“Siamo negli anni ’50, dopo la devastante guerra di Corea. Il gukgeuk femminile, o teatro tradizionale, cattura il cuore del pubblico e molte ragazze sognano di diventare principi”.
Con queste parole e la voce altisonante di Cho Yeon-geuk, attrice di gukgeuk di prima generazione, che presenta uno ad uno i personaggi e gli interpreti sul palco teatrale, inizia il drama “Jeong-nyeon: The Star in Born“, uno dei prodotti più innovativi e particolari della televisione sudcoreana, ma, al tempo stesso, uno dei più “tradizionali”, nel senso più vero e intrinseco della parola, che mette le radici nella traditio storica e culturale di un popolo e ne fa sentire l’anima, con la presenza di un monumento culturale della Corea, il teatro di gukgeuk.
Il grande successo del drama ha rinnovato l’interesse non solo per il teatro tradizionale coreano, il Changgeuk (창극) e la sua variante femminile Gukgeuk (국극), entrambi considerati al pari dell’opera lirica coreana, e per il Pansori (판소리 ), il metro lirico dei canti, ma anche il genere narrativo che li caratterizza.
Il Pansori, dichiarato Patrimonio Culturale Immateriale Coreano dal 1964 e riconosciuto il 7 novembre 2003 dall’UNESCO come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, è un genere musicale narrativo coreano, interpretato da un cantante (detto sorikkun), che si esibisce tenendo nella mano destra un ventaglio, e da un percussionista (detto gosu), che suona il buk, il tamburo tradizionale coreano, per accompagnare il canto. Il termine “pansori” deriva dall’unione della parola pan (판), la cui etimologia è complessa e ha diversi significati, indicando sia il luogo di incontro, che una situazione che coinvolge diverse persone, che, infine un canto con tonalità diverse e combinate, con la parola sori (소리), che indica il suono. Nonostante le radici storiche del Pansori si perdano nella tradizione orale delle fiabe e dei racconti tramandati dai cantastorie e dal popolo, è possibile denotare la nascita reale di questo genere in epoca Joseon nel XVII secolo, ovvero quando le storie popolari e il canto ritmato incontrarono la poesia in metrica del sijo (시조), nata già in epoca Goryeo e rimasta prima appannaggio dei colti studiosi confuciani. Dal XVII secolo il Pansori ebbe un’evoluzione tutta sua, raggiungendo l’apice della bellezza e della perfezione nel XIX secolo, considerato davvero l’età d’oro di questo genere, il momento delle innovazioni, degli aggiornamento metrici e tecnici, dello stile del canto e delle tecniche vocali più complesse e anche il momento della massima diffusione tra tutto il pubblico, senza conoscere differenze tra classi più abbienti e classi popolari.
Da quel momento, lo stile del Pansori ebbe una vera e propria codificazione, individuando cinque elementi, che dovevano sempre comporre all’unisono un pezzo musicale: il jo (조), la melodia; il jangdan (장단), il ritmo; il buchimsae (붙임세), la combinazione tra storia e musica; il je (제), la scuola musicale); e, infine, la produzione vocale, ciò che caratterizzava il cantante di Pansori e lo distingueva dagli altri cantanti di Pansori.
Anche le storie cantate, i cosiddetti madang, divennero codificate e fisse in dodici storie, di cui oggi rimangono solo cinque testi (Chunhyangga, Simcheongga, Sugungga, Heungbuga e Jeokbyeokga).
Tuttavia, dopo l’epoca d’oro, il Pansori subì una forte frenata all’inizio del XX secolo con la colonizzazione giapponese, in quanto colpevole di essere parte del patrimonio culturale coreano e, quindi, soggetto al totale sradicamento. Sarà forse per questo motivo che, all’indomani della conclusione della dominazione giapponese e della Seconda Guerra Mondiale, il Pansori tornò in modo prepotente e dominante sulla scena popolare, rinnovato e rivestito di una nuova dimensione teatrale, che riallaccia la narrativa poetica tradizionale direttamente con il pubblico, interagendo con esso. Ed è così che tornò in vita non solo il canto Pansori, ma anche il teatro Changgeuk, nato nella semi-oscurità agli inizi del XX secolo e diffusosi nella seconda parte del secolo, tanto da far sorgere nel 1962 la Compagnia Nazionale di Changgeuk, con il compito di rivitalizzare la bellezza e l’arte della poesia e della musica tradizionali coreane e di istituire il genere come un vero e proprio genere d’opera.
Ma, prima che questo tipo di teatro d’opera diventasse un’istituzione nazionale e sulla strada della rinascita del genere, si colloca un esperimento unico della tradizione coreana, un’arte tradizionale che riesce a mischiare canto, danza e recitazione e che è stata devoluta unicamente alle donne: il Gukgeuk, il teatro di Pansori al femminile, dove tutti i ruoli (dalle comparse, ai protagonisti maschili, alle protagoniste femminili, al narratore) sono ricoperti solo ed esclusivamente da donne.
