote”.
Il prigioniero, 1990
“(…) cos’è quella cosa che chiamiamo anima? Solo un concetto insussistente? Qualcosa che potrebbe non esistere affatto? O, forse, è come una specie di vetro? Il vetro è trasparente, giusto? E fragile. In questo sta la sua natura fondamentale. Ed è per questo che gli oggetti di vetro devono essere maneggiati con cautela. (…) Così, se ci pensi, è stato solo quando ci hanno distrutti che abbiamo dimostrato di avere un’anima. Che questo eravamo, in realtà: uomini fatti di vetro”.
Narratore in prima persona come se fosse una confessione o un colloquio con un medico (l’interlocutore è chiamato professore), eppure rimasto senza nome, né senza specifici dati che lo possano identificare, nemmeno la sua storia da sopravvissuto: la democrazia è tornata in Corea del Sud, ma le ferite sono rimaste ancora aperte e intense. Come per il protagonista di questo brano, oppositore al regime politico di Chun Doo-hwan, imprigionato, torturato e detenuto per molto tempo, eppure sopravvissuto. Si ripete quella domanda che ha caratterizzato, in parte, la descrizione della redattrice, ma, stavolta, con quella consapevolezza che è tutto finito, che non bisogna più guardarsi da chiunque è vicino e che si deve ripartire, in qualche modo, perché la vita va avanti comunque. Ma, quindi, perché alcuni sopravvivono ed altri no? E quale forza primigenia porta a riprendere in mano la propria vita, mentre per altri sussiste un genio malvagio che porta ad annientare la propria vita? Perché il sopravvissuto si sente in colpa per coloro che sono morti lungo il tragitto? E perché, ad un certo punto, decide di rinunciare alla propria vita? Forse è vero che le anime sono come vetro, in apparenza forti, ma tendenti a sbriciolarsi, se solo si colpiscono in un punto? Queste sono le riflessioni ontologiche che vengono in mente al protagonista del brano, nel momento in cui rammenta il suo ultimo dialogo con Jin-su, come lui sopravvissuto al maggio di Gwangju (e a quella palestra dove Dong-ho ha perso la vita) e come lui sopravvissuto alle terribili prigioni politiche, ma che ha deciso di rinunciare alla sua vita.
L’operaia, 2002
“Non so a chi appartengono quei passi. Se sia sempre la stessa persona, o qualcuno di diverso ogni volta. Forse non vengono uno alla volta. Forse questa è una cosa che si sono lasciati alle spalle, e adesso le loro identità individuali si sono fuse in un corpo che ha appena una traccia minima di massa, un incerto e tremulo accenno di confini esterni. Infinite esistenze, che sfumano nella vaghezza come inchiostro nell’acqua”.
Narratore in terza persona, narratore in seconda persona e narratore in prima persona che si alternano, nettamente separati come in frammenti, con l’utilizzo di tecniche diverse che vanno dal registro descrittivo, al flusso di coscienza, dalla lirica al discorso indiretto libero, con analessi e prolessi, per la storia più complicata da ricostruire di tutto il romanzo, ma, al tempo stesso, quella che ha addentellati con tutti i personaggi comparsi finora (sia quelli principali, protagonisti dei brani precedenti, che quelli secondari). Dieci anni prima del momento in cui è ambientata la testimonianza, viene chiesto all’operaia Lim Seon-ju di scrivere o di registrare il proprio racconto come sopravvissuta alle opposizioni del regime autoritario, alle repressioni di Gwangju e delle altre città (è l’unico racconto che fuoriesce dai confini “domestici” di Gwangju), alle cariche dell’esercito contro i lavoratori in sciopero nelle fabbriche e alla detenzione in condizioni deplorevoli, soggetta ad abusi e a maltrattamenti di ogni tipo. Lim Seon-ju è sopravvissuta a tutto, come una pietra, rigida e fredda in apparenza, nascondendo il suo corpo esile dietro capelli corti e abiti androgini. Lim Seon-ju ha incontrato Dong-ho nel momento in cui è stato trucidato (scopriamo che è lei l’autrice di quell’avvertimento che spezzava a più riprese il primo brano – “Stammi a sentire: se sai cos’è meglio per te, tornatene a casa immediatamente”) e il suo volto e la sua convinzione le hanno dato coraggio e speranza, tanto da sopportare la prigionia e le torture con la forza ferrea di sopravvivere ad ogni costo. Come per le fasi di elaborazione del lutto, anche la sopravvivenza, però, segue un cammino fatto di tappe significative, dove, se la prima tappa è quella dell’eterno senso di colpa e dell’annullamento della vita (come per Jin-su nel brano precedente), la tappa successiva è quella dello svuotamento totale, come gli “hollow-men” di T.S. Elliot, per non pensare e lasciare che il tempo, poco alla volta, sedimenti la sua corazza intorno a quell’anima di vetro, tanto da renderla infrangibile, seppur incrinata dalle sofferenze e dalle ingiustizie patite. Ed è proprio per questo motivo che Lim Seon-ju rifiuta di rilasciare interviste e testimonianze, incapace ancora di andare avanti, ancorata da una nuova vita, che è stata costruita come odio nei confronti di quella precedente, eppure alimentatasi solo di un rifiuto costante di oblio. Testimonianza, significato, memoria, futuro: sono le parole che Seon-ju si rifiuta di accettare e di comprendere (o, forse, non le accetta proprio perché le comprende troppo bene). Desidererebbe dimenticare, ma i volti e le parole di coloro che sono stati con lei in quei momenti terribili non possono essere cancellati. E, allora, decide di non vivere come esempio lampante della lotta, ma di custodire dentro di sé tutti quei momenti, proprio perché ricordi a cui la sua stessa esistenza si aggrappa, superando la domanda costante del perché è sopravvissuta.
La madre del ragazzo, 2010
“Camminiamo laggiù, mamma, dove c’è il sole; possiamo, vero? (…) C’è il sole laggiù, mamma, e anche un sacco di fiori. Perché camminiamo al buio? Andiamo laggiù, dove sbocciano i fiori”.
Narratore in prima persona e narratore in seconda persona che si fondono fra loro: nella circolarità con cui è costruita l’opera, a parlare è ora la madre di Dong-ho, il ragazzo protagonista del primo brano, ma lo fa rivolgendosi al figlio con quel “tu” anaforico e incessante ripetuto sempre nel primo brano (di cui forse era la narratrice nascosta). Come una pagina di un diario, una lettere o una confessione, quella madre, a distanza di anni, cerca di rielaborare il dolore per la perdita del figlio, ricostruendo quelle ultime fasi di vita del figlio e quelle successive, quando è andata a cercarlo, pur nel pericolo di una città messa a ferro e a fuoco, quando ha recuperato il suo cadavere, aiutata dagli altri figli, e, infine, quando ha dovuto seppellirlo e piangerlo, pur continuando ad andare avanti. Perché questa donna ha scoperto che il filo della vita è più resistente di quanto non si possa pensare: è come il tendine di un bue, che si flette senza spezzarsi, ma anzi fortificandosi ad ogni piegamento. Come quel tendine è andata avanti anche la sua vita, nella speranza di cercare la verità e di far riconoscere l’ingiusta morte del figlio, rimirando ogni giorno quella foto che ha staccato dalla tessera scolastica.
Epilogo. La scrittrice, 2013
“Per favore, scriva il suo libro in modo tale che più nessuno possa oltraggiare ancora la memoria di mio fratello”.
Aveva nove anni, Han Kang, quando scoppiò l’insurrezione di Gwangju, e con la sua famiglia si era trasferita da poco nella periferia di Seoul. Eppure, quel vento malefico di morte arrivo fino alla sua casa, nei racconti di parenti e conoscenti, nelle testimonianze, nel timore di essere perquisiti e accusati in qualche modo dall’esercito e dalla polizia segreta, in quel voluminoso libro raccolto dal padre durante una visita nella sua città natale e riposto in silenzio sullo scaffale più alto della libreria, in modo che i bambini non potessero prenderlo. Aveva solo nove anni, Han Kang, quando decise che doveva comprendere cosa era successo, raccogliendo le voci di coloro che non potevano più parlare. E, tempo dopo, si recò sul posto per immergersi nelle ricerche, leggere le testimonianze e sentire con tutte le sue emozioni e la sua empatia la sofferenza di innumerevoli persone.
E, per questo, ancora una volta, ringraziamo Han Kang.
Laura

Commovente, doloroso, ci si sente vicini alla sofferenza delle persone.Recensione che mi ha trascinata in un turbinio di emozioni e inquietudini, che serve alla consapevolezza del dolore. Grazie ❤️
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