Il documentario “The Girl Princes” diretto da Kim Hyejeong nel 2011 (di cui potete vedere un’anteprima qui) ha ricostruito la nascita e l’incredibile popolarità del teatro Gukgeuk, che raggiunse l’apice proprio negli anni ’50 del XX secolo (ovvero quando è ambientato il drama) e che, nonostante il declino successivo, continua a conservare un fascino tutto suo, che si mantiene intatto fino ad oggi. Perché quest’arte teatrale non è solo un caso unico, ma vede anche un’emancipazione femminile a sé in una società e in un contesto storico non favorevoli allo sviluppo dei diritti delle donne.
Forse sarà merito del fatto che il genere sorse proprio alla fine degli anni ’40, una volta ottenuta l’indipendenza dal Giappone, indipendenza di cui donne e associazioni e organizzazioni femminili sono state drammaticamente fautrici, pagando un alto prezzo al regime autoritario degli invasori. O forse sarà per il fatto che il Pansori era cantato e drammatizzato fino agli inizi del XX secolo dalle gisaeng, che, col tempo e l’abolizione della loro figura, si riconvertirono spesso in artiste, per la padronanza acquisita in musica, canto e danza durante la loro formazione. Oppure potrebbe essere merito della leggenda di Jin Chae-seon, considerata durante il XIX secolo il genio del Pansori, ma anche la prima cantante donna ad essere ammessa a questo genere, rinomata per la sua voce ricca di tonalità e potente e chiamata alla corte Joseon per la sua abilità artistica (alla sua figura è stato dedicato il film “Dorihwaga – The Sound of a Flower” con Suzy, Ryu Seung-ryeong e Kim Nam-gil, di cui potete recuperare il trailer qui).
Esistono tre generazioni di teatro Geukgeuk. La prima è collocabile tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’60, la generazione d’oro del genere, che è, poi, la stessa ritratta nel drama “Jeong-nyeon – The Star is Born“) e che, durante gli anni, ha dovuto affrontare l’ascesa, ma anche il declino del Pansori, la preponderanza del cinema e di altre arti performative e il cambiamento degli stereotipi di genere, che vedevano oscurare il ruolo delle donne nella società e aumentare il maschilismo. La seconda generazione, oggi considerata quella delle veterana, è collocabile nel periodo che va dagli anni ’60 agli anni ’80, la generazione resiliente, che ha vissuto il periodo più brutto della storia coreana moderna, ma anche del proprio teatro, ma ha affrontato la crisi inserendo nelle opere teatrali metafore nascoste contro il regime. Infine, c’è la terza generazione, iniziata a fiorire negli anni ’80, che oggi lotta per la preservazione storica e culturale del teatro di Gukgeuk e che, per la prima volta, ha iniziato a portare il Pansori al di fuori dei confini coreani e anche al di fuori dei testi tradizionali, con tour che hanno toccato anche l’Australia e l’Europa e con copioni originali o tratti da opere occidentali (come il Cyrano de Bergerac). Nel 2000, infatti, la consegna del Premio Nobel per la Pace all’ex Presidente sudcoreano Kim Dae-jung fu accompagnata da una piccola performance di Gukgeuk come parte della cultura tradizionale coreana.
Sebbene oggi non esista una Compagnia Nazionale di Gukgeuk paragonabile a quella del Changgeuk e le attrici del genere continuino a domandare una maggiore tutela da parte dello Stato, questo tipo di teatro sta avendo una nuova vita, legato anche alle rappresentazioni annuali al Jongno Cultural Diversity Theatre Festival.
In ogni caso, è nel Gukgeuk che le donne hanno potuto esprimersi e trovare una propria voce, sia come attrici che come pubblico, nella libertà acquistata dalla maschera e dal canto, per essere se stesse mentre interpretavano altre figure, ma anche per rispondere a quelle tendenze conservatrici che la società coreana post-guerra (o, meglio, post-guerre) andava acquisendo, dove la figura della donna rientrava nelle mura domestiche di una costruzione patriarcale.
Ed è proprio questa leggerezza di essere se stesse, senza legarsi ad alcun stereotipo e ad alcuna convenzione di genere, la libertà di sognare di essere principi e principesse senza che il ruolo sia imposto dalla società e senza alcun giudizio, che rende il teatro di Gukgeuk così universale e necessario anche nel mondo odierno, perché le donne sappiano di essere, e non solo di esistere, capaci di salvare se stesse, principi del proprio regno. Senza alcuna fastidiosa etichetta.
Laura
Per approfondire: il teatro esclusivamente femminile non è un’esperienza solo coreana; un esempio simile è riscontrabile nel teatro della Takarazuka Revue (宝塚歌劇団) in Giappone, nato all’inizio del XX secolo e che prevede che tutti i ruoli siano interpretati solo da donne, mentre le drammatizzazione fondono insieme elementi della tradizione giapponese con elementi del musical e dell’opera musicale occidentale moderna. Un altro esempio simile è lo Yueju (越劇) della tradizione cinese, nato all’inizio del secolo nella provincia di Zhejiang come teatro misto e sviluppatosi, poi, ulteriormente prevedendo compagnie e drammatizzazioni solo al femminile, con tematiche e storie tratte dalla tradizione popolare e dalle leggende della storia cinese. Infine, una traccia simile al Gukgeuk risiede anche nella tradizione teatrale vietnamita.

